Appropriazione indebita e bancarotta fraudolenta, non possono coesistere come contestazioni

Appropriazione indebita e bancarotta fraudolenta, non possono coesistere come contestazioni

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Ora non si può dubitare che il fatto di appropriazione indebita sia assunto dall’art. 216 della L.Fall. come componente essenziale della bancarotta fraudolenta patrimoniale (art. 646 c.p.), sicché non è possibile la contestuale imputazione dei due distinti reati, una volta che sia stato dichiarato il fallimento.

Qualora, invece, il reato ex art. 646 c.p. sia stato contestato e giudicato prima della dichiarazione di fallimento, la successiva imputazione ex art. 216 della L.Fall. non potrebbe essere inibita, ma si porrebbe comunque una questione di compatibilità che, pur non trovando una specifica soluzione nell’art. 649 c.p.p., va risolta nel senso dell’assorbimento del reato meno grave in quello complesso, sulla base dei medesimi principi di sostanziale equità che consentono di superare il giudicato nel caso si debba recuperare ex post l’identità di disegno criminoso per l’applicazione dell’art. 81 c.p., cpv.

Né, in favore della tesi opposta, può essere citata quella giurisprudenza ancora di recente ribadita (vedi Cass., Sez. II, 19 novembre 1997, n. 10472, D.; Sez. V, 19 febbraio 1994, n. 2057, L.; Sez. V, 17 novembre 1881, n. 10407, M.; Sez. V, 9 giugno 1978, n. 7294, G.; Sez. V, 12 luglio 1975, n. 7593, L.) che propugna il concorso tra appropriazione indebita (o truffa), mediante cui il fallito ha conseguito al patrimonio dell’impresa (ed ai danni di terzi) beni da lui stesso successivamente distratti, ai danni della massa dei creditori, con la bancarotta.

Nella specie, infatti, appare chiara la diversità dell’obiettività giuridica a fondamento delle distinte imputazioni, sì da rimanere verificata la tesi opposta qualora la sottrazione attenga unicamente al patrimonio dell’impresa.

S’impone, pertanto, l’annullamento dell’impugnata sentenza in punto di condanna per appropriazione indebita.

Ne consegue la corrispondente eliminazione di pena (che può essere operata in questa sede ex art. 620 c.p.p., lett. 1), fissata – nell’impugnata sentenza – nell’aumento di mesi 3 di reclusione sulla pena base di anni 2 (bancarotta fraudolenta, più grave), sì da ridurre, per effetto del rito abbreviato, ad 1 anno e mesi 4 (24 mesi – 1/3 = 16 mesi, pari ad 1 anno e 4 mesi) la pena per il solo reato fallimentare.

 

 

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SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE V PENALE

Sentenza 4 – 3 ottobre 2003, n. 37567

La Corte Suprema di Cassazione

Sezione V Penale

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. Giuliana FERRUA – Presidente

Dott. Nunzio CICCHETTI – Consigliere

Dott. Giuseppe SICA – Consigliere

Dott. Mario ROTELLA – Consigliere

Dott. Gennaio MARASCA – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

Sentenza

Sul ricorso proposto da:

1) S.S., n. il 29 giugno 1947

avverso sentenza del 4 giugno 2002 Corte Appello di Torino;

Visti gli atti, la sentenza ed il procedimento;

Udita in pubblica udienza la relazione fatta dal Consigliere Cicchetti Nunzio;

Udito il Procuratore Generale in persona del dott. Vito Monetti che ha concluso per annullamento senza rinvio.

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

L’impugnata sentenza della Corte d’Appello di Torino in data 4 giugno 2002 riformava quella del G.I.P. Tribunale di Torino 16 settembre 1997, che aveva condannato S.S. alla pena di anni 1 e mesi 8 di reclusione, previa unificazione con vincolo di continuazione dei reati p. e p. dagli artt. 216, comma 1, 223, commi 1 e 2 della L.Fall. (R.D. 16 marzo 1942, n. 267) in relazione all’art. 2621 c.c., comma 1, n. 1, art. 219, comma 2, n. 1 della L.Fall. (distrazione di somme incassata da vendita di auto; esposizione fraudolenta nei bilanci di esercizio 1991 e 1992, allo scopo di occultare la distrazione e la reale situazione patrimoniale della società Forte srl dichiarata fallita il 9 maggio 1995) nonché dall’art. 2630 c.c., comma 2, n. 2 (omessa convocazione di assemblea per gli adempimenti ex artt. 2446 e 2447 c.c.) con quelli già giudicati da sentenza G.I.P. Torino 12 luglio 1995, irrevocabile il 29 luglio 1995, ritenute circostanze generiche prevalenti sulle aggravanti e valutata la diminuente per il rito abbreviato.

Dichiarava prescritto il reato p. e p. dall’art. 2630 c.c. (estinzione avvenuta già prima dell’entrata in vigore del D.Lgs. n. 61 del 2002) ed escludeva la bancarotta impropria, in conseguenza di prescrizione del reato contravvenzionale risultante dalla nuova formulazione dell’art. 2621 c.c.

Riteneva, inoltre, compatibile l’affermazione di responsabilità ex art. 216 – 223 della L.Fall., con la precedente condanna a titolo di appropriazione indebita per il medesimo fatto prima del fallimento (appropriazione di danaro riveniente dalla vendita di bene della società) e rideterminava la pena per i due reati in quella di 1 anno e mesi 6 di reclusione, tenendo conto della diminuente del rito.

Il ricorrente allegava i seguenti motivi:

1) Erronea applicazione dell’art 223 della L.Fall., come modificato dal D.Lgs. n. 61 del 2002 in relazione alla contestazione dei fatti di cui all’art. 2621 c.c.

2) Erronea applicazione di norme processuali ed in particolare del principio “ne bis in idem”, quanto alla ritenuta possibilità di concorso tra appropriazione indebita e bancarotta per distrazione nel caso in cui l’oggetto sia costituito dal medesimo bene.

Chiedeva l’annullamento dell’impugnata sentenza.

Il primo motivo di ricorso è inammissibile, poiché tende a sovrapporre una diversa valutazione a quella motivatamente operata dalla Corte di merito in punto di esistenza del rapporto causale, tra falso in bilancio e fallimento, nonché di raggiungimento delle percentuali che qualificherebbero la riduzione del patrimonio netto e del risultato economico di esercizio.

Va inoltre rilevata l’assoluta mancanza di interesse dell’imputato ad impugnare l’esclusione della bancarotta impropria, cui la Corte torinese perviene – per altro – solo come conseguenza della declaratoria di estinzione del falso in bilancio, che comunque rimaneva un elemento costitutivo del reato complesso ex art. 223, comma 2, n. 1 della L.Fall.

La questione di legittimità costituzionale accennata quanto alla nuova formulazione dell’art. 2621 c.c. risulta, pertanto, del tutto irrilevante prima ancora che manifestamente infondata.

Merita, invece, accoglimento il secondo motivo di ricorso.

In punto di fatto va chiarito che nella specie l’amministratore ha commesso una sola attività criminosa, cioè l’appropriazione di danaro spettante alla società siccome riveniente dall’alienazione di un bene ad essa appartenente, considerato prima nella fattispecie ex art. 649 c.p. e dopo la dichiarazione di fallimento come bancarotta patrimoniale ex art. 216 della L.Fall.

L’art. 649 c.p.p. prevede che per medesimo fatto debba intendersi l’identità degli elementi costitutivi di un reato (condotta, evento, nesso di causalità) non considerati solo nella dimensione storico-naturalistica, ma anche in quella giuridica. Non si giustificherebbe, altrimenti, il concorso formale di reati nel caso di violazione di più norme mediante una sola azione o omissione (art. 81 c.p., comma 1, prima parte).

Va considerato, tuttavia, che nel reato complesso l’art. 84 c.p. esclude che il fatto, costituente di per sé reato, possa essere punito separatamente qualora sia considerato dalla legge come elemento costitutivo (o solo circostanza aggravante) di altro reato.

Ora non si può dubitare che il fatto di appropriazione indebita sia assunto dall’art. 216 della L.Fall. come componente essenziale della bancarotta fraudolenta patrimoniale (art. 646 c.p.), sicché non è possibile la contestuale imputazione dei due distinti reati, una volta che sia stato dichiarato il fallimento.

Qualora, invece, il reato ex art. 646 c.p. sia stato contestato e giudicato prima della dichiarazione di fallimento, la successiva imputazione ex art. 216 della L.Fall. non potrebbe essere inibita, ma si porrebbe comunque una questione di compatibilità che, pur non trovando una specifica soluzione nell’art. 649 c.p.p., va risolta nel senso dell’assorbimento del reato meno grave in quello complesso, sulla base dei medesimi principi di sostanziale equità che consentono di superare il giudicato nel caso si debba recuperare ex post l’identità di disegno criminoso per l’applicazione dell’art. 81 c.p., cpv.

Né, in favore della tesi opposta, può essere citata quella giurisprudenza ancora di recente ribadita (vedi Cass., Sez. II, 19 novembre 1997, n. 10472, D.; Sez. V, 19 febbraio 1994, n. 2057, L.; Sez. V, 17 novembre 1881, n. 10407, M.; Sez. V, 9 giugno 1978, n. 7294, G.; Sez. V, 12 luglio 1975, n. 7593, L.) che propugna il concorso tra appropriazione indebita (o truffa), mediante cui il fallito ha conseguito al patrimonio dell’impresa (ed ai danni di terzi) beni da lui stesso successivamente distratti, ai danni della massa dei creditori, con la bancarotta.

Nella specie, infatti, appare chiara la diversità dell’obiettività giuridica a fondamento delle distinte imputazioni, sì da rimanere verificata la tesi opposta qualora la sottrazione attenga unicamente al patrimonio dell’impresa.

S’impone, pertanto, l’annullamento dell’impugnata sentenza in punto di condanna per appropriazione indebita.

Ne consegue la corrispondente eliminazione di pena (che può essere operata in questa sede ex art. 620 c.p.p., lett. 1), fissata – nell’impugnata sentenza – nell’aumento di mesi 3 di reclusione sulla pena base di anni 2 (bancarotta fraudolenta, più grave), sì da ridurre, per effetto del rito abbreviato, ad 1 anno e mesi 4 (24 mesi – 1/3 = 16 mesi, pari ad 1 anno e 4 mesi) la pena per il solo reato fallimentare.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata per improcedibilità dell’azione ex art. 649 c.p.p. per il reato di bancarotta per distrazione sub A) ed elimina la pena inflitta a titolo di aumento pari a mesi 3 di reclusione.

Roma 4 aprile 2003.

DEPOSITATA IN CANCELLERIA IL 3 OTT. 2003

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