DIFFAMAZIONE AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA LETTERA DIRITTO CRITICA -QUERELA

 

DIFFAMAZIONE AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA LETTERA DIRITTO CRITICA

 

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quando non è diffamazione
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quando è possibile denunciare per diffamazione
quando c’è reato di diffamazione
dove fare denuncia diffamazione

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Con sentenza del 26/06/2014 il Tribunale di Torino ha confermato la decisione di primo grado, che aveva condannato alla pena di giustizia e al risarcimento del danno T.P. , avendolo ritenuto responsabile del reato di cui all’art. 595, comma primo e secondo, cod. pen., per avere, in una lettera indirizzata a più persone, offeso la reputazione di G.D., funzionario della Direzione Turismo della Regione Piemonte, attribuendogli una prospettazione di fatti ingannevoli con finalità di raggiro, al fine di far desistere il primo dalla richiesta di rettifica di una domanda amministrativa e dalla presentazione di un ricorso al TAR.

 

 

È certamente esatto che, in tema di diffamazione, il limite della continenza nel diritto di critica è superato in presenza di espressioni che, in quanto gravemente infamanti e inutilmente umilianti, trasmodino in una mera aggressione verbale del soggetto criticato. Pertanto, il contesto nel quale la condotta si colloca può essere valutato ai limitati fini del giudizio di stretta riferibilità delle espressioni potenzialmente diffamatorie al comportamento del soggetto passivo oggetto di critica, ma non può in alcun modo scriminare l’uso di espressioni che si risolvano nella denigrazione della persona di quest’ultimo in quanto tale (Sez. 5, n. 15060 del 23/02/2011, Dessi, Rv. 250174, che ha ritenuto immune da censure la decisione con cui il giudice di merito ha escluso la scriminante del diritto di critica nei confronti degli imputati, che avevano affisso nelle bacheche aziendali e diffuso con volantini un comunicato in cui, contestando la posizione dissenziente di un iscritto alla C.G.I.L., lo si definiva notoriamente imbecille).

studi legali diritto penale bologna, lo studio dell’avvocato Sergio Armaroli patrocinante in cassazione tratta diritto penale a Bologna e in tutta Italia.

studi legali diritto penale bologna,
lo studio dell’avvocato Sergio Armaroli patrocinante in cassazione tratta diritto penale a Bologna e in tutta Italia.

 

Così come va ribadito che presupposto imprescindibile per l’applicazione dell’esimente dell’esercizio del diritto di critica è la verità del fatto storico posto a fondamento della elaborazione critica (Sez. 5, n. 7715 del 04/11/2014 – dep. 19/02/2015, Caldarola, Rv. 264064).

 

Cionondimeno, le affermazioni del ricorrente, il quale, lamentando che una sua domanda di contributo regionale fosse stata accolta solo parzialmente per un mero errore materiale nell’indicazione del finanziamento richiesto, si doleva, sia pure in termini aspri, di essere stato indotto a non insistere nella tutela della proprie ragioni dal comportamento ingannevole serbato dalla persona offesa, senza trasmodare in un gratuito attacco alla persona del destinatario, in quanto tale, rappresentano null’altro che una elaborazione critica della vicenda, certo non limpida, in ragione della specifica condizione dell’imputato, ma non avulsa, quantomeno sul piano soggettivo, dal contesto procedimentale in cui si inserisce. Del resto, proprio le espressioni altrove più esitanti dell’imputato, rilevate nella missiva della quale si discute dallo stesso Tribunale, danno conto del fatto che il T. , lungi dall’attribuire uno specifico interesse fraudolento alla persona offesa, intendeva soltanto rappresentare, si ripete in termini scortesi, ma nel quadro di un contesto di contrapposizione di interessi, di avere trovato un interlocutore solo attento ai profili formalistici della vicenda e non a quelli sostanziali.

AS1

In questi termini, va apprezzato il precedente di questa Corte, secondo cui sussiste l’esimente di cui all’art. 51 cod. pen. nel caso in cui un correntista indirizzi una missiva alle autorità sovraordinate delle banche e allo stesso operatore di riferimento attribuendogli, sia pure indirettamente, “meschini comportamenti”, qualora essa si sostanzi in una rimostranza rispetto ad una situazione ritenuta ingiustamente lesiva dei propri diritti (mancata chiusura del conto corrente), trattandosi di contesto “conflittuale” tra istituto di credito e correntista in cui la missiva di quest’ultimo ha per obiettivo la descrizione della propria versione dei fatti intesa a sollecitare l’intervento delle autorità competenti, mentre le espressioni utilizzate, pur aspre e polemiche, non trasmodano in aggressioni gratuite, essendo preordinate al ripristino di comportamenti corretti (Sez. 5, n. 23579 del 17/02/2014, Marciano, Rv. 260213).

1DOMANDA  COSA OCCORRE PER LA CONFIGURABILITA’ DEL REATO DI DIFFAMAZIONE?

ai fini della configurabilità del reato di diffamazione, che l’autore della frase lesiva dell’altrui reputazione comunichi con almeno due persone ovvero con una sola persona ma con modalità tali che detta notizia venga sicuramente a conoscenza di altri (Sez. 5, n. 34178 del 10/02/2015), come nella fattispecie in esame. Invero in tema di diffamazione, deve presumersi la sussistenza del requisito della comunicazione con più persone qualora l’espressione offensiva sia inserita in un documento (nella specie un vaglia postale) per sua natura destinato ad essere normalmente visionato appunto da più persone (Sez. 5, n. 3963 del 06/07/2015).

2) DOMANDA IL DIRITTO DI CRITICA?

al fine di realizzare il corretto bilanciamento anche col valore contrapposto della tutela della personalità previsto come principio fondamentale della Costituzione (art. 2 Cost.), che si sia realmente ìn presenza dì una critica, ossia di un argomentare logico e giustificato, capace di integrare quell’esercizio della funzione informativa che rientra nel diritto di manifestare il proprio pensiero anche con lo scritto e con ogni altro mezzo di diffusione (art. 21 Cost.). In altri termini, rientra appieno nella valutazione di merito sulla integrazione della causa di giustificazione, l’opera interpretativa del giudice chiamato a distinguere tra effettiva prova di critica giornalistica e comportamento che invece, mancando di qualsiasi connotato di logica e giustificatezza della analisi, finisca con l’integrare una diffamazione non scriminabile perché consistente in un uso apparente della dialettica, volto a coprire la sola ed effettiva volontà di fare non informazione, ma disinformazione: creando suggestioni, proponendo accostamenti indebiti di fatti diversi ma somiglianti rispetto a quelli accaduti e, in una espressione, una immagine consapevolmente ma ingiustificatamente e gratuitamente distorta del soggetto-bersaglio.

 ACHIAMA AFFIDATI

3 DOMANDA cosa e’ il limite della continenza nella diffamazione?

Ik limite della continenza, che va intesa in primo luogo in senso formale, come assenza di espressioni pretestuosamente denigratorie e sovrabbondanti rispetto al fine della cronaca del fatto e della sua critica. Secondo la giurisprudenza di legittimità, in parte citata anche nella sentenza impugnata, pur potendo ogni provvedimento giudiziario essere oggetto di critica anche aspra, in ragione dell’opinabilità degli argomenti che lo sostengono, questa non deve tuttavia trasmodare – come per contro avvenuto nel caso di specie – in un attacco alla stima di cui gode il soggetto criticato, che ha diritto alla tutela della propria reputazione e alla intangibilità della propria sfera di onorabilità, tanto più rilevante in ragione del ruolo svolto (Sez. 5, n. 5638 del 16/01/2015, Sarzanini, Rv. 263467; Sez. 5, n. 2066 del 11/11/2008 – dep. 2009, Fasolino, Rv. 242348).

  1. In secondo luogo la continenza va intesa anche in senso sostanziale, come stretto collegamento tra l’offesa e il fatto dal quale la critica ha tratto spunto, dovendo la prima – l’offesa – rimanere contenuta nell’ambito della tematica attinente al fatto alla base di essa (Sez. 5, n. 3047 del 13/12/2010 – dep. 2011, Belotti, Rv. 249708, pure citata nella sentenza impugnata).

4 domanda :diffamazione di un avvocato verso magistrato posizione cedu?

, che, in caso di diffamazione da parte di un avvocato ai danni di un magistrato, la Corte EDU ha fissato in diverse decisioni (v. Peruzzi c. Italia 30/06/2015 e le pronunce ivi richiamate) principi specifici applicabili alle professioni legali tenendo conto del peculiare status degli avvocati che li pone in una situazione centrale nell’amministrazione della giustizia, al buon funzionamento della quale essi devono contribuire e, in particolare, alla fiducia del pubblico nella stessa. Con la conseguenza che gli avvocati, secondo la Corte di Strasburgo, hanno – certo – il diritto di pronunciarsi pubblicamente sul funzionamento della giustizia, ma la loro critica, che deve avere una solida base fattuale e presentare un legame sufficientemente stretto con i fatti della causa (palese il richiamo alla continenza in senso sostanziale di cui sopra), non può oltrepassare alcuni limiti volti a tutelare il potere giudiziario da attacchi gratuiti e infondati, motivati dalla strategia di portare il dibattito giudiziario su un piano strettamente mediatico o di entrare in polemica con i magistrati che si occupano del caso.

5 DOMANDA IL GIORNALISTA E’ ESENTE DALLA DIFFAMAZIONE E QUANDO?

non è scriminata dall’esercizio del diritto di cronaca, in quanto al giornalista stesso incombe pur sempre il dovere di controllare veridicità delle circostanze e continenza delle espressioni riferite (Sez. U, n. 37140 del 30/05/2001 – dep. 16/10/2001, Galiero, Rv. 21965101). Sempre secondo tale orientamento, la predetta condotta è da ritenere penalmente lecita quando il fatto in sé dell’intervista, in relazione alla qualità dei soggetti coinvolti, alla materia in discussione e al più generale contesto in cui le dichiarazioni sono rese, presenti profili di interesse pubblico all’informazione tali da prevalere sulla posizione soggettiva del singolo e da giustificare l’esercizio del diritto di cronaca.

Sulla scia di tale arresto, sempre con riferimento ad un articolo avente la forma dell’intervista, è stato del pari ritenuto che l’esimente del diritto di cronaca può essere riconosciuta all’intervistatore non solo quando vi è l’interesse pubblico a rendere noto il pensiero dell’intervistato in relazione alla sua notorietà, ma anche quando sia il soggetto offeso dall’intervista a godere di ampia notorietà nel contesto ambientale in cui viene diffusa la notizia (Sez. 5, n. 28502 del 11/04/2013 – dep. 02/07/2013, Fregni e altri, Rv. 25693501).

6)DOMANDA : GIORNALISTA PUO’ COMMETTERE DIFFAMAZIONE?

sussiste la responsabilità penale del giornalista che non manifesti distacco dalle affermazioni dell’intervistato che risultino prive di verosimiglianza e tali da indurre discredito sulla persona offesa (Sez. 5, n. 42755 del 17/05/2016 – dep. 10/10/2016, Castaldo e altro, Rv. 26795701).

7) CON FACEBOOK POSSO REALIZZARE IL REATO DI DIFFAMAZIONE?

CERTAMENTE SI A siffatte conclusioni la Corte perviene richiamando, innanzitutto, la lezione di legittimità secondo cui i reati di ingiurie e diffamazione possono essere commessi a mezzo di internet, (cfr. a partire dalla fondamentale ed esaustiva Cass., Sez. 5, 17 novembre 2000, n. 4741 e poi 4 aprile 2008 n. 16262, 16 luglio 2010 n. 35511 e, da ultimo, 28 ottobre 2011 n. 44126) e che tale ipotesi integran l’ipotesi aggravata di cui al terzo comma della norma incriminatrice (cfr. altresì sul punto, Cass., Sez. 5, n. 44980 del 16/10/2012, Rv. 254044).

E’ pur vero che la fattispecie dedotta si appalesa sotto più profili diversa da quelle delibate dalla Corte con i citati arresti, giacchè diverso l’utilizzo di internet, di cui si è occupato il giudice di legittimità, da quello relativo ad una bacheca facebook, ma v’è tra esse, e non solo perché in entrambi i casi v’è l’applicazione di risorse informatiche, un decisivo fondamento comune.

Ed infatti, il reato tipizzato al terzo comma dell’art. 595 c.p.p. quale ipotesi aggravata del delitto di diffamazione trova il suo fondamento nella potenzialità, nella idoneità e nella capacità del mezzo utilizzato per la consumazione del reato a coinvolgere e raggiungere una pluralità di persone, ancorchè non individuate nello specifico ed apprezzabili soltanto in via potenziale, con ciò cagionando un maggiore e più diffuso danno alla persona offesa. D’altra parte lo strumento principe della fattispecie criminosa in esame è quello della stampa, al quale il codificatore ha giustapposto “qualsiasi altro mezzo di pubblicità”, giacchè anche in questo caso, per definizione, si determina una diffusione dell’offesa ed in tale tipologia, quella appunto del mezzo di pubblicità, ha fatto rientrare la lezione ermeneutica della corte, ad esempio, un pubblico comizio (Sez. 5, n. 9384 del 28/05/1998, Forzano, Rv. 211471) ovvero (Sez. 5, 6/4/11, n. 29221, rv. 250459) l’utilizzo, al fine di inviare un messaggio, della posta elettronica secondo le modalità del “farward” e cioè verso una pluralità di destinatari. Detti arresti risultano infatti argomentati con il rilievo che, sia un comizio che la posta elettronica, vanno considerati mezzi di pubblicità, giacchè idonei a provocare una ampia e indiscriminata diffusione della notizia
tra un numero indeterminato di persone.

DIRITTO PENALE BOLOGNA

DIRITTO PENALE BOLOGNA

 

 

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE V PENALE

Sentenza 7 luglio – 21 dicembre 2015, n. 50099

(Presidente Lapalorcia – Relatore De Marzo)

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza del 26/06/2014 il Tribunale di Torino ha confermato la decisione di primo grado, che aveva condannato alla pena di giustizia e al risarcimento del danno T.P. , avendolo ritenuto responsabile del reato di cui all’art. 595, comma primo e secondo, cod. pen., per avere, in una lettera indirizzata a più persone, offeso la reputazione di G.D., funzionario della Direzione Turismo della Regione Piemonte, attribuendogli una prospettazione di fatti ingannevoli con finalità di raggiro, al fine di far desistere il primo dalla richiesta di rettifica di una domanda amministrativa e dalla presentazione di un ricorso al TAR.

2. L’imputato ha personalmente proposto ricorso per cassazione, affidato ai seguenti motivi.

2.1. Con il primo motivo si lamentano mancata assunzione di una prova decisiva richiesta in fase dibattimentale e inosservanza dell’art. 51 cod. pen., sostenendo: a) che nel memoriale difensivo depositato presso la cancelleria del giudice di pace il 29/03/2012 aveva richiesto mezzi istruttori finalizzati a chiarire “il fondamento giuridico – normativo del rigido formalismo” che aveva indotto la persona offesa a ritenere insuperabile l’errore materiale nel quale il T. era incorso, omettendo di spuntare, nel modulo della domanda di finanziamento, la casella relativa al contributo principale che pure era sua intenzione richiedere; b) che in conseguenza era inadeguata la metodologia dell’istruttoria delegata alla Guardia di Finanza; c) che, in definitiva, sin dall’ordinanza con la quale il G.i.p. aveva ordinato al P.M. la formulazione dell’imputazione, non si era approfondito il fondamento delle ragioni giuridiche a sostegno delle richieste del T., il quale, non trovando interlocutori istituzionali disposti ad affrontare tali questioni, era stato esasperato al punto da scrivere le frasi contestate; d) che l’accertamento dell’arbitrio del G., nel dare direttive di esasperato formalismo, avrebbe fatto emergere una situazione di conflitto di interessi; e) che le conclusioni del T., quanto all’affermazione di essere stato vittima di un arbitrio, si fondavano sugli artt. 1431, 1175, 1176, 1362 cod. civ., nonché sull’art. 6, punto 3 della legge regionale n. 18 del 1999, sul punto 2.3. del programma annuale di interventi 2003 e, in generale, sulla I. n. 241 del 1990; f) che, alla stregua di tali indicazioni, emergeva il carattere errato ed ingannevole dell’accostamento proposto dal G. tra l’errore compiuto dal ricorrente e altri errori, ritenuti non emendabili, quali la mancata sottoscrizione della domanda.

2.2. Con il secondo motivo si lamentano vizi motivazionali e violazione di legge, rilevando che la Corte territoriale era tenuta ad esaminare, sia pure in via incidentale, la questione della legittimità del rigido formalismo applicato all’istruttoria della domanda presentata, dal momento che la soluzione negativa avrebbe reso palese che la lettera era stata scritta non per il gusto di diffamare il G., ma, nell’esercizio del diritto di critica, per la necessità di trovare un interlocutore istituzionale, al fine di raggiungere una soluzione extra – giudiziale, come del resto ben si intendeva leggendo la missiva nella sua interezza.

2.3. Con il terzo motivo si lamenta violazione degli art. 42 e 51 cod. pen., richiamando le difese svolte in appello, quanto all’assenza dell’elemento oggettivo e soggettivo del reato, l’innocuità della frase riportata nel capo di imputazione, peraltro del tutto incomprensibile, e, in generale, l’inoffensività della condotta.

2.4. Con il quarto motivo si lamenta violazione dell’art. 598, 595, commi primo e secondo cod. pen., nonché dell’art. 9, punto 1 della l. reg. n. 19 del 1999, rilevando che la missiva doveva intendersi come espressione del diritto di difesa, in quanto indirizzata a soggetti svolgenti funzioni pubblicistiche di controllo e vigilanza.

2.5. Con il quinto motivo, si lamenta violazione dell’art. 599 cod. pen., criticando la sentenza impugnata, per non avere considerato che la lettera recava la data del 27/12/2007 ed era stata scritta in uno stato d’ira determinato dal fatto che sette giorni prima il TAR aveva declinato la giurisdizione sul ricorso presentato dal T. contro la Regione Piemonte.

 

2.6. Con il sesto motivo, si lamentano vizi motivazionali, con riferimento alla liquidazione delle spese della parte civile, in assenza di specificazione delle voci concorrenti nella formazione dell’importo determinato e dei criteri di liquidazione seguiti.

Considerato in diritto

1. Il secondo motivo, da esaminare preliminarmente per ragioni di ordine logico, è fondato.

 

È certamente esatto che, in tema di diffamazione, il limite della continenza nel diritto di critica è superato in presenza di espressioni che, in quanto gravemente infamanti e inutilmente umilianti, trasmodino in una mera aggressione verbale del soggetto criticato. Pertanto, il contesto nel quale la condotta si colloca può essere valutato ai limitati fini del giudizio di stretta riferibilità delle espressioni potenzialmente diffamatorie al comportamento del soggetto passivo oggetto di critica, ma non può in alcun modo scriminare l’uso di espressioni che si risolvano nella denigrazione della persona di quest’ultimo in quanto tale (Sez. 5, n. 15060 del 23/02/2011, Dessi, Rv. 250174, che ha ritenuto immune da censure la decisione con cui il giudice di merito ha escluso la scriminante del diritto di critica nei confronti degli imputati, che avevano affisso nelle bacheche aziendali e diffuso con volantini un comunicato in cui, contestando la posizione dissenziente di un iscritto alla C.G.I.L., lo si definiva notoriamente imbecille).

Così come va ribadito che presupposto imprescindibile per l’applicazione dell’esimente dell’esercizio del diritto di critica è la verità del fatto storico posto a fondamento della elaborazione critica (Sez. 5, n. 7715 del 04/11/2014 – dep. 19/02/2015, Caldarola, Rv. 264064).

 

Cionondimeno, le affermazioni del ricorrente, il quale, lamentando che una sua domanda di contributo regionale fosse stata accolta solo parzialmente per un mero errore materiale nell’indicazione del finanziamento richiesto, si doleva, sia pure in termini aspri, di essere stato indotto a non insistere nella tutela della proprie ragioni dal comportamento ingannevole serbato dalla persona offesa, senza trasmodare in un gratuito attacco alla persona del destinatario, in quanto tale, rappresentano null’altro che una elaborazione critica della vicenda, certo non limpida, in ragione della specifica condizione dell’imputato, ma non avulsa, quantomeno sul piano soggettivo, dal contesto procedimentale in cui si inserisce. Del resto, proprio le espressioni altrove più esitanti dell’imputato, rilevate nella missiva della quale si discute dallo stesso Tribunale, danno conto del fatto che il T. , lungi dall’attribuire uno specifico interesse fraudolento alla persona offesa, intendeva soltanto rappresentare, si ripete in termini scortesi, ma nel quadro di un contesto di contrapposizione di interessi, di avere trovato un interlocutore solo attento ai profili formalistici della vicenda e non a quelli sostanziali.

 

In questi termini, va apprezzato il precedente di questa Corte, secondo cui sussiste l’esimente di cui all’art. 51 cod. pen. nel caso in cui un correntista indirizzi una missiva alle autorità sovraordinate delle banche e allo stesso operatore di riferimento attribuendogli, sia pure indirettamente, “meschini comportamenti”, qualora essa si sostanzi in una rimostranza rispetto ad una situazione ritenuta ingiustamente lesiva dei propri diritti (mancata chiusura del conto corrente), trattandosi di contesto “conflittuale” tra istituto di credito e correntista in cui la missiva di quest’ultimo ha per obiettivo la descrizione della propria versione dei fatti intesa a sollecitare l’intervento delle autorità competenti, mentre le espressioni utilizzate, pur aspre e polemiche, non trasmodano in aggressioni gratuite, essendo preordinate al ripristino di comportamenti corretti (Sez. 5, n. 23579 del 17/02/2014, Marciano, Rv. 260213).

2. L’accoglimento del secondo motivo comporta l’assorbimento delle restanti censure e il conseguente annullamento senza rinvio della sentenza impugnata perché il fatto non costituisce reato.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata senza rinvio perché il fatto non costituisce reato.

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