MEDICO COLPA MALASANITA’ FARMACO SBAGLIATO MORTE PAZIENTE –CUMADIN TROPPE MORTI PER FAMACI SBAGLIATI PRESCRITTI

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MEDICO COLPA MALASANITA’ FARMACO SBAGLIATO MORTE PAZIENTE –CUMADIN

 

Danno tanatologico, danno da morte del congiunto, danno da morte iure hereditatis, danno da morte immediata, danno da morte tabelle milano 2014, danno da morte iure proprio

Danno tanatologico, danno da morte del congiunto, danno da morte iure hereditatis, danno da morte immediata, danno da morte tabelle milano 2014, danno da morte iure proprio

 

AVVOCATO A BOLOGNA-AVVOCATO BOLOGNA-STUDIO LEGALE BOLOGNA- AVVOCATO SERGIO ARMAROLI 051 6447838

AVVOCATO A BOLOGNA-AVVOCATO BOLOGNA-STUDIO LEGALE BOLOGNA- AVVOCATO SERGIO ARMAROLI 051 6447838

 

TROPPE MORTI PER FAMACI SBAGLIATI PRESCRITTI

Viene riconosciuta al coordinatore la posizione di garanzia, classificata dalla dottrina giuridica come di concezione mista “sostanziale-formale”, che trova le sue fonti nella Costituzione e nella normativa di settore.

Danno tanatologico, danno da morte del congiunto, danno da morte iure hereditatis, danno da morte immediata, danno da morte tabelle milano 2014, danno da morte iure proprio

Danno tanatologico, danno da morte del congiunto, danno da morte iure hereditatis, danno da morte immediata, danno da morte tabelle milano 2014, danno da morte iure proprio

Non è una novità assoluta: è dalla fine degli anni novanta dello scorso secolo che l’elaborazione della posizione di garanzia viene sempre maggiormente riconosciuta alle professioni sanitarie. L’elemento di novità di questa sentenza risiede nel riconoscimento all’infermiere coordinatore, tenuto conto, come abbiamo visto, della “qualifica professionale di vertice rivestita” da cui conseguono “precisi doveri sinergici di organizzazione, di gestione, di sovraintendimento e di segnalazione”.

 

ACHIAMA PENAPEN9 

Il Decreto Balduzzi

Art. 3

Responsabilità professionale dell’esercente le professioni sanitarie

1. L’esercente la professione sanitaria che nello svolgimento della propria attività si attiene a linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica non risponde penalmente per colpa lieve. In tali casi resta comunque fermo l’obbligo di cui all’articolo 2043 del codice civile. Il giudice, anche nella determinazione del risarcimento del danno, tiene debitamente conto della condotta di cui al primo periodo.

Il Decreto Balduzzi afferma che non si risponde più penalmente laddove vi sia colpa lieve e si dimostri di essersi attenuti alle linee guida e alle buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica, ma si risponde solamente per una colpa significativa e se non si sono seguiti i protocolli.

Rileva il ricorrente che la sentenza impugnata ha riconosciuto la sua responsabilità sul- la base di un fatto commissivo e non di un fatto omissivo; ciò in quanto la morte del C. sarebbe stata determinata da un sovradosaggio del farmaco Coumadin. Tale ricostru- zione, però, non consentirebbe di comprendere i motivi sui quali la Corte d’appello fon- da la propria decisione. In particolare, la sentenza non avrebbe riconosciuto alcun va- lore probatorio al diario clinico prodotto dal dott. M. a supporto della propria attività; non avrebbe considerato che il paziente non si era sottoposto a tutti i controlli che gli erano stati consigliati; non avrebbe valutato il fatto che il medico, dopo aver avuto noti- zia che il valore ematico dell’INR era elevato, aveva disposto il dimezzamento della dose giornaliera del farmaco; né avrebbe considerato il fatto che il dott. M. aveva di- sposto, in data 5 luglio 2000, il ricovero del C. presso il centro di coagulazione dell’o- spedale (OMISSIS).

La sentenza, inoltre, avrebbe fatto un’applicazione assurda del principio dell’onere del- la prova, finendo per condannare il medico “per non essere riuscito a provare che le circostanze poste dagli eredi del C. a fondamento della loro domanda fossero del tutto infondate e non provate”.

1.2. Il motivo non è fondato.
Occorre innanzitutto rilevare che esso si compone di due censure, una di violazione di legge e l’altra di vizio di motivazione. La prima censura, però, è in realtà sviluppata solo attraverso la seconda, perché la violazione delle regole in tema di onere della prova nella responsabilità contrattuale dovrebbe emergere – secondo il ragionamento del ri- corrente – dalla diversa valutazione da attribuire a tutta una serie di circostanze di fatto. Dalla lettura della sentenza impugnata emerge che il giudice d’appello ha dato per pa- cifico che il decesso del paziente si fosse verificato per sovradosaggio del farmaco an- ticoagulante (colpa commissiva) ed ha individuato il punto decisivo nel dilemma relativo all’onere della prova, osservando che si trattava di stabilire se il sovradosaggio fosse

ascrivibile a colpa del medico o se questi, viceversa, avesse dimostrato che non era a lui imputabile. E poiché, anche dall’esame della c.t.u., permanevano dubbi sull’effettivo svolgimento dei fatti, essendo opposte ed inconciliabili le versioni fornite dalle parti, la Corte milanese ha fatto applicazione pura e semplice delle regole sull’onere della pro- va.

Tale scelta si presenta giuridicamente corretta alla luce della giurisprudenza di questa Corte (v., di recente, la sentenza 9 ottobre 2012, n. 17143); il che comporta l’infonda- tezza della censura di violazione di legge ed impone di verificare solo se sussistano i vizi di motivazione lamentati dal ricorrente.

È appena il caso di ricordare che, per pacifica giurisprudenza di questa Corte, il ricorso per cassazione conferisce al giudice di legittimità non il potere di riesaminare il merito dell’intera vicenda processuale, ma solo la facoltà di controllo, sotto il profilo della cor- rettezza giuridica e della coerenza logico-formale, delle argomentazioni svolte dal giu- dice di merito, al quale spetta, in via esclusiva, il compito di individuare le fonti del pro- prio convincimento, di controllarne l’attendibilità e la concludenza e di scegliere, tra le complessive risultanze del processo, quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad essi sottesi, dando così liberamente prevalenza all’uno o all’altro dei mezzi di prova acquisiti, salvo i casi tassativamente previsti dalla legge (sentenza 16 dicembre 2011, n. 27197). Ne consegue che il vizio di omessa o insufficiente moti- vazione deducibile in sede di legittimità sussiste solo se nel ragionamento del giudice di merito, quale risulta dalla sentenza, sia riscontrabile il mancato o deficiente esame di punti decisivi della controversia e non può invece consistere in un apprezzamento dei fatti e delle prove in senso difforme da quello preteso dalla parte, perché la citata nor- ma non conferisce alla Corte di legittimità il potere di riesaminare e valutare il merito della causa (sentenze 23 dicembre 2009, n. 27162, 18 marzo 2011, n. 6288, e 7 feb- braio 2013, n. 2947).

Nel caso di specie la Corte d’appello, con una valutazione delle prove che, per quanto si è detto, non è sindacabile in questa sede, in quanto sorretta da adeguata motivazio- ne, ha ritenuto che il dott. M. non avesse fornito una prova adeguata a dimostrare di aver adempiuto con diligenza la propria prestazione professionale; ed è pervenuta a simile conclusione valutando alcuni degli elementi sottolineati nel ricorso (come il con- tenuto delle testimonianze assunte) e ponendo in evidenza, per gli altri, l’impossibilità di pervenire ad una lettura univoca.

Ciò comporta, in definitiva, che le regole sull’onere della prova sono state applicate correttamente, che nel ragionamento della Corte d’appello non ci sono omissioni e che non sussiste, quindi, alcun vizio di motivazione, perché tutti i fatti a disposizione sono stati valutati.

2. Con il secondo motivo di ricorso si lamenta, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su di un fatto controverso e decisivo per il giudizio, in relazione al concorso di colpa a carico del paziente poi dece- duto.

Osserva il ricorrente che la motivazione posta dalla Corte d’appello per respingere la possibilità di riconoscere un concorso di colpa a carico del paziente sarebbe al limite dell’inesistenza; in particolare, la sentenza avrebbe omesso di considerare che il C., dopo aver controllato l’INR in data 7 giugno 2000, effettuò un secondo controllo solo in data 19 giugno 2000, nonostante il dott. M. avesse prescritto il controllo dopo quattro giorni.

2.1. Il motivo è fondato.
La sentenza impugnata, infatti, contiene un evidente salto logico in ordine al problema del concorso di colpa. Fermo restando che la Corte d’appello – come si è visto – è per- venuta alla condanna del professionista seguendo un iter logico giuridico diverso da quello del Tribunale, essa avrebbe comunque dovuto affrontare anche il profilo della responsabilità concorrente del defunto paziente. La sentenza di primo grado, secondo quanto risulta dalla stessa pronuncia d’appello, aveva accertato che il C. era da ritene- re corresponsabile nell’evento letale, avendo effettuato i prescritti controlli ematici ad intervalli temporali ben più ampi rispetto a quelli consigliati dal tipo di terapia in corso di svolgimento, ossia in data 19 e 28 giugno. A fronte di una pronuncia di primo grado che aveva indicato le ragioni per le quali il paziente era stato ritenuto responsabile, nel- la misura di un terzo, ai sensi dell’art. 1227 cod. civ., la sentenza oggi in esame è, in sostanza, priva di motivazione sul punto, limitandosi ad osservare che non vi era pos- sibilità di diminuire la responsabilità del dott. M. a causa della “assoluta prevalenza ed autonomia causale” del suo comportamento. Il che è, all’evidenza, una motivazione tautologica del tutto insufficiente, per non dire assente, perché il riconoscimento della sussistenza della responsabilità professionale del medico non implica, per ciò solo, l’automatica esclusione di un’eventuale responsabilità del paziente, rilevante ai sensi del citato art. 1227.
Alla Corte d’appello di Milano, in diversa composizione personale, spetterà dunque il compito di riesaminare il profilo del concorso di responsabilità, fornendo adeguata moti- vazione sul punto.
3. Con il terzo motivo di ricorso si lamenta, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su di un fatto controverso e de- cisivo per il giudizio, in relazione alla sussistenza dei presupposti di cui all’art. 2236 cod. civ. in materia di responsabilità professionale.
Si osserva, in proposito, che la sentenza impugnata avrebbe omesso di indicare le ra- gioni per le quali ha applicato al caso in esame la norma dell’art. 1176 cod. civ. anziché quella del citato art. 2236.
3.1. Il motivo non è fondato.
A prescindere dal fatto che la censura proposta avrebbe dovuto essere prospettata come violazione di legge, in termini di omessa pronuncia ai sensi dell’art. 112 cod. proc. civ., assume decisiva rilevanza il fatto che la sentenza impugnata, nel risolvere la causa facendo applicazione rigorosa ed esclusiva delle regole in tema di onere della prova, ha deciso in modo implicito anche la questione relativa all’applicabilità dell’art. 2236 cod. civ., non potendosi affrontare un caso di responsabilità professionale che ri- chiede il dolo o la colpa grave con una applicazione delle regole generali sull’onere del- la prova. E, d’altra parte, la decisione implicita di rigetto implica l’impossibilità di confi- gurare il vizio di omessa pronuncia (sentenza 4 ottobre 2011, n. 20311, in linea con un consolidato orientamento).
4. Con il motivo di ricorso incidentale condizionato gli eredi C. lamentano violazione dell’art. 112 cod. proc. civ. per omesso esame di una documentazione medico-legale allegata all’atto di citazione. In particolare, la Corte di merito non avrebbe valutato, a sostegno della responsabilità del dott. M., anche il fatto che egli, dopo aver constatato l’accresciuto valore dell’INR, non era immediatamente intervenuto somministrando la vitamina K, che avrebbe probabilmente evitato la successiva emorragia mortale.

 

 

CASSAZIONE CIVILE – Sezione III – sentenza n. 11637 del 26 maggio 2014

omissis

Svolgimento del processo

1. Gli eredi del defunto C.A. convenivano in giudizio, davanti al Tribunale di Milano, il dott. M.G., chiedendo che fosse condannato al risarcimento dei danni loro derivati dalla morte del congiunto causata, secondo l’assunto degli attori, dalla somministrazione in dosi eccessive di un farmaco anticoagulante (Coumadin) che aveva determinato l’in- sorgere di un’emorragia interna rivelatasi poi fatale.

Si costituiva in giudizio il professionista, sostenendo, fra l’altro, che il C. doveva aver assunto dosi del farmaco diverse da quelle da lui prescritte, con conseguente inesi- stenza di ogni responsabilità medica.
Il Tribunale, svolta istruttoria per testi ed espletata una c.t.u., riconosceva la responsa- bilità professionale del dott. M. nella misura di due terzi e, ponendo il residuo terzo a carico del C., condannava il medico al pagamento in favore della vedova D.G. della somma di Euro 140.000, nonché della somma di Euro 100.000 a favore di ciascuno dei figli ( C.R. e M.), con interessi, rivalutazione e con il carico delle spese.

2. La sentenza veniva appellata dal dott. M. in via principale e dagli eredi del C. in via incidentale.
La Corte d’appello di Milano, con pronuncia del 29 giugno 2009, respingeva l’appello principale, accoglieva quello incidentale e condannava il dott. M. al pagamento delle maggiori somme di Euro 200.000 a favore della D. e di Euro 150.000 a favore di cia- scuno dei figli, con l’ulteriore carico delle spese del grado.

Osservava la Corte territoriale che il dott. M. aveva fondatamente lamentato il fatto che il Tribunale avesse pronunciato la sentenza di condanna sulla base di una causa pe- tendi diversa da quella originaria; mentre gli attori avevano individuato in citazione la colpa professionale nel-l’erronea prescrizione del Coumadin, il Tribunale era pervenuto alla condanna sulla base del fatto – completamente diverso – che il medico non aveva fornito adeguate informazioni al paziente su come seguire le sue prescrizioni ed aveva poi omesso di seguire il C. con l’attenzione e la precisione che la delicatezza del caso richiedeva.

Tuttavia, nonostante la fondatezza di tale doglianza, la condanna del dott. M. doveva essere confermata, per di più per una somma maggiore, in integrale accoglimento del- la domanda originariamente proposta.
Secondo la Corte di merito, il Tribunale, facendo corretta applicazione dei principi in tema di onere della prova, avrebbe dovuto trarre “le inevitabili conseguenze del man- cato assolvimento dell’onere probatorio incombente sul professionista”. Infatti, una vol- ta allegato l’inadempimento consistente nell’errata prescrizione del farmaco, era onere del convenuto “dimostrare di avere invece tenuto una prestazione corretta”, cosa che non era avvenuta. Doveva ritenersi pacifico che il C., dopo una precedente operazione, era stato dimesso con prescrizione di terapia anticoagulante; che era stato seguito dal suo medico, il dott. M., dal 1 giugno 2000 al 4 luglio 2000, e che la morte del paziente, avvenuta il 7 luglio 2000, era da ricondurre ad emorragia conseguente al sovradosag- gio del Coumadin. Richiamando, quindi, ampi stralci della relazione del c.t.u., la Corte milanese perveniva alla conclusione che non era possibile accertare con sicurezza se fosse credibile la tesi dei familiari del C. o quella – in larga misura opposta – fornita dal

medico. Ma proprio tale incertezza avrebbe dovuto condurre il Tribunale a fare appli- cazione delle regole generali in tema di onere della prova;
sicché era il dott. M. a dover dimostrare – trattandosi di responsabilità contrattuale – di aver correttamente adempiuto la propria prestazione. E tale prova era, nella specie, mancata, non avendo il professionista dimostrato la correttezza delle prescrizioni da lui consegnate al paziente o ai familiari dello stesso. Non vi era, poi, la possibilità di dimi- nuire la responsabilità del dott. M. per un’ipotetica colpa concorrente del C., “stante l’assoluta prevalenza ed autonomia causale del comportamento commissivo del dott. M. nella produzione dell’evento letale”.

3. Contro la sentenza della Corte d’appello di Milano propone ricorso principale il dott. M.G., con atto affidato a tre motivi.
Resistono con controricorso D.G. e C.R. C., con un unico atto contenente ricorso inci- dentale condizionato su un motivo.

Il dott. M. resiste con controricorso al ricorso incidentale.

Motivi della decisione

1. Con il primo motivo di ricorso si lamenta, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su di un fatto controverso e decisivo per il giudizio, in relazione alla condotta del dott. M. nel corso della terapia e, dunque, f, nell’adempimento dell’obbligazione professionale; nonché violazione di leg- ge, in relazione agli artt. 1218 e 2697 c.c..

Rileva il ricorrente che la sentenza impugnata ha riconosciuto la sua responsabilità sul- la base di un fatto commissivo e non di un fatto omissivo; ciò in quanto la morte del C. sarebbe stata determinata da un sovradosaggio del farmaco Coumadin. Tale ricostru- zione, però, non consentirebbe di comprendere i motivi sui quali la Corte d’appello fon- da la propria decisione. In particolare, la sentenza non avrebbe riconosciuto alcun va- lore probatorio al diario clinico prodotto dal dott. M. a supporto della propria attività; non avrebbe considerato che il paziente non si era sottoposto a tutti i controlli che gli erano stati consigliati; non avrebbe valutato il fatto che il medico, dopo aver avuto noti- zia che il valore ematico dell’INR era elevato, aveva disposto il dimezzamento della dose giornaliera del farmaco; né avrebbe considerato il fatto che il dott. M. aveva di- sposto, in data 5 luglio 2000, il ricovero del C. presso il centro di coagulazione dell’o- spedale (OMISSIS).

La sentenza, inoltre, avrebbe fatto un’applicazione assurda del principio dell’onere del- la prova, finendo per condannare il medico “per non essere riuscito a provare che le circostanze poste dagli eredi del C. a fondamento della loro domanda fossero del tutto infondate e non provate”.

1.2. Il motivo non è fondato.
Occorre innanzitutto rilevare che esso si compone di due censure, una di violazione di legge e l’altra di vizio di motivazione. La prima censura, però, è in realtà sviluppata solo attraverso la seconda, perché la violazione delle regole in tema di onere della prova nella responsabilità contrattuale dovrebbe emergere – secondo il ragionamento del ri- corrente – dalla diversa valutazione da attribuire a tutta una serie di circostanze di fatto. Dalla lettura della sentenza impugnata emerge che il giudice d’appello ha dato per pa- cifico che il decesso del paziente si fosse verificato per sovradosaggio del farmaco an- ticoagulante (colpa commissiva) ed ha individuato il punto decisivo nel dilemma relativo all’onere della prova, osservando che si trattava di stabilire se il sovradosaggio fosse

ascrivibile a colpa del medico o se questi, viceversa, avesse dimostrato che non era a lui imputabile. E poiché, anche dall’esame della c.t.u., permanevano dubbi sull’effettivo svolgimento dei fatti, essendo opposte ed inconciliabili le versioni fornite dalle parti, la Corte milanese ha fatto applicazione pura e semplice delle regole sull’onere della pro- va.

Tale scelta si presenta giuridicamente corretta alla luce della giurisprudenza di questa Corte (v., di recente, la sentenza 9 ottobre 2012, n. 17143); il che comporta l’infonda- tezza della censura di violazione di legge ed impone di verificare solo se sussistano i vizi di motivazione lamentati dal ricorrente.

È appena il caso di ricordare che, per pacifica giurisprudenza di questa Corte, il ricorso per cassazione conferisce al giudice di legittimità non il potere di riesaminare il merito dell’intera vicenda processuale, ma solo la facoltà di controllo, sotto il profilo della cor- rettezza giuridica e della coerenza logico-formale, delle argomentazioni svolte dal giu- dice di merito, al quale spetta, in via esclusiva, il compito di individuare le fonti del pro- prio convincimento, di controllarne l’attendibilità e la concludenza e di scegliere, tra le complessive risultanze del processo, quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad essi sottesi, dando così liberamente prevalenza all’uno o all’altro dei mezzi di prova acquisiti, salvo i casi tassativamente previsti dalla legge (sentenza 16 dicembre 2011, n. 27197). Ne consegue che il vizio di omessa o insufficiente moti- vazione deducibile in sede di legittimità sussiste solo se nel ragionamento del giudice di merito, quale risulta dalla sentenza, sia riscontrabile il mancato o deficiente esame di punti decisivi della controversia e non può invece consistere in un apprezzamento dei fatti e delle prove in senso difforme da quello preteso dalla parte, perché la citata nor- ma non conferisce alla Corte di legittimità il potere di riesaminare e valutare il merito della causa (sentenze 23 dicembre 2009, n. 27162, 18 marzo 2011, n. 6288, e 7 feb- braio 2013, n. 2947).

Nel caso di specie la Corte d’appello, con una valutazione delle prove che, per quanto si è detto, non è sindacabile in questa sede, in quanto sorretta da adeguata motivazio- ne, ha ritenuto che il dott. M. non avesse fornito una prova adeguata a dimostrare di aver adempiuto con diligenza la propria prestazione professionale; ed è pervenuta a simile conclusione valutando alcuni degli elementi sottolineati nel ricorso (come il con- tenuto delle testimonianze assunte) e ponendo in evidenza, per gli altri, l’impossibilità di pervenire ad una lettura univoca.

Ciò comporta, in definitiva, che le regole sull’onere della prova sono state applicate correttamente, che nel ragionamento della Corte d’appello non ci sono omissioni e che non sussiste, quindi, alcun vizio di motivazione, perché tutti i fatti a disposizione sono stati valutati.

2. Con il secondo motivo di ricorso si lamenta, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su di un fatto controverso e decisivo per il giudizio, in relazione al concorso di colpa a carico del paziente poi dece- duto.

Osserva il ricorrente che la motivazione posta dalla Corte d’appello per respingere la possibilità di riconoscere un concorso di colpa a carico del paziente sarebbe al limite dell’inesistenza; in particolare, la sentenza avrebbe omesso di considerare che il C., dopo aver controllato l’INR in data 7 giugno 2000, effettuò un secondo controllo solo in data 19 giugno 2000, nonostante il dott. M. avesse prescritto il controllo dopo quattro giorni.

2.1. Il motivo è fondato.
La sentenza impugnata, infatti, contiene un evidente salto logico in ordine al problema del concorso di colpa. Fermo restando che la Corte d’appello – come si è visto – è per- venuta alla condanna del professionista seguendo un iter logico giuridico diverso da quello del Tribunale, essa avrebbe comunque dovuto affrontare anche il profilo della responsabilità concorrente del defunto paziente. La sentenza di primo grado, secondo quanto risulta dalla stessa pronuncia d’appello, aveva accertato che il C. era da ritene- re corresponsabile nell’evento letale, avendo effettuato i prescritti controlli ematici ad intervalli temporali ben più ampi rispetto a quelli consigliati dal tipo di terapia in corso di svolgimento, ossia in data 19 e 28 giugno. A fronte di una pronuncia di primo grado che aveva indicato le ragioni per le quali il paziente era stato ritenuto responsabile, nel- la misura di un terzo, ai sensi dell’art. 1227 cod. civ., la sentenza oggi in esame è, in sostanza, priva di motivazione sul punto, limitandosi ad osservare che non vi era pos- sibilità di diminuire la responsabilità del dott. M. a causa della “assoluta prevalenza ed autonomia causale” del suo comportamento. Il che è, all’evidenza, una motivazione tautologica del tutto insufficiente, per non dire assente, perché il riconoscimento della sussistenza della responsabilità professionale del medico non implica, per ciò solo, l’automatica esclusione di un’eventuale responsabilità del paziente, rilevante ai sensi del citato art. 1227.
Alla Corte d’appello di Milano, in diversa composizione personale, spetterà dunque il compito di riesaminare il profilo del concorso di responsabilità, fornendo adeguata moti- vazione sul punto.
3. Con il terzo motivo di ricorso si lamenta, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su di un fatto controverso e de- cisivo per il giudizio, in relazione alla sussistenza dei presupposti di cui all’art. 2236 cod. civ. in materia di responsabilità professionale.
Si osserva, in proposito, che la sentenza impugnata avrebbe omesso di indicare le ra- gioni per le quali ha applicato al caso in esame la norma dell’art. 1176 cod. civ. anziché quella del citato art. 2236.
3.1. Il motivo non è fondato.
A prescindere dal fatto che la censura proposta avrebbe dovuto essere prospettata come violazione di legge, in termini di omessa pronuncia ai sensi dell’art. 112 cod. proc. civ., assume decisiva rilevanza il fatto che la sentenza impugnata, nel risolvere la causa facendo applicazione rigorosa ed esclusiva delle regole in tema di onere della prova, ha deciso in modo implicito anche la questione relativa all’applicabilità dell’art. 2236 cod. civ., non potendosi affrontare un caso di responsabilità professionale che ri- chiede il dolo o la colpa grave con una applicazione delle regole generali sull’onere del- la prova. E, d’altra parte, la decisione implicita di rigetto implica l’impossibilità di confi- gurare il vizio di omessa pronuncia (sentenza 4 ottobre 2011, n. 20311, in linea con un consolidato orientamento).
4. Con il motivo di ricorso incidentale condizionato gli eredi C. lamentano violazione dell’art. 112 cod. proc. civ. per omesso esame di una documentazione medico-legale allegata all’atto di citazione. In particolare, la Corte di merito non avrebbe valutato, a sostegno della responsabilità del dott. M., anche il fatto che egli, dopo aver constatato l’accresciuto valore dell’INR, non era immediatamente intervenuto somministrando la vitamina K, che avrebbe probabilmente evitato la successiva emorragia mortale.

4.1. L’esame del ricorso incidentale rimane assorbito dall’accoglimento del secondo motivo del ricorso principale, involgendo detta impugnazione questioni di fatto comun- que precluse a questa Corte.
5. In conclusione, sono rigettati il primo ed il terzo motivo del ricorso principale, mentre è accolto il secondo, con assorbimento del ricorso incidentale.

La sentenza impugnata è cassata nei limiti del motivo accolto ed il giudizio rinviato alla Corte d’appello di Milano, in diversa composizione personale, anche per la liquidazione delle spese del giudizio di cassazione.

P .Q.M.

La Corte, decidendo sui ricorsi riuniti, rigetta il primo ed il terzo motivo del ricorso prin- cipale, assorbito il ricorso incidentale, accoglie il secondo, cassa la sentenza impugna- ta nei limiti del motivo accolto e rinvia alla Corte d’appello di Milano, in diversa compo- sizione personale, anche per la liquidazione delle spese del giudizio di cassazione. Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Terza Sezione Civile, il 18 feb- braio 2014.

Depositato in Cancelleria il 26 maggio 2014

MALASANITA' RISARCIMENTO RESPONSABILITA' PENALE MEDICO-ART 589 CP-DANNO DA MALASANITA'- INTERVENTO CHIRURGICO SBAGLIATO

MALASANITA’ RISARCIMENTO RESPONSABILITA’ PENALE MEDICO-ART 589 CP-DANNO DA MALASANITA’- INTERVENTO CHIRURGICO SBAGLIATO

Suprema Corte di Cassazione sezione IV
sentenza 16 gennaio 2015, n. 2192REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE QUARTA PENALE
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. BRUSCO Carlo Giuseppe – Presidente
Dott. MASSAFRA Umberto – Consigliere
Dott. DOVERE Salvatore – Consigliere
Dott. MONTAGNI Andrea – Consigliere
Dott. DELL’UTRI Marco – rel. Consigliere
ha pronunciato la seguente:
SENTENZA
sul ricorso proposto da:
Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Milano; nei confronti di:
(OMISSIS) (deceduta) n. il (OMISSIS); inoltre;
(OMISSIS) n. il (OMISSIS);avverso la sentenza n. 4468/2013 pronunciata dalla Corte d’appello di Milano il 27/11/2013;visti gli atti, la sentenza e il ricorso;udita nell’udienza pubblica del 10/12/2014 la relazione fatta dal Cons. dott. Marco Dell’Utri;udito il Procuratore Generale, in persona del dott. F. Salzano, che ha concluso per il rigetto del ricorso di (OMISSIS) e per l’annullamento senza rinvio in relazione a (OMISSIS) per morte dell’imputata;udito, per l’imputato, l’avv.to (OMISSIS) del foro di (OMISSIS) che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.
RITENUTO IN FATTO1. Con sentenza resa in data 6/11/2012, il giudice dell’udienza preliminare presso il Tribunale di Busto Arsizio ha pronunciato l’assoluzione di (OMISSIS) e di (OMISSIS) dall’imputazione relativa al reato di omicidio colposo, dagli stessi asseritamente commesso, in violazione della disciplina relativa all’esercizio della professione infermieristica, ai danni di (OMISSIS), in (OMISSIS).Agli imputati era stata originariamente contestata la condotta colposa consistita nel cagionare il decesso del (OMISSIS), avvenuta a seguito della somministrazione allo stesso del farmaco Amplital, contenente amoxicillina, cui il (OMISSIS) era allergico.In particolare, al (OMISSIS), in qualita’ di infermiere professionale caposala in servizio presso il reparto di
urologia dell’ospedale di (OMISSIS), era stata originariamente contestata la condotta omissiva consistita, da un lato, nel mancato rilievo, per negligenza o imperizia, del contrasto tra la prescrizione medica dell’Amplital e l’allergia del paziente all’arnoxicillina e, dall’altro, nella mancata segnalazione di detto contrasto al personale medico.Viceversa, alla (OMISSIS), in qualita’ di infermiera professionale in servizio presso la sala operatoria dell’ospedale di (OMISSIS), era stato contestato di aver imprudentemente somministrato l’Amplital al (OMISSIS) nel corso della fase preoperatoria, con la conseguenza che, a seguito di detta assunzione, il paziente era deceduto nel giro di pochi secondi.Nel pronunciare la propria decisione, il giudice di primo grado ha ritenuto l’insussistenza del nesso di causalita’ tra il decesso del paziente e le condotte ascritte al (OMISSIS) (assolvendolo per insussistenza del fatto), escludendo altresi’ ogni profilo di colpa addebitabile alla (OMISSIS), ritenendo che il fatto alla stessa imputato non costituisse reato.Con sentenza in data 27/11/2013, su impugnazione del pubblico ministero, la Corte d’appello di Milano, in parziale riforma della sentenza di primo grado, riconosciuta la responsabilita’ del (OMISSIS) in relazione al reato allo stesso ascritto, lo ha condannato alla pena di sei mesi di reclusione, confermando nel resto la sentenza di primo grado.Con tale decisione, la Corte d’appello ha evidenziato la concreta sussistenza di una specifica posizione di garanzia in capo al (OMISSIS) in relazione all’incolumita’ del paziente, tenuto conto, in particolare, della qualifica professionale di vertice rivestita dall’imputato, onerato di precisi doveri sinergici di organizzazione,
di gestione, di sovraintendimento e di segnalazione.Al riguardo, la corte territoriale ha sottolineato l’avvenuta originaria acquisizione, da parte del (OMISSIS), della notizia riguardante l’allergia sofferta dal paziente (per aver partecipato alla relativa intervista, in occasione della preparazione dell’intervento chirurgico), evidenziando la trascuratezza dello stesso nell’omettere di procedere alle dovute segnalazioni ai fini della correzione degli errori contenuti nella documentazione clinica riguardante il (OMISSIS) (nella quale era stata erroneamente riportata la prescrizione dell’Amplital a scopo terapeutico), e nell’omettere altresi’ di sottoporre a una nuova verifica, o a un piu’ accurato controllo, detta documentazione clinica, cosi’ incorrendo nella condotta antidoverosa contestatagli, in violazione degli obblighi allo stesso imposti dalle regole dell’arte infermieristica.Nessun evento successivo, peraltro, avrebbe potuto incidere (secondo la valutazione espressa dalla corte territoriale) sulla persistenza del nesso causale tra le omissioni addebitate all’imputato e il decesso del paziente, atteso il carattere non straordinario, ne’ eccezionale, dell’avvenuto differimento della data di esecuzione dell’operazione chirurgica, e tenuto conto dell’inapplicabilita’, al caso di specie, del principio di affidamento (in relazione all’intervenuta successiva sottoposizione del paziente ad altra e ulteriore visita medica), avuto riguardo all’ininterrotta continuita’ delle negligenze nell’occasione riferibili alla condotta dell’imputato.

 

2. Avverso l’assoluzione della (OMISSIS), con atto in data 5/2/2014, ha proposto ricorso per cassazione il procuratore generale presso la corte d’appello di Milano, censurando la pronuncia della corte territoriale per violazione di legge e vizio di motivazione, concludendo per l’annullamento della sentenza impugnata con rinvio ad altra sezione della corte d’appello di Milano per un nuovo giudizio. 3. A mezzo del proprio difensore, ha altresi’ proposto ricorso per cassazione il (OMISSIS), sulla base di tre motivi d’impugnazione. Con il primo motivo, il ricorrente censura la sentenza impugnata per vizio di motivazione, per avere la corte territoriale trascurato il determinante rilievo di taluni elementi di fatto essenziali ai fini della decisione, con particolare riguardo all’omessa valutazione delle circostanze costituite dalla mancata disponibilita’ della cartella clinica, da parte dell’imputato, nel giorno dell’intervento chirurgico programmato a carico del
(OMISSIS) e dall’assenza del (OMISSIS) dall’ospedale, nei due giorni precedenti l’intervento, siccome in turno di riposo, durante i quali il personale medico avrebbe dovuto provvedere alla verifica e ai necessari controlli sulla correttezza delle prescrizioni terapeutiche disposte nei confronti del paziente.Cio’ posto, il ricorrente osserva come la prescrizione dell’Amplital per la cura del paziente fosse stata disposta (in data (OMISSIS)) in assenza del (OMISSIS), con la conseguenza che il rilievo causale dell’originaria erronea prescrizione del farmaco Pipertex, da parte del dott. (OMISSIS) (all’effettiva presenza del (OMISSIS)), era stato superato dalla successiva modificazione intervenuta su iniziativa di altro medico (rimasto ignoto), con la conseguente piena legittimita’ dell’affidamento riposto dal (OMISSIS) sulla competenza del personale medico, dei cui eventuali profili di colpa l’infermiere (sia pure rivestito di funzioni apicali) non poteva ritenersi chiamato a rispondere; e tanto, tenuto conto dell’avvenuta somministrazione del farmaco letale all’interno della sala operatoria, dove esercitavano le proprie funzioni altri due caposala responsabili, nella specie neppure sottoposti a indagine.4. Con il secondo motivo, il ricorrente si duole della violazione di legge e del vizio di motivazione in cui sarebbe incorsa la corte territoriale per aver pronunciato la condanna del (OMISSIS) in violazione del principio di necessaria correlazione tra accusa e sentenza.In particolare, secondo la prospettazione del ricorrente, la corte d’appello avrebbe attestato la responsabilita’ penale dell’imputato per il decesso del (OMISSIS) in relazione a condotte colpose solo genericamente richiamate in termini omnicomprensivi, con asseriti caratteri di reiterazione, senza che detta reiterazione – cosi’ come i sommari profili di colpa generica valorizzati dalla corte territoriale – fossero in alcun modo menzionati nelle specifiche indicazioni contenute nel capo d’imputazione.
5. Con il terzo motivo, l’imputato censura la sentenza impugnata per violazione di legge e vizio di motivazione, per avere la corte territoriale omesso di rilevare l’inammissibilita’ dell’appello proposto dal procuratore generale presso la corte d’appello di Milano, avendo quest’ultimo palesemente violato il principio di necessaria specificita’ dei motivi d’impugnazione (ex articolo 581 c.p.p., comma 1, lettera a)), nella specie privi di alcuna indicazione circa i punti della decisione di primo grado specificamente soggetti a gravame.6. Con nota pervenuta presso questa corte in data 30/10/2014, il difensore della (OMISSIS) ha comunicato l’avvenuto decesso dell’imputata in data (OMISSIS), allegando la corrispondente certificazione rilasciata dal Comune di (OMISSIS).CONSIDERATO IN DIRITTO7. Osserva preliminarmente il collegio come l’avvenuta attestazione del decesso della (OMISSIS), a seguito della proposizione del ricorso per cassazione del pubblico ministero, imponga, ai sensi dell’articolo 129 c.p.p., comma 2 la pronuncia del rigetto del relativo ricorso.
Sul punto, e’ appena il caso di richiamare il consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimita’, ai sensi del quale la sopravvenienza, al ricorso per cassazione proposto dal pubblico ministero avverso sentenza di proscioglimento nel merito dell’imputato, di una causa di estinzione del reato con efficacia ex nunc (nella specie, per il decesso dell’imputata) non vale ad obliterare l’acquisizione al processo della piu’ favorevole formula di proscioglimento; e tanto, sia per la rilevanza sostanziale del riconoscimento dell’innocenza di una persona accusata, che non cessa per effetto della sua morte, residuando l’interesse dei congiunti e degli eredi alla tutela della memoria; quanto perche’, permanendo talune conseguenze non indifferenti nonostante l’estinzione del reato (la morte del reo non estingue infatti le obbligazioni civili derivanti dal reato e quelle concernenti le spese processuali ed, eventualmente, di mantenimento in carcere), non v’e’ ragione – in virtu’ del principio di eguaglianza e per considerazioni di economia processuale – che i congiunti e gli eredi del defunto ne debbano subire il peso solo per la casualita’ della sopravvenienza della morte del loro dante causa, rispetto alla miglior sorte dell’imputato vivente, che avrebbe viceversa il vantaggio di vedere
riconosciuta la propria innocenza (cfr. Sez. Un., Sentenza n. 6682 del 04/02/1992, Rv. 191227; Sez. 6, Sentenza n. 24152 del 14/05/2007, Rv. 236701).8. Dev’essere altresi’ disatteso il ricorso proposto da (OMISSIS).Preliminarmente, osserva il collegio come del tutto infondatamente il ricorrente abbia censurato la sentenza impugnata per avere la corte territoriale omesso di rilevare l’inammissibilita’ dell’appello proposto dal pubblico ministero, in ragione dell’asserita genericita’ dei motivi d’impugnazione illo tempore proposti, emergendo dalla lettura di tale atto (cui questo collegio ha accesso, in considerazione della propria qualita’ di giudice “del fatto” in relazione alla pretesa violazione di norme d’indole processuale: cfr. Sez. Un., Sentenza n. 42792 del 31/10/2001, Rv. 220092) come il procuratore ricorrente avesse analiticamente articolato la dimensione critica delle denunce avanzate nei confronti dell’imputato tanto del ragionamento probatorio condotto dal primo giudice, quanto della valutazione complessiva del comportamento dell’imputato, correttamente invocando una rinnovata e piu’ adeguata valutazione in sede di merito del fatto allo stesso ascritto, alla luce delle criticita’ prospettate.9. Del pari priva di fondamento deve ritenersi la doglianza avanzata dal (OMISSIS) con riguardo alla pretesa violazione, da parte della corte territoriale, del principio di necessaria correlazione tra accusa e sentenza.Con riguardo al tema relativo al principio di correlazione tra accusa e sentenza, converra’ rimarcare, in termini generali (e nel solco del consolidato insegnamento della giurisprudenza di legittimita’) come, nel verificare la mancata corrispondenza tra l’accusa contestata e il fatto ritenuto nella decisione del giudice, occorra riferirsi all’operativita’ di criteri non formali o meccanicistici, valendo al riguardo la decisivita’ del principio che impone (nel caso in cui sia accertato lo scostamento indicato) il riscontro dell’avvenuto rispetto
dei diritti della difesa, nel senso che l’imputato abbia avuto, in concreto, la possibilita’ di difendersi da ogni profilo dell’addebito; e tanto, a prescindere dalla differente configurazione formale, in termini commissivi od omissivi, della condotta contestata (cfr. Cass., Sez. 4, n. 41674/2004, Rv. 229893; Cass., Sez. 4, n. 7026/2002, Rv. 223747).Tale evenienza, in particolare, ricorre in tutti casi in cui dell’addebito si sia concretamente trattato nelle varie fasi del processo, ovvero in quelli nei quali sia stato lo stesso imputato a evidenziare il fatto diverso quale elemento a sua discolpa (v. Cass., Sez. 5, n. 23288/2010, Rv. 247761; Cass., Sez. 6, n. 20118/2010, Rv. 247330; Cass., Sez. 2, n. 11082/2000, Rv. 217222; Cass., Sez. 2, n. 5329/2000, Rv. 215903).In breve, il principio di correlazione tra fatto contestato e fatto ritenuto in sentenza, di cui all’articolo 521 c.p.p., finalizzato alla salvaguardia del diritto di difesa, non e’ violato qualora la sentenza puntualizzi l’imputazione enunciata formalmente nell’atto di esercizio dell’azione penale con le integrazioni risultanti dagli interrogatori e dagli altri atti in base ai quali e’ stato reso in concreto possibile all’imputato di avere piena consapevolezza del thema decidendum, cosi’ da potersi difendere in ordine a un determinato fatto, inteso come episodio della vita umana (v. Cass., Sez. 4, n. 41663/2005, Rv. 232423; Cass., Sez. 6, n. 9213/1996, Rv. 206208).

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