STALKING ART 612 BIS CP : sufficiente che gli atti persecutori abbiano un effetto destabilizzante della serenità dell’equilibrio psicologico della vittima

STALKING ART 612 BIS CP : sufficiente che gli atti persecutori abbiano un effetto destabilizzante della serenità dell’equilibrio psicologico della vittima

 si analizzerà’ l’effetto dello stalking e quali sintomi e quali conseguenze deve avere nella vittima affinché si parli di stalking, cioè affinché si rientri nel reato previsto dalla norma incriminatrice che è ‘art 612 bis
 
avvocato penalista Bologna, ricorsi cassazione penale, cortesia e preparazione penalista Bologna

avvocato penalista Bologna, ricorsi cassazione penale, cortesia e preparazione

 
  1. la sussistenza del grave e perdurante stato di turbamento emotivo prescinde dall’accertamento di uno stato patologico conclamato, essendo sufficiente che gli atti persecutori abbiano un effetto destabilizzante della serenità dell’equilibrio psicologico della vittima, per cui assumono rilevanza tanto le dichiarazioni della persona offesa, quanto le sue condotte, conseguenti e successive all’operato dell’agente.

 
  1. 2.   L’orientamento assolutamente costante della giurisprudenza è nel senso che l’effetto destabilizzante deve essere in qualche modo oggettivamente rilevabile (Cass. 14 aprile 2012, n. 14391).
 
@AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA@DIFFAMAZIONE @DIRITO DI CRITICA@DIFFAMAZIONE A MEZZO STAMPA SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE SEZIONE III PENALE Sentenza 7 gennaio 2009, n. 25 Svolgimento del processo Nel dicembre del 1996 A. G. convenne in giudizio innanzi al tribunale di Napoli la società editrice, il direttore e l’autrice di alcuni articoli giornalistici pubblicati nel periodico “La Voce della Campania” tra il marzo del 1995 e il novembre del 1996, affermandone il carattere diffamatorio e domandando che i convenuti fossero condannati a risarcirgli i danni patrimoniali e non patrimoniali procuratigli (quantificati in lire 200.000.000) ed al pagamento di una somma ulteriore ex art. 12 della legge n. 47 del 1948. I convenuti resistettero, tra l’altro negando il carattere diffamatorio degli articoli pubblicati. Con sentenza del 31.7.2000 il tribunale condannò i convenuti al pagamento solidale di lire 30.000.000 e della somma ulteriore di lire 3.000.000 ai sensi della legge da ultimo citata. La corte d’appello di Napoli ha rigettato l’appello dei soccombenti con sentenza n. 872/2003, avverso la quale l’editrice la Cinqueprint s.r.l. in liquidazione, A. C. e R. P. ricorrono per cassazione affidandosi a tre motivi, cui resiste con controricorso A. G.. Motivi della decisione 1.1. Col primo motivo è dedotta violazione dell’art. 2697 c.c., assumendosi che erroneamente la corte d’appello ha ritenuto che la prova dei danni patiti dal diffamato fosse stata raggiunta per avere quegli “indicato con precisione il contenuto, ritenuto diffamatorio”, degli articoli. I ricorrenti negano, in particolare, che potessero costituire validi e rassicuranti parametri di riferimento della valutazione equitativa del danno non patrimoniale le menomazioni conseguite sul piano psicologico e la significativa diffusione del giornale nel luogo di residenza del danneggiato. 1.2. Col secondo motivo è denunciata violazione dell’art. 21 Cost.. Si sostiene che gli articoli costituivano legittima espressione dell’esercizio del diritto di critica e di cronaca, sussistendo l’interesse pubblico alla conoscenza dei fatti narrati in relazione alla posizione del G., che in passato aveva diretto un importante periodico regionale e che ancora svolgeva attività di promozione di convegni pubblici, sicché la portata esimente dell’esercizio del diritto di critica doveva essere valutata con maggiore elasticità. Si assume, inoltre, che la sentenza impugnata aveva incomprensibilmente escluso che gli articoli dovessero considerarsi espressione di una trattazione in chiave satirica solo perché pubblicati su un giornale non umoristico e se ne critica l’apprezzamento della non continenza espressiva, essendo lecito l’uso di parole aspre e pungenti ove queste siano razionalmente correlate ai fatti riportati ed ai giudizi espressi e congrui in relazione al livello della contrapposizione polemica raggiunta. Col terzo motivo si prospetta la violazione dell’art. 1227 c.c. per avere la corte escluso, ai fini della determinazione del danno, che l’omessa richiesta di rettifica da parte del G. potesse assumere rilievo alcuno. I ricorrenti affermano che, avvalendosi della rettifica, il danneggiato avrebbe potuto quantomeno attenuare le conseguenze lesive dell’illecito e che la corte d’appello aveva erroneamente ritenuto che “l’esercizio del diritto di critica era chiaramente inutile se non dannoso”. 2. È logicamente preliminare l’esame del secondo motivo, che è fondato nei sensi di cui appresso. Questa corte ha recentemente affermato che, in tema di azione di risarcimento dei danni da diffamazione col mezzo della stampa, quando la narrazione di determinati fatti sia esposta insieme alle opinioni dell’autore dello scritto, in modo da costituire nel contempo esercizio di cronaca e di critica, la valutazione della continenza non può essere condotta sulla base di criteri solo formali, dovendo invece lasciare spazio alla interpretazione soggettiva dei fatti esposti. Infatti, la critica mira non già ad informare, ma a fornire giudizi e valutazioni personali, e, se è vero che, come ogni diritto, anche quello in questione non può essere esercitato se non entro limiti oggettivi fissati dalla logica concettuale e dall’ordinamento positivo, da ciò non può inferirsi che la critica sia sempre vietata quando sia idonea ad offendere la reputazione individuale, richiedendosi, invece, un bilanciamento dell’interesse individuale alla reputazione con quello alla libera manifestazione del pensiero, costituzionalmente garantita. Siffatto bilanciamento è ravvisabile nella pertinenza della critica di cui si tratta all’interesse pubblico, cioè all’interesse dell’opinione pubblica alla conoscenza non del fatto oggetto di critica, che è presupposto dalla stessa, e, quindi, fuori di essa, ma di quella interpretazione del fatto (così Cass., n. 17172/07). L’apprezzamento dell’interesse dell’opinione pubblica alla conoscenza dei fatti pubblicati nell’esercizio della libertà di stampa costituisce dunque il presupposto di ogni ulteriore valutazione del giudice adito per il risarcimento dei danni da parte di chi si affermi diffamato, giacché non è altrimenti possibile il bilanciamento cui s’è fatto cenno. E quell’apprezzamento necessariamente presuppone a sua volta l’analisi del contenuto degli articoli che si assumono diffamatori, non potendo altrimenti ravvisarsi l’assenza di copertura costituzionale, di cui all’art. 21 Cost., in ordine all’attività del giornalista. Ebbene, la sentenza impugnata non ha riguardo al contenuto di nessuno degli articoli costituenti la pur affermata “campagna denigratoria”, che restano totalmente ignoti pur dopo la lettura dell’intera motivazione e di cui si acquisisce parziale contezza solo dal ricorso e dal controricorso. Si coglie, così, tra l’altro: - che il primo articolo (marzo 1995) recava nell’occhiello l’affermazione “c’è ancora l’ombra di Pomicino sul teatro di Napoli”; - che il secondo (ottobre 1995) aveva riguardo al G., descritto come “direttore del cuore di ‘O Ministro” … “che oggi campeggia sul Mattino con articoli sulla realtà melmosa della sinistra” concludendo: “e poi ci domandiamo chi ha ucciso la voglia di politica? Anzi se lo chiede, sempre da Chiatamone street, il neopolitologo A. G., che per risolvere l’amletico quesito scomoda grossi calibri come Panebianco, Colletti e Galli della Loggia. Chissà che la sinistra buonista - sospira l’ex direttore del cuore di ‘O Ministro - non possa liberarsi dell’attuale realtà melmosa. Eppure la risposta è semplice, G.: gli Italiani non amano più la politica semplicemente perché in politica non c’è più Pomicino. O no?”; che nel terzo (gennaio 1996), sotto il titolo “Arieccoli”, si leggeva: “Eh sì, da quando, tre anni fa, ha chiuso i battenti Itinerario, l’indimenticabile pastone politico-giornalistico pasciuto da P. C. P., l’informazione al sud è diventata davvero un problema. Se n’è accorta una pattuglia di reduci (come? da dove? da Itinerario, no?), che ha appena fondato all’uopo una nuova associazione che promette scintille. In prima fila (c’è bisogno di dirlo?) siede A. G., direttore prediletto di ‘o Ministro”; e cosi via. Appare da tanto evidente che il contenuto degli articoli è ispirato da un’inequivoca connotazione di sarcastica contrapposizione politica, e che si risolve in una critica, nella quale l’uso di un linguaggio particolarmente pungente ed incisivo trova più ampi spazi di legittimità (Cass., n. 20140/05), sicché l’affermazione del loro carattere diffamatorio indipendentemente dalla specifica considerazione del loro contenuto e del conseguente bilanciamento di interessi di cui s’è detto deve ritenersi compiuta in violazione del principio costituzionale richiamato. La sentenza va conseguentemente cassata con rinvio alla stessa corte d’appello di Napoli in diversa composizione, che deciderà in applicazione degli enunciati principi di diritto e regolerà anche le spese del giudizio di cassazione. 3. Il primo ed il terzo motivo restano assorbiti. P.Q.M. La Corte di Cassazione accoglie il secondo motivo di ricorso e dichiara assorbiti gli altri, cassa e rinvia, anche per le spese, alla corte d’appello di Napoli in diversa composizione.

@AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA@DIFFAMAZIONE @DIRITO DI  

  1. 3.   Nel caso di specie la prova è correttamente ancorata ad elementi sintomatici di tale turbamento psicologico, ricavati dalle dichiarazioni della stessa vittima del reato, da quelle dei testi escussi e dai comportamenti conseguenti alla condotta posta in essere dall’agente. In particolare, sono state valorizzate le dichiarazioni della persona offesa che ha riferito che a causa dei comportamenti dell’imputato, rappresentati da minacce e molestie e in conseguenza degli appostamenti presso la nuova residenza, era stata costretta a rivolgersi ad uno psicologo e ad assumere antidepressivi e sonniferi e, da ultimo, era stata vittima di attacchi di panico. Circostanze queste confermate dal marito della donna e dal medico di base. Quest’ultimo ha riferito di essersi occupato della paziente perché stressata per la persecuzione operata da una persona che viveva nel suo stabile.
 
Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 24 aprile – 16 dicembre 2015, n. 49613
Presidente Vessichelli – Relatore Positano
Ritenuto In Fatto
1. B.C. propone personalmente ricorso per cassazione contro la sentenza pronunciata dalla Corte d’Appello di Venezia, in data 25 marzo 2014, che, in parziale riforma della decisione emessa dal Tribunale di Padova, in data 24 gennaio 2013, rideterminava la pena nei confronti dell’imputato, riconoscendo le circostanze attenuanti generiche equivalenti alla recidiva, confermando l’affermazione di responsabilità del B. per il reato di cui all’art. 612 bis c.p, per avere reiteratamente molestato G.M. , in modo da provocare nella medesima un perdurante stato di ansia e di paura ed uno stato di stress prolungato con conseguente assunzione di farmaci antidepressivi, così da costringere la persona offesa a modificare le proprie abitudini di vita, cambiando abitazione, modificando i percorsi stradali per raggiungere il lavoro e facendosi accompagnare da terze persone.
2. Il ricorso viene articolato in cinque motivi, lamentando la difesa:
– violazione di legge in relazione all’art. 552 c.p.p. per indeterminatezza, sotto l’aspetto temporale, del capo d’imputazione;
– mancata assunzione, ai sensi dell’art. 606 lett d) c.p.p., di una prova decisiva consistente nella perizia psichiatrica nei confronti dell’imputato richiesta in sede di appello;
– vizio di motivazione nella parte in cui la Corte territoriale disattende la richiesta di perizia psichiatrica formulata dal difensore in sede di appello;
– carenza di motivazione sulla perdurante sussistenza del grave stato d’ansia in capo alla persona offesa;
– vizio di motivazione in ordine alla commisurazione della pena.
Considerato in diritto
STALKING ART 612 BIS CP : sufficiente che gli atti persecutori abbiano un effetto destabilizzante della serenità dell’equilibrio psicologico della vittima

STALKING ART 612 BIS CP : sufficiente che gli atti persecutori abbiano un effetto destabilizzante della serenità dell’equilibrio psicologico della vittima

La sentenza impugnata non merita censura.
1. Con il primo motivo il difensore lamenta violazione di legge in relazione all’art. 552 c.p.p. per indeterminatezza, sotto l’aspetto temporale, del capo d’imputazione, rilevando che il termine “epoca” non consente di precisare il dies a quo dal quale computare l’inizio della condotta illecita.
2. Il motivo è inammissibile poiché ripetitivo delle doglianze di appello e perché non si confronta con la puntuale motivazione contenuta nella sentenza di secondo grado nella quale, con argomentazione giuridicamente corretta, è evidenziato che, ai fini della rituale contestazione del delitto di “stalking” – che ha natura di reato abituale – non si richiede che il capo di imputazione rechi la precisa indicazione del luogo e della data di ogni singolo episodio nel quale si sia concretato il compimento di atti persecutori, essendo sufficiente a consentire un’adeguata difesa la descrizione in sequenza dei comportamenti tenuti, la loro collocazione temporale di massima e gli effetti derivatine alla persona offesa (Sez. 5, Sentenza n. 7544 del 25/10/2012 Rv. 255016).
3. La Corte ha ragionevolmente precisato che, in considerazione della natura della contestazione, la data deve individuarsi in un momento successivo all’introduzione della fattispecie contestata e, dunque, a partire dal mese di febbraio dell’anno 2009.
4. Con il secondo motivo la difesa deduce la mancata assunzione, ai sensi dell’art. 606 lett. d) c.p.p., di una prova decisiva, rappresentata dalla perizia psichiatrica nei confronti dell’imputato, richiesta in sede di appello e tesa ad accertare la capacità di intendere e di volere.
5. Con il terzo motivo il difensore lamenta vizio di motivazione nella parte in cui la Corte territoriale disattende la richiesta di perizia psichiatrica formulata dal difensore in sede di appello.
http://www.avvocato-penalista-bologna.it/avvocati-bologna-avvocato-bologna-avvocati-penalisti-bologna-avvocato-penalista-bologna-avvocato-per-droga-avvocato-per-processo-penale-avvocato-per-stalking-avvocato-per-stupefacenti-avvocato-per-vio/stalking-art-612-bis-cp/

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6. I motivi possono essere trattati congiuntamente attenendo alla medesima questione. La difesa fa presente di avere documentato l’accertamento espletato dalla Commissione medica di Padova, relativo al riconoscimento di una invalidità civile pari all’80%, nonché la consulenza tecnica del 15 settembre 1999 depositata nell’ambito del procedimento per separazione giudiziale, aggiungendo che l’imputato, nell’anno 2014 era stato sottoposto ad una perizia psichiatrica volta ad accertare la capacità di intendere e di volere nell’ambito di un procedimento penale relativo al reato di atti persecutori. Inoltre, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte territoriale, dalla documentazione sanitaria emergeva un verbale di accertamento da parte dell’Inps, risalente all’anno 2012, attestante un disturbo di personalità paranoidea e morbo di Crohn. Dall’insieme di tali elementi non sarebbe possibile sostenere, come ritenuto la Corte territoriale, che i dati sanitari più recenti non riguardano problemi legati a patologie psichiatriche.
7. Preliminarmente va rilevato che la Corte territoriale sul punto ha opportunamente evidenziato che la richiesta era stata formulata, non nell’atto di appello, ma solo in sede di discussione davanti alla Corte e che la stessa difesa, nell’atto di appello, aveva escluso che i disturbi di cui soffriva l’imputato fossero idonei ad incidere sulla sua capacità d’intendere e di volere. I giudici di merito hanno esaminato la documentazione richiamata dalla difesa, rappresentata dagli atti depositati all’udienza del 13 marzo 2014 relativi al verbale redatto dalla ASL in occasione della visita del 23 gennaio 2006 attestante una personalità paranoide, dal giudizio definitivo dell’INPS che ha accertato una invalidità civile permanente nella misura dell’80% con diagnosi di Disturbo della personalità paranoidea, morbo di Crohn e rinvio a pregresse e generiche turbe psichiche.
8. Contrariamente a quanto sostenuto dal ricorrente, con motivazione assolutamente congruente, la Corte territoriale ha osservato che era rimasto immutato nel tempo lo stile di vita, libero da impegni familiari e sociali, che aveva impedito alla personalità paranoide di scompensarsi in senso francamente psicotico, consentendo di escludere che la capacità di intendere e di volere fosse anche solo scemata.
9. Con il quarto motivo la difesa deduce carenza di motivazione sulla perdurante sussistenza del grave stato d’ansia in capo alla persona offesa. Secondo il difensore per ritenere provato l’evento del delitto in questione non sarebbero sufficienti le dichiarazioni della persona offesa e i riscontri costituiti dalle dichiarazioni del marito e dei medici che l’avevano in cura, essendo necessario un riscontro esterno oggettivo, costituito da un accertamento medico.
10. La censura è manifestamente infondata poiché la sussistenza del grave e perdurante stato di turbamento emotivo prescinde dall’accertamento di uno stato patologico conclamato, essendo sufficiente che gli atti persecutori abbiano un effetto destabilizzante della serenità dell’equilibrio psicologico della vittima, per cui assumono rilevanza tanto le dichiarazioni della persona offesa, quanto le sue condotte, conseguenti e successive all’operato dell’agente. L’orientamento assolutamente costante della giurisprudenza è nel senso che l’effetto destabilizzante deve essere in qualche modo oggettivamente rilevabile (Cass. 14 aprile 2012, n. 14391). Nel caso di specie la prova è correttamente ancorata ad elementi sintomatici di tale turbamento psicologico, ricavati dalle dichiarazioni della stessa vittima del reato, da quelle dei testi escussi e dai comportamenti conseguenti alla condotta posta in essere dall’agente. In particolare, sono state valorizzate le dichiarazioni della persona offesa che ha riferito che a causa dei comportamenti dell’imputato, rappresentati da minacce e molestie e in conseguenza degli appostamenti presso la nuova residenza, era stata costretta a rivolgersi ad uno psicologo e ad assumere antidepressivi e sonniferi e, da ultimo, era stata vittima di attacchi di panico. Circostanze queste confermate dal marito della donna e dal medico di base. Quest’ultimo ha riferito di essersi occupato della paziente perché stressata per la persecuzione operata da una persona che viveva nel suo stabile.
Il professionista ha ricordato che la stessa presentava, per questo fatto, uno stato di stress, manifestando sintomi di una sindrome ansiosa depressiva, che le impediva di dormire e di riposare.
11. Con l’ultimo motivo il difensore deduce vizio di motivazione in ordine alla commisurazione della pena, rideterminata in anni 1 e mesi 6 di reclusione, successivamente ridotta per il rito abbreviato, nella pena finale di anni 1 di reclusione. Sotto tale profilo sarebbe insufficiente il riferimento generico ai criteri previsti dall’articolo 133 del codice penale, senza l’indicazione degli elementi giustificativi che avevano fatto ritenere alla Corte territoriale di dover applicare una pena base così distante dal minimo edittale, previsto dalla legge nella misura di mesi 6 di reclusione.
12. La censura è infondata poiché la Corte nel determinare la pena, dopo avere bilanciato la recidiva con il riconoscimento delle attenuanti generiche equivalenti, ha espressamente fatto riferimento alla gravità dei fatti contestati, sottolineando il periodo di tempo per il quale la condotta si è protratta, in relazione al danno cagionato alla persona offesa.
13. Alla pronuncia di rigetto consegue ex art. 516 cod. proc. pen., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali. Del pari, il ricorrente va condannato alla rifusione delle spese sostenute dalla parte civile nel giudizio di legittimità, che, in relazione all’attività svolta, vengono liquidate nella misura indicata in dispositivo, oltre accessori di legge.
14. Considerata la peculiarità della fattispecie, riguardante reati commessi in ambito familiare, la Corte ritiene – ai sensi dell’art. 52 d.lgs. 30 giugno 2003, n. 196 – di disporre l’omissione, in caso di diffusione del presente provvedimento, dell’indicazione delle generalità e degli altri dati identificativi delle parti del processo. Alla pronuncia di rigetto consegue ex art. 616 cod. proc. pen., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.
P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente ai pagamento delle spese processuali, nonché alla rifusione delle spese sostenute nel grado dalla parte civile, liquidate in complessive Euro 2000, oltre accessori come per legge.
In caso di diffusione del presente provvedimento, omettere le generalità e gli altri dati identificativi delle parti del processo a norma dell’art. 52 dlgs 196/03 in quanto disposto d’ufficio.
il delitto di atti persecutori anche due sole condotte tra quelle descritte dall’art. 612 bis cod.pen., come tali idonee a costituire la reiterazione richiesta dalla norma incriminatrice (ex multis Sez. 5, n. 46331 del 5 giugno 2013, D. V., Rv. 257560). Invece, un solo episodio, per quanto grave e da solo anche capace, in linea teorica, di determinare il grave e persistente stato d’ansia e di paura che è indicato come l’evento naturalistico del reato, non è sufficiente a determinare la lesione del bene giuridico protetto dalla norma in esame, potendolo essere, invece, alla stregua di precetti diversi: e ciò in aderenza alla volontà del legislatore il quale, infatti, non ha lasciato spazio alla configurazione di una fattispecie solo “eventualmente” abituale (Sez. 5, n. 48391 del 24/09/2014, C, Rv. 261024).
 
STALKING ART 612 BIS CP : sufficiente che gli atti persecutori abbiano un effetto destabilizzante della serenità dell’equilibrio psicologico della vittima

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. Giova in proposito premettere, in via generale, che con l’introduzione della fattispecie di cui all’art. 612 bis cod. pen. il legislatore ha voluto, prendendo spunto dalla disciplina di altri ordinamenti, colmare un vuoto dì tutela ritenuto inaccettabile rispetto a condotte che, ancorché non violente, recano un apprezzabile turbamento nella vittima.
Il legislatore ha preso atto però che la violenza (declinata nelle diverse forme delle percosse, della violenza privata, delle lesioni personali, della violenza sessuale) spesso è l’esito di una pregressa condotta persecutoria; pertanto, mediante l’incriminazione degli atti persecutori si è inteso in qualche modo anticipare la tutela della libertà personale e dell’incolumità fisio­psichica attraverso l’incriminazione dì condotte che, precedentemente, parevano sostanzialmente inoffensive e, dunque, non sussumibili in alcuna fattispecie penalmente rilevante o in fattispecie per così dire minori, quali la minaccia o la molestia alle persone.
È peraltro utile ricordare come, per il consolidato insegnamento di questa Corte, integrano il delitto di atti persecutori anche due sole condotte tra quelle descritte dall’art. 612 bis cod.pen., come tali idonee a costituire la reiterazione richiesta dalla norma incriminatrice (ex multis Sez. 5, n. 46331 del 5 giugno 2013, D. V., Rv. 257560). Invece, un solo episodio, per quanto grave e da solo anche capace, in linea teorica, di determinare il grave e persistente stato d’ansia e di paura che è indicato come l’evento naturalistico del reato, non è sufficiente a determinare la lesione del bene giuridico protetto dalla norma in esame, potendolo essere, invece, alla stregua di precetti diversi: e ciò in aderenza alla volontà del legislatore il quale, infatti, non ha lasciato spazio alla configurazione di una fattispecie solo “eventualmente” abituale (Sez. 5, n. 48391 del 24/09/2014, C, Rv. 261024).

Il delitto, inoltre, è configurabile anche quando le singole condotte sono reiterate in un arco di tempo molto ristretto, a condizione che si tratti di atti autonomi e che la reiterazione di questi sia la causa effettiva di uno degli eventi considerati dalla norma incriminatrice. (Sez. 5, n. 33563 del 16/06/2015, B, Rv. 264356)

Trattandosi di reato abituale è la condotta nel suo complesso ad assumere rilevanza ed in tal senso l’essenza dell’incriminazione di cui si tratta si coglie non già nello spettro degli atti considerati tipici, bensì nella loro reiterazione, elemento che li cementa, identificando un comportamento criminale affatto diverso da quelli che concorrono a definirlo sul piano oggettivo.

È dunque l’atteggiamento persecutorio ad assumere specifica autonoma offensività ed è per l’appunto alla condotta persecutoria nel suo complesso che deve guardarsi per valutarne la tipicità, anche sotto il profilo della produzione dell’evento richiesto per la sussistenza del reato. In tale ottica il fatto che tale evento si sia in ipotesi manifestato in più occasioni e a seguito della consumazione di singoli atti persecutori è non solo non discriminante, ma addirittura connaturato al fenomeno criminologico alla cui repressione la norma incriminatrice è finalizzata, giacché alla reiterazione degli atti corrisponde nella vittima un progressivo accumulo dei disagio che questi provocano, fino a che tale disagio degenera in uno stato di prostrazione psicologica in grado di manifestarsi nelle forme descritte nell’art. 612 bis cod. pen.

Indubbiamente l’evento deve essere il risultato della condotta persecutoria nel suo complesso, anche se può manifestarsi solo a seguito della consumazione dell’ennesimo atto persecutorio, in quanto dalla reiterazione degli atti deriva nella vittima un progressivo accumulo di disagio che, solo alla fine della sequenza, degenera in uno stato di prostrazione psicologica in grado di manifestarsi in una delle forme previste dalla norma incriminatrice. (Sez. 5, n. 51718 del 05/11/2014, T, Rv. 262636).

Va detto, peraltro, che, ai fini della individuazione dell’evento cambiamento delle abitudini di vita (che – come si dirà più avanti- si è verificato nel caso in esame), occorre considerare il significato e le conseguenze emotive della costrizione sulle abitudini di vita cui la vittima sente di essere costretta e non la valutazione, puramente quantitativa, delle variazioni apportate. (Sez. 5, n. 24021 del 29/04/2014, G, Rv. 260580).

3. Fatte le suesposte precisazioni in diritto, risultano non fondate le censure alle sentenze dei giudici di merito che hanno ritenuto integrata la fattispecie contestata.

Invero, è emerso che il M. (classe 1945) ha più volte molestato la vicina di casa L.P., giovane donna sposata e amica della figlia dell’imputato.

Le molestie erano iniziate con degli approcci durante incontri casuali nei pressi di casa e mentre entrambi si trovavano sui balconi delle rispettive abitazioni (posti l’uno di fronte all’altro): l’uomo aveva pronunziato frasi come “tu mi piaci”, aveva “mandato” baci, si era messo le mani sul cuore “a voler mimare il suo amore” e una notte aveva puntato la luce di una torcia verso l’abitazione della donna. In altre occasioni l’aveva aspettata fuori della palestra e fuori dal parrucchiere; l’aveva pure raggiunta ai giardinetti, dove si trovava con i figli, e le aveva detto sussurrando “ma lo vuoi capire che sono innamorato di te”; era accaduto pure che le avesse sussurrato le parole “ti amo” nell’androne di una chiesa, durante una processione.

La donna si era determinata a presentare la querela dopo che erano rimasti senza esito i tentativi di far desistere l’uomo dal suo comportamento e dopo un ennesimo episodio, cui aveva assistito pure il marito: in data 27 novembre 2010, mentre lei si trovava sul balcone, il M., seduto nella cucina della propria casa, spostata la tenda, si “toccava le parti intime”.

4. Tale ricostruzione dei fatti è stata operata dai giudici di merito sulla base delle risultanze dell’istruttoria dibattimentale, di cui si è dato conto in maniera congrua e logica sia nella sentenza di appello che in quella di primo grado, alla quale la prima ha fatto anche legittimamente rinvio.

Sia il Tribunale che la Corte territoriale hanno dato altresì conto delle risultanze in base alle quali hanno ritenuto provata la sussistenza dell’evento del reato contestato.

E’ infatti emerso che la persona offesa, in conseguenza delle reiterate molestie subite del M., aveva avvertito un forte senso di ansia e si era sentita perseguitata, tanto da dover modificare le proprie abitudini di vita: infatti si era vista costretta a causa delle morbose attenzioni del M. ad uscire di casa sempre accompagnata dal marito o dalle amiche, anche per espletare le normali attività quotidiane.

5. Alla luce di quanto sopra rappresentato, è del tutto evidente che i fatti posti in essere dal M. non si siano concretati solo in un pressante “corteggiamento”, come sostenuto dalla difesa dell’imputato nel ricorso in esame.

Il M. ha perpetrato una serie di atti di molestia, provocando stato d’ansia nella vittima e inducendola a mutare le proprie abitudini nella propria vita quotidiana, chiedendo aiuto al marito e alle sue amiche, tra cui la figlia dello stesso imputato.

Peraltro non ci sono dubbi anche sulla sussistenza dell’elemento psicologico del reato contestato.

In proposito, va detto che, trattandosi di reato abituale di evento, il dolo è da ritenersi senz’altro unitario, esprimendo un’intenzione criminosa che travalica i singoli atti che compongono la condotta tipica; ma ciò non significa affatto che l’agente debba rappresentarsi e volere fin dal principio la realizzazione della serie degli episodi, ben potendo il dolo realizzarsi in modo graduale e avere ad oggetto la continuità nel complesso delle singole parti della condotta.

Si tratta, peraltro, di dolo generico, che consiste nella volontà di porre in essere le condotte di minaccia e molestia nella consapevolezza della idoneità delle medesime alla produzione di uno degli eventi alternativamente previsti dalla norma incriminatrice, e che, avendo ad oggetto un reato abituale di evento, deve essere unitario, esprimendo un’intenzione criminosa che travalica i singoli atti che compongono la condotta tipica, anche se può realizzarsi in modo graduale, non essendo necessario che l’agente si rappresenti e voglia fin dal principio la realizzazione della serie degli episodi (Sez. 5, n. 18999 del 19/02/2014, C e altro, Rv. 260411).

I giudici di merito hanno evidenziato quanto emerso nell’istruttoria dibattimentale in ordine all’elemento soggettivo, sottolineando anche che il M. aveva continuato a molestare la vittima sebbene fosse stato invitato, sia da sua figlia che dal marito e dal fratello della P., a desistere dalla sua condotta persecutoria.

6. A fronte di tali risultanze le doglianze difensive si rivelano finalizzate solo ad una diversa ricostruzione dei fatti.

A questa Corte, però, non possono essere sottoposti giudizi di merito, non consentiti neppure alla luce del nuovo testo dell’art. 606, lettera e), cod. proc. pen.; la modifica normativa di cui alla legge 20 febbraio 2006 n. 46 lascia infatti inalterata la natura del controllo demandato alla Corte di cassazione, che può essere solo di legittimità e non può estendersi ad una valutazione di merito. Il nuovo vizio introdotto è quello che attiene alla motivazione, la cui mancanza, illogicità o contraddittorietà può essere desunta non solo dal testo dei provvedimento impugnato, ma anche da altri atti del processo specificamente indicati; è perciò possibile ora valutare il cosiddetto travisamento della prova, che si realizza allorché si introduce nella motivazione un’informazione rilevante che non esiste nel processo oppure quando si omette la valutazione di una prova decisiva ai fini della pronunzia.

Solo attraverso l’indicazione specifica di atti contenenti la prova travisata od omessa si consente nel giudizio di cassazione di verificare la correttezza della motivazione (Sez. 3, n. 44901 del 17/10/2012, F., Rv. 253567).

Nel caso in esame è stato genericamente dedotto il travisamento della prova, ma l’analisi del provvedimento impugnato consente di apprezzare come la motivazione sia congrua ed improntata a criteri di logicità e coerenza, proprio con riferimento alla valutazione sia delle risultanze processuali, dalle quali emerge la responsabilità dell’imputato, sia della conseguente infondatezza delle argomentazioni difensive.

La Corte territoriale, infatti, ha puntualmente riportato gli esiti dell’istruttoria dibattimentale di primo grado, dando atto in particolare delle dichiarazioni dei testi escussi e della attendibilità della persona offesa, il cui racconto risulta riscontrato dalle dichiarazioni del marito della P. e della stessa figlia dell’imputato.

Peraltro, la Corte di Appello ha assolto compiutamente all’obbligo di motivazione, in quanto non si è limitata al mero richiamo delle argomentazioni svolte nella sentenza di primo grado, ma ha specificamente valutato le doglianze contenute nell’atto di appello, in particolare in ordine alla valutazione delle prove e alla conseguente ricostruzione dei fatti (Sez. 6, n. 9752 del 29/01/2014, Ferrante, rv. 259111; Sez. 1, n. 43464 del 01/10/2004, Perazzolo, rv. 231022).

6.2. Queste stesse considerazioni servono anche a confutare l’altra doglianza mossa dal ricorrente, con la quale si è sostenuto che la valutazione delle prove fatta dalla Corte di appello sarebbe frutto di un ragionamento giustificativo dell’affermazione di colpevolezza errato in termini di “ragionevole dubbio”.
E’ opportuno evidenziare per quel che concerne il significato da attribuire alla locuzione “oltre ogni ragionevole dubbio”, presente nel testo dell’art. 533 cod.proc.pen., che ne costituiscono fondamento il principio costituzionale della presunzione di innocenza e la cultura della prova e della sua valutazione.
 Si è, in proposito, esattamente osservato che detta espressione ha una funzione meramente descrittiva più che sostanziale, giacché, in precedenza, il “ragionevole dubbio” sulla colpevolezza dell’imputato ne comportava pur sempre il proscioglimento a norma dell’art. 530, comma 2, sicché non si è in presenza di un diverso e più rigoroso criterio di valutazione della prova rispetto a quello precedentemente adottato dal codice di rito, ma è stato ribadito il principio, già in precedenza immanente nel nostro ordinamento costituzionale ed ordinario (Sez. un., n. 30328 del 10 luglio 2002, Franzese, Rv. 222139), secondo cui la condanna è possibile soltanto quando vi sia la certezza processuale assoluta della responsabilità dell’imputato (sez. 2, n. 19575 del 21 aprile 2006, Serino ed altro, Rv. 233785; sez. 2, n. 16357 del 2 aprile 2008, Crisiglione, Rv. 23979; sez. 2, n. 7035 del 9 novembre 2012, De Bartolomei ed altro, Rv. 254025).
Orbene, come si è già evidenziato, la valutazione delle prove da parte della Corte territoriale è espressione corretta dei suddetti principi, giacchè è approdata a un convincimento basato su più elementi, seguendo la regola metodologica dell’art. 192 cod. proc. pen., di cui ha dato ampiamente e logicamente conto.
7. Il rigetto del ricorso comporta la condanna dell’imputato al pagamento anche delle spese processuali sostenute dalla parte civile in questo grado di giudizio.
P.Q.M.
 
 
SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE
SEZIONE V PENALE
Sentenza 3 luglio – 13 novembre 2015, n. 45453
(Presidente Vessichelli – Relatore Miccoli)
Ritenuto in fatto
1. Con sentenza del 22 gennaio 2014 la Corte d’appello di Napoli ha confermato la pronunzia di primo grado del Tribunale di Napoli, con la quale C.M. era stato condannato per il delitto di cui all’art. 612 bis cod. pen. in danno della vicina di casa L.P.
2. L’imputato ha proposto ricorso articolato come segue.
2.1. Viene denunziata violazione di legge in ordine all’affermazione di responsabilità, perché non sarebbero sussistenti nel caso in esame gli elementi costitutivi del reato di cui all’art. 612 bis cod. pen. Le condotte poste in essere dal M. si sarebbero sostanziate solo in un “corteggiamento”, che non avrebbe provocato stato d’ansia alla persona offesa.
2.2. Viene, altresì, dedotta violazione di legge processuale in relazione alla mancata assoluzione dell’imputato ai sensi dell’art. 530, comma secondo, cod. proc. pen.
2.3. Con il terzo motivo viene denunziato il vizio di motivazione, che sarebbe illogica, carente e affetta anche da travisamento della prova.
Considerato in diritto
Il ricorso non può essere accolto.
1. Con tutte le doglianze proposte il ricorrente contesta la sussistenza degli elementi costitutivi dell’art. 612 bis cod. pen., lamentando in proposito anche vizi di motivazione mediante travisamento della prova e la violazione dei principio dell’oltre ragionevole dubbio.

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