STALKING ART 612 BIS CP- PROCESSO PENALE-DIRITTO PENALE

STALKING ART 612 BIS CP

 STALKING ART 612 BIS CP- PROCESSO PENALE-DIRITTO PENALEARRESTO IN FLAGRANZA ARRESTO IN QUASI FLAGRANZA AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA Violazione di legge penale e vizio di motivazione in relazione agli artt. 384-bis e 282-bis, comma 6

ARRESTO IN FLAGRANZA ARRESTO IN QUASI FLAGRANZA AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA Violazione di legge penale e vizio di motivazione in relazione agli artt. 384-bis e 282-bis, comma 6

 

 

REATO DI STALKING
ai fini della integrazione del reato di cui all’art. 612-bis cod. pen. devono concorrere tre elementi costitutivi: reiterazione di minacce o molestie; idoneità di tali condotte a determinare nella persona offesa un “perdurante e grave stato di ansia o di paura” ovvero un fondato timore per la propria incolumità o per quella di persone a lei vicine, ovvero ancora tali da indurre un’alterazione delle proprie abitudini di vita – ha ritenuto che, nel caso di specie, fossero sussistenti tutti e tre gli elementi costitutivi della fattispecie incriminatrice, e segnatamente, per quanto riguarda le conseguenze determinate dalla condotta illecita nella persona offesa, la ingenerazione di un “progressivo stato di disagio psicologico” (v.
pag. 9), che si è concretizzato “una forma ansiosa che è apparsa evidente a tutti coloro che le parlavano della vicenda” (v. pag. 11).
Una tale valutazione, nel mentre risponde pienamente alla descrizione della fattispecie incriminatrice, trova sostegno, sul piano probatorio, nelle fonti riferite analiticamente a pag. 10 della sentenza impugnata: “la signora P. ha riferito che alla fine dei colloqui la Dott.ssa Ma. era scossa, sfinita, turbata (…) e che in un caso al termine di una telefonata con il Dott. M. era talmente irritata da indurre la stessa signora P. a proporle di andare in ospedale (…); – il Dott. C. ha testimoniato del timore della Dott.ssa Ma. per iniziativa del Dott. M. nei suoi confronti, del turbamento che il comportamento del Dott. M. provocava nella Dott.ssa Ma. ed ha riferito che, anche a suo avviso, la misura era colma (…); – il Dott. D.M. ha riferito della situazione di grave imbarazzo e turbamento che viveva la Dott.ssa Ma. (…); – il Dott. D.N., Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte d’appello di (OMISSIS), ha riferito che la Dott.ssa Ma. gli era apparsa visibilmente accorata e turbata (…)”.
Orbene, la qualificazione dello stato soggettivo della persona offesa dal reato, sulla base delle richiamate indicazioni, in termini di forma ansiosa, se, da un lato, risulta adeguatamente motivata, dall’altro, appare altresì rispondente alle indicazioni che sul punto sono state fornite dalle sezioni penali di questa Corte.
Premesso, infatti, che “il delitto di atti persecutori cosiddetto stalking (art. 612-bis cod. pen.) è un reato che prevede eventi alternativi, la realizzazione di ciascuno dei quali è idonea ad integrarlo e che pertanto, ai fini della sua configurazione, non è essenziale il mutamento delle abitudini di vita della persona offesa, essendo sufficiente che la condotta incriminata abbia indotto nella vittima uno stato di ansia e di timore per la propria incolumità” (Cass. pen., sez. 5, n. 29872 del 2011), si è anche chiarito che “la prova dell’evento del delitto in riferimento alla causazione nella persona offesa di un grave e perdurante stato di ansia o di paura deve essere ancorata ad elementi sintomatici di tale turbamento psicologico ricavabili dalle dichiarazioni della stessa vittima del reato, dai suoi comportamenti conseguenti alla condotta posta in essere dall’agente ed anche da quest’ultima, considerando tanto la sua astratta idoneità a causare l’evento, quanto il suo profilo concreto in riferimento alle effettive condizioni di luogo e di tempo in cui è stata consumata” (Cass. pen., sez. 5, n. 14391 del 2012).
D’altra parte, se pure si è ritenuto che lo stato d’ansia è “configurabile in presenza del destabilizzante turbamento psicologico” (Cass. pen., sez. 5, n. 11945 del 2011), non può non considerarsi che l’apprezzamento della soglia rilevante possa variare in relazione alle singole persone offese e che quindi comportamenti che, per alcuni destinatari, pur essendo molesti, non raggiungono la soglia della condizione di un perdurante stato di ansia, possono viceversa integrare uno degli elementi alternativi che integrano il reato in questione ove rivolti ad altri soggetti. In ogni caso, si è anche precisato che “ai fini della integrazione del reato di atti persecutori (art. 612-bis cod. pen.) non si richiede l’accertamento di uno stato patologico ma è sufficiente che gli atti ritenuti persecutori – e nella specie costituiti da minacce e insulti alla persona offesa, inviati con messaggi telefonici o via internet o, comunque, espressi nel corso di incontri imposti – abbiano un effetto destabilizzante della serenità e dell’equilibrio psicologico della vittima, considerato che la fattispecie incriminatrice di cui all’art. 612-bis cod. pen. non costituisce una duplicazione del reato di lesioni (art. 582 cod. pen.), il cui evento è configurabile sia come malattia fisica che come malattia mentale e psicologica” (Cass. pen., sez. 5, n. 16864 del 2011).
Se cosè è, appare evidente che l’apprezzamento della rispondenza delle manifestazioni di disagio nella persona offesa indotte dalla condotta dell’agente al “perdurante e grave stato di ansia”, integra un tipico accertamento di fatto, insuscettibile di sindacato in questa sede ove, come nella specie, sia sorretto da idonea, logica e congrua motivazione, puntualmente supportata da riscontri probatori.
perdurante e grave stato di ansia o di paura: detto stato, infatti,  appare individuare situazioni di squilibrio psicologico sicuramente non transeunte che,  non necessariamente inquadrabili in patologie psichiatriche o in disturbi psichici, deve comunque essere oggetto di una rigorosa prova che, nel caso di specie, sicuramente non può dirsi raggiunta semplicemente perché la minore era scoppiata in lacrime durante la redazione del p.v. di querela così come altrettanto insufficiente ai fini probatori appare il referto in cui si indica uno stato ansioso reattivo senza neanche la formulazione di una prognosi.
b)  –un fondato timore per l’incolumità propria o dei di lei familiari: l’adozione da parte del legislatore dell’aggettivo “fondato” rende evidente che l’evento del reato debba rivestire una dimensione oggettiva, che non si esaurisca, cioè, in una mera percezione soggettiva e che debba essere anch’esso, quindi, oggetto di rigorosa prova.
c)  – Alterazione delle proprie abitudini di vita; la norma, proprio per la sua formulazione piuttosto ampia,  richiede necessariamente che, nel concreto, ci si adegui nella ricostruzione delle vicende al principio di offensività, ricadendosi, al contrario, nell’arbitrio interpretativo; in altre parole, il mutamento delle abitudini di vita deve essere specificamente delineato e soprattutto deve essere rigorosamente provato.

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