Stupefacenti, lieve entità , AVVOCATO PENALE BOLOGNA:

 

Stupefacenti, lieve entità,AVVOCATO PENALE BOLOGNA: illegittimità costituzionale, favor rei, valutazione

Cassazione penale, sez. III, sentenza 17/04/2014 n° 17008

SEPARAZIONE BOLOGNA- DIVORZIO BOLOGNA,AFFIDO BOLOGNASEPARAZIONE TRADIMENTO – INFEDELTÀ DEL MARITO – INCIDENZA SULLA PERSONA DEL MARITO COME “PADRE” – ESCLUSIONE – MOGLIE CHE “UTILIZZI” L’INFEDELTÀ COMMESSA DAL MARITO COME ARGOMENTO PER IMPEDIRGLI DI VEDERE I FIGLI – GRAVE VIOLAZIONE DEI DOVERI GENITORIALI – SUSSISTE (ART. 337-TER C.C.)

SEPARAZIONE BOLOGNA- DIVORZIO BOLOGNA,AFFIDO BOLOGNASEPARAZIONE TRADIMENTO – INFEDELTÀ DEL MARITO – INCIDENZA SULLA PERSONA DEL MARITO COME “PADRE” – ESCLUSIONE – MOGLIE CHE “UTILIZZI” L’INFEDELTÀ COMMESSA DAL MARITO COME ARGOMENTO PER IMPEDIRGLI DI VEDERE I FIGLI – GRAVE VIOLAZIONE DEI DOVERI GENITORIALI – SUSSISTE (ART. 337-TER C.C.)

Con sentenza della Corte d’Appello di NAPOLI, pronunciata in data 4/03/2013, depositata in data 16/07/2013, è stata confermata la sentenza del tribunale di NAPOLI, con cui, riconosciuta l’attenuante di cui al D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73, comma 5, il ricorrente veniva condannato, in esito al giudizio abbreviato richiesto ed esclusa la recidiva contestata, alla pena di un anno di reclusione ed Euro 2.000,00 di multa, per aver detenuto, al fine di cederla a terzi, sostanza stupefacente del tipo hashish, del peso complessivo di gr. 22,70 lordi; fatto commesso in Napoli il 12/03/2013.

 

E’, comunque, manifestamente infondato, in quanto la Corte d’appello da specificamente conto degli elementi di prova su cui è stato fondato il giudizio di responsabilità, essendo stato colto il ricorrente in possesso di un pezzo di hashish e di quattro dosi nonchè nella disponibilità di un bilancino di precisione; in sentenza si dà, altresì, atto che egli ha ammesso di vendere droga, giustificandosi con la sua disagiata condizione economica e la necessità di provvedere al sostentamento del nucleo familiare.

  1. Non è ravvisabile, peraltro, alcuna violazione del principio di legalità della pena (motivo per il quale è consentito a questa Corte decidere sulle questioni rilevabili d’ufficio ex art. 609 c.p.p., comma 2), alla luce del recente intervento legislativo modificativo della fattispecie di cui al D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73, comma 5 (D.L. 23 dicembre 2013, n. 146, convertito, con modificazioni, dalla L. 21 febbraio 2014, n. 10, art. 1, comma 1), nè l’intervenuta declaratoria di incostituzionalità della disciplina contenuta nella c.d. legge Fini – Giovanardi, che ha dichiarato illegittima la equiparazione del trattamento sanzionatorio tra droghe c.d. leggere e droghe c.d. pesanti (Corte cost., sentenza 25 febbraio 2014, n. 32), della quale, osserva il Collegio, questa Corte deve tener conto d’ufficio anche ove la sentenza medesima non sia ancora stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale, ma soltanto preannunciata da un comunicato stampa o comunque pubblicata mediante il mero deposito in cancelleria, avvenuto in data odierna, giorno di decisione della presente sentenza.

Ed invero, rispetto ai fatti di lieve entità commessi dopo il 28 febbraio 2006 e prima del 24 dicembre 2013 (data di entrata in vigore del D.L. n. 146 del 2013, convertito in L. n. 10 del 2014), e dunque sotto il vigore della legge dichiarata illegittima, è necessario determinare in concreto quale sia la norma più favorevole tra quella incostituzionale e quella successiva, in ragione del carattere inderogabile del principio della irretroattività della norma penale (rectius, della tutela dell’affidamento del singolo sulla norma penale apparentemente vigente al momento del fatto, principio a sua volta deducibile da quello di prevedibilità della sanzione penale che si deduce dall’art. 25 Cost., comma 2, interpretato alla luce dell’art. 7 CEDU e dalla pertinente giurisprudenza di Strasburgo).

AAPENPENAAPEN

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA AVVOCATO PENALISTA RIMINI AVVOCATO PENALISTA RAVENNA

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SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE III PENALE

Sentenza 25 febbraio – 17 aprile 2014, n. 17008

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TERESI Alfredo – Presidente –

Dott. GENTILE Mario – Consigliere –

Dott. ACETO Aldo – Consigliere –

Dott. PEZZELLA Vincenzo – Consigliere –

Dott. SCARCELLA Alessio – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

S.C., n. (OMISSIS);

avverso la sentenza della Corte d’Appello di NAPOLI in data 4/03/2013;

visti gli atti, il provvedimento denunziato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal consigliere Alessio Scarcella;

udite le conclusioni del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. VOLPE Giuseppe, che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso;

udite per il ricorrente le conclusioni dell’Avv. Bruno M., non comparso.

Svolgimento del processo

  1. Con sentenza della Corte d’Appello di NAPOLI, pronunciata in data 4/03/2013, depositata in data 16/07/2013, è stata confermata la sentenza del tribunale di NAPOLI, con cui, riconosciuta l’attenuante di cui al D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73, comma 5, il ricorrente veniva condannato, in esito al giudizio abbreviato richiesto ed esclusa la recidiva contestata, alla pena di un anno di reclusione ed Euro 2.000,00 di multa, per aver detenuto, al fine di cederla a terzi, sostanza stupefacente del tipo hashish, del peso complessivo di gr. 22,70 lordi; fatto commesso in Napoli il 12/03/2013.
  2. Con tempestivo ricorso, proposto personalmente dal ricorrente, viene dedotto un unico motivo di ricorso, di seguito enunciato nei limiti strettamente necessari per la motivazione ex art. 173 disp. att. cod. proc. pen.

2.1. Deduce, con tale motivo, la violazione dell’art. 606 c.p.p., lett. b) ed e); in sintesi, si duole il ricorrente poichè dagli atti processuali non sarebbe emerso alcun elemento tale da giustificare una sentenza di condanna; in particolare, la mancanza di gravi elementi indiziari avrebbe dovuto indurre il giudice a pronunciare sentenza di proscioglimento ex art. 129 c.p.p. La motivazione, poi, sarebbe ad avviso del ricorrente mancante o insufficiente, in ordine alle ragioni di fatto e di diritto su cui è basata la condanna.

Motivi della decisione

  1. Il ricorso dev’essere dichiarato inammissibile per genericità e, comunque, per manifesta infondatezza.
  2. E’, anzitutto, generico, in quanto il ricorrente si limita ad una affermazione sostanzialmente negatoria, asserendo che “dagli atti processuali” non sarebbe emerso alcun elemento atto a giustificare la condanna e che la sentenza sarebbe priva di motivazione o insufficientemente motivata in ordine alle ragioni di fatto e di diritto su cui si fonda la condanna.

E’ pacifico nella giurisprudenza di questa Corte che è inammissibile il ricorso per cassazione fondato su motivi non specifici, ossia generici ed indeterminati, in particolare quando – come nel caso in esame – risultano sia intrinsecamente indeterminati (Sez. 5, n. 28011 del 15/02/2013 – dep. 26/06/2013, Sammarco, Rv. 255568), che carenti della necessaria correlazione tra le argomentazioni riportate dalla decisione impugnata e quelle poste a fondamento dell’impugnazione (Sez. 4, n. 18826 del 09/02/2012 – dep. 16/05/2012, Pezzo, Rv. 253849).

E’, comunque, manifestamente infondato, in quanto la Corte d’appello da specificamente conto degli elementi di prova su cui è stato fondato il giudizio di responsabilità, essendo stato colto il ricorrente in possesso di un pezzo di hashish e di quattro dosi nonchè nella disponibilità di un bilancino di precisione; in sentenza si dà, altresì, atto che egli ha ammesso di vendere droga, giustificandosi con la sua disagiata condizione economica e la necessità di provvedere al sostentamento del nucleo familiare.

  1. Non è ravvisabile, peraltro, alcuna violazione del principio di legalità della pena (motivo per il quale è consentito a questa Corte decidere sulle questioni rilevabili d’ufficio ex art. 609 c.p.p., comma 2), alla luce del recente intervento legislativo modificativo della fattispecie di cui al D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73, comma 5 (D.L. 23 dicembre 2013, n. 146, convertito, con modificazioni, dalla L. 21 febbraio 2014, n. 10, art. 1, comma 1), nè l’intervenuta declaratoria di incostituzionalità della disciplina contenuta nella c.d. legge Fini – Giovanardi, che ha dichiarato illegittima la equiparazione del trattamento sanzionatorio tra droghe c.d. leggere e droghe c.d. pesanti (Corte cost., sentenza 25 febbraio 2014, n. 32), della quale, osserva il Collegio, questa Corte deve tener conto d’ufficio anche ove la sentenza medesima non sia ancora stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale, ma soltanto preannunciata da un comunicato stampa o comunque pubblicata mediante il mero deposito in cancelleria, avvenuto in data odierna, giorno di decisione della presente sentenza.

Ed invero, rispetto ai fatti di lieve entità commessi dopo il 28 febbraio 2006 e prima del 24 dicembre 2013 (data di entrata in vigore del D.L. n. 146 del 2013, convertito in L. n. 10 del 2014), e dunque sotto il vigore della legge dichiarata illegittima, è necessario determinare in concreto quale sia la norma più favorevole tra quella incostituzionale e quella successiva, in ragione del carattere inderogabile del principio della irretroattività della norma penale (rectius, della tutela dell’affidamento del singolo sulla norma penale apparentemente vigente al momento del fatto, principio a sua volta deducibile da quello di prevedibilità della sanzione penale che si deduce dall’art. 25 Cost., comma 2, interpretato alla luce dell’art. 7 CEDU e dalla pertinente giurisprudenza di Strasburgo).

Nel caso di specie, la soluzione è peraltro abbastanza agevole.

L’imputato ha commesso, nel marzo 2013, un fatto di lieve entità concernente una droga “leggera” (hashish); l’attenuante di cui al quinto comma nella versione allora vigente (che prevedeva la pena della reclusione da uno a sei anni e della multa da Euro 3.000 a Euro 26.000) era stata riconosciuta dal giudice di merito escludendo la recidiva contestata, sottraendola dunque al giudizio di bilanciamento. Il giudice ha assunto pertanto a base del calcolo la pena di anni uno e mesi sei di reclusione e della multa di Euro 3.000,00, sulla quale aveva applicato la diminuzione per il rito determinando la pena finale di un anno di reclusione ed Euro 2.000,00 di multa.

Tale base di calcolo deve anche oggi ritenersi legittima, dal momento che la lex mitior sopravvenuta (il nuovo D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73, comma 5 così come modificato dal D.L. n. 146 del 2013), prevede oggi una pena da uno a cinque anni di reclusione e della multa da Euro 3.000 a Euro 26.000.

  1. Il ricorso dev’essere, dunque, dichiarato inammissibile. Segue, a norma dell’art. 616 c.p.p., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e, non emergendo ragioni di esonero, al pagamento a favore della Cassa delle ammende, a titolo di sanzione pecuniaria, di somma che si stima equo fissare, in Euro 1000,00 (mille/00).

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 1.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.

Così deciso in Roma, il 25 febbraio 2014.

Depositato in Cancelleria il 17 aprile 2014.

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