responsabile del reato di bancarotta contestato ai sensi dell’art. 110 c.p., e R.D. n. 267 del 1942, art. 216,

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA AVVOCATO PENALISTA RIMINI AVVOCATO PENALISTA RAVENNA

Condannato quale responsabile del reato di bancarotta contestato ai sensi dell’art. 110 c.p., e R.D. n. 267 del 1942, art. 216, PENALISTA BOLOGNA
AVVOCATO PENALISTA RIMINI
AVVOCATO PENALISTA RAVENNA

La mancata estensione della dichiarazione di fallimento, non è di per sé stessa preclusiva della responsabilità del socio accomandante che abbia violato il divieto di immissione nell’attività amministrativa, quale concorrente nel delitto di bancarotta fraudolenta ascritto all’accomandatario, essendo sufficiente ai fini della lesione del bene giuridico tutelato dalla norma penale enunciata dall’art. 216 L.F. lo svolgimento di attività amministrativa, anche attraverso i contatti con clienti dell’impresa, che implicano inevitabilmente la gestione delle attività aziendali.

 

ABA2In primo luogo va evidenziato che la tesi prospettata dalla difesa del ricorrente, che fonda la propria censura alla decisione impugnata sul presupposto che il M. sarebbe soggetto che nella qualità di socio accomandante – avrebbe prestato solo “occasionalmente” la propria attività lavorativa, nell’ambito della s.a.s. CEDIL, come “socio d’opera”, essendosi limitato a ricevere alcuni ordinativi di merci da parte dei clienti,che trasmetteva al socio amministratore – e la mancata estensione del fallimento al predetto imputato restano elementi inidonei a far escludere l’ascrivibilità del delitto contestato alla stregua della giurisprudenza di questa Corte, che il Giudice di appello ha puntualmente richiamato (Cass. Sez. 5^, sent. n. 2637 del 7.2.1994, Cumani, e Sez. 5^, sent. n. 43036 del 13.10.2009, Gennari) – Fondamentale, ai fini della decisione, resta l’accertamento della consapevole violazione del divieto di immissione da parte del socio accomandante, e tale violazione emerge dal testo della sentenza impugnatale puntualmente e correttamente analizza le risultanze desumibili da accertamenti svolti dal curatore, evidenziando come sia irrilevante la circostanza che i testi abbiano dichiarato di non avere avuto rapporti con l’imputato, essendo costoro (indicati specificamente a fl. 5 della sentenza) dei fornitori della società fallita, mentre il M., alla stregua di quanto accertato dal curatore, aveva trattato i rapporti con i clienti, ai quali aveva proposto condizioni di vendita vantaggiosissime. Inoltre il predetto aveva curato l’organizzazione del trasporto delle merci con poteri direttivi nei riguardi del personale della ditta (secondo quanto specificato a fl. 6 del provvedimento).
Tali elementi, desunti da valide e non contrastate fonti probatorie, rendono conto del fondamento della decisione ai fini dell’ipotesi di reato ascritta ai sensi della L. Fall., art. 216, al M. a titolo di concorso con l’accomandatario.
Invero questa Corte ritiene sufficiente al fine di legittimare la pronunzia di condanna, l’accertamento inerente al concreto coinvolgimento dell’imputato in attività tipiche della gestione di azienda,quali i ripetuti e fattivi contatti con la clientela, che la difesa non ha inteso escludere anche nella formulazione del motivo di ricorso,nel quale tende a svalutare le risultanze richiamate dal Giudice di merito senza addurre dati significativi della estraneità del M. alla attività di gestione, avendo il ricorrente ricevuto pagamenti come descritto nella motivazione specifica e coerente resa dalla Corte territoriale.
Analogamente non è stata smentita la avvenuta distrazione di beni indicati in rubrica al punto – 4 -.
prova testimoniale penale prova testi penale decadenza prova testimoniale penale valutazione prova testimoniale penale processo penale prova testimoniale prova per testi penale

prova testimoniale penale
prova testi penale
decadenza prova testimoniale penale
valutazione prova testimoniale penale
processo penale prova testimoniale
prova per testi penale

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE
SEZIONE V PENALE
Sentenza 28 settembre – 29 novembre 2011, n. 44103

Svolgimento del processo
Con sentenza in data 5-11-2010 la Corte di Appello di Cagliari,confermava la sentenza emessa dal Tribunale del luogo, in data 15.3.2004, a carico di M.E., condannato quale responsabile del reato di bancarotta contestato ai sensi dell’art. 110 c.p., e R.D. n. 267 del 1942, art. 216, inerente alla dichiarata fallita in data 26.5.1996, della quale il M. era socio accomandante.
Avverso tale sentenza proponeva ricorso per cassazione il difensore, deducendo:
1 – la violazione e falsa applicazione di norme di diritto, in riferimento all’art. 157 c.p., per non avere la Corte di Appello dichiarato il reato estinto per prescrizione.
A riguardo il ricorrente evidenziava che la dichiarazione di fallimento della s.a.s. CEDIEL risaliva al 26 maggio del 1996, e che i fatti erano avvenuti precedentemente. Ritenendo applicabile la nuova formulazione dell’art. 157 c.p., in quanto più favorevole all’imputatola difesa evidenziava che il termine di prescrizione ai sensi dell’art. 161 c.p., comma 2, era di anni dodici e mesi sei, già decorso alla data della sentenza di appello, emessa il 5.11.2010. 2 – Con il secondo motivo censurava la sentenza per violazione e falsa applicazione della L. Fall., art. 216.
Sul punto rilevava che il M. non era stato dichiarato fallito, e che era stata rigettata dal Tribunale la richiesta avanzata dal curatore del fallimento di estendere la dichiarazione di fallimento al prevenuto,per aver violato il divieto di immissione che grava sul socio accomandante nelle s.a.s.
Peraltro la difesa riteneva che la Corte avesse violato il principio di correlazione evidenziando che al M. era stato contestato il delitto di cui alla L. Fall., art. 216, e mai si era contestato il reato di cui alla L. Fall., art. 223, addebitato a persone diverse dal fallito.
Richiamava sul tema della “bancarotta propria” sentenza di questa Corte (Sez. 5^ – in data 1-2-1994) per cui: “Nella società in accomandita semplice i soci accomandanti, qualora debbano considerarsi illimitatamente responsabili, possono rispondere del reato di bancarotta, a norma della L. Fall., art. 222, solo se è stato dichiarato anche il loro fallimento”.
La difesa rilevava altresì che gli amministratori di fatto erano considerati responsabili di bancarotta “impropria” solo qualora l’evento represso fosse conseguenza della ingerenza nei poteri di amministrazione, in assenza di accertamento negativo della predetta qualità.
Per il M. la difesa evidenziava che sussisteva l’accertamento negativo della qualità di amministratore di fatto,costituito dal rigetto della richiesta di estensione della dichiarazione di fallimento al suddetto imputato.
Per tali motivi concludeva chiedendo l’annullamento della sentenza impugnata.
Motivi della decisione
Il ricorso deve ritenersi privo di fondamento.
Per quanto riguarda il preteso decorso del termine di prescrizione,si osserva che la censura difensiva risulta manifestamente priva di fondamento,atteso che essendo stata pronunziata la sentenza di primo grado in data 15.3.2004, deve ritenersi applicabile il disposto dell’art. 157 c.p., nella formulazione previgente alla riforma normativa del 2005, onde il termine di prescrizione del delitto di cui alla L. Fall., art. 216, va indicato nella data del 26 novembre del 2018,pari ad anni ventidue e mesi sei dalla data del fallimento.
2 – Per ciò che concerne il secondo motivo di ricorso la Corte rileva l’infondatezza delle deduzioni difensive.

In primo luogo va evidenziato che la tesi prospettata dalla difesa del ricorrente, che fonda la propria censura alla decisione impugnata sul presupposto che il M. sarebbe soggetto che nella qualità di socio accomandante – avrebbe prestato solo “occasionalmente” la propria attività lavorativa, nell’ambito della s.a.s. CEDIL, come “socio d’opera”, essendosi limitato a ricevere alcuni ordinativi di merci da parte dei clienti,che trasmetteva al socio amministratore – e la mancata estensione del fallimento al predetto imputato restano elementi inidonei a far escludere l’ascrivibilità del delitto contestato alla stregua della giurisprudenza di questa Corte, che il Giudice di appello ha puntualmente richiamato (Cass. Sez. 5^, sent. n. 2637 del 7.2.1994, Cumani, e Sez. 5^, sent. n. 43036 del 13.10.2009, Gennari) – Fondamentale, ai fini della decisione, resta l’accertamento della consapevole violazione del divieto di immissione da parte del socio accomandante, e tale violazione emerge dal testo della sentenza impugnatale puntualmente e correttamente analizza le risultanze desumibili da accertamenti svolti dal curatore, evidenziando come sia irrilevante la circostanza che i testi abbiano dichiarato di non avere avuto rapporti con l’imputato, essendo costoro (indicati specificamente a fl. 5 della sentenza) dei fornitori della società fallita, mentre il M., alla stregua di quanto accertato dal curatore, aveva trattato i rapporti con i clienti, ai quali aveva proposto condizioni di vendita vantaggiosissime. Inoltre il predetto aveva curato l’organizzazione del trasporto delle merci con poteri direttivi nei riguardi del personale della ditta (secondo quanto specificato a fl. 6 del provvedimento).

Tali elementi, desunti da valide e non contrastate fonti probatorie, rendono conto del fondamento della decisione ai fini dell’ipotesi di reato ascritta ai sensi della L. Fall., art. 216, al M. a titolo di concorso con l’accomandatario.
Invero questa Corte ritiene sufficiente al fine di legittimare la pronunzia di condanna, l’accertamento inerente al concreto coinvolgimento dell’imputato in attività tipiche della gestione di azienda,quali i ripetuti e fattivi contatti con la clientela, che la difesa non ha inteso escludere anche nella formulazione del motivo di ricorso,nel quale tende a svalutare le risultanze richiamate dal Giudice di merito senza addurre dati significativi della estraneità del M. alla attività di gestione, avendo il ricorrente ricevuto pagamenti come descritto nella motivazione specifica e coerente resa dalla Corte territoriale.
Analogamente non è stata smentita la avvenuta distrazione di beni indicati in rubrica al punto – 4 -.
In conclusione deve peraltro affermarsi – disattendendo le argomentazioni difensive – che anche la mancata estensione della dichiarazione di fallimento, non è di per sè stessa preclusiva della responsabilità del socio accomandante che abbia violato il divieto di immissione nell’attività amministrativa, quale concorrente nel delitto di bancarotta fraudolenta ascritto all’accomandatario, essendo sufficiente ai fini della lesione del bene giuridico tutelato dalla norma penale enunciata dalla L. Fall., art. 216, lo svolgimento di attività amministrativa, anche attraverso i contatti con clienti dell’impresa, che implicano inevitabilmente la gestione delle attività aziendali.
Non risulta infine dotata di alcun fondamento la censura relativa alla violazione del principio di correlazione,che la difesa individua nella attribuzione all’imputato della ipotesi di cui alla L. Fall., art. 223, della quale non vi sarebbe menzione in rubrica.
Diversamente basta evidenziare che nella sentenza emessa dal Tribunale di Cagliari, risultava trascritta nella imputazione – la condotta contestata, che nelle sue modalità, comprendeva la “omessa tenuta delle scritture contabili, in particolare del libro giornale, in modo da impedire la ricostruzione del movimento d’affari della società fallita”.
Per tali motivi la Corte deve rigettare il ricorso,ed il ricorrente va condannato,come per legge al pagamento delle spese processuali.
P.Q.M.
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE QUINTA PENALE Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

ABA1SCRITTACiò posto, deve osservarsi che, secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, dal punto di vista oggettivo sussiste il reato di bancarotta fraudolenta documentale non solo quando la ricostruzione del patrimonio si renda impossibile per il modo in cui le scritture contabili sono state tenute, ma anche quando gli accertamenti, da parte degli organi fallimentari, siano stati ostacolati da difficoltà superabili solo con particolare diligenza (Sez. 5, Sentenza n. 21588 del 19/04/2010 Ud. (dep. 07/06/2010) Rv. 247965; Conformi: N. 10423 del 2000 Rv. 218383, N. 24333 del 2005 Rv. 232212).

Dal punto di vista soggettivo, poi, è unanime la conclusione che il reato di bancarotta fraudolenta documentale, integrato nella forma della tenuta irregolare delle scritture, è a dolo generico e non specifico come sostenuto dal ricorrente.

L’integrazione del reato di bancarotta fraudolenta documentale di cui alla seconda ipotesi dell’art. 216, comma primo n. 2, L. fall., infatti, richiede il dolo generico, ossia la consapevolezza che la confusa tenuta della contabilità renderà o potrà rendere impossibile la ricostruzione delle vicende del patrimonio, in quanto la locuzione “in guisa da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari “connota la condotta e non la volontà dell’agente, sicché è da escludere che essa configuri il dolo specifico (Sez. 5, Sentenza n. 21872 del 25/03/2010 Ud. (dep. 08/06/2010) Rv. 247444; conformi: N. 31356 del 2001 Rv. 220167, N. 21075 del 2004 Rv. 229321, N. 46972 del 2004 Rv. 230482, N. 24328 del 2005 Rv. 232209, N. 6769 del 2006 Rv. 233997, N. 26807 del 2006 Rv. 235006, N. 1137 del 2009 Rv. 242550).

a Suprema Corte, , ha affermato che l’oggetto del dolo dei reati di bancarotta non include la prospettiva del dissesto; essendo tale oggetto limitato, quanto in particolare al reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale, alla consapevolezza di dare a beni della fallita una destinazione diversa da quella dovuta secondo la funzionalità dell’impresa, privando quest’ultima di risorse e di garanzie per i creditori (tra i precedenti giurisprudenziali v. Sez. 5, n. 12897 del 06/10/1999, Tassan Din, Rv. 211538; Sez. 5, n. 29896 dell’01/07/2002, Arienti, Rv.222388; Sez. 5, n. 7555 del 30/01/2006, De Rosa, Rv. 233413; Sez. 5, n. 11899 del 14/01/2010, Rizzardi, Rv. 246357; Sez. 5, n. 44933 del 26/09/2011, Pisani, Rv. 251214; Sez. 5, n. 3299 del 14/12/2012, Rossetto, Rv. 253932).
In conclusione, l’oggetto del dolo nei reati di bancarotta non include la prospettiva del dissesto ed e’ limitato, nel reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale, alla consapevolezza di dare a beni della societa’ fallita una destinazione diversa da quella dovuta secondo la funzionalita’ dell’impresa, privando quest’ultima di risorse e garanzie per i creditori.

Come è noto, infatti, secondo il prevalente orientamento della giurisprudenza di legittimità, condiviso dal Collegio, in tema di bancarotta fraudolenta per distrazione a configurare l’elemento soggettivo del reato è sufficiente il dolo generico, che consiste nella coscienza e volontà di dare al patrimonio sociale una destinazione diversa rispetto alle finalità dell’impresa, con la consapevolezza che tale destinazione determina un depauperamento del patrimonio sociale ai danni della classe creditoria, non essendo invece richiesta la specifica conoscenza dello stato di dissesto della società (cfr. Cass., sez. V, 24/03/2010, n. 16579; Cass., sez. V, 23/04/2013, n. 28514; Cass., sez. V, 14.12.2012, n. 3229, rv. 253932; Cass., sez. V, 13.2.2014, n. 21846, rv. 260407).

Se ciò è vero, è, tuttavia, altrettanto vero che, al fine di distinguere il reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale per distrazione dalle ipotesi di bancarotta semplice di cui all’art. 217, co. 1, n. 1) e n. 2), l. fall., realizzate attraverso spese eccessive ovvero attraverso operazioni economiche di pura sorte o manifestamente imprudenti da parte dell’imprenditore fallito, assume un rilievo decisivo proprio il diverso atteggiarsi dell’elemento psicologico del reato.

Quest’ultimo nel delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione non può prescindere, come si è detto, dalla consapevolezza che la diversa destinazione data al patrimonio sociale si traduce in un danno per il ceto creditorio, mentre tale consapevolezza è del tutto estranea alle fattispecie di bancarotta semplice innanzi indicate, punibili a titolo di colpa, quella di cui all’art. 217, co. 1, n. 2), l. fall. (cfr. Cass., sez. V, 16.7.1981, n. 10523; Cass., sez. V, 20.3.2003, n. 24231) ovvero, indifferentemente, a titolo di dolo (dal quale è esclusa la consapevolezza, da parte del soggetto attivo, del pregiudizio che la propria condotta arreca alla posizione dei creditori) o di colpa.

Ne consegue, come affermato in un condivisibile arresto del Supremo Collegio, che il giudice può ritenere integrata l’ipotesi di bancarotta semplice, qualora non sia raggiunta la prova del dolo tipico della dissipazione, anche nel caso di atti di gestione del tutto estranei alle esigenze di conduzione dell’impresa (cfr. Cass., sez. V, 23/10/2002, n. 38835, rv. 225398).

Allo stesso modo va ribadito il principio da tempo affermato nella giurisprudenza di legittimità, secondo cui le ipotesi di reato previste dagli articoli 216 e 217 della legge fallimentare, con riferimento alla tenuta delle scritture contabili, si differenziano per la diversa gradazione dell’elemento soggettivo, ragion per cui non è assolutamente possibile inferire l’esistenza del dolo di cui all’art. 216 semplicemente dalla sussistenza del fatto materiale (cfr., ex plurimis, Cass., sez. V, 03/05/2012, n. 25093).

Ed invero la differenza tra la bancarotta fraudolenta documentale prevista dall’art. 216, co. 1, n. 2), l. fall., e quella semplice prevista dall’art. 217, co. 2, stessa legge, consiste nell’elemento psicologico che, nel primo caso, viene individuato nel dolo generico, costituito dalla coscienza e volontà della irregolare tenuta delle scritture con la consapevolezza che ciò renda impossibile la ricostruzione delle vicende del patrimonio dell’imprenditore e, nel secondo caso, dal dolo o indifferentemente dalla colpa, che sono ravvisabili quando l’agente ometta, rispettivamente, con coscienza e volontà o per semplice negligenza, di tenere le scritture; ne consegue che il dolo generico che caratterizza il reato fraudolento, dovendo consistere nella consapevolezza e volontà che la irregolare tenuta delle scritture renda impossibile la ricostruzione del patrimonio, non può corrispondere e non può essere ritenuta sovrapponibile alla pure semplice volontà di non tenere quelle stesse scritture. La differenza tra i due elementi psicologici richiamati sta nel fatto che soltanto il primo di essi, e cioè quello che caratterizza la bancarotta fraudolenta, deve risultare arricchito di componenti soggettive che afferiscano esplicitamente al tema della messa in pericolo dell’interesse dei creditori ad una ricomposizione completa ed esaustiva delle scritture sociali attinenti a tutte le iniziative economiche della società; un interesse che, a sua volta, viene generalmente desunto da indicatori precisi quali la consistenza del materiale documentale tenuto in violazione di legge oppure la correlazione di tale condotta con attività distrattiva che il disordine contabile appaia destinata, per l’appunto, a celare (cfr, ex plurimis, Cass., sez. V, 11/06/2014, n. 40015).

SULLA BANCAROTTA PER DISTRAZIONE

A riguardo, la giurisprudenza della Suprema Corte è da tempo orientata

nell’affermare che nel reato di bancarotta fraudolenta «i fatti di distrazione, una

volta intervenuta la dichiarazione di fallimento, assumono rilevanza penale in

qualunque tempo essi siano stati commessi, e quindi anche se la condotta si è

realizzata quando ancora l’impresa non versava in condizioni di insolvenza. Tutte

le ipotesi alternative previste dalla norma si realizzano mediante condotte che

determinano una diminuzione del patrimonio, diminuzione pregiudizievole per i

creditori: per nessuna di queste ipotesi la legge richiede un nesso causale o

psichico tra la condotta dell’autore e il dissesto dell’impresa, sicché né la

previsione dell’insolvenza come effetto necessario, possibile o probabile,

dell’atto dispositivo, né la percezione della sua preesistenza nel momento del

compimento dell’atto, possono essere condizioni essenziali ai fini

dell’antigiuridicità penale della condotta. E del resto, quando il legislatore ha

ritenuto necessaria l’esistenza di un tal nesso lo ha previsto espressamente

nell’ambito della legge fallimentare, all’art. 223, distinguendo le condotte

previste dall’art. 216 (legge fall., art. 223, comma 1) da quelle specificamente

volte a cagionare il dissesto economico della società (legge fall., art. 223, comma

2), per modo che solo in tali ultime fattispecie delittuose è previsto un nesso

causale o psichico tra condotta ed evento» (Cass., Sez. V, n. 39546 del 15/07/2008,

Bonaldo).

Ancor più analiticamente, gli stessi principi risultano ribaditi nel 2011, quando

si è rilevato che «il delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione è reato di

pericolo, ed è pertanto irrilevante che al momento della consumazione l’agente non

avesse consapevolezza dello stato d’insolvenza dell’impresa per non essersi lo

stesso ancora manifestato» (Cass., Sez. V, n. 44933 del 26/09/2011, Pisani, Rv

251214). Nella motivazione di quest’ultima pronuncia, si è segnalato che «il reato

di bancarotta fraudolenta patrimoniale non richiede il dolo specifico, ma si

perfeziona con il dolo generico, ossia con la consapevolezza di dare al patrimonio

sociale una destinazione diversa da quella di garanzia delle obbligazioni

contratte», precisandosi che non può intendersi rilevante la circostanza che

all’epoca della distrazione non si fosse ancora manifestato uno stato d’insolvenza:

«infatti, ad integrare il reato non è richiesta la conoscenza dello stato

d’insolvenza dell’impresa, in quanto ogni atto distrattivo viene ad assumere

rilevanza ai sensi della legge fall., art. 216, in caso di fallimento,

indipendentemente dalla rappresentazione di quest’ultimo. Qualora, poi, la

deduzione debba intendersi rapportata alla asserita insussistenza del dissesto

all’epoca dei fatti, cosi implicitamente evocandosi la teoria cd. della “zona di

rischio penale” […], ugualmente deve essere disattesa in quanto, per la speciale

configurazione del precetto, la protezione penale degli interessi creditori è

assicurata mediante la sua connotazione di reato di pericolo. L’offesa penalmente

rilevante è conseguente anche all’esposizione dell’interesse protetto alla

probabilità di lesione, onde la penale responsabilità sussiste non soltanto in

presenza di un danno attuale ai creditori, ma anche nella situazione di messa in

pericolo dei loro interessi. Conseguentemente, il delitto di bancarotta non impone

contestualità tra l’azione antidoverosa ed il pregiudizio derivante dalla stessa,

ma ammette anche uno sfasamento temporale, se esso non elide il portato dannoso

dell’azione: sicché la tutela penale dispiega la sua efficacia retroattivamente,

risalendo a ritroso, a far data dalla dichiarazione di fallimento, ricapitolando

ogni passaggio della gestione dell’impresa fallita nel pregiudizio che viene

accertato al momento della dichiarazione di insolvenza con la verifica delle

passività gravanti sulla stessa».

1.2.2 L’orientamento ora illustrato risulta contraddetto da altra pronuncia di

questa stessa Sezione, richiamata nell’odierno ricorso, secondo cui «nel reato di

bancarotta fraudolenta per distrazione lo stato di insolvenza che dà luogo al

fallimento costituisce elemento essenziale del reato, in qualità di evento dello

stesso, e pertanto deve porsi in rapporto causale con la condotta dell’agente e

deve essere, altresì, sorretto dall’elemento soggettivo del dolo» (Cass., Sez. V,

  1. 47502 del 24/09/2012, C., Rv 253493).

L’impianto motivazionale di quest’ultima sentenza muove dal presupposto che «non

può da un lato ritenersi che qualsiasi atto distrattivo sia di per sé reato,

dall’altro che la punibilità sia condizionata ad un evento» (la dichiarazione di

fallimento, di cui viene diffusamente discussa la natura all’interno della

struttura della fattispecie incriminatrice) «che può sfuggire totalmente al

controllo dell’agente, e dunque ritorcersi a suo danno senza una compartecipazione

di natura soggettiva e, ancor peggio, senza che sia necessaria una qualche forma di

collegamento eziologico tra la condotta e il verificarsi del dissesto»; l’analisi

viene peraltro parametrata sulle peculiarità del caso allora sub judice, dove – a

differenza delle varie fattispecie concrete di cui alla precedente giurisprudenza,

nelle quali «si trattava di episodi distrattivi compiuti nel periodo immediatamente

antecedente alla dichiarazione di fallimento, che avevano impoverito l’impresa al

punto da provocarne od aggravarne in modo irreversibile la crisi» – a quegli

imputati era riferibile una amministrazione «priva di contiguità con il fallimento,

essendo stata seguita da altre gestioni totalmente estranee», con tanto di

amministrazione giudiziale ex art. 2409 cod. civ. medio tempore conclusasi «senza

alcun rilievo dell’amministratore su eventuali situazioni di insolvenza ed

addirittura con una vendita della società a terzi dietro corrispettivo».

 

 

 

 

 

 

 

 

Affermata la qualita’ di amministratore di fatto del (OMISSIS), correttamente la corte territoriale lo ha ritenuto responsabile anche della seconda parte dell’attivita’ distrattiva, sul presupposto del mancato reperimento nel patrimonio della societa’ fallita, da parte degli organi del fallimento, dei beni (rimanenze, crediti, titoli) in precedenza indicati, che di esso facevano parte (cfr., ex plurimis, Cass., sez. 5, 17.6.2010, n. 35882, rv. 248425), e del reato di bancarotta fraudolenta documentale, integrato dalle “enormi difficolta’ nella ricostruzione puntuale ” del patrimonio e del movimento degli affari della fallita, derivante dalla incompletezza della documentazione contabile (cfr., ex plurimis, Cass., sez. 5, 22.5.2015, n. 45174, rv. 265682).

Per entrambi gli imputati, dunque, la sussistenza sia dell’elemento oggettivo, sia dell’elemento psicologico delle fattispecie in contestazione, scientemente finalizzate al pregiudizio delle ragioni del ceto creditorio della societa’ fallita, sono state correttamente desunte dalle modalita’ della loro condotta, per cui, sul punto, l’impugnata sentenza, complessivamente considerata, puo’ dirsi adeguatamente motivata, posto che, come affermato da un condivisibile arresto del Supremo Collegio, in tema di dolo, la prova della volonta’ di commissione del reato puo’ essere desunta, anche implicitamente (sulla motivazione implicita della sentenza di appello cfr. Cass., sez. 2, 12/02/2009, n. 8619), in mancanza di confessione, dalle concrete circostanze che hanno connotato l’azione e delle quali deve essere verificata la oggettiva idoneita’ a cagionare l’evento in base ad elementi di sicuro valore sintomatico, valutati sia singolarmente sia nella loro coordinazione (cfr. Cass., sez. 6, 6.4.2011, n. 16465, rv. 250007).

A fronte di tale esaustivo argomentare, le censure dei difensori del (OMISSIS) e del (OMISSIS), non colgono nel segno ed, anzi, si collocano ai confini della inammissibilita’, perche’ con esse si prospetta, non solo una diversa lettura delle risultanze processuali, che, per le ragioni gia’ espresse trattando della posizione del (OMISSIS), non e’ consentita in questa sede di legittimita’, ma si ripropongono acriticamente anche questioni gia’ prospettate con i motivi di appello, alle quali la corte territoriale ha fornito esauriente risposta, come si e’ dimostrato nelle pagine che precedono

Va, peraltro, confutata la tesi volta ad escludere la partecipazione del (OMISSIS) alla gestione della societa’ fallita, perche’ la prospettiva difensiva si fonda, come correttamente rilevato dalla corte territoriale, su di una visone parziale dell’intera vicenda, la cui complessita’ deve, invece, essere valutata, sulla base di una lettura complessiva delle risultanze processuali.

Alla luce di quanto emerso, infatti, appare evidente il ruolo di vero e proprio dominus dell’intera operazione svolto dal (OMISSIS), unitamente al (OMISSIS), ai quali, giova ricordarlo, e’ direttamente riconducibile la creazione delle due societa’ cessionarie, artatamente costituite al solo scopo di svuotare la fallita della parte piu’ rilevante del suo patrimonio, secondo uno schema operativo, in cui la nascita della prima societa’, non dotata nemmeno della consistenza finanziaria per pagare il prezzo di quanto convenuto con la fallita per la cessione del compendio aziendale, appare strettamente connessa alla successiva creazione della seconda, facendo parte di un disegno unitario, preventivamente concordato tra il (OMISSIS), il (OMISSIS) e gli altri imputati.

Tale complesso meccanismo, in mancanza di una spiegazione alternativa, non puo’ che dimostrare, in applicazione del canone inferenziale tipico della prova logica, la specifica volonta’ del ricorrente di ledere le ragioni del ceto creditorio della fallita.

Finalita’ spiegabile solo con il suo concreto interesse a “salvare” dalle pretese dei creditori la parte ancora sana del patrimonio sociale, del tutto compatibile con l’esercizio di un potere di gestione e di controllo della societa’ di cui si discute.

Dimostra il diretto coinvolgimento del (OMISSIS) nella gestione della societa’ fallita, anche la continuita’ esistente tra le anzidette compagini sociali protagoniste delle cessioni, desunta, non solo dal necessario rapporto di strumentalita’ che legava le “cessionarie” alla cedente, senza la quale le prime non avrebbero avuto ragione di esistere, ma anche dalle dichiarazioni di alcuni lavoratori dipendenti, oggetto di valutazione da parte dei giudice di primo grado (la cui motivazione, sul punto, e’ utilizzabile in questa sede, formando con la sentenza del giudice di appello, per l’omogeneita’ e l’uniformita’ del percorso argomentativo, un prodotto unitario: cfr. Cass., sez. 3, 1.2.2002-12.3.2002, n. 10163, rv. 221116), in relazione alle quali nessuna censura e’ stata mossa dal ricorrente.

Ci si riferisce alle dichiarazioni di (OMISSIS) e di (OMISSIS), i quali hanno riferito, che, pur essendo dipendenti della ” (OMISSIS)” di (OMISSIS), all’improvviso, in un periodo antecedente alla dichiarazione di fallimento, erano diventati formalmente dipendenti, prima della ” (OMISSIS) s.r.l.” (il (OMISSIS) a partire dal (OMISSIS); il (OMISSIS) dopo il (OMISSIS)), per poi diventare, successivamente, dipendenti della ” (OMISSIS)”, specificando di non avere mai conosciuto il (OMISSIS), ma di essere sempre stati retribuiti dal (OMISSIS) (cfr. p. 17 della sentenza di primo grado).

Tali conclusioni appaiono del tutto conformi all’orientamento, dominante nella giurisprudenza di legittimita’, secondo cui la prova della posizione di amministratore di fatto si traduce nell’accertamento di elementi sintomatici dell’inserimento organico del soggetto con funzioni direttive, in qualsiasi fase della sequenza organizzativa, produttiva o commerciale dell’attivita’ della societa’, accertamento che costituisce oggetto di una valutazione di fatto insindacabile in sede di legittimita’, ove sostenuta, come nel caso in esame, da congrua e logica motivazione (cfr., ex plurimis, Cass., sez. 5, 20.6.2013, n. 35346, rv. 256534), essendo stato dimostrato, da un lato, il diretto interesse del (OMISSIS) nella conduzione della societa’ fallita, dall’altro il concreto esercizio da parte sua di un ruolo di gestione effettiva, concretizzatosi nell’assunzione di lavoratori nell’interesse della suddetta societa’, che venivano da lui retribuiti, nonostante l’amministratore di diritto fosse il (OMISSIS).

Cio’ posto non puo’ non trovare applicazione nel caso in esame il conseguente principio, affermato da tempo nella giurisprudenza di legittimita’, secondo cui, in tema di reati fallimentari, il soggetto che, ai sensi della disciplina dettata dall’articolo 2639, c.c., assume la qualifica di amministratore “di fatto” della societa’ fallita e’ da ritenere gravato dell’intera gamma dei doveri cui e’ soggetto l’amministratore “di diritto”, per cui, ove concorrano le altre condizioni di ordine oggettivo e soggettivo, egli assume la penale responsabilita’ per tutti i comportamenti penalmente rilevanti a lui addebitabili, (cfr. Cass., sez. 5, 20/05/2011, n. 39593, rv 250844; Cass., sez. 5, 2/3/2011, n. 15065, rv. 25004).

Dei profili integranti l’elemento oggettivo e soggettivo dei reati di bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale contestati al (OMISSIS) si e’ gia’ detto

Appare opportuno, comunque, ribadire, quanto all’elemento soggettivo, che anche per l’amministratore “di fatto” esso consiste nella consapevole volonta’ dei singoli atti di distrazione e della idoneita’ dei medesimi a cagionare danno ai creditori, in quanto privi di sinallagma rispondente al fine istituzionale dell’impresa, in considerazione, ad esempio, come nel caso esame, della natura fittizia dell’operazione, che incide negativamente sul patrimonio della societa’, perseguita dal ricorrente (cfr. ex plurimis, Cass., sez. 5, 24.3.2010, n. 16579, Fiume, rv. 246879) e, con riferimento all’episodio di bancarotta fraudolenta documentale generica, nel dolo generico, nella forma del dolo intenzionale, costituito dalla coscienza e volonta’ dell’irregolare o incompleta tenuta delle scritture contabili e dalla consapevolezza che questa rende o potra’ rendere impossibile ovvero difficile, la ricostruzione delle vicende del patrimonio del fallito (cfr., ex plurimis, Cass., sez. 5, 17.12.2008, n. 1137, rv. 242550), che, nel caso in esame, si evince dalla diretta partecipazione dell’imputato all’attivita’ di gestione dell’impresa in cui si sono consumati i singoli episodi illeciti a lui contestati, evidentemente finalizzati ad arrecare pregiudizio alle ragioni del ceto creditorio.

Non colgono nel segno, infine, le censure difensive con cui si invoca una diversa qualificazione giuridica, in termini di ricettazione prefallimentare.

Come chiarito, infatti, dall’orientamento dominante nella giurisprudenza di legittimita’, il delitto di ricettazione prefallimentare (L. Fall., articolo 232, comma 3, n. 2), si configura solo in mancanza di un accordo con l’imprenditore dichiarato fallito. Pertanto, il fatto del terzo non fallito che, come nel caso in esame, distragga beni prima del fallimento, in accordo con l’imprenditore, e’ punibile a titolo di concorso in bancarotta fraudolenta patrimoniale, L. Fall., ex articolo 216, comma 1 e articolo 223, comma 1, e non a norma della predetta L. Fall., articolo 232 (cfr. Cass., sez. 5, 22.2.2012, n. 16062, rv. 252485; Cass., sez. 5, 9.3.2005, n. 12824, rv. 231699).

Inammissibili appaiono, infine, le doglianze sulla pena, trattandosi di rilievi sull’entita’ del trattamento sanzionatorio, a fronte di un’articolata motivazione sul punto, resa in conformita’ ai parametri di cui all’articolo 133 c.p., con la quale la corte territoriale ha spiegato anche le ragioni che ostano al riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche in favore del (OMISSIS), correttamente ravvisandole nell’assenza di elementi meritevoli di valutazione positiva e, sempre in conformita’ alla previsione dell’articolo 133 c.p., nella negativa condotta del reo, successiva alla commissione dei reati fallimentari per cui si procede, che ha indotto la stessa corte a disporre la trasmissione degli atti al pubblico ministero

 

 

Suprema Corte di Cassazione

sezione V penale

sentenza 7 ottobre 2016, n. 42572

ABA1SCRITTAABANCOSCERITTAREPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SAVANI Piero – Presidente

Dott. MORELLI Francesca – Consigliere

Dott. DE GREGORIO Eduardo – Consigliere

Dott. GUARDIANO Alfredo – rel. Consigliere

Dott. AMATORE Roberto – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS), nato a (OMISSIS) il (OMISSIS);

(OMISSIS), nato a (OMISSIS) il (OMISSIS);

(OMISSIS), nato a (OMISSIS) il (OMISSIS);

avverso la sentenza pronunciata dalla corte di appello di Napoli il 2.12.2014;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere Dott. GUARDIANO Alfredo.

udito il Pubblico Ministero, nella persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.ssa DI NARDO Marilia, che ha concluso per l’inammissibilita’ del ricorso proposto dal (OMISSIS); per l’annullamento con rinvio della sentenza oggetto di ricorso, nei confronti del (OMISSIS) e del (OMISSIS), con riferimento ai reati di cui alla seconda parte del capo A) ed al capo B) dell’imputazione; per il rigetto, infine, dei ricorsi del (OMISSIS) e del (OMISSIS), in relazione al reato di bancarotta fraudolenta di cui alla prima parte del capo A).

udito per la costituita parte civile, l’avv. (OMISSIS), del Foro di Napoli, che ha concluso per la conferma della sentenza impugnata, depositando conclusioni scritte e nota spese;

udito per il ricorrente (OMISSIS), i difensori di fiducia, avv. (OMISSIS) ed avv. (OMISSIS), entrambi del Foro di Roma, che hanno concluso per l’accoglimento del ricorso;

udito per il ricorrente (OMISSIS), il difensore di fiducia, avv. (OMISSIS), del Foro di Roma, che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

FATTO E DIRITTO

  1. Con la sentenza di cui in epigrafe la corte di appello di Napoli, in parziale riforma della sentenza con cui il tribunale di Napoli, in data 13.5.2013, aveva condannato (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS) alle pene, principali ed accessorie, ritenute di giustizia, ed al risarcimento dei danni derivanti da reato in favore della costituita parte civile, in relazione ai reati di bancarotta fraudolenta patrimoniale per distrazione e di bancarotta fraudolenta documentale aggravati, ad essi contestati nei capi A) e B) dell’imputazione, in relazione al fallimento della societa’ “(OMISSIS) s.r.l.”, commessi dai suddetti imputati in concorso tra loro, nella qualita’, rispettivamente, il (OMISSIS) di amministratore unico della ” (OMISSIS) s.p.a.” fino al 13.6.20157 e, successivamente, di amministratore di fatto della medesima societa’; (OMISSIS), di amministratore unico della ” (OMISSIS) s.p.a.” a far data dal 13.6.2007; (OMISSIS) di amministratore unico della societa’ ” (OMISSIS) s.r.l.”; (OMISSIS), di amministratore di fatto della “(OMISSIS) s.r.l.”, della ” (OMISSIS) s.p.a.” e della ” (OMISSIS) s.r.l.”, rideterminava in senso piu’ favorevole al solo (OMISSIS) il trattamento sanzionatorio, confermando, nel resto, la sentenza di primo grado.
  2. Avverso la sentenza della corte territoriale, di cui chiedono l’annullamento, hanno proposto tempestivo ricorso per cassazione, a mezzo dei rispettivi difensori di fiducia, il (OMISSIS), il (OMISSIS) ed il (OMISSIS), con separati atti di impugnazione.

2.1. Il (OMISSIS), in particolare, nel ricorso a sua firma ed a firma dell’avv. (OMISSIS), del Foro di Roma, dopo avere sintetizzato i fatti storici per i quali si procede, lamenta: 1) violazione di legge e vizio di motivazione, in quanto gli elementi presi in considerazione dalla corte territoriale per confermare la sentenza di primo grado sono dei semplici indizi, non gravi, ne’ precisi e concordanti, trovando una spiegazione alternativa non adeguatamente considerata dal giudice di secondo grado, posto che: a) la costituzione della societa’ ” (OMISSIS) s.r.l.”, di cui il (OMISSIS) era il formale amministratore, trattandosi di compagine di fatto riconducibile al coimputato (OMISSIS), appena venti giorni prima dell’acquisto da parte della ” (OMISSIS) s.p.a.” dell’azienda della fallita “(OMISSIS) s.r.l.”, successivamente venduta alla societa’ amministrata dal (OMISSIS), si spiega agevolmente con l’obiettivo di sfruttare l’opportunita’ di una nuova attivita’ imprenditoriale; b) il mancato pagamento del prezzo della cessione alla “(OMISSIS)” da parte della ” (OMISSIS)”, di cui si da’ atto nel successivo contratto di vendita in favore della ” (OMISSIS)”, e’ circostanza che spiega perche’ ” (OMISSIS)” si sia determinata alla vendita, ma non dimostra la consapevolezza, in capo al ricorrente della finalita’ distrattiva del patrimonio della fallita, che, secondo i giudici di merito, ha caratterizzato l’intera operazione; c) la ritenuta incongruita’ del prezzo pagato da ” (OMISSIS)” a ” (OMISSIS)”, rispetto ai valori di mercato, non tiene conto dei risultati cui e’ pervenuta la consulenza tecnica di ufficio redatta nell’ambito del contenzioso civile instaurato dal fallimento “(OMISSIS)” nei confronti di ” (OMISSIS)” e di ” (OMISSIS)”, acquisita agli atti del processo penale, secondo cui, differenza di quanto affermato dal curatore fallimentare, il valore del complesso aziendale ceduto non era pari ad oltre un milione di Euro, ma a soli 325.423,39, Euro, sicche’, essendo stato pattuito un prezzo di 250.000,00 Euro, lo scostamento dai valori di mercato e’ stato pari a soli 75.000,00 Euro, risultando, pertanto, assolutamente congruo il prezzo della cessione, potendosi facilmente spiegare l’evidenziato scostamento alla luce delle particolari condizioni del mercato degli appalti pubblici, in cui si e’ inserita l’operazione di cui si discute; d) la provenienza dei fondi per il pagamento del prezzo convenuto dal (OMISSIS) dimostra che il ricorrente era un prestanome di quest’ultimo, ma non prova che egli avesse consapevolezza della contestata attivita’ distrattiva; 2) vizio di motivazione con riferimento al secondo segmento dell’attivita’ distrattiva, avente ad oggetto i beni aziendali della societa’ fallita (rimanenza; crediti e titoli), che, secondo l’impostazione accusatoria, sono stati sottratti, come si evince dal raffronto tra i dati del bilancio al 31.12.2006 ed il bilancio fallimentare al (OMISSIS), in relazione al quale la corte territoriale ha omesso di motivare sulle specifiche doglianze prospettate con l’atto di appello, limitandosi a fare proprie le conclusioni del giudice di primo grado, il quale, tuttavia, ha reso una motivazione illogica e contraddetta dalle risultanze processuali, in quanto l’affermazione di responsabilita’ del (OMISSIS) si fonda su di una sorta di presunzione, a sua volta giustificata alla luce della sua supposta partecipazione alle condotte complessivamente distrattive, senza che vi sia, in realta’ alcuna prova, che avrebbe dovuto essere particolarmente rigorosa, essendo egli un extraneus rispetto al fallimento della “(OMISSIS)”, di una sua compartecipazione all’attivita’ di sottrazione dei beni societari innanzi indicati, senza tacere che la differenza dei due bilanci, perno dell’accusa, ha avuto ampia spiegazione in sede dibattimentale, in cui e’ emersa la fretta con cui e’ stato redatto il bilancio fallimentare, nel quale non sono stati esposti una serie di crediti e non si e’ dato atto che alcune poste erano inesigibili; 3) vizio di motivazione con riferimento alla condotta di bancarotta fraudolenta documentale, in relazione al quale la corte territoriale ha omesso di motivare sulle specifiche doglianze prospettate con l’atto di appello, limitandosi a fare proprie le conclusioni del giudice di primo grado, il quale, tuttavia, ha reso una motivazione illogica, essendo fondata ancora una volta su di una semplice presunzione, desunta dalla ritenuta partecipazione del (OMISSIS) all’intera operazione distrattiva; 4) violazione di legge e vizio di motivazione in ordine al mancato riconoscimento dei benefici di legge, che non si giustifica, anche in relazione al diverso e piu’ favorevole trattamento riservato al coimputato (OMISSIS).

2.2. (OMISSIS), nel ricorso a firma dell’avv. (OMISSIS), lamenta: 1) violazione di legge e vizio di motivazione con riferimento alla ritenuta qualita’ di amministratore di fatto della “(OMISSIS)” e della ” (OMISSIS)”, attribuita al ricorrente sulla base di un’inammissibile generalizzazione, in quanto, da un lato, le risultanze processuali hanno evidenziato, a tutto voler concedere, esclusivamente una gestione di fatto da parte del ricorrente, attraverso la societa’ ” (OMISSIS) s.a.s.”, dell’appalto relativo agli Aeroporti di (OMISSIS), che aveva formato oggetto di un contratto di subappalto tra la “(OMISSIS)” e la ” (OMISSIS)”, dall’altro i giudici di merito non hanno indicato quali sarebbero stati gli specifici atti di gestione, posti in essere con continuita’ dal (OMISSIS), che, in base all’interpretazione dell’articolo 2639 c.c., fornita dalla giurisprudenza di legittimita’, consentirebbero di qualificarlo come amministratore di fatto delle societa’ di cui si discute, sicche’ amanette2SCRITTAnon puo’ valere nel caso in esame la presunzione di responsabilita’ per i reati fallimentari, che grava sull’amministratore di fatto, in virtu’ della sua equiparazione all’amministratore di diritto, gravando sui giudici di merito l’onere, inadempiuto, di motivare puntualmente sulla responsabilita’ del (OMISSIS), proprio perche’ a quest’ultimo non e’ possibile attribuire il ruolo di intraneus, senza tacere che gli elementi ritenuti dalla corte di appello sintomatici della qualita’ di amministratore di fatto del (OMISSIS) (il rinvenimento di alcuni beni della “(OMISSIS)” presso la ” (OMISSIS)”; la circostanza che numerosi assegni tratti sul conto corrente della societa’ fallita recassero la firma del (OMISSIS) e non del (OMISSIS); il conferimento al ricorrente ed al fratello (OMISSIS) di due procure che consentivano loro di agire uti domini), non assumono valore decisivo, posto che, il primo dato non ha nulla a che vedere con il tema dell’amministratore di fatto, trovando, peraltro, giustificazione nei rapporti tra l’acquirente finale del compendio aziendale della fallita, la societa’ ” (OMISSIS)”, e la (OMISSIS), mentre le altre circostanze si spiegano alla luce della procura conferita al ricorrente per la gestione, anche sotto il profilo economico-finanziario, dell’appalto con gli aeroporti di (OMISSIS), con cui la (OMISSIS) intendeva assicurarsi il pagamento di quanto dovutole dalla “(OMISSIS)”; 2) vizio di motivazione con riferimento all’attivita’ distrattiva avente ad oggetto la cessione del compendio aziendale avvenuta il 4.7.2007 tra la fallita e la ” (OMISSIS)”, in relazione al quale la corte territoriale ha omesso di motivare sulle specifiche doglianze prospettate con l’atto di appello, limitandosi a fare proprie le conclusioni del giudice di primo grado, il quale, tuttavia, ha reso una motivazione inadeguata, in quanto l’affermazione di responsabilita’ del (OMISSIS) si fonda esclusivamente su di una presunzione ancorata alla sua ritenuta qualita’ di amministratore di fatto della fallita, mancando del tutto agli atti una qualsivoglia indicazione, anche a livello meramente indiziario, della partecipazione del (OMISSIS) a tale cessione, che, anzi, va esclusa, sulla base sia delle dichiarazioni del (OMISSIS), il quale ha riferito esclusivamente ad una sua iniziativa la cessione del compendio aziendale di cui si discute, sia della circostanza che sarebbe stato antieconomico ed illogico, se lo scopo dell’intera operazione era quello di far pervenire alla societa’ (OMISSIS) l’azienda della fallita, il passaggio intermedio realizzato attraverso il trasferimento alla ” (OMISSIS)”, la cui creazione, trattandosi di una societa’ per azioni, era piu’ costosa e complessa; 3) vizio di motivazione con riferimento all’attivita’ distrattiva avente ad oggetto l’ulteriore cessione del compendio aziendale avvenuta il 22.4.2008 tra la ” (OMISSIS)” e la ” (OMISSIS) s.r.l.”, in relazione al quale la corte territoriale ha erroneamente valutato le risultanze processuali, omettendo di considerare, da un lato, che il ricorso al prestanome (OMISSIS) era necessario perche’ il (OMISSIS), per ragioni di mercato, non poteva apparire formale amministratore di due societa’ concorrenti (” (OMISSIS)” ” (OMISSIS)”), dall’altro, che, per le ragioni gia’ esposte, il prezzo della suddetta cessione non puo’ considerarsi incongruo rispetto ai valori di mercato, ragione per la quale appare del tutto irrilevante che il (OMISSIS), come riferito dal (OMISSIS), fosse a conoscenza dello stato di insolvenza della “(OMISSIS)”; 4) vizio di motivazione con riferimento al secondo segmento dell’attivita’ distrattiva, avente ad oggetto i beni aziendali della societa’ fallita (rimanenza; crediti e titoli), che, secondo l’impostazione accusatoria, sono stati sottratti, come si evince dal raffronto tra i dati del bilancio al 31.12.2006 ed il bilancio fallimentare al (OMISSIS), in relazione al quale la corte territoriale ha omesso di motivare sulle specifiche doglianze prospettate con l’atto di appello, limitandosi a fare proprie le conclusioni del giudice di primo grado, il quale, tuttavia, ha reso una motivazione illogica e contraddetta dalle risultanze processuali, in quanto, da un lato, come si e’ gia’ detto, non e’ possibile considerare il (OMISSIS) amministratore di fatto della societa’ fallita, avendo egli limitato i suoi rapporti con quest’ultima, prima della cessione del compendio aziendale ad ” (OMISSIS)”, alla sola gestione dell’appalto con gli Aeroporti di (OMISSIS), peraltro verificatasi dopo il 31.12.2006, per cui attribuirgli una responsabilita’ per le condotte di bancarotta che hanno interessato la “(OMISSIS)”, anche prima della nascita del rapporto relativo a tale ultimo appalto, appare il frutto di una inammissibile e generalizzata presunzione, dall’altro, come si e’ gia’ osservato in precedenza, la differenza tra i bilanci ha ricevuto adeguata spiegazione in sede dibattimentale; 5) vizio di motivazione con riferimento alla condotta di bancarotta fraudolenta documentale, in relazione al quale la corte territoriale ha omesso di motivare sulle specifiche doglianze prospettate con l’atto di appello, limitandosi a fare proprie le conclusioni del giudice di primo grado, il quale, tuttavia, ha reso una motivazione illogica, essendo fondata ancora una volta su di una semplice presunzione, desunta dalla ritenuta partecipazione del (OMISSIS) all’intera operazione distrattiva; 6) vizio di motivazione in ordine al rigetto delle censure difensive in ordine all’intervenuto provvedimento di confisca dell’intero patrimonio del (OMISSIS), al di la’ della entita’ patrimoniale dei rapporti che sono intervenuti con la fallita, ed alla richiesta di rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale finalizzata alla stima dei valori ai fini delle determinazioni concernenti la confisca; 7) violazione di legge e vizio di motivazione in ordine all’entita’ della pena inflitta, che non si giustifica, anche in relazione al diverso e piu’ favorevole trattamento riservato al coimputato (OMISSIS)

Nel ricorso a firma dell’avv. (OMISSIS), del Foro di Roma, il (OMISSIS) lamenta: 1) vizio di motivazione in ordine alla ritenuta qualita’ di amministratore di fatto del (OMISSIS), che ha limitato la sua ingerenza alla gestione dell’appalto relativo agli Aeroporti di (OMISSIS), in relazione al quale aveva ricevuto una procura formale ad agire, senza che, tuttavia, i giudici di merito siano riusciti a dimostrare che l’oggetto della procura fosse cosi’ ampio da attribuire al ricorrente poteri gestori assimilabili a quelli di un amministratore di diritto; 2) vizio di motivazione in ordine alla possibilita’ di ascrivere al (OMISSIS) le contestate condotte distrattive, una volta indimostrata la sua qualita’ di amministratore di fatto, posto che l’unica operazione economica in cui il ricorrente e’ coinvolto (l’acquisto dell’azienda della ” (OMISSIS)” da parte di (OMISSIS)), unitamente al (OMISSIS) ed al (OMISSIS), non ha natura distrattiva, essendo caratterizzata dalla piena corrispondenza sinallagmatica tra il compendio di beni ceduto e il corrispettivo previsto, non potendosi ritenere incongruo il prezzo pattuito per la cessione, come affermato dal giudice di secondo grado, il quale ha omesso di considerare il rilievo difensivo secondo cui l’acquisto di beni dall’imprenditore il cui stato di insolvenza e’ noto all’acquirente, integra il diverso reato di cui alla L. Fall., articolo 232, comma 3, n. 2, senza tacere che la corte territoriale ha inopportunamente rigettato la richiesta di rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale finalizzata al conferimento di un incarico peritale necessario ad accertare l’entita’ delle differenze contabili riscontrate nei bilanci innanzi indicati ed il valore dell’azienda ceduta alla societa’ ” (OMISSIS)”; 3) omessa motivazione in ordine alla sussistenza dell’elemento psicologico del reato in capo al (OMISSIS), affermata sulla base di un generico riferimento alle modalita’ dei fatti, ed alla partecipazione del ricorrente alle altre attivita’ distrattive, nonche’ alla bancarotta fraudolenta documentale, di cui all’imputazione, difettando, con particolare riferimento a tale ultimo reato, ogni motivazione in ordine alla configurabilita’ del dolo; 4) vizio di motivazione in ordine all’entita’ del trattamento sanzionatorio ed alla mancata concessione delle attenuanti generiche, che non possono giustificarsi sol perche’ il (OMISSIS) ha mantenuto un comportamento processuale con cui ha negato la propria responsabilita’ e per la mera supposizione di avere posto in essere condotte post fallimentari penalmente rilevanti, dovendosi l’impugnata’sentenza censurarsi anche in ordine al rigetto della richiesta di revoca della confisca del patrimonio del (OMISSIS).

2.3 Il (OMISSIS), nel ricorso a firma del difensore di fiducia, avv. (OMISSIS), del Foro di Napoli, lamenta vizio di motivazione in ordine alla ritenuta sussistenza dell’elemento soggettivo del reato, che la corte territoriale desume da quattro presupposti di natura indiziaria, dai quali si evincerebbe che il (OMISSIS), mero prestanome del (OMISSIS), essendo stato nominato amministratore della ” (OMISSIS)” appena nove mesi prima della dichiarazione di fallimento della “(OMISSIS)” ed essendo a conoscenza da anni, in ragione del ruolo che ricopriva, dello stato di decozione della societa’ fallita, peraltro evidente all’atto della creazione della nuova societa’, fosse consapevole della natura distrattiva della cessione, senza considerare che si sarebbe dovuto dimostrare innanzitutto quale sia stato il momento in cui si e’ manifestata la sofferenza della “(OMISSIS)” e poi valutare se tale stato fosse conosciuto o conoscibile da parte del ricorrente, per cui solo la prova della partecipazione del (OMISSIS) ad una effettiva gestione amministrativa della ” (OMISSIS)”, in realta’ indimostrata, avrebbe potuto dare contezza della conoscenza da parte sua dell’attivita’ finanziaria di detta societa’ e, in via mediata, della condizione finanziaria della “(OMISSIS)”.

  1. I ricorsi sono parzialmente fondati e vanno, pertanto, accolti, nei seguenti termini.
  2. Iniziando dal ricorso del (OMISSIS), non puo’ non rilevarsi, in generale, come con esso il ricorrente espone censure che si risolvono in una mera rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione impugnata, sulla base di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti, senza individuare vizi di logicita’ tali da evidenziare la sussistenza di ragionevoli dubbi, ricostruzione e valutazione, in quanto tali, precluse in sede di giudizio di cassazione (cfr. Cass., sez. 5, 22.1.2013, n. 23005, rv. 255502; Cass., sez. 1, 16.11.2006, n. 42369, rv. 235507; Cass., sez. 6, 3.10.2006, n. 36546, rv. 235510; Cass., sez. 3, 27.9.2006, n. 37006, rv. 235508).

Ed invero il sindacato della Cassazione resta quello di sola legittimita’, esulando dai poteri della stessa quello di una rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione anche laddove venga prospettata dal ricorrente, come nel caso in esame, una diversa e piu’ adeguata valutazione delle risultanze processuali (cfr. Cass., sez. 2, 23.5.2007, n. 23419, rv. 236893). Da cio’, tuttavia, non discende la totale inammissibilita’ del ricorso dell’imputato.

La fondatezza delle doglianze, non di ordine esclusivamente personale, prospettate dal coimputato (OMISSIS) (su cui si dira’ in seguito), al pari del (OMISSIS) chiamato a rispondere di tutti i reati fallimentari di cui si discute in qualita’ di extraneus, concorrente nei reati propri degli amministratori (di fatto e di diritto) della societa’ fallita ( (OMISSIS) e (OMISSIS)), in relazione alla bancarotta fraudolenta documentale di cui al capo B) ed alla seconda parte dell’attivita’ di bancarotta fraudolenta patrimoniale per distrazione, contestata nel capo A), avente ad oggetto “i seguenti beni aziendali della societa’ fallita: rimanenze aventi un valore complessivo pari ad Euro 3.689.870,00; crediti verso clienti aventi un valore complessivo pari ad Euro 2.218.089,00; titoli aventi un valore complessivo pari ad Euro 150.000,00”, estende, infatti, i suoi effetti, ai sensi dell’articolo 587 c.p.p., comma 1, anche nei confronti del (OMISSIS).

Come e’ noto, infatti, l’effetto estensivo dell’impugnazione, in caso di accoglimento di un motivo di ricorso per cassazione non esclusivamente personale, giova anche agli altri imputati che non hanno proposto ricorso, ivi compresi coloro che hanno concordato la pena in appello, che hanno proposto un ricorso originariamente inammissibile o che al ricorso hanno successivamente rinunciato (cfr. Cass., sez. U., 12.7.2007, n. 30347, rv. 236756; Cass., sez. 1, 17.10.2013, n. 2940, rv. 258393)

Il ricorso del (OMISSIS), pertanto, pur viziato da originaria inammissibilita’, va dichiarato inammissibile limitatamente alla sola, condotta integrante i fatti di bancarotta fraudolenta patrimoniale per distrazione, di cui alla prima parte del capo A), avente ad oggetto beni aziendali diversi da quelli innanzi indicati, per i quali, come si vedra’, le censure del (OMISSIS) non meritano accoglimento.

4.1. Passando ad affrontare la posizione del (OMISSIS), deve rilevarsi che egli e’ chiamato a rispondere, a titolo di concorso, dei reati fallimentari innanzi indicati, in qualita’ di amministratore unico della societa’ ” (OMISSIS) s.r.l.”, cessionaria finale del ramo d’azienda della societa’ fallita, ceduto, con una prima operazione, alla ” (OMISSIS) s.p.a.”, di cui erano stati amministratori il (OMISSIS) e, a decorrere dal 13.6.2007, il (OMISSIS), e, successivamente, da tale ultima societa’ a quella amministrata dallo stesso (OMISSIS), la ” (OMISSIS) s.r.l.”.

Sicche’ la sua posizione deve essere valutata alla luce dei principi, da tempo fissati dalla giurisprudenza di legittimita’, condivisi dal collegio, che disciplinano il concorso del cd. extraneus nei reati fallimentari propri commessi dall’amministratore (di fatto o di diritto) della societa’ fallita.

Alla luce di tali principi, va, innanzitutto, ribadito che in tema di reati fallimentari, e’ configurabile il concorso nel reato di bancarotta fraudolenta da parte di persona estranea al fallimento, qualora la condotta realizzata in concorso col fallito sia stata efficiente per la produzione dell’evento e il terzo concorrente abbia operato con la consapevolezza e la volonta’ di aiutare l’imprenditore in dissesto a frustrare gli adempimenti predisposti dalla legge a tutela dei creditori dell’impresa (cfr., ex plurimis, Cass., sez. 5, 26.4.2011, n. 27367, rv. 250409).

Con particolare riferimento all’ipotesi di bancarotta fraudolenta per distrazione, la giurisprudenza di legittimita’ ha chiarito che il soggetto esterno alla societa’ puo’ concorrere nel reato proprio, mediante condotta agevolativa di quella del cd. intraneus, nella consapevolezza della funzione di supporto alla “distrazione”, intesa quest’ultima come sottrazione dal patrimonio sociale e suo depauperamento ai danni della classe creditoria, in caso di fallimento, per cui, sotto il profilo dell’elemento oggettivo del reato, puo’ dirsi che a configurare la responsabilita’ dell’extraneus per concorso nel reato e’ sufficiente l’incidenza causale dell’azione dello stesso extraneus ai fini distrattivi (cfr. Cass., sez. 5, 26/06/1990, B.; Cass., sez. 5, 19/3/199, n. 6470, rv. 213811; Cass., sez. 5, 27/6/2012, n. 39387, rv. 254319).

Sotto il profilo soggettivo, invece, il dolo dell’extraneus concorrente nel reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale per distrazione dell’amministratore della societa’ fallita, non richiede la prova del previo concerto dell’extraneus con quest’ultimo, essendo sufficiente la dimostrazione del dolo generico, consistente nella volontarieta’ della propria condotta di apporto a quella dell’intraneus, con la consapevolezza che essa determina un depauperamento del patrimonio sociale ai danni del creditore, non richiedendosi, per l’appunto, la specifica conoscenza del dissesto della societa’.

Ne consegue che ogni atto distrattivo assume rilievo ai sensi della L. Fall., articolo 216, in caso di fallimento, indipendentemente dalla rappresentazione di quest’ultimo, il quale non costituisce l’evento del reato che, invece, coincide con la lesione dell’interesse patrimoniale della massa, posto che se la conoscenza dello stato di decozione costituisce dato significativo della consapevolezza del terzo di arrecare danno ai creditori cio’ non significa che essa non possa ricavarsi da diversi fattori, quali la natura fittizia o l’entita’ dell’operazione che incide negativamente sul patrimonio della societa’ (cfr. Cass., sez. 5, 6/5/2008, n. 34584, rv. 241350; Cass., sez. 5, 24/3/2010, n. 16579, rv. 246879).

Sulla stessa linea interpretativa si collocano le decisioni della Suprema Corte in tema di bancarotta fraudolenta documentale, rispetto alla quale il riconoscimento del concorso dell’extraneus postula l’accertamento dell’efficienza causale della sua condotta e la consapevolezza in ordine alla sua incidenza sul versante della regolarita’ e correttezza della rappresentazione documentale della societa’ poi fallita, ad opera del responsabile di quest’ultima, non essendo richiesta la specifica conoscenza del dissesto della societa’, in quanto il dolo risulta integrato dalla volontarieta’ della propria condotta di sostegno a quella dell’intraneus, con la consapevolezza che essa determina un depauperamento del patrimonio sociale ai danni dei creditori (cfr., tra le altre, Cass., sez. 5, 27/6/2012, n. 39387, rv. 254319; Cass., sez. 5, 12/11/2013, n. 1706, rv. 254319).

Proprio in applicazione di tali principi e’ stata affermata la responsabilita’ dell’extraneus a titolo di concorso, da un lato, nel delitto di bancarotta fraudolenta patrimoniale per distrazione, in capo al soggetto che agevoli il titolare della societa’ fallenda nella costituzione di una societa’ di cui assuma l’amministrazione e con cui la prima stipuli un contratto di locazione connotato da un canone sensibilmente inferiore a quelli di mercato al” fine di mantenere la disponibilita’ materiale dell’immobile locato alla famiglia del titolare della societa’ fallenda (cfr. Cass., sez. 5, 2/10/2009, n. 49642, rv. 245821) ovvero al consulente della societa’ che, consapevole dei propositi distrattivi dell’imprenditore e degli amministratori della societa’, concorra all’attivita’ distrattiva posta in essere da questi ultimi progettando e portando ad esecuzione la conclusione di contratti (nella specie affitto di azienda) privi di effettiva contropartita e preordinati ad avvantaggiare i soci a scapito dei creditori (cfr. Cass., sez. 5, 15/2/2008, n. 10742, rv. 239480); dall’altro nel delitto di bancarotta fraudolenta documentale, in capo al soggetto che, attraverso il rilascio di false fatturazioni, ha consentito all’amministratore della societa’ fallita di utilizzarle come prova di elementi passivi da appostare in bilancio (cfr. Cass., sez. 5, 12/11/2013, n. 1706, rv. 254319)

Orbene, applicando tali principi alla fattispecie in esame non puo’ non rilevarsi un evidente deficit motivazionale della sentenza oggetto di ricorso, con riferimento alla affermata responsabilita’ del (OMISSIS) (e del (OMISSIS)) in ordine alla bancarotta fraudolenta documentale di cui al capo B) ed alla seconda parte dell’attivita’ di bancarotta fraudolenta patrimoniale per distrazione, contestata nel capo A), innanzi specificata.

Ed invero, con particolare riferimento al reato di cui al capo B), la corte territoriale si limita a svolgere alcune condivisibili considerazioni in ordine all’elemento oggettivo del reato di cui si discute, rilevando come la mancanza del libro giornale e del libro degli inventari sia stata causa di enormi difficolta’ nella ricostruzione puntuale del patrimonio e del movimento di affari della fallita.

Partendo da tale dato oggettivo, la corte territoriale fa discendere la responsabilita’ del (OMISSIS) (e del (OMISSIS)) dalla loro partecipazione attiva alla complessiva operazione, che aveva come scopo lo svuotamento del patrimonio della societa’ fallita, attraverso gli atti negoziali (le cessioni), di cui si e’ detto (cfr. pp. 15 e 16 della sentenza di secondo grado), aderendo acriticamente, sul punto, al percorso motivazionale (invero carente al punto tale da configurare una vera e propria motivazione apparente), seguito dal giudice di primo grado (cfr. pp. 43-44 della sentenza del tribunale).

A tale conclusione la corte territoriale, tuttavia, perviene senza operare alcuna valutazione sull’efficienza causale della condotta del (OMISSIS) (e del (OMISSIS)) e sulla consapevolezza,, da parte loro, della incidenza di tale condotta sulla completezza, regolarita’ e correttezza della rappresentazione documentale della societa’ poi fallita, imputabile agli amministratori di quest’ultima.

Identiche considerazioni valgono per le condotte distrattive di cui alla seconda parte dell’imputazione di bancarotta fraudolenta patrimoniale, diverse dalla cessione del ramo d’azienda della societa’ fallita, in relazione alle quali manca del tutto una specifica dimostrazione dell’incidenza causale dell’azione dell’extraneus ai fini distrattivi e della volontarieta’ della propria condotta di apporto a quella dell’intraneus, sorretta dalla consapevolezza che essa ha determinato un depauperamento del patrimonio sociale ai danni del ceto creditorio della societa’ fallita.

Anche in questo caso, infatti, la corte territoriale ha sostanzialmente aderito alla (inadeguata) struttura motivazionale della sentenza di primo grado, che, dopo essersi soffermata sulla natura oggettivamente distrattiva delle condotte indicate nella seconda parte dell’imputazione di cui al capo A), addebitandole, innanzitutto, all’amministratore di diritto della societa’ fallita, (OMISSIS), conclude per una generica ed apodittica affermazione di responsabilita’ di tutti gli altri soggetti estranei all’amministrazione della societa’ in questione “attesa l’acclarata loro dolosa partecipazione alle condotte complessivamente distrattive poste in essere in concorso con lo stesso in previsione del fallimento” (cfr. pp. 39-43 della sentenza del tribunale).

4.2. Sulla base delle svolte considerazioni, la sentenza impugnata va, dunque, annullata nei confronti degli imputati (OMISSIS) e (OMISSIS), limitatamente al reato di bancarotta fraudolenta documentale di cui al capo B) ed alla seconda parte dell’attivita’ distrattiva (descritta nella pagine precedenti) del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale, come contestata nel capo A) dell’imputazione, con rinvio ad altra sezione della corte di appello di Napoli, affinche’ provveda a colmare le evidenziate carenze motivazionali, adeguandosi ai principi di diritto innanzi indicati.

  1. Va ora affrontata la fattispecie di bancarotta fraudolenta patrimoniale di cui alla prima parte del capo A) dell’imputazione; avente ad oggetto beni rientranti nel ramo d’azienda della societa’ fallita, analiticamente descritti nella relativa contestazione, oggetto di due distinti atti di cessione: il primo, del 4.7.2007, intervenuto tra la fallita e la cessionaria ” (OMISSIS) s.p.a.”, il cui contenuto era stato integrato in data 22.2.2008 con scrittura privata nella quale si precisava che la cessione era comprensiva anche del contratto di appalto con ” (OMISSIS)”; il secondo, del 22.2.2008, intervenuto tra ” (OMISSIS) s.p.a.”, trasformatasi, nel frattempo, in s.r.l., e la cessionaria ” (OMISSIS) s.r.l.”, nel quale erano ricompresi anche gli appalti pubblici in essere tra la societa’ cedente e la ” (OMISSIS) s.p.a.”, ” (OMISSIS) s.p.a.”, “Regione Piemonte” e ” (OMISSIS)”.

Proprio in relazione a tale fattispecie, vanno valutate congiuntamente le posizioni dei ricorrenti (OMISSIS) e (OMISSIS), in quanto partecipi, unitamente al (OMISSIS), secondo l’impostazione accusatoria, condivisa dai giudici di merito, dell’operazione di svuotamento del patrimonio della societa’ fallita, realizzata attraverso gli atti di cessione in precedenza indicati, il (OMISSIS), quale amministratore di fatto della societa’ fallita; il (OMISSIS) ed il (OMISSIS) quali amministratori di societa’ costituite proprio allo scopo di consentire la fraudolenta cessione del compendio aziendale della fallita

Orbene, con riferimento a tale specifico segmento della condotta in contestazione, la motivazione della corte territoriale risulta immune dalle formulate censure, non potendosi, in particolare, definire ne’ manifestamente illogica, ne’ contraddittoria.

Ed invero la corte di appello, con motivazione assolutamente esaustiva, ha puntualmente descritto le varie fasi dell’operazione di svuotamento del patrimonio della fallita, evidenziando, in particolare, “l’esistenza di un complesso disegno iniziale, programmato e concepito dagli imputati nei minimi particolari, per rendere particolarmente complesso e difficoltoso l’accertamento del fine ultimo cui tendevano: frodare i creditori della societa’ fallita, svuotandola dei beni, delle possidenze e delle attivita’ produttive”. (cfr. p. 11 della sentenza di secondo grado).

Tale valutazione, lungi dall’essere meramente assertiva, risulta confortata da una serie di dati oggettivi, emergenti dalle risultanze processuali, su cui la corte territoriale si sofferma specificamente, sottolineando, tra l’altro: 1) l’estrema vicinanza temporale delle operazioni di cessione alla data di dichiarazione di fallimento; 2) come la ” (OMISSIS) s.p.a.”, alla quale era stato ceduto il ramo piu’ remunerativo della fallita, quello preposto allo svolgimento delle attivita’ edili, fosse amministrata dal (OMISSIS), legato al (OMISSIS) da un rapporto di lavoro dipendente; 3) che il secondo atto di cessione era intervenuto nei confronti di una societa’, la ” (OMISSIS) s.r.l.”, amministrata dal (OMISSIS), legato da vincoli di parentela al (OMISSIS), costituita appena venti giorni prima della “suddetta cessione, nel cui oggetto era stato ricompreso anche l’appalto con le Ferrovie dello Stato, inserito nel precedente negozio di cessione nella stessa data nella quale si era perfezionato il secondo trasferimento (22.2.2008), senza che venisse modificato il prezzo originario; 4) la circostanza, correttamente valutata assolutamente anomala dai giudici di merito, che, con riferimento alla prima cessione, nessun prezzo e’ stato mai pagato dalla ” (OMISSIS) s.p.a.” alla societa’ fallita, per la dichiarata mancanza di liquidita’ del (OMISSIS), rendendosi, in tal modo, evidente il carattere fittizio dell’operazione, confermato dall’ulteriore anomalia rappresentata dalla costituzione della cessionaria ” (OMISSIS) s.r.l.” al solo scopo di inglobare l’acquirente ” (OMISSIS) s.p.a.”, il cui mancato pagamento del prezzo di acquisto, trattandosi di un dato specificamente riportato nel secondo atto di cessione, non poteva non essere noto all’amministratore (OMISSIS), che, tuttavia, nulla ebbe da osservare, al riguardo; 5) che il prezzo di acquisto della ” (OMISSIS) s.p.a.”, fissato in Euro 250.000,00 e’ stato ritenuto, dal (OMISSIS) e dalla curatrice, dott.ssa (OMISSIS), assolutamente incongruo, rispetto al valore dell’azienda ceduta, fissato in oltre un milione di Euro, sia pure provvisoriamente, dalla consulenza tecnica, disposta in sede civile, richiamata dalla stessa curatrice, valore, rileva con intrinseca coerenza logica la corte territoriale, in ogni caso non veritiero, posto che la stessa consulenza tecnica prodotta dalla difesa degli imputati, espletata in sede civile, pur ridimensionandolo, ha comunque indicato un valore dell’azienda ceduta superiore ai 250.000,00 Euro; 6) che il pagamento dell’anticipo del prezzo pattuito, per un importo di 50.000,00 Euro, e’, in realta’, imputabile al (OMISSIS), formalmente estraneo all’acquirente ” (OMISSIS) s.r.l.”, trattandosi di somme di denaro provenienti da soggetti che avevano acquistato immobili dalla societa’ ” (OMISSIS)”; 7) che la comunanza di interessi tra i diversi imputati ed il ruolo di vero e proprio dominus dell’intera operazione, risulta dimostrato, oltre che dagli elementi gia’ indicati, dalla comunanza di sede e di numero telefonico tra la ” (OMISSIS) s.r.l.” e la societa’ ” (OMISSIS) s.a.s.” del (OMISSIS), dal reperimento di alcuni beni della fallita presso tale ultima societa’ e dal rinvenimento di numerosi assegni circolari tratti sul conto corrente bancario intestato alla ” (OMISSIS) s.r.l.” presso la (OMISSIS), emessi tra la fine del 2007 e l’inizio del 2008, a firma del (OMISSIS) e non dell’amministratore di diritto (OMISSIS).

Le argomentazioni della corte territoriale forniscono alla sentenza impugnata una motivazione assolutamente esaustiva in ordine alla sussistenza del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale per distrazione di cui si discute e sulla riconducibilita’ delle condotte distrattive al (OMISSIS) ed al (OMISSIS).

Sulla configurabilita’ dell’elemento oggettivo del reato in questione, non sussistono dubbi di sorta, ove si tenga presente il carattere assolutamente fittizio della cessione tra la societa’ fallita e la ” (OMISSIS) s.p.a.”, che, come si e’ detto non procedette a versare il prezzo nominalmente convenuto, per mancanza di liquidita’, ulteriormente confermato dall’esiguita’ del pagamento effettuato dal (OMISSIS), relativo alla seconda cessione del complesso aziendale, per un importo di soli 50.000,00 Euro, cifra in tutta evidenza di molto inferiore al valore pattuito per l’acquisto da parte di ” (OMISSIS) s.r.l.”, ove anche si volesse considerare congruo (ma, sul punto, la corte territoriale ha fornito una motivazione convincente sul difetto di congruita’) il prezzo di 250.000,00 Euro, formalmente statuito per il suddetto trasferimento del complesso aziendale.

Come affermato dall’orientamento dominante nella giurisprudenza di legittimita’, infatti, integra il reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale la cessione di un ramo di azienda senza corrispettivo o con corrispettivo inferiore al valore reale (cfr. Cass., sez. 5, 22.1.2013, n. 17965, rv. 255501; Cass., sez. 5, 10.1.2012, n. 10778, rv. 252008), specificazione del consolidato principio per cui costituisce attivita’ distrattiva anche l’operazione con la quale si estrometta un bene dal patrimonio dell’impresa senza che l’equivalente entri nel patrimonio acquisito al fallimento (cfr. Cass., sez. 5, 26.11.1997, n. 5408, rv. 209883).

Del pari conforme ai principi di diritto ed ai precedenti gli orientamenti giurisprudenziali in tema di responsabilita’ dell’extraneus, in precedenza richiamati, risulta l’affermazione di responsabilita’, al riguardo, del (OMISSIS), sia in termini di incidenza causale della sua azione ai fini distrattivi (egli, accettando la carica di amministratore di diritto della ” (OMISSIS) s.r.l.”, ha consentito porre in essere uno tasselli fondamentali per portare a compimento l’operazione di svuotamento della parte economicamente piu’ redditizia del patrimonio della fallita), sia sotto il profilo della dimostrazione del dolo generico, avendo egli fornito un volontario contributo alla condotta del (OMISSIS) e del (OMISSIS), nella consapevolezza di arrecare danno ai creditori della fallita, desumibile dalla coscienza della natura fittizia dell’intera operazione, resa evidente dal complesso delle anomale modalita’, di cui si e’ gia’ detto, attraverso le quali si perfeziono’ la cessione tra la ” (OMISSIS) s.p.a.” e la ” (OMISSIS) s.r.l.”, tra le quali assumono un particolare, ma non esclusivo, valore sintomatico del dolo, l’assenza di rilievi da parte sua sul mancato pagamento del prezzo da parte della ” (OMISSIS) s.p.a.” all’atto della prima cessione, nonche’ la sostanziale sovrapposizione della societa’ da lui formalmente amministrata con la figura del (OMISSIS). Identiche considerazioni sulla completezza e linearita’ del percorso motivazionale valgono per l’affermazione di responsabilita’ del (OMISSIS), che si regge sul suo ruolo di amministratore di fatto della societa’ fallita e reale artefice, con il (OMISSIS), della costituzione delle due societa’ cessionarie, guidate formalmente da soggetti strettamente legati ad entrambi gli imputati, come ampiamente dimostrato dalle gia’ evidenziate risultanze processuali.

Affermata la qualita’ di amministratore di fatto del (OMISSIS), correttamente la corte territoriale lo ha ritenuto responsabile anche della seconda parte dell’attivita’ distrattiva, sul presupposto del mancato reperimento nel patrimonio della societa’ fallita, da parte degli organi del fallimento, dei beni (rimanenze, crediti, titoli) in precedenza indicati, che di esso facevano parte (cfr., ex plurimis, Cass., sez. 5, 17.6.2010, n. 35882, rv. 248425), e del reato di bancarotta fraudolenta documentale, integrato dalle “enormi difficolta’ nella ricostruzione puntuale ” del patrimonio e del movimento degli affari della fallita, derivante dalla incompletezza della documentazione contabile (cfr., ex plurimis, Cass., sez. 5, 22.5.2015, n. 45174, rv. 265682).

Per entrambi gli imputati, dunque, la sussistenza sia dell’elemento oggettivo, sia dell’elemento psicologico delle fattispecie in contestazione, scientemente finalizzate al pregiudizio delle ragioni del ceto creditorio della societa’ fallita, sono state correttamente desunte dalle modalita’ della loro condotta, per cui, sul punto, l’impugnata sentenza, complessivamente considerata, puo’ dirsi adeguatamente motivata, posto che, come affermato da un condivisibile arresto del Supremo Collegio, in tema di dolo, la prova della volonta’ di commissione del reato puo’ essere desunta, anche implicitamente (sulla motivazione implicita della sentenza di appello cfr. Cass., sez. 2, 12/02/2009, n. 8619), in mancanza di confessione, dalle concrete circostanze che hanno connotato l’azione e delle quali deve essere verificata la oggettiva idoneita’ a cagionare l’evento in base ad elementi di sicuro valore sintomatico, valutati sia singolarmente sia nella loro coordinazione (cfr. Cass., sez. 6, 6.4.2011, n. 16465, rv. 250007).

A fronte di tale esaustivo argomentare, le censure dei difensori del (OMISSIS) e del (OMISSIS), non colgono nel segno ed, anzi, si collocano ai confini della inammissibilita’, perche’ con esse si prospetta, non solo una diversa lettura delle risultanze processuali, che, per le ragioni gia’ espresse trattando della posizione del (OMISSIS), non e’ consentita in questa sede di legittimita’, ma si ripropongono acriticamente anche questioni gia’ prospettate con i motivi di appello, alle quali la corte territoriale ha fornito esauriente risposta, come si e’ dimostrato nelle pagine che precedono

Va, peraltro, confutata la tesi volta ad escludere la partecipazione del (OMISSIS) alla gestione della societa’ fallita, perche’ la prospettiva difensiva si fonda, come correttamente rilevato dalla corte territoriale, su di una visone parziale dell’intera vicenda, la cui complessita’ deve, invece, essere valutata, sulla base di una lettura complessiva delle risultanze processuali.

Alla luce di quanto emerso, infatti, appare evidente il ruolo di vero e proprio dominus dell’intera operazione svolto dal (OMISSIS), unitamente al (OMISSIS), ai quali, giova ricordarlo, e’ direttamente riconducibile la creazione delle due societa’ cessionarie, artatamente costituite al solo scopo di svuotare la fallita della parte piu’ rilevante del suo patrimonio, secondo uno schema operativo, in cui la nascita della prima societa’, non dotata nemmeno della consistenza finanziaria per pagare il prezzo di quanto convenuto con la fallita per la cessione del compendio aziendale, appare strettamente connessa alla successiva creazione della seconda, facendo parte di un disegno unitario, preventivamente concordato tra il (OMISSIS), il (OMISSIS) e gli altri imputati.

Tale complesso meccanismo, in mancanza di una spiegazione alternativa, non puo’ che dimostrare, in applicazione del canone inferenziale tipico della prova logica, la specifica volonta’ del ricorrente di ledere le ragioni del ceto creditorio della fallita.

Finalita’ spiegabile solo con il suo concreto interesse a “salvare” dalle pretese dei creditori la parte ancora sana del patrimonio sociale, del tutto compatibile con l’esercizio di un potere di gestione e di controllo della societa’ di cui si discute.

Dimostra il diretto coinvolgimento del (OMISSIS) nella gestione della societa’ fallita, anche la continuita’ esistente tra le anzidette compagini sociali protagoniste delle cessioni, desunta, non solo dal necessario rapporto di strumentalita’ che legava le “cessionarie” alla cedente, senza la quale le prime non avrebbero avuto ragione di esistere, ma anche dalle dichiarazioni di alcuni lavoratori dipendenti, oggetto di valutazione da parte dei giudice di primo grado (la cui motivazione, sul punto, e’ utilizzabile in questa sede, formando con la sentenza del giudice di appello, per l’omogeneita’ e l’uniformita’ del percorso argomentativo, un prodotto unitario: cfr. Cass., sez. 3, 1.2.2002-12.3.2002, n. 10163, rv. 221116), in relazione alle quali nessuna censura e’ stata mossa dal ricorrente.

Ci si riferisce alle dichiarazioni di (OMISSIS) e di (OMISSIS), i quali hanno riferito, che, pur essendo dipendenti della ” (OMISSIS)” di (OMISSIS), all’improvviso, in un periodo antecedente alla dichiarazione di fallimento, erano diventati formalmente dipendenti, prima della ” (OMISSIS) s.r.l.” (il (OMISSIS) a partire dal (OMISSIS); il (OMISSIS) dopo il (OMISSIS)), per poi diventare, successivamente, dipendenti della ” (OMISSIS)”, specificando di non avere mai conosciuto il (OMISSIS), ma di essere sempre stati retribuiti dal (OMISSIS) (cfr. p. 17 della sentenza di primo grado).

Tali conclusioni appaiono del tutto conformi all’orientamento, dominante nella giurisprudenza di legittimita’, secondo cui la prova della posizione di amministratore di fatto si traduce nell’accertamento di elementi sintomatici dell’inserimento organico del soggetto con funzioni direttive, in qualsiasi fase della sequenza organizzativa, produttiva o commerciale dell’attivita’ della societa’, accertamento che costituisce oggetto di una valutazione di fatto insindacabile in sede di legittimita’, ove sostenuta, come nel caso in esame, da congrua e logica motivazione (cfr., ex plurimis, Cass., sez. 5, 20.6.2013, n. 35346, rv. 256534), essendo stato dimostrato, da un lato, il diretto interesse del (OMISSIS) nella conduzione della societa’ fallita, dall’altro il concreto esercizio da parte sua di un ruolo di gestione effettiva, concretizzatosi nell’assunzione di lavoratori nell’interesse della suddetta societa’, che venivano da lui retribuiti, nonostante l’amministratore di diritto fosse il (OMISSIS).

Cio’ posto non puo’ non trovare applicazione nel caso in esame il conseguente principio, affermato da tempo nella giurisprudenza di legittimita’, secondo cui, in tema di reati fallimentari, il soggetto che, ai sensi della disciplina dettata dall’articolo 2639, c.c., assume la qualifica di amministratore “di fatto” della societa’ fallita e’ da ritenere gravato dell’intera gamma dei doveri cui e’ soggetto l’amministratore “di diritto”, per cui, ove concorrano le altre condizioni di ordine oggettivo e soggettivo, egli assume la penale responsabilita’ per tutti i comportamenti penalmente rilevanti a lui addebitabili, (cfr. Cass., sez. 5, 20/05/2011, n. 39593, rv 250844; Cass., sez. 5, 2/3/2011, n. 15065, rv. 25004).

Dei profili integranti l’elemento oggettivo e soggettivo dei reati di bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale contestati al (OMISSIS) si e’ gia’ detto

Appare opportuno, comunque, ribadire, quanto all’elemento soggettivo, che anche per l’amministratore “di fatto” esso consiste nella consapevole volonta’ dei singoli atti di distrazione e della idoneita’ dei medesimi a cagionare danno ai creditori, in quanto privi di sinallagma rispondente al fine istituzionale dell’impresa, in considerazione, ad esempio, come nel caso esame, della natura fittizia dell’operazione, che incide negativamente sul patrimonio della societa’, perseguita dal ricorrente (cfr. ex plurimis, Cass., sez. 5, 24.3.2010, n. 16579, Fiume, rv. 246879) e, con riferimento all’episodio di bancarotta fraudolenta documentale generica, nel dolo generico, nella forma del dolo intenzionale, costituito dalla coscienza e volonta’ dell’irregolare o incompleta tenuta delle scritture contabili e dalla consapevolezza che questa rende o potra’ rendere impossibile ovvero difficile, la ricostruzione delle vicende del patrimonio del fallito (cfr., ex plurimis, Cass., sez. 5, 17.12.2008, n. 1137, rv. 242550), che, nel caso in esame, si evince dalla diretta partecipazione dell’imputato all’attivita’ di gestione dell’impresa in cui si sono consumati i singoli episodi illeciti a lui contestati, evidentemente finalizzati ad arrecare pregiudizio alle ragioni del ceto creditorio.

Non colgono nel segno, infine, le censure difensive con cui si invoca una diversa qualificazione giuridica, in termini di ricettazione prefallimentare.

Come chiarito, infatti, dall’orientamento dominante nella giurisprudenza di legittimita’, il delitto di ricettazione prefallimentare (L. Fall., articolo 232, comma 3, n. 2), si configura solo in mancanza di un accordo con l’imprenditore dichiarato fallito. Pertanto, il fatto del terzo non fallito che, come nel caso in esame, distragga beni prima del fallimento, in accordo con l’imprenditore, e’ punibile a titolo di concorso in bancarotta fraudolenta patrimoniale, L. Fall., ex articolo 216, comma 1 e articolo 223, comma 1, e non a norma della predetta L. Fall., articolo 232 (cfr. Cass., sez. 5, 22.2.2012, n. 16062, rv. 252485; Cass., sez. 5, 9.3.2005, n. 12824, rv. 231699).

Inammissibili appaiono, infine, le doglianze sulla pena, trattandosi di rilievi sull’entita’ del trattamento sanzionatorio, a fronte di un’articolata motivazione sul punto, resa in conformita’ ai parametri di cui all’articolo 133 c.p., con la quale la corte territoriale ha spiegato anche le ragioni che ostano al riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche in favore del (OMISSIS), correttamente ravvisandole nell’assenza di elementi meritevoli di valutazione positiva e, sempre in conformita’ alla previsione dell’articolo 133 c.p., nella negativa condotta del reo, successiva alla commissione dei reati fallimentari per cui si procede, che ha indotto la stessa corte a disporre la trasmissione degli atti al pubblico ministero.

Fondato, invece, appare il motivo di ricorso del (OMISSIS) con riferimento alla disposta confisca: sul punto, come si evince dal testo della sentenza impugnata, erano state sollevate dalla difesa specifiche doglianze (cfr. p. 9), alle quali non e’ stata fornita risposta, per cui, limitatamente a tale profilo, la sentenza impugnata va annullata, con rinvio ad altra sezione della corte di appello di Napoli, perche’ provveda a colmare l’evidenziata lacuna motivazionale, dovendosi rigettare, nel resto, il ricorso del (OMISSIS); cosi’ come va rigettato il ricorso del (OMISSIS), relativamente alla sola condotta di bancarotta fraudolenta patrimoniale per distrazione, contestata all’imputato nella prima parte del capo A) dell’imputazione.

La circostanza che nessuno degli imputati possa considerarsi integralmente soccombente nel presente giudizio, comporta che nessuno di essi possa essere condannato al pagamento delle spese processuali e che alcuna sanzione puo’ essere imposta al (OMISSIS) per la parziale inammissibilita’ del suo ricorso, mentre, con riferimento alle spese sostenute dalla parte civile “Fallimento (OMISSIS)”, costituita solo nei confronti del (OMISSIS) e del (OMISSIS), si provvedera’, eventualmente, solo in sede di definizione del, giudizio.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata nei confronti di (OMISSIS) e di (OMISSIS), limitatamente al delitto di cui al capo B) ed alla seconda parte del contestazione sub A), con rinvio ad altra sezione della corte di appello di Napoli per nuovo esame.

Nel resto dichiara inammissibile il ricorso del (OMISSIS) e rigetta quello del (OMISSIS).

Annulla la sentenza impugnata nei confronti di (OMISSIS) limitatamente alla disposta confisca, con rinvio ad altra sezione della corte di appello di Napoli per nuovo esame.

Rigetta nel resto il ricorso del (OMISSIS

 

cio’ va aggiunto che l’affermazione per cui ogni distacco ingiustificato dal patrimonio della impresa o societa’ integra -indistintamente e in se’ – l’elemento oggettivo del reato di cui alla L. Fall., articolo 216 e solo per una regola prudenziale se ne rimanda la punizione al momento del fallimento dichiarato, non tiene in conto i principi affermati in tema di c.d. “bancarotta riparata” da una ampia e coesa giurisprudenza, la quale non ha difficolta’ a negare che resti integrato il reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale nel caso in cui la somma sottratta dalle casse sociali, riportata da relativa annotazione contabile, sia incontrovertibilmente riversata nella sua integralita’ – dai soci che l’avevano prelevata – nelle casse della societa’ prima della dichiarazione di fallimento; infatti – prosegue – ancorche’ il delitto di bancarotta abbia natura di reato di pericolo, per l’individuazione del relativo momento consumativo deve aversi riguardo alla dichiarazione giudiziale di fallimento e non gia’ all’atto antidoveroso, con la conseguenza che la valutazione del pregiudizio ai creditori deve essere valutata al momento di tale dichiarazione e non a quello della storica commissione della condotta (Sez. 5, n. 7212 del 26/01/2006, ric. Arcari, Rv. 233604; conf. N. 3622 del 2007, ric. Morra, Rv. 236051; Sez. 5, n. 39043 del 21/09/2007, Spitoni, Rv. 238212; Sez. 5, n. 8402 del 03/02/2011, ric. Cannavale, Rv. 249721; Sez. 5, n. 28514 del 23/04/2013, Grazioli Gauthier, Rv. 255576; Sez. 5, n. 52077 del 04/11/2014,Lelli, Rv. 261347; Sez. 5, n. 4790 del 20/10/2015 (dep. 2016), ric. Budola, Rv. 266025).

Suprema Corte di Cassazione

sezione V penale

sentenza 7 aprile 2017, n. 17819

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NAPPI Aniello – Presidente

Dott. VESSICHELLI Maria – rel. Consigliere

Dott. GORJAN Sergio – Consigliere

Dott. RICCARDI Giuseppe – Consigliere

Dott. AMATORE Roberto – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS), nato il (OMISSIS);

700_7791avverso la sentenza del 17/09/2015 della CORTE APPELLO di ROMA;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita in PUBBLICA UDIENZA del 24/03/2017, la relazione svolta dal Consigliere MARIA VESSICHELLI;

Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. CORASANITI Giuseppe, che ha concluso per il rigetto;

udito il difensore avv. (OMISSIS).

RITENUTO IN FATTO

  1. Ha proposto ricorso per cassazione (OMISSIS) avverso la sentenza della Corte d’appello di Roma in data 17 settembre 2015 con la quale e’ stata confermata quella di primo grado, emessa all’esito di giudizio abbreviato, di condanna in ordine al reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale.
  2. Dal Gup la responsabilita’ era stata affermata limitatamente, per quanto qui di interesse, alla condotta consistita nell’atto di cessione di un immobile, perfezionato nel (OMISSIS) quando la societa’ cominciava a manifestare uno stato di crisi finanziaria: cessione reputata di natura distrattiva in quanto l’immobile si riteneva oggetto di vendita sottocosto (per un prezzo di 20.883 Euro effettivamente versati nelle casse della societa’ – e cosi’ contabilizzato in luogo del valore commerciale effettivo, calcolato dal giudice in 45.832 Euro), per di piu’ con modalita’ fraudolente in quanto l’alienazione era stata effettuata dal ricorrente ai propri suoceri i quali poi lo avevano conferito, a loro volta, in una societa’ ( (OMISSIS)), costituita nel (OMISSIS) ed amministrata dalla moglie del ricorrente stesso.

L’imputato e’ stato chiamato a rispondere avendo rivestito, dal 1990 al 14 marzo 2005, varie cariche apicali nella compagine della s.r.l. (OMISSIS), fallita il (OMISSIS) e specificamente per avere tenuto il comportamento distrattivo suddetto nella qualita’ di amministratore unico della societa’.

  1. Si attesta nella sentenza impugnata che lo stato di insolvenza si era evidenziato gia’ nel 2002 per l’incapacita’ di far fronte all’indebitamento verso l’erario e verso i fornitori; nel (OMISSIS) era avvenuta la detta cessione, e l’effettivo maggior valore del bene era stato desunto dal valore economico attribuitogli in applicazione delle regole contabili comprensive dell’ammortamento, in tal senso iscritto in contabilita’.
  2. Deduce:

4.1. la violazione di legge (L. Fall., articolo 216) e il vizio della motivazione in riferimento al motivo d’appello con cui era stata chiesta la rivalutazione dell’atteggiamento psicologico dell’agente – assolto in primo grado, perche’ il fatto non sussiste, da analoga imputazione concernente la vendita sottocosto di merci della societa’ -: egli era stato, cioe’, ritenuto responsabile di una condotta fraudolenta nonostante che molteplici fossero gli indicatori che avevano indotto i giudici di merito a ritenere che, contestualmente, avesse tenuto un comportamento volto a soddisfare, almeno in parte, i debiti verso fornitori prima della dichiarazione di fallimento.

Lamenta dunque il difetto di motivazione sul fatto che la sua responsabilita’ non sia stata ritenuta configurabile per fatto “colpevole” e quindi imputabile nel rispetto dell’articolo 27 Cost..

L’imputato non aveva cioe’ agito per frodare i creditori o per conseguire per se’ un ingiusto profitto, com’era dimostrato dal fatto che aveva tenuto una contabilita’ ineccepibile e si era basato su una perizia giurata, versata in atti, che aveva concluso per il valore dell’immobile poi posto a fondamento dell’atto di compravendita.

Anche la sentenza di primo grado aveva riconosciuto che l’imputato aveva agito nei termini di cui all’imputazione per contrastare la crescente esposizione debitoria della societa’, il che dava luogo ad un vizio di manifesta illogicita’ della motivazione della sentenza di appello che, pur prendendo atto che sulla base di tale presupposto era intervenuta assoluzione da una parte della imputazione, invece aveva confermato la condanna con riferimento al fatto residuo senza spiegare il perche’ del diverso ragionamento.

Non era stato neppure considerato che il valore successivamente attribuito all’immobile acquistato era aumentato per effetto di ristrutturazioni eseguite a spese dei nuovi proprietari.

In terzo luogo faceva difetto il requisito dell’avere, l’atto distrattivo, creato un maggiore squilibrio fra l’attivo e passivo nell’ottica del soddisfacimento dell’interesse dei creditori: questi, invece, all’atto dell’insinuazione erano risultati inferiori a quelli registrati in contabilita’, essendo stati evidentemente in buona parte soddisfatti.

4.2. Con un secondo motivo la difesa lamenta la violazione della L. Fall., articolo 217 e dell’articolo 219 stessa legge.

Il bene era stato venduto ad un prezzo corrispondente a quello indicato nella perizia giurata fatta appositamente redigere ed inoltre era stato versato nelle casse della societa’: il che equivaleva a rendere l’operazione, semmai, soltanto imprudente e non fraudolenta.

L’importo comunque era tale da configurare un danno lieve.

CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. Il ricorso e’ fondato.

Il primo ed assorbente motivo di ricorso sottopone a questa Corte di legittimita’ – sotto il profilo della erronea applicazione della L. Fall., articolo 216 ed anche denunciando il difetto e la manifesta illogicita’ della motivazione – i termini coi quali il giudice a quo ha ritenuto integrato l’elemento oggettivo e ha inquadrato giuridicamente l’elemento psicologico del reato di bancarotta patrimoniale pre-fallimentare, ritenendoli riscontrati con riguardo alla specifica fattispecie concreta portata al suo vaglio.

La opzione interpretativa del giudice del merito risulta, all’evidenza, quella della rilevazione, ritenuta esaustiva per la soluzione del processo, della avvenuta vendita sottocosto dell’immobile in una fase di conclamata crisi della vita della azienda, come indicato dal giudice stesso mediante il riferimento all’essere avvenuta, la vendita, nel maggio (OMISSIS), qualche mese prima della successiva, non meglio specificata, “messa in liquidazione” della societa’, che pero’ risulta fallita soltanto tre anni piu’ tardi.

Una vendita, dunque, da reputarsi di natura distrattiva in quanto, rispecchiando la contestazione contenuta nel capo di imputazione, posta in essere secondo i giudici a quibus “al fine di procurarsi un ingiusto profitto e di recare pregiudizio ai creditori” e tale, comunque, da rimanere indifferente al reclamato, esclusivo, intento dell’imputato, di destinare il provento della vendita al soddisfacimento di interessi societari e segnatamente a contenere la esposizione debitoria della societa’, elemento qualificato come “irrilevante” nel quadro sopra descritto.

  1. Orbene, tali affermazioni non si prestano a superare indenni il sindacato devoluto a questa Corte in quanto risultano apodittiche rispetto alla richiesta di indagine prima e motivazione poi, da parte del ricorrente allora appellante, riguardo essenzialmente alla imputazione soggettiva, a titolo di bancarotta fraudolenta, della vendita del cespite della societa’ ad un prezzo inferiore a quello di mercato: questione, quella della vendita sottocosto, peraltro adeguatamente motivata e percio’ non ulteriormente censurabile in questa sede.

Non puo’ infatti omettersi di considerare che il prezzo incassato (circa 21 mila Euro) e’ stato destinato alla gestione della societa’ ed in particolare alla estinzione di debiti societari al pari del ricavato di altre contestuali vendite di beni della medesima (pari al ben maggiore importo di oltre 250 mila Euro), reputate, solo queste ultime, dai giudici, prive di rilevanza penale nell’ottica dei reati fallimentari, anche alla luce del fatto che tra le vendite in questione e la dichiarazione di fallimento era intercorso un lasso di tempo di oltre tre anni.

Il vizio della motivazione che riconduce a formule terminative del processo differenziate ed opposte nonostante l’apparente analogia delle condotte originariamente contestate nel capo di imputazione, e’ evidente nella forma della manifesta illogicita’.

  1. Ma sotto la pur evidente antinomia ingiustificata dei percorsi argomentativi sta un approccio ermeneutico del giudice a quo, rispetto alla struttura della bancarotta pre-fallimentare, che richiede, da parte di questa Corte, un tracciato piu’ netto dei principi di diritto cui conformarsi.

3.1 E’ indubbio, invero, che di regola integra la condotta distrattiva di cui alla L. Fall., articolo 216, comma 1, n. 1 la vendita di un bene della societa’, in una situazione di grave crisi finanziaria della stessa, con modalita’ tali da comportare un ingiustificato vantaggio economico, anche indiretto, al patrimonio del soggetto del reato proprio o di terzi che egli ha voluto favorire, con corrispondente sbilanciamento a carico del patrimonio della societa’ in crisi: in tal caso infatti si realizza appieno la offesa al bene giuridico del reato in discussione, che e’ modulata dalla giurisprudenza e dalla piu’ recente dottrina che qui si condivide, attorno all’idea centrale che si tratta di un bene giuridico di tipo patrimoniale.

Come riaffermato anche dalle Sezioni unite nella sentenza n. 24468 del 2009, ric. Rizzoli, la bancarotta tutela l’integrita’ del patrimonio nella sua peculiare funzione di garanzia dei creditori, ovvero, secondo la similare prospettiva di Sez. 5, n. 32031 del 2014, Dacco’, l’offensivita’ del reato e’ contraddistinta dal pericolo che, ove per qualsiasi ragione si dia luogo ad una procedura concorsuale, l’esito della stessa venga condizionato da atti distrattivi che abbiano comunque ridotto il patrimonio disponibile. Analogamente la Corte costituzionale, nella ordinanza n. 268 del 1989, aveva osservato che anche l’estensione – disposta dall’articolo 236, comma 2…. “e’ preordinata alla conservazione dell’integrita’ del patrimonio dell’impresa costituente la garanzia per i creditori della medesima, in vista della mera eventualita’ del loro non pieno soddisfacimento”.

Ne consegue che la fattispecie particolare della configurabilita’ (salve eventuali emergenze probatorie diverse e ulteriori) di uno stretto rapporto cronologico tra l’atto dispositivo che diminuisce la garanzia dei creditori della futura procedura concorsuale e gli evidenti segnali o indicatori dei presupposti storici di questa (nella forma della crisi di impresa, o in quella della insolvenza o peggio ancora del dissesto) rende particolarmente agevole la ricostruzione della fattispecie normativa con riferimento al caso concreto, poiche’ e’ del tutto evidente la natura non solo “pericolosa” ma anche concretamente depauperativa della azione e la rimproverabilita’ soggettiva del suo autore che, della determinazione del pericolo, non puo’ protestare una imputazione a titolo di responsabilita’ oggettiva.

3.2 Il problema ermeneutico puo’ nascere, piuttosto, quando quel rapporto cronologico non vi sia (oppure, come nella specie, quando sia affermato in evidente contraddittorieta’ rispetto ad altre argomentazioni valorizzate in sentenza per giungere alla assoluzione rispetto ad altri comportamenti di natura e tipologia analoghe) e l’atto di cui si assume la natura conforme alla tipologia descritta dalla L. Fall., articolo 216, comma 1, n. 1 non possa correlarsi oggettivamente e soggettivamente in modo intuitivo ed evidente alla fase di crisi o insolvenza della impresa.

Sono note le innumerevoli e poliformi – spesso collidenti fra loro – critiche levatesi nella dottrina (a parte delle quali il ricorrente sostanzialmente si rifa’) per la mancata individuazione, da parte della giurisprudenza, nel silenzio della legge, di criteri certi e idonei a soddisfare il principio di determinatezza della fattispecie ed a garantire la esclusione di addebiti di responsabilita’ di tipo oggettivo, in contrasto col principio della responsabilita’ personale di cui all’articolo 27 Cost.

3.3 Non e’ altrettanto immobile la posizione della giurisprudenza al riguardo, pur non potendosi negare scelte ermeneutiche meramente ripetitive sulle categorie generali del reato in esame che possono aver dato una percezione di talune inadeguatezze: e cio’, in particolar modo dopo la pubblicazione della nota sentenza n. 1085 del 1988 della Corte Costituzionale che viene regolarmente evocata nel punto di specifica analisi del parametro costituzionale di cui all’articolo 27 Cost., comma 1, laddove ribadisce che quest’ultimo richiede “quale essenziale requisito subiettivo d’imputazione, oltre alla coscienza e volonta’ dell’azione od omissione, almeno la colpa quale collegamento subiettivo tra l’autore del fatto ed il dato significativo (sia esso evento oppur no) addebitato…” e ” risulta altresi’ necessaria la rimproverabilita’ dello stesso soggettivo collegamento…”.

3.4 Se e’ vero, infatti, che dal precetto penale l’imprenditore dovrebbe poter trarre il principio cui attenersi per evitare la sanzione e soprattutto la comprensione che la norma di comportamento violata era anche quella adeguata ad evitare la compromissione del bene giuridico tutelato, non puo’ farsi a meno di rilevare che negli anni a ridosso della citata sentenza della Corte costituzionale la giurisprudenza di questa Corte presentava numerosi contributi che, per quanto riguarda il reato di bancarotta fraudolenta pre-fallimentare, fornivano principi utili in tal senso.

Mettevano, cioe’, l’accento sul fatto che, per la configurazione del reato di bancarotta fraudolenta per distrazione occorre accertare che l’imprenditore, con la consapevolezza di aggravare il proprio stato di dissesto, distacchi un bene dal suo patrimonio, sottraendolo alla garanzia dei creditori. La facolta’ dell’imprenditore di disporre dei suoi beni prima della dichiarazione di fallimento trova infatti un limite nella destinazione del patrimonio medesimo alla funzionalita’ dell’impresa ed allo adempimento delle obbligazioni contratte (Sez. 5, n. 7178 del 10/05/1983, ric. Calzolari, Rv. 160107; conf mass. n. 140253; n. 145258).

Analogamente puo’ ricordarsi Sez. 5, n. 2674 del 12/12/1979 (dep. 1980), ric. Israelachvili, Rv. 144467, secondo cui per distrazione deve intendersi qualunque fatto diverso dall’occultamento, dissimulazione, distruzione, dissipazione di beni e dalla fraudolenta esposizione di passivita’ inesistenti, mediante il quale l’imprenditore faccia coscientemente uscire dal proprio patrimonio uno o piu’ beni al fine di impedirne l’apprensione da parte degli organi del fallimento.

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA AVVOCATO PENALISTA RIMINI AVVOCATO PENALISTA RAVENNA

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA
AVVOCATO PENALISTA RIMINI
AVVOCATO PENALISTA RAVENNA

E, ancora, a ritroso, si rinviene Sez. 5, n. 14905 del 25/02/1977, ric. Melone, Rv. 137341 che affermo’ il principio per cui l’elemento psicologico del reato di bancarotta fraudolenta per distrazione o per occultamento e’ il dolo generico, e consiste nella coscienza e volonta’ di compiere gli atti di distrazione o di occultamento, per i quali, sebbene abbiano la sostanza della frode, non e’ richiesto il fine specifico di recare pregiudizio ai creditori. Ma poiche’ distrazioni e occultamenti possono verificarsi in momenti diversi ed anche remoti della vita dell’impresa, ai fini del delitto di bancarotta fraudolenta assumono rilevanza i fatti posti in essere in previsione dell’insolvenza e della probabile dichiarazione di fallimento, perche’ soltanto in relazione a tali fatti puo’ sussistere la consapevolezza di sottrarre beni alla esecuzione concorsuale.

3.5 Non puo’ tuttavia negarsi che tale netta tendenza giurisprudenziale ha registrato una certa correzione di rotta nella individuazione dei requisiti fondanti, in epoche piu’ recenti, se si considerano le non poche pronunce che hanno spostato l’accento sul fatto che nel reato in esame i fatti di distrazione, una volta intervenuta la dichiarazione di fallimento, assumono rilevanza penale in qualunque tempo essi siano stati commessi, e quindi anche se la condotta si e’ realizzata quando ancora l’impresa non versava in condizioni di insolvenza (Sez. 5, n. 39546 del 2008, ric. Bonaldo, non massimata): un principio richiamato, a fini decisori, anche nella motivazione della sentenza delle SSUU n. 22474 del 31/03/2016, Passarelli, peraltro incentrata su una diversa questione giuridica.

In precedenza, nello stesso senso, tra le molte, Sez. 5, n. 9430 del 17/05/1996 Rv. 205920, ric. Gennari, era stata cosi’ massimata: “l’elemento soggettivo della bancarotta fraudolenta, e’ costituito dal dolo generico e, quindi, dalla coscienza e volonta’ dell’azione, compiuta con la consapevolezza, insita nel concetto stesso di distrazione, del depauperamento o della possibilita’ del depauperamento della societa’ in danno dei creditori. Sul dolo non ha incidenza, quindi, ne’ la finalita’ perseguita in via contingente dal soggetto, che e’ fuori della struttura del reato, ne’ il recupero o la possibilita’ di recupero del bene distaccato, attraverso specifiche azioni esperibili, in quanto la norma incriminatrice punisce, in analogia alla disciplina dei reati che offendono comunque il patrimonio, il fatto della sottrazione, nel quale si traduce, con corrispondente danno, ontologicamente, ogni ipotesi di distrazione. La sottrazione si perfeziona al momento del distacco dei beni dal patrimonio della societa’, anche se il reato viene ad esistenza giuridica con la dichiarazione di fallimento, e prescinde dalla validita’, opponibilita’ e dagli effetti civili del trasferimento e dalle eventuali azioni esperibili per l’acquisizione del bene. Il recupero del bene, reale o soltanto potenziale, e’ un “posterius” che non ha incidenza giuridica sulla fattispecie ormai perfetta ed e’ equiparabile alla restituzione della refurtiva operata dalla polizia”.

Proprio tale ultima ricostruzione della fattispecie astratta, tuttavia, a ben vedere si ancora al “concetto stesso di distrazione” e di “possibilita’ del depauperamento della societa’ in danno dei creditori” come capaci ed anche necessari ad integrare oggettivamente e soggettivamente il reato, sicche’ non puo’ negarsi che in essa sia presente l’attenzione dell’interprete alla qualita’, natura ed oggetto del distacco che deve pur sempre rappresentare una sottrazione, un permanente segno “meno” nel patrimonio inteso come garanzia per la massa dei creditori, quali risulteranno titolati per la procedura concorsuale.

In altri termini va rilevato che la pur corretta osservazione della sentenza da ultimo citata, secondo cui il reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale pre-fallimentare (articolo 216, comma 1, n. 1) e’ connotata dal dolo generico e cioe’ dalla consapevolezza e volonta’ di compiere uno o piu’ degli atti descritti dal precetto, ha portato tale filone ermeneutico su una posizione che schiaccia in termini assertivi la prospettiva della ricerca della prova sul punto genetico del distacco, a prescindere dalla ricerca e dall’approfondimento della qualita’ del distacco stesso e dalla valutazione dell’ulteriore requisito che per legge gli compete, ossia quello della concreta idoneita’ a porre in pericolo la garanzia che la massa dei creditori, al momento del fallimento, sara’ in grado di escutere.

4.1 Osserva, per contro, in motivazione Sez. 5, n. 16388 del 2011, ric. Barbato, che “l’offesa provocata dal reato non puo’ ridursi al mero impoverimento dell’asse patrimoniale dell’impresa, ma si restringe alla diminuzione della consistenza patrimoniale idonea a danneggiare le aspettative dei creditori. Questi ultimi, quali persone offese, sono – invero – l’indispensabile referente per Io scrutinio in discorso. In sostanza, e’ integrativa del reato non gia’ la sottrazione di ricchezza che costituisce l’offesa del reato, ma soltanto quella che reca danno alle pretese dei creditori”.

Non puo’ essere infatti ignorato, dalla analisi che l’interprete deve compiere, che lontano dalla fase di crisi o di insolvenza, e in specie quando la impresa o la societa’ sono in bonis, l’imprenditore puo’ dare dinamicamente a singoli propri beni delle destinazioni che non necessariamente collidono ed anzi possono coesistere col principio di responsabilita’ di cui all’articolo 2740 c.c., essendo egli semmai tenuto alla conservazione del valore del patrimonio nel suo complesso.

Egli e’ anzi abilitato a fare spese personali o per la famiglia la cui entita’ non deve essere neppure assiomaticamente minima se la condizione economica glielo consente (arg. L. Fall., ex articolo 217, comma 1, n. 1); non e’ perseguibile neppure a titolo di bancarotta semplice se, ancora quando le sue condizioni sono favorevoli, impiega una parte contenuta del suo patrimonio in operazioni imprudenti; ne’ il singolo suo creditore potrebbe attivare i mezzi di conservazione della garanzia patrimoniale (articoli 2900 e 2901 c.c.) se non ricorresse, quale effetto del suo comportamento quale debitore, una lesione al patrimonio capace di mettere in dubbio la realizzazione coattiva del credito.

4.2 A cio’ va aggiunto che l’affermazione per cui ogni distacco ingiustificato dal patrimonio della impresa o societa’ integra -indistintamente e in se’ – l’elemento oggettivo del reato di cui alla L. Fall., articolo 216 e solo per una regola prudenziale se ne rimanda la punizione al momento del fallimento dichiarato, non tiene in conto i principi affermati in tema di c.d. “bancarotta riparata” da una ampia e coesa giurisprudenza, la quale non ha difficolta’ a negare che resti integrato il reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale nel caso in cui la somma sottratta dalle casse sociali, riportata da relativa annotazione contabile, sia incontrovertibilmente riversata nella sua integralita’ – dai soci che l’avevano prelevata – nelle casse della societa’ prima della dichiarazione di fallimento; infatti – prosegue – ancorche’ il delitto di bancarotta abbia natura di reato di pericolo, per l’individuazione del relativo momento consumativo deve aversi riguardo alla dichiarazione giudiziale di fallimento e non gia’ all’atto antidoveroso, con la conseguenza che la valutazione del pregiudizio ai creditori deve essere valutata al momento di tale dichiarazione e non a quello della storica commissione della condotta (Sez. 5, n. 7212 del 26/01/2006, ric. Arcari, Rv. 233604; conf. N. 3622 del 2007, ric. Morra, Rv. 236051; Sez. 5, n. 39043 del 21/09/2007, Spitoni, Rv. 238212; Sez. 5, n. 8402 del 03/02/2011, ric. Cannavale, Rv. 249721; Sez. 5, n. 28514 del 23/04/2013, Grazioli Gauthier, Rv. 255576; Sez. 5, n. 52077 del 04/11/2014,Lelli, Rv. 261347; Sez. 5, n. 4790 del 20/10/2015 (dep. 2016), ric. Budola, Rv. 266025).

La casistica sottostante a tali pronunce rende evidente, come sottolineato da autorevole dottrina, che la bancarotta riparata e’ il sintomo che la offensivita’ della condotta e’ limitata ai fatti che creano un pericolo concreto e dunque attiene non alla punibilita’ ma alla oggettivita’. Essa inoltre aiuta a comprendere praticamente come la stessa giurisprudenza abbia finito per riconoscere che diminuzioni delle risorse societarie, nelle forme ad esempio del prelevamento dalla cassa di importi anche rilevanti – ma regolarmente contabilizzato -, di finanziamenti a terzi o a socio, cui faccia seguito, prima della dichiarazione di fallimento, un atto patrimoniale di segno contrario, restitutorio o anche compensativo, capace di annullare integralmente la lesione al patrimonio, non integrano il reato di bancarotta.

Tale giurisprudenza, che pure rimane condivisibilmente ancorata alla configurazione della bancarotta pre-fallimentare come reato di pericolo, giunge, attraverso la constatazione che il pregiudizio ai creditori deve sussistere al momento della dichiarazione giudiziale di fallimento – che infatti e’ anche il momento consumativo della fattispecie -, al rilievo che il detto pericolo va valutato “in concreto”, quando cioe’ possa affermarsi che la diminuzione della consistenza patrimoniale comporta uno squilibrio tra attivita’ e passivita’.

4.3 Una esigenza gia’ avvertita specificamente dalla piu’ recente giurisprudenza di questa Corte che ha segnalato come, sebbene ai fini della sussistenza del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale non sia necessaria l’esistenza di un nesso causale tra i fatti di distrazione ed il successivo fallimento, la necessita’, invece, dell’aver cagionato il depauperamento dell’impresa destinandone le risorse ad impieghi estranei alla sua attivita’ rende la bancarotta fraudolenta patrimoniale un reato di “pericolo concreto”, dove la concretezza del pericolo assume una sua dimensione effettiva soltanto nel momento in cui interviene la dichiarazione di fallimento (Sez. 5, n. 47616 del 17/07/2014, Simone, Rv. 261683).

5.1 Cio’ che non significa confondere l’”esposizione a pericolo” – sufficiente per la integrazione del reato – con “il danno” alla massa dei creditori – requisito non richiesto dalla norma come essenziale, anche perche’, viceversa, la assenza di danno non e’ essa stessa prova di mancata esposizione a pericolo, potendo viceversa derivare dalla complessiva attivita’ di recupero posta in essere, dopo il fallimento, dal curatore, con individuazione di assi patrimoniali capaci di neutralizzare le esposizioni passive.

Il punto e’, semmai, che reputare sufficiente – in sede di interpretazione ed applicazione della fattispecie – la constatazione in se’ dell’atto distrattivo equivale ad aderire ad una ricostruzione di quella in termini di “pericolo presunto” e cioe’ come ipotesi criminosa che si affida ad una catena di presunzioni proprio sulla rimproverabilita’ della esposizione a pericolo del patrimonio, destinata a divenire reato fallimentare, pero’, solo con la successiva declaratoria giudiziale: con il che puo’ rendersi plausibile, in taluni casi – come quelli appena richiamati – il sospetto di addebito di responsabilita’ oggettiva.

5.2 I pericolo previsto dalla bancarotta pre-fallimentare – che e’ anche l’evento giuridico del reato come ribadito da Sez. u. n. 21039 del 2011, Loy non puo’ che essere correlato alla idoneita’ dell’atto di depauperamento a creare un vulnus alla integrita’ della garanzia dei creditori in caso di apertura di procedura concorsuale – non dunque come singoli, ma come categoria -, con una analisi che deve riguardare in primo luogo l’elemento oggettivo, per investire poi in modo omogeneo l’elemento soggettivo e che certamente deve poggiare su criteri “ex ante”, in relazione alle caratteristiche complessive dell’atto stesso e della situazione finanziaria della societa’, laddove l’”anteriorita’” di regola e’ tale relativamente al momento della azione tipica, senza pero’ che sia esclusa dalla valutazione la permanenza o meno della stessa situazione, fino all’epoca che precede l’atto di apertura della procedura e senza, comunque, che possano acquisire rilevanza, nella prospettiva che qui interessa, fattori non imputabili come un tracollo economico.

In tal senso puo’ trovare spazio anche il principio, espresso da Sez. 5, n. 44933 del 26/09/2011, Pisani, Rv. 251214 secondo cui il delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione e’ reato di pericolo e non e’ pertanto decisivo che al momento della consumazione l’agente non avesse consapevolezza dello stato d’insolvenza dell’impresa per non essersi lo stesso ancora manifestato; quando, si aggiunge qui, oggetto di consapevolezza fosse tuttavia, in relazione alla concreta situazione della societa’, l’incidenza dell’atto distrattivo sulle prospettive di soddisfacimento concorsuale dei creditori.

5.3 Ed e’ utile, in una prospettiva complementare riguardo al requisito della concretezza del pericolo da provare, ricordare anche la giurisprudenza sul reato di bancarotta relativa alla contestazione di distrazione di beni acquisiti in leasing. Anche in questo caso questa Corte (Sez. 5, n. 3612 del 06/11/2006 (dep. 2007), ric. Tralicci, Rv. 236043) ha ritenuto decisivo l’accertamento sulla concretezza del pericolo cagionato e cioe’ sul se la distrazione di beni in leasing avesse determinato un effettivo nocumento nei confronti dei creditori, nocumento escluso quando ad esempio elevati sarebbero stati i debiti a carico della curatela per il mancato pagamento del canone di leasing da parte dell’imprenditore (conformi Sez. 5, n. 30492 del 23/04/2003, ric. Lazzarini, Rv. 22770; Sez. 5, n. 9427 del 03/11/2011 (dep. 2012), Cannarozzo, Rv. 251996).

  1. Quello fin qui illustrato e’ un principio che si affianca a quello – condiviso dalla giurisprudenza di legittimita’ nella sua assoluta maggioranza – della erroneita’ di una ricostruzione della fattispecie in esame come reato in cui il fallimento o il dissesto giochino il ruolo di evento del reato, rispetto al quale, dunque, cercare la prova del nesso di causalita’ (o di concausalita’ o di esclusione della causalita’ per causa sopravvenuta da sola sufficiente a determinare l’evento) e della copertura dell’elemento psicologico, in termini di previsione e volonta’: una ricostruzione che non rispecchierebbe il paradigma del reato concepito dal legislatore del 1942, ma passato indenne attraverso successivi interventi sulla materia -, e che nella sua minoritaria espressione giurisprudenziale (Sez. 5, n. 47502 del 24/09/2012, Corvetta, Rv. 253493) e’ comunque indice della insofferenza talora generata dagli indirizzi piu’ chiusi a talune pur consistenti sollecitazioni dottrinarie, dovendosi anche tenere conto della sempre maggiore sensibilizzazione della giurisprudenza costituzionale e di legittimita’, nella direzione dell’abbandono di forme di responsabilita’ oggettiva, non aborrite dalla legislazione del tempo in cui e’ stato generato il reato.

Allo stesso modo e per le stesse ragioni, non sembra condivisibile una ricostruzione della struttura del reato di bancarotta pre-fallimentare e in particolare del suo elemento soggettivo in termini di rappresentazione, in capo all’agente, della futura dichiarazione di fallimento, rappresentazione fondata sull’attualita’ del dissesto e, ancor prima, sulla prefigurazione che la sua condotta distrattiva cagionera’ verosimilmente il dissesto (Sez. F, n. 41665 del 10/09/2013, Gessi, Rv. 257231), dovendosi – tra l’altro, sul piano letterale sottolineare che la dichiarazione di fallimento – espressamente richiamata dalla L. Fall., articolo 216 – riporta (L. Fall., ex articolo 5) al presupposto stato di “insolvenza” il quale a sua volta e’ stato configurato dal legislatore come quello che si manifesta con inadempimenti o altri fatti che dimostrino la incapacita’ di soddisfare regolarmente le obbligazioni contratte. Una crisi che sovente e’ di natura anche solo finanziaria, laddove la nozione di dissesto (che pure compare in altri precetti come la L. Fall., articoli 217, 223 e 224) evoca quella di crisi qualificata e caratterizzata dal fatto che il prevalere del passivo sull’attivo e’ frutto di uno sbilanciamento che, per la sua entita’, appare irreversibile in ragione del detto stato di insolvenza.

  1. E’ un principio, quello che qui si intende sostenere, che vuole dare atto, in primo luogo, del valore fortemente indiziante – ai fini della configurazione delle componenti oggettiva e soggettiva della fattispecie – dell’avere agito, l’agente, nella “zona di rischio penale” (vedi, in senso analogo, Sez. 5, n. 16579 del 24/03/2010, Fiume, Rv. 246879), che e’ quella che in dottrina viene comunemente individuata come prossimita’ dello stato di insolvenza, quando l’apprezzamento di uno stato di crisi, normalmente conosciuto dall’agente imprenditore o figura equiparata, e’ destinato a orientare la “lettura” di ogni sua iniziativa di distacco dei beni – fatte salve quelle inquadrabili nelle altre ipotesi di reato pure previste dalla L. del 1942 – nel senso della idoneita’ a creare un pericolo per l’interesse dei creditori sociali. Una condizione, pero’, solo eventuale o possibile, e cio’ con una certa differenza rispetto a quanto previsto gia’ ora da una parte della giurisprudenza (non senza contrasti), con riferimento alla posizione del concorrente extraneus, in relazione al quale si e’ sostenuto essere invece – necessario non porre in dubbio la conoscenza dello stato di decozione dell’impresa da cui il denaro proviene (Sez. 5, n. 41333 del 27/10/2006, Tisi, Rv. 235766; Sez. 5, n. 16000 del 2012, ric. Scalera, non massimata sul punto; Sez. 5, n. 16388 del 2011, ric. Barbato, non massimata sul punto; Sez. 5, n. 27367 del 26/04/2011, Rosace, Rv. 250409; contra Sez. 5, n. 12414 del 26/01/2016, Morosi, Rv. 267059; Sez. 5, n. 9299 del 13/01/2009, Poggi Longostrevi, Rv. 243162; Sez. 5, n. 16579 del 24/03/2010, Fiume, Rv. 246879).

Quanto detto non esclude, tuttavia, che il reato proprio possa rimanere integrato da comportamenti anche antecedenti a tale fase della vita della azienda, a condizione pero’ che questi presentino caratteristiche obiettive (si pensi alla operazione fittizia, alla distruzione o alla dissipazione) che, di regola, non richiedono particolari e ulteriori accertamenti per provare la esposizione a pericolo del patrimonio e che risultino e permangano, come le seguenti, congruenti rispetto all’evento giuridico (esposizione a pericolo degli interessi della massa) che poi si addebita all’agente.

Per le residue tipologie di bancarotta, ossia essenzialmente gli atti di spesa non orientati su obiettivi correlati all’oggetto della impresa e cronologicamente distaccati, in modo significativo, dall’epilogo della vita della stessa, il compito dell’interprete, volto sempre a dimostrare la idoneita’ lesiva di simili comportamenti rispetto agli interessi dei creditori della procedura concorsuale, si fa’ proporzionalmente piu’ oneroso perche’, pur senza mai cadere nella necessita’ di provare la previsione, da parte dell’imprenditore (o equiparato) del fallimento o del dissesto, deve tenere conto della eventuale presenza di tutti gli elementi sopra descritti, quali emergano dalle indagini o siano allegati in modo serio dall’indagato. E sotto tale prospettiva appare possibile valorizzare quanto osservato in recenti sentenze di legittimita’ che, nella parte in cui hanno sottolineato che la presenza, nella norma, dell’elemento rappresentato dalla dichiarazione di fallimento – momento consumativo – serve ad “attualizzare” la lesivita’ correlata al comportamento (v. Sez. 5, n. 32031 del 2014, Dacco’), di fatto possono servire come indicatore della necessita’ di una valutazione non statica ma dinamica della azione dell’imprenditore, da leggersi (v. Sez. 5, n. 15613 del 05/12/2014, (dep. 2015), Geronzi Rv. 263805), non nel senso di una progressione della offesa, ma come prospettiva nella quale deve essere valutata l’effettiva offensivita’ della condotta.

  1. Una ricostruzione ermeneutica, quella fin qui prospettata, che rende evidente come, quale che sia la collocazione della dichiarazione di fallimento all’interno della fattispecie – anche ove si candidasse quest’ultima a ricoprire il ruolo di condizione per la sola punibilita’, come fortemente sollecitato dalla dottrina alla quale da ultimo la giurisprudenza di questa Corte ha mostrato apertura (Sez. 5, n. 13910 del 2017, Santoro) -, non ne risulta comunque esclusa l’esigenza di una indagine sulla imputabilita’ soggettiva del pericolo concreto per la massa dei creditori, come da tempo pone in luce una parte non minoritaria della dottrina. Sicche’ la qualificazione della dichiarazione di fallimento come condizione obiettiva estrinseca di punibilita’, che non ha qui immediata rilevanza in quanto estranea ai motivi dell’odierno ricorso, ne risulta nondimeno criticamente disattesa, in quanto assunta a premessa per negare rilevanza all’indagine sulle implicazioni soggettive della qualificazione della bancarotta fraudolenta pre-fallimentare come reato di pericolo concreto.

Anche nella Relazione alla L. del 1942, del resto, si affermava che l’avere posto le condotte della L. Fall., articolo 216 in relazione con il fallimento, tale da rappresentarne la natura di antecedente logico e storico dovrebbe “vietare di temere che la distrazione possa essere punita quando ai creditori non abbia prodotto alcun danno”.

  1. In conclusione, dati i principi sopra esposti, non risulta che il giudice a quo ne abbia fatto corretta applicazione.

E’ stata giudicata distrattiva la vendita di un immobile della societa’, per un valore dimezzato rispetto a quello assunto in contabilita’ e cosi’ considerato di mercato, in favore di familiari stretti dello stesso imprenditore.

La analisi, che pur prende le mosse da circostanze indizianti circa la natura fraudolenta del distacco del bene con le descritte modalita’, tuttavia e’ reticente per le ricadute sulla ricostruzione dell’elemento oggettivo e soggettivo del reato rispetto ad un altro dato storico-giuridico presente nel resoconto del giudice: e cioe’ che, tenuto conto dell’epoca della vendita (tre anni prima della dichiarazione di fallimento), altro analogo comportamento dello stesso imputato (la vendita sottocosto di merci aventi un valore assai maggiore di quello dell’immobile), coevo al precedente, parimenti contestato dalla accusa, e’ stato ritenuto privo di rilievo penale avendo portato alla assoluzione per insussistenza del fatto.

Il primo giudice cioe’, nel riconoscere la vendita sottocosto, aveva tuttavia escluso la natura fraudolenta di quella iniziativa in quanto determinata dalla necessita’ di reperire liquidita’ per soddisfare almeno in parte i debiti verso i fornitori, senza che fosse minimamente adombrato neppure il carattere preferenziale di quei pagamenti.

Con riferimento all’immobile, invece, tale prospettiva viene negata, assegnandosi rilievo predominante al dato del beneficio che da tale favorevole alienazione avrebbero tratto i familiari del ricorrente, non imputati, senza alcuna considerazione circa la prevedibilita’ di una procedura concorsuale sopravvenuta solo tre anni dopo.

Si’ tratta di un ragionamento incompleto e quindi affetto dal denunciato vizio della motivazione posto che l’analisi del giudice valorizza dati parziali e per questo giunge ad una soluzione inappagante.

La vendita sottocosto di un cespite conferito nel capitale sociale, con acquisizione di liquidita’ per la societa’ e contestuale vantaggio (anche solo indiretto) dell’amministratore di questa, integra probabilmente gli estremi dell’infedelta’ patrimoniale (articolo 2634 c.c.). Ma non per questo puo’ essere ricondotto anche a una fattispecie di bancarotta.

Perche’ una tale condotta possa qualificarsi come ipotesi di bancarotta fraudolenta impropria a norma della L. Fall., articolo 223, comma 2, n. 1) sarebbe necessario che avesse cagionato, o concorso a cagionare, il dissesto della societa’; perche’ possa qualificarsi come ipotesi di bancarotta prefallimentare per distrazione a norma della L. Fall., articolo 216, n. 1), sarebbe necessario che il fallimento sopravvenuto tre anni dopo fosse almeno prevedibile al momento del fatto.

Si e’ infatti gia’ rilevato nella giurisprudenza di questa Corte come sia possibile una condotta di infedelta’ patrimoniale che non integri bancarotta per distrazione (Sez. 5, n. 6140 del 16/01/2007, Rv. 236054), posto che si tratta di reati in rapporto di specialita’ reciproca e preordinati alla tutela di interessi diversi, l’uno i creditori sociali (L. Fall., articolo 216), l’altro il patrimonio sociale (articolo 2634 c.c.).

Escluso che sia qui in discussione la bancarotta impropria, non contestata, la condotta di’ infedelta’ patrimoniale (che sembra essere sullo sfondo della diversificata decisione assunta dal giudice a quo in relazione a due analoghe condotte di vendita sottocosto) va dunque necessariamente analizzata con riferimento al contesto cronologico e storico e alle implicazioni soggettive dell’agente, posto che la affermazione della ipotesi di bancarotta fraudolenta patrimoniale si’ giustifica, dato il rapporto di specialita’ specifica tra fattispecie, solo se l’ingiustificato distacco di una parte del valore del bene, frutto dell’atto infedele dell’amministratore, sia anche espressione, per la prossimita’ allo stato di insolvenza o per altra evidente causa, di una consapevole e concreta esposizione a pericolo degli interessi dei creditori.

L’analisi del giudice del rinvio deve dunque essere ricondotta – in coerenza con quella gia’ effettuata dal giudice di primo grado, non criticata ed anzi richiamata in sentenza – all’inquadramento della iniziativa nel contesto delle condizioni economiche della societa’, al fine di accertare se, tenuto conto della lontananza della dichiarazione di fallimento, e dovendosi anche verificare con maggiore precisione le scansioni temporali oggettive dello stato di crisi e di insolvenza, solo genericamente enunciato, anche la vendita sottocosto dell’immobile, come quella delle merci, rilevasse come determinazione del rischio di sottrarre il maggior valore del bene a una possibile futura procedura concorsuale, con la conseguenza che ne risultasse leso l’interesse procedimentale della massa, a fianco a quello – soddisfatto – dei singoli creditori.

P.Q.M.

annulla la sentenza impugnata con rinvio ad altra sezione della Corte di appello di Roma per nuovo esame

 

La mancanza di specificita’ del motivo, invero, deve essere apprezzata non solo per la sua genericita’, come indeterminatezza, ma anche per la mancanza di correlazione tra le ragioni argomentate dalla decisione impugnata t quelle poste a fondamento dell’impugnazione, questa non potendo ignorare le esplicitazioni del giudice censurato senza cadere nel vizio indicato, conducente, a mente dell’articolo 591 c.p.p., comma 1, lettera c), all’inammissibilita’ (Sez. 4, 29/03/2000, n. 5191, Barone, Rv. 216473; Sez. 1, 30/09/2004, n. 39598, Burzotta, Rv. 230634; Sez. 4, 03/07/2007, n. 34270, Scicchitano, Rv. 236945; Sez. 3, 06/07/2007, n. 35492, Tasca, Rv. 237596).

Seguendo l’ordine delle critiche, si osserva, infatti: a) che del tutto genericamente si attribuisce al perito l’affermazione che, nella specie, verrebbero in questione mere “squadrature ed errori contabili”; b) che genericamente reiterativa e’ l’osservazione della copertura di spese non documentate dei lavoratori in trasferta, nell’assenza, puntualmente rilevata dalla Corte territoriale, di qualunque documentazione giustificativa; c) del tutto generica, oltre che irrilevante, e’, altresi’, l’affermazione che si tratterebbe di ammanchi minimi, che sarebbero stati giustificati, ma in termini che non e’ dato apprendere dalla lettura del ricorso; d) che, con riferimento ai finanziamenti infragruppo, il ricorso insiste nel dedurre l’esistenza di vantaggi compensativi che non specifica, alla luce del puntuale rilievo della Corte d’appello, secondo la quale non era ravvisabile alcuna utilita’, anche in considerazione della sorte delle varie societa’ coinvolte; e) che la patrimonializzazione de II (OMISSIS) s.r.l., al momento della cessione delle quote, e’ del tutto irrilevante, in quanto il carattere distruttivo dell’operazione si coglie nel segmento successivo, nel quale viene ridotto il valore delle partecipazioni.

  1. Il terzo motivo e’ inammissibile non solo per la genericita’ e assertivita’ delle affermazioni che lo sorreggono, ma soprattutto per la loro assoluta inconducenza, in quanto, ai fini della sussistenza del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale, non e’ necessaria l’esistenza di un nesso causale tra i fatti di distrazione ed il successivo fallimento, essendo sufficiente che l’agente abbia cagionato il depauperamento dell’impresa, destinandone le risorse ad impieghi estranei alla sua attivita’ (Sez. U, n. 22474 del 31/03/2016, Passarelli, Rv. 266804). Ne discende l’assoluta irrilevanza delle cause concrete del dissesto. Per pura completezza, va aggiunto comunque che anche le operazioni manifestamente imprudenti, di cui all’articolo 217 L. fall., n. 3 devono presentare, in astratto, un elemento di razionalita’ nell’ottica delle esigenze dell’impresa, cosicche’ il risultato negativo sia frutto di un mero e riscontrabile errore di valutazione (Sez. 5, n. 2876 del 10/06/1998 – dep. 03/03/1999, Vichi, Rv. 212608), laddove, nel caso di specie, la Corte territoriale ha sottolineato, alla luce del grave depauperamento determinato dalle operazioni esaminate, che era anche ravvisabile la volonta’ di determinare il dissesto.

  2. Il quarto motivo e’ inammissibile per manifesta infondatezza.

-La Corte territoriale ha osservato, alla stregua delle risultanze peritali, che non si era al cospetto di mere irregolarita’ formali, ma di indebiti giroconti, di storni, di compensazioni, di acconti a fornitori non individuati, di pagamenti in contanti e quindi di anomalie che hanno reso impossibili la quantificazione dei valori di cassa, con formali aggiustamenti finalizzati a occultare le distrazioni.

Quest’ultimo profilo rivela chiaramente l’apparato argomentativo della sentenza impugnata, quanto alla sussistenza dell’elemento psicologico del reato ritenuto e alla mancata riqualificazione del fatto come bancarotta semplice – peraltro, con prospettazione che va addirittura al di la’ del dolo generico sufficiente per il caso di irregolare tenuta delle scritture contabili: Sez. 5, n. 5264 del 17/12/2013 – dep. 03/02/2014, Manfredini, Rv. 258881).

Puo’ solo aggiungersi che non sussiste la lamentata contraddittorieta’ motivazionale, in quanto l’accertamento di distrazioni, gia’ in astratto, non coincide con la ricostruzione del movimento degli affari e del patrimonio, che, al contrario, si dovrebbe accompagnare anche all’esatta individuazione della destinazione delle risorse sottratte alle finalita’ sociali.

Inoltre, il reato di bancarotta fraudolenta documentale sussiste non solo quando la ricostruzione del patrimonio si renda impossibile per il modo in cui le scritture contabili sono state tenute, ma anche quando gli accertamenti, da parte degli organi fallimentari, siano stati ostacolati da difficolta’ superabili solo con particolare diligenza (Sez. 5, n. 21588 del 19/04/2010, Suardi, Rv. 247965).

  1. Il quinto motivo e’ inammissibile, in quanto la graduazione della pena, anche in relazione agli aumenti ed alle diminuzioni previsti per le circostanze aggravanti ed attenuanti, rientra nella discrezionalita’ del giudice di merito, che la esercita, cosi’ come per fissare la pena base, in aderenza ai principi enunciati negli articoli 132 e 133 cod. pen.; ne discende che e’ inammissibile la censura che, nel giudizio di cassazione, miri ad una nuova valutazione della congruita’ della pena la cui determinazione non sia frutto di mero arbitrio o di ragionamento illogico (Sez. 5, n. 5582 del 30/09/2013 – 04/02/2014, Ferrario, Rv. 259142), cio’ che nel caso di specie – non ricorre.

  1. Il secondo motivo e’ inammissibile, in quanto fondato su censure che, nella sostanza, ripropongono le stesse ragioni gia’ discusse e ritenute infondate dal giudice del gravame. La mancanza di specificita’ del motivo, invero, deve essere apprezzata non solo per la sua genericita’, come indeterminatezza, ma anche per la mancanza di correlazione tra le ragioni argomentate dalla decisione impugnata t quelle poste a fondamento dell’impugnazione, questa non potendo ignorare le esplicitazioni del giudice censurato senza cadere nel vizio indicato, conducente, a mente dell’articolo 591 c.p.p., comma 1, lettera c), all’inammissibilita’ (Sez. 4, 29/03/2000, n. 5191, Barone, Rv. 216473; Sez. 1, 30/09/2004, n. 39598, Burzotta, Rv. 230634; Sez. 4, 03/07/2007, n. 34270, Scicchitano, Rv. 236945; Sez. 3, 06/07/2007, n. 35492, Tasca, Rv. 237596).

Seguendo l’ordine delle critiche, si osserva, infatti: a) che del tutto genericamente si attribuisce al perito l’affermazione che, nella specie, verrebbero in questione mere “squadrature ed errori contabili”; b) che genericamente reiterativa e’ l’osservazione della copertura di spese non documentate dei lavoratori in trasferta, nell’assenza, puntualmente rilevata dalla Corte territoriale, di qualunque documentazione giustificativa; c) del tutto generica, oltre che irrilevante, e’, altresi’, l’affermazione che si tratterebbe di ammanchi minimi, che sarebbero stati giustificati, ma in termini che non e’ dato apprendere dalla lettura del ricorso; d) che, con riferimento ai finanziamenti infragruppo, il ricorso insiste nel dedurre l’esistenza di vantaggi compensativi che non specifica, alla luce del puntuale rilievo della Corte d’appello, secondo la quale non era ravvisabile alcuna utilita’, anche in considerazione della sorte delle varie societa’ coinvolte; e) che la patrimonializzazione de II (OMISSIS) s.r.l., al momento della cessione delle quote, e’ del tutto irrilevante, in quanto il carattere distruttivo dell’operazione si coglie nel segmento successivo, nel quale viene ridotto il valore delle partecipazioni.

  1. Il terzo motivo e’ inammissibile non solo per la genericita’ e assertivita’ delle affermazioni che lo sorreggono, ma soprattutto per la loro assoluta inconducenza, in quanto, ai fini della sussistenza del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale, non e’ necessaria l’esistenza di un nesso causale tra i fatti di distrazione ed il successivo fallimento, essendo sufficiente che l’agente abbia cagionato il depauperamento dell’impresa, destinandone le risorse ad impieghi estranei alla sua attivita’ (Sez. U, n. 22474 del 31/03/2016, Passarelli, Rv. 266804). Ne discende l’assoluta irrilevanza delle cause concrete del dissesto. Per pura completezza, va aggiunto comunque che anche le operazioni manifestamente imprudenti, di cui all’articolo 217 L. fall., n. 3 devono presentare, in astratto, un elemento di razionalita’ nell’ottica delle esigenze dell’impresa, cosicche’ il risultato negativo sia frutto di un mero e riscontrabile errore di valutazione (Sez. 5, n. 2876 del 10/06/1998 – dep. 03/03/1999, Vichi, Rv. 212608), laddove, nel caso di specie, la Corte territoriale ha sottolineato, alla luce del grave depauperamento determinato dalle operazioni esaminate, che era anche ravvisabile la volonta’ di determinare il dissesto.

  2. Il quarto motivo e’ inammissibile per manifesta infondatezza.

-La Corte territoriale ha osservato, alla stregua delle risultanze peritali, che non si era al cospetto di mere irregolarita’ formali, ma di indebiti giroconti, di storni, di compensazioni, di acconti a fornitori non individuati, di pagamenti in contanti e quindi di anomalie che hanno reso impossibili la quantificazione dei valori di cassa, con formali aggiustamenti finalizzati a occultare le distrazioni.

Quest’ultimo profilo rivela chiaramente l’apparato argomentativo della sentenza impugnata, quanto alla sussistenza dell’elemento psicologico del reato ritenuto e alla mancata riqualificazione del fatto come bancarotta semplice – peraltro, con prospettazione che va addirittura al di la’ del dolo generico sufficiente per il caso di irregolare tenuta delle scritture contabili: Sez. 5, n. 5264 del 17/12/2013 – dep. 03/02/2014, Manfredini, Rv. 258881).

Puo’ solo aggiungersi che non sussiste la lamentata contraddittorieta’ motivazionale, in quanto l’accertamento di distrazioni, gia’ in astratto, non coincide con la ricostruzione del movimento degli affari e del patrimonio, che, al contrario, si dovrebbe accompagnare anche all’esatta individuazione della destinazione delle risorse sottratte alle finalita’ sociali.

Suprema Corte di Cassazione

sezione V penale

sentenza 24 marzo 2017, n. 14544

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ZAZA Carlo – Presidente

Dott. CATENA Rossella – Consigliere

Dott. DE MARZO Giusep – rel. Consigliere

Dott. SCORDAMAGLIA Irene – Consigliere

Dott. LIGNOLA Ferdinando – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS), nato il (OMISSIS);

(OMISSIS), nato il (OMISSIS);

avverso la sentenza del 14/10/2015 della CORTE APPELLO di L’AQUILA;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita in PUBBLICA UDIENZA del 07/03/2017, la relazione svolta dal Consigliere GIUSEPPE DE MARZO;

Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. MARILIA DI NARDO che ha concluso per il rigetto del ricorso.

RITENUTO IN FATTO

  1. Per quanto ancora rileva, con sentenza del 14/10/2015 la Corte d’appello di L’Aquila: a) ha confermato la sentenza di primo grado che aveva condannato alla pena di giustizia e al risarcimento dei danni (OMISSIS), in relazione a fatti di bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale, commessi nella qualita’ di amministratore della (OMISSIS) s.r.l., dichiarata fallita in data (OMISSIS); b) ha confermato l’affermazione di responsabilita’ di (OMISSIS) solo in relazione al reato di bancarotta semplice documentale, in tal modo riqualificato il reato originariamente contestato, provvedendo, anche per effetto della contestuale assoluzione dai restanti reati contestati, alla rideterminazione della pena principale e delle pene accessorie nonche’ alla concessione dei doppi benefici; c) ha confermato nel resto la sentenza impugnata.
  2. Nell’interesse degli imputati e’ stato proposto ricorso per cassazione, affidato ai seguenti motivi.

2.1. Con il primo motivo si lamenta inosservanza ed erronea applicazione degli articoli 521 e 522 cod. proc. pen., rilevando: a) che, a differenza di quanto ritenuto dalla Corte territoriale, nel capo di imputazione n. 6 era stata contestata, quale Condotta distrattiva, la compensazione di crediti vantati dalla (OMISSIS) s.r.l. con la cessione di partecipazioni, prive di valore economico, della (OMISSIS) s.r.l., mentre la responsabilita’ era stata affermata in ragione delle manovre che sarebbero state destinate a privare tali partecipazioni e, in particolare, della scissione realizzata con la creazione di una nuova societa’ unipersonale; b) che, se fosse stata contestata come distrattiva l’operazione di scissione e non quella di compensazione dei crediti, la difesa avrebbe avuto la possibilita’ di dedurre e dimostrare l’esistenza di due cespiti della (OMISSIS) s.r.l., l’avvenuta esecuzione nel rispetto delle norme del codice civile e, infine, la congruita’ dei valori.

2.2. Con il secondo motivo si lamentano vizi motivazionali e violazione di legge, in relazione alla ritenuta sussistenza del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale, sottolineando: a) che, come rilevato anche dal perito, si trattava di mere “squadrature ed errori contabili”; b) che la (OMISSIS) s.r.l. svolgeva la propria attivita’ sull’intero territorio nazionale, con la conseguenza che i circa quaranta lavoratori, operando fuori sede, aveva necessita’ di coprire le spese, non sempre rendicontate; c) che gli ammanchi erano minimi, a fronte di fatturati milionari, conseguiti tra il 2005 e il 2008; d) che era stata fornita ampia giustificazione degli ammanchi con indicazioni confermate dal perito, il quale, a proposito della cassa, aveva affermato trattarsi di mere squadrature contabili, rettificabili contabilmente con la voce E.21 del Conto economico; e) che, con riferimento ai finanziamenti infragruppo, la Corte territoriale non si era confrontata con l’illustrazione del vantaggio compensativo ritratto dalla (OMISSIS) s.r.l.; f) che, al momento della cessione delle quote de (OMISSIS) s.r.l., quest’ultima societa’ era fortemente patrimonializzata.

2.3. Con il terzo motivo si lamentano vizi motivazionali e violazione di legge, in relazione alla mancata riqualificazione dei fatti come bancarotta semplice, in ragione della mera imprudenza delle operazioni e del fatto che, come accertato dal curatore, il dissesto era stato causato, oltre che dal crollo delle commesse, anche dagli errati investimenti in altri settori di attivita’.

2.4. Con il quarto motivo si lamentano vizi motivazionali e violazione di legge, con riferimento alla ritenuta sussistenza della bancarotta fraudolenta documentale, rilevando che la Corte territoriale: a) aveva acriticamente recepito le conclusioni del perito, senza spiegare in che modo le rilevate anomalie contabili avevano inciso sulla ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari, anche in ragione del fatto che le distrazioni erano state analiticamente rilevate; b) non aveva illustrato le ragioni per cui era stata disattesa la richiesta di riqualificazione dei fatti come bancarotta semplice.

  1. Con il quinto motivo si lamentano vizi motivazionali e violazione di legge, in relazione alla determinazione della pena concernente (OMISSIS).
  2. Con il sesto motivo si lamentano vizi motivazionali e violazione di legge, in relazione al diniego delle circostanze attenuanti generiche in favore di (OMISSIS).
  3. Con il settimo motivo si lamentano vizi motivazionali e violazione di legge, per avere la Corte territoriale confermato la condanna degli imputati al risarcimento del danno in misura pari alla somma degli importi delle distrazioni, peraltro senza escludere espressamente la condanna di (OMISSIS), condannato per il solo reato di bancarotta semplice documentale.

CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. Il primo motivo e’ inammissibile.

Va premesso che il principio di correlazione tra contestazione e sentenza e’ funzionale alla salvaguardia del diritto di difesa dell’imputato; ne consegue che la violazione di tale principio e’ ravvisabile quando il fatto ritenuto nella decisione si trova, rispetto al fatto contestato, in rapporto di eterogeneita’, ovvero quando il capo d’imputazione non contiene l’indicazione degli elementi costitutivi del reato ritenuto in sentenza, ne’ consente di ricavarli in via induttiva (Sez. 6, n. 10140 del 18/02/2015, Bossi, Rv. 262802).

Alla luce di tali considerazioni appare evidente la manifesta infondatezza della critica sollevata.

Invero, con il capo 6 e’ stata contestata la distrazione del complessivo importo di Euro 450.567,70, in favore di (OMISSIS) “mediante la compensazione di crediti vantati dalla (OMISSIS) s.r.l. con la cessione di partecipazioni della (OMISSIS) s.r.l.; partecipazioni prive di reale valore economico ( (OMISSIS) s.r.l. amministrata dal ridetto (OMISSIS) e posta in liquidazione dal 22/03/2010)”.

Ora, la sentenza impugnata ha accertato: a) che la societa’ fallita aveva acquistato quote de (OMISSIS) s.r.l. per un valore di Euro 454.343,00, sostanzialmente congruo; b) che il pagamento era avvenuto con la compensazione dell’obbligazione di versare il corrispettivo suindicato con il credito che la (OMISSIS) s.r.l. vantava nei confronti di (OMISSIS); c) che il valore della partecipazione acquisita era stato ridotto, in quanto la s.r.l.. Il (OMISSIS), appena due mesi dopo, aveva costituito una nuova societa’ unipersonale, cui era stato trasferito il patrimonio immobiliare.

E’ evidente la corrispondenza fra tali operazioni e quanto indicato in termini analitici nel capo di imputazione, giacche’ non e’ solo il dato della compensazione ad acquisire rilievo, ma anche il fatto che le partecipazioni risultavano, secondo l’impostazione accusatoria confermata dalle risultanze dibattimentali, prive di valore economico.

Ne discende che, esclusa la violazione delle previsioni codicistiche invocate, il ricorrente (la questione riguarda il solo (OMISSIS)) non puo’ che imputare a se stessa le mancate iniziative istruttorie sopra indicate.

Peraltro, i temi di prova proposti sono anche in astratto irrilevanti, giacche’: a) il rispetto delle norme codicistiche non ha alcun significato nella valutazione del carattere depauperativo dell’operazione; b) del tutto generico e’ il riferimento alla congruita’ dei valori che, nella fase iniziale dell’operazione, nessuno ha messo in discussione; c) l’esistenza di altri cespiti non meglio specificati nulla toglie alla riduzione del valore delle partecipazioni, per effetto del trasferimento di altri beni.

  1. Il secondo motivo e’ inammissibile, in quanto fondato su censure che, nella sostanza, ripropongono le stesse ragioni gia’ discusse e ritenute infondate dal giudice del gravame. La mancanza di specificita’ del motivo, invero, deve essere apprezzata non solo per la sua genericita’, come indeterminatezza, ma anche per la mancanza di correlazione tra le ragioni argomentate dalla decisione impugnata t quelle poste a fondamento dell’impugnazione, questa non potendo ignorare le esplicitazioni del giudice censurato senza cadere nel vizio indicato, conducente, a mente dell’articolo 591 c.p.p., comma 1, lettera c), all’inammissibilita’ (Sez. 4, 29/03/2000, n. 5191, Barone, Rv. 216473; Sez. 1, 30/09/2004, n. 39598, Burzotta, Rv. 230634; Sez. 4, 03/07/2007, n. 34270, Scicchitano, Rv. 236945; Sez. 3, 06/07/2007, n. 35492, Tasca, Rv. 237596).

Seguendo l’ordine delle critiche, si osserva, infatti: a) che del tutto genericamente si attribuisce al perito l’affermazione che, nella specie, verrebbero in questione mere “squadrature ed errori contabili”; b) che genericamente reiterativa e’ l’osservazione della copertura di spese non documentate dei lavoratori in trasferta, nell’assenza, puntualmente rilevata dalla Corte territoriale, di qualunque documentazione giustificativa; c) del tutto generica, oltre che irrilevante, e’, altresi’, l’affermazione che si tratterebbe di ammanchi minimi, che sarebbero stati giustificati, ma in termini che non e’ dato apprendere dalla lettura del ricorso; d) che, con riferimento ai finanziamenti infragruppo, il ricorso insiste nel dedurre l’esistenza di vantaggi compensativi che non specifica, alla luce del puntuale rilievo della Corte d’appello, secondo la quale non era ravvisabile alcuna utilita’, anche in considerazione della sorte delle varie societa’ coinvolte; e) che la patrimonializzazione de II (OMISSIS) s.r.l., al momento della cessione delle quote, e’ del tutto irrilevante, in quanto il carattere distruttivo dell’operazione si coglie nel segmento successivo, nel quale viene ridotto il valore delle partecipazioni.

  1. Il terzo motivo e’ inammissibile non solo per la genericita’ e assertivita’ delle affermazioni che lo sorreggono, ma soprattutto per la loro assoluta inconducenza, in quanto, ai fini della sussistenza del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale, non e’ necessaria l’esistenza di un nesso causale tra i fatti di distrazione ed il successivo fallimento, essendo sufficiente che l’agente abbia cagionato il depauperamento dell’impresa, destinandone le risorse ad impieghi estranei alla sua attivita’ (Sez. U, n. 22474 del 31/03/2016, Passarelli, Rv. 266804). Ne discende l’assoluta irrilevanza delle cause concrete del dissesto. Per pura completezza, va aggiunto comunque che anche le operazioni manifestamente imprudenti, di cui all’articolo 217 L. fall., n. 3 devono presentare, in astratto, un elemento di razionalita’ nell’ottica delle esigenze dell’impresa, cosicche’ il risultato negativo sia frutto di un mero e riscontrabile errore di valutazione (Sez. 5, n. 2876 del 10/06/1998 – dep. 03/03/1999, Vichi, Rv. 212608), laddove, nel caso di specie, la Corte territoriale ha sottolineato, alla luce del grave depauperamento determinato dalle operazioni esaminate, che era anche ravvisabile la volonta’ di determinare il dissesto.
  2. Il quarto motivo e’ inammissibile per manifesta infondatezza.

-La Corte territoriale ha osservato, alla stregua delle risultanze peritali, che non si era al cospetto di mere irregolarita’ formali, ma di indebiti giroconti, di storni, di compensazioni, di acconti a fornitori non individuati, di pagamenti in contanti e quindi di anomalie che hanno reso impossibili la quantificazione dei valori di cassa, con formali aggiustamenti finalizzati a occultare le distrazioni.

Quest’ultimo profilo rivela chiaramente l’apparato argomentativo della sentenza impugnata, quanto alla sussistenza dell’elemento psicologico del reato ritenuto e alla mancata riqualificazione del fatto come bancarotta semplice – peraltro, con prospettazione che va addirittura al di la’ del dolo generico sufficiente per il caso di irregolare tenuta delle scritture contabili: Sez. 5, n. 5264 del 17/12/2013 – dep. 03/02/2014, Manfredini, Rv. 258881).

Puo’ solo aggiungersi che non sussiste la lamentata contraddittorieta’ motivazionale, in quanto l’accertamento di distrazioni, gia’ in astratto, non coincide con la ricostruzione del movimento degli affari e del patrimonio, che, al contrario, si dovrebbe accompagnare anche all’esatta individuazione della destinazione delle risorse sottratte alle finalita’ sociali.

Inoltre, il reato di bancarotta fraudolenta documentale sussiste non solo quando la ricostruzione del patrimonio si renda impossibile per il modo in cui le scritture contabili sono state tenute, ma anche quando gli accertamenti, da parte degli organi fallimentari, siano stati ostacolati da difficolta’ superabili solo con particolare diligenza (Sez. 5, n. 21588 del 19/04/2010, Suardi, Rv. 247965).

  1. Il quinto motivo e’ inammissibile, in quanto la graduazione della pena, anche in relazione agli aumenti ed alle diminuzioni previsti per le circostanze aggravanti ed attenuanti, rientra nella discrezionalita’ del giudice di merito, che la esercita, cosi’ come per fissare la pena base, in aderenza ai principi enunciati negli articoli 132 e 133 cod. pen.; ne discende che e’ inammissibile la censura che, nel giudizio di cassazione, miri ad una nuova valutazione della congruita’ della pena la cui determinazione non sia frutto di mero arbitrio o di ragionamento illogico (Sez. 5, n. 5582 del 30/09/2013 – 04/02/2014, Ferrario, Rv. 259142), cio’ che nel caso di specie – non ricorre.
  2. Inammissibile e’ anche il sesto motivo, in quanto la mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche e’ giustificata da motivazione – attinente alla obiettiva gravita’ dei fatti – esente da manifesta illogicita’, che, pertanto, e’ insindacabile in cassazione (Sez. 6, n. 42688 del 24/9/2008, Rv. 242419), anche considerato il principio affermato da questa Corte secondo cui non e’ necessario che il giudice di merito, nel motivare il diniego della concessione delle attenuanti generiche, prenda in considerazione tutti gli elementi favorevoli o sfavorevoli dedotti dalle parti o rilevabili dagli atti, ma e’ sufficiente che egli faccia riferimento a quelli ritenuti decisivi o comunque rilevanti, rimanendo disattesi o superati tutti gli altri da tale valutazione (Sez. 2, n. 3609 del 18/1/2011, Sermone, Rv. 249163; Sez. 6, n. 34364 del 16/6/2010, Giovane, Rv. 248244).
  3. Infine, quanto all’entita’ del risarcimento del danno provocato dai fatti distrattivi, del tutto razionalmente i giudici di merito hanno fatto riferimento all’entita’ delle risorse sottratte al compendio fallimentare, con la conseguenza che le critiche proposte da (OMISSIS) risultano manifestamente infondate.

Al contrario, sono fondate le critiche relative alla posizione di (OMISSIS), dal momento che la decisione di primo grado, sul punto non riformata dalla sentenza impugnata, correla esplicitamente l’ammontare del risarcimento del danno al valore economico delle singole condotte distrattive, dalle quali, tuttavia, il ricorrente e’ stato assolto.

Ne discende che, nei confronti di (OMISSIS), la sentenza impugnata va annullata limitatamente alle statuizioni civili, che devono essere eliminate.

  1. Alla pronuncia di inammissibilita’ del ricorso di (OMISSIS) consegue, ex articolo 616 cod. proc. pen., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonche’ al versamento, in favore della Cassa delle ammende, di una somma che, in ragione delle questioni dedotte, appare equo determinare in Euro 2.000,00.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata nei confronti di (OMISSIS), limitatamente alle statuizioni civili, che elimina; dichiara inammissibile nel resto il ricorso di (OMISSIS). Dichiara inammissibile il ricorso di (OMISSIS) e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 2.000,00 in favore della Cassa delle Ammende

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Castel di Casio Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

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Castel Guelfo di Bologna Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
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5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
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Castel Maggiore Lo studio si occupa della difesa di:
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5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
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Castel San Pietro Terme Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
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Castello d’Argile Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
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6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
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Castenaso Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
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Castiglione dei Pepoli Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
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Crevalcore Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
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3) Responsabilità professionale medica
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6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
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9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

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Dozza Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
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Fontanelice Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
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Gaggio Montano Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
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Galliera Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
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6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
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9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

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Granaglione Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
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5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
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Granarolo dell’Emilia Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
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5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
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Grizzana Morandi Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
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Imola Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
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Lizzano in Belvedere Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
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5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
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9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

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Loiano Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
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5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
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Malalbergo Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
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Marzabotto Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
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3) Responsabilità professionale medica
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Medicina Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
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Minerbio Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
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2) Reati contro il patrimonio
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Monghidoro Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
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Monte San Pietro Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
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Monterenzio Lo studio si occupa della difesa di:
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Monzuno Lo studio si occupa della difesa di:
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2) Reati contro il patrimonio
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Mordano Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

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Ozzano dell’Emilia Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
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Pianoro Lo studio si occupa della difesa di:
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Porretta Terme Lo studio si occupa della difesa di:
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6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
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Sala Bolognese Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
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6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
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9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

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San Benedetto Val di Sambro Lo studio si occupa della difesa di:
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San Giorgio di Piano Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
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San Giovanni in Persiceto Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
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San Lazzaro di Savena Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

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San Pietro in Casale Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
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9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

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Sant’Agata Bolognese Lo studio si occupa della difesa di:
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3) Responsabilità professionale medica
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Sasso Marconi Lo studio si occupa della difesa di:
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3) Responsabilità professionale medica
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6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
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