PATTEGGIAMENTO ART 444 CPP COSA E’? CHE EFFETTI? AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA- Avvocato penalista Bologna, Avvocato penalista Rimini, avvocato penalista Ravenna, avvocato penalista Forli’, avvocato penalista Cesena

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PATTEGGIAMENTO ART 444 CPP COSA E’? CHE EFFETTI? AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA

 la Suprema Corte afferma che, se può ritenersi acquisito sulla base dei principi affermati dalla sentenza costituzionale n. 210 del 2013 nonché dalle decisioni delle Sezioni Unite che la legalità della pena deve essere sempre costantemente assicurata, anche nella fase dell’esecuzione – almeno fino a quando non sia stata interamente eseguita -, perché uno Stato di diritto non può tollerare che si faccia luogo all’esecuzione di una pena incostituzionale ovvero contrastante con la CEDU, rimettendo al giudice dell’esecuzione di impedire che una tale sanzione sia sofferta, non altrettanto pacifico in giurisprudenza il procedimento in base al quale perseguire tale risultato. Un primo indirizzo, prevede che la rideterminazione della pena avvenga con un criterio oggettivo di tipo matematico-proporzionale. Si sostiene che la pena, contenuta in una sentenza di patteggiamento irrevocabile, ineseguibile, perché derivata da parametri costituzionalmente illegittimi, deve essere rideterminata, in sede di esecuzione, secondo un criterio proporzionale che la trasponga all’interno della nuova cornice edittale determinatasi in seguito alla reviviscenza della normativa previgente alla dichiarazione di incostituzionalità di cui alla sentenza n. 32 del 2014. Il secondo orientamento, a differenza del primo, opera una dequotazione del contenuto pattizio e propugna la tesi della libera determinazione della pena da parte del giudice dell’esecuzione. Si afferma che in sede di esecuzione il giudice deve rideterminare la pena in rapporto ai nuovi e diversi parametri edittali, dando conto, ai sensi degli art. 132 e 133 cod. pen., delle modalità di esercizio del potere commisurativo e tenendo conto dei principi generali del sistema sanzionatorio, tra i quali quello per cui non può essere aumentata l’afflittività della pena stabilita in sentenza. Secondo questo indirizzo, in sostanza, si attribuisce alla fase esecutiva la necessità di «una valutazione globale del fatto», che viene rimessa al giudice dell’esecuzione, «non essendo più discutibile la forma dell’accertamento e restando a questo punto da reiterare, in termini ormai sottratti alla dinamica negoziale, la valutazione officiosa di congruità del trattamento sanzionatorio

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 APEN9

il rito del patteggiamento è caratterizzato dalla mancanza d’ogni attività d’accertamento del fatto contestato, l’imputato che richiede l’applicazione della pena o aderisce alla richiesta del pubblico ministero, si limita a manifestare la rinuncia a far valere le proprie difese e le proprie eccezioni alla tesi accusatoria, per cui e al tempo stesso, egli si astiene dal provare la propria innocenza ed esonera l’accusa dalla prova della di lui colpevolezza.

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ABANCOSCERITTAavvocato cassazionista bella

Il meccanismo del “patteggiamento” , tipico modello di giustizia negoziata, presenta il vantaggio di risparmiare sia il dibattimento che un grado di impugnazione, perché la sentenza non è appellabile, ma solo ricorribile per Cassazione.

Quale corrispettivo, l’art. 445 comma I, prevede delle molteplici misure premiali per l’imputato, prima tra tutte la riduzione della pena fino ad un terzo  se questa non supera i due anni di reclusione o di arresto, soli o congiunti a pena pecuniaria.

 ACPENGRANDE

PATTEGGIAMENTO ART 444 CPP COSA E’? CHE EFFETTI? AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA- Avvocato penalista Bologna, Avvocato penalista Rimini, avvocato penalista Ravenna, avvocato penalista Forli’, avvocato penalista CesenaLe non equivoche affermazioni ora riferite ci pare contrastino con quella ritenuta limitazione al potere del giudice in ordine alla pena indicata dalle parti, che ha dato luogo all’intervento della Corte costituzionale. In realtà, è certamente vero che l’art. 444 co. 2 cpp, consente un penetrante intervento del giudice anche in questa materia, dato che il previsto controllo sull’applicazione e comparazione delle circostanze prospettate dalle parti è un attività che determina un completo intervento sulla commisurazione della pena, la quale non può che ritenersi operazione unitaria, comprensiva della corretta applicazione delle circostanze, il cui rilievo è tanto maggiore quanto si consideri il limitato ambito entro il quale è consentita 1’applicazione della pena su richiesta. Oltretutto, l’ipotesi concreta su cui la sentenza ha costruito il suo discorso avrebbe dovuto condurre a conclusioni opposte a quelle cui invece si è pervenuti.

Tanto premesso, risulta evidente che, per effetto dell’intervenuto patteggiamento, al C. è preclusa la contestazione dei termini fattuali dell’imputazione, dato che la richiesta consensuale di applicazione della pena si traduce in una scelta processuale che implica la “rinuncia ad avvalersi della facoltà di contestare l’accusa” mediante un atto dispositivo con cui l’interessato abdica ad esercitare il diritto alla prova (Corte cost., 2 luglio 1990, n. 313). È stato recentemente precisato da queste Sezioni Unite che il “profilo di negozialità” insito nell’istituto fa sì che la questione centrale dell’analisi ricostruttiva della normativa sul patteggiamento sia costituita dalla definizione dei rapporti tra l’ambito della volontà negoziale delle parti e i poteri del giudice e, dunque, dall’individuazione dei limiti segnati dall’accordo ai poteri di cognizione e di decisione dei quali l’organo giurisdizionale è investito (Cass., Sez. Un., u. p. 25 novembre 1998, M. ): ditalché se è vero che taluni punti dell’indagine giudiziale restano sottratti alla disponibilità delle parti, perché corrispondenti ad aspetti inderogabili della funzione giurisdizionale (definizione giuridica del fatto, accertamento della sussistenza di cause di non punibilità ex art. 129 c.p.p., applicazione e comparazione delle circostanze aggravanti ed attenuanti, verifica della congruità della pena concordata), è altrettanto vero che, al di fuori di tali precisi ambiti, l’intervenuto patto processuale condiziona le possibilità di esplicazione del potere giurisdizionale in dipendenza delle autolimitazioni delle facoltà delle parti connaturate alla richiesta concordata di applicazione della pena. Deve trarsene il corollario, di lineare conseguenzialità logica e giuridica, che nel caso di specie, poiché uno dei limiti accettati dai paciscenti è costituito proprio dalla rinuncia a contestare l’accusa (non con riguardo al nomen iuris del reato addebitato all’imputato, ma solo in riferimento alle specifiche circostanze di fatto dedotte nell’imputazione), non è possibile negare l’operatività della preclusione a far valere, coi motivi di impugnazione, l’insussistenza dell’incarico costituente il titolo in base al quale è stata eseguita l’attività di docente nei corsi di specializzazione. Pertanto, meritano di essere condivise le argomentazioni con le quali il tribunale, nell’escludere le condizioni per una pronuncia dì proscioglimento ex art. 129 c.p.p., ha ritenuto che le deduzioni difensive del C. comportino un mutamento dei termini fattuali dell’imputazione, osservando altresì che, al di là della posteriorità cronologica della formazione del documento di incarico, la contestazione dell’imputato non verte sugli elementi costitutivi del delitto, consistenti nella qualità di docente universitario (e, quindi, di pubblico ufficiale) e nelle false annotazioni sui registri e sui libretti in ordine allo svolgimento dei corsi, per l’anno accademico 1990-91, in tempi e con modalità diversi da quelli reali, sicché resta irrilevante la circostanza che il conferimento dell’incarico sia stato formalizzato con atto scritto soltanto dopo che i corsi erano stati tenuti.

6. – Nei ricorsi di tutti gli imputati è stata denunciata la violazione dell’art. 537 c.p.p. in relazione all’asserita impossibilità giuridica che la dichiarazione di falsità dei documenti possa essere contenuta in una sentenza di applicazione della pena su richiesta delle parti. Sulla scia di tale prospettazione difensiva, la Quinta Sezione Penale di questa Corte ha ritenuto di dovere rimettere i ricorsi alle Sezioni Unite esprimendo seri dubbi sulla conciliabilità della dichiarazione di falsità ex art. 537 c.p.p., che presuppone l’accertamento di un reato, con la natura della sentenza pronunciata sull’accordo delle parti, quale risulta configurata nella giurisprudenza delle stesse Sezioni Unite, ad avviso delle quali detta sentenza non costituisce pronuncia di condanna in quanto prescinde dall’accertamento giudiziale del reato e dall’affermazione di responsabilità dell’imputato (Cass., Sez. Un., c. c. 25 marzo 1998, G. , rv. 210872; Cass., Sez. Un., u. p. 26 febbraio 1997, B. , rv. 207245; Cass., Sez. Un., c. c. 8 maggio 1996, D. L. , rv. 204826): con la conseguenza che -ha concluso la Sezione rimettente- “se la sentenza pronunciata a norma dell’art. 444 c.p.p. non presuppone l’accertamento neppure dell’esistenza del reato, non può contenere una dichiarazione di falsità che quell’accertamento evidentemente presuppone”.

ACHIAMA PEN3Le perplessità che hanno indotto a sottoporre la questione all’esame delle Sezioni Unite mancano di fondamento e non possono giustificare l’abbandono di posizioni consolidate nella giurisprudenza di legittimità, che risulta uniformemente orientata -senza alcuna pronuncia di segno contrario- nel senso che con la sentenza di applicazione della pena su richiesta delle parti il giudice è tenuto a dichiarare la falsità di atti o di documenti dei quali abbia accertato la falsità, trattandosi di decisione equiparata ad una sentenza di condanna (Cass., Sez. V, c. c. 26 aprile 1999, M. , rv. 213732; Cass., Sez. V, c. c. 23 giugno 1998, Di S. , rv. 211513; Cass., Sez. V, c. c. 13 febbraio 1996, S. , rv. 203954; Cass., Sez. VI, u. p. 4 luglio 1992, P. M. in proc. C. , rv. 191965; Cass., Sez. V, u. p. 19 marzo 1992, G. , rv. 190100).

Le linee argomentative sviluppate nell’ordinanza di rimessione potrebbero presentare una qualche plausibile base soltanto se fosse vero che la dichiarazione di falsità di atti o di documenti ha come presupposto indispensabile la pronuncia di una sentenza di condanna, ma, una volta dimostrata l’erroneità di una simile premessa, sono destinati senz’altro a dissolversi i dubbi espressi in ordine alla correttezza della soluzione seguita dalla costante giurisprudenza e alla compatibilità di essa con i principi del sistema.

La fragilità della tesi prospettata dalla Quinta Sezione Penale è inequivocamente rivelata dalla disciplina dettata dall’art. 537 c.p.p., che, se al primo comma dispone che la falsità è dichiarata nel dispositivo della sentenza di condanna, nel quarto comma precisa che la dichiarazione di falsità è pronunciata anche con la sentenza di proscioglimento. È altresì significativa la norma contenuta nel secondo comma dell’art. 425, che, attraverso l’espresso richiamo alle disposizioni dell’art. 537, rende possibile la dichiarazione di falsità anche con la sentenza di non luogo a procedere emessa all’esito dell’udienza preliminare. Inoltre, l’indefettibilità della pronuncia di falsità, diretta ad eliminare dal circuito giuridico un atto lesivo della fede pubblica, è confermata dall’art. 675 c.p.p., a norma del quale, quando sia stata accertata la falsità di un atto e la stessa non sia stata dichiarata nel dispositivo, ogni interessato ha il potere di chiedere al giudice dell’esecuzione, dopo il passaggio in giudicato della sentenza, la dichiarazione di falsità omessa dal giudice della cognizione.

7. – Dal coordinamento di tali disposizioni, che sostanzialmente riproducono il contenuto degli artt. 480 e 380 del codice del 1930, deve trarsi la conseguenza che la dichiarazione di falsità prescinde dalla pronuncia di condanna e di accertamento della responsabilità dell’imputato, essendo fondata sul solo fatto dell’accertata non rispondenza al vero dell’atto o del documento, indipendentemente dalla circostanza che il processo si concluda con un verdetto di colpevolezza o di proscioglimento. In questa stessa prospettiva, la giurisprudenza di questa Corte ha riconosciuto che, se la dichiarazione di falsità non può essere contenuta in un decreto di archiviazione (Cass., Sez. V, c. c. 13 novembre 1998, Fortunato, rv. 212643) e in una sentenza di improcedibilità dell’azione penale (Cass., Sez. V, u. p. 26 febbraio 1999, C. , rv. 213108), sussiste, invece, l’obbligo del giudice di dichiarare la falsità quando il processo si concluda con sentenza di proscioglimento per estinzione del reato, sempreché le risultanze disponibili comprovino l’esistenza del falso (Cass., Sez. V, u. p. 14.ottobre 1998, C. , rv. 212334; Cass., Sez. V, c. c. 9 giugno 1997, F. , rv. 208364; con riferimento all’art. 480 del codice previgente v. Cass., Sez. V, c. c. 27 novembre 1992, D. L. , rv. 193216; Cass., Sez. V, c. c. 3 ottobre 1984, P. , rv. 166390).

L’orientamento della costante giurisprudenza risulta, del resto, in perfetta sintonia con le posizioni della dottrina, in cui è stato chiarito che la disciplina relativa alla dichiarazione di falsità di atti o di documenti nel processo penale pone in evidenza come concorrano due distinte ed autonome azioni, suscettibili di epiloghi differenziati: l’azione penale principale, volta all’accertamento della colpevolezza, o non, dell’imputato ed, eventualmente, alla pronuncia di condanna, e l’azione, accessoria e complementare, preordinata alla tutela della fede pubblica e destinata a concludersi con la declaratoria di falsità allorché, indipendentemente dall’esito dell’altra azione, la falsità stessa sia accertata dal giudice.

Dai precedenti rilievi si evince, dunque, che l’unica condizione richiesta per la dichiarazione di falsità, prevista dagli artt. 537 e 425 c.p.p., è costituita dall’esistenza di un atto o documento riconosciuto falso, come è confermato, del resto, anche dalla giurisprudenza della Corte costituzionale, che -nel pronunciare la manifesta infondatezza della questione di costituzionalità dell’art. 409 c.p.p., nella parte in cui non prevede la possibilità della declaratoria di falsità con il provvedimento di archiviazione- ha precisato che “tale dichiarazione presuppone un accertamento sul fatto, giuridicamente estraneo al contenuto decisorio del provvedimento di archiviazione” (Corte cost., ord. 30 aprile 1998, n. 150).

I risultati dell’indagine permettono di escludere che possa sostenersi, con qualche fondamento, l’inconciliabilità della dichiarazione di falsità di atti o di documenti con la natura della sentenza di applicazione della pena su richiesta delle parti per la semplice ragione che quella dichiarazione, per l’espresso disposto degli artt. 537 e 425 c.p.p., non presuppone una pronuncia di condanna conseguente all’affermazione della responsabilità dell’imputato. Per questa stessa ragione risultano del tutto inconferenti le considerazioni sviluppate nell’ordinanza di rimessione per argomentare che è possibile attribuire al patteggiamento un fondamento logico e giuridico soltanto se si ipotizza che il legislatore ricolleghi una presunzione relativa di colpevolezza alla formulazione di una richiesta di applicazione della pena, intesa come implicita ammissione del fatto. Invero, anche a non volere considerare che le linee fondamentali dell’ordinamento vigente rendono ardua e difficilmente praticabile un’analisi ricostruttiva che faccia discendere dal patteggiamento una presunzione legale, sia pure relativa, di colpevolezza (Cass., Sez. Un., c. c. 25 marzo 1998, G. , rv. 210872; Cass., Sez. Un., p. u. 26 febbraio 1997, B. , rv. 207245), deve comunque sottolinearsi che la dichiarazione di falsità attiene alla tutela dell’interesse inerente alla fede pubblica, sottratto alla disponibilità delle parti, e che, dunque, neppure l’ammissione del fatto da parte dell’imputato, implicita nella omessa contestazione dell’accusa, potrebbe di per sè sola giustificare detta dichiarazione, qualora manchi un accertamento positivo del falso, che il giudice deve compiere alla luce di tutte le risultanze probatorie acquisite.

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SENTENZA 27.10.1999 n° 20

Fatto-Diritto

1 – Su richiesta presentata dagli imputati e dal P.M. a norma dell’art. 444 c.p.p., il Tribunale di Verona, con sentenza del 20.10.1997, applicava le pene concordate a F. F. e ad altre dodici persone, chiamati a rispondere del reato di cui agli artt. 81 cpv., 110, 479 c.p. (falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici), condannandoli al pagamento, in solido, delle spese processuali in favore della parte civile: inoltre, con la stessa sentenza, veniva dichiarata la falsità degli atti e ne era ordinata la cancellazione.

2. – Gli imputati proponevano ricorso per cassazione lamentando che il tribunale avesse dichiarato la falsità degli atti oggetto del delitto contestato e ne avesse ordinato la cancellazione nonostante che la sentenza di applicazione della pena su richiesta delle parti non contenga, per sua natura, un accertamento pieno del fatto – reato, tanto che, secondo la giurisprudenza delle Sezioni Unite Penali, essa non può essere equiparata ad una sentenza di condanna, neppure ai fini dell’ammissibilità dell’impugnazione per revisione. I ricorrenti denunciavano, inoltre, la violazione dell’art. 537, comma 2, c.p.p., a norma del quale la cancellazione degli atti falsi non può essere ordinata quando, come nel caso di specie, possano risultare pregiudicati i diritti dei terzi non intervenuti come parti nel procedimento.

C. V. deduceva, altresì, l’invalidità del patteggiamento, in quanto la procura speciale conferita al difensore attribuiva a quest’ultimo soltanto il potere di richiedere l’applicazione della pena ex art. 444 c.p.p. e non anche quello di aderire alla richiesta avanzata dal P.M., e lamentava, inoltre, l’erronea qualificazione giuridica del fatto, che non poteva essere inquadrato nella figura del falso ideologico in atto pubblico in mancanza di un preventivo provvedimento di nomina a docente, intervenuto soltanto dopo che i corsi erano stati eseguiti. Lo stesso C. e L. A. denunciavano, infine, la violazione dell’art. 153 disp. att. c.p.p. per il fatto di essere stati condannati al rimborso delle spese in favore della parte civile, benché questa non avesse presentato la nota prescritta dalla predetta disposizione.

3. – Con ordinanza del 24.5.1999, la Quinta Sezione Penale di questa Corte rimetteva il ricorso alle Sezioni Unite ai sensi dell’art. 618 c.p.p.- Il Collegio osservava che l’univoco indirizzo della giurisprudenza di legittimità -unanimamente orientata nel senso che la specialità del rito previsto dall’art. 444 c.p.p. non impedisce la dichiarazione di falsità di atti e documenti per la ragione che la decisione pronunciata a richiesta delle parti è equiparata, a tali effetti, ad una sentenza di condanna- risulta difficilmente conciliabile con la giurisprudenza delle Sezioni Unite, che, escludendo che la sentenza di applicazione della pena su richiesta delle parti abbia natura di sentenza di condanna, hanno ritenuto che detta pronuncia prescinde dall’accertamento giudiziale del reato e dall’affermazione di responsabilità dell’imputato, onde essa non potrebbe contenere una dichiarazione di falsità che quell’accertamento evidentemente presuppone. La Sezione rimettente aggiungeva che non sarebbe accettabile, peraltro, una rinuncia dell’ordinamento alla dichiarazione di falsità di un documento, che altrimenti potrebbe continuare a circolare e a produrre effetti giuridici senz’altro indesiderabili, e che la giuridica possibilità della dichiarazione di falsità ex art. 537 c.p.p. potrebbe trovare idonea base giustificativa soltanto configurando il consenso dell’imputato come un’ammissione del fatto contestatogli (se non come riconoscimento di colpevolezza), con la conseguenza che la richiesta di applicazione della pena esimerebbe il giudice dall’accertamento positivo della responsabilità e darebbe origine ad una presunzione relativa superabile soltanto in presenza dei presupposti per il proscioglimento ex art. 129 c.p.p.-

La Quinta Sezione Penale rilevava, infine, che un’ulteriore ragione dì rimessione del ricorso alle Sezioni Unite era costituita dal contrasto giurisprudenziale esistente in ordine all’obbligo del giudice di liquidare le spese a favore della parte civile che non abbia presentato la nota prevista dall’art. 153 disp. att. c.p.p.-

Il Primo Presidente aggiunto di questa Corte Suprema assegnava il ricorso alle Sezioni Unite, fissando per la trattazione l’odierna udienza in camera di consiglio.

4. – Nell’ordine logico, deve esaminarsi, anzitutto, il motivo del ricorso proposto nell’interesse del C. con cui è stata prospettata la violazione dell’art. 446, comma 3, c.p.p. sul rilievo che la procura speciale conferita dall’imputato al proprio difensore attribuiva unicamente il potere di richiedere l’applicazione della pena ex art. 444 e non anche il potere di prestare il consenso alla richiesta da altri formulata.

La censura non ha alcun fondamento. Invero, pur a non volere considerare che dal verbale di udienza, le cui risultanze sono state sintetizzate nel ricorso dell’imputato, risulta soltanto che l’applicazione della pena fu richiesta congiuntamente dal P.M. e dalle parti, deve sottolinearsi che in ogni caso -anche ad ammettere che l’iniziativa del patteggiamento sia stata presa dalla pubblica accusa- non è stato contestato il perfezionamento del consenso su tutte le specifiche condizioni recepite nella sentenza pronunciata a norma dell’art. 444 c.p.p., onde è da ritenere che il difensore abbia esercitato le facoltà conferitegli conformemente al contenuto della procura speciale e, conseguentemente, è da escludere che il patto processuale, concluso in nome dell’imputato, possa considerarsi invalido per difetto o per eccesso del potere di rappresentanza.

5. – Deve essere disatteso per manifesta infondatezza anche il quarto motivo del ricorso del C. a mezzo del quale sono state denunciate erronea applicazione della legge penale in ordine alla qualificazione giuridica del fatto e carenza di motivazione, non essendo stato tenuto conto della circostanza che la lettera dì conferimento dell’incarico è successiva ai corsi di specializzazione, i quali, quindi, sono stati tenuti dall’imputato senza formale investitura: sicché -ha concluso il ricorrente- il tribunale avrebbe dovuto ritenere insussistente il delitto di falso per la mancanza della qualità di pubblico ufficiale o, quanto meno, per il difetto del dolo.

Contrariamente all’assunto del ricorrente, il mezzo di gravame non involge una questione circoscritta alla qualificazione giuridica della condotta contestata, ma investe lo stesso contenuto fattuale dell’imputazione, il cui capo A) -integrato dalle falsità ideologiche commesse sui registri e sui libretti in ordine all’avvenuto svolgimento di attività didattiche in realtà non eseguite- muove proprio dalla premessa che il C. avesse ricevuto l’incarico di docente per l’esecuzione di corsi di specializzazione in chirurgia maxillo – facciale dall’Istituto di clinica odontoiatrica presso l’Università degli Studi di Verona.

Tanto premesso, risulta evidente che, per effetto dell’intervenuto patteggiamento, al C. è preclusa la contestazione dei termini fattuali dell’imputazione, dato che la richiesta consensuale di applicazione della pena si traduce in una scelta processuale che implica la “rinuncia ad avvalersi della facoltà di contestare l’accusa” mediante un atto dispositivo con cui l’interessato abdica ad esercitare il diritto alla prova (Corte cost., 2 luglio 1990, n. 313). È stato recentemente precisato da queste Sezioni Unite che il “profilo di negozialità” insito nell’istituto fa sì che la questione centrale dell’analisi ricostruttiva della normativa sul patteggiamento sia costituita dalla definizione dei rapporti tra l’ambito della volontà negoziale delle parti e i poteri del giudice e, dunque, dall’individuazione dei limiti segnati dall’accordo ai poteri di cognizione e di decisione dei quali l’organo giurisdizionale è investito (Cass., Sez. Un., u. p. 25 novembre 1998, M. ): ditalché se è vero che taluni punti dell’indagine giudiziale restano sottratti alla disponibilità delle parti, perché corrispondenti ad aspetti inderogabili della funzione giurisdizionale (definizione giuridica del fatto, accertamento della sussistenza di cause di non punibilità ex art. 129 c.p.p., applicazione e comparazione delle circostanze aggravanti ed attenuanti, verifica della congruità della pena concordata), è altrettanto vero che, al di fuori di tali precisi ambiti, l’intervenuto patto processuale condiziona le possibilità di esplicazione del potere giurisdizionale in dipendenza delle autolimitazioni delle facoltà delle parti connaturate alla richiesta concordata di applicazione della pena. Deve trarsene il corollario, di lineare conseguenzialità logica e giuridica, che nel caso di specie, poiché uno dei limiti accettati dai paciscenti è costituito proprio dalla rinuncia a contestare l’accusa (non con riguardo al nomen iuris del reato addebitato all’imputato, ma solo in riferimento alle specifiche circostanze di fatto dedotte nell’imputazione), non è possibile negare l’operatività della preclusione a far valere, coi motivi di impugnazione, l’insussistenza dell’incarico costituente il titolo in base al quale è stata eseguita l’attività di docente nei corsi di specializzazione. Pertanto, meritano di essere condivise le argomentazioni con le quali il tribunale, nell’escludere le condizioni per una pronuncia dì proscioglimento ex art. 129 c.p.p., ha ritenuto che le deduzioni difensive del C. comportino un mutamento dei termini fattuali dell’imputazione, osservando altresì che, al di là della posteriorità cronologica della formazione del documento di incarico, la contestazione dell’imputato non verte sugli elementi costitutivi del delitto, consistenti nella qualità di docente universitario (e, quindi, di pubblico ufficiale) e nelle false annotazioni sui registri e sui libretti in ordine allo svolgimento dei corsi, per l’anno accademico 1990-91, in tempi e con modalità diversi da quelli reali, sicché resta irrilevante la circostanza che il conferimento dell’incarico sia stato formalizzato con atto scritto soltanto dopo che i corsi erano stati tenuti.

6. – Nei ricorsi di tutti gli imputati è stata denunciata la violazione dell’art. 537 c.p.p. in relazione all’asserita impossibilità giuridica che la dichiarazione di falsità dei documenti possa essere contenuta in una sentenza di applicazione della pena su richiesta delle parti. Sulla scia di tale prospettazione difensiva, la Quinta Sezione Penale di questa Corte ha ritenuto di dovere rimettere i ricorsi alle Sezioni Unite esprimendo seri dubbi sulla conciliabilità della dichiarazione di falsità ex art. 537 c.p.p., che presuppone l’accertamento di un reato, con la natura della sentenza pronunciata sull’accordo delle parti, quale risulta configurata nella giurisprudenza delle stesse Sezioni Unite, ad avviso delle quali detta sentenza non costituisce pronuncia di condanna in quanto prescinde dall’accertamento giudiziale del reato e dall’affermazione di responsabilità dell’imputato (Cass., Sez. Un., c. c. 25 marzo 1998, G. , rv. 210872; Cass., Sez. Un., u. p. 26 febbraio 1997, B. , rv. 207245; Cass., Sez. Un., c. c. 8 maggio 1996, D. L. , rv. 204826): con la conseguenza che -ha concluso la Sezione rimettente- “se la sentenza pronunciata a norma dell’art. 444 c.p.p. non presuppone l’accertamento neppure dell’esistenza del reato, non può contenere una dichiarazione di falsità che quell’accertamento evidentemente presuppone”.

Le perplessità che hanno indotto a sottoporre la questione all’esame delle Sezioni Unite mancano di fondamento e non possono giustificare l’abbandono di posizioni consolidate nella giurisprudenza di legittimità, che risulta uniformemente orientata -senza alcuna pronuncia di segno contrario- nel senso che con la sentenza di applicazione della pena su richiesta delle parti il giudice è tenuto a dichiarare la falsità di atti o di documenti dei quali abbia accertato la falsità, trattandosi di decisione equiparata ad una sentenza di condanna (Cass., Sez. V, c. c. 26 aprile 1999, M. , rv. 213732; Cass., Sez. V, c. c. 23 giugno 1998, Di S. , rv. 211513; Cass., Sez. V, c. c. 13 febbraio 1996, S. , rv. 203954; Cass., Sez. VI, u. p. 4 luglio 1992, P. M. in proc. C. , rv. 191965; Cass., Sez. V, u. p. 19 marzo 1992, G. , rv. 190100).

Le linee argomentative sviluppate nell’ordinanza di rimessione potrebbero presentare una qualche plausibile base soltanto se fosse vero che la dichiarazione di falsità di atti o di documenti ha come presupposto indispensabile la pronuncia di una sentenza di condanna, ma, una volta dimostrata l’erroneità di una simile premessa, sono destinati senz’altro a dissolversi i dubbi espressi in ordine alla correttezza della soluzione seguita dalla costante giurisprudenza e alla compatibilità di essa con i principi del sistema.

La fragilità della tesi prospettata dalla Quinta Sezione Penale è inequivocamente rivelata dalla disciplina dettata dall’art. 537 c.p.p., che, se al primo comma dispone che la falsità è dichiarata nel dispositivo della sentenza di condanna, nel quarto comma precisa che la dichiarazione di falsità è pronunciata anche con la sentenza di proscioglimento. È altresì significativa la norma contenuta nel secondo comma dell’art. 425, che, attraverso l’espresso richiamo alle disposizioni dell’art. 537, rende possibile la dichiarazione di falsità anche con la sentenza di non luogo a procedere emessa all’esito dell’udienza preliminare. Inoltre, l’indefettibilità della pronuncia di falsità, diretta ad eliminare dal circuito giuridico un atto lesivo della fede pubblica, è confermata dall’art. 675 c.p.p., a norma del quale, quando sia stata accertata la falsità di un atto e la stessa non sia stata dichiarata nel dispositivo, ogni interessato ha il potere di chiedere al giudice dell’esecuzione, dopo il passaggio in giudicato della sentenza, la dichiarazione di falsità omessa dal giudice della cognizione.

7. – Dal coordinamento di tali disposizioni, che sostanzialmente riproducono il contenuto degli artt. 480 e 380 del codice del 1930, deve trarsi la conseguenza che la dichiarazione di falsità prescinde dalla pronuncia di condanna e di accertamento della responsabilità dell’imputato, essendo fondata sul solo fatto dell’accertata non rispondenza al vero dell’atto o del documento, indipendentemente dalla circostanza che il processo si concluda con un verdetto di colpevolezza o di proscioglimento. In questa stessa prospettiva, la giurisprudenza di questa Corte ha riconosciuto che, se la dichiarazione di falsità non può essere contenuta in un decreto di archiviazione (Cass., Sez. V, c. c. 13 novembre 1998, Fortunato, rv. 212643) e in una sentenza di improcedibilità dell’azione penale (Cass., Sez. V, u. p. 26 febbraio 1999, C. , rv. 213108), sussiste, invece, l’obbligo del giudice di dichiarare la falsità quando il processo si concluda con sentenza di proscioglimento per estinzione del reato, sempreché le risultanze disponibili comprovino l’esistenza del falso (Cass., Sez. V, u. p. 14.ottobre 1998, C. , rv. 212334; Cass., Sez. V, c. c. 9 giugno 1997, F. , rv. 208364; con riferimento all’art. 480 del codice previgente v. Cass., Sez. V, c. c. 27 novembre 1992, D. L. , rv. 193216; Cass., Sez. V, c. c. 3 ottobre 1984, P. , rv. 166390).

L’orientamento della costante giurisprudenza risulta, del resto, in perfetta sintonia con le posizioni della dottrina, in cui è stato chiarito che la disciplina relativa alla dichiarazione di falsità di atti o di documenti nel processo penale pone in evidenza come concorrano due distinte ed autonome azioni, suscettibili di epiloghi differenziati: l’azione penale principale, volta all’accertamento della colpevolezza, o non, dell’imputato ed, eventualmente, alla pronuncia di condanna, e l’azione, accessoria e complementare, preordinata alla tutela della fede pubblica e destinata a concludersi con la declaratoria di falsità allorché, indipendentemente dall’esito dell’altra azione, la falsità stessa sia accertata dal giudice.

Dai precedenti rilievi si evince, dunque, che l’unica condizione richiesta per la dichiarazione di falsità, prevista dagli artt. 537 e 425 c.p.p., è costituita dall’esistenza di un atto o documento riconosciuto falso, come è confermato, del resto, anche dalla giurisprudenza della Corte costituzionale, che -nel pronunciare la manifesta infondatezza della questione di costituzionalità dell’art. 409 c.p.p., nella parte in cui non prevede la possibilità della declaratoria di falsità con il provvedimento di archiviazione- ha precisato che “tale dichiarazione presuppone un accertamento sul fatto, giuridicamente estraneo al contenuto decisorio del provvedimento di archiviazione” (Corte cost., ord. 30 aprile 1998, n. 150).

8. – I risultati dell’indagine permettono di escludere che possa sostenersi, con qualche fondamento, l’inconciliabilità della dichiarazione di falsità di atti o di documenti con la natura della sentenza di applicazione della pena su richiesta delle parti per la semplice ragione che quella dichiarazione, per l’espresso disposto degli artt. 537 e 425 c.p.p., non presuppone una pronuncia di condanna conseguente all’affermazione della responsabilità dell’imputato. Per questa stessa ragione risultano del tutto inconferenti le considerazioni sviluppate nell’ordinanza di rimessione per argomentare che è possibile attribuire al patteggiamento un fondamento logico e giuridico soltanto se si ipotizza che il legislatore ricolleghi una presunzione relativa di colpevolezza alla formulazione di una richiesta di applicazione della pena, intesa come implicita ammissione del fatto. Invero, anche a non volere considerare che le linee fondamentali dell’ordinamento vigente rendono ardua e difficilmente praticabile un’analisi ricostruttiva che faccia discendere dal patteggiamento una presunzione legale, sia pure relativa, di colpevolezza (Cass., Sez. Un., c. c. 25 marzo 1998, G. , rv. 210872; Cass., Sez. Un., p. u. 26 febbraio 1997, B. , rv. 207245), deve comunque sottolinearsi che la dichiarazione di falsità attiene alla tutela dell’interesse inerente alla fede pubblica, sottratto alla disponibilità delle parti, e che, dunque, neppure l’ammissione del fatto da parte dell’imputato, implicita nella omessa contestazione dell’accusa, potrebbe di per sè sola giustificare detta dichiarazione, qualora manchi un accertamento positivo del falso, che il giudice deve compiere alla luce di tutte le risultanze probatorie acquisite.

9. – L’inconciliabilità della dichiarazione di falsità rispetto alla sentenza ex art. 444 c.p.p. potrebbe essere affermata soltanto ritenendo che in tale decisione sia assente l’accertamento del fatto. Ma una simile proposizione è sicuramente priva di probanti riscontri normativi ed è contraddetta dal costante orientamento giuridisprudenziale.

La specialità del patteggiamento, quale rito alternativo al giudizio ordinario, risiede nel fatto che l’indagine del giudice ha ad oggetto le risultanze raccolte nel corso delle indagini preliminari e che, quindi, il giudizio è formulato “allo stato degli atti”, senza possibilità di acquisizioni ulteriori, ai fini del controllo della compatibilità della richiesta delle parti con quelli che rappresentano i principi irrinunciabili della giurisdizione penale (Cass., p. u. 25 novembre 1998, M. ). In particolare, va riconosciuto che nell’applicazione della pena i poteri decisori del giudice risultano diversificati nell’oggetto, con riguardo agli atti esaminati e agli esiti della decisione, ma non può certamente ritenersi che nell’esercizio di tali poteri manchino l’accertamento dei fatti e la valutazione di merito della regiudicanda, sia pure non finalizzata all’affermazione della colpevolezza dell’imputato e alla pronuncia di una condanna. In questa direzione numerose e univoche sono le indicazioni presenti nella giurisprudenza della Corte costituzionale. È stato, infatti, chiarito che, “nel procedimento previsto dall’art. 444 e segg. c.p.p., il giudice -pur essendo il suo compito condizionato dall’accordo intervenuto tra imputato e pubblico ministero e, quindi, in questo senso circoscritto e indirizzato- è chiamato a svolgere valutazioni, fondate direttamente sulle risultanze in atti, aventi natura di giudizio non di mera legittimità ma anche di merito” (Corte cost., 20 maggio 1996, n. 155), con la precisazione che si tratta di una valutazione “non formale, ma di contenuto” (Corte cost., 25 marzo 1992, n. 124) e che i poteri del giudice implicano l’accertamento del fatto lesivo dell’interesse pubblico, nell’ambito e nei limiti del procedimento ex art. 444 c.p.p. (Corte cost., ord. 23 giugno 1999, n. 264). Da tali linee non si discostano le posizioni della giurisprudenza delle Sezioni Unite di questa Corte, nella quale è stato sottolineato che, di fronte al patteggiamento delle parti, è compito indeclinabile del giudice valutare gli elementi probatori acquisiti ed accertare i fatti per verificare l’eventuale esistenza di cause di non punibilità a norma dell’art. 129 c.p.p. (Cass., p. u. 25 novembre 1998, Messina): e la necessità dell’accertamento del fatto è inderogabilmente postulata, oltre che nell’ottica dell’applicazione di cause di non punibilità, tanto ai fini del controllo dell’esattezza della qualificazione giuridica, che si attua attraverso la verifica della corrispondenza del fatto accertato con la fattispecie legale, quanto ai fini dell’applicazione delle sanzioni amministrative accessorie (Cass., Sez. Un., u. p. 27 maggio 1998, B. , rv. 210981).

10. – L’accertamento del fatto contenuto nella sentenza di applicazione della pena concordata può costituire, dunque, idonea base giustificativa della pronuncia dichiarativa della falsità di atti o di documenti.

La piena attendibilità logica e giuridica di un tale principio resiste ad un duplice ordine di obiezioni, argomentabili sia in relazione alla incompletezza del materiale probatorio esaminato dal giudice che pronuncia sul patteggiamento sia con riguardo alla circostanza che la sentenza ex art. 444 c.p.p. non rientra nella tipologia delle sentenze previste dagli artt. 537 e 425 c.p.p., che indicano esclusivamente le sentenze di condanna e di proscioglimento. La prima obiezione è agevolmente superabile quando si considera che l’art. 425 esplicitamente stabilisce che la falsità può essere dichiarata anche sulla base di un accertamento compiuto “allo stato degli atti”, come è indubbiamente quello da cui scaturisce la sentenza di non luogo a procedere emessa a conclusione dell’udienza preliminare.

Quanto alla seconda obiezione, deve rilevarsi che se è vero che la sentenza ex art. 444 c.p.p. non si identifica nè con una sentenza di condanna nè con una sentenza di proscioglimento, pronunciata all’esito del dibattimento o dell’udienza preliminare, è, non di meno, altrettanto vero che la decisione emessa sulla richiesta concorde di pena è espressamente equiparata dall’art. 445, comma 1, ultima parte c.p.p. ad una sentenza di condanna, della quale produce tutti gli effetti, tranne quelli che in un’ottica premiale la legge ha ritenuto, nominatim, di escludere: tant’è che, sulla base della indicata equiparazione, è stato deciso che con la sentenza ex art. 444 devono essere applicate le sanzioni amministrative accessorie, quale la sospensione della patente di guida a norma dell’art. 222 del codice della strada (Cass., Sez. Un., u. p. 27 maggio 1998, Bosio, rv. 210981).

A conclusione delle considerazioni che precedono deve riconoscersi, quindi, che il tribunale, nell’applicare la pena consensualmente richiesta dalle parti, ha legittimamente emesso la dichiarazione di cui all’art. 537 c.p.p., avendo accertato -con motivazione adeguata sul piano logico ed esente da vizi giuridici- l’effettiva falsità delle annotazioni apposte sui registri e sui libretti di frequenza dei corsi sulla base degli accertamenti di polizia giudiziaria e delle deposizioni delle persone informate dei fatti.

11. – Non possono trovare accoglimento neppure le censure dei ricorrenti contro il punto della sentenza impugnata con cui è stata ordinata la cancellazione degli atti falsi, motivate in base alla prospettata violazione della disposizione contenuta nell’art. 537, comma 2, ultima parte, a norma della quale “la cancellazione…. non è ordinata quando possono essere pregiudicati interessi di terzi non intervenuti come parti nel procedimento”.

Deve premettersi, anzitutto, che l’interpretazione testuale e logica del secondo comma dell’art. 537 rivela, in modo non equivoco, che mentre la dichiarazione di falsità costituisce una conseguenza necessaria dell’accertamento di essa, i provvedimenti c.d. riparatori (cancellazione totale o parziale, ripristinazione, rinnovazione, riforma), volti a realizzare la restitutio in pristinum dell’atto o del documento su cui è caduta la falsificazione, hanno, invece, carattere soltanto eventuale, nel senso che incontrano il limite esplicitamente indicato nella disposizione medesima e, quindi, non possono essere adottati quando possono essere pregiudicati interessi di terzi non intervenuti come parti nel procedimento.

Nel caso in esame il tribunale non si è posto il problema del limite derivante dall’eventuale pregiudizio dei terzi ed ha senz’altro disposto la cancellazione degli atti dichiarati falsi. Una siffatta omissione non legittima, tuttavia, gli imputati a far valere tale possibile vizio, in luogo dei terzi estranei al processo, per la ragione che, su questo specifico punto, i ricorrenti non hanno un interesse concreto ed attuale a denunciare la mancanza di motivazione in ordine alla sussistenza della condizione negativa per la cancellazione. E a riprova dell’inammissibilità della doglianza è sufficiente osservare che l’eventuale accoglimento del ricorso non determinerebbe alcun effetto pratico a favore degli imputati, nei confronti dei quali resterebbe ferma e farebbe, comunque, stato la dichiarazione di falsità, e si risolverebbe in una mera declaratoria sulla esattezza teorica della decisione impugnata (cfr. Cass., Sez. Un., u. p. 27 settembre 1995, S. ).

12. – I ricorsi sono stati rimessi alle Sezioni Unite anche per stabilire se, ai fini della liquidazione delle spese in favore della parte civile, sia necessaria la presentazione della nota prevista dall’art. 153 disp. att. c.p.p. ovvero se il giudice possa provvedere alla liquidazione anche in mancanza della stessa.

Sulla questione, sollevata nei ricorsi del C. e del L. , si registra un contrasto di giurisprudenza. Secondo un primo orientamento, la presentazione della nota costituisce condizione imprescindibile perché il giudice possa liquidare, a norma dell’art. 541 c.p.p., le spese sostenute dalla parte civile (Cass., Sez. IV, u. p. 22 aprile 1997, N. , rv. 207919; Cass., Sez. V, u. p. 30 settembre 1993, B. , rv. 196288); l’indirizzo contrario ammette, invece, che, anche in mancanza della produzione della nota, il giudice debba procedere ugualmente alla liquidazione richiesta dalla parte civile in base alle indicazioni della tariffa forense relative agli onorari, competenze e spese generali, calcolate queste ultime -come previsto in tariffa- in percentuale sugli onorari e con esclusione delle sole spese che necessitano di documentazione probatoria (Cass., Sez. IV, u. p. 19 giugno 1996, S. , rv. 205364; Cass., Sez. III, u. p. 21 febbraio 1994, T. , rv. 197800).

Per la risoluzione della questione sono necessarie due precisazioni, imposte dalla specifica situazione processuale che caratterizza il caso di specie: la prima precisazione attiene alla circostanza che dalla sentenza impugnata e dal verbale di udienza emerge che la parte civile ha espressamente richiesto la liquidazione delle spese, senza tuttavia presentare la relativa nota; la seconda riguarda il fatto che la liquidazione a favore della parte civile è intervenuta in un processo conclusosi con sentenza di applicazione della pena su richiesta del pubblico ministero e degli imputati.

Con riferimento al secondo profilo, deve sottolinearsi che l’art. 444, comma 2, ultima parte c.p.p. stabilisce che, nell’ipotesi di sentenza di accoglimento del patteggiamento, “se vi è costituzione di parte civile, il giudice non decide sulla relativa domanda”, con ciò escludendo, in modo esplicito, qualsiasi pronuncia sulle domande proposte dalla parte civile, compresa, evidentemente, quella relativa al rimborso delle spese processuali. Quest’ultimo punto della disciplina dettata dal codice è stato caducato a seguito della dichiarazione di illegittimità costituzionale dell’art. 444, secondo comma, secondo periodo c.p.p., nella parte in cui non prevede che il giudice condanni l’imputato al pagamento delle spese processuali in favore d’ella parte civile, salvo che ritenga di disporne, per giusti motivi, la compensazione totale o parziale (Corte cost., 12 ottobre 1990, n. 443). Proprio in relazione alla situazione conseguente a tale pronuncia di illegittimità costituzionale, nella giurisprudenza di questa Corte è stato precisato che la mancanza della nota delle spese è di ostacolo alla liquidazione nel rito del patteggiamento, mentre nel giudizio ordinario il giudice può anche prescinderne (Cass., Sez. V, c. c. 29 dicembre 1998, R. , rv. 212926). Una simile linea interpretativa può essere condivisa soltanto nella parte in cui esclude che, nell’applicare la pena concordata, il giudice possa liquidare di ufficio, in mancanza della domanda dell’interessato, le spese processuali a favore della parte civile, dato che, nella sentenza pronunciata a norma dell’art. 444 c.p.p., manca la condanna dell’imputato al risarcimento dei danni, in forma specifica o per equivalente, e, pertanto, simmetricamente non è configurabile una situazione di soccombenza da cui derivi, ex lege, il diritto della parte vittoriosa alla ripetizione delle spese sostenute per fare valere il suo diritto nel processo. Invece, l’indirizzo seguito della sentenza da ultimo citata non può essere accolto nel punto in cui richiede inderogabilmente che la domanda relativa alle spese debba essere formulata mediante la presentazione della nota prevista dall’art. 153 disp. att. c.p.p. e nega, pertanto, che il giudice possa pronunciare condanna alle spese quando, come nel caso in esame, la parte civile abbia proposto esplicita domanda, senza, però, presentare la nota. In proposito deve porsi in risalto che il citato art. 153 disp. att. non commina alcuna sanzione di nullità o di inammissibilità per l’inosservanza del dovere di produrre la nota insieme alle conclusioni, ditalché è da ritenere che la mancanza del documento non precluda la liquidazione delle spese sulla base della tariffa professionale vigente, che, essendo adottata nell’esercizio del potere regolamentare previsto direttamente dalla legge, costituisce, nei limiti segnati dalla legge stessa, fonte normativa ai sensi degli artt. 1 – 4 delle disposizioni sulla legge in generale (cfr. Cass. civ., Sez. II, 30 ottobre 1996, n. 9514; Cass. civ., Sez. II, 1 luglio 1996, n. 5962).

Ne consegue che, poiché nel caso di specie la domanda di rifusione delle spese è stata proposta dalla parte civile prima che il giudice pronunciasse sul patteggiamento, deve riconoscersi che nella sentenza di applicazione della pena su richiesta delle parti è stata legittimamente compiuta la liquidazione delle spese a favore della parte civile, nonostante l’omessa presentazione dell’apposita nota, tanto più che non risulta pronunciata condanna al rimborso dei c.d. esborsi o spese vive, per i quali sarebbero state necessarie, invece, la specificazione nella nota e un’adeguata documentazione probatoria. In conclusione, risultando infondati in tutte le loro articolazioni, i ricorsi devono essere rigettati e i ricorrenti devono essere condannati in solido al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M

La Corte Suprema di Cassazione, a Sezioni Unite, rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti in solido al pagamento delle spese processuali. Così deciso in Roma il 27 ottobre 1999.

DEPOSITATA IN CANCELLERIA IN DATA 3 DIC. 1999

Va evidenziato che la sentenza di patteggiamento, non ha le caratteristiche proprie di una sentenza di condanna, “stante carenza di quella piena valutazione dei fatti e delle prove che costituisce nel giudizio ordinario la premessa necessaria per l’applicazione della pena” .
Questa linea è ulteriormente precisata e sviluppata da alcune decisioni delle Sezioni Unite della Cassazione. Infatti, il giudice penale è pervenuto, attraverso un articolato iter argomentativo, alla conclusione che la sentenza emessa all’esito della procedura di applicazione della pena su richiesta delle parti, ex artt. 444 e ss. c.p.p., non ha natura di sentenza di condanna

PATTEGGIAMENTO ART 444 CPP COSA E’? CHE EFFETTI? AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA- Avvocato penalista Bologna, Avvocato penalista Rimini, avvocato penalista Ravenna, avvocato penalista Forli’, avvocato penalista CesenaCORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA PENALE

Sentenza 18 novembre 2016 – 13 febbraio 2017, n. 6579

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CARCANO Domenico – Presidente –
Dott. GALTERIO Donatella – Consigliere –
Dott. ANDREAZZA Gastone – rel. Consigliere –
Dott. CIRIELLO Antonella – Consigliere –
Dott. MENGONI Enrico – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

F.D., n. a (OMISSIS);

avverso la sentenza del Tribunale di Roma in data 24/01/2014;

udita la relazione svolta dal consigliere Gastone Andreazza;

lette le conclusioni del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott. DI NARDO M., che ha concluso per l’annullamento senza rinvio.

RITENUTO IN FATTO E CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. F.D. ha proposto ricorso nei confronti della sentenza del Tribunale di Roma in data 24/01/2014 di applicazione della pena di mesi dieci di reclusione ed Euro 2.000 di multa per il reato di cui al D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73, comma 5, in relazione alla detenzione a fini di cessione di gr.5,3845 lordi di cocaina, di gr. 0,257 di Mdma e di gr. 0,051 di marijuana.

  2. Con un unico motivo lamenta che il giudice ha erroneamente ritenuta congrua la pena concordata mentre, in considerazione delle modalità del fatto, della giovane età e della modica quantità di stupefacente rinvenuto avrebbe dovuto essere ritenuta congrua una pena ancor più contenuta nei minimi edittali.

  3. Va preliminarmente considerato che, successivamente alla pronuncia della sentenza impugnata in data 24/01/2014, il regime sanzionatorio del D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73, comma 5, applicato nella specie, già fissato originariamente in quello compreso tra anni uno ed anni sei di reclusione e tra Euro 3.000 ed Euro 26.000 di multa e, successivamente, in quello compreso tra anni uno ed anni cinque di reclusione e tra Euro 3.000 ed Euro 26.000 di multa per effetto del D.L. n. 146 del 2013, convertito in L. n. 10 del 2014, ha subito, per effetto della conversione, con modifiche, del D.L. n. 36 del 2014 nella L. n. 79 del 2014, una ulteriore modifica del regime edittale, definitivamente mutato in quello ricompreso tra mesi sei ed anni quattro di reclusione e tra Euro 1.032 ed Euro 10.329 di multa.

Ne consegue, secondo quanto affermato da questa Corte a Sezioni Unite con sentenza n. 46653 del 26/06/2015, dep. 25/11/2015, Della Fazia, Rv. 265111, la possibilità di rilevare d’ufficio in sede di legittimità, anche in presenza di ricorso manifestamente infondato (e tanto più quindi, laddove, come nella specie, il ricorso già investisse l’aspetto sanzionatorio), gli effetti delle modifiche normative sopravvenute anche quando la pena irrogata rientri nella cornice edittale della disciplina sopravvenuta; ciò in quanto la finalità rieducativa della pena ed il rispetto dei principi di uguaglianza e di proporzionalità impongono di rivalutare la misura della sanzione, precedentemente individuata, sulla base dei parametri edittali modificati dal legislatore in termini di minore gravità.

Sicché, essendo nella specie stata applicata una pena base di anni uno e mesi tre di reclusione ed Euro 3.000 di multa sulla base di una cornice edittale successivamente modificata in senso più favorevole all’imputato, la sopravvenuta “illegalità” della pena nel senso appena sopra considerato dalle Sezioni Unite deve comportare l’annullamento della sentenza di applicazione della pena, venendo travolto lo stesso accordo intervenuto tra le parti (cfr., Sez. 4, n. 49531 del 21/11/2014, dep. 27/11/2014, Laconte, Rv. 261074).

La sentenza impugnata va dunque annullata senza rinvio con trasmissione degli atti al Tribunale di Roma per l’ulteriore corso.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata e dispone la trasmissione degli atti al Tribunale di Roma per l’ulteriore corso.

Motivazione semplificata.

Così deciso in Roma, il 18 novembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 13 febbraio 2017.

 

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