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– “La signora P.B.D. presentava al settembre 2004 una gigantomastia bilaterale.
Vi era indicazione ad intervento correttivo mediante mastoplastica riduttiva, che fu praticato dal dr. A.M.A. il 29/9/04 presso la Clinica Villa Letizia. La procedura, benché complessa, non presentava e non presentò di fatto elementi di speciale difficoltà per un chirurgo plastico con una consolidata esperienza, come il convenuto. Essa fu condotta in modo ineccepibile per quanto concerne l’entità e la simmetria della demolizione/riduzione mammaria, ma inadeguato per la cattiva qualità della ricostruzione dei lembi cutanei e, segnatamente, delle loro suture, condotte secondo la nota metodica di Pitanguy

Quanto all’applicabilità del parametro tabellare di liquidazione, la Cassazione con la recente sentenza n. 12408/2011 ha chiarito che Nella liquidazione del danno biologico, quando manchino criteri stabiliti dalla legge, l’adozione della regola equitativa di cui all’art. 1226 cod. civ, deve garantire non solo una adeguata valutazione delle circostanze del caso concreto, ma anche l’uniformità di giudizio a fronte di casi analoghi, essendo intollerabile e non rispondente ad equità che danni identici possano essere liquidati in misura diversa sol perché esaminati da differenti Uffici giudiziari. Garantisce tale uniformità di trattamento il riferimento al criterio di liquidazione predisposto dal Tribunale di Milano, essendo esso già ampiamente diffuso sul territorio nazionale – e al quale la S.C., in applicazione dell’art. 3 Cost., riconosce la valenza, in linea generale, di parametro di conformità della valutazione equitativa del danno biologico alle disposizioni di cui agli arti. 1226 e 2056 cod. civ. -, salvo che non sussistano in concreto circostanze idonee a giustificarne l’abbandono.
La quantificazione del danno così operata, appare ben idonea a ristorare integralmente l’attrice del pregiudizio subito (compresa la “sofferenza morale”, stante la sostanziale unitarietà del danno non patrimoniale come di recente ricostruita ed affermata anche dalla Suprema Corte a Sezioni Unite – sentenza n.26972/08), risultando adeguatamente valorizzato anche l’aspetto delle ulteriori personalizzazioni necessarie a risarcire le complessive conseguenze dannose.
Va da ultimo evidenziato come parte attrice abbia percepito dall’assicurazione Zurich terza chiamata l’importo di euro 13.000,00, trattenuto in acconto sul maggior danno patito.
A questo punto deve essere effettuata un’operazione di devalutazione della complessiva somma di euro 14.000,00 alla data del fatto di danno (29.09.2004).
L’importo così ottenuto (pari ad euro 12.212,00) deve essere maggiorato degli interessi legali sulla somma annualmente rivalutata da detta data alla data del 13.10.2010 (momento di pagamento della somma di euro 13.000,00).
Si perviene, così, alla quantificazione dell’importo dovuto all’indicata data del 13.10.2010 per complessivi euro 15.523,00, cui deve essere detratta la somma corrisposta di euro 13.000,00.
Deve, pertanto, essere pronunciata la condanna dei convenuti a pagare la residua somma di euro 2.523,00, oltre interessi legali sulla somma annualmente rivalutata dal 13.10.2010 alla data odierna ed oltre interessi legali da oggi al saldo effettivo.
All’accertamento della responsabilità dei convenuti per negligente comportamento professionale e dell’avvenuta produzione di esiti dannosi a carico di parte attrice consegue la dichiarazione di risoluzione del contratto per fatto e colpa degli stessi, con condanna della convenuta casa di cura alla restituzione della somma di euro 2.065,20 (di cui al doc. 8 convenuta) e del convenuto A.M.A. alla restituzione dell’importo di euro 3.934,80 (determinato per differenza rispetto alle risultanze di cui al doc. 3 di parte attrice), per entrambi oltre interessi legali dall’esborso al saldo effettivo.
Quanto alle domande di manleva spiegate dalle parti si osserva:
– La domanda di manleva svolta dalla convenuta casa di cura nei confronti della propria impresa di assicurazioni risulta prescritta, come eccepito dalla terza chiamata sin dalla comparsa di risposta; ed infatti, a fronte della ricezione della missiva di denuncia del sinistro in data 22.9.06 (doc. 6 attrice), l’assicurata non ha dimostrato di aver tempestivamente informato la propria compagnia di assicurazioni in data antecedente alla chiamata in causa (8.2.08) con ciò incorrendo nell’effetto estintivo di cui all’art. 2952 c.c. (senza che a tanto potesse ovviarsi con l’ammissione della prova testimoniale dedotta al capitolo 6 della memoria istruttoria di detta parte, laddove si chiedeva al teste di confermare “la tempestiva denunzia del sinistro a mezzo del broker assicurativo”, con ciò incorrendo nel divieto di articolare prova dal tenore generico e valutativo, non essendo indicata la pretesa data di denuncia);
– La domanda di manleva svolta dal convenuto A.M.A. nei confronti della propria impresa di assicurazione può trovare accoglimento – al netto delle franchigie contrattualmente pattuite – per il solo importo risarcitorio ed i connessi accessori e spese (con esclusione, quindi, dell’operatività in relazione agli importi restitutori);
La domanda di manleva svolta dalla convenuta casa di cura nei confronti del convenuto A.M.A. può trovare accoglimento – con esclusione degli aspetti restitutori direttamente riferiti alla convenuta – per quanto la stessa dovesse sborsare in favore di parte attrice per capitale risarcitorio, interessi e spese in dipendenza della presente sentenza

Tribunale Milano, sez. V 21/12/2011 n. 15395

Ritiene questo giudice che la domanda dell’attrice debba essere accolta nei limiti di cui in motivazione.
Dagli atti e documenti di causa, nonché dall’esperita CTU, non fatta oggetto di alcuna contestazione dalle parti costituite e ciò malgrado la concessione di termine per il detto incombente, è emerso che:
– “La signora P.B.D. presentava al settembre 2004 una gigantomastia bilaterale.
Vi era indicazione ad intervento correttivo mediante mastoplastica riduttiva, che fu praticato dal dr. A.M.A. il 29/9/04 presso la Clinica Villa Letizia. La procedura, benché complessa, non presentava e non presentò di fatto elementi di speciale difficoltà per un chirurgo plastico con una consolidata esperienza, come il convenuto. Essa fu condotta in modo ineccepibile per quanto concerne l’entità e la simmetria della demolizione/riduzione mammaria, ma inadeguato per la cattiva qualità della ricostruzione dei lembi cutanei e, segnatamente, delle loro suture, condotte secondo la nota metodica di Pitanguy.
– All’intervento de quo sono residuate, a fronte di un soddisfacente e simmetrico rimodellamento delle mammelle, cicatrici irregolari, slabbrate ed ipertrofiche, una retrazione del capezzolo destro ed un’abnorme lateralizzazione del capezzolo sinistro, condizionanti un inestetismo decisamente superiore a quello accettabile in questa chirurgia, ove condotta lege artis.
– Detti esiti sono da attribuire ad erronea condotta operatoria nel tempo relativo al confezionamento delle suture, eseguite in modo impreciso e con eccessiva tensione tra i lembi cutanei da riaccollare.
Quelli suindicati sono postumi inestetici a distanza, non derivati da complicanze che abbiano prolungato la durata della malattia post-chirurgica rispetto ai tempi comunemente osservati dopo mastoplastica riduttiva, cosicché non si è determinata una inabilità temporanea assoluta o parziale.
– Ne è derivato invece un peggioramento permanente, in termini di pregiudizio estetico, delle condizioni dell’attrice a confronto con quelle attese dopo buona correzione di gigantomastia.
– Il danno biologico di natura iatrogena ed ascrivibile a responsabilità professionale del sanitario convenuto, nei termini dianzi precisati, è stimabile nella misura attuale del 6-7% (sei-sette per cento), ricavabile dai barème indicati dalla più autorevole e apprezzata manualistica medico-legale italiana.
– L’inestetismo oggi presente è suscettibile di parziale correzione chirurgica mediante ulteriore intervento di revisione delle cicatrici e rimodellamento del capezzolo destro. Il suo costo sarebbe di circa 7.000 (settemila) Euro; il risultato prevedibile una riduzione del danno biologico attorno al 4-5%.
– Non figurano prodotte spese di cura; quelle future sarebbero appunto di 7.000 (settemila) Euro, qualora venisse affrontato il predetto intervento di revisione plastica” (testuale conclusioni dei ctu).
Orbene, in esito a tali chiare evidenze, si osserva che, ammesso il contatto sociale, provata la condizione antecedente all’intervento ed affermata (in esito alla consulenza tecnica) la ravvisabilità di una condizione peggiorativa, incombeva ai convenuti la prova concreta che quegli esiti peggiorativi non fossero collegati ad un proprio inadempimento, bensì ad un fatto esterno, imprevisto ed imprevedibile.
In mancanza di detta prova liberatoria concreta ed anzi in presenza di una adeguatamente motivata valutazione di imperizia (per il confezionamento di suture con modalità imprecise ed eccessiva tensione tra i lembi cutanei da riaccollare) deve procedersi all’affermazione di responsabilità professionale di entrambi i convenuti.
Ed infatti, la giurisprudenza assolutamente prevalente ha, ormai, chiarito come debba ritenersi sussistente la diretta responsabilità della struttura sanitaria nei confronti del paziente e ciò anche nell’ipotesi in cui non sussista alcun rapporto di stabile collaborazione o dipendenza con il professionista che presso la struttura ha scelto di operare ovvero anche nell’ipotesi in cui il danneggiato sia paziente privato del professionista e non abbia instaurato con la struttura sanitaria un rapporto di autonoma e diretta scelta.
È stato, infatti, affermato che “il rapporto che si instaura tra paziente e casa di cura privata (o ente ospedaliero) ha fonte in un atipico contratto a prestazioni corrispettive con effetti protettivi nei confronti del terzo, da cui, a fronte dell’obbligazione al pagamento del corrispettivo (che ben può essere adempiuta dal paziente, dall’assicuratore, dal servizio sanitario nazionale o da altro ente), insorgono a carico della casa di cura (o dell’ente), accanto a quelli di tipo “lato sensu” alberghieri, obblighi di messa a disposizione del personale medico ausiliario, del personale paramedico e dell’apprestamento di tutte le attrezzature necessarie, anche in vista di eventuali complicazioni od emergenze. Ne consegue che la responsabilità della casa di cura (o dell’ente) nei confronti del paziente ha natura contrattuale, e può conseguire, ai sensi dell’art. 1218 cod. civ., all’inadempimento delle obbligazioni direttamente a suo carico, nonché, ai sensi dell’art. 1228 cod. civ., all’inadempimento della prestazione medico – professionale svolta direttamente dal sanitario, quale suo ausiliario necessario pur in assenza di un rapporto di lavoro subordinato comunque sussistendo un collegamento tra la prestazione da costui effettuata e la sua organizzazione aziendale, non rilevando in contrario al riguardo la circostanza che il sanitario risulti essere anche “di fiducia” dello stesso paziente o, comunque, dal medesimo scelto” (Cass. 14.7.2004 n. 13066).
Accertata, quindi, la responsabilità del professionista nell’esecuzione della prestazione professionale, consegue la responsabilità della struttura sanitaria che di detto professionista si è avvalsa, poiché la sua notorietà in ambito professionale e validità in campo scientifico costituiscono elementi di incremento della capacità di affermazione della struttura sul mercato.
Se, quindi, l’utilizzo di un professionista piuttosto che di un altro costituiscono elementi rilevanti per l’impresa commerciale, al fine di rendere il servizio e di implementare la propria notorietà e gradimento tra gli utenti, appare conseguenziale che la stessa struttura debba rispondere dell’operato di tali ausiliari laddove questo non sia stato idoneo a realizzare un pieno adempimento delle obbligazioni contrattuali assunte.
Così affermata la concorrente e solidale responsabilità del convenuto chirurgo e della convenuta casa di cura nei confronti dell’attrice per la vicenda sanitaria sopra esposta e la produzione di un esito dannoso, deve – ora – procedersi alla quantificazione del lamentato danno.
I consulenti tecnici d’ufficio hanno concluso nel senso che il pregiudizio patito dall’attrice all’esito dell’intervento delinei complessivamente un danno biologico nella misura del 6-7%, emendabile sino alla misura del 4-5% laddove venisse affrontato un ulteriore intervento chirurgico dal prevedibile costo di euro 7.000,00.
Venendo, quindi, al profilo della individuazione degli importi economici necessari per risarcire nella sua interezza le poste di danno come sopra indicate, deve – in questa sede – farsi luogo alle conseguenti operazioni di quantificazione: considerato che in sede di liquidazione del danno da invalidità per postumi permanenti il valore da attribuirsi ai punti di invalidità deve essere rapportato all’entità percentuale dell’invalidità riscontrata, considerato che l’aumento progressivo del predetto valore, per punto di invalidità, deve essere differenziato a seconda dell’età (dovendosi rapportare la liquidazione del danno biologico alla diversa incidenza dell’invalidità sul bene salute compromesso a seconda dell’arco vitale trascorso e dell’aspettativa di vita residua), avuto riguardo ai criteri di liquidazione del danno alla persona in uso presso questo Tribunale (tabelle 2011), l’importo astrattamente liquidabile – in via di equità – per una lesione dell’integrità psico-fisica del 6,5% in soggetto di 34 anni di età all’epoca dei fatti risulta corrispondente alla somma di euro 10.760,00 (importo aumentabile di un ulteriore 30% – e così pari alla complessiva somma di euro 14.000,00 – al fine di procedere alla corretta personalizzazione dell’importo risarcitorio rispetto alla concreta e maggiore afflittività ed incidenza della vicenda dannosa sulla qualità della vita e sugli aspetti soggettivi e relazionali, come emergenti dalle dichiarazioni testimoniali rese all’udienza delll3.10.2010 dal teste D.L.).
Detti importi risultano quantificati in moneta attuale (ed appaiono sostanzialmente coincidenti con l’ipotesi di liquidazione di un danno pari al 4,5%, ugualmente personalizzato, congiuntamente al costo o per l’esecuzione di un intervento chirurgico di parziale emenda).
Quanto all’applicabilità del parametro tabellare di liquidazione, la Cassazione con la recente sentenza n. 12408/2011 ha chiarito che Nella liquidazione del danno biologico, quando manchino criteri stabiliti dalla legge, l’adozione della regola equitativa di cui all’art. 1226 cod. civ, deve garantire non solo una adeguata valutazione delle circostanze del caso concreto, ma anche l’uniformità di giudizio a fronte di casi analoghi, essendo intollerabile e non rispondente ad equità che danni identici possano essere liquidati in misura diversa sol perché esaminati da differenti Uffici giudiziari. Garantisce tale uniformità di trattamento il riferimento al criterio di liquidazione predisposto dal Tribunale di Milano, essendo esso già ampiamente diffuso sul territorio nazionale – e al quale la S.C., in applicazione dell’art. 3 Cost., riconosce la valenza, in linea generale, di parametro di conformità della valutazione equitativa del danno biologico alle disposizioni di cui agli arti. 1226 e 2056 cod. civ. -, salvo che non sussistano in concreto circostanze idonee a giustificarne l’abbandono.
La quantificazione del danno così operata, appare ben idonea a ristorare integralmente l’attrice del pregiudizio subito (compresa la “sofferenza morale”, stante la sostanziale unitarietà del danno non patrimoniale come di recente ricostruita ed affermata anche dalla Suprema Corte a Sezioni Unite – sentenza n.26972/08), risultando adeguatamente valorizzato anche l’aspetto delle ulteriori personalizzazioni necessarie a risarcire le complessive conseguenze dannose.
Va da ultimo evidenziato come parte attrice abbia percepito dall’assicurazione Zurich terza chiamata l’importo di euro 13.000,00, trattenuto in acconto sul maggior danno patito.

A questo punto deve essere effettuata un’operazione di devalutazione della complessiva somma di euro 14.000,00 alla data del fatto di danno (29.09.2004).
L’importo così ottenuto (pari ad euro 12.212,00) deve essere maggiorato degli interessi legali sulla somma annualmente rivalutata da detta data alla data del 13.10.2010 (momento di pagamento della somma di euro 13.000,00).
Si perviene, così, alla quantificazione dell’importo dovuto all’indicata data del 13.10.2010 per complessivi euro 15.523,00, cui deve essere detratta la somma corrisposta di euro 13.000,00.
Deve, pertanto, essere pronunciata la condanna dei convenuti a pagare la residua somma di euro 2.523,00, oltre interessi legali sulla somma annualmente rivalutata dal 13.10.2010 alla data odierna ed oltre interessi legali da oggi al saldo effettivo.
All’accertamento della responsabilità dei convenuti per negligente comportamento professionale e dell’avvenuta produzione di esiti dannosi a carico di parte attrice consegue la dichiarazione di risoluzione del contratto per fatto e colpa degli stessi, con condanna della convenuta casa di cura alla restituzione della somma di euro 2.065,20 (di cui al doc. 8 convenuta) e del convenuto A.M.A. alla restituzione dell’importo di euro 3.934,80 (determinato per differenza rispetto alle risultanze di cui al doc. 3 di parte attrice), per entrambi oltre interessi legali dall’esborso al saldo effettivo.

Quanto alle domande di manleva spiegate dalle parti si osserva:
– La domanda di manleva svolta dalla convenuta casa di cura nei confronti della propria impresa di assicurazioni risulta prescritta, come eccepito dalla terza chiamata sin dalla comparsa di risposta; ed infatti, a fronte della ricezione della missiva di denuncia del sinistro in data 22.9.06 (doc. 6 attrice), l’assicurata non ha dimostrato di aver tempestivamente informato la propria compagnia di assicurazioni in data antecedente alla chiamata in causa (8.2.08) con ciò incorrendo nell’effetto estintivo di cui all’art. 2952 c.c. (senza che a tanto potesse ovviarsi con l’ammissione della prova testimoniale dedotta al capitolo 6 della memoria istruttoria di detta parte, laddove si chiedeva al teste di confermare “la tempestiva denunzia del sinistro a mezzo del broker assicurativo”, con ciò incorrendo nel divieto di articolare prova dal tenore generico e valutativo, non essendo indicata la pretesa data di denuncia);
– La domanda di manleva svolta dal convenuto A.M.A. nei confronti della propria impresa di assicurazione può trovare accoglimento – al netto delle franchigie contrattualmente pattuite – per il solo importo risarcitorio ed i connessi accessori e spese (con esclusione, quindi, dell’operatività in relazione agli importi restitutori);

La domanda di manleva svolta dalla convenuta casa di cura nei confronti del convenuto A.M.A. può trovare accoglimento – con esclusione degli aspetti restitutori direttamente riferiti alla convenuta – per quanto la stessa dovesse sborsare in favore di parte attrice per capitale risarcitorio, interessi e spese in dipendenza della presente sentenza. Ciò in quanto nei rapporti interni la sopra individuata responsabilità solidale verso l’esterno non risulta impeditiva della possibilità di individuare un diverso fondamento interno di responsabilità tra i condebitori solidali. Orbene, la casa di cura – nel formulare la domanda in questione – non ha provveduto ad alcuna qualificazione giuridica del fondamento della stessa, compito che, comunque, spetta a questo giudice. Sul punto si ritiene che la domanda possa essere intesa quale richiesta di risarcimento del danno ai sensi dell’art. 2043 ce, cioè quale richiesta di condanna dell’altro convenuto al risarcimento del danno ingiusto provocato con il proprio comportamento colposo (avente idoneità plurioffensiva, siccome idoneo a cagionare un danno sia al paziente sia alla casa di cura, nel ledere l’integrità della prestazione imprenditoriale dalla stessa offerta sul mercato ed esponendola a conseguenze economiche pregiudizievoli).

Le spese di lite tra attrice e convenuti seguono la soccombenza e vengono liquidate in dispositivo;
analogamente le spese di lite tra convenuta casa di cura e terza chiamata Ubi devono essere poste a carico della chiamante soccombente, stante l’affermata prescrizione del diritto (con liquidazione equitativa, stante l’assenza di nota spese); le spese tra le altre parti possono essere compensate.
Parimenti le spese di ctu, già liquidate con separato provvedimento, possono definitivamente essere poste a carico dei convenuti in via tra loro solidale.

P.Q.M.
Il Tribunale, definitivamente pronunciando, ogni diversa istanza disattesa o assorbita, così dispone:
accertato e dichiarato il grave inadempimento dei convenuti e dichiarata la risoluzione del contratto di prestazione d’opera, li condanna, in via tra loro solidale, a risarcire il danno patito dall’attrice e per l’effetto a pagare la residua somma di euro 2.523,00, oltre interessi legali sulla somma annualmente rivalutata dal 13.10.2010 alla data odierna ed oltre interessi legali da oggi al saldo effettivo;
condanna il convenuto chirurgo a restituire all’attrice la somma di euro 3.934,80, oltre interessi legali dall’esborso al saldo effettivo;
condanna la convenuta casa di cura a restituire all’attrice la somma di euro 2.065,20, oltre interessi legali dall’esborso al saldo effettivo
in accoglimento della domanda di manleva svolta dal convenuto A.M.A. nei confronti della propria impresa di assicurazione, la condanna a tenere indenne e manlevato il convenuto da quanto dovrà pagare all’attrice in dipendenza della presente sentenza per il solo importo risarcitorio ed i connessi accessori e spese – al netto delle franchigie contrattualmente pattuite e dell’acconto già versato;
in accoglimento della domanda di manleva svolta dalla casa di cura nei confronti del convenuto A.M.A., lo condanna a tenere indenne e manlevata la casa di cura da quanto dovrà pagare all’attrice in dipendenza della presente sentenza per il solo importo risarcitorio ed i connessi accessori e spese – con esclusione degli aspetti restitutori;
dichiara la prescrizione del diritto assicurativo azionato dalla casa di cura nei confronti della propria impresa di assicurazioni
condanna i convenuti, in via tra loro solidale a rifondere all’attrice le spese di lite, che liquida in euro 500,00 per spese, euro 2.200,00 per diritti ed euro 2.400,00 per onorari, oltre rimborso forfettario, oneri fiscali e previdenziali come per legge;
condanna i convenuti, in via tra loro solidale a rimborsare all’attrice le spese di consulenza tecnica di parte, liquidati in euro 1.560,00;
condanna la casa di cura a rifondere alla propria impresa di assicurazioni le spese di lite, equitativamente liquidate in euro 1.800,00 per diritti ed euro 1.800,00 per onorari, oltre rimborso forfettario, oneri fiscali e previdenziali come per legge;
compensa tra le altre parti le spese di lite
pone definitivamente a carico dei convenuti, in via tra loro solidale” le spese di ctu, già liquidate con separato provvedimento.
Sentenza resa ex articolo 281 sexies c.p.c. pubblicata mediante lettura alle parti presenti ed allegazione al verbale, firmata e depositata con firma digitale.
Milano,21.12.2011

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Avvocato Sergio Armaroli

Avvocato Cassazionista Sergio Armaroli

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