AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA BOLOGNA RAVENNA FORLI CESENA AVVOCATO PENALE REATO DI TRUFFA DIFESA IN APPELLO E CASSAZIONE

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA  BOLOGNA AVVOCATO PENALE REATO DI TRUFFA DIFESA IN APPELLO E CASSAZIONE

 

 

BOLOGNA  RAVENNA FORLI CESENA AVVOCATO PENALE REATO DI TRUFFA DIFESA IN APPELLO E CASSAZIONE

BOLOGNA RAVENNA FORLI CESENA AVVOCATO PENALE REATO DI TRUFFA DIFESA IN APPELLO E CASSAZIONE

 

 

 

 

ARTIFICI E RAGGIRI: ad es. sussistono gli artifici e raggiri, idonei ad integrare il delitto di truffa, nell’ipotesi in cui l’imputato, prima della conclusione di un contratto di compravendita, al fine di indurre in errore la persona offesa sulla sua solvibilità, consegni, quale acconto, dapprima un assegno andato a buon fine e poi altri due assegni, la cui provvista, esistente al momento dell’emissione, venga ritirata prima del pagamento: Cass. 532/1981 Rv. 151705;

INGIUSTO PROFITTO: in tema di truffa contrattuale, l’ingiusto profitto, con correlativo danno del soggetto passivo, consiste essenzialmente nel fatto costituito dalla stipulazione del contratto:

di conseguenza, ai fini della sussistenza del suddetto elemento materiale diventa del tutto irrilevante che le prestazioni siano state equilibrate ossia che si sia pagato il giusto corrispettivo della controprestazione effettivamente fornita; Cass. 7193/2006 Rv.

233633 -Cass. 47623/2008 Rv. 242296;

DANNO PATRIMONIALE: nella truffa contrattuale il danno patrimoniale non è necessario che sia costituito dalla perdita economica di un bene subita dal soggetto passivo, ma può consistere anche nel mancato acquisto di una utilità economica, che lo stesso si riprometteva di conseguire in conformità alle false prospettazioni dell’agente, da cui sia stato tratto in errore: Cass. 3094 /1978 Rv.

ABANCOSCERITTA141597;

MOMENTO CONSUMATIVO: il delitto di truffa, nella forma cosiddetta contrattuale, si consuma non al momento in cui il soggetto passivo, per effetto degli artifici o raggiri, assume l’obbligazione della dazione di un bene economico, ma al momento in cui si realizza il conseguimento del bene da parte dell’agente con la conseguente perdita dello stesso da parte della persona offesa. In particolare, ove il pagamento del bene deve avvenire, per pattuizione, in più ratei, il reato si consuma con l’ultimo atto di erogazione: S.U. 18/2000, rv 216429; Cass. 31044/2008 Rv. 240659; Cass. 49932/2012 rv.

254110; Cass. 18859/2012 rv. 252821.

1.2. I RAGGIRI NELLA FASE SUCCESSIVA ALLA STIPULA DEL CONTRATTO. Le suddette regole, come si può notare, si riferiscono alle ipotesi in cui i raggiri o gli artifizi vengano posti in essere nella fase precontrattuale al fine di convincere la vittima a stipulare un contratto che, senza quegli artifizi, non avrebbe stipulato.

Gli artifizi e raggiri, però, possono essere posti in essere da uno dei contraenti a danno dell’altro anche in una fase successiva alla stipula del contratto: in tale ipotesi, occorre porsi il problema del se e in che termini sia configurabile il reato di truffa.

Questa Corte ha affermato il principio secondo il quale “in materia di truffa contrattuale il mancato rispetto da parte di uno dei contraenti delle modalità di esecuzione del contratto, rispetto a quelle inizialmente concordate con l’altra parte, con condotte artificiose idonee a generare un danno con correlativo ingiusto profitto, integra l’elemento degli artifici e raggiri richiesti per la sussistenza del reato di cui all’art. 640 cod. pen.”: Cass. 41073/2004 Rv. 230689.

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA BOLOGNA RAVENNA FORLI CESENA AVVOCATO PENALE REATO DI TRUFFA DIFESA IN APPELLO E CASSAZIONE ARTIFICI E RAGGIRI: ad es. sussistono gli artifici e raggiri, idonei ad integrare il delitto di truffa, nell’ipotesi in cui l’imputato, prima della conclusione di un contratto di compravendita, al fine di indurre in errore la persona offesa sulla sua solvibilità, consegni, quale acconto, dapprima un assegno andato a buon fine e poi altri due assegni, la cui provvista, esistente al momento dell’emissione, venga ritirata prima del pagamento: Cass. 532/1981 Rv. 151705; INGIUSTO PROFITTO: in tema di truffa contrattuale, l’ingiusto profitto, con correlativo danno del soggetto passivo, consiste essenzialmente nel fatto costituito dalla stipulazione del contratto:

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA BOLOGNA RAVENNA FORLI CESENA AVVOCATO PENALE REATO DI TRUFFA DIFESA IN APPELLO E CASSAZIONE ARTIFICI E RAGGIRI: ad es. sussistono gli artifici e raggiri, idonei ad integrare il delitto di truffa, nell’ipotesi in cui l’imputato, prima della conclusione di un contratto di compravendita, al fine di indurre in errore la persona offesa sulla sua solvibilità, consegni, quale acconto, dapprima un assegno andato a buon fine e poi altri due assegni, la cui provvista, esistente al momento dell’emissione, venga ritirata prima del pagamento: Cass. 532/1981 Rv. 151705; INGIUSTO PROFITTO: in tema di truffa contrattuale, l’ingiusto profitto, con correlativo danno del soggetto passivo, consiste essenzialmente nel fatto costituito dalla stipulazione del contratto:

 

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE II PENALE

SENTENZA 14 luglio 2016, n.29853

RITENUTO IN FATTO

  1. Con sentenza del 20/01/2010, il giudice monocratico del tribunale di Foggia – sez. distaccata di San Severo – assolveva P. G. e P.M. dal reato di truffa a danno di D.F.A. (nella sua qualità di legale rappresentante della Ideal Carda s.a.s.) perchè il fatto non sussiste in quanto la cessione della merce (poi successivamente non pagata) non fu frutto di artifizi e raggiri ma fu consegnata agli imputati “alla luce del buon rapporto di conoscenza”: solo successivamente, quando i titoli dati in pagamento non erano stati onorati, gli imputati dettero al D. “ampie rassicurazioni” circa il buon esito degli assegni, ma tali artifizi e raggiri, essendo stati effettuati in un momento successivo alla deminutio patrimonii, erano irrilevanti.
  2. Proposto appello, ai soli fini civili, dalla parte civile D., la Corte di Appello di Bari, in riforma della suddetta sentenza, condannava gli imputati, ai soli effetti civili, al risarcimento dei danni subiti dal D.: la Corte, infatti, riteneva che “la condotta di chi rilasci assegni bancari con l’espressa assicurazione della loro esigibilità sia idonea in quanto tale a vincere – come verificatosi a proposito del caso in esame –

l’eventuale ritrosia della persona offesa nell’accettarli quali mezzo di pagamento…”.

  1. Contro la suddetta sentenza, hanno proposto ricorso per cassazione entrambi gli imputati i quali hanno dedotto i seguenti motivi:

3.1. il reato di truffa non era sussistente, come ritenuto dal primo giudice, perchè “quand’anche il sign. P.G. avesse rassicurato il sign. D. circa il buon fine degli assegni bancari, l’eventuale condotta fraudolenta è stata posta in essere in un momento successivo al conseguimento del profitto”: primo motivo ricorsi P.G. e P.M..

3.2. P.M. doveva ritenersi estraneo alla vicenda processuale in quanto tutti gli assegni erano stati emessi da P.G.: secondo motivo ricorso P. G.; quarto motivo ricorso P.M.;

3.3. tardività della presentazione della querela;

3.4. violazione del principio della motivazione rafforzata non avendo la Corte adeguatamente confutato la motivazione della sentenza di primo grado.

CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. Ai ricorrenti è stato contestato un episodio di cd. truffa contrattuale in relazione alla quale, in via di stretto diritto, è opportuno rammentarne la nozione e quale ne siano i presupposti giuridici.

1.1. I PRESUPPOSTI GIURIDICI. NOZIONE: si ha truffa contrattuale allorchè l’agente pone in essere artifici e raggiri al momento della conclusione del negozio giuridico, traendo in inganno il soggetto passivo che viene indotto a prestare un consenso che altrimenti non sarebbe stato dato: ex plurimis Cass. 3538/1980 Rv. 148455 – Cass. 47623/2008 Rv. 242296;

ELEMENTO PSICOLOGICO: nella truffa contrattuale l’elemento che imprime al fatto della inadempienza il carattere di reato è costituito dal dolo iniziale, quello cioè che, influendo sulla volontà negoziale di uno dei contraenti (falsandone, quindi, il processo volitivo avendolo determinato alla stipulazione del negozio in virtù dell’errore in lui generato mediante artifici o raggiri) rivela nel contratto la sua intima natura di finalità ingannatoria:

Cass. 7066/1981 Rv. 149803 – Cass. 4423/1983 Rv. 164164;

ARTIFICI E RAGGIRI: ad es. sussistono gli artifici e raggiri, idonei ad integrare il delitto di truffa, nell’ipotesi in cui l’imputato, prima della conclusione di un contratto di compravendita, al fine di indurre in errore la persona offesa sulla sua solvibilità, consegni, quale acconto, dapprima un assegno andato a buon fine e poi altri due assegni, la cui provvista, esistente al momento dell’emissione, venga ritirata prima del pagamento: Cass. 532/1981 Rv. 151705;

INGIUSTO PROFITTO: in tema di truffa contrattuale, l’ingiusto profitto, con correlativo danno del soggetto passivo, consiste essenzialmente nel fatto costituito dalla stipulazione del contratto:

di conseguenza, ai fini della sussistenza del suddetto elemento materiale diventa del tutto irrilevante che le prestazioni siano state equilibrate ossia che si sia pagato il giusto corrispettivo della controprestazione effettivamente fornita; Cass. 7193/2006 Rv.

233633 -Cass. 47623/2008 Rv. 242296;

DANNO PATRIMONIALE: nella truffa contrattuale il danno patrimoniale non è necessario che sia costituito dalla perdita economica di un bene subita dal soggetto passivo, ma può consistere anche nel mancato acquisto di una utilità economica, che lo stesso si riprometteva di conseguire in conformità alle false prospettazioni dell’agente, da cui sia stato tratto in errore: Cass. 3094 /1978 Rv.

141597;

MOMENTO CONSUMATIVO: il delitto di truffa, nella forma cosiddetta contrattuale, si consuma non al momento in cui il soggetto passivo, per effetto degli artifici o raggiri, assume l’obbligazione della dazione di un bene economico, ma al momento in cui si realizza il conseguimento del bene da parte dell’agente con la conseguente perdita dello stesso da parte della persona offesa. In particolare, ove il pagamento del bene deve avvenire, per pattuizione, in più ratei, il reato si consuma con l’ultimo atto di erogazione: S.U. 18/2000, rv 216429; Cass. 31044/2008 Rv. 240659; Cass. 49932/2012 rv.

254110; Cass. 18859/2012 rv. 252821.

1.2. I RAGGIRI NELLA FASE SUCCESSIVA ALLA STIPULA DEL CONTRATTO. Le suddette regole, come si può notare, si riferiscono alle ipotesi in cui i raggiri o gli artifizi vengano posti in essere nella fase precontrattuale al fine di convincere la vittima a stipulare un contratto che, senza quegli artifizi, non avrebbe stipulato.

Gli artifizi e raggiri, però, possono essere posti in essere da uno dei contraenti a danno dell’altro anche in una fase successiva alla stipula del contratto: in tale ipotesi, occorre porsi il problema del se e in che termini sia configurabile il reato di truffa.

Questa Corte ha affermato il principio secondo il quale “in materia di truffa contrattuale il mancato rispetto da parte di uno dei contraenti delle modalità di esecuzione del contratto, rispetto a quelle inizialmente concordate con l’altra parte, con condotte artificiose idonee a generare un danno con correlativo ingiusto profitto, integra l’elemento degli artifici e raggiri richiesti per la sussistenza del reato di cui all’art. 640 cod. pen.”: Cass. 41073/2004 Rv. 230689.

Nella suddetta sentenza, questa Corte affermò la sussistenza del reato di truffa nel comportamento di un laboratorio di analisi che nell’eseguire gli esami oggetto della convenzione stipulata con la A.S.L. utilizzava reagenti e calibratori scaduti di validità, in quanto tale condotta concretizzava violazioni di specifiche prescrizioni e, comunque, non garantiva la certa rispondenza dei dati di laboratorio alla esatta rappresentazione di quanto lo specifico procedimento di analisi deve al contrario fedelmente evidenziare.

In motivazione, la Corte ebbe cura di precisare quanto segue: “… la dinamica negoziale vive anche della sua esecuzione; sicchè è difficile postulare per essa una sorta di insensibilità a qualsiasi condotta artificiosa che generi danno con correlativo ingiusto profitto, anche nella prospettiva di frustrazione della azioni di risoluzione o annullamento che potrebbero, in ipotesi, altrimenti essere fatte valere – è assorbente il rilievo che tali approdi ermeneutici non possono certo valere nei casi – come nella specie –

di contratti di durata di prestazione di servizi in regime di convenzione, rispetto ai quali l’elemento decettivo ben può insorgere con riferimento ad ogni singola prestazione, a fronte della quale insorge l’obbligo di pagamento da parte della azienda conferente il sevizio, senza che occorra presupporre una induzione in errore ex ante, vale a dire sin dalla genesi del rapporto di convenzionamento”.

Il principio enunciato nella citata sentenza non costituisce affatto un novum nella giurisprudenza di questa Corte rinvenendosi precedenti specifici ad es. in Cass. 5579/1998 rv. 210613; Cass. 9323/1988 rv.

179203.

Al fine, però, di evitare equivoci è opportuno focalizzare bene la problematica ed il campo di applicazione del suddetto principio.

Il primo problema che occorre porsi è quello di stabilire cosa si debba intendere per “esecuzione del contratto”.

Com’è ben noto, lo stesso codice civile non disciplina in modo sistematico l’esecuzione del contratto dedicando ad essa alcune norme sparse (art. 1328, comma 1 – art. 1444, comma 2 – art. 1360, comma 2 – art. 1373, comma 2 – art. 1458, comma 1 – art. 1467, comma 1) di cui, sicuramente, la più importante, ai fini che qui interessano, è l’art. 1375 a norme del quale “il contratto dev’essere eseguito in buona fede”.

In via generale, può affermarsi che si ha esecuzione del contratto in tutti quei casi in cui l’attività di una o di entrambe le parti è necessaria perchè il contratto esplichi tutti i suoi effetti.

L’importanza di tale momento nella dinamica del contratto (già giuridicamente concluso), diventa evidente laddove si rifletta sul fatto che vi è tutta una tipologia di contratti in cui la prestazione di una delle parti non è contestuale alla conclusione del contratto.

1.2.1. I CONTRATTI AD ESECUZIONE ISTANTANEA. Vi sono, infatti, contratti ad esecuzione istantanea in cui l’esecuzione avviene, per ciascuno dei contraenti, in un’unica operazione: ad es. vendita di un bene con immediato effetto traslativo, con contestuale consegna della merce da parte del venditore e pagamento del prezzo da parte dell’acquirente. In tali ipotesi, il contratto non solo è concluso ma è anche stato eseguito da entrambe le parti. Il che comporta che l’eventuale inadempimento di una delle parti al contratto, sebbene, in ipotesi, mascherata con artifizi e raggiri, non è idoneo a far configurare l’ipotesi della truffa proprio perchè si tratta di artifizi e raggiri che vengono posti in essere in un momento successivo alla stipula del contratto.

Ad es. se le parti pattuiscono che il pagamento dev’essere eseguito a mezzo di titoli di credito e, poi, questi non vanno a buon fine, anche se il debitore ponga in essere artifizi e raggiri per cercare di tranquillizzare il venditore sulla propria solvibilità e sul fatto che pagherà, tale comportamento non integra gli estremi della truffa perchè è posto in essere in un momento successivo alla stipula del contratto (ormai definitivamente concluso) e, quindi, è del tutto irrilevante trattandosi di una mera inadempienza contrattuale.

In altri termini, in questa tipologia di contratti, il reato di truffa è configurabile solo nel caso in cui gli artifizi e raggiri siano posti in essere nel momento della trattativa essendo finalizzati a trarre in inganno l’altra parte e a convincerla a stipulare un contratto che, senza quella attività decettiva, non avrebbe mai concluso.

L’eventuale attività decettiva successiva alla stipula del contratto (concluso senza alcun artifizio o raggiro), va ritenuta irrilevante in quanto serve solo a “nascondere” l’inadempimento.

Su quest’ultimo punto, è, però, opportuno precisare quanto segue.

Nella pratica, succede, spesso, che l’attività decettiva succitata (artifizi e raggiri successiva alla conclusione del contratto) non si limita solo a “tranquillizzare” il creditore che preme per essere pagato, ma si concretizza anche in ulteriori attività giuridiche come ad es. il ritiro dei titoli di credito non andati a buon fine con altri, o la completa rinegoziazione del pagamento.

Ora, è evidente che, tale ulteriore attività giuridica, ove sia indotta dall’agente con artifizi e raggiri, configura il reato di truffa proprio perchè l’agente induce la vittima a compiere un’attività giuridica che non avrebbe compiuto senza quella condotta decettiva.

In tali casi, quindi, per questa ulteriore e differente condotta, è ipotizzabile senz’altro il reato di truffa, essendo del tutto irrilevante, ai fini penalistici, la controversa problematica civilistica se, in quell’attività, sia o meno ravvisabile un contratto novativo oggettivo.

1.2.2. CONTRATTI AD ESECUZIONE DIFFERITA O CONTINUATA. A conclusione differente deve pervenirsi per quei contratti la cui esecuzione non si esaurisce con la stipula del contratto e cioè:

  1. a) contratti istantanei ad esecuzione differita: si tratta di contratti in cui una delle prestazioni è differita ad un momento successivo alla conclusione del contratto: ad es. vendita (con effetto traslativo immediato) in cui il pagamento del prezzo è frazionato in più rate;
  2. b) contratti di durata in cui le prestazioni stabilite nel contratto non si esauriscono in un’unica operazione: ad es., la locazione, è un contratto ad esecuzione continuata perchè, da una parte, l’obbligo della locazione grava sul locatore per tutta la durata del contratto, e, dall’altra, il conduttore, con cadenza periodica, è tenuto a pagare il canone locatizio; stessa cosa, dicasi, ad es., per il contratto di somministrazione;
  3. c) contratti in pendenza di condizione (sospensiva o risolutiva) in cui è la stessa legge (art. 1358 cod. civ.) che prescrive a colui che si è obbligato o ha alienato un diritto sotto condizione sospensiva, ovvero ha acquistato sotto condizione risolutiva, che, in pendenza della condizione, deve comportarsi secondo buona fede per conservare integre le ragioni dell’altra parte.

In tutti questa diversa tipologia di contratti, a differenza di quelli ad esecuzione istantanea, il reato di truffa, invece, è ipotizzabile anche in tutti i casi in cui l’attività decettiva sia posta in essere anche dopo la stipula del contratto, perchè l’agente, ponendo in essere artifizi e raggiri, non tende a “nascondere” solo il proprio inadempimento, ma, al contrario, tende ad ottenere dall’altra parte contrattuale, prestazioni che questa non avrebbe effettuato se non fosse rimasta vittima di quell’attività fraudolenta.

In altri termini, in queste particolari fattispecie, la truffa è ipotizzabile proprio perchè, sebbene il contratto sia stato giuridicamente concluso, tuttavia le prestazioni da esso derivanti, non si sono esaurite al momento della conclusione del contratto, restando ancora da eseguire; ben si comprende, quindi, il motivo per cui, anche durante la fase dell’esecuzione, è ipotizzabile un’attività decettiva per effetto della quale la vittima effettua prestazioni che, senza quell’attività, era legittimata a non eseguire con conseguente proprio danno e correlativo ingiusto profitto dell’agente relativamente a quella singola prestazione.

Ad es. proprio sulla base di tali principi, è stata ritenuta configurabile una truffa contrattuale – relativamente ad un contratto di locazione – in una fattispecie in cui l’imputato, locatario di un alloggio dell’Istituto Autonomo per le Case Popolari, aveva omesso di comunicare al detto Istituto di essersi procurato l’abitazione altrove e che l’immobile veniva utilizzato da un parente. Questa Corte, infatti, ritenne correttamente configurato il reato di truffa, precisando altresì, che il reato in esame è configurabile, non soltanto nella fase di conclusione del contratto, ma anche in quella della esecuzione allorquando una delle parti, nel contesto di un rapporto lecito, induca in errore l’altra parte con artifizi e raggiri, conseguendo un ingiusto profitto con altrui danno: Cass. 5579/1998, riv 210613.

Ed ancora, la costante giurisprudenza che ritiene che, ove il pagamento del bene deve avvenire, per pattuizione, in più ratei, il reato si consuma con l’ultimo atto di erogazione (S.U. 18/2000, rv 216429; Cass. 31044/2008 Rv. 240659; Cass. 49932/2012 rv. 254110;

Cass. 18859/2012 rv. 252821) si giustifica proprio sulla base della peculiare struttura dei contratti ad esecuzione differita o continuata.

Stessa situazione, infine, è ipotizzabile, anche nel caso di contratto in pendenza di condizione, quando, ad es. la parte interessata, pone in essere, nei confronti dall’altra parte, artifizi e raggiri finalizzati a far apparire verificata la condizione.

1.3. Alla stregua di quanto testè illustrato, la nozione della truffa contrattuale può essere, quindi, precisata nei seguenti termini: “nei contratti ad esecuzione istantanea si ha truffa contrattuale allorchè l’agente ponga in essere artifici e raggiri al momento della conclusione del negozio giuridico, traendo in inganno il soggetto passivo che viene indotto a prestare un consenso che altrimenti non sarebbe stato dato. Di conseguenza, ove tale tipologia di contratti sia stipulata senza alcun artifizio o raggiro, l’eventuale successiva attività decettiva finalizzata a nascondere l’inadempienza costituisce solo illecito civile.

Al contrario, nei contratti sottoposti a condizione o in cui l’esecuzione sia differita, o non si esaurisca in un’unica prestazione, è configurabile il reato di truffa anche nei casi in cui l’attività decettiva sia posta in essere durante la fase di esecuzione del contratto al fine di conseguire una prestazione altrimenti non dovuta o al fine di far apparire verificata la condizione”.

  1. Precisati i suddetti principi di diritto, resta da appurare le modalità con le quali il fatto si è concretamente svolto.

Sul punto, però, questa Corte non è in grado di stabilire le suddette modalità.

Infatti, la sentenza di primo grado ha affermato che le “continue rassicurazioni” fornite dagli imputati in ordine al pagamento degli assegni versati in pagamento della merce acquistata (e regolarmente ricevuta) dal D., erano successive alla conclusione del contratto e che erano state fatte al solo fine di “nascondere” l’insolvenza: se così fosse la conclusione giuridica alla quale il primo giudice pervenne sarebbe ineccepibile.

Sennonchè, a diversa conclusione, in punto di fatto, sembra pervenire la Corte territoriale la quale, non solo pare “anticipare” la condotta decettiva al momento del rilascio degli assegni bancari (cfr pag. 2), ma pare anche ipotizzare che gli assegni furono rinegoziati (così troverebbe spiegazione anche la circostanza –

peraltro contestata dai ricorrenti – secondo la quale parte degli assegni furono rilasciati anche da P.M.): nel qual caso, la diversa conclusione giuridica alla quale la Corte è pervenuta sarebbe corretta.

In altri termini, poichè da entrambe le sentenze il fatto non risulta essere stato ricostruito in termini precisi tali da consentirne un corretto inquadramento giuridico (truffa o semplice inadempimento civilistico), la sentenza impugnata non può che essere annullata con rinvio al giudice civile competente per valore in grado di appello ex art. 622 cod. proc. pen. il quale, un volta ricostruiti correttamente i fatti, applicherà il principio di diritto di cui al precedente 1.3.

La censura relativa alla tardività della presentazione della querela, va dichiarata inammissibile in quanto la relativa decisione involge una quaestio facti devoluta per la prima volta in sede di legittimità.

La rimanente censura circa l’estraneità del ricorrente P. M. sarà decisa dal giudice di rinvio una volta ricostruiti i fatti.

P.Q.M.

ANNULLA la sentenza impugnata con rinvio al giudice civile competente per valore in grado di appello.

Così deciso in Roma, il 23 giugno 2016.

Depositato in Cancelleria il 14 luglio 2016

 

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA BOLOGNA RAVENNA FORLI CESENA AVVOCATO PENALE REATO DI TRUFFA DIFESA IN APPELLO E CASSAZIONE ARTIFICI E RAGGIRI: 

La cosiddetta truffa contrattuale ricorre infatti in tutti i casi nei quali l’agente ponga in essere artifici e raggiri, aventi ad oggetto anche aspetti negoziali collaterali, accessori o esecutivi del contratto risultati rilevanti al fine della conclusione del negozio giuridico, e per cio’ tragga in inganno il soggetto passivo che e’ indotto a prestare un consenso che altrimenti non avrebbe prestato, a nulla rilevando peraltro lo squilibrio oggettivo delle prestazioni (ex multis Cass. Sez. 2 sent. N. 18778 del 25.03.2014 – dep. 7.05.2014 – rv. 259964).

 

 

Suprema Corte di Cassazione

sezione II

sentenza 18 novembre 2015, n. 45726

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GENTILE Mario – Presidente

Dott. TADDEI Margherita – Consigliere

Dott. RAGO Geppino – Consigliere

Dott. AGOSTINACCHIO Luigi – rel. Consigliere

Dott. AIELLI Lucia – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS) spa;

avverso il decreto di archiviazione emesso in data 1.10.2014 del giudice delle indagini preliminari del Tribunale di Roma;

visti gli atti, l’ordinanza e il ricorso;

udita la relazione svolta dal consigliere Dott. Luigi Agostinacchio;

letto il parere del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. DI NARDO Marilia, che ha concluso chiedendo il rigetto del corso, con condanna del ricorrente al pagamento delle spese.

FATTO E DIRITTO

  1. Con decreto emesso l’1.10.2014 dal giudice per le indagini preliminari del tribunale di Roma era dichiarata inammissibile l’opposizione alla richiesta di archiviazione del PM relativa al procedimento penale nei confronti di (OMISSIS), indagato per il reato di cui all’articolo 640 cod. pen.; opposizione presentata nell’interesse di (OMISSIS) quale responsabile del (OMISSIS) della (OMISSIS) s.p.a..

Il Gip disponeva di conseguenza l’archiviazione del procedimento, ordinando la restituzione degli atti al PM.

Evidenziava a riguardo che era stata omessa da parte dell’opponente l’indicazione dell’oggetto delle investigazioni suppletive che si richiedeva fossero svolte dal PM e che comunque i fatti denunciati riguardavano una vicenda di esclusiva rilevanza civilistica, poiche’ le argomentazioni addotte nell’atto di opposizione attenevano all’ingiustizia sostanziale del negozio giuridico posto in essere dall’indagato ma non sovvertivano il dato obiettivo della regolarita’ formale del negozio stesso, con conseguente impossibilita’ di ravvisare responsabilita’ penale.

  1. Ricorre per Cassazione avverso la predetta ordinanza il difensore della (OMISSIS) s.p.a. sulla base di un unico motivo: inosservanza e mancata applicazione ex articolo 606, lettera b) e c) dell’articolo 410 c.p.p., comma 3 e articolo 409 c.p.p., commi 2, 3 e 4.

Lamenta in particolare la societa’ ricorrente la mancanza di motivazione relativamente alla irrilevanza o superfluita’ delle investigazioni suppletive indicate e la violazione sostanziale del diritto al contraddittorio, avendo il giudice disposto l’archiviazione con il rito c.d. de plano cosi’ impedendo alla persona offesa di partecipare all’udienza camerale ex articolo 409 cod. proc. pen..

  1. Il ricorso e’ manifestamente infondato.

L’opposizione da parte della persona offesa, alla richiesta di archiviazione puo’ essere ritenuta inammissibile, ai sensi dell’articolo 410 cod. proc. pen., comma 2, non soltanto quando non contenga le indicazioni prescritte dal comma 1 del citato articolo, ma, in applicazione di un principio generale ricavabile dalla logica del sistema, anche quando dette indicazioni si risolvano, prima facie, nella proposizione di temi e mezzi di prova manifestamente superflui, non pertinenti o irrilevanti (Cass. sez. 4, sentenza 12.07.2006 n. 32788).

Nel caso di specie il giudice ha evidenziato che la vicenda denunciata ha una esclusiva rilevanza civilistica e che ulteriori indagini erano di conseguenza inutili: l’affermazione di superfluita’ non e’ stata formulata sulla base di una valutazione prognostica dell’esito della “investigazione suppletiva” e delle relative fonti di prova indicate dalla parte offesa, ma dalla circostanza che, in un contesto ben delimitato nelle sue caratteristiche in fatto, tali indicazioni non erano a priori idonee ad incidere sulla rilevanza penale della fattispecie.

  1. La truffa prospettata ai danni di (OMISSIS) e’ stata denunciata nei seguenti termini.

(OMISSIS), in qualita’ di legale rappresentante dell’Associazione Culturale ” (OMISSIS)”, aveva stipulato con (OMISSIS) s.p.a. un contratto mediante il quale aveva ottenuto, nel luglio del 2012, l’attivazione di due utenze telefoniche e la consegna di altrettanti apparati telefonici. Al termine del primo bimestre aveva inviato alla (OMISSIS) copia di un bollettino postale attestante il pagamento della prima fattura (d’importo pari a euro 500,36), mai accreditato si’ che la ricevuta era stata ritenuta contraffatta. Poiche’ il cliente continuava ad usufruire degli apparati ricevuti e del servizio di telefonia senza versare il corrispettivo dovuto contrattualmente, la (OMISSIS) “risolveva il contratto con un ammanco complessivo di 2.314,19 euro, corrispondenti alle fatture emesse e mai onorate nonche’ al valore dei due apparati”.

  1. Cio’ premesso, il giudice nel provvedimento impugnato ha ritenuto che i fatti denunciati “attengono in realta’ all’ingiustizia sostanziale del negozio giuridico posto in essere dall’indagato ma non riescono a sovvertire il dato obiettivo che il negozio appare formalmente regolare”.

Il rilievo e’ pertinente.

La cosiddetta truffa contrattuale ricorre infatti in tutti i casi nei quali l’agente ponga in essere artifici e raggiri, aventi ad oggetto anche aspetti negoziali collaterali, accessori o esecutivi del contratto risultati rilevanti al fine della conclusione del negozio giuridico, e per cio’ tragga in inganno il soggetto passivo che e’ indotto a prestare un consenso che altrimenti non avrebbe prestato, a nulla rilevando peraltro lo squilibrio oggettivo delle prestazioni (ex multis Cass. Sez. 2 sent. N. 18778 del 25.03.2014 – dep. 7.05.2014 – rv. 259964).

Nel caso in esame la (OMISSIS) non lamenta alcun artificio o raggiro nella fase precontrattuale e di conclusione del contratto, avvenuta nel libero mercato e previa reciproca valutazione di convenienza, indicando nell’inadempimento persistente del cliente all’obbligo di versare il corrispettivo pattuito gli estremi della condotta ingannevole. La falsa rappresentazione della realta’ materiale sarebbe consistita in particolare nell’invio di una ricevuta di versamento non veritiera, circostanza che incide comunque sul piano dell’obbligazione rimasta inadempiuta e che giustifica il ricorso alla tutela di natura esclusivamente civile prevista per la parte adempiente (risulta infatti che la (OMISSIS) abbia attivato lo strumento di autotutela della risoluzione di diritto del contratto con richiesta di risarcimento del danno).

  1. Per le considerazioni esposte, dunque, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile.

Segue, a norma dell’articolo 616 c.p.p., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del procedimento ed al pagamento a favore della cassa delle ammende, non emergendo ragioni di esonero, della somma ritenuta equa di euro 1.000,00 (mille) a titolo di sanzione pecuniaria.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro 1.000.00 alla cassa delle ammende.

 

 

Suprema Corte di Cassazione

sezione I

sentenza 16 giugno 2015, n. 25230

Rilevato in fatto

  1. Con sentenza resa in data 3 ottobre 2013, il Tribunale di Agrigento in composizione monocratica, investito dei giudizio nei confronti di A.M. imputato del reato di truffa, dichiarava la propria incompetenza territoriale in favore del Tribunale di Brescia, nella cui circoscrizione era stato conseguito il profitto dei reato. Come risulta dal capo di imputazione a M. era stato contestato di aver promesso e garantito a R.C. per la somma di mille euro la vendita di autovettura Fiat Panda 4×4 a mezzo del sito internet autoscout24.it, inducendolo in errore sull’imminente passaggio di proprietà e sul buon fine della trattativa, procurandosi l’ingiusto profitto di 400 euro richiesta e ottenuta a mezzo di ricarica su carta postepay a se’ intestata, con pari danno della persona offesa.
    A ragione della decisione, osservava che M. aveva incassato il danaro della vendita tramite accreditamento sulla propria postepay, conseguendo il profitto in Borgosatollo, provincia di Brescia, luogo della sua residenza idoneo a radicare la competenza territoriale anche in forza della regola suppletiva prevista dall’art. 9 cod. proc. pen..
    2. II Tribunale di Brescia, a sua volta, si riteneva incompetente osservando che la consumazione dei delitto si era verificata al momento e all’atto con cui la persona offesa aveva proceduto al versamento del denaro sulla carta “ricaricabile” postepay dell’imputato, essendovi coincidenza temporale tra il versamento dei denaro da parte della persona offesa e il conseguimento dei profitto da parte dell’autore del reato (essendo la ricarica immediatamente eseguita al momento stesso del versamento effettuato dall’offeso), con la conseguenza che la competenza per territorio doveva essere radicata nel luogo di compimento dell’ operazione, cioè Favara, compresa nel circondario del Tribunale di Agrigento.

Considerato in diritto

  1. Preliminarmente va dichiarata l’ammissibilità del conflitto in quanto dal rifiuto dei due giudici a conoscere dei processo consegue una stasi insuperabile, che può essere risolta solo con la decisione di questa Corte.
    2. II conflitto va risolto riconoscendo la competenza dei Tribunale di Agrigento. In tema di truffa le Sezioni Unite penali di questa Corte hanno di recente ribadito che trattasi di reato istantaneo e di danno che si perfeziona nel momento in cui alla realizzazione della condotta tipica da parte dell’ autore abbia fatto seguito la “deminutio patrimoni” dei soggetto passivo (S.U. – 16.12.98, Cellammare, CED 212079).
    La giurisprudenza di questa Corte, inoltre, è concorde nel ritenere che la truffa c.d. contrattuale, quale è quella per cui si procede, è un reato di danno che si consuma nel momento in cui si verifica l’effettivo conseguimento dei bene da parte dell’agente e la definitiva perdita dello stesso da parte del raggirato (cfr. ex plurimis, sez. II – 29.01.98, Stabile, CED. 209671; sez. II – 16.04.97, Tassinari, CED 207831). Danno che non solo deve avere contenuto economico, ma deve consistere anche per il soggetto passivo in una lesione del bene tutelato, concreta ed effettiva, e non soltanto potenziale (S.U., 22.03.69, P.M. c/Carraro, Cass. pen. 1969, pag. 1023; S.U., 30.11.74, Forneris, Cass. pen. 1975, pag. 741.). Va, infatti, osservato che la truffa è un reato che prevede, come elementi costitutivi, due requisiti: il conseguimento dell’ingiusto profitto da parte dell’agente e il danno da parte dei soggetto leso: solo quando entrambi questi due elementi si sono verificati, la truffa può dirsi consumata proprio perché la condotta ingannatrice (alla quale sono riconducibili causalmente i due suddetti eventi) si è completamente realizzata. Nei casi tipici in cui l’oggetto materiale dei reato è costituito da titoli di credito, il momento della sua consumazione è stato indicato in quello dell’acquisizione da parte dell’autore del reato, della relativa valuta, attraverso la loro riscossione o utilizzazione, poiché solo per mezzo di queste si concreta il vantaggio patrimoniale dell’agente e nel contempo diviene definitiva la potenziale lesione dei patrimonio della parte offesa. Nel caso in esame, tuttavia, il raggiro è stato realizzato attraverso l’uso di una carta postepay ricaricabile che consente il versamento di denaro su una
    carta propria o di terzi. Il conseguimento dei profitto da parte dei soggetto truffatore si è verificato nel momento stesso in cui la parte offesa ha proceduto al versamento del denaro sulla carta ricaricabile a lui intestata. Detto versamento ha infatti realizzato contestualmente l’effettivo conseguimento dei bene da parte dell’agente, che ha avuto immediatamente a disposizione la somma versata, e la definitiva perdita dello stesso da parte del raggirato. La competenza territoriale va quindi radicata nel luogo ove è stato effettuato il versamento, cioè Favara.
    3. Per le ragioni esposte, ai sensi dell’art. 32 cod. proc. pen., deve essere dichiarata la competenza del Tribunale monocratico di Agrigento.

P.Q.M.

Dichiara la competenza dei Tribunale monocratico di Agrigento, cui dispone trasmettersi gli atti.

 

 

 

L’errore, in questa prospettiva, e’ dunque una falsa rappresentazione di circostanze di fatto capaci di incidere sul processo di formazione della volonta’, a cui il soggetto passivo e’ stato indotto dagli artifici e raggiri posti in essere dall’agente. Cio’ che contraddistingue l’errore, nella truffa, e’ quindi la peculiarita’ di essere, ad un tempo, causa dell’atto di disposizione patrimoniale della vittima ed effetto degli artifici e raggiri. Questi ultimi devono pertanto necessariamente precedere l’induzione in errore e il conseguimento dell’ingiusto profitto mentre, qualora questo sia gia’ stato ottenuto senza induzione in errore della vittima, non valgono ad integrare gli estremi del reato gli artifici posti in essere successivamente (in termini, Cass. sez. 6, sent. n. 12604 dell’11/12/2012 – dep. 18/03/2013 – Rv. 256000).

 

 

Suprema Corte di Cassazione

sezione II penale

sentenza 24 febbraio 2017, n. 9197

 

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DIOTALLEVI Giovanni – Presidente

Dott. RAGO Geppino – Consigliere

Dott. AGOSTINACCHIO Luigi – rel. Consigliere

Dott. DE SANTIS Anna Maria – Consigliere

Dott. PARDO Ignazio – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS), nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 27/02/2015 della Corte di Appello di Brescia

PARTE CIVILE:

(OMISSIS);

visti gli atti, la sentenza ed il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere Dr. Luigi Agostinacchio;

sentito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. Delia Cardia, che ha concluso chiedendo l’inammissibilita’ del ricorso.

FATTO E DIRITTO

  1. Con sentenza del 27/02/2015 la Corte di Appello di Brescia confermava la decisione del Tribunale di Mantova emessa il 18/12/2013 di condanna dell’appellante (OMISSIS) alla pena di un anno di reclusione ed Euro 800,00 di multa perche’ ritenuto responsabile del reato di truffa in danno di (OMISSIS) nonche’ al risarcimento dei danni – liquidati in via definitiva in Euro 2.000 – in favore di quest’ultimo, costituitosi parte civile.
  2. Ha proposto ricorso per cassazione il (OMISSIS) di persona sulla base di due motivi, incentrati sul vizio di motivazione in relazione alla ritenuta sussistenza della truffa, dovendo la condotta ascritta (falsa denuncia di furto di assegni consegnati in pagamento) integrare esclusivamente gli estremi della calunnia, reato per il quale egli aveva gia’ riportato condanna; ha lamentato inoltre la violazione dell’articolo 512 c.p.p. per la mancata correlazione tra i fatti contestati e la sentenza.
  3. Il ricorso e’ fondato con riferimento alla doglianza inerente alla configurazione nel caso in esame del reato di truffa.

Secondo un consolidato orientamento giurisprudenziale, infatti, la falsa denuncia di furto di assegni bancari, in precedenza negoziati, integra il reato di calunnia poiche’ si attribuisce in tal modo al legittimo portatore l’impossessamento o la ricezione illecita del titolo e dunque il reato di furto o di ricettazione, dovendosi ritenere irrilevante, ai fini della consumazione del reato, la circostanza che, nella denuncia, non sia stato accusato alcun soggetto determinato, allorche’ il destinatario dell’incolpazione sia implicitamente ma agevolmente individuabile sulla base degli elementi enucleabili dalla denuncia stessa.

Per tale reato infatti il (OMISSIS) e’ stato condannato in via definitiva, come riportato nel ricorso.

Non e’ invece ravvisabile il reato di truffa.

Nell’ottica del reato di cui all’articolo 640 c.p. infatti l’attivita’ fraudolenta deve generare come risultato l’errore della vittima.

L’errore, in questa prospettiva, e’ dunque una falsa rappresentazione di circostanze di fatto capaci di incidere sul processo di formazione della volonta’, a cui il soggetto passivo e’ stato indotto dagli artifici e raggiri posti in essere dall’agente. Cio’ che contraddistingue l’errore, nella truffa, e’ quindi la peculiarita’ di essere, ad un tempo, causa dell’atto di disposizione patrimoniale della vittima ed effetto degli artifici e raggiri. Questi ultimi devono pertanto necessariamente precedere l’induzione in errore e il conseguimento dell’ingiusto profitto mentre, qualora questo sia gia’ stato ottenuto senza induzione in errore della vittima, non valgono ad integrare gli estremi del reato gli artifici posti in essere successivamente (in termini, Cass. sez. 6, sent. n. 12604 dell’11/12/2012 – dep. 18/03/2013 – Rv. 256000).

Orbene, risulta dalla motivazione della sentenza impugnata che gli assegni in disamina vennero consegnati dal (OMISSIS), post-datati al 31 marzo, 30 maggio e 31 luglio 2008, nel dicembre 2007 in pagamento di una terza fornitura di bestiame avvenuta il (OMISSIS), non contestualmente pagata perche’ il venditore aveva confidato sulla solvibilita’ dell’acquirente, adempiente rispetto all’obbligazione di versamento del prezzo relativo a due precedenti forniture (“al momento di ritirare la merce disse che, non avendo con se’ il libretto degli assegni, sarebbe ritornato successivamente…poiche’ si era dimostrato un cliente affidabile, il (OMISSIS) gli accordo’ fiducia ma, nonostante le rassicurazioni, il debito non venne saldato…pertanto la vittima incomincio’ a sollecitare l’imputato fino a quando, nel dicembre dello stesso anno… – pag. 3 della sentenza impugnata”); la falsa denuncia di furto fu altresi’ formalizzata il 14 marzo 2008 presso i Carabinieri di San Martino di Lupari.

La condotta fraudolenta, dunque, sostanziatasi nella presentazione della denuncia di furto, e’ successiva al conseguimento del profitto consistente nella consegna del bestiame e, conseguentemente, non rileva ai fini dell’integrazione degli estremi del reato di truffa.

D’altra parte – come non ha mancato di rilevare il ricorrente nel secondo motivo di ricorso – il delitto ex articolo 640 c.p. e’ stato contestato al capo B) in conformita’ al modello normativo ma in termini difformi da quelli accertati in sentenza (artifici e raggiri “consistiti nell’emettere assegni…postdatati…ottenendo la consegna del bestiame e procurandosi in tal modo un ingiusto profitto”).

  1. La sentenza impugnata va pertanto annullata senza rinvio, perche’ il fatto non sussiste, con riferimento alla dichiarazione di penale responsabilita’ dell’imputato in ordine al reato di truffa.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata perche’ il fatto non sussiste

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