Avvocato penalista bologna Falso ideologico : reato di cui all’art. 483 c.p.,

AMANETTE SCRITTA 

 

AREATI 

Avvocato penalista bologna Falso ideologico : reato di cui all’art. 483 c.p.,

Il difensore di S.F. ricorre avverso la sentenza emessa a carico della sua assistita dalla Corte di appello di Roma il 03/06/2011: in quella sede, in parziale riforma della sentenza pronunciata il 09/12/2009 dal Tribunale della stessa città, veniva rideterminata la pena inflitta alla S. in mesi 2 di reclusione in ordineal reato di cui all’art. 483 c.p., mentre l’imputata veniva assolta da un ulteriore addebito ex art. 640 c.p..

I

E’ infatti sufficiente prendere atto del contenuto della sentenza di primo grado, per intendere superati i problemi del presunto difetto di dolo e della paventata contraddittorietà delle decisioni di merito.

La convinzione della S. che alla guida delle due vetture si trovasse lo Z., sia l’8 gennaio che il 4 febbraio 2004, è infatti esclusa dal rilievo che ella, il 20 aprile ed il 16 giugno di quello stesso anno, adottò un comportamento identico, inviando al competente Comando di Polizia Municipale due dichiarazioni analoghe nelle quali segnalava appunto di non essere stata lei a condurre le auto in questione, bensì lo stesso Z.: come sottolineato nella pronuncia del Tribunale, “le dichiarazioni in discorso sono state rese non contestualmente, bensì in due diverse occasioni ed alla distanza temporale di circa due mesi, il che consente, in sede di valutazione, di escludere tanto l’eventualità di un errore, quanto la buona fede della stessa S., la quale, in un arco temporale così ampio, avrebbe ben potuto rivolgersi allo Z. per chiarire insieme i termini della vicenda”.

Ineccepibile è il conseguente sviluppo motivazionale della sentenza del giudice di prime cure, sul piano logico, laddove si rappresenta che i fatti “vanno considerati congiuntamente alla condotta di seguita tenuta dall’odierna imputata, la quale – stando alle ricevute depositate – nel luglio 2004 ha provveduto al pagamento delle predette sanzioni pecuniarie, facendo poi pervenire allo Z. copia delle relative quietanze.

Un simile comportamento – pur ove ingenerato, come sostiene la parte civile, dai continui interpelli e richieste di chiarimenti che lo Z. aveva già rivolto alla S. – porta a ritenere che le mendaci dichiarazioni scritte, rese alla Polizia Municipale dall’imputata, non sono state fornite allo scopo di rendersi esente dalle obbligazioni economiche conseguenti alle due contravvenzioni, bensì erano orientate (fin dall’inizio, oppure dall’evolversi della vicenda) a conseguire un diverso “ingiusto profitto con altrui danno”, come è da ritenere sia stato, verosimilmente, quello di non subire lei stessa od altro suo familiare facente uso delle due autovetture in questione decurtazioni di punteggio dalla propria patente di guida”.

avvocato cassazionista bellaAgli argomenti ora evidenziati si aggiunge la coerente considerazione logica, ribadita dalla Corte di appello di Roma, secondo cui appare “del tutto inverosimile che la S. – dopo aver ricevuto la notifica di due infrazioni al codice della strada elevate a carico delle sue vetture – possa non avere contestato in alcun modo immediatamente la cosa a colui che a suo dire era il responsabile delle infrazioni (è pacifico in atti, non contestandolo la stessa imputata, che la S. non ebbe a dire nulla allo Z., e che quest’ultimo venne a sapere dell’accaduto solo quando la Polizia Municipale gli contestò personalmente le infrazioni, sulla base appunto delle dichiarazioni rilasciate dalla donna circa il fatto che in entrambe le occasioni fosse lo Z. alla guida dei veicoli)”.

Inoltre, sia il Tribunale che la Corte territoriale risultano avere già esaminato anche il profilo della possibile compatibilità delle infrazioni contestate con le normali incombenze di autista che lo Z. prestava in favore della famiglia della S.: ciò non solo con riguardo ai fatti dell’8 gennaio (quando l’istruttoria dibattimentale aveva fatto emergere la prova certa che lo Z. si trovava addirittura fuori Roma), ma anche in ordine alla successiva infrazione.

La Corte di appello, in particolare, ha evidenziato che i corsi di nuoto saltuariamente frequentati dai figli dell’imputata si svolgevano in orari e luoghi comunque non confacenti alle violazioni de quibus, e quanto all’uso del cellulare non poteva escludersi “che la donna adoperasse nell’occasione un altro telefonino o che addirittura fosse non lei ma un suo familiare alla guida della vettura (è pacifico in atti che anche il padre della S. era solito adoperare le vetture dell’imputata)”.

In definitiva, i motivi di ricorso riproducono le stesse ragioni già discusse e ritenute infondate (sia in primo grado che) dal giudice del gravame: detti motivi debbono perciò considerarsi non specifici, in quanto il difetto di specificità del motivo – rilevante ai sensi dell’art. 581 c.p.p., lett. c), – va apprezzato non solo in termini di indeterminatezza, ma anche “per la mancanza di correlazione tra le ragioni argomentate dalla decisione impugnata e quelle poste a fondamento dell’impugnazione, dal momento che quest’ultima non può ignorare le esplicitazioni del giudice censurato, senza cadere nel vizio di aspecificità che conduce, a norma dell’art. 591 c.p.p., comma 1, lett. c), all’inammissibilità dell’impugnazione” (Cass., Sez. 2^, n. 29108 del 15/07/2011, Cannavacciuolo).

  1. Stante la ritenuta inammissibilità del ricorso, non è possibile prendere atto della prescrizione del reato contestato all’imputata (sopravvenuta il 16/12/2011, in data posteriore alla sentenza di appello): per pacifica giurisprudenza di questa Corte un ricorso per cassazione inammissibile, vuoi per manifesta infondatezza dei motivi vuoi per altra ragione, “non consente il formarsi di un valido rapporto di impugnazione e preclude, pertanto, la possibilità di rilevare e dichiarare le cause di non punibilità a norma dell’art. 129 c.p.p.” (Cass., Sez. U, n. 32 del 22/11/2000, De Luca, Rv 217266, relativa appunto ad una fattispecie in cui la prescrizione del reato era maturata successivamente alla sentenza impugnata con il ricorso; v. anche, negli stessi termini, Cass., Sez. 4^, n. 18641 del 20/01/2004, Tricomi).

 

ACHIAMAPEN2 

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE V PENALE

Sentenza 21 maggio – 20 novembre 2013, n. 46326

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MARASCA Gennaro – Presidente –

Dott. ZAZA Carlo – Consigliere –

Dott. MICHELI Paolo – rel. Consigliere –

Dott. PISTORELLI Luca – Consigliere –

Dott. DE MARZO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto nell’interesse di:

S.F., nata a (OMISSIS);

avverso la sentenza emessa dalla Corte di appello di Roma il 03/06/2011;

visti gli atti, la sentenza impugnata e il ricorso;

udita la relazione svolta dal consigliere Dott. MICHELI Paolo;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. SALZANO Francesco, che ha concluso chiedendo l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata, per intervenuta prescrizione dei reati addebitati.

Svolgimento del processo

Il difensore di S.F. ricorre avverso la sentenza emessa a carico della sua assistita dalla Corte di appello di Roma il 03/06/2011: in quella sede, in parziale riforma della sentenza pronunciata il 09/12/2009 dal Tribunale della stessa città, veniva rideterminata la pena inflitta alla S. in mesi 2 di reclusione in ordineal reato di cui all’art. 483 c.p., mentre l’imputata veniva assolta da un ulteriore addebito ex art. 640 c.p..

I fatti si riferiscono al presunto falso ideologico commesso dall’imputata nel comunicare alla Polizia Municipale di Roma – in due occasioni – che alla guida di distinte autovetture a lei intestate, all’atto dell’accertamento di infrazioni al codice della strada, si trovava tale Z.F. Lo Z., che effettivamente si occupava in quel periodo, dietro compenso, di accompagnare a scuola i figli della S. e di andarli a riprendere, utilizzando auto della donna, aveva ricevuto le conseguenti comunicazioni attestanti la decurtazione di punti dalla patente di guida a seguito di accertati illeciti amministrativi (l’imputata aveva invece provveduto al pagamento delle correlate sanzioni pecuniarie); tuttavia, l’uomo aveva palesato immediatamente la propria estraneità agli addebiti, commessi in zone della città ed in orari non compatibili con le incombenze che egli normalmente curava per conto della signora.

Con l’odierno ricorso, la difesa lamenta:

  1. difetto di motivazione della sentenza impugnata in ordine all’elemento soggettivo necessario per la configurabilità del delitto ipotizzato. Secondo la tesi della ricorrente, e proprio in virtù del rapporto esistente con lo Z., era certamente plausibile che ella, ricevendo notizia delle ricordate infrazioni, ne ritenesse responsabile lo stesso Z.: al massimo, alla S. potrebbe addebitarsi una condotta superficiale nel non aver chiesto all’uomo ragione dei suoi comportamenti inosservanti delle regole di guida, dando per scontato che comunque fosse stato lui a passare con il semaforo rosso e ad essere stato notato mentre conversava al telefono cellulare, ma quell’omessa contestazione non dimostrerebbe comunque la consapevolezza in capo all’imputata della falsità delle successive comunicazioni alla Polizia Municipale circa l’identità del conducente;
  2. mancanza, contraddittorietà ed illogicità della motivazione, in punto di valutazione delle risultanze istruttorie sul contestato delitto ex art. 483 c.p.

La sentenza di appello, confermando la pronuncia del giudice di prime cure, ritiene attendibili gli assunti dello Z. giacchè gli impegni cui questi faceva fronte su incarico dell’imputata erano, per orari e luoghi, non confacenti alle violazioni di cui ai verbali curati dalla Polizia Municipale: tuttavia, è la stessa Corte territoriale ad ammettere che quella incompatibilità spazio- temporale non sarebbe assoluta, incontrando una eccezione “per quanto genericamente emerso in ordine ai corsi di nuoto pomeridiani saltuariamente frequentati dai ragazzi”, incombenza che curava lo stesso Z. come risultato da plurime deposizioni testimoniali.

Inoltre, i giudici di merito avrebbero rilevato l’insufficienza delle allegazioni difensive a confutare l’impianto accusatorio solo con riguardo alla presunta infrazione commessa l’08/01/2004, e non anche a proposito di quella che si sarebbe invece verificata il 04/02/2004 (dove l’illecito amministrativo aveva riguardato la circolazione alla guida dell’auto mentre il conducente era impegnato in una conversazione al cellulare, e la S. aveva documentato con tanto di tabulati che il proprio telefono radiomobile non aveva effettuato o ricevuto chiamate in quell’orario).

Con atto depositato in data odierna, la difesa fa rilevare l’intervenuta prescrizione dei reati contestati all’imputata.

Motivi della decisione

  1. Il ricorso deve qualificarsi inammissibile, perchè fondato su motivi manifestamente infondati, oltre che tali da costituire mera riproposizione di argomenti già confutati in precedenza.

E’ infatti sufficiente prendere atto del contenuto della sentenza di primo grado, per intendere superati i problemi del presunto difetto di dolo e della paventata contraddittorietà delle decisioni di merito.

La convinzione della S. che alla guida delle due vetture si trovasse lo Z., sia l’8 gennaio che il 4 febbraio 2004, è infatti esclusa dal rilievo che ella, il 20 aprile ed il 16 giugno di quello stesso anno, adottò un comportamento identico, inviando al competente Comando di Polizia Municipale due dichiarazioni analoghe nelle quali segnalava appunto di non essere stata lei a condurre le auto in questione, bensì lo stesso Z.: come sottolineato nella pronuncia del Tribunale, “le dichiarazioni in discorso sono state rese non contestualmente, bensì in due diverse occasioni ed alla distanza temporale di circa due mesi, il che consente, in sede di valutazione, di escludere tanto l’eventualità di un errore, quanto la buona fede della stessa S., la quale, in un arco temporale così ampio, avrebbe ben potuto rivolgersi allo Z. per chiarire insieme i termini della vicenda”.

Ineccepibile è il conseguente sviluppo motivazionale della sentenza del giudice di prime cure, sul piano logico, laddove si rappresenta che i fatti “vanno considerati congiuntamente alla condotta di seguita tenuta dall’odierna imputata, la quale – stando alle ricevute depositate – nel luglio 2004 ha provveduto al pagamento delle predette sanzioni pecuniarie, facendo poi pervenire allo Z. copia delle relative quietanze.

Un simile comportamento – pur ove ingenerato, come sostiene la parte civile, dai continui interpelli e richieste di chiarimenti che lo Z. aveva già rivolto alla S. – porta a ritenere che le mendaci dichiarazioni scritte, rese alla Polizia Municipale dall’imputata, non sono state fornite allo scopo di rendersi esente dalle obbligazioni economiche conseguenti alle due contravvenzioni, bensì erano orientate (fin dall’inizio, oppure dall’evolversi della vicenda) a conseguire un diverso “ingiusto profitto con altrui danno”, come è da ritenere sia stato, verosimilmente, quello di non subire lei stessa od altro suo familiare facente uso delle due autovetture in questione decurtazioni di punteggio dalla propria patente di guida”.

Agli argomenti ora evidenziati si aggiunge la coerente considerazione logica, ribadita dalla Corte di appello di Roma, secondo cui appare “del tutto inverosimile che la S. – dopo aver ricevuto la notifica di due infrazioni al codice della strada elevate a carico delle sue vetture – possa non avere contestato in alcun modo immediatamente la cosa a colui che a suo dire era il responsabile delle infrazioni (è pacifico in atti, non contestandolo la stessa imputata, che la S. non ebbe a dire nulla allo Z., e che quest’ultimo venne a sapere dell’accaduto solo quando la Polizia Municipale gli contestò personalmente le infrazioni, sulla base appunto delle dichiarazioni rilasciate dalla donna circa il fatto che in entrambe le occasioni fosse lo Z. alla guida dei veicoli)”.

Inoltre, sia il Tribunale che la Corte territoriale risultano avere già esaminato anche il profilo della possibile compatibilità delle infrazioni contestate con le normali incombenze di autista che lo Z. prestava in favore della famiglia della S.: ciò non solo con riguardo ai fatti dell’8 gennaio (quando l’istruttoria dibattimentale aveva fatto emergere la prova certa che lo Z. si trovava addirittura fuori Roma), ma anche in ordine alla successiva infrazione.

La Corte di appello, in particolare, ha evidenziato che i corsi di nuoto saltuariamente frequentati dai figli dell’imputata si svolgevano in orari e luoghi comunque non confacenti alle violazioni de quibus, e quanto all’uso del cellulare non poteva escludersi “che la donna adoperasse nell’occasione un altro telefonino o che addirittura fosse non lei ma un suo familiare alla guida della vettura (è pacifico in atti che anche il padre della S. era solito adoperare le vetture dell’imputata)”.

In definitiva, i motivi di ricorso riproducono le stesse ragioni già discusse e ritenute infondate (sia in primo grado che) dal giudice del gravame: detti motivi debbono perciò considerarsi non specifici, in quanto il difetto di specificità del motivo – rilevante ai sensi dell’art. 581 c.p.p., lett. c), – va apprezzato non solo in termini di indeterminatezza, ma anche “per la mancanza di correlazione tra le ragioni argomentate dalla decisione impugnata e quelle poste a fondamento dell’impugnazione, dal momento che quest’ultima non può ignorare le esplicitazioni del giudice censurato, senza cadere nel vizio di aspecificità che conduce, a norma dell’art. 591 c.p.p., comma 1, lett. c), all’inammissibilità dell’impugnazione” (Cass., Sez. 2^, n. 29108 del 15/07/2011, Cannavacciuolo).

  1. Stante la ritenuta inammissibilità del ricorso, non è possibile prendere atto della prescrizione del reato contestato all’imputata (sopravvenuta il 16/12/2011, in data posteriore alla sentenza di appello): per pacifica giurisprudenza di questa Corte un ricorso per cassazione inammissibile, vuoi per manifesta infondatezza dei motivi vuoi per altra ragione, “non consente il formarsi di un valido rapporto di impugnazione e preclude, pertanto, la possibilità di rilevare e dichiarare le cause di non punibilità a norma dell’art. 129 c.p.p.” (Cass., Sez. U, n. 32 del 22/11/2000, De Luca, Rv 217266, relativa appunto ad una fattispecie in cui la prescrizione del reato era maturata successivamente alla sentenza impugnata con il ricorso; v. anche, negli stessi termini, Cass., Sez. 4^, n. 18641 del 20/01/2004, Tricomi).
  2. Ai sensi dell’art. 616 c.p.p., segue la condanna della S. al pagamento delle spese del procedimento, nonchè – ravvisandosi profili di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità, in quanto riconducibile alla volontà della ricorrente (v. Corte Cost., sent. n. 186 del 13/06/2000) – al versamento in favore della Cassa delle Ammende della somma di Euro 1.000,00, così equitativamente stabilita in ragione dei motivi dedotti.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 1.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.

Così deciso in Roma, il 21 maggio 2013.

Depositato in Cancelleria il 20 novembre 2013

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Avvocato Sergio Armaroli

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