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ABA1SCRITTA 

 

 

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      • L’integrazione del reato di bancarotta fraudolenta documentale di cui alla seconda ipotesi dell’art. 216, comma primo n. 2, L. fall., infatti, richiede il dolo generico, ossia la consapevolezza che la confusa tenuta della contabilità renderà o potrà rendere impossibile la ricostruzione delle vicende del patrimonio, in quanto la locuzione “in guisa da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari “connota la condotta e non la volontà dell’agente, sicché è da escludere che essa configuri il dolo specifico (Sez. 5, Sentenza n. 21872 del 25/03/2010 Ud. (dep. 08/06/2010) Rv. 247444; conformi: N. 31356 del 2001 Rv. 220167, N. 21075 del 2004 Rv. 229321, N. 46972 del 2004 Rv. 230482, N. 24328 del 2005 Rv. 232209, N. 6769 del 2006 Rv. 233997, N. 26807 del 2006 Rv. 235006, N. 1137 del 2009 Rv. 242550).

      • Nel caso di specie, tali principi sono sufficienti a definire le questioni poste al giudice dell’appello e riproposte, in analoghi termini, a questo giudice della legittimità. Ed infatti, si legge nella sentenza impugnata che la parte di contabilità regolarmente tenuta dall’imputato è stata soltanto quella dei registri Iva per gli acquisti e le vendite, relativamente agli anni 1997 e 1998 e quella costituita dalla dichiarazione dei redditi.

      • Tuttavia, essendo lo stato di insolvenza iniziato a partire dal 1992-1993, la mancanza, a partire da tali annualità, del libro giornale e, secondo quanto attestato in sentenza, la non presenza, per le stesse annualità, dei registri Iva (presenti invece soltanto “per le annualità successive” al 1996, vedi pagina 8) giustifica ampiamente, sul piano della completezza e della razionalità della motivazione, l’affermazione del giudice del merito secondo cui il curatore non è stato in grado di ricostruire il movimento degli affari con la necessaria precisione e tale caratteristica delle scritture tenute era evidentemente nota all’imputato con la conseguenza della integrazione dell’elemento soggettivo del reato.
      • Viceversa, diversamente da quanto sostenuto dal ricorrente, è del tutto irrilevante che l’imputato possa avere agito senza la finalità di recare pregiudizio ai creditori, dovendosi osservare che tale scopo integrerebbe una forma di dolo specifico, il quale, tuttavia, è circoscritto, dall’articolo 216, comma 1 n. 2 prima parte, della legge fallimentare, alla sola ipotesi in cui le scritture siano state sottratte, distrutte o falsificate: con esclusione dunque della ipotesi, ricorrente nel caso di specie, di tenuta irregolare delle medesime. Per converso, la suddetta affermazione dei giudici del merito non risulta neppure specificamente censurata dal difensore del ricorrente il quale allega del tutto genericamente, la presenza dei registri Iva per gli anni sopraindicati, senza invece indicare in quali termini e per quali concrete ragioni, la corretta tenuta dei registri Iva avrebbe potuto tenere luogo, ai fini ricostruttivi della contabilità, delle annotazioni, con partita doppia, che avrebbero dovuto costituire il contenuto del libro giornale.
      • Manifestamente infondato il terzo motivo di ricorso, atteso che la circostanza aggravante dell’articolo 219 legge fallimentare ha trovato operatività anche soltanto in ragione della ritenuta concorrenza fra il fatto-reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale e quello di bancarotta fraudolenta documentale, entrambi ascritti all’imputato.
      • È poi da respingere il quarto motivo di ricorso.
      • Non si apprezza alcuna violazione del principio di correlazione fra accusa e sentenza. È stata, infatti, contestata, nel capo di imputazione, la distrazione in relazione alla avvenuta cessione, alla società Refim, di macchinari, di un ramo d’azienda e, infine, della materiale disponibilità di un capannone, senza che, tale cessione, abbia comportato un corrispondente ed effettivo introito di somme, a titolo di corrispettivo, nelle casse della società. Si tratta, all’evidenza, di una contestazione che conteneva la duplice prospettiva di una distrazione avente ad oggetto beni ceduti con vendita simulata- come poi affermato dai giudici a pagina sette della sentenza impugnata- ovvero, nel caso fosse emersa una vendita non simulata, del corrispettivo delle cessioni medesime.
      • I giudici, come detto, hanno accreditato la prima delle possibili ricostruzioni, contenuta nel capo d’imputazione, con la conseguenza della manifesta insussistenza della violazione di cui all’articolo 522 cpp.
      • Quanto alla motivazione esibita a sostegno della affermata responsabilità per tale fatto-reato, il giudice a quo ha fatto applicazione del principio, condiviso dalla costante giurisprudenza secondo, in materia di bancarotta fraudolenta patrimoniale, la presunzione di distrazione del bene può essere fondata sul rilievo che, in epoca anteriore e prossima al fallimento, la società avesse avuto il possesso di determinati beni, non rinvenuti all’atto della redazione dell’inventario. Viceversa, è l’imprenditore ad essere gravato, in presenza delle suddette condizioni, dell’onere di provare la concreta destinazione data ai beni, in conformità con gli interessi della società.

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E’, tuttavia, la premessa giuridica di tale ragionamento a non potere essere condivisa, anche e soprattutto alla luce della più recente giurisprudenza delle Sezioni unite di questa Corte.

La possibilità di far rifluire la pluralità dei fatti di bancarotta in una unica fattispecie capace di modulare, con cumulo giuridico, il computo della relativa pena (tale essendo l’effetto pratico dell’art. 219 cit.), non fa venire meno la natura giuridica degli istituti che vengono ad essere applicati e che, nella specie, sono costituiti essenzialmente dalla continuazione fra reati.

Hanno osservato infatti le Sezioni unite nella recente sentenza del 2011 (Sez. U, n. 21039 del 27/01/2011 (dep. 26/05/2011) Rv. 249666 e seg., Imp. P.M. in proc. Loy).

  1. a) che la disciplina speciale sul concorso di reati prevista dalla L. Fall., art. 219, comma 2, n. 1, si applica sia nel caso di reiterazione di fatti riconducibili alla medesima ipotesi di bancarotta, che in quello di commissione di più fatti tra quelli previsti dagli artt. 216 e 217 della stessa legge (Rv. 249667): circostanza questa non messa in dubbio neppure nella sentenza impugnata;
  2. b) che, nel caso di consumazione di una pluralità di condotte tipiche di bancarotta nell’ambito del medesimo fallimento, le stesse mantengono la propria autonomia ontologica, dando luogo ad un concorso di reati, unificati, ai soli fini sanzionatori, nel cumulo giuridico previsto dalla L. Fall., art. 219, comma 2, n. 1, disposizione che pertanto non prevede, sotto il profilo strutturale, una circostanza aggravante, ma detta per i reati fallimentari una peculiare disciplina della continuazione derogatoria di quella ordinaria di cui all’art. 81 c.p..

Posto dunque che due ipotesi di reato erano state espunte a vario titolo dal novero di quelle il cui numero e gravità erano stati i presupposti per la valutazione del relativo trattamento sanzionatorio, espresso anche mediante il bilanciamento con le attenuanti, non è chi non veda come il giudice dell’appello avrebbe dovuto quantomeno congruamente motivare, con argomenti convincenti sul piano logico, la ragione per la quale la sopradetta decisione liberatoria non potesse valere a modificare in melius, almeno il bilanciamento in termini di equivalenza, formulato in precedenza con riferimento alle attenuanti concesse.

Gli ulteriori nove motivi di ricorso sono stati invece formulati rasentando la soglia della inammissibilità.

Occorre innanzitutto sgomberare il campo dalla principale censura mossa alla sentenza impugnata che, secondo l’assunto dei ricorrenti, si sarebbe limitata ad una acritica ricezione degli argomenti del primo giudice.

Già il rilievo della parziale riforma delle condanne inflitte in primo grado da la misura della manifesta infondatezza e comunque della genericità della doglianza dei ricorrenti.

In più è da porre in evidenza che il nucleo fondante della intera decisione impugnata è quello dell’avere i B. realizzato il depauperamento delle risorse patrimoniali di una società già in evidente affanno, cedendo, con appositi contratti e clausole, ad altre persone giuridiche comunque controllate dagli stessi imputati, i beni materiali e immateriali della società Ellisse, in assenza di corrispettivo, lasciando a questa soltanto un immobile dal valore degradato anche per effetto dei vincoli su di esso creati ed un passivo notevolmente superiore (circa del triplo) al detto attivo.

Ebbene, la giurisprudenza di questa Corte è univoca nel ritenere che un contratto di locazione stipulato per finalità estranee all’azienda può integrare gli estremi della bancarotta per distrazione, quando venga stipulato in previsione del fallimento ed allo scopo di trasferire la disponibilità di tutti o dei principali beni aziendali ad altro soggetto giuridico. Un tale contratto, infatti, lascia l’impresa dissestata nell’impossibilità di esercitare qualsiasi attività economica e poichè produce effetti anche dopo il fallimento del locatore (L. Fall., art. 80), ostacola gli organi del fallimento nella liquidazione dell’attivo (rendendo difficile la collocazione sul mercato di beni non immediatamente disponibili) e danneggia i creditori concorsuali (determinando una drastica diminuzione del valore di mercato dei beni locati) (Rv.196456).

A maggior ragione costituisce distrazione l’affitto di un bene o di un ramo della azienda senza corrispettivo posto che in tema di bancarotta fraudolenta, integra l’ipotesi della distrazione il trasferimento di capitali ed attività da una società ad un’altra, senza adeguata contropartita, con il conseguente depauperamento patrimoniale, che si risolve in un danno per la massa dei creditori (Rv. 203528).

Ebbene, è in ordine a tale nocciolo della motivazione che la difesa nulla obietta nel ricorso cosi finendo per rappresentare critiche o pretesi travisamenti della prova inammissibili perchè non decisivi.

Si ricorda in vero anche nella seconda memoria difensiva che il vizio di travisamento della prova – desumibile dal testo del provvedimento impugnato o da altri atti del processo purchè specificamente indicati dal ricorrente – è ravvisabile quando l’errore sia idoneo a disarticolare l’intero ragionamento probatorio, rendendo illogica la motivazione per la essenziale forza dimostrativa del dato processuale/probatorio, fermi restando il limite del ‘devolutum’ in caso di cosiddetto ‘doppia conforme’ e l’intangibilità della valutazione nel merito del risultato probatorio (Rv. 237207).

Ciò posto, e pur dando atto del rispetto nel caso di specie dei principi devolutivi, emerge in modo evidente che i vizi di motivazione allegati dai ricorrenti non incidono sull’apparato argomentativo sopra enucleato e necessario e sufficiente per sostanziare la condanna.

 

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