L’insegnamento della Corte (Sez. 1, n. 8618 del 12/02/1996, Adamo, Rv. 205754), ai fini della configurabilità del reato di cui all’art. 572 cod. pen. la materialità del fatto deve consistere in una condotta abituale che si estrinsechi con più atti che determinano sofferenze fisiche o morali, realizzati in momenti successivi, collegati da un nesso di abitualità ed avvinti nel loro svolgimento da un’unica intenzione criminosa di ledere l’integrità fisica o morale del soggetto passivo infliggendogli abitualmente tali sofferenze.

 

 AVVOCATO PENALISTA :STALKING  CASALECCHIO DI RENO, SAN LAZZARO DI SAVENA ,VALSAMOGGIA, CASTEL SAN PIETRO TERME, SAN GIOVANNI IN PERSICETO ,BUDRIO PIANORO MEDICINA  penale bologna foto

AVVOCATO PENALISTA :STALKING CASALECCHIO DI RENO, SAN LAZZARO DI SAVENA ,VALSAMOGGIA, CASTEL SAN PIETRO TERME, SAN GIOVANNI IN PERSICETO ,BUDRIO PIANORO MEDICINA

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA ANALISI DEL REATO  

L’insegnamento della Corte (Sez. 1, n. 8618 del 12/02/1996, Adamo, Rv. 205754), ai fini della configurabilità del reato di cui all’art. 572 cod. pen. la materialità del fatto deve consistere in una condotta abituale che si estrinsechi con più atti che determinano sofferenze fisiche o morali, realizzati in momenti successivi, collegati da un nesso di abitualità ed avvinti nel loro svolgimento da un’unica intenzione criminosa di ledere l’integrità fisica o morale del soggetto passivo infliggendogli abitualmente tali sofferenze.

Per ritenere raggiunta la prova dell’elemento materiale del reato di maltrattamenti non possono essere presi in considerazione singoli e sporadici episodi di percosse o lesioni, poiché il reato in esame costituisce ipotesi di reato necessariamente abituale, che si caratterizza per la sussistenza di una serie di fatti, per lo più commissivi, ma anche omissivi, i quali, isolatamente considerati, potrebbero anche essere non punibili (condotte di umiliazione generica o anche di indifferenza verso le esigenze del congiunto etc.), ovvero non perseguibili (ingiurie, percosse o minacce lievi, procedibili solo a querela), e che acquistano rilevanza penale per effetto della loro reiterazione nel tempo, non è, viceversa, condivisibile la tesi sostenuta in ricorso secondo la quale la circoscrizione temporale delle condotte, limitata ai pochi mesi nei quali si è realizzata la convivenza tra l’imputato e la persona offesa (cioè dal mese di ottobre 2008 al mese di marzo 2009), farebbe venire meno di per sé il requisito dell’abitualità.

 

 

Ciò che è necessario, per la configurabilità del reato, è, invece, che tali fatti siano la componente di una più ampia ed unitaria condotta abituale, idonea ad imporre un regime di vita vessatorio, mortificante ed insostenibile alla persona offesa (Sez. 6, n. 37019 del 27/05/2003, Caruso, Rv. 226794) e, cioè, di una serie di atti lesivi di diritti fondamentali della persona, inquadrabili all’interno di una cornice unitaria caratterizzata dall’imposizione al soggetto passivo di un regime di vita oggettivamente vessatorio ed umiliante (Sez. 6, n. 45037 del 02/12/2010, Dibra, Rv. 249036).

Ciò che è necessario, per la configurabilità del reato, è, invece, che tali fatti siano la componente di una più ampia ed unitaria condotta abituale, idonea ad imporre un regime di vita vessatorio, mortificante ed insostenibile alla persona offesa (Sez. 6, n. 37019 del 27/05/2003, Caruso, Rv. 226794) e, cioè, di una serie di atti lesivi di diritti fondamentali della persona, inquadrabili all’interno di una cornice unitaria caratterizzata dall’imposizione al soggetto passivo di un regime di vita oggettivamente vessatorio ed umiliante (Sez. 6, n. 45037 del 02/12/2010, Dibra, Rv. 249036). Ne consegue che, se la serialità ed abitualità del comportamento postula un apprezzamento del dato temporale che sia ampio e prolungato, non ne deriva affatto che tale ampiezza sia da escludere in presenza di una condotta protrattasi solo per pochi mesi, dovendo, in ogni caso, aversi riguardo alla reiterazione di comportamenti nei quali si è espressa l’aggressività e la violenza, verbale e soprattutto fisica: quando, in altre parole la condotta sopraffattrice dell’agente, sia idonea, per la sua ripetitività e ricorrenza, a causare sofferenza, fisica e morale creando nei soggetti conviventi uno stato di timore e soggezione continuo, incompatibile con normali condizioni di esistenza, anche in un contesto di conflittualità o di degrado dei rapporti personali e familiari. Volontà di sopraffazione che la Corte di merito ha escluso che potesse venire meno, anche con riguardo all’elemento psicologico, in ragione dello stato di ubriachezza nel quale il C. versava al momento dei fatti, dando atto che l’assillo, le minacce, le aggressioni consumate in danno della persona offesa si connotavano come un vero e proprio sistema di vita quotidiano e, talvolta, ripetuto anche nello stesso giorno (v. pag. 5 della sentenza impugnata). È, dunque, la reiterazione di comportamenti aggressivi tenuti dall’imputato, motivati anche da ragioni banali ed eletta a codice di comunicazione con la compagna, nella quale provocava uno stato di afflizione e sofferenza, ad assurgere ad elemento abituale, in una alla gratuità delle aggressioni fisiche e verbali che le imponeva, anche in condizioni di ubriachezza che non esclude, e diminuisce, l’imputabilità e neppure il dolo.

 

 

 

rapporti fra il reato di maltrattamenti in famiglia e quello di atti persecutori (art. 612-bis, cod. pen.),

rapporti fra il reato di maltrattamenti in famiglia e quello di atti persecutori (art. 612-bis, cod. pen.), salvo il rispetto della clausola di sussidiarietà prevista dall’art. 612-bis, comma primo, cod. pen. – che rende applicabile il più grave reato di maltrattamenti quando la condotta valga ad integrare gli elementi tipici della relativa fattispecie – è invece configurabile l’ipotesi aggravata del reato di atti persecutori (prevista dall’art. 612-bis, comma secondo, cod. pen.) in presenza di comportamenti che, sorti nell’ambito di una comunità familiare (o a questa assimilata), ovvero determinati dalla sua esistenza e sviluppo, esulino dalla fattispecie dei maltrattamenti per la sopravvenuta cessazione del vincolo familiare ed affettivo o comunque della sua attualità temporale (Sez. 6, n. 24575 del 24/11/2011, Frasca, Rv. 252906). È stato chiarito che l’oggettività giuridica delle due fattispecie di cui agli (artt. 572 e 612 bis c.p.) è diversa e diversi sono i soggetti attivi e passivi delle due condotte illecite, ancorché le condotte materiali dei reati appaiano omologabili per modalità esecutive e per tipologia lesiva.

Il reato di maltrattamenti è un reato contro la famiglia (per la precisione contro l’assistenza familiare) e il suo oggetto giuridico è costituito dai congiunti interessi dello Stato alla tutela della famiglia da comportamenti

Riguardo al reato di maltrattamenti è un reato contro la famiglia (per la precisione contro l’assistenza familiare) e il suo oggetto giuridico è costituito dai congiunti interessi dello Stato alla tutela della famiglia da comportamenti; vessatori e violenti e dell’interesse delle persone facenti parte della famiglia alla difesa della propria incolumità fisica e psichica. La latitudine applicativa della fattispecie è determinata dall’estensione di rapporti basati sui vincoli familiari, intendendosi per famiglia ogni gruppo di persone tra le quali, per strette relazioni e consuetudini di vita, si siano instaurati rapporti di assistenza e solidarietà reciproche, senza la necessità (pur ricorrente in tal genere di consorzi umani) della convivenza o di una stabile coabitazione.

Al di là della lettera della norma incriminatrice (“chiunque”) il reato di maltrattamenti familiari è un reato proprio, potendo essere commesso soltanto da chi ricopra un “ruolo” nel contesto della famiglia (coniuge, genitore, figlio) o una posizione di “autorità” o peculiare “affidamento” nelle aggregazioni comunitarie assimilate alla famiglia dall’art. 572 c.p. (organismi di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, professione o arte). Specularmente il reato può essere commesso soltanto in pregiudizio di un soggetto che faccia parte di tali aggregazioni familiari o assimilate. Il reato di atti persecutori è un reato contro la persona e in particolare contro la libertà morale, che può essere commesso da chiunque con atti di minaccia o molestia “reiterati” (reato abituale) e che non presuppone l’esistenza di interrelazioni soggettive specifiche. Il rapporto tra tale reato e il reato di maltrattamenti è regolato dalla clausola di sussidiarietà prevista dall’art. 612 bis c.p., comma I (“salvo che il fatto costituisca più grave reato”), che rende applicabile – nelle condizioni date prima descritte – il reato di maltrattamenti, più grave per pena edittale rispetto a quello di atti persecutori nella sua forma generale di cui all’art. 612 bis c.p., comma 1.

Soltanto la forma aggravata del reato prevista dall’art. 612 bis c.p., comma 2, recupera ambiti referenziali latamente legati alla comunità della famiglia (in senso stretto e suo proprio, con esclusione delle altre comunità assimilate ex art. 572 c.p., comma 1) e che ne costituiscono – se così può dirsi – postume proiezioni temporali, allorché il soggetto attivo (in questa forma aggravata il reato acquista natura di reato proprio) sia il coniuge legalmente separato o divorziato o un soggetto che sia stato legato da relazione affettiva alla persona offesa (cioè da una aggregazione in sostanza surrogatoria della famiglia strictosensu).

Sotto questo profilo, ferma l’eventualità ben possibile di un concorso apparente di norme che renda applicabili (concorrenti) entrambi i reati di maltrattamenti e di atti persecutori, il reato di cui all’art. 612 bis c.p. diviene idoneo a sanzionare con effetti diacronici comportamenti che, sorti in seno alla comunità familiare (o assimilata) ovvero determinati dalla sua esistenza e sviluppo, esulerebbero dalla fattispecie dei maltrattamenti per la sopravvenuta cessazione del vincolo o sodalizio familiare e affettivo o comunque della sua attualità e continuità temporale. Ciò che può valere, in particolare (se non unicamente), in caso di divorzio o di “relazione affettiva” definitivamente cessata, giacché anche in caso di separazione legale (oltre che di fatto) questa S.C. ha affermato la ravvisabilità del reato di maltrattamenti, al venir meno degli obblighi di convivenza e fedeltà non corrispondendo il venir meno anche dei doveri di reciproco rispetto e di assistenza morale e materiale tra i coniugi (cfr.: Cass. Sez. 5, 1.2.1999 n. 3570, Valente, rv. 213515; Cass. Sez. 6,27.6.2008 n. 26571, rv. 241253) (conforme Sez. 6, n. 30704 del 19/05/2016, D’A., Rv. 267942).