REATO STALKING-ELEMENTI STALKING-CONDOTTA STALKING-ANSIA STALKING-AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA

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In genere, quel che contraddistingue le molestie assillanti è un’ossessione dinamica, in continua crescita, alimentata dalla continua esigenza dello stalker di soddisfare le proprie emozioni, i propri impulsi e desideri con stimoli crescenti, sempre nuovi, volti al proprio appagamento: ecco che in un arco temporale variabile comportamenti che in genere sarebbero assolutamente innocui potrebbero trasformarsi sino a degenerare, manifestandosi in concreto particolarmente aggressivi e violenti.

Qualunque sia la sua modalità di esternazione, è essenziale che il contegno dell’agente cagioni nella vittima “un grave disagio psichico” ovvero determini “un giustificato timore per la sicurezza personale propria o di una persona vicina” o, comunque, pregiudichi “in maniera rilevante il suo modo di vivere”: in altri termini cioè, affinché la condotta persecutoria sia penalmente rilevante, è necessario che gli atti reiterati dello stalker abbiano un effetto destabilizzante della serenità e dell’equilibrio psicologico della vittima.

 

Si sono sviluppati molti studi sul fenomeno dello stalking che hanno distinto due categorie attraverso le quali lo stesso si può attuare:

  1. comunicazioni intrusive e persecutorie che si attuano con l’ausilio di strumenti come telefono, lettere, sms , e-mail

  2. contatti che possono essere attuati sia attraverso comportamenti di controllo (pedinamento) sia mediante il confronto diretto (visite sotto casa o sul posto di lavoro)

studi legali diritto penale bologna, lo studio dell’avvocato Sergio Armaroli patrocinante in cassazione tratta diritto penale a Bologna e in tutta Italia. studi legali diritto penale bologna Assiste clienti nella difesa penale sia come imputati che parti lese, in odo particolare spiegando attentamente al cliente la miglior difesa e strategia difensiva per a soluzione del suo caso . Affidati con fiducia a un avvocato penalista esperto, chima e nanalizzeremo il tuo caso ▼Difesa nel processo penale studi legali diritto penale difesa penale Bologna in ogni stato e grado del procedimento compreso il ricorso per cassazione e ricorsi alla Corte europea diritti dell’uomo ▼Difesa nel processo penale-minorile studi legali diritto penale ▼Arresto-processo per direttissima studi legali diritto penale ▼Misure cautelari studi legali diritto penale ▼Misure alternative alla detenzione detenzione domiciliare istanze studi legali diritto penale ▼Indagini difensive studi legali diritto penale ▼Denunce-Querele –remissione di querela studi legali diritto penale ▼ OPPOSIZIONE DECRETO PENALE CONDANNA ▼RITO ABBREVIATO ▼PARERI IN MATERIA PENALE BOLOGNA E PROCESSUALE PENALE

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 STALKING BOLOGNA REATO

STALKING RAVENNA REATO

STALKING MODENA REATO

STALKING LUCCA REATO

AFOTOGRAFICA1 

 

. L’orientamento assolutamente costante della giurisprudenza è nel senso che l’effetto destabilizzante deve essere in qualche modo oggettivamente rilevabile (Cass. 14 aprile 2012, n. 14391). Nel caso di specie la prova è correttamente ancorata ad elementi sintomatici di tale turbamento psicologico, ricavati dalle dichiarazioni della stessa vittima del reato, da quelle dei testi escussi e dai comportamenti conseguenti alla condotta posta in essere dall’agente. In particolare, sono state valorizzate le dichiarazioni della persona offesa che ha riferito che a causa dei comportamenti dell’imputato, rappresentati da minacce e molestie e in conseguenza degli appostamenti presso la nuova residenza, era stata costretta a rivolgersi ad uno psicologo e ad assumere antidepressivi e sonniferi e, da ultimo, era stata vittima di attacchi di panico. Circostanze queste confermate dal marito della donna e dal medico di base.

 

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SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE V PENALE

Sentenza 16 dicembre 2015, n. 49613

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VESSICHELLI Maria – Presidente –

Dott. PEZZULLO Rosa – Consigliere –

Dott. MICHELI Paolo – Consigliere –

Dott. DE MARZO Giuseppe – Consigliere –

Dott. POSITANO Gabriele – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

B.C. N. IL (OMISSIS);

avverso la sentenza n. 2073/2013 CORTE APPELLO di VENEZIA, del 25/03/2014;

visti gli atti, la sentenza e il ricorso;

udita in PUBBLICA UDIENZA del 24/04/2015 la relazione fatta dal Consigliere Dott. GABRIELE POSITANO;

Il Procuratore generale della Corte di Cassazione, Dott. Ciro Angelillis, conclude chiedendo il rigetto del ricorso;

Per la parte civile è presente l’Avvocato D’Addabbo, la quale conclude chiedendo rigettarsi il ricorso. Deposita nota spese.

Svolgimento del processo

1. B.C. propone personalmente ricorso per cassazione contro la sentenza pronunciata dalla Corte d’Appello di Venezia, in data 25 marzo 2014, che, in parziale riforma della decisione emessa dal Tribunale di Padova, in data 24 gennaio 2013, rideterminava la pena nei confronti dell’imputato, riconoscendo le circostanze attenuanti generiche equivalenti alla recidiva, confermando l’affermazione di responsabilità del B. per il reato di cui all’art. 612 bis c.p, per avere reiteratamente molestato G. M., in modo da provocare nella medesima un perdurante stato di ansia e di paura ed uno stato di stress prolungato con conseguente assunzione di farmaci antidepressivi, così da costringere la persona offesa a modificare le proprie abitudini di vita, cambiando abitazione, modificando i percorsi stradali per raggiungere il lavoro e facendosi accompagnare da terze persone.

2. Il ricorso viene articolato in cinque motivi, lamentando la difesa:

– violazione di legge in relazione all’art. 552 c.p.p. , per indeterminatezza, sotto l’aspetto temporale, del capo d’imputazione;

– mancata assunzione, ai sensi dell’art. 606 c.p.p. , lett. d), di una prova decisiva consistente nella perizia psichiatrica nei confronti dell’imputato richiesta in sede di appello;

– vizio di motivazione nella parte in cui la Corte territoriale disattende la richiesta di perizia psichiatrica formulata dal difensore in sede di appello;

– carenza di motivazione sulla perdurante sussistenza del grave stato d’ansia in capo alla persona offesa;

– vizio di motivazione in ordine alla commisurazione della pena.

Motivi della decisione

La sentenza impugnata non merita censura.

1. Con il primo motivo il difensore lamenta violazione di legge in relazione all’art. 552 c.p.p. per indeterminatezza, sotto l’aspetto temporale, del capo d’imputazione, rilevando che il termine “epoca” non consente di precisare il dies a quo dal quale computare l’inizio della condotta illecita.

2. Il motivo è inammissibile poichè ripetitivo delle doglianze di appello e perchè non si confronta con la puntuale motivazione contenuta nella sentenza di secondo grado nella quale, con argomentazione giuridicamente corretta, è evidenziato che, ai fini della rituale contestazione del delitto di “stalking” – che ha natura di reato abituale – non si richiede che il capo di imputazione rechi la precisa indicazione del luogo e della data di ogni singolo episodio nel quale si sia concretato il compimento di atti persecutori, essendo sufficiente a consentire un’adeguata difesa la descrizione in sequenza dei comportamenti tenuti, la loro collocazione temporale di massima e gli effetti derivatine alla persona offesa (Sez. 5, Sentenza n. 7544 del 25/10/2012 Rv. 255016).

3. La Corte ha ragionevolmente precisato che, in considerazione della natura della contestazione, la data deve individuarsi in un momento successivo all’introduzione della fattispecie contestata e, dunque, a partire dal mese di febbraio dell’anno 2009.

4. Con il secondo motivo la difesa deduce la mancata assunzione, ai sensi dell’art. 606 c.p.p. , lett. d), di una prova decisiva, rappresentata dalla perizia psichiatrica nei confronti dell’imputato, richiesta in sede di appello e tesa ad accertare la capacità di intendere e di volere.

5. Con il terzo motivo il difensore lamenta vizio di motivazione nella parte in cui la Corte territoriale disattende la richiesta di perizia psichiatrica formulata dal difensore in sede di appello.

6. I motivi possono essere trattati congiuntamente attenendo alla medesima questione. La difesa fa presente di avere documentato l’accertamento espletato dalla Commissione medica di Padova, relativo al riconoscimento di una invalidità civile pari all’80%, nonchè la consulenza tecnica del 15 settembre 1999 depositata nell’ambito del procedimento per separazione giudiziale, aggiungendo che l’imputato, nell’anno 2014 era stato sottoposto ad una perizia psichiatrica volta ad accertare la capacità di intendere e di volere nell’ambito di un procedimento penale relativo al reato di atti persecutori. Inoltre, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte territoriale, dalla documentazione sanitaria emergeva un verbale di accertamento da parte dell’Inps, risalente all’anno 2012, attestante un disturbo di personalità paranoidea e morbo di Crohn. Dall’insieme di tali elementi non sarebbe possibile sostenere, come ritenuto la Corte territoriale, che i dati sanitari più recenti non riguardano problemi legati a patologie psichiatriche.

7. Preliminarmente va rilevato che la Corte territoriale sul punto ha opportunamente evidenziato che la richiesta era stata formulata, non nell’atto di appello, ma solo in sede di discussione davanti alla Corte e che la stessa difesa, nell’atto di appello, aveva escluso che i disturbi di cui soffriva l’imputato fossero idonei ad incidere sulla sua capacità d’intendere e di volere. I giudici di merito hanno esaminato la documentazione richiamata dalla difesa, rappresentata dagli atti depositati all’udienza del 13 marzo 2014 relativi al verbale redatto dalla ASL in occasione della visita del 23 gennaio 2006 attestante una personalità paranoide, dal giudizio definitivo dell’INPS che ha accertato una invalidità civile permanente nella misura dell’80% con diagnosi di Disturbo della personalità paranoidea, morbo di Crohn e rinvio a pregresse e generiche turbe psichiche.

8. Contrariamente a quanto sostenuto dal ricorrente, con motivazione assolutamente congruente, la Corte territoriale ha osservato che era rimasto immutato nel tempo lo stile di vita, libero da impegni familiari e sociali, che aveva impedito alla personalità paranoide di scompensarsi in senso francamente psicotico, consentendo di escludere che la capacità di intendere e di volere fosse anche solo scemata.

9. Con il quarto motivo la difesa deduce carenza di motivazione sulla perdurante sussistenza del grave stato d’ansia in capo alla persona offesa. Secondo il difensore per ritenere provato l’evento del delitto in questione non sarebbero sufficienti le dichiarazioni della persona offesa e i riscontri costituiti dalle dichiarazioni del marito e dei medici che l’avevano in cura, essendo necessario un riscontro esterno oggettivo, costituito da un accertamento medico.

10. La censura è manifestamente infondata poichè la sussistenza del grave e perdurante stato di turbamento emotivo prescinde dall’accertamento di uno stato patologico conclamato, essendo sufficiente che gli atti persecutori abbiano un effetto destabilizzante della serenità dell’equilibrio psicologico della vittima, per cui assumono rilevanza tanto le dichiarazioni della persona offesa, quanto le sue condotte, conseguenti e successive all’operato dell’agente. L’orientamento assolutamente costante della giurisprudenza è nel senso che l’effetto destabilizzante deve essere in qualche modo oggettivamente rilevabile (Cass. 14 aprile 2012, n. 14391). Nel caso di specie la prova è correttamente ancorata ad elementi sintomatici di tale turbamento psicologico, ricavati dalle dichiarazioni della stessa vittima del reato, da quelle dei testi escussi e dai comportamenti conseguenti alla condotta posta in essere dall’agente. In particolare, sono state valorizzate le dichiarazioni della persona offesa che ha riferito che a causa dei comportamenti dell’imputato, rappresentati da minacce e molestie e in conseguenza degli appostamenti presso la nuova residenza, era stata costretta a rivolgersi ad uno psicologo e ad assumere antidepressivi e sonniferi e, da ultimo, era stata vittima di attacchi di panico. Circostanze queste confermate dal marito della donna e dal medico di base.

Quest’ultimo ha riferito di essersi occupato della paziente perchè stressata per la persecuzione operata da una persona che viveva nel suo stabile.

Il professionista ha ricordato che la stessa presentava, per questo fatto, uno stato di stress, manifestando sintomi di una sindrome ansiosa depressiva, che le impediva di dormire e di riposare.

11. Con l’ultimo motivo il difensore deduce vizio di motivazione in ordine alla commisurazione della pena, rideterminata in anni 1 e mesi 6 di reclusione, successivamente ridotta per il rito abbreviato, nella pena finale di anni 1 di reclusione. Sotto tale profilo sarebbe insufficiente il riferimento generico ai criteri previsti dall’articolo 133 del codice penale , senza l’indicazione degli elementi giustificativi che avevano fatto ritenere alla Corte territoriale di dover applicare una pena base così distante dal minimo edittale, previsto dalla legge nella misura di mesi 6 di reclusione.

12. La censura è infondata poichè la Corte nel determinare la pena, dopo avere bilanciato la recidiva con il riconoscimento delle attenuanti generiche equivalenti, ha espressamente fatto riferimento alla gravità dei fatti contestati, sottolineando il periodo di tempo per il quale la condotta si è protratta, in relazione al danno cagionato alla persona offesa.

13. Alla pronuncia di rigetto consegue ex art. 516 c.p.p. , la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali. Del pari, il ricorrente va condannato alla rifusione delle spese sostenute dalla parte civile nel giudizio di legittimità, che, in relazione all’attività svolta, vengono liquidate nella misura indicata in dispositivo, oltre accessori di legge.

14. Considerata la peculiarità della fattispecie, riguardante reati commessi in ambito familiare, la Corte ritiene – ai sensi del D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196, art. 52, – di disporre l’omissione, in caso di diffusione del presente provvedimento, dell’indicazione delle generalità e degli altri dati identificativi delle parti del processo. Alla pronuncia di rigetto consegue ex art. 616 c.p.p. , la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente ai pagamento delle spese processuali, nonchè alla rifusione delle spese sostenute nel grado dalla parte civile, liquidate in complessive Euro 2000, oltre accessori come per legge.

In caso di diffusione del presente provvedimento, omettere le generalità e gli altri dati identificativi delle parti del processo a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52, in quanto disposto d’ufficio.

Così deciso in Roma, il 24 aprile 2015.

Depositato in Cancelleria il 16 dicembre 2015

 

 

 

Come si evince già dalla chiara lettera normativa, “il delitto di atti persecutori, cosiddetto stalking, ( art. 612-bis cod. pen. ) è un reato che prevede eventi alternativi, la realizzazione di ciascuno dei quali è idonea ad integrarlo; pertanto, ai fini della sua configurazione non è essenziale il mutamento delle abitudini di vita della persona offesa, essendo sufficiente che la condotta incriminata abbia indotto nella vittima uno stato di ansia e di timore per la propria incolumità” (Cass., Sez. 5, n. 29872 del 19/05/2011, L. Rv 250399). Per poter intendere realizzato il suddetto stato di ansia e timore, tuttavia, la giurisprudenza di questa Corte ha già chiarito che “non si richiede l’accertamento di uno stato patologico, ma è sufficiente che gli atti ritenuti persecutori … abbiano un effetto destabilizzante della serenità e dell’equilibrio psicologico della vittima, considerato che la fattispecie incriminatrice di cui all’art. 612-bis cod. pen. non costituisce una duplicazione del reato di lesioni (art. 582 cod. pen. ), il cui evento è configurabile sia come malattia fisica che come malattia mentale e psicologica” (Cass., Sez. 5, n. 16864 del 10/01/2011, C., Rv. 250158).

Anche la Corte Costituzionale, nella pronuncia richiamata dal ricorrente, non si riferisce mai alla necessità di inquadrare in effettive categorie nosologiche gli eventi che afferiscono alla sfera emotiva del soggetto passivo, richiedendo la necessità di una “accurata osservazione di segni e indizi comportamentali, desumibili dal confronto tra la situazione pregressa e quella conseguente alle condotte dell’agente, che denotino una apprezzabile destabilizzazione della serenità e dell’equilibrio psicologico della vittima”:

principi che, come appare evidente, costituiscono la conferma dell’elaborazione giurisprudenziale operata in sede di legittimità.

Nè può ritenersi che, nel caso di specie, manchi la “accurata osservazione” sopra evidenziata: tale aspetto riguarda il tema della prova del reato, e certamente può desumersi dalle stesse dichiarazioni della persona offesa (in ragione del grado di attendibilità che le si riconosca), come pure dalle stesse modalità della condotta posta in essere dall’autore. Infatti, si è già affermato che “in tema di atti persecutori, la prova dell’evento del delitto, in riferimento alla causazione nella persona offesa di un grave e perdurante stato di ansia o di paura, deve essere ancorata ad elementi sintomatici di tale turbamento psicologico ricavabili dalle dichiarazioni della stessa vittima del reato, dai suoi comportamenti conseguenti alla condotta posta in essere dall’agente ed anche da quest’ultima, considerando tanto la sua astratta idoneità a causare l’evento, quanto il suo profilo concreto in riferimento alle effettive condizioni di luogo e di tempo in cui è stata consumata” (Cass., Sez. 6, n. 50746 del 14/10/2014, G., Rv 261535; v. anche, già in precedenza, Cass., Sez. 5, n. 24135 del 09/05/2012, G., Rv.

253764, secondo cui “la prova dello stato d’ansia o di paura denunciato dalla vittima del reato può essere dedotta anche dalla natura dei comportamenti tenuti dall’agente, qualora questi siano idonei a determinare in una persona comune tale effetto destabilizzante”).

E’ nello stesso corpo del ricorso, del resto, che si legge (con osservazioni ricavate ancora una volta dalla motivazione della pronuncia della Corte Costituzionale sopra ricordata) che occorre una prova fondata su “elementi sintomatici che rivelino un reale turbamento psicologico, ricavabili dalle dichiarazioni della stessa vittima del reato, dai suoi comportamenti conseguenti alla condotta posta in essere dall’agente, nonchè dalle condizioni soggettive della vittima, purchè note all’agente, e come tali necessariamente rientranti nell’oggetto del dolo”. Temi diffusamente trattati in entrambe le sentenze di merito, dove si riportano passi delle denunce della giovane, tanto più che – in un contesto affatto peculiare come quello vissuto dalla S., trovatasi a subire le iniziative soffocanti di un uomo la cui moglie aveva avuto una relazione con il padre della ragazza, e che dunque manifestava risentimento verso l’intera famiglia di costui, malgrado fosse già morto – ella si palesava oggettivamente come persona di particolare fragilità emotiva: ne deriva che l’avvicinarla di continuo, sino a giungere a minacciarla e strattonarla, come pure l’utilizzo di frasi di disprezzo o chiaramente evocative del decesso del padre, costituivano condotte certamente capaci di produrre le conseguenze di cui la S. aveva parlato nel descrivere la propria condizione.

Nè può ragionevolmente ritenersi che il quadro descritto dallo psicologo che visitò la ragazza, al di là del taglio apparente di mera riproduzione di quanto riferito da costei, debba essere interpretato come privo di valutazioni sullo stato obiettivo della S., evidentemente corrispondente al suo narrato; ed altrettanto ineccepibile risulta la considerazione della Corte territoriale circa l’irrilevanza, al fine di escludere la ravvisabilità del reato in esame, di eventuali problemi pregressi della vittima sul piano delle condizioni psicologiche. Da un lato, un soggetto che versa in uno stato di sofferenza emotiva appare obiettivamente meritevole di maggiore tutela rispetto a condotte qualificabili ex art. 612-bis cod. pen. (dove gli eventi indotti ben possono costituire aggravamenti di un’ansia od un timore pre- esistenti, ed altrimenti provocati); dall’altro, è pacifico che nella fattispecie concreta il S.B. fosse pienamente consapevole dello stato in cui si trovava la persona offesa, visto che di certo gli erano note le vicende che avevano portato alla morte dei di lei genitori, quanto meno con riguardo al padre.

AS1

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE V PENALE

Sentenza 11 novembre 2015, n. 45184

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VESSICHELLI Maria – Presidente –

Dott. PEZZULLO Rosa – Consigliere –

Dott. MICCOLI Grazia – Consigliere –

Dott. GUARDIANO Alfredo – Consigliere –

Dott. MICHELI Paolo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

S.B.G., nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza emessa il 19/09/2014 dalla Corte di appello di Brescia;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal consigliere Dott. Paolo Micheli;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott. CARDINO Alberto, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso.

Svolgimento del processo

Il difensore di S.B.G. ricorre avverso la pronuncia indicata in epigrafe, recante la conferma della sentenza emessa nei confronti del suo assistito, in data 22/11/2013, dal Gup del Tribunale di Mantova. L’imputato risulta essere stato condannato a pena ritenuta di giustizia per il reato di atti persecutori ex art. 612-bis cod. pen. , in ipotesi commesso in danno di S. V., figlia di un uomo (all’epoca deceduto) che in precedenza aveva avuto una relazione extraconiugale con la moglie dello stesso ricorrente.

Secondo la Corte territoriale, le argomentazioni che la difesa aveva sviluppato in sede di motivi di appello non potevano risultare decisive, in quanto: la circostanza che il S.B. si fosse trovato a transitare per soli motivi di lavoro sotto l’abitazione della persona offesa avrebbe potuto giustificare passaggi di mera routine, quando invece vari testimoni avevano riferito di un andirivieni ripetuto, con cadenza irregolare; in ogni caso, rimanevano inconfutabili le circostanze in cui l’imputato si era avvicinato alla ragazza presso la scuola da lei frequentata, tenendo conto che per la configurabilità del reato sarebbero stati sufficienti anche due soli episodi;

sui fatti accaduti il (OMISSIS), l’imputato era stato smentito, quanto alla dedotta impossibilità di lasciare il proprio luogo di lavoro, dal rilievo che in pari dati si era recato (comunque senza permesso) presso la scuola del figlio, per un colloquio con gli insegnanti;

il fatto che la S. non fosse stata in grado di indicare eventuali persone presenti in occasione delle condotte moleste dell’uomo appariva comprensibile, visto l’allarme ed il timore in lei suscitato dalle iniziative dell’imputato (e, dunque, la preponderante esigenza di sottrarsi a quei comportamenti);

l’inesistenza di elementi di sorta a sostegno della tesi della calunniosità delle denunce sporte dalla giovane;

la considerazione, desunta dalle risultanze istruttorie (fra cui la relazione di uno psicoterapeuta, il quale non si era di certo limitato a prendere atto di quel che la ragazza gli aveva rappresentato, procedendo invece a valutazioni proprie) di un grave e perdurante turbamento emotivo prodottosi nella S. in esito alle condotte in rubrica. Turbamento da intendersi “come una condizione emotiva spiacevole accompagnata da senso di oppressione, grave e non passeggera, che può assumere rilevanza penale anche quando non si traduca in precise sindromi canonizzate dalla scienza medico-psicologica e che, dunque, prescinde dall’accertamento di uno stato patologico conclamato, essendo sufficiente un effetto destabilizzante della serenità e dell’equilibrio psicologico della vittima”;

l’irrilevanza, al contrario, di eventuali problematiche psicologiche preesistenti in capo alla persona offesa (anche a causa della prematura morte di entrambi i genitori), giacchè, diversamente opinando, “ne risulterebbe elisa la tutela penale proprio nei confronti dei soggetti più deboli, in quanto già sofferenti sotto il profilo psichico-emotivo”.

Con l’odierno ricorso, la difesa deduce innanzi tutto l’inosservanza ed erronea applicazione dell’art. 612-bis cod. pen. : in relazione al “perdurante e grave stato di ansia e di paura” indicato fra gli eventi che dovrebbero prodursi per ritenere ravvisabile il reato de quo, il difensore segnala che “per soddisfare il requisito di determinatezza, la formula normativa non può che riferirsi a forme patologiche caratterizzate dallo stress e specificamente riconoscibili proprio come conseguenza del tipo di comportamenti incriminati, le quali, sebbene non compiutamente codificate, trovano riscontro nella letteratura medica. A tal fine si deve ritenere che il legislatore, con i termini di “ansia” e “paura”, abbia inteso richiamare un elemento normativo di carattere extragiuridico, il quale comporta che il parametro di riferimento diventi inevitabilmente incerto. L’incertezza viene limitata mediante il riferimento alla scienza medica, la quale sola sarà in grado di dare concretezza di significato ai termini impiegati ….

Un’interpretazione corretta, ed in linea con gli intenti del legislatore, impone di considerare l’evento del grave disagio psichico (vista la indeterminatezza della figura) come una forma patologica contraddistinta dallo stress di tipo clinicamente definito grave e perdurante”.

A riprova della correttezza delle proprie argomentazioni, il difensore del S.B. invoca i rilievi formulati dal giudice delle leggi nella sentenza n. 172/2014, in forza della quale è stata ritenuta non fondata la questione di legittimità costituzionale del citato art. 612-bis, proprio perchè sarebbe possibile scongiurare il vizio di indeterminatezza della fattispecie (e giungere invece ad individuare una chiara portata del precetto della norma) attraverso una corretta interpretazione degli elementi extragiuridici ivi contemplati.

Condizione che, ad avviso del ricorrente, non può dirsi rispettata nel caso oggi in esame, dove la relazione dello psicologo versata in atti riferisce soltanto i racconti della S., senza certificare alcuna patologia, ed attestando piuttosto che la giovane non si era più realmente ripresa dopo la scomparsa del padre e della madre: nulla, dunque, che si ponga in linea con le indicazioni della Corte Costituzionale, secondo cui gli eventi previsti dalla norma incriminatrice (al di là di quello afferente le abitudini di vita), riguardando la sfera emotiva e psicologica, “debbono essere accertati attraverso un’accurata osservazione di segni e indizi comportamentali, desumibili dal confronto tra la situazione pregressa e quella conseguente alle condotte dell’agente, che denotino una apprezzabile destabilizzazione della serenità e dell’equilibrio psicologico della vittima”.

Inoltre, la difesa rappresenta mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione laddove risultano non valorizzate le circostanze, documentate, della necessità dell’imputato di passare lungo la strada ove si trovava il domicilio della vittima al fine di recarsi ai lavoro, come pure dell’inesistenza di annotazioni della polizia giudiziaria, a seguito dei servizi di osservazione che vennero disposti per ben 17 giorni, che attestassero la presenza del S.B. in prossimità della scuola della S. od alla fermata dell’autobus (quando peraltro, già in occasione dei fatti che la ragazza aveva denunciato, non erano stati segnalati testimoni di sorta che vi avessero assistito, malgrado gli episodi si fossero verificati poco prima dell’inizio delle lezioni, appena fuori dall’istituto).

Secondo il ricorrente, in definitiva, risulterebbe violato l’art. 192 cod. proc. pen. , essendo stata pronunciata condanna “nonostante l’assoluta inconsistenza delle prove a suo carico”.

Motivi della decisione

1. Il ricorso non può trovare accoglimento.

Come si evince già dalla chiara lettera normativa, “il delitto di atti persecutori, cosiddetto stalking, ( art. 612-bis cod. pen. ) è un reato che prevede eventi alternativi, la realizzazione di ciascuno dei quali è idonea ad integrarlo; pertanto, ai fini della sua configurazione non è essenziale il mutamento delle abitudini di vita della persona offesa, essendo sufficiente che la condotta incriminata abbia indotto nella vittima uno stato di ansia e di timore per la propria incolumità” (Cass., Sez. 5, n. 29872 del 19/05/2011, L. Rv 250399). Per poter intendere realizzato il suddetto stato di ansia e timore, tuttavia, la giurisprudenza di questa Corte ha già chiarito che “non si richiede l’accertamento di uno stato patologico, ma è sufficiente che gli atti ritenuti persecutori … abbiano un effetto destabilizzante della serenità e dell’equilibrio psicologico della vittima, considerato che la fattispecie incriminatrice di cui all’art. 612-bis cod. pen. non costituisce una duplicazione del reato di lesioni (art. 582 cod. pen. ), il cui evento è configurabile sia come malattia fisica che come malattia mentale e psicologica” (Cass., Sez. 5, n. 16864 del 10/01/2011, C., Rv. 250158).

Anche la Corte Costituzionale, nella pronuncia richiamata dal ricorrente, non si riferisce mai alla necessità di inquadrare in effettive categorie nosologiche gli eventi che afferiscono alla sfera emotiva del soggetto passivo, richiedendo la necessità di una “accurata osservazione di segni e indizi comportamentali, desumibili dal confronto tra la situazione pregressa e quella conseguente alle condotte dell’agente, che denotino una apprezzabile destabilizzazione della serenità e dell’equilibrio psicologico della vittima”:

principi che, come appare evidente, costituiscono la conferma dell’elaborazione giurisprudenziale operata in sede di legittimità.

Nè può ritenersi che, nel caso di specie, manchi la “accurata osservazione” sopra evidenziata: tale aspetto riguarda il tema della prova del reato, e certamente può desumersi dalle stesse dichiarazioni della persona offesa (in ragione del grado di attendibilità che le si riconosca), come pure dalle stesse modalità della condotta posta in essere dall’autore. Infatti, si è già affermato che “in tema di atti persecutori, la prova dell’evento del delitto, in riferimento alla causazione nella persona offesa di un grave e perdurante stato di ansia o di paura, deve essere ancorata ad elementi sintomatici di tale turbamento psicologico ricavabili dalle dichiarazioni della stessa vittima del reato, dai suoi comportamenti conseguenti alla condotta posta in essere dall’agente ed anche da quest’ultima, considerando tanto la sua astratta idoneità a causare l’evento, quanto il suo profilo concreto in riferimento alle effettive condizioni di luogo e di tempo in cui è stata consumata” (Cass., Sez. 6, n. 50746 del 14/10/2014, G., Rv 261535; v. anche, già in precedenza, Cass., Sez. 5, n. 24135 del 09/05/2012, G., Rv.

253764, secondo cui “la prova dello stato d’ansia o di paura denunciato dalla vittima del reato può essere dedotta anche dalla natura dei comportamenti tenuti dall’agente, qualora questi siano idonei a determinare in una persona comune tale effetto destabilizzante”).

E’ nello stesso corpo del ricorso, del resto, che si legge (con osservazioni ricavate ancora una volta dalla motivazione della pronuncia della Corte Costituzionale sopra ricordata) che occorre una prova fondata su “elementi sintomatici che rivelino un reale turbamento psicologico, ricavabili dalle dichiarazioni della stessa vittima del reato, dai suoi comportamenti conseguenti alla condotta posta in essere dall’agente, nonchè dalle condizioni soggettive della vittima, purchè note all’agente, e come tali necessariamente rientranti nell’oggetto del dolo”. Temi diffusamente trattati in entrambe le sentenze di merito, dove si riportano passi delle denunce della giovane, tanto più che – in un contesto affatto peculiare come quello vissuto dalla S., trovatasi a subire le iniziative soffocanti di un uomo la cui moglie aveva avuto una relazione con il padre della ragazza, e che dunque manifestava risentimento verso l’intera famiglia di costui, malgrado fosse già morto – ella si palesava oggettivamente come persona di particolare fragilità emotiva: ne deriva che l’avvicinarla di continuo, sino a giungere a minacciarla e strattonarla, come pure l’utilizzo di frasi di disprezzo o chiaramente evocative del decesso del padre, costituivano condotte certamente capaci di produrre le conseguenze di cui la S. aveva parlato nel descrivere la propria condizione.

Nè può ragionevolmente ritenersi che il quadro descritto dallo psicologo che visitò la ragazza, al di là del taglio apparente di mera riproduzione di quanto riferito da costei, debba essere interpretato come privo di valutazioni sullo stato obiettivo della S., evidentemente corrispondente al suo narrato; ed altrettanto ineccepibile risulta la considerazione della Corte territoriale circa l’irrilevanza, al fine di escludere la ravvisabilità del reato in esame, di eventuali problemi pregressi della vittima sul piano delle condizioni psicologiche. Da un lato, un soggetto che versa in uno stato di sofferenza emotiva appare obiettivamente meritevole di maggiore tutela rispetto a condotte qualificabili ex art. 612-bis cod. pen. (dove gli eventi indotti ben possono costituire aggravamenti di un’ansia od un timore pre- esistenti, ed altrimenti provocati); dall’altro, è pacifico che nella fattispecie concreta il S.B. fosse pienamente consapevole dello stato in cui si trovava la persona offesa, visto che di certo gli erano note le vicende che avevano portato alla morte dei di lei genitori, quanto meno con riguardo al padre.

Le censure relative alla omessa considerazione di alcune risultanze istruttorie da parte dei giudici di merito costituiscono mera iterazione di doglianze già formulate dinanzi alla Corte di appello, e che – come si evince dalla sopra illustrata indicazione degli elementi in base ai quali la decisione di primo grado aveva trovato conferma – erano state già fondatamente disattese nella motivazione della sentenza oggetto di ricorso.

2. Il rigetto del ricorso comporta la condanna del S.B. al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità.

Considerata la natura del reato in rubrica, il collegio ritiene doveroso disporre l’oscuramento dei dati identificativi delle parti private, in caso di pubblicazione della presente sentenza.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso, e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali. In caso di diffusione del presente provvedimento, omettere le generalità e gli altri dati identificativi, a norma delD.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52, in quanto imposto dalla legge.

Così deciso in Roma, il 26 giugno 2015.

Depositato in Cancelleria il 11 novembre 2015

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Avvocato Sergio Armaroli

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