APPROPRIAZIONE INDEBITA -AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA – ART 646 CP

 

APPROPRIAZIONE INDEBITA -AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA - ART 646 CP

APPROPRIAZIONE INDEBITA -AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA – ART 646 CP

 

La questione di diritto che pone il presente procedimento consiste nello stabilire se, ai fini della determinazione del momento consumativo del reato di appropriazione indebita, influisca o no la conoscenza che la parte offesa abbia dell’interversione del possesso effettuato dall’agente.

 

 

 

Una giurisprudenza minoritaria e risalente (peraltro fatta propria da entrambi i giudici di merito), ritiene che «in terna di appropriazione indebita l’evento del reato si realizza nel luogo e nel tempo in cui la manifestazione della volontà dell’agente di fare proprio il bene posseduto giunge a conoscenza della persona offesa, e non nel tempo e nel luogo in cui si compie l’azione»: Cass. 48438/2004 Rv. 230354; Cass. 1119/1999 riv 212976.

 

 

 

Questa Corte, però, ritiene di aderire alla dottrina e alla giurisprudenza assolutamente maggioritarie, le quali, in modo unanime sostengono che il reato di appropriazione indebita è un reato a consumazione immediata che si verifica nel momento (e nel luogo) in cui l’agente tiene consapevolmente un comportamento oggettivamente eccedente la sfera delle facoltà ricomprese nel titolo del suo possesso ed incompatibile con il diritto del proprietario: sotto questo profilo, quindi, è del tutto irrilevante la conoscenza che ne abbia la parte offesa, elemento questo che, invece, pacificamente viene in rilievo ai fini del diverso problema della decorrenza del termine per proporre la querela ex art. 124 cod. pen. “dal giorno della notizia”: ex plurimis Cass. 22127/2013 riv 256055; Cass. 29451/2013 riv 257232; Cass. 26774/2010 riv 247955; Cass. 39873/2006 riv 235234; Cass. 26440/2002 riv 222657.

 

 

BANCAROTTA FRAUDOLENTA REATO R.D. 16 marzo 1942, n. 267, artt. 216 e 223 AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA PENALE AMBIENTALE AVVOCATO SERGIO ARMAROLI

BANCAROTTA FRAUDOLENTA REATO R.D. 16 marzo 1942, n. 267, artt. 216 e 223 AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA PENALE AMBIENTALE AVVOCATO SERGIO ARMAROLI

 

Pertanto, nel caso di specie, la sentenza impugnata, sebbene con diversa motivazione, va confermata in quanto dalla medesima si desume che l’interversione del possesso era risultata pacifica dalla circostanza che l’Amministrazione finanziaria aveva inviato le cartelle esattoriali e la P., a fronte delle richieste di chiarimenti della parte offesa, aveva risposto che si trattava di un disguido: quindi, quantomeno nel periodo indicato dalla Corte territoriale, erano pacificamente avvenute, da parte della P., ripetute appropriazioni di somme di denaro appartenenti all’Idone; il che comporta che il reato si era perfezionato sia sotto il profilo oggettivo che soggettivo (come desumibile dalle risposte date dalla P. alla parte offesa).

 

 

Irrilevante, ai fini della prescrizione, deve ritenersi la circostanza che il ricorrente a quella data non avesse ancora maturato la certezza dell’appropriazione proprio perché si tratta di un requisito che non fa parte degli elementi costitutivi del reato.

Il ricorso, in conclusione, dev’essere respinto alla stregua del seguente principio di diritto: «Il delitto di appropriazione indebita è reato istantaneo che si consuma con la prima condotta appropriativa e, cioè nel momento in cui l’agente compia un atto di dominio sulla cosa con la volontà espressa o implicita di tenere questa come propria. Di conseguenza, ai fini della consumazione del reato e della decorrenza del termine previsto per la prescrizione, è irrilevante il momento in cui la persona offesa venga a conoscenza della manifestazione di volontà dell’agente di appropriarsi della cosa, elemento questo che, invece, rileva al diverso fine della decorrenza del termine per la proposizione della querela».

@AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA@DIFFAMAZIONE @DIRITO DI CRITICA@DIFFAMAZIONE A MEZZO STAMPA SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE SEZIONE III PENALE Sentenza 7 gennaio 2009, n. 25 Svolgimento del processo Nel dicembre del 1996 A. G. convenne in giudizio innanzi al tribunale di Napoli la società editrice, il direttore e l’autrice di alcuni articoli giornalistici pubblicati nel periodico “La Voce della Campania” tra il marzo del 1995 e il novembre del 1996, affermandone il carattere diffamatorio e domandando che i convenuti fossero condannati a risarcirgli i danni patrimoniali e non patrimoniali procuratigli (quantificati in lire 200.000.000) ed al pagamento di una somma ulteriore ex art. 12 della legge n. 47 del 1948. I convenuti resistettero, tra l’altro negando il carattere diffamatorio degli articoli pubblicati. Con sentenza del 31.7.2000 il tribunale condannò i convenuti al pagamento solidale di lire 30.000.000 e della somma ulteriore di lire 3.000.000 ai sensi della legge da ultimo citata. La corte d’appello di Napoli ha rigettato l’appello dei soccombenti con sentenza n. 872/2003, avverso la quale l’editrice la Cinqueprint s.r.l. in liquidazione, A. C. e R. P. ricorrono per cassazione affidandosi a tre motivi, cui resiste con controricorso A. G.. Motivi della decisione 1.1. Col primo motivo è dedotta violazione dell’art. 2697 c.c., assumendosi che erroneamente la corte d’appello ha ritenuto che la prova dei danni patiti dal diffamato fosse stata raggiunta per avere quegli “indicato con precisione il contenuto, ritenuto diffamatorio”, degli articoli. I ricorrenti negano, in particolare, che potessero costituire validi e rassicuranti parametri di riferimento della valutazione equitativa del danno non patrimoniale le menomazioni conseguite sul piano psicologico e la significativa diffusione del giornale nel luogo di residenza del danneggiato. 1.2. Col secondo motivo è denunciata violazione dell’art. 21 Cost.. Si sostiene che gli articoli costituivano legittima espressione dell’esercizio del diritto di critica e di cronaca, sussistendo l’interesse pubblico alla conoscenza dei fatti narrati in relazione alla posizione del G., che in passato aveva diretto un importante periodico regionale e che ancora svolgeva attività di promozione di convegni pubblici, sicché la portata esimente dell’esercizio del diritto di critica doveva essere valutata con maggiore elasticità. Si assume, inoltre, che la sentenza impugnata aveva incomprensibilmente escluso che gli articoli dovessero considerarsi espressione di una trattazione in chiave satirica solo perché pubblicati su un giornale non umoristico e se ne critica l’apprezzamento della non continenza espressiva, essendo lecito l’uso di parole aspre e pungenti ove queste siano razionalmente correlate ai fatti riportati ed ai giudizi espressi e congrui in relazione al livello della contrapposizione polemica raggiunta. Col terzo motivo si prospetta la violazione dell’art. 1227 c.c. per avere la corte escluso, ai fini della determinazione del danno, che l’omessa richiesta di rettifica da parte del G. potesse assumere rilievo alcuno. I ricorrenti affermano che, avvalendosi della rettifica, il danneggiato avrebbe potuto quantomeno attenuare le conseguenze lesive dell’illecito e che la corte d’appello aveva erroneamente ritenuto che “l’esercizio del diritto di critica era chiaramente inutile se non dannoso”. 2. È logicamente preliminare l’esame del secondo motivo, che è fondato nei sensi di cui appresso. Questa corte ha recentemente affermato che, in tema di azione di risarcimento dei danni da diffamazione col mezzo della stampa, quando la narrazione di determinati fatti sia esposta insieme alle opinioni dell’autore dello scritto, in modo da costituire nel contempo esercizio di cronaca e di critica, la valutazione della continenza non può essere condotta sulla base di criteri solo formali, dovendo invece lasciare spazio alla interpretazione soggettiva dei fatti esposti. Infatti, la critica mira non già ad informare, ma a fornire giudizi e valutazioni personali, e, se è vero che, come ogni diritto, anche quello in questione non può essere esercitato se non entro limiti oggettivi fissati dalla logica concettuale e dall’ordinamento positivo, da ciò non può inferirsi che la critica sia sempre vietata quando sia idonea ad offendere la reputazione individuale, richiedendosi, invece, un bilanciamento dell’interesse individuale alla reputazione con quello alla libera manifestazione del pensiero, costituzionalmente garantita. Siffatto bilanciamento è ravvisabile nella pertinenza della critica di cui si tratta all’interesse pubblico, cioè all’interesse dell’opinione pubblica alla conoscenza non del fatto oggetto di critica, che è presupposto dalla stessa, e, quindi, fuori di essa, ma di quella interpretazione del fatto (così Cass., n. 17172/07). L’apprezzamento dell’interesse dell’opinione pubblica alla conoscenza dei fatti pubblicati nell’esercizio della libertà di stampa costituisce dunque il presupposto di ogni ulteriore valutazione del giudice adito per il risarcimento dei danni da parte di chi si affermi diffamato, giacché non è altrimenti possibile il bilanciamento cui s’è fatto cenno. E quell’apprezzamento necessariamente presuppone a sua volta l’analisi del contenuto degli articoli che si assumono diffamatori, non potendo altrimenti ravvisarsi l’assenza di copertura costituzionale, di cui all’art. 21 Cost., in ordine all’attività del giornalista. Ebbene, la sentenza impugnata non ha riguardo al contenuto di nessuno degli articoli costituenti la pur affermata “campagna denigratoria”, che restano totalmente ignoti pur dopo la lettura dell’intera motivazione e di cui si acquisisce parziale contezza solo dal ricorso e dal controricorso. Si coglie, così, tra l’altro: - che il primo articolo (marzo 1995) recava nell’occhiello l’affermazione “c’è ancora l’ombra di Pomicino sul teatro di Napoli”; - che il secondo (ottobre 1995) aveva riguardo al G., descritto come “direttore del cuore di ‘O Ministro” … “che oggi campeggia sul Mattino con articoli sulla realtà melmosa della sinistra” concludendo: “e poi ci domandiamo chi ha ucciso la voglia di politica? Anzi se lo chiede, sempre da Chiatamone street, il neopolitologo A. G., che per risolvere l’amletico quesito scomoda grossi calibri come Panebianco, Colletti e Galli della Loggia. Chissà che la sinistra buonista - sospira l’ex direttore del cuore di ‘O Ministro - non possa liberarsi dell’attuale realtà melmosa. Eppure la risposta è semplice, G.: gli Italiani non amano più la politica semplicemente perché in politica non c’è più Pomicino. O no?”; che nel terzo (gennaio 1996), sotto il titolo “Arieccoli”, si leggeva: “Eh sì, da quando, tre anni fa, ha chiuso i battenti Itinerario, l’indimenticabile pastone politico-giornalistico pasciuto da P. C. P., l’informazione al sud è diventata davvero un problema. Se n’è accorta una pattuglia di reduci (come? da dove? da Itinerario, no?), che ha appena fondato all’uopo una nuova associazione che promette scintille. In prima fila (c’è bisogno di dirlo?) siede A. G., direttore prediletto di ‘o Ministro”; e cosi via. Appare da tanto evidente che il contenuto degli articoli è ispirato da un’inequivoca connotazione di sarcastica contrapposizione politica, e che si risolve in una critica, nella quale l’uso di un linguaggio particolarmente pungente ed incisivo trova più ampi spazi di legittimità (Cass., n. 20140/05), sicché l’affermazione del loro carattere diffamatorio indipendentemente dalla specifica considerazione del loro contenuto e del conseguente bilanciamento di interessi di cui s’è detto deve ritenersi compiuta in violazione del principio costituzionale richiamato. La sentenza va conseguentemente cassata con rinvio alla stessa corte d’appello di Napoli in diversa composizione, che deciderà in applicazione degli enunciati principi di diritto e regolerà anche le spese del giudizio di cassazione. 3. Il primo ed il terzo motivo restano assorbiti. P.Q.M. La Corte di Cassazione accoglie il secondo motivo di ricorso e dichiara assorbiti gli altri, cassa e rinvia, anche per le spese, alla corte d’appello di Napoli in diversa composizione.

@AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA@DIFFAMAZIONE

  1. prescrizione reato appropriazione indebita
  2. reato appropriazione indebita pena
  3. reato appropriazione indebita consumazione
  4. reato appropriazione indebita aggravata
  5. appropriazione indebita reato penale
  6. appropriazione indebita reato di evento
  7. appropriazione indebita reato procedibile d’ufficio
  8. appropriazione indebita reato permanente o istantaneo
  9.  

Suprema Corte di Cassazione

sezione II

sentenza  29 aprile 2014, n. 17901

Fatto e diritto

1. Con sentenza del 28/02/2013, la Corte di Appello di Reggio Calabria, dichiarava non doversi procedere nei confronti di P.D. per il reato di appropriazione indebita di somme di denaro ai danni di I.A. protrattosi nel periodo compreso tra il gennaio 2001 ed il luglio 2003, perché estinto per prescrizione, e revocava le statuizioni civili in quanto, contrariamente a quanto ritenuto dal primo giudice, il suddetto reato si era prescritto già durante il giudizio di primo grado.

2. Avverso la suddetta sentenza, la parte civile I.A. ha proposto ricorso per cassazione deducendo la manifesta illogicità della motivazione nella parte in cui aveva ritenuto che il reato si fosse prescritto durante il giudizio di primo grado. La Corte, infatti, non aveva considerato che, in realtà, così come ritenuto dal primo giudice, il ricorrente solo nel 2006 aveva avuto esatta contezza del danno complessivo subito per l’omesso versamento, da parte della P., dei tributi e dei contributi previdenziali, come si desumeva sia dalla dichiarazione rilasciata dall’imputata in data 05/05/2004, sia dalle dichiarazioni rese dal commercialista dr S. che aveva affermato che il ricorrente lo aveva incaricato di accertare presso gli uffici delle Entrate l’effettiva situazione, solo nel 2006. Fino ad allora il ricorrente non aveva avuto alcuna certezza della circostanza che la P. si era appropriata delle somme che lui le consegnava perché provvedesse al pagamento dei tributi e contributi, in quanto la P., una volta che gli uffici finanziari gli avevano notificato le cartelle esattoriali, l’aveva rassicurato dicendogli che dipendeva tutto da un disguido dei suddetti uffici.

3. La Corte, nel disattendere quanto ritenuto dal primo giudice – che aveva fatto decorrere la data di consumazione del reato da una riunione avvenuta nel 2007 alla quale aveva partecipato l’imputata e nel corso della quale costei aveva sottoscritto un documento nel quale dichiarava “di essere pronta a sistemare l’intera faccenda debitoria” – ha motivato la sentenza nei seguenti termini: «Il primo giudice riteneva che a tale momento bisognava fare riferimento per la decorrenza della prescrizione, considerato che in quel momento la persona offesa aveva avuto conoscenza certa e precisa del fatto criminoso. In realtà, dalla stessa sentenza impugnata si deduce che la parte offesa già nel 2003 si era resa conto che qualcosa nel suo rapporto con la commercialista non funzionava, in quanto aveva subito in quella data il fermo amministrativo dell’autovettura per una cartella esattoriale non pagata, e per la quale aveva corrisposto la somma alla P., che ammontava a euro 3500. Nel 2004 gli era stata notificata altra cartella esattoriale di euro 22.000, per tributi per i quali aveva già dato alla P. le somme necessarie al pagamento. Dopo aver preso visione di tale richiesta di pagamento i rapporti si erano incrinati e aveva deciso di trasferire la contabilità ad altro professionista. Dichiarava, però, che solo nel 2006 aver avuto esatta contezza de! danno complessivo procurato dalla P. per l’omesso versamento dei tributi e dei contributi previdenziali. Appare evidente dunque che la parte civile, si era resa conto già da tempo degli ammanchi procurati dalla professionista, ciononostante aveva preferito attendere prima di sporgere la denuncia. In realtà, l’accertamento della complessiva posizione contributiva poteva essere effettuato nel 2004, nel momento in cui aveva affidato la contabilità un nuovo commercialista».

4. La questione di diritto che pone il presente procedimento consiste nello stabilire se, ai fini della determinazione del momento consumativo del reato di appropriazione indebita, influisca o no la conoscenza che la parte offesa abbia dell’interversione del possesso effettuato dall’agente.

Una giurisprudenza minoritaria e risalente (peraltro fatta propria da entrambi i giudici di merito), ritiene che «in terna di appropriazione indebita l’evento del reato si realizza nel luogo e nel tempo in cui la manifestazione della volontà dell’agente di fare proprio il bene posseduto giunge a conoscenza della persona offesa, e non nel tempo e nel luogo in cui si compie l’azione»: Cass. 48438/2004 Rv. 230354; Cass. 1119/1999 riv 212976.

Questa Corte, però, ritiene di aderire alla dottrina e alla giurisprudenza assolutamente maggioritarie, le quali, in modo unanime sostengono che il reato di appropriazione indebita è un reato a consumazione immediata che si verifica nel momento (e nel luogo) in cui l’agente tiene consapevolmente un comportamento oggettivamente eccedente la sfera delle facoltà ricomprese nel titolo del suo possesso ed incompatibile con il diritto del proprietario: sotto questo profilo, quindi, è del tutto irrilevante la conoscenza che ne abbia la parte offesa, elemento questo che, invece, pacificamente viene in rilievo ai fini del diverso problema della decorrenza del termine per proporre la querela ex art. 124 cod. pen. “dal giorno della notizia”: ex plurimis Cass. 22127/2013 riv 256055; Cass. 29451/2013 riv 257232; Cass. 26774/2010 riv 247955; Cass. 39873/2006 riv 235234; Cass. 26440/2002 riv 222657.

Pertanto, nel caso di specie, la sentenza impugnata, sebbene con diversa motivazione, va confermata in quanto dalla medesima si desume che l’interversione del possesso era risultata pacifica dalla circostanza che l’Amministrazione finanziaria aveva inviato le cartelle esattoriali e la P., a fronte delle richieste di chiarimenti della parte offesa, aveva risposto che si trattava di un disguido: quindi, quantomeno nel periodo indicato dalla Corte territoriale, erano pacificamente avvenute, da parte della P., ripetute appropriazioni di somme di denaro appartenenti all’Idone; il che comporta che il reato si era perfezionato sia sotto il profilo oggettivo che soggettivo (come desumibile dalle risposte date dalla P. alla parte offesa).

Irrilevante, ai fini della prescrizione, deve ritenersi la circostanza che il ricorrente a quella data non avesse ancora maturato la certezza dell’appropriazione proprio perché si tratta di un requisito che non fa parte degli elementi costitutivi del reato.

Il ricorso, in conclusione, dev’essere respinto alla stregua del seguente principio di diritto: «Il delitto di appropriazione indebita è reato istantaneo che si consuma con la prima condotta appropriativa e, cioè nel momento in cui l’agente compia un atto di dominio sulla cosa con la volontà espressa o implicita di tenere questa come propria. Di conseguenza, ai fini della consumazione del reato e della decorrenza del termine previsto per la prescrizione, è irrilevante il momento in cui la persona offesa venga a conoscenza della manifestazione di volontà dell’agente di appropriarsi della cosa, elemento questo che, invece, rileva al diverso fine della decorrenza del termine per la proposizione della querela».

Al rigetto del ricorso consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

………………

Tale conclusione è in linea con la giurisprudenza pressoché costante di questa Suprema Corte in materia di peculato (cfr. Cass. sez. 6^, 23/10/2000 n. 3879; sez. 6^, 9/5/2006 n. 25273; sez. 6^, 26/2/2007 n. 21335).

 

  • È irrilevante il fatto che, a dire dell’imputato, la parte offesa non avrebbe avuto danni perché la società aveva stipulato un contratto flat con la società Fastweb che comportava un unico e solo costo (periodico) per l’azienda.
giudizio direttissimo, arresto in flagranza, diritto penale, processo penale,avvocato penalista Bologna penalista Bologna

giudizio direttissimo, arresto in flagranza, diritto penale, processo penale,avvocato penalista Bologna

  • Il fatto, così come ricostruito, si è sostanziato non nell’uso dell’apparecchio telefonico come oggetto fisico, ma nell’appropriazione delle energie costituite da impulsi elettronici che erano entrate a far parte del patrimonio della parte offesa. Ne consegue che tale condotta integra l’ipotesi contestata di appropriazione indebita.
  • Tale conclusione è in linea con la giurisprudenza pressoché costante di questa Suprema Corte in materia di peculato (cfr. Cass. sez. 6^, 23/10/2000 n. 3879; sez. 6^, 9/5/2006 n. 25273; sez. 6^, 26/2/2007 n. 21335).
  • E’ altresì indubbio che l’agente si sia rappresentato e voluto l’ingiustizia del profitto realizzato (visione di siti pedopornografici utilizzando un collegamento internet di proprietà di terzi).
  • Così come correttamente i giudici di merito hanno ritenuto che l’imputato, distogliendo il computer dalla gestione dell’impianto pubblico di illuminazione comunale per destinarlo all’accesso ai siti pornografici, ha interrotto per la durata dei collegamenti illeciti, il servizio di monitoraggio svolta nell’interesse pubblico, realizzando il reato contestato di cui all’articolo 340 codice penale.
  • Anche il terzo motivo di ricorso è infondato. I giudici di merito, con un accertamento in fatto, incensurabile in questa sede hanno affermato che il materiale relativo allo sfruttamento minorile non solo fu visualizzato ma anche acquisito nella cartella dei files temporanei di internet.
  • La doglianza in punto pena è manifestamente infondata perché generica. Il ricorrente si limita a contestare l’eccessività della pena senza considerare che il giudice ha indicato in sentenza tutti gli elementi ritenuti rilevanti o determinanti nell’ambito della complessiva applicazione di tutti i criteri di cui all’art. 133 c.p.
  • Il ricorso deve pertanto essere respinto.
SEPARAZIONE BOLOGNA- DIVORZIO BOLOGNA,AFFIDO BOLOGNASEPARAZIONE TRADIMENTO – INFEDELTÀ DEL MARITO – INCIDENZA SULLA PERSONA DEL MARITO COME “PADRE” – ESCLUSIONE – MOGLIE CHE “UTILIZZI” L’INFEDELTÀ COMMESSA DAL MARITO COME ARGOMENTO PER IMPEDIRGLI DI VEDERE I FIGLI – GRAVE VIOLAZIONE DEI DOVERI GENITORIALI – SUSSISTE (ART. 337-TER C.C.)

SEPARAZIONE BOLOGNA- DIVORZIO BOLOGNA,AFFIDO BOLOGNASEPARAZIONE TRADIMENTO – INFEDELTÀ DEL MARITO – INCIDENZA SULLA PERSONA DEL MARITO COME “PADRE” – ESCLUSIONE – MOGLIE CHE “UTILIZZI” L’INFEDELTÀ COMMESSA DAL MARITO COME ARGOMENTO PER IMPEDIRGLI DI VEDERE I FIGLI – GRAVE VIOLAZIONE DEI DOVERI GENITORIALI – SUSSISTE (ART. 337-TER C.C.)

  • Deve però rilevarsi che i reati contestati si sono, medio tempore, estinti per intervenuta prescrizione (3.2.2013). Ne consegue che la sentenza impugnata deve essere annullata senza rinvio perché i reati ascritti al G. si sono estinti per prescrizione. Devono essere confermate le statuizioni civili.

 

 

Sentenza – Appropriazione indebita, interruzione di pubblico servizio, dipendente comunale, siti pornografici, ufficio

Corte di Cassazione, sez. II Penale, sentenza 21 marzo – 25 giugno 2014, n. 27528

Presidente Petti – Relatore Verga

Motivi della decisione

Con sentenza in data 3 dicembre 2013 la Corte d’appello Bari confermava la sentenza del Tribunale di Trani, sezione distaccata di Molfetta che il 19 giugno 2007 che aveva condannato G.L. per appropriazione indebita aggravata dall’articolo 61 numero 11 codice penale e interruzione di pubblico servizio.

Riteneva la corte territoriale che l’attività illecita posta in essere dall’imputato integrava, sotto il profilo storico materiale, gli estremi dei reati contestati. L’imputato nella sua qualità di dipendente si era appropriato della linea telefonica della Multiservizi di S.p.A. e del collegamento via Internet determinando un evidente pregiudizio economico per la società per la quale prestava la propria attività. Egli inoltre aveva distolto le apparecchiature informatiche, operative 24 ore su 24 in quanto utilizzate per il monitoraggio degli impianti di pubblica amministrazione, dalla telegestione cui erano preposte, interrompendo, per la durata degli illeciti collegamenti, il servizio pubblico.

Ricorre per cassazione l’imputato deducendo che la sentenza impugnata è incorsa in:

1. violazione di legge processuale con riferimento agli articoli 189,190,266 266 codice di procedura penale sostiene che non possono essere considerate prove documentali ex articolo 234 le videoriprese eseguite da un privato della propria struttura aziendale dopo che ha sporto querela e si sia aperto un procedimento penale, seppure a carico di ignoti;

2. mancanza e contraddittorietà della motivazione. Rileva che manca nel capo di imputazione l’indicazione dell’oggetto della propria azione. Lamenta che l’utilizzo del computer non ha determinato alcun danno alla società. Sostiene che non vi sono i presupposti per la sussistenza dei reati contestati;

3. violazione di legge con riguardo all’articolo 4 legge 260/1198. Sostiene che in maniera del tutto apodittica la corte territoriale ha affermato che i filmati e le immagine erano pedopornografici. Lamenta l’assenza dell’elemento soggettivo del reato.

4. contesta l’eccessività della pena.

L’Avv. O.A., difensore di fiducia del ricorrente, depositava dichiarazione di adesione all’astensione dalle udienze deliberata dall’organismo unitario dell’avvocatura italiana e chiedeva differimento dell’udienza. Il collegio, rilevato che l’istante non ha dimostrato di aver comunicato agli altri avvocati costituiti la propria dichiarazione di astensione, in ottemperanza a quanto previsto dal già citato art. 3, comma 1 lett. b) cod. autoreg. rigetta l’istanza di rinvio.

Il primo motivo di ricorso è infondato.

Per la soluzione della questione occorre prendere le mosse dalla pronuncia delle Sezioni Unite nella sentenza 28-3-2006 n. 26795, nella quale – con riferimento alla materia delle videoregistrazioni – , è stata rimarcata la distinzione esistente tra “documento” e “atto del procedimento” oggetto di documentazione.

In tale decisione è stato chiarito che le norme sui documenti, contenute nel codice di procedura penale, sono state concepite e formulate con esclusivo riferimento ai documenti formati fuori (anche se non necessariamente prima) del processo. Nel caso in esame, come indicato dai giudici di merito, si tratta di captazioni visive effettuate dal privato, di propria iniziativa, all’interno dell’edificio di propria spettanza, e quindi correttamente le immagini sono state acquisite ai sensi dell’art. 234 c.p.p.

Anche il secondo motivo di ricorso è infondato.

E’ stato accertato, così come contestato, che l’imputato approfittando dell’assenza dell’addetto all’ufficio ed avendo la disponibilità dei locali anche al termine delle attività di ufficio, invece di provvedere unicamente alle pulizie avesse scelto di utilizzare il computer per visitare siti pedopornografici.

È irrilevante il fatto che, a dire dell’imputato, la parte offesa non avrebbe avuto danni perché la società aveva stipulato un contratto flat con la società Fastweb che comportava un unico e solo costo (periodico) per l’azienda.

Il fatto, così come ricostruito, si è sostanziato non nell’uso dell’apparecchio telefonico come oggetto fisico, ma nell’appropriazione delle energie costituite da impulsi elettronici che erano entrate a far parte del patrimonio della parte offesa. Ne consegue che tale condotta integra l’ipotesi contestata di appropriazione indebita.

Tale conclusione è in linea con la giurisprudenza pressoché costante di questa Suprema Corte in materia di peculato (cfr. Cass. sez. 6^, 23/10/2000 n. 3879; sez. 6^, 9/5/2006 n. 25273; sez. 6^, 26/2/2007 n. 21335).

E’ altresì indubbio che l’agente si sia rappresentato e voluto l’ingiustizia del profitto realizzato (visione di siti pedopornografici utilizzando un collegamento internet di proprietà di terzi).

Così come correttamente i giudici di merito hanno ritenuto che l’imputato, distogliendo il computer dalla gestione dell’impianto pubblico di illuminazione comunale per destinarlo all’accesso ai siti pornografici, ha interrotto per la durata dei collegamenti illeciti, il servizio di monitoraggio svolta nell’interesse pubblico, realizzando il reato contestato di cui all’articolo 340 codice penale.

Anche il terzo motivo di ricorso è infondato. I giudici di merito, con un accertamento in fatto, incensurabile in questa sede hanno affermato che il materiale relativo allo sfruttamento minorile non solo fu visualizzato ma anche acquisito nella cartella dei files temporanei di internet.

La doglianza in punto pena è manifestamente infondata perché generica. Il ricorrente si limita a contestare l’eccessività della pena senza considerare che il giudice ha indicato in sentenza tutti gli elementi ritenuti rilevanti o determinanti nell’ambito della complessiva applicazione di tutti i criteri di cui all’art. 133 c.p.

Il ricorso deve pertanto essere respinto. Deve però rilevarsi che i reati contestati si sono, medio tempore, estinti per intervenuta prescrizione (3.2.2013). Ne consegue che la sentenza impugnata deve essere annullata senza rinvio perché i reati ascritti al G. si sono estinti per prescrizione. Devono essere confermate le statuizioni civili.

P.Q.M.

Respinta l’istanza di rinvio. Annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché i reati ascritti si sono estinti per prescrizione. Conferma le statuizione civili.

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