AVVOCATO PER PROCESSI BANCAROTTA FRAUDOLENTA CASSAZIONE

Si analizzera’ ancora il difficile argomento della bancarotta fraudolenta o bancarotta fraudis, uno dei reati piu’ diffusi  e complessi

l’orientamento giurisprudenziale prevalente prende le mosse dalla risalente pronuncia a Sezioni Unite del 5 gennaio 1958, n. 2, Mezzo, tesa a qualificare la sentenza dichiarativa di fallimento come “condizione di esistenza del reato”, i.e. come elemento costitutivo.

Pur adottando locuzioni in parte diverse (elemento indispensabile per attribuire rile­vanza penale a condotte altrimenti lecite[5]; elemento costitutivo del reato[6]; elemento costitutivo del reato in senso improprio[7]), la giurisprudenza successiva ha sempre attribuito valenza costitutiva alla dichiarazione di fallimento, pur senza qualificarla come evento natura­listico in senso tecnico e senza pertanto esigere la prova del nesso causale tra le condotte di bancarotta e il successivo dissesto, né tantomeno la dimostrazione del dolo.

Alla base della qualificazione della sentenza ex art. 16 l. fall. alla stregua di un elemento costitutivo dei reati di bancarotta vi è essenzialmente la convinzione per cui la medesima “inerisce così intimamente alla struttura del reato da qualificare quei fatti, i quali, come fatti di bancarotta, sarebbero penalmente irrilevanti fuori del fallimento”. In altri termini, l’apertura della procedura concorsuale avrebbe un ruolo essenziale nell’individuazione del nucleo di disvalore sotteso alla fattispecie criminosa, al punto che, a prescindere da esso, le condotte censurate dalla disposizione risulterebbero prive di ogni rilievo penale. D’altra parte, la assoluta centralità della dichiarazione di fallimento nella descrizione dei reati in esame sarebbe incoerente con la sua qualificazione in termini di mera condizione oggettiva di punibilità: appare più congruente alla ratio dell’incrimi­nazione la qualificazione come elemento costitutivo, che “segna il momento consu­mativo del reato ad ogni effetto di legge”: primi tra tutti l’individuazione del locus e del tempus commissi delicti.

 

OPERAZIONI DOLOSE DI CUI ALL’ART 223 LF

dominante nella giurisprudenza di legittimità, infatti, in tema di bancarotta fraudolenta fallimentare, le operazioni dolose di cui all’art. 223, comma 2, n. 2, I. fall., possono consistere nel compimento di qualunque atto intrinsecamente pericoloso per la salute economica e finanziaria della impresa individuabile e, quindi, anche in una condotta omissiva produttiva di un depauperamento non giustificabile in termini di interesse per l’impresa,

Come affermato dall’orientamento dominante nella giurisprudenza di legittimità, infatti, in tema di bancarotta fraudolenta fallimentare, le operazioni dolose di cui all’art. 223, comma 2, n. 2, I. fall., possono consistere nel compimento di qualunque atto intrinsecamente pericoloso per la salute economica e finanziaria della impresa individuabile e, quindi, anche in una condotta omissiva produttiva di un depauperamento non giustificabile in termini di interesse per l’impresa, come nel caso di mancato pagamento dei contributi previdenziali e dei debiti tributari, con carattere di sistematicità (cfr., ex plurimis, Cassazione penale, sez. V, 15/05/2014, n. 29586, rv. 260492; Cass., sez. V, 29/11/2013, n. 12426, rv. 259997).

Peraltro proprio la dimostrata inidoneità della intervenuta cessione di azienda a rendere possibile l’utile perseguimento dell’oggetto sociale, senza garantire contestualmente il ripiano della situazione debitoria della società cedente (che avrebbe legittimato una estensione della contestazione di bancarotta fraudolenta impropria patrimoniale anche a tale condotta: cfr. Cass., sez. V, 10/01/2012, n. 10778, rv. 252008), rende del tutto evidente l’infondatezza della tesi difensiva.

Al riguardo si osserva che l’elemento soggettivo richiesto non è l’intenzionalità dell’insolvenza, essendo sufficiente la coscienza e volontà da parte degli amministratori di porre in essere abusi o infedeltà nell’esercizio della carica ricoperta ovvero atti intrinsecamente pericolosi per la “salute” economico-finanziaria dell’impresa, non essendo necessaria la rappresentazione e la volontà dell’evento fallimentare, ma solo la consapevole rappresentazione della probabile diminuzione della garanzia dei creditori e del connesso squilibrio economico, derivanti dalla propria azione (cfr. Cass., sez. V, 16/12/1998, n. 2905; Cass., sez. V, 18/02/2010, n. 17690, rv. 247320; Cass., sez. V, 06/05/2014, n. 42257, rv. 2603).

avvocato penalista a bologna

La Corte (v. 11 gennaio 2008 n. 7203 e di poi 19 febbraio 2010 n. 19049) ha, poi, formulato una distinzione in tema di responsabilità per il reato di bancarotta fraudolenta, evidenziando il diverso atteggiarsi dei criteri di imputazione di quella patrimoniale e di quella documentale, sotto il profilo soggettivo quando l’amministratore di diritto non sia anche quello effettivo ma risulti affiancato dalla figura dell’amministratore di fatto, eventualmente con esautorazione dei poteri del primo che per questo viene comunemente definito “testa di legno”.

Ebbene, si è opportunamente affermato che, con riguardo alla bancarotta fraudolenta documentale per sottrazione ovvero per omessa tenuta in frode ai creditori delle scritture contabili, ben può ritenersi la responsabilità del soggetto investito solo formalmente dell’amministrazione dell’Impresa fallita (cosiddetto “testa di legno”), atteso il diretto e personale obbligo dell’amministratore di diritto di tenere e conservare le suddette scritture.

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Non altrettanto può dirsi con riguardo all’ipotesi della bancarotta patrimoniale o per distrazione, relativamente alla quale non può, nei confronti dell’amministratore apparente, trovare automatica applicazione il principio secondo il quale, una volta accertata la presenza di determinati beni nella disponibilità dell’imprenditore fallito, il loro mancato reperimento, in assenza di adeguata giustificazione della destinazione ad essi data, legittimi la presunzione della dolosa sottrazione, dal momento che la pur consapevole accettazione del ruolo di amministratore apparente non necessariamente implica la consapevolezza di disegni criminosi nutriti dall’amministratore di fatto.

Ovviamente, per la figura dell’amministratore di fatto, accertata in riferimento alla posizione dell’odierno ricorrente, vale il principio della assoluta equiparazione alla figura dell’amministratore di diritto quanto a doveri, sicché si è rilevato che l’amministratore “di fatto”, in base alla disciplina dettata dal novellato articolo 2639 cod.civ., è da ritenere gravato dell’intera gamma dei doveri cui è soggetto l’amministratore “di diritto”, per cui, ove concorrano le altre condizioni di ordine oggettivo e soggettivo, egli assume la penale responsabilità per tutti i comportamenti penalmente rilevanti a lui addebitabili, anche nel caso di colpevole e consapevole inerzia a fronte di tali comportamenti, in applicazione della regola dettata dall’articolo 40, comma 2 cod.pen.

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