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PENALE ABUSI EDILIZI AVVOCATO ESPERTO VICENZA TREVISO BOLOGNA CORTE DI CASSAZIONE, SEZIONI UNITE –

 

PENALE ABUSI EDILIZI AVVOCATO ESPERTO VICENZA TRAVISO BOLOGNA CORTE DI CASSAZIONE, SEZIONI UNITE – SENTENZA 13 aprile 2016, n.15427

PENALE ABUSI EDILIZI AVVOCATO ESPERTO VICENZA TRAVISO BOLOGNA CORTE DI CASSAZIONE, SEZIONI UNITE - SENTENZA 13 aprile 2016, n.15427

PENALE ABUSI EDILIZI AVVOCATO ESPERTO VICENZA TRAVISO BOLOGNA CORTE DI CASSAZIONE, SEZIONI UNITE – SENTENZA 13 aprile 2016, n.15427

Lamenta, dunque, che la Corte territoriale avrebbe erroneamente tenuto conto di tale periodo di sospensione, non computandolo, quindi, nel calcolo del termine massimo di prescrizione, come invece sollecitato dal pubblico ministero in udienza e dallo stesso difensore, non considerando che, all’atto della richiesta di sospensione del processo, il termine di 60 giorni previsto per il rilascio del titolo abilitativo sanante (art. 36 legge n. 47/85, ora art. 45 d.P.R. n. 380/01) era ormai spirato; con la conseguenza che, al più, la Corte di merito avrebbe potuto tenere conto, ai fini della sospensione, solo di un periodo pari a 120 giorni, che non avrebbe però impedito la declaratoria di prescrizione del reato.

Aggiunge, poi, che non essendo stata accertata la ‘condonabilità astratta dell’opera’, anche sotto tale profilo non poteva ritenersi operante il periodo di sospensione calcolato dal giudice del merito e richiama, a tale proposito, la giurisprudenza della Corte di cassazione in materia (Sez. 3, n. 40434 del 13/07/2006, Gambino, Rv. 236270 e Sez. U, n. 22 del 24/11/1999, Sadini, Rv. 214792).

http://www.avvocato-penalista-bologna.it/avvocati-bologna-avvocato-bologna-avvocati-penalisti-bologna-avvocato-penalista-bologna-avvocato-per-droga-avvocato-per-processo-penale-avvocato-per-stalking-avvocato-per-stupefacenti-avvocato-per-vio/stalking-art-612-bis-cp/

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Le questioni di diritto per le quali il ricorso è stato rimesso alle Sezioni Unite sono le seguenti:

– ‘se la sospensione del processo, prevista nel caso di presentazione della istanza di accertamento di conformità, ex art. 36 d.P.R. n. 380 del 2001 (già art. 13 legge n. 47 del 1985), debba essere considerata ai fini del computo dei termini di prescrizione del reato edilizio’;

– ‘se, in caso di sospensione del processo disposta su richiesta dell’imputato o del suo difensore oltre il termine previsto per la formazione del silenzio-rifiuto ex art. 36 d.P.R. cit., operi la sospensione del corso della prescrizione a norma dell’art. 159, primo comma, n. 3, cod. pen.’.

PENALE ABUSI EDILIZI AVVOCATO ESPERTO VICENZA TRAVISO BOLOGNA CORTE DI CASSAZIONE, SEZIONI UNITE – SENTENZA 13 aprile 2016, n.15427CORTE DI CASSAZIONE, SEZIONI UNITE – SENTENZA 13 aprile 2016, n.15427 – Pres. Canzio – est. Ramacci

AVVOCATO A BOLOGNA-AVVOCATO BOLOGNA-STUDIO LEGALE BOLOGNA- AVVOCATO SERGIO ARMAROLI 051 6447838

AVVOCATO A BOLOGNA-AVVOCATO BOLOGNA-STUDIO LEGALE BOLOGNA- AVVOCATO SERGIO ARMAROLI 051 6447838

Ritenuto in fatto

 

  1. La Corte di appello di Lecce, con sentenza del 9 gennaio 2015, ha confermato la decisione con la quale, in data 29 gennaio 2014, il Tribunale di Brindisi aveva affermato la responsabilità penale di C.F. per il reato di cui agli artt. 110 cod. pen., 10 e 44 d.P.R. n. 380/2001, per avere eseguito un intervento edilizio in assenza di valido titolo abilitativo.

In particolare, si imputava al predetto la realizzazione, in difformità dalla concessione edilizia (n. 234/1993), riguardante la costruzione di civili abitazioni, negozi e box, del successivo rinnovo (concessione edilizia n. 253/1996) e della variante per completamento e modifica dell’immobile (concessione edilizia n. 58/1997), di una serie di interventi meglio descritti nell’imputazione.

  1. Avverso tale pronuncia l’imputato ha proposto ricorso per cassazione.

2.1. Deduce, con un primo motivo di ricorso, la violazione degli artt. 157 e 159 cod. pen..

Osserva, in particolare, che, nel corso del giudizio di primo grado, il Tribunale non avrebbe dovuto accogliere l’istanza di sospensione del processo penale avanzata dal difensore a seguito della presentazione, all’amministrazione comunale, in data 8 maggio 2009, di una richiesta finalizzata all’accertamento di conformità delle opere realizzate, che aveva comportato un rinvio dal 7 giugno 2012 al 29 gennaio 2014, in attesa della definizione del relativo procedimento amministrativo.

Lamenta, dunque, che la Corte territoriale avrebbe erroneamente tenuto conto di tale periodo di sospensione, non computandolo, quindi, nel calcolo del termine massimo di prescrizione, come invece sollecitato dal pubblico ministero in udienza e dallo stesso difensore, non considerando che, all’atto della richiesta di sospensione del processo, il termine di 60 giorni previsto per il rilascio del titolo abilitativo sanante (art. 36 legge n. 47/85, ora art. 45 d.P.R. n. 380/01) era ormai spirato; con la conseguenza che, al più, la Corte di merito avrebbe potuto tenere conto, ai fini della sospensione, solo di un periodo pari a 120 giorni, che non avrebbe però impedito la declaratoria di prescrizione del reato.

Aggiunge, poi, che non essendo stata accertata la ‘condonabilità astratta dell’opera’, anche sotto tale profilo non poteva ritenersi operante il periodo di sospensione calcolato dal giudice del merito e richiama, a tale proposito, la giurisprudenza della Corte di cassazione in materia (Sez. 3, n. 40434 del 13/07/2006, Gambino, Rv. 236270 e Sez. U, n. 22 del 24/11/1999, Sadini, Rv. 214792).

2.2. Con un secondo motivo di ricorso lamenta la violazione di legge ed il vizio di motivazione, rilevando che le condotte contestate non andrebbero collocate tra quelle contemplate dall’art. 10 del Testo Unico dell’edilizia come soggette a permesso di costruire, poiché si tratterebbe di interventi di completamento di minima entità, non rientranti nel concetto di ristrutturazione e, per ciò che concerne il porticato, di mera pertinenza, mentre la mancanza di alterazione della sagoma, del volume e della superficie dell’edificio oggetto di intervento escluderebbero la sussistenza di trasformazioni idonee ad incidere sul carico urbanistico.

2.3. Infine, con un terzo motivo di ricorso, deduce la violazione dell’art. 192 cod. proc. pen., lamentando il travisamento della prova con riferimento alla errata ed incongrua valutazione degli elementi utilizzati per la conferma del giudizio di responsabilità.

  1. Il ricorso è stato assegnato alla Terza Sezione penale, la quale, tenuto conto delle diverse disposizioni in materia di condono edilizio e sanatoria conseguente ad accertamento di conformità, operata una diffusa disamina dei precedenti giurisprudenziali, ha rilevato la sussistenza di un contrasto interpretativo sulla applicabilità anche alla disciplina della sanatoria di cui agli artt. 36 e 45 d.P.R. n. 380/01 (in precedenza, artt. 13 e 22 legge n. 47/85) di effetti sulla prescrizione analoghi a quelli conseguenti dalla sospensione del processo che si determinano in caso di condono edilizio (disciplinato dagli artt. 44 e 38 legge n. 47/85 ovvero dagli artt. 39 legge n. 724/94 o 32 legge 326/03). E cioè, in caso di non condonabilità delle opere, non può ritenersi operante la sospensione del procedimento penale, indipendentemente dal fatto che il giudice l’abbia disposta o negata, dovendosi, nel primo caso, ritenere la sospensione inesistente.

È stata conseguentemente pronunciata ordinanza di rimessione alle Sezioni Unite, affinché sia precisato se il periodo di sospensione per i reati edilizi, disposta dal giudice a seguito di presentazione della istanza di concessione in sanatoria per accertamento di conformità di opere originariamente o successivamente non assentibili, sia assoggettato o meno all’identico regime previsto per le sospensioni disposte dal giudice in relazione ad istanze avanzate dal privato in via amministrativa dirette ad ottenere il condono edilizio per opere originariamente o successivamente non condonabili.

In particolare, si richiede di verificare se il periodo di sospensione disposto dal giudice nelle ipotesi di presentazione di istanza per l’accertamento di conformità ai sensi dell’art. 36 d.P.R. n. 380/01 debba, o meno, essere considerato, in tutto o in parte, ai fini del computo dei termini di prescrizione del reato edilizio e se, in caso di successive istanze di rinvio del processo dinnanzi al giudice penale ed all’esito negativo della domanda amministrativa di rilascio della concessione edilizia in sanatoria, si applichino, o meno, le disposizioni previste dall’art. 159, primo comma, n. 3, cod. pen. per effetto di richieste di rinvio su istanze del privato.

  1. Il Primo Presidente, con decreto del 29 dicembre 2015, ha assegnato il ricorso alle Sezioni Unite, fissando per la data odierna la trattazione del ricorso in pubblica udienza.

 

Considerato in diritto

 

  1. Le questioni di diritto per le quali il ricorso è stato rimesso alle Sezioni Unite sono le seguenti:

– ‘se la sospensione del processo, prevista nel caso di presentazione della istanza di accertamento di conformità, ex art. 36 d.P.R. n. 380 del 2001 (già art. 13 legge n. 47 del 1985), debba essere considerata ai fini del computo dei termini di prescrizione del reato edilizio’;

– ‘se, in caso di sospensione del processo disposta su richiesta dell’imputato o del suo difensore oltre il termine previsto per la formazione del silenzio-rifiuto ex art. 36 d.P.R. cit., operi la sospensione del corso della prescrizione a norma dell’art. 159, primo comma, n. 3, cod. pen.’.

  1. Occorre preliminarmente richiamare l’attenzione sulle differenze intercorrenti tra la disciplina del ‘condono edilizio’, di cui alle leggi 28 febbraio 1985, n. 47, 23 dicembre 1994, n. 724, e 24 novembre 2003, n. 326 (quest’ultima di conversione, con modificazioni, del decreto-legge 30 settembre 2003, n. 269), e quella della ‘sanatoria’ conseguente ad accertamento di conformità, disciplinata dall’art. 36 del Testo Unico dell’edilizia (d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380), specificamente riguardante la questione sottoposta all’attenzione delle Sezioni Unite.

Come è noto, con la legge 28 febbraio 1985, n. 47, si è individuata, per la prima volta, una disciplina organica dell’attività edilizia, sulla quale era in precedenza intervenuta la legge 28 gennaio 1977, n. 10, operandosi una consistente revisione della normativa previgente.

L’entrata in vigore della legge n. 47/85 venne accompagnata dalla previsione del primo condono edilizio, che aveva lo scopo di dare un netto taglio al passato, recuperando le opere abusive fino ad allora realizzate.

Tale scelta legislativa, venne poi replicata, per ragioni di razionalizzazione della finanza pubblica, con la legge 23 dicembre 1994, n. 724, e, successivamente, con la legge 24 novembre 2003, n. 326, la quale convertiva, con modificazioni, il decreto-legge 30 settembre 2003, n. 269.

La legge n. 724/1994 e la successiva legge n. 326/2003, pur prevedendo, per la definizione degli illeciti edilizi presi in considerazione, requisiti e formalità differenti, fanno comunque riferimento alle disposizioni di cui ai capi IV e V della legge n. 47 del 1985, alle quali hanno anche apportato modifiche.

  1. Come si rileva, dunque, dalla lettura delle menzionate disposizioni, il condono edilizio si caratterizza per l’efficacia limitata nel tempo, poiché è finalizzato alla regolarizzazione di determinati abusi edilizi realizzati entro un limite temporale individuato dalla norma.

Il suo effetto estintivo, inoltre, consegue al pagamento di un’oblazione, formalizzato attraverso l’attestazione, da parte dell’autorità comunale, della congruità di quanto corrisposto a tale titolo.

Esso opera, peraltro, anche con riferimento ad interventi in contrasto con gli strumenti urbanistici e produce effetti estintivi anche verso reati conseguenti alla violazione delle norme antisismiche e sulle costruzioni in cemento armato.

La sanatoria disciplinata dagli articoli 36 e 45 d.P.R. n. 380/01 (e, in precedenza, dagli artt. 13 e 22 legge n. 47 del 1985) opera, al contrario, su un piano del tutto diverso, in quanto destinata, in via generale, al recupero degli interventi abusivi previo accertamento della conformità degli stessi agli strumenti urbanistici generali e di attuazione, nonché alla verifica della sussistenza di altri requisiti di legge specificamente individuati.

In base al menzionato articolo 36, la sanatoria può essere ottenuta quando l’opera eseguita in assenza del permesso sia conforme agli strumenti urbanistici generali e di attuazione approvati o non in contrasto con quelli adottati, tanto al momento della realizzazione dell’opera, quanto al momento della presentazione della domanda, che può avvenire fino alla scadenza dei termini di cui agli articoli 31, comma 3, 33, comma 1, 34, comma 1, e, comunque, fino all’irrogazione delle sanzioni amministrative.

Sulla richiesta di sanatoria il dirigente o il responsabile del competente ufficio comunale deve pronunciarsi – con adeguata motivazione – entro sessanta giorni, trascorsi inutilmente i quali la domanda si intende respinta. L’istanza è subordinata, inoltre, al pagamento di una somma a titolo di oblazione, secondo le modalità descritte nello stesso articolo.

In base a quanto espressamente disposto dall’articolo 45, il rilascio della sanatoria ‘estingue i reati contravvenzionali previsti dalle norme urbanistiche vigenti’, con esclusione, quindi, di altri reati eventualmente concorrenti.

  1. Si tratta, dunque, di istituti che hanno finalità ed ambito di applicazione del tutto differenti e che non possono essere confusi, come ha già rilevato la giurisprudenza di questa Corte (Sez. 3, n. 6331 del 20/12/2007, dep. 2008, Latteri, Rv. 238822; Sez. 3, n. 10307 del 28/9/1988, Serra, Rv. 179501; Sez. 3, n. 9797 del 22/6/1987, Scarcella, Rv. 176643), riconoscendo, tra l’altro, la specialità della disciplina del condono edilizio rispetto a quella della sanatoria conseguente all’accertamento di conformità (Sez. 3, n. 23996 del 12/5/2011, De Crescenzo, Rv. 250607).
DIRITTO PENALE MILITARE ,REATO DI PECULAO AGGRAVATO CASSAZIONE SEZIONI UNITE PENALI penale bologna

DIRITTO PENALE MILITARE ,REATO DI PECULAO AGGRAVATO CASSAZIONE SEZIONI UNITE PENALI

A conclusioni analoghe è peraltro pervenuta anche la giurisprudenza amministrativa, rilevando l’antiteticità dei presupposti dei due procedimenti di sanatoria, per il fatto che il condono edilizio concerne il perdono ex lege per la realizzazione, senza titolo abilitativo, di un manufatto in contrasto con le prescrizioni urbanistiche, comportante una violazione sostanziale, mentre la sanatoria riguarda l’accertamento postumo della conformità dell’intervento edilizio realizzato senza permesso di costruire agli strumenti urbanistici e riguarda una violazione formale (così, Cons. Stato, sez. 6, n. 466 del 02/02/2015).

  1. Entrambe le procedure, tuttavia, presuppongono periodi di sospensione, diversamente disciplinati, che assumono specifico rilievo riguardo al computo del termine massimo di prescrizione del reato.

In particolare, per ciò che concerne il condono edilizio, sono state individuate due distinte cause di sospensione del processo.

La prima, prevista dall’art. 44 legge n. 47/1985, definita ‘automatica’, in quanto applicabile a tutti i procedimenti in cui risulti contestato un reato urbanistico o commessa una violazione di detta normativa, indipendentemente dalla presentazione o meno di una domanda di condono e quantificata in 223 giorni.

Detta quantificazione veniva effettuata dalle Sezioni Unite (sent. n. 1283 del 03/12/1996, dep. 1997, Sellitto, Rv. 206849), chiamate a risolvere il contrasto venutosi a creare in ordine al calcolo dei termini complessivi di sospensione del decorso della prescrizione in conseguenza della mancata conversione di vari decreti legge, succedutisi nel tempo prima della approvazione della legge n. 724/1994.

La seconda causa di sospensione, prevista dall’art. 38 della stessa legge, indicata come ‘obbligatoria’ – ma subordinata all’accertamento di determinati presupposti, quali la presentazione di una domanda di condono relativa all’immobile abusivo oggetto del processo realizzato nei limiti temporali stabiliti ed il versamento della prima rata di oblazione autodeterminata – che non può superare i due anni.

Sull’applicabilità in concreto delle sospensioni previste dalle disposizioni sul condono edilizio si contrapponevano, tuttavia, opposti indirizzi giurisprudenziali, in quanto, secondo un primo orientamento, maggioritario, tanto la sospensione ‘automatica’, quanto quella ‘obbligatoria’ erano applicabili a tutti i procedimenti riguardanti i reati edilizi indicati agli artt. 38, comma 2, legge n. 47/85 e 39, comma 8, legge n. 724/94; e ciò indipendentemente dall’epoca di commissione degli illeciti (considerato il requisito temporale previsto per la condonabilità delle opere) e dall’effettiva sospensione disposta con provvedimento del giudice.

L’altro indirizzo, invece, escludeva l’applicabilità della sospensione ai reati la cui consumazione risultava, sulla base della contestazione e degli atti del procedimento, proseguita dopo il 31 dicembre 1993, data individuata dalla legge n. 724/1994 quale termine ultimo per il completamento delle opere, che ne consentiva la condonabilità.

Le Sezioni Unite (sent. n. 22 del 24/11/1999, Sadini, Rv. 214792), chiamate a risolvere il contrasto, hanno ritenuto preferibile quest’ultimo indirizzo interpretativo, sulla base del dato letterale dell’art. 39, comma 1 legge n. 724/1994, il quale richiama, tra l’altro, il capo IV della legge n. 47/1985 – nel quale sono compresi gli artt. 44 e 38, che riguardano le due ipotesi di sospensione dei procedimenti penali e che fanno, a loro volta, riferimento agli artt. 35 e 31, concernenti la presentazione della domanda di condono osservando come esso non sembri consentire una interpretazione diversa da quella secondo la quale la data del 31 dicembre 1993 costituisce uno dei presupposti per la condonabilità e per la sospensione dei procedimenti penali.

Veniva ulteriormente rilevato che l’inesistenza di detto presupposto impediva non soltanto il condono delle opere abusive, ma anche la sospensione del procedimento penale e ciò indipendentemente dal fatto che il giudice avesse disposto o negato la sospensione del procedimento, dovendosi, nel primo caso, ritenere la sospensione inesistente per assenza, appunto, del suo fondamentale presupposto.

Analoga lettura delle richiamate disposizioni veniva successivamente offerta dalla Terza Sezione penale (Sez. 3, n. 21679 del 06/04/2004, Paparusso, Rv. 229319. V. anche Sez. 3, n. 47342 del 15/11/2007, Maffongelli, Rv. 238619; nonché Sez. 3, n. 40434 del 13/07/2006, Gambino, Rv. 236270, non massimata sul punto), osservandosi che, mentre l’art. 31 legge n. 47/1985, nella sua formulazione testuale, prevedeva una serie di requisiti esclusivamente in relazione alla possibilità di conseguire la concessione o la autorizzazione in sanatoria, l’art. 32, comma 25, decreto legge n. 269/2003, poi convertito dalla legge n. 326/2003 (come già l’art. 39 legge n. 724/1994), subordinava l’applicazione degli interi capi 4 e 5 della legge n. 47/1985 all’esistenza di determinati requisiti di condonabilità dell’opera.

  1. Conseguentemente, l’art. 44 legge n. 47/1985 veniva ritenuto applicabile nei soli casi di oggettiva presenza di detti requisiti, in assenza dei quali era esclusa anche l’applicabilità dell’art. 39 della legge medesima (il quale prevede l’estinzione dei reati conseguente alla mera effettuazione dell’oblazione, ‘qualora le opere non possano conseguire la sanatoria’), osservandosi che risulterebbe incongruo argomentare che la sospensione possa essere comunque finalizzata a conseguire il beneficio già previsto da tale ultima norma.

Va anche ricordato che, in relazione al difetto dei requisiti di condonabilità, la possibilità di sospensione del processo era stata esclusa in caso di richiesta di condono presentata per violazioni edilizie relative a nuove costruzioni non residenziali, in quanto l’art. 32 legge n. 326/03 limita l’applicabilità del condono edilizio alle sole nuove costruzioni residenziali (Sez. 3, n. 8067 del 19/01/2007, Zenti, Rv. 236084; Sez. 3, n. 14436 del 17/02/2004, Longo, Rv. 227959; Sez. 3, n. 3358 del 18/11/2003, dep. 2004, Gentile, Rv. 227178); in relazione a interventi in zona sottoposta a vincolo paesaggistico, rientranti tra quelli esclusi dal condono dall’art. 32, comma 26, lett. a), legge n. 326/2003 (Sez. 3, n. 9670 del 26/01/2011, Rizzo, Rv. 249606; Sez. 3, n. 38113 del 03/10/2006, De Giorgi, Rv. 235033; Sez. 4, n. 12577 del 12/01/2005, Ricci, Rv. 231315 ed altre conformi) o, più in generale, in caso di presentazione di domanda di sanatoria strumentale o dilatoria e inerente a un fabbricato non ultimato entro il termine stabilito (Sez. 3, n. 5452 del 17/03/1999, Somma G, Rv. 213369). La sospensione è stata inoltre esclusa anche con riferimento al c.d. ‘condono paesaggistico’ di cui all’art. 37 legge n. 308/2004, mancando una espressa previsione normativa ed in assenza di qualsivoglia correlazione con le disposizioni in tema di condono edilizio (Sez. 3, n. 16471 del 17/02/2010, Giardina, Rv. 246759, non massimata sul punto; Sez. 3, n. 32529 del 19/04/2006, Martella, Rv. 234934).

Si è chiarito, inoltre, che la sospensione riguarda soltanto la fase del giudizio e non anche quella delle indagini preliminari (Sez. 3, n. 48986 del 09/11/2004, Cerasoli, Rv. 230475).

In altre decisioni si è poi affermato che l’omessa sospensione del procedimento da parte del giudice non può essere dedotta quale vizio della decisione eventualmente presa, non determinandosi alcuna nullità, stante l’assenza di una previsione di legge in tal senso (Sez. 3, n. 19235 del 15/02/2005, Benzo, Rv. 231848; Sez. 3, n. 7847 del 27/05/1998, Todesco, Rv. 211354; Sez. 3, n. 11422 del 29/09/1997, Onolfo, Rv. 210101 ed altre conformi), osservandosi, tra l’altro, che la sospensione del processo opera indipendentemente dalla pronuncia del giudice, avente natura meramente dichiarativa, purché sussistano i presupposti di legge e può essere accertata anche in sede di giudizio finale (Sez. 3, n. 3871 del 22/10/2010, dep. 2011, Pisa, Rv. 249151, non massimata sul punto; Sez. 3, n. 22921 del 06/04/2006, Guercio, Rv. 234475; Sez. 3, n. 6054 del 12/03/1999, Bartaloni, Rv. 213763 ed altre conformi).

Inoltre, qualora applicata, la sospensione deve riguardare l’intero procedimento quando il giudice di merito, riconoscendo il vincolo della continuazione, abbia proceduto unitariamente per varie ipotesi di reato, delle quali alcune soltanto siano divenute estinguibili a seguito di condono (v. per tutte Sez. U, n. 9080 del 09/06/1995, Luongo, Rv. 201861).

La possibilità di sospendere il procedimento a seguito della presentazione della domanda di condono edilizio (nella specie, ai sensi della legge n. 326/03) è stata anche esclusa in caso di inammissibilità del ricorso per cassazione per manifesta infondatezza dei motivi, sul presupposto che la sospensione deve essere disposta con riferimento ai procedimenti in corso, mentre, impedendo l’inammissibilità del ricorso la formazione di un valido rapporto di impugnazione, non può ritenersi che tale condizione si sia verificata (Sez. 3, n. 35084 del 25/03/2004, Barreca, Rv. 229652, non massimata sul punto; Sez. 3, n. 9536 del 20/01/2004, Mancuso, Rv. 227404; Sez. 3, n. 979 del 27/11/2003, dep. 2004, Nappo, Rv. 227950; Sez. 3, n. 5309 del 13/11/2003, dep.2004, Sciaccovelli, Rv. 227556).

  1. Alla luce di quanto affermato dalla sentenza Sadini delle Sezioni Unite, si è ricavato – considerando la formulazione ‘speculare’ dell’art. 32, comma 25, d.l. n. 269/2003 rispetto all’art. 39 legge n. 724/1994, preso in esame nella menzionata decisione – un ulteriore principio generale, secondo il quale il giudice, già prima di sospendere il processo in forza dell’art. 44 legge n. 47/1985, deve effettuare un controllo in ordine alla sussistenza dei requisiti richiesti per la concedibilità in astratto del condono, perché, diversamente opinandosi, si allungherebbero ‘inevitabilmente ed inutilmente i tempi del processo’ e, nel caso in cui il giudice sospenda il processo in assenza dei presupposti di legge, la sospensione deve ritenersi inesistente (Sez. 3, n. 9670 del 26/01/2011, Rizzo, cit.; Sez. 3, n. 563 del 17/11/2005, dep. 2006, Martinico, Rv. 233011; Sez. 3, n. 35084 del 25/03/2004, Barreca, Rv. 229652, cit.; Sez. 3, n. 3350 del 13/11/2003, dep. 2004, Lasi, Rv. 227217).

L’ambito del controllo relativo alle condizioni legittimanti l’accesso alla procedura di sanatoria riguarda, secondo altra pronuncia, la data di esecuzione delle opere; lo stato di ultimazione delle stesse secondo la nozione fornita dall’art. 31 della legge n. 47/1985; il rispetto dei limiti volumetrici; eventuali esclusioni oggettive della tipologia d’intervento dalla sanatoria, nonché la tempestività della presentazione, da parte di soggetti legittimati, di una domanda di sanatoria riferita alle opere abusive contestate nel capo di imputazione (Sez. 3, n. 38071 del 19/09/2007, Terminiello, Rv. 237824; Sez. 3, n. 28517 del 29/05/2007, Marzano, Rv. 237140, non massimata sul punto).

Il successivo accertamento dell’inesistenza dei presupposti per l’applicazione del condono, tuttavia, non determina inevitabilmente l’inesistenza della sospensione, perché, a tal fine, deve ovviamente prendersi in considerazione la situazione prospettatasi al giudice nel momento in cui ha pronunciato la relativa ordinanza.

Sempre tenendo conto di quanto affermato nella sentenza Sadini, si è del tutto correttamente rilevato come, in tale pronuncia, venga affermato che, in tema di condono edilizio, le cause di sospensione del processo penale sono soltanto quelle previste dalla legge, che richiedono determinati presupposti, in difetto dei quali la sospensione eventualmente disposta non può produrre risultati efficaci.

Ciò implica, tuttavia, che l’inesistenza di una valida causa di sospensione risulti dagli atti processuali o dalla stessa contestazione del reato e sia, conseguentemente, immediatamente rilevabile dal giudice, perché, altrimenti, il successivo accertamento della inesistenza dei requisiti per l’applicazione della causa estintiva della contravvenzione non farebbe venir meno la correttezza dell’iniziale ordinanza sospensiva (e, quindi, gli effetti ad essa connessi, della conseguente sospensione della prescrizione), avendo il giudice proceduto nella esatta osservanza di quanto previsto dalla legge (Sez. 3, n. 8536 del 18/05/2000, Zarbo, Rv. 217754; conf. Sez. 3, n. 29253 del 24/06/2005, Di Maio, Rv. 231951).

È di tutta evidenza che le argomentazioni sviluppate nelle richiamate decisioni assumono particolare rilievo per ciò che concerne il computo dei termini di prescrizione, sulla decorrenza dei quali incide, in maniera significativa, la sospensione del procedimento.

  1. Per ciò che riguarda, invece, il diverso istituto della sanatoria conseguente ad accertamento di conformità, va osservato come il già menzionato art. 45 d.P.R. n. 380/01 stabilisca, al comma 1, che l’azione penale relativa alle violazioni edilizie rimane sospesa finché non siano stati esauriti i procedimenti amministrativi di sanatoria di cui all’art. 36.

Tale articolo dispone, all’ultimo comma, che sulla richiesta di sanatoria il dirigente o il responsabile del competente ufficio comunale deve pronunciarsi entro sessanta giorni dalla presentazione della domanda, poiché, decorso tale termine, la domanda si intende rifiutata.

Tale ultima evenienza configura, secondo un consolidato orientamento, una ipotesi di silenzio-rifiuto (Sez. 3, n. 17954 del 26/02/2008, Termini, Rv. 240234; Sez. 3, n. 33292 del 28/04/2005, Pescara, Rv. 232181; Sez. 3, n. 16706 del 18/02/2004, Brilla, Rv. 227960; Sez. 3, n. 10640 del 30/01/2003, Petrillo, Rv. 224353), al quale vengono collegati gli effetti di un provvedimento esplicito di diniego.

Pur verificandosi tale evenienza, tuttavia, l’Amministrazione non perde il potere di provvedere, in quanto il silenzio-rigetto è esplicitamente previsto al solo fine di consentire all’interessato di adire il giudice (ex plurimis Sez. 3, n. 17954 del 26/02/2008, Termini, Rv. 240233. V. anche Sez. 3, n. 11604 del 11/11/1993, Schiavazzi, Rv. 196069; Sez. 3, n. 16245 del 10/10/1989, Allegrini, Rv. 182627), sebbene l’eventuale instaurazione di un procedimento amministrativo avviato mediante ricorso avverso il diniego di sanatoria non comporti alcuna estensione della durata della sospensione fino alla sua definizione (Sez. 3, n. 36902 del 13/05/2015, Milito, Rv. 265085; Sez. 3, n. 24245 del 24/03/2010, Chiarello, Rv. 247692; Sez. 3, n. 48523 del 18/11/2009, Righetti, Rv. 245418, non massimata sul punto; Sez. 6, n. 4614 del 13/01/1994, Cammariere, Rv. 197767; Sez. 3, n. 12779 del 02/12/1991, Leggio, Rv. 188743), come rilevato anche dalla Corte costituzionale nel dichiarare la manifesta infondatezza della questione di legittimità dell’art. 22, primo comma, della legge 28 febbraio 1985, n. 47 (ord. n. 247 del 2000, la quale richiama anche la sentenza n. 85 del 1998 e l’ordinanza n. 309 del 1998).

PENALE ABUSI EDILIZI AVVOCATO ESPERTO VICENZA TRAVISO BOLOGNA CORTE DI CASSAZIONE, SEZIONI UNITE - SENTENZA 13 aprile 2016, n.15427

PENALE ABUSI EDILIZI AVVOCATO ESPERTO VICENZA TRAVISO BOLOGNA CORTE DI CASSAZIONE, SEZIONI UNITE – SENTENZA 13 aprile 2016, n.15427

Il provvedimento con il quale il giudice dispone la sospensione richiede, peraltro, il previo accertamento della effettiva sussistenza dei presupposti necessari per il conseguimento della sanatoria e, inoltre, la mancata sospensione – in assenza di espressa previsione normativa e non configurandosi pregiudizi al diritto di difesa dell’imputato, potendo questi far valere l’esistenza o la sopravvenienza della causa estintiva nei successivi gradi di giudizio – non determina alcuna nullità (Sez. 3, n. 33292 del 28/04/2005, Pescara, cit.).

La sospensione, inoltre, non opera con riferimento ai reati esclusi dagli effetti estintivi determinati dal rilascio della concessione in sanatoria, diversamente da quanto previsto in materia di condono (Sez. 3, n. 50 del 07/11/1997, dep. 1998, Casà, Rv. 209662).

  1. Il richiamo, effettuato espressamente dall’art. 45 d.P.R. n. 380/01 all’art. 36 dello stesso decreto, il quale prevede, all’ultimo comma, il termine di sessanta giorni entro il quale il dirigente o il responsabile del competente ufficio comunale deve pronunciarsi sulla domanda di sanatoria, limita – evidentemente – la durata della sospensione a tale determinato lasso temporale. In tal senso si è, peraltro, più volte espressa anche la Corte costituzionale (ordd. nn. 304 e 201 del 1990; n. 423 del 1989).

Sebbene in precedenza (Sez. U, n. 10849 del 01/10/1991, Mapelli, Rv. 188579) si sia affermato che, in mancanza di impugnazione, la sospensione del procedimento, ai sensi dell’allora vigente art. 22 legge n. 47/85, anche se disposta fuori dei limiti consentiti, produce i suoi effetti propri, tra cui la sospensione del corso della prescrizione, in una successiva pronuncia delle Sezioni Unite (n. 4154 del 27/03/1992, Passerotti, Rv. 190245), si è osservato come la sospensione dipenda direttamente dalla richiesta del titolo abilitativo in sanatoria e la sua durata corrisponda al tempo stabilito dalla legge per la definizione del procedimento, cioè per sessanta giorni dalla richiesta, con la conseguenza che il provvedimento del giudice, avente natura meramente dichiarativa, non può svolgere alcun ruolo preclusivo, cosicché non potrà assumere rilievo una sospensione disposta in mancanza delle condizioni stabilite, né un periodo di sospensione superiore a quello fissato dalla legge.

A tali principi si sono adeguate successive pronunce, le quali hanno considerato limitato il periodo di sospensione a soli sessanta giorni (Sez. 3, n. 16706 del 18/02/2004, Brilla, cit.; Sez. 3, n. 10640 del 30/01/2003, Petrillo, Rv. 224353; Sez. 3, n. 2220 del 26/01/1999, Sasso, Rv. 212717), evidenziando anche la preclusione, per il giudice penale, a sindacare la legittimità del provvedimento della competente autorità amministrativa di diniego di rilascio del permesso di costruire in sanatoria (Sez. 3, n. 36902 del 13/05/2015, Milito, cit.; Sez. 3, n. 48523 del 18/11/2009, Righetti, cit.).

  1. Anche riguardo alla disciplina della sanatoria per accertamento di conformità, come già osservato con riferimento al condono edilizio, la prevista sospensione assume rilievo determinante ai fini del calcolo dei termini di prescrizione del reato e proprio con riferimento ad essa è stato rilevato il contrasto che ha portato alla rimessione della questione alle Sezioni Unite.

Si è infatti ritenuta, in una prima pronuncia (Sez. F, n. 34938 del 09/08/2013 Bombaci, Rv. 256714), l’illegittimità dell’ordinanza di sospensione dei termini di prescrizione per un tempo superiore alla durata della procedura amministrativa per la definizione della sanatoria e conseguente al differimento del procedimento penale, disposto su richiesta della difesa proprio in ragione della pendenza della procedura medesima.

La sospensione è stata infatti considerata in contrasto con il disposto degli artt. 36 e 45 d.P.R. n. 380/01 e, segnatamente, con il limite temporale massimo di sessanta giorni fissato dalla legge per la definizione del procedimento finalizzato al rilascio del titolo abilitativo sanante, trascorso il quale la domanda si intende respinta.

A tale indirizzo interpretativo si è successivamente contrapposta altra decisione (Sez. 3, n. 41349 del 28/05/2014, Zappalorti, Rv. 260753), nella quale, in presenza di un rinvio disposto su richiesta della difesa e giustificato dalla pendenza del procedimento amministrativo, successivamente non perfezionatosi, di sanatoria edilizia di un immobile abusivo, l’operatività della sospensione ai fini del computo dei termini di prescrizione è stata estesa per l’intera durata del differimento.

Dichiarando di non condividere il diverso orientamento espresso dalla menzionata sentenza Bombaci, la Terza Sezione ricorda come le Sezioni Unite (n. 1021 del 28/11/2001, dep. 2002, Cremonese, Rv. 220509), sostanzialmente anticipando quanto poi espressamente stabilito dal legislatore con le modifiche apportate, nel 2005, all’art. 159 cod. pen., abbiano affermato che ‘oggi il processo vive prevalentemente delle iniziative non solo istruttorie delle parti anche private, che hanno il potere di contribuire autonomamente a determinare tempi, modalità e contenuti delle attività processuali. Le parti non hanno più solo poteri limitativi dell’autorità del giudice, ma condividono con il giudice la responsabilità dell’andamento del processo. E debbono assumersi conseguentemente gli oneri connessi all’esercizio dei loro poteri’.

La sentenza Zappalorti ritiene, dunque, del tutto incongrua un’interpretazione della norma ‘che consenta alla stessa parte che ha chiesto ed ottenuto il rinvio della udienza, pur in mancanza dei presupposti legittimanti, di lamentare la correlata considerazione della sospensione della prescrizione proprio da tale rinvio derivante’ (analoghe considerazioni erano state svolte, in precedenza, in Sez. 3, n. 26409 del 08/05/2013, C., Rv. 255579), pur distinguendo le diverse ipotesi in cui il rinvio sia stato invece disposto per impedimento della parte o del difensore, ovvero, in pendenza di sanatoria e oltre il sessantesimo giorno dall’avvio del relativo procedimento amministrativo, sia disposto d’ufficio dal giudice, in mancanza di richiesta di parte, riconoscendo, in tali casi, una operatività del rinvio limitata a soli sessanta giorni.

  1. Tale ultimo indirizzo interpretativo risulta pienamente condivisibile.

Invero, la sentenza Bombaci, pur partendo da un presupposto corretto e, cioè, che la sospensione ex lege del procedimento, in pendenza della domanda di sanatoria, è limitato, come si è precisato in precedenza, a soli sessanta giorni, giunge a conclusioni errate laddove sembra fondare la riconosciuta illegittimità del differimento oltre il sessantesimo giorno sul presupposto che la decorrenza di detto termine comporti il silenzio-rigetto, considerando quindi ogni ulteriore rinvio (e la conseguente sospensione dei termini di prescrizione), anche se espressamente richiesto al giudice, come ingiustificato.

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA AVVOCATO PENALISTA RIMINI AVVOCATO PENALISTA RAVENNA

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA
AVVOCATO PENALISTA RIMINI
AVVOCATO PENALISTA RAVENNA

Una simile affermazione non tiene conto del fatto che, nonostante il decorso del termine ed il significativo silenzio dell’amministrazione competente, questa non perde il potere di rilasciare comunque, in presenza dei presupposti di legge, il permesso di costruire in sanatoria, cosicché una eventuale richiesta di rinvio in previsione dell’accoglimento della domanda già presentata risulterebbe pienamente giustificato, considerato, peraltro, i vantaggiosi effetti per l’imputato che conseguono al rilascio del titolo abilitativo postumo.

Al contrario, del tutto irragionevoli risulterebbero le conseguenze di una diversa lettura delle disposizioni richiamate che considerino non superabile, in ogni caso, il termine di sospensione di sessanta giorni.

Invero, detto termine di definizione del procedimento amministrativo di sanatoria non viene, in pratica, quasi mai rispettato per diverse ragioni, e gli effetti, decisamente negativi per il richiedente, conseguenti al fatto che dopo il decorso del temine la domanda si intende rifiutata, sono sostanzialmente compensati dalla più volte ricordata possibilità, per l’amministrazione competente, di rilasciare comunque la sanatoria anche oltre il sessantesimo giorno dalla presentazione della richiesta.

Ebbene, accedendo all’orientamento secondo il quale ogni ulteriore sospensione del procedimento, comunque disposta, sarebbe illegittima, si verrebbe a configurare una singolare situazione, nella quale, al fine di evitare il decorso dei termini di prescrizione, il giudice si vedrebbe costretto a proseguire comunque nella trattazione del processo, anche in presenza di una espressa richiesta in tale senso della parte.

Ciò detto, va chiarito che devono comunque tenersi distinte l’ipotesi della sospensione ai sensi del combinato disposto degli artt. 36 e 45 d.P.R. n. 380/01 e quella della sospensione conseguente al rinvio su istanza di parte.

Nel primo caso, infatti, vanno applicati i principi, richiamati in precedenza e sviluppati con riferimento tanto alla disciplina del condono che a quella sulla sanatoria per accertamento di conformità, i quali presuppongono, ai fini della legittimità della sospensione, la previa verifica, da parte del giudice, della oggettiva sussistenza dei presupposti di legge.

L’analisi effettuata dalla giurisprudenza è stata particolarmente approfondita, come si è visto, riguardo alla più ampia casistica sviluppatasi in relazione al condono, sebbene conclusioni non dissimili siano state tratte anche con riferimento alla sanatoria per accertamento di conformità.

Ne consegue che, a fronte di una situazione, risultante chiaramente dagli atti o dall’imputazione, che evidenzi, pacificamente e senza necessità di specifici accertamenti, l’assenza dei requisiti per l’accoglimento della domanda, come, ad esempio, in caso di plateale contrasto delle opere con le previsioni degli strumenti urbanistici, la sospensione, per il periodo di sessanta giorni indicato dalla legge per la definizione del procedimento amministrativo (o per quello, superiore, eventualmente indicato nel provvedimento che la dispone), non potrà operare e, se disposta comunque dal giudice, autonomamente e senza richiesta di parte, non potrà produrre effetti di sospensione dei termini di prescrizione.

Per contro, avranno in ogni caso effetti sospensivi del corso della sospensione i rinvii disposti in accoglimento di una richiesta dell’imputato o del suo difensore, dovendosi al riguardo condividere le osservazioni svolte dalla citata sentenza Zappalorti.

Ricorda infatti tale pronuncia che la giurisprudenza formatasi in tema teneva necessariamente conto di quanto stabilito dall’art. 159 cod. pen. prima degli interventi modificativi ad opera della legge 5 dicembre 2005, n. 251 (‘Il corso della prescrizione rimane sospeso nei casi di autorizzazione a procedere o di questione deferita ad altro giudizio, e in ogni caso in cui la sospensione del procedimento penale o dei termini di custodia cautelare è imposta da una particolare disposizione di legge’), la quale, con l’art. 6, ne ha sostituito il testo che, come è noto, stabilisce ora, al primo comma, n. 3, che il corso della prescrizione rimane, tra l’altro, sospeso in caso di sospensione del procedimento o del processo penale per ragioni di impedimento delle parti e dei difensori, ovvero su richiesta dell’imputato o del suo difensore, disponendo che, nella prima ipotesi, l’udienza non può essere differita oltre il sessantesimo giorno successivo alla prevedibile cessazione dell’impedimento, dovendosi avere riguardo, in caso contrario, al tempo dell’impedimento aumentato di sessanta giorni.

La disposizione è stata sempre interpretata nel senso che il rinvio dell’udienza, accordato su richiesta del difensore, determina la sospensione dei termini di prescrizione del reato, ritenendosi, peraltro, manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 159 cod. pen., sollevata per contrasto con l’art. 3 Cost., nella parte in cui non indica il termine massimo di sospensione della prescrizione conseguente alla richiesta della difesa dell’imputato di un differimento dell’udienza, osservandosi che la previsione di rinvii del dibattimento su richiesta di parte è finalizzata al soddisfacimento di esigenze diverse da quelle costituenti legittimo impedimento e tiene conto della libera scelta del difensore di chiedere il rinvio, sicché è stato ritenuto logico, in tal caso, contemperare l’aggravio per l’ufficio giudiziario derivante dal soddisfacimento di esigenze di parte, rimettendo alla sua determinazione la durata del rinvio in modo da tener conto delle esigenze dell’ufficio medesimo (Sez. 3, n. 45968 del 27/10/2011, Diso, Rv. 251629).

Si è inoltre osservato (Sez. 3, n. 29885 del 15/4/2015, Vuolo, Rv 264433) come, in tali casi, la durata del differimento sia discrezionalmente determinata dal giudice in considerazione delle esigenze organizzative dell’ufficio giudiziario, dei diritti e delle facoltà delle parti coinvolte nel processo, nonché dei principi costituzionali di ragionevole durata del processo e di efficienza della giurisdizione, secondo quanto affermato dalle Sezioni Unite (n. 4909 del 18/12/2014, dep. 2015, Torchio, Rv. 262914) con riferimento a tutti i casi in cui il giudice, su richiesta del difensore, accordi un rinvio della udienza, pur in mancanza delle condizioni che integrano un legittimo impedimento per concorrente impegno professionale del difensore.

  1. In caso di rinvio su richiesta dell’imputato o del suo difensore, dunque, ai fini della sospensione dei termini di prescrizione operano i principi generali stabiliti dal codice di rito, i quali, peraltro, avranno effetto, a differenza di quanto avviene con riguardo alla sospensione prevista dal combinato disposto degli artt. 36 e 45 d.P.R. n. 380/2001, anche con riferimento ai reati eventualmente concorrenti con la contravvenzione di cui all’art. 44 del medesimo decreto.
  2. Ne consegue che ai quesiti posti in apertura della presente parte motiva, al 1, deve rispondersi affermativamente.
  3. Venendo all’esame dei motivi di ricorso, va rilevato preliminarmente che la richiesta di sanatoria per le opere abusivamente realizzate era stata presentata all’amministrazione comunale in data 8 maggio 2009, mentre, sulla base dei verbali di udienza, il cui esame non è precluso in questa sede, avuto riguardo alla natura della censura, risulta che il primo dei rinvii del processo è stato richiesto ed ottenuto all’udienza del 15 febbraio 2012, quando il termine di legge per la definizione del procedimento amministrativo era ormai spirato, con conseguente formazione del silenzio-rifiuto.

Tutti i successivi rinvii del dibattimento, peraltro, sono stati disposti su richiesta del difensore fino all’udienza del 29 gennaio 2014, data in cui interveniva la decisione di primo grado.

Le sintetiche annotazioni riportate nei verbali di udienza sono chiaramente indicative del fatto che i rinvii sono stati sollecitati esclusivamente dalla difesa, come emerge dai riferimenti alla produzione di documentazione relativa alla domanda di sanatoria pendente, dal fatto che sono stati sempre disposti, tranne che in un caso, in via preliminare ed in assenza di altre attività processuali che consentano di escludere che i differimenti siano stati disposti per altri fini.

Di tali rinvii ha dunque correttamente tenuto conto la Corte territoriale, la quale ha escluso la prescrizione del reato.

Il motivo di ricorso risulta, pertanto, manifestamente infondato.

  1. Ad analoghe conclusioni deve pervenirsi anche con riferimento al secondo e al terzo motivo di ricorso, perché le opere, come descritte nel capo di imputazione, necessitavano, per essere eseguite, del preventivo rilascio del permesso di costruire.

Si tratta di un intervento edilizio che deve essere unitariamente considerato, diversamente da quanto affermato in ricorso, ove viene effettuata la disamina delle singole opere al fine di sostenere la soggezione delle stesse ad un diverso regime autorizzatorio, ponendosi così in contrasto con il principio, ripetutamente affermato, secondo il quale il regime dei titoli abilitativi edilizi non può essere eluso attraverso la suddivisione dell’attività edificatoria finale nelle singole opere che concorrono a realizzarla, astrattamente suscettibili di forme di controllo preventivo più limitate per la loro più modesta incisività sull’assetto territoriale. L’opera deve essere infatti considerata unitariamente nel suo complesso, senza che sia consentito scindere e considerare separatamente i suoi singoli componenti e ciò ancor più nel caso di interventi su preesistente opera abusiva (Sez. 3, n. 16622 del 08/04/2015, Casciato, Rv. 263473; Sez. 3, n. 15442 del 26/11/2014, dep. 2015, Prevosto, Rv. 263339; Sez. 3, n. 5618 del 17/11/2011, dep.2012, Forte, Rv. 252125; Sez. 3 n. 34585 del 22/04/2010, Tulipani, non massimata, ed altre conformi).

Corretta risulta pertanto la soluzione adottata dalla Corte territoriale, la quale ha puntualmente analizzato la natura e consistenza dell’intervento realizzato, qualificando correttamente la condotta oggetto di contestazione, con motivazione adeguata, del tutto immune da salti logici o manifeste contraddizioni, che il ricorso denuncia senza ulteriori specificazioni, evidenziando, così, un’assoluta genericità.

  1. Il ricorso, conseguentemente, deve essere dichiarato inammissibile e alla declaratoria di inammissibilità consegue l’onere delle spese del procedimento, nonché quello del versamento, in favore della cassa delle ammende, della somma, equitativamente fissata, di Euro 1.500.

L’inammissibilità rilevata, conseguente alla manifesta infondatezza dei motivi, non consente il formarsi di un valido rapporto di impugnazione e, pertanto, preclude la possibilità di dichiarare le cause di non punibilità di cui all’art. 129 cod. proc. pen., ivi compresa la prescrizione intervenuta nelle more del giudizio di legittimità.

 

P.Q.M.

 

PENALE ABUSI EDILIZI AVVOCATO ESPERTO VICENZA TRAVISO BOLOGNA CORTE DI CASSAZIONE, SEZIONI UNITE - SENTENZA 13 aprile 2016, n.15427 Penalista

PENALE ABUSI EDILIZI AVVOCATO ESPERTO VICENZA TRAVISO BOLOGNA CORTE DI CASSAZIONE, SEZIONI UNITE – SENTENZA 13 aprile 2016, n.15427

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e della somma di Euro 1.500,00 in favore della cassa delle ammende.Consulenza Legale Studio Legale Bologna

 

PENALE ABUSI EDILIZI AVVOCATO ESPERTO VICENZA TRAVISO BOLOGNA CORTE DI CASSAZIONE, SEZIONI UNITE – SENTENZA 13 aprile 2016, n.15427

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ORDINE DEMOLIZIONE : non è suscettibile di sospensione l’ordine di demolizione, in ragione della pendenza di una domanda di condono

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non è suscettibile di sospensione l’ordine di demolizione, in ragione della pendenza di una domanda di condono

AVVOCATO A BOLOGNA-AVVOCATO BOLOGNA-STUDIO LEGALE BOLOGNA- AVVOCATO SERGIO ARMAROLI 051 6447838

AVVOCATO A BOLOGNA-AVVOCATO BOLOGNA-STUDIO LEGALE BOLOGNA- AVVOCATO SERGIO ARMAROLI 051 6447838

la demolizione, infatti, è connotata da una finalità ripristinatoria, l’acquisizione gratuita del bene e dell’area di sedime e le sanzioni pecuniarie alternative alla demolizione hanno una finalità riparatoria dell’interesse pubblico leso, le sanzioni pecuniarie previste in caso di inottemperanza all’ingiunzione a demolire sono connotate da una finalità punitiva.

 ACHIAMAPEN2ACPENGRANDE

Invero, il ricorso censura l’omessa dichiarazione della prescrizione, ai sensi dell’art. 173 cod. pen., dell’ordine di demolizione, in quanto sanzione “sostanzialmente penale”, alla luce di una interpretazione “convenzionalmente” conforme alla giurisprudenza della Corte di Strasburgo.

La tesi è fondata, come noto, su una decisione, del tutto isolata, di un giudice di merito (Tribunale Asti, ordinanza del 03/11/2014, Delorier), che ha dichiarato l’estinzione per decorso del tempo dell’ordine di demolizione, sul presupposto che si trattasse non già di una sanzione amministrativa, bensì di una vera e propria “pena”, nella declinazione “sostanzialistica” fornita dalla giurisprudenza della Corte di Strasburgo; in tal senso, dunque, anche all’ordine di demolizione sarebbe applicabile l’art. 173 cod. pen. sulla prescrizione delle pene.

4.1. Ebbene, anche qualora si volesse accedere a tale ricostruzione, la censura proposta sarebbe palesemente infondata, in quanto non sarebbe decorso neppure il termine di cinque anni previsto per la prescrizione delle pene (principali).

Invero, se il dies a quo va individuato nella irrevocabilità della condanna (artt. 172, comma 3, e 173, comma 3, cod. pen.), che nella fattispecie è intervenuta il 20/04/2009, non risulta decorso il preteso termine di prescrizione dell’ordine di demolizione, in quanto l’ingiunzione è stata notificata il 13/01/2012.

come evitare la bancarotta fraudolenta, come difendersi dalla bancarotta fraudolenta, bancarotta fraudolenta quando, quando si verifica la bancarotta fraudolenta 1.IL CONCORSO DELL’ESTRANEO NELLA BANCAROTTAFRAUDOLENTA

come evitare la bancarotta fraudolenta, come difendersi dalla bancarotta fraudolenta, bancarotta fraudolenta quando, quando si verifica la bancarotta fraudolenta
1.IL CONCORSO DELL’ESTRANEO NELLA BANCAROTTAFRAUDOLENTA

Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 20 gennaio – 10 marzo 2016, n. 9949

Presidente Ramacci – Relatore Riccardi

Ritenuto in fatto

1. Con ordinanza emessa il 2 marzo 2015 il Tribunale di Napoli, Sezione distaccata di Ischia, in funzione di giudice dell’esecuzione, rigettava l’istanza di revoca o annullamento dell’ingiunzione a demolire proposta da D.S.G. .

Il Tribunale osservava che non era suscettibile di sospensione l’ordine di demolizione, in ragione della pendenza di una domanda di condono, in quanto la “sanatoria” è stata richiesta il 30/03/1995 con riferimento ad un manufatto ad uso agricolo ultimato il 31/12/1993, mentre l’ingiunzione alla demolizione concerne un manufatto trasformato in civile abitazione, ultimato in data 13/01/2004; la trasformazione del manufatto in civile abitazione è, dunque, successiva alla presentazione dell’istanza, e pertanto fuori termine; rilevava, poi, la non applicabilità della disciplina della prescrizione della pena ex art. 173 cod. pen., essendo la demolizione una sanzione amministrativa, non “sostanzialmente penale”, diretta al ripristino dell’assetto urbanistico violato.

2. Avverso tale provvedimento ricorre il difensore di D.S.G. , Avv. Michelangelo Morgera, articolando quattro motivi di gravame, qui enunciati, ai sensi dell’art. 173 disp. att. cod. proc. pen., nei limiti strettamente necessari per la motivazione.

Il ricorrente deduce violazione di legge sostanziale e processuale, lamentando che l’ordinanza impugnata avesse disatteso senza motivare la richiesta di declaratoria di estinzione dei reati in ragione dell’istanza di condono edilizio presentata il 31/03/1995, e la conseguente revoca dell’ordine di demolizione.

Con il secondo motivo deduce violazione di legge sostanziale, lamentando l’omessa sospensione del procedimento esecutivo, imposta dall’art. 38 l. 47 del 1985.

Con il terzo motivo deduce il vizio di illogicità della motivazione, sostenendo che il rigetto fondato sulla trasformazione del manufatto, successiva alla presentazione dell’istanza di condono, fosse illegittimo, in quanto ciò che rilevava per la condonabilità dell’opera era la realizzazione del rustico, non l’ultimazione della stessa; censura altresì la contraddittorietà della motivazione dell’ordinanza impugnata, per non avere considerato l’ipotesi del rilascio di un condono tacito.

Con il quarto motivo, infine, deduce il vizio di violazione di legge in relazione alla mancata applicazione della prescrizione della pena, ai sensi dell’art. 173 cod. pen., essendo la demolizione una misura sostanzialmente penale, ai sensi della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’Uomo.

@AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA@DIFFAMAZIONE @DIRITO DI CRITICA@DIFFAMAZIONE A MEZZO STAMPA SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE SEZIONE III PENALE Sentenza 7 gennaio 2009, n. 25 Svolgimento del processo Nel dicembre del 1996 A. G. convenne in giudizio innanzi al tribunale di Napoli la società editrice, il direttore e l’autrice di alcuni articoli giornalistici pubblicati nel periodico “La Voce della Campania” tra il marzo del 1995 e il novembre del 1996, affermandone il carattere diffamatorio e domandando che i convenuti fossero condannati a risarcirgli i danni patrimoniali e non patrimoniali procuratigli (quantificati in lire 200.000.000) ed al pagamento di una somma ulteriore ex art. 12 della legge n. 47 del 1948. I convenuti resistettero, tra l’altro negando il carattere diffamatorio degli articoli pubblicati. Con sentenza del 31.7.2000 il tribunale condannò i convenuti al pagamento solidale di lire 30.000.000 e della somma ulteriore di lire 3.000.000 ai sensi della legge da ultimo citata. La corte d’appello di Napoli ha rigettato l’appello dei soccombenti con sentenza n. 872/2003, avverso la quale l’editrice la Cinqueprint s.r.l. in liquidazione, A. C. e R. P. ricorrono per cassazione affidandosi a tre motivi, cui resiste con controricorso A. G.. Motivi della decisione 1.1. Col primo motivo è dedotta violazione dell’art. 2697 c.c., assumendosi che erroneamente la corte d’appello ha ritenuto che la prova dei danni patiti dal diffamato fosse stata raggiunta per avere quegli “indicato con precisione il contenuto, ritenuto diffamatorio”, degli articoli. I ricorrenti negano, in particolare, che potessero costituire validi e rassicuranti parametri di riferimento della valutazione equitativa del danno non patrimoniale le menomazioni conseguite sul piano psicologico e la significativa diffusione del giornale nel luogo di residenza del danneggiato. 1.2. Col secondo motivo è denunciata violazione dell’art. 21 Cost.. Si sostiene che gli articoli costituivano legittima espressione dell’esercizio del diritto di critica e di cronaca, sussistendo l’interesse pubblico alla conoscenza dei fatti narrati in relazione alla posizione del G., che in passato aveva diretto un importante periodico regionale e che ancora svolgeva attività di promozione di convegni pubblici, sicché la portata esimente dell’esercizio del diritto di critica doveva essere valutata con maggiore elasticità. Si assume, inoltre, che la sentenza impugnata aveva incomprensibilmente escluso che gli articoli dovessero considerarsi espressione di una trattazione in chiave satirica solo perché pubblicati su un giornale non umoristico e se ne critica l’apprezzamento della non continenza espressiva, essendo lecito l’uso di parole aspre e pungenti ove queste siano razionalmente correlate ai fatti riportati ed ai giudizi espressi e congrui in relazione al livello della contrapposizione polemica raggiunta. Col terzo motivo si prospetta la violazione dell’art. 1227 c.c. per avere la corte escluso, ai fini della determinazione del danno, che l’omessa richiesta di rettifica da parte del G. potesse assumere rilievo alcuno. I ricorrenti affermano che, avvalendosi della rettifica, il danneggiato avrebbe potuto quantomeno attenuare le conseguenze lesive dell’illecito e che la corte d’appello aveva erroneamente ritenuto che “l’esercizio del diritto di critica era chiaramente inutile se non dannoso”. 2. È logicamente preliminare l’esame del secondo motivo, che è fondato nei sensi di cui appresso. Questa corte ha recentemente affermato che, in tema di azione di risarcimento dei danni da diffamazione col mezzo della stampa, quando la narrazione di determinati fatti sia esposta insieme alle opinioni dell’autore dello scritto, in modo da costituire nel contempo esercizio di cronaca e di critica, la valutazione della continenza non può essere condotta sulla base di criteri solo formali, dovendo invece lasciare spazio alla interpretazione soggettiva dei fatti esposti. Infatti, la critica mira non già ad informare, ma a fornire giudizi e valutazioni personali, e, se è vero che, come ogni diritto, anche quello in questione non può essere esercitato se non entro limiti oggettivi fissati dalla logica concettuale e dall’ordinamento positivo, da ciò non può inferirsi che la critica sia sempre vietata quando sia idonea ad offendere la reputazione individuale, richiedendosi, invece, un bilanciamento dell’interesse individuale alla reputazione con quello alla libera manifestazione del pensiero, costituzionalmente garantita. Siffatto bilanciamento è ravvisabile nella pertinenza della critica di cui si tratta all’interesse pubblico, cioè all’interesse dell’opinione pubblica alla conoscenza non del fatto oggetto di critica, che è presupposto dalla stessa, e, quindi, fuori di essa, ma di quella interpretazione del fatto (così Cass., n. 17172/07). L’apprezzamento dell’interesse dell’opinione pubblica alla conoscenza dei fatti pubblicati nell’esercizio della libertà di stampa costituisce dunque il presupposto di ogni ulteriore valutazione del giudice adito per il risarcimento dei danni da parte di chi si affermi diffamato, giacché non è altrimenti possibile il bilanciamento cui s’è fatto cenno. E quell’apprezzamento necessariamente presuppone a sua volta l’analisi del contenuto degli articoli che si assumono diffamatori, non potendo altrimenti ravvisarsi l’assenza di copertura costituzionale, di cui all’art. 21 Cost., in ordine all’attività del giornalista. Ebbene, la sentenza impugnata non ha riguardo al contenuto di nessuno degli articoli costituenti la pur affermata “campagna denigratoria”, che restano totalmente ignoti pur dopo la lettura dell’intera motivazione e di cui si acquisisce parziale contezza solo dal ricorso e dal controricorso. Si coglie, così, tra l’altro: - che il primo articolo (marzo 1995) recava nell’occhiello l’affermazione “c’è ancora l’ombra di Pomicino sul teatro di Napoli”; - che il secondo (ottobre 1995) aveva riguardo al G., descritto come “direttore del cuore di ‘O Ministro” … “che oggi campeggia sul Mattino con articoli sulla realtà melmosa della sinistra” concludendo: “e poi ci domandiamo chi ha ucciso la voglia di politica? Anzi se lo chiede, sempre da Chiatamone street, il neopolitologo A. G., che per risolvere l’amletico quesito scomoda grossi calibri come Panebianco, Colletti e Galli della Loggia. Chissà che la sinistra buonista - sospira l’ex direttore del cuore di ‘O Ministro - non possa liberarsi dell’attuale realtà melmosa. Eppure la risposta è semplice, G.: gli Italiani non amano più la politica semplicemente perché in politica non c’è più Pomicino. O no?”; che nel terzo (gennaio 1996), sotto il titolo “Arieccoli”, si leggeva: “Eh sì, da quando, tre anni fa, ha chiuso i battenti Itinerario, l’indimenticabile pastone politico-giornalistico pasciuto da P. C. P., l’informazione al sud è diventata davvero un problema. Se n’è accorta una pattuglia di reduci (come? da dove? da Itinerario, no?), che ha appena fondato all’uopo una nuova associazione che promette scintille. In prima fila (c’è bisogno di dirlo?) siede A. G., direttore prediletto di ‘o Ministro”; e cosi via. Appare da tanto evidente che il contenuto degli articoli è ispirato da un’inequivoca connotazione di sarcastica contrapposizione politica, e che si risolve in una critica, nella quale l’uso di un linguaggio particolarmente pungente ed incisivo trova più ampi spazi di legittimità (Cass., n. 20140/05), sicché l’affermazione del loro carattere diffamatorio indipendentemente dalla specifica considerazione del loro contenuto e del conseguente bilanciamento di interessi di cui s’è detto deve ritenersi compiuta in violazione del principio costituzionale richiamato. La sentenza va conseguentemente cassata con rinvio alla stessa corte d’appello di Napoli in diversa composizione, che deciderà in applicazione degli enunciati principi di diritto e regolerà anche le spese del giudizio di cassazione. 3. Il primo ed il terzo motivo restano assorbiti. P.Q.M. La Corte di Cassazione accoglie il secondo motivo di ricorso e dichiara assorbiti gli altri, cassa e rinvia, anche per le spese, alla corte d’appello di Napoli in diversa composizione.

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3. Il Procuratore generale presso la Corte di Cassazione ha chiesto il rigetto del ricorso.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è inammissibile innanzitutto sotto il profilo processuale, per difetto di specificità.

Al riguardo, va ribadito che deve ritenersi inammissibile il ricorso per cassazione fondato sugli stessi motivi proposti con l’appello (o, come nel caso in esame, con l’istanza rigettata dall’ordinanza emessa in sede di incidente di esecuzione, oggetto di impugnazione) e motivatamente respinti, sia per l’insindacabilità delle valutazioni di merito adeguatamente e logicamente motivate, sia per la genericità delle doglianze che, così prospettate, solo apparentemente denunciano un errore logico o giuridico determinato (ex multis, Sez. 3, n. 44882 del 18/07/2014, Cariolo, Rv. 260608).

Invero, nel caso in esame i motivi di ricorso appaiono identici a quelli sollevati con la richiesta di revoca o annullamento dell’ingiunzione a demolire, e motivatamente respinti dall’ordinanza impugnata, con la quale non propongono un reale e motivato confronto argomentativo, limitandosi a contestazioni avulse dal concreto tessuto motivazionale.

Infatti, mentre per il giudizio d’appello rileva solo la genericità intrinseca al motivo stesso, prescindendosi da ogni confronto con quanto argomentato dal giudice del provvedimento impugnato, per il giudizio di cassazione è generico anche il motivo che si caratterizza per l’omesso confronto argomentativo con la motivazione della sentenza impugnata (ex plurimis, Sez. 3, Sentenza n. 31939 del 16/04/2015, Falasca Zamponi, Rv. 264185; Sez. 6, n. 13449 del 12/02/2014, Kasem, rv. 259456, secondo cui “la genericità dell’appello o del ricorso per cassazione va valutata in base a parametri diversi, in conseguenza della differente conformazione strutturale dei due giudizi, e soltanto in relazione al secondo costituisce motivo di inammissibilità per aspecificità la mancanza di correlazione tra le ragioni argomentative della decisione impugnata e quelle poste a fondamento dell’impugnazione”).

Il difetto di specificità dei motivi, ricompreso fra le ipotesi che impongono la dichiarazione dell’inammissibilità ai sensi dell’art. 591, comma 1, lett. c), in relazione all’art. 581 lett. c), cod. proc. pen., deve intendersi come la manifesta carenza di una censura di legittimità, chiaramente identificabile.

Nel caso di specie, la genericità dei motivi si evince dalla mera deduzione, senza alcun confronto argomentativo con l’ordinanza impugnata, dei medesimi profili già motivatamente rigettati dal Tribunale in sede di esecuzione.

2. Il ricorso è manifestamente infondato anche sotto diverso profilo.

Il primo motivo va rigettato, in quanto la sospensione del procedimento, ai sensi dell’art. 44 l. 28 febbraio 1985, n. 47, e l’estinzione dei reati si applicano allorquando il procedimento penale sia ancora pendente, non già quando sia definito con sentenza irrevocabile (art. 38, comma 3, l. 47 del 1985), peraltro di condanna, come nel caso di specie.

Del resto, la sospensione del procedimento non è automatica, e va riconosciuta soltanto nelle ipotesi di astratta condonabilità delle opere (ex multis, Sez. 3, n. 21679 del 06/04/2004, Paparusso, Rv. 229319: “In materia di reati edilizi, la sospensione di cui all’art. 44 della legge 28 febbraio 1985 n. 47 non è automatica e non va astrattamente applicata a tutti i procedimenti per reati urbanistici astrattamente interessati al condono, ma solo a quelli aventi ad oggetto opere che abbiano oggettivamente i requisiti per la condonabilità ex art. 32 del D.L. 30 settembre 2003 n.326”).

3. I primi tre motivi, peraltro, sono manifestamente infondati, in quanto, secondo quanto emerge dalla lettura del ricorso e dell’ordinanza impugnata, congruamente motivata, non ricorre il requisito indispensabile della condonabilità dell’opera.

Infatti, l’istanza di condono, presentata il 31/12/1995, concerneva un manufatto ad uso agricolo, che si attesta ultimato il 31/12/1993, laddove la sentenza di condanna, ed il conseguente ordine di demolizione, riguardano una diversa opera, evidentemente sottoposta a trasformazione successivamente alla presentazione dell’istanza di condono: un manufatto adibito a civile abitazione, ed ultimato il 13/01/2004.

L’ultimazione successivamente al termine di presentazione dell’istanza di condono, e la diversità tra opera oggetto di richiesta di “sanatoria” e opera oggetto di condanna e successivo ordine di demolizione, escludono la condonabilità del manufatto, e rendono irrilevante l’invocata differenza tra realizzazione del “rustico” ed ultimazione.

4. Il quarto motivo è manifestamente infondato.

Invero, il ricorso censura l’omessa dichiarazione della prescrizione, ai sensi dell’art. 173 cod. pen., dell’ordine di demolizione, in quanto sanzione “sostanzialmente penale”, alla luce di una interpretazione “convenzionalmente” conforme alla giurisprudenza della Corte di Strasburgo.

La tesi è fondata, come noto, su una decisione, del tutto isolata, di un giudice di merito (Tribunale Asti, ordinanza del 03/11/2014, Delorier), che ha dichiarato l’estinzione per decorso del tempo dell’ordine di demolizione, sul presupposto che si trattasse non già di una sanzione amministrativa, bensì di una vera e propria “pena”, nella declinazione “sostanzialistica” fornita dalla giurisprudenza della Corte di Strasburgo; in tal senso, dunque, anche all’ordine di demolizione sarebbe applicabile l’art. 173 cod. pen. sulla prescrizione delle pene.

4.1. Ebbene, anche qualora si volesse accedere a tale ricostruzione, la censura proposta sarebbe palesemente infondata, in quanto non sarebbe decorso neppure il termine di cinque anni previsto per la prescrizione delle pene (principali).

Invero, se il dies a quo va individuato nella irrevocabilità della condanna (artt. 172, comma 3, e 173, comma 3, cod. pen.), che nella fattispecie è intervenuta il 20/04/2009, non risulta decorso il preteso termine di prescrizione dell’ordine di demolizione, in quanto l’ingiunzione è stata notificata il 13/01/2012.

4.2. In ogni caso, va evidenziato che la tesi della natura “sostanzialmente penale” dell’ordine di demolizione, oltre ad essere, come di dirà, frutto di una applicazione del diritto eurounitario eccentrica rispetto al sistema costituzionale delle fonti, è infondata.

Al riguardo, la giurisprudenza di legittimità ha elaborato una serie di principi che hanno costantemente ribadito la natura amministrativa della demolizione, quale sanzione accessoria oggettivamente amministrativa, sebbene soggettivamente giurisdizionale, esplicazione di un potere autonomo e non alternativo al quello dell’autorità amministrativa, con il quale può essere coordinato nella fase di esecuzione (ex multis, Sez. 3, n. 3685 del 11/12/2013 (dep. 2014), Russo, Rv. 258518; Sez. 3, n.37906 del 22/5/2012, Mascia, non massimata; Sez. 6, n. 6337 del 10/3/1994, Sorrentino Rv. 198511; si vedano anche Sez. U, n. 15 del 19/6/1996, RM. in proc. Monter); in tale quadro, coerentemente è stata negata l’estinzione della sanzione per il decorso del tempo, ai sensi dell’art. 173 cod. pen., in quanto tale norma si riferisce alle sole pene principali, e comunque non alle sanzioni amministrative (Sez. 3, n. 36387 del 07/07/2015, Formisano, Rv. 264736; Sez. 3, n. 43006 del 10/11/2010, La Mela, Rv. 248670); ed altresì è stata negata l’estinzione per la prescrizione quinquennale delle sanzioni amministrative, stabilita dall’art. 28 l. 24 novembre 1981, n. 689, in quanto riguardante le sanzioni pecuniarie con finalità punitiva (“il diritto a riscuotere le somme… si prescrive”), mentre l’ordine di demolizione integra una sanzione “ripristinatoria”, che configura un obbligo di fare, imposto per ragioni di tutela del territorio (Sez. 3, Sentenza n. 16537 del 18/02/2003, Filippi, Rv. 227176).

Ebbene, la tesi della natura intrinsecamente penale della demolizione risulta fondata su una serie di indici “diagnostici” della “materia penale”, ovvero la pertinenzialità rispetto ad un fatto-reato, la natura penale dell’organo giurisdizionale che la adotta, l’indubbia gravità della sanzione e l’evidente finalità repressiva; sulla base di tali indici si afferma la natura penale, facendone poi discendere una disinvolta operazione di applicazione analogica dell’art. 173 cod. pen..

4.3. Nel solco di quanto già evidenziato da questa Corte di Cassazione (Sez. 3, n. 49331 del 10/11/2015, Delorier, non ancora massimata), nel sindacato di legittimità dell’ordinanza del Tribunale di Asti, il quadro normativo che disciplina la demolizione delle opere abusive esclude, innanzitutto, che ricorra l’indice, indiziante la natura penale della misura, della pertinenzialità rispetto ad un fatto-reato; invero, l’art. 27 d.P.R. 380 del 2001 disciplina la c.d. demolizione d’ufficio, disposta dall’organo amministrativo a prescindere da qualsivoglia attività finalizzata all’individuazione di responsabili, sul solo presupposto della presenza sul territorio di un immobile abusivo; una demolizione, dunque, che ha una finalità esclusivamente ripristinatoria dell’originario assetto del territorio.

L’art. 31 T.U. edil. disciplina l’ingiunzione alla demolizione delle opere abusive, adottata dall’autorità amministrativa nel caso non venga disposta la demolizione d’ufficio; in caso di inottemperanza, è prevista l’irrogazione di una sanzione amministrativa pecuniaria, e, comunque, l’acquisizione dell’opera abusiva al patrimonio del Comune, finalizzata alla demolizione “in danno”, a spese dei responsabili dell’abuso, salvo che con specifica deliberazione consiliare non venga dichiarata l’esistenza di prevalenti interessi pubblici, e sempre che l’opera non contrasti con rilevanti interessi urbanistici ed ambientali.

Il comma 9 del medesimo art. 31 prevede che la demolizione venga ordinata dal giudice con la sentenza di condanna, “se ancora non sia stata altrimenti eseguita”.

Una lettura sistematica, e non solipsistica, della disposizione, dunque, impone di ribadire la natura amministrativa, e la dimensione accessoria, ancillare, rispetto al procedimento penale, della demolizione, pur quando ordinata dal giudice penale; tant’è che, pur integrando un potere autonomo e non alternativo a quello dell’autorità amministrativa, nel senso che la demolizione deve essere ordinata dal giudice penale anche qualora sia stata già disposta dall’autorità amministrativa, l’ordine “giudiziale” di demolizione coincide, nell’oggetto (l’opera abusiva) e nel contenuto (l’eliminazione dell’abuso), con l’ordine (o l’ingiunzione) “amministrativo”, ed è eseguibile soltanto “se ancora non sia stata altrimenti eseguita”.

Pertanto, se la “demolizione d’ufficio” e l’ingiunzione alla demolizione sono disposte dall’autorità amministrativa, senza che venga revocata in dubbio la natura amministrativa, e non penale, delle misure, e senza che ricorra la pertinenzialità ad un fatto-reato, in quanto, come si è visto, la demolizione può essere disposta immediatamente, senza neppure l’individuazione dei responsabili, non può affermarsi che la “demolizione giudiziale” – identica nell’oggetto e nel contenuto – muti natura giuridica solo in ragione dell’organo che la dispone.

Anche perché è pacifico che l’ordine “giudiziale” di demolizione è suscettibile di revoca da parte del giudice penale allorquando divenga incompatibile con provvedimenti amministrativi di diverso tenore (Sez. 3, n. 47402 del 21/10/2014, Chisci, Rv. 260972), in tal senso non mutuando il carattere tipico delle sanzioni penali, consistente nella irretrattabilità, ed è impermeabile a tutte le eventuali vicende estintive del reato e/o della pena (ad esso non sono applicabili l’amnistia e l’indulto, cfr. Sez. 3, n. 7228 del 02/12/2010 (dep.2011), D’Avino, Rv. 249309; resta eseguibile, qualora sia stato impartito con la sentenza di applicazione della pena su richiesta, anche nel caso di estinzione del reato conseguente al decorso del termine di cui all’art. 445, comma 2, cod. proc. pen., cfr. Sez. 3, n. 18533 del 23/03/2011, Abbate, Rv. 250291; non è estinto dalla morte del reo sopravvenuta all’irrevocabilità della sentenza, cfr. Sez. 3, n. 3861 del 18/1/2011, Baldinucci e altri, Rv. 249317).

Si tratta, dunque, della medesima sanzione amministrativa, adottabile parallelamente al procedimento amministrativo, la cui emissione è demandata (anche) al giudice penale all’esito dell’affermazione di responsabilità penale, al fine di garantire un’esigenza di celerità ed effettività del procedimento di esecuzione della demolizione.

Del resto, anche la dottrina più consapevole ha sottolineato la differente finalità e natura delle misure amministrative previste a salvaguardia dell’assetto del territorio: la demolizione, infatti, è connotata da una finalità ripristinatoria, l’acquisizione gratuita del bene e dell’area di sedime e le sanzioni pecuniarie alternative alla demolizione hanno una finalità riparatoria dell’interesse pubblico leso, le sanzioni pecuniarie previste in caso di inottemperanza all’ingiunzione a demolire sono connotate da una finalità punitiva.

Viene, dunque, esclusa una natura punitiva della demolizione, che non può conseguire automaticamente dall’incidenza della misura sul bene. In tal senso, non sembra ricorrere neppure l’ulteriore “indice diagnostico” della natura penale, ovvero la finalità repressiva, essendo pacifico che ciò che viene in rilievo è la salvaguardia dell’assetto del territorio, mediante il ripristino dello status quo ante (Sez. 3, n. 36387 del 07/07/2015, Formisano, Rv. 264736: “In materia di reati concernenti le violazioni edilizie, l’ordine di demolizione del manufatto abusivo, avendo natura di sanzione amministrativa di carattere ripristinatorio, non è soggetto alla prescrizione stabilita dall’art. 173 cod. pen. per le sanzioni penali, né alla prescrizione stabilita dall’art. 28 legge n. 689 del 1981 che riguarda unicamente le sanzioni pecuniarie con finalità punitiva”); che non ricorra una finalità repressiva, del resto, è confermato altresì dalla possibilità di revoca della demolizione, allorquando gli interessi pubblici sottesi alla tutela del territorio siano diversamente ponderati dall’autorità amministrativa, divenendo incompatibili con l’esecuzione della misura ripristinatoria. L’attitudine di un interesse pubblico a paralizzare l’esecuzione della sanzione, dunque, sembra escluderne la asserita finalità repressiva.

4.4. L’altro profilo di perplessità che suscita l’interpretazione (asseritamente) conforme alla giurisprudenza “eurounitaria” riguarda l’applicazione analogica della norma sulla prescrizione delle pene, che appare addirittura disinvolta.

4.4.1. L’applicazione analogica viene infatti fondata sulla sostanziale obliterazione ermeneutica dell’art. 14 delle Preleggi, sul rilievo che, poiché tale norma non può riferirsi a previsioni di favore, non occorre il presupposto dell’eadem ratio.

La delimitazione del divieto di analogia appare innanzitutto arbitraria, oltre che immotivatamente assertiva.

Se è vero, infatti, che il divieto di analogia in materia penale è considerato, dalla dottrina più attenta, relativo, concernente soltanto le norme penali sfavorevoli, nondimeno l’art. 14 Preleggi impedisce l’integrazione della norma mediante il procedimento analogico nei casi di norme eccezionali.

Al riguardo, la dottrina penalistica più accorta ritiene che il ricorso al procedimento analogico sia precluso rispetto alle cause di non punibilità (denominate anche “limiti istituzionali della punibilità”) fondate su specifiche ragioni politico-criminali o su situazioni specifiche: in tal senso, l’analogia non sarebbe consentita rispetto alle immunità, alle cause di estinzione del reato e della pena, e alle cause speciali di non punibilità (ad es., il rapporto di famiglia rilevante ex art. 649 cod. pen.).

Già tale rilievo impedirebbe, dunque, l’applicazione analogica di una causa di esclusione della pena come la prescrizione disciplinata dall’art. 173 cod. pen..

4.4.2. Ma, in ogni caso, ciò che impedisce tale disinvolta operazione interpretativa è la carenza dei due presupposti dell’analogia, alla stregua della tradizionale e condivisa teoria generale del diritto: l’esistenza di una lacuna normativa e l’eadem ratio.

L’applicazione analogica, infatti, presuppone la carenza di una norma nella indispensabile disciplina di una materia o di un caso (per riprendere la formula dell’art. 14 Prel.), chè altrimenti la scelta di riempire un preteso vuoto normativo sarebbe rimesso all’esclusivo arbitrio giurisdizionale, con conseguente compromissione delle prerogative riservate al potere legislativo e del principio di divisione dei poteri dello Stato.

Nel caso di specie, non sembra scorgersi una lacuna normativa, non potendo ritenersi indefettibile la previsione di una causa estintiva della sanzione amministrativa della demolizione in conseguenza del decorso del tempo.

L’opzione di individuare una lacuna normativa, dunque, è del tutto arbitraria, e rimessa alle personali e soggettive scelte dell’interprete.

Del resto, l’assenza di una causa di estinzione è comune alla demolizione e ad altre sanzioni amministrative, e sarebbe irragionevole, e comunque arbitraria, un’applicazione analogica della prescrizione alla prima e non alle altre; anche perché mentre la prescrizione (del reato e della pena) in materia penale è legata alla tutela di interessi individuali (libertà personale e dignità umana) ed alla progressiva erosione dell’attitudine risocializzante della pena, in ragione del decorso del tempo (tempori cedere), nella materia lato sensu amministrativa il legislatore ragionevolmente può decidere di non dare rilevanza, in una o più fattispecie sanzionatorie, al decorso del tempo quale causa estintiva, in ragione della prevalenza di interessi pubblicistici oggetto di privilegiata considerazione normativa (nel caso di specie, la prevalenza è attribuita al ripristino dell’assetto del territorio).

Inoltre, manca anche l’eadem ratio, l’elemento di identità fra il “caso” previsto ed il “caso” non disciplinato, sulla quale la tesi della natura intrinsecamente penale della demolizione sorvola.

L’art. 173 cod. pen., infatti, disciplina l’”estinzione delle pene dell’arresto e dell’ammenda per decorso del tempo” (così come, analogamente, l’art. 172 cod. pen. disciplina la prescrizione delle pene della reclusione e della multa); la causa di estinzione, dunque, è limitata alle sole pene principali, non è una norma “di favore” generale, applicabile, ad esempio, anche alle pene accessorie. A conferma, peraltro, della natura eccezionale della disposizione, già solo per tale motivo insuscettibile di applicazione analogica.

Non si scorge un motivo, ragionevole (inteso non già nella declinazione “soggettiva”, bensì costituzionale, di parità di trattamento di situazioni analoghe) e ancorato a criteri oggettivi, dunque, per applicare analogicamente la prescrizione alla sanzione della demolizione, e non alle pene accessorie – la cui natura penale, peraltro, oltre ad essere normativamente sancita, non è revocabile in dubbio – ovvero agli effetti penali della condanna.

La diversa natura e finalità delle pene principali, da un lato, e della demolizione, dall’altra, non consentono, infatti, di individuare un elemento di identità tra i due “casi” che consenta un’applicazione analogica della norma sulla prescrizione: è stato già evidenziato che mentre le pene “principali” hanno una natura lato sensu “repressiva”, ed una finalità rieducativa (recte, risocializzante), ai sensi dell’art. 27, comma 3, Cost., la demolizione non ha una natura intrinsecamente “repressiva”, né persegue finalità risocializzanti, perseguendo invece una finalità ripristinatoria dell’assetto del territorio sulla quale le esigenze individuali legate all’oblio per il decorso del tempo risultano necessariamente soccombenti rispetto alla tutela collettiva di un bene pubblico (Sez. 3, n. 43006 del 10/11/2010, La Mela, Rv. 248670; Sez. 3, Sentenza n. 16537 del 18/02/2003, Filippi, Rv. 227176).

Alla stregua delle considerazioni che precedono, dunque, deve negarsi innanzitutto la natura intrinsecamente penale della demolizione, ed in secondo luogo la legittimità di un procedimento analogico, in assenza dei due presupposti della lacuna normativa e dell’eadem ratio.

4.5. Non ricorrendo gli estremi di una legittima analogia legis, secondo i canoni interpretativi tradizionalmente desunti dall’art. 14 Prel., si deve prendere in considerazione l’ipotesi che l’operazione interpretativa a fondamento dell’applicazione analogica della prescrizione alla sanzione della demolizione sia in realtà frutto di una analogia iuris, nella quale si è proceduto alla (invero arbitraria) formulazione ed applicazione di principi generali dell’ordinamento, secondo i canoni desunti dall’art. 12 Prel..

E tuttavia anche tale procedimento interpretativo sarebbe frutto di una soggettiva ed arbitraria opzione politica dell’interprete, in assenza di una inequivocabile lacuna normativa.

Innanzitutto l’analogia iuris presupporrebbe la necessità di risolvere un “caso dubbio” – e non sembra il caso dell’estinzione della sanzione della demolizione -; in secondo luogo imporrebbe l’individuazione di un principio generale applicabile al “caso dubbio”: e non sembra che l’estinzione di una sanzione amministrativa (ma neppure penale) per il decorso del tempo possa plausibilmente integrare un principio generale dell’ordinamento, sia nazionale che sovranazionale.

Va al riguardo sempre rammentato che l’integrazione dell’ordinamento è solo residuale e succedanea all’interpretazione, e, se il caso non è dubbio, non è necessario ricorrere all’applicazione dei principi, in quanto è sufficiente l’applicazione della disposizione scritta.

4.6. Particolarmente attuale appare il monito, espresso anche da consapevole dottrina, che il diritto “eurounitario”, ed in particolare il diritto proveniente dalla giurisprudenza-fonte della Corte di Strasburgo, non venga adoperato dall’interprete alla stregua di un diritto à la carte, dal quale scegliere l’ingrediente ermeneutico ritenuto più adatto ad un’operazione di pre-comprensione interpretativa.

Il distorto utilizzo della giurisprudenza casistica delle Corti europee, infatti, può condurre, come nel caso dell’applicazione analogica della prescrizione alla demolizione, a compiere una “disanalogia”, con la quale si universalizza arbitrariamente la portata di un principio affermato in un determinato contesto.

In realtà, il principale ostacolo al procedimento analogico adoperato nell’applicazione della prescrizione alla demolizione risiede nel limite “logico” del tenore lessicale della disposizione di cui all’art. 173 cod. pen.; una norma dall’univoco significato letterale, che non consente esiti ermeneutici contra legem, e che impedisce la (sovente malintesa) interpretazione conforme.

Per impedire forme di “normazione mascherata”, infatti, il nostro sistema costituzionale delle fonti, come interpretato nel diritto vivente della Corte costituzionale, ha chiarito, fin dalle c.d. “sentenze gemelle” (n. 348 e 349 del 2007), che il diritto CEDU non è direttamente applicabile; il giudice comune, infatti, ha la sola alternativa di esperire una interpretazione “convenzionalmente conforme” della norma nazionale, ove percorribile, ovvero proporre una questione di legittimità costituzionale, adoperando il diritto CEDU quale parametro interposto di legittimità, ai sensi dell’art. 117 Cost. (Corte Cost. n. 80 del 2011).

Ebbene, nel caso di specie, poiché la norma sulla prescrizione delle pene non appare suscettibile né di applicazione analogica, né tanto meno di interpretazione “convenzionalmente conforme”, a tanto ostandovi l’univoco tenore lessicale (che limita la prescrizione alle pene “principali”), il giudice comune, ove avesse avuto un fondato dubbio di costituzionalità della norma, per l’omessa previsione di una causa estintiva della demolizione, in virtù della ritenuta natura penale della stessa, avrebbe potuto percorrere l’unica strada della proposizione di una questione di costituzionalità.

5. Va dunque riaffermato il seguente principio di diritto: “la demolizione del manufatto abusivo, anche se disposta dal giudice penale ai sensi dell’art. 31, comma 9, qualora non sia stata altrimenti eseguita, ha natura di sanzione amministrativa, che assolve ad un’autonoma funzione ripristinatoria del bene giuridico leso, configura un obbligo di fare, imposto per ragioni di tutela del territorio, non ha finalità punitive ed ha carattere reale, producendo effetti sul soggetto che è in rapporto con il bene, indipendentemente dall’essere stato o meno quest’ultimo l’autore dell’abuso. Per tali sue caratteristiche la demolizione non può ritenersi una pena nel senso individuato dalla giurisprudenza della Corte EDU e non è soggetta alla prescrizione stabilita dall’art. 173 cod. pen.”.

6. Alla declaratoria di inammissibilità del ricorso consegue la condanna al pagamento delle spese processuali e la corresponsione di una somma di denaro in favore della cassa delle ammende, somma che si ritiene equo determinare in Euro 1.000,00: infatti, l’art. 616 cod. proc. pen. non distingue tra le varie cause di inammissibilità, con la conseguenza che la condanna al pagamento della sanzione pecuniaria in esso prevista deve essere inflitta sia nel caso di inammissibilità dichiarata ex art. 606 cod. proc. pen., comma 3, sia nelle ipotesi di inammissibilità pronunciata ex art. 591 cod. proc. pen..

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 1.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.

 

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AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA REATI EDILIZI- diritto penale edilizia- agli articoli 110 c.p. e 44, lettera c), d.p.r. 380/2001 (capo a) e 734 c.p. (capo b)

avvocato penalista Bologna, ricorsi cassazione penale, cortesia e preparazione

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AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA

REATI EDILIZI

reati di cui agli articoli 110 c.p. e 44, lettera c), d.p.r. 380/2001 (capo a) e 734 c.p. (capo b)

Con sentenza del 13 luglio 2011 la Corte d’appello di Perugia – a seguito di appello proposto da V.R. , M.G. , Z.A. , D.F. , Ma.Gi.Ma. e G.P. avverso sentenza dell’8 marzo 2010 con cui il Tribunale di Spoleto li aveva condannati alla pena di mesi quattro di arresto e Euro 25.000 di ammenda ciascuno per i reati di cui agli articoli 110 c.p. e 44, lettera c), d.p.r. 380/2001 (capo a) e 734 c.p. (capo b), nonché a seguito di appello incidentale del Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Spoleto -, in riforma della sentenza di primo grado assolveva gli imputati dai reati loro ascritti perché il fatto non sussiste.

 

 

Questa sintesi della motivazione dispiegata dalla corte territoriale in ordine all’assoluzione dal reato di cui all’articolo 734 c.p. dimostra la fondatezza della doglianza del ricorrente, perché travisa il contenuto della motivazione del Tribunale. Questo, infatti, non ha esaminato il secondo capo di imputazione sulla base di una propria ottica soggettiva – di cui invece, si osserva incidenter, si è visto non far risparmio il giudice d’appello, laddove asserisce che qualunque novità produce (non interesse ma addirittura) stupore e che la tendenza architettonica odierna consisterebbe nel creare netti contrasti nel contesto antico -, bensì ha proceduto secondo una attenta impostazione razionale e oggettiva. Anzitutto ha rilevato, in punto di diritto, quel che, pur non contestandolo apertis verbis, pone in discussione la corte territoriale: il giudice penale non è condizionato dalle valutazioni della P.A. ai fini dell’accertamento della sussistenza o meno del reato di cui all’articolo 734 c.p. Ciò corrisponde all’insegnamento di questa Suprema Corte, che ravvisa nel provvedimento amministrativo incidenza soltanto sull’elemento soggettivo del reato o sulla sua gravità (Cass. sez. III, 17 giugno 2010 n.34205; Cass. sez. IV, 29 marzo 2004 n. 32125; Cass. sez. III, 3 marzo 2004 n. 15299; Cass. sez. III, 1 ottobre 1998 n. 11773; cfr. altresì Cass. sez. III, 29 settembre 2011 n. 42065).

 

avvocato penalista Bologna, opposizione decreto penale condanna, appello penali, processo penale

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SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE III PENALE

Sentenza 29 gennaio – 5 febbraio 2014, n. 5751

1. Con sentenza del 13 luglio 2011 la Corte d’appello di Perugia – a seguito di appello proposto da V.R. , M.G. , Z.A. , D.F. , Ma.Gi.Ma. e G.P. avverso sentenza dell’8 marzo 2010 con cui il Tribunale di Spoleto li aveva condannati alla pena di mesi quattro di arresto e Euro 25.000 di ammenda ciascuno per i reati di cui agli articoli 110 c.p. e 44, lettera c), d.p.r. 380/2001 (capo a) e 734 c.p. (capo b), nonché a seguito di appello incidentale del Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Spoleto -, in riforma della sentenza di primo grado assolveva gli imputati dai reati loro ascritti perché il fatto non sussiste.

2. Ha presentato ricorso il Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte d’appello di Perugia. Premesso che agli imputati era stato ascritto il capo a) per avere – V. quale amministratore unico della società titolare del permesso di costruire Madonna delle Grazie S.r.l. e della società appaltatrice Valentini G. e L. F. S.r.l.; D. quale amministratore unico di Findem S.r.l., società richiedente del permesso di costruire in quanto proprietaria dell’area di sedime al tempo della istanza, titolare altresì di singole unità abitative e di posti auto pertinenziali nel realizzato complesso edilizio per contratto di permuta con Madonna delle Grazie S.r.l. del 19 aprile 2006, nonché titolare in quest’ultima di partecipazione societaria; M. e Z. in qualità di direttori dei lavori; Ma. in qualità di dirigente responsabile della Direzione Pianificazione Urbanistica del Comune di Spoleto; G. in qualità di responsabile della Unità Tematica-Attività Produttive della Direzione S.U.I.C. del Comune di Spoleto – realizzato in …, in zona sottoposta a vincolo paesaggistico, un complesso edilizio, parte del Comparto di via della Postema individuato nel Piano Attuativo di Ristrutturazione Urbanistica (P.A.R.U.) adottato con delibera C.C. del 12 ottobre 1998 n. 135 e approvato in via definitiva con delibera C.C. del 29 aprile 1999, dalla struttura portante in cemento armato, di circa metri 80 di lunghezza, costituito da due contigui corpi di fabbrica, di profondità tra i 21 e i 15 metri e separati da una galleria, di cui uno composto da quattro elevazioni fuori terra per un’altezza di 13,20 metri e l’altro composto da cinque elevazioni per un’altezza di circa 16,30 metri, entrambi dotati di piano scantinato accessibile alle auto, per un complessivo volume di mc. 14.254 insistente su un’area di mq.2200, in virtù di permesso di costruire n. 7107 del 28 aprile 2006, illegittimo perché superiore all’indice edificatorio consentito, e premesso altresì che agli imputati era stato ascritto anche il reato di cui al capo.

b) per avere, nelle rispettive qualità e in concorso tra loro, mediante la realizzazione del suddetto complesso edilizio, distrutto e alterato le bellezze naturali del centro storico di Spoleto, il ricorrente ha articolato dieci motivi.

2.1 Il primo motivo denuncia travisamento del fatto e contraddittorietà tra motivazione e specifici atti del processo nella ricostruzione dei fatti relativi ai due capi d’imputazione: adducendo “una versione errata e lacunosa” di “pacifici fatti”, la sentenza impugnata avrebbe addotto la necessità di riqualificazione sociale della zona in questione, laddove “in nessun atto si parlò mai di risanare l’intera area”; la sentenza afferma che la gran parte dell’area interessata al parcheggio era di proprietà privata, laddove più del 50% era già del Comune di Spoleto quando fu pianificato il parcheggio della Postema, essendo FINDEM S.r.l. proprietaria solo del 17,32% della superficie occorrente e non essendo mutata la situazione quando fu definitivamente approvato il P.A.R.U.; diversamente da quanto scritto in sentenza, poi, l’accordo bonario fu stretto solo con tale società e non con tutti i privati; non è vero che la suddetta società, come afferma la corte territoriale, “era proprietaria nella zona di terreni edificabili per una estensione tale da poter realizzare la volumetria di fatto poi realizzata”, né che il consenso della Soprintendenza fu rilasciato per notevole riduzione della volumetria, la differenza rispetto all’edificio dapprima non autorizzato consistendo in meno del 5%.

2.2 I motivi seguenti, tranne l’ultimo, riguardano il capo a). Il secondo motivo, dunque, lamenta la violazione dell’articolo 44, lettera c), d.p.r. 380/2001 con riferimento all’articolo 7 d.m. 1444/1968 attuativo della I. 765/1967. Dato atto che l’elemento costitutivo dei reati urbanistici è la difformità della costruzione dai parametri di legalità, la quale sussiste non solo in caso di assenza del titolo, ma anche quando vi è titolo autorizzativo illegittimo, il ricorrente osserva che nel caso di specie il permesso di costruire del 28 aprile 2006 è da rapportarsi al P.A.R.U. e all’allegata bozza di accordo bonario tra il Comune e il privato. Nel PRG di Spoleto all’epoca vigente (approvato con DPGR 11 aprile 1988 n.204), l’area in cui fu eseguito l’intervento, all’interno delle mura dei secoli XIII-XIV, era qualificata “A1-Zona di rilevante importanza storica, artistica, monumentale, ambientale”. In questo tipo di zona l’articolo 7 d.m. 1444/1968 stabilisce che per le nuove costruzioni “la densità fondiaria non deve superare il 50% della densità fondiaria media della zona e, in nessun caso, i 5 mc/mq”. Per il calcolo della volumetria assentibilile rileva l’indice di fabbricabilità fondiario, e non quello di fabbricabilità territoriale (al lordo degli spazi non edificabili) – indice definito dall’articolo 16 NTA del PRG all’epoca vigente secondo la nozione generalmente accolta -, ma la discrezionalità del Comune nel fissarlo è dunque limitata dal citato articolo 7 d.m. 1444/1968. Il thema decidendi è l’accertamento della superficie fondiaria, cioè, come da articolo 12 NTA, della effettiva superficie edificabile disponibile.

Come insegna anche la giurisprudenza amministrativa, occorre riferirsi alla singola area di edificazione, con esclusione delle aree destinate ad uso pubblico. Ciò è stato violato nel caso di specie “perché si è concentrata, su un singolo edificio, la volumetria di un’area molto più ampia di quella di sua pertinenza”, essendosi l’operazione “sostanziata in una assegnazione di densità fondiaria alle aree libere della zona A, in vista della costruzione di nuovi complessi insediativi che le NTA (art. 33) ed ancor prima gli artt. 2 e 7 del DM 1444/68 riservano alla zona C ed alla formazione, all’uopo, di piani di lottizzazione convenzionali”. Il P.A.R.U. sarebbe stato quindi utilizzato “per finalità tipiche di un Piano di lottizzazione, strumento riservato alle zone di espansione e non utilizzabile in zona A”. Il nuovo edificio ha dunque violato l’articolo 7 suddetto, anche perché nella zona Al la possibilità di nuova edificazione è strettamente connessa a “ricucire” il tessuto storico o al più a rinnovarlo in modo omogeneo a quello esistente. Quindi FINDEM S.r.l. non avrebbe mai potuto ottenere non solo un edificio di quella volumetria, ma neppure un intervento edilizio di quel tipo, l’unico intervento non meramente conservativo consentito nella zona A1 ex articoli 31 L. 457/1978 e 27 NTA essendo la ristrutturazione urbanistica, non realizzabile con un’unica costruzione bensì con un insieme sistematico di interventi edilizi.

Anche qualora fosse poi corretta l’interpretazione della sentenza sulla riferibilità della nozione di superficie fondiaria all’intera area interessata dal complessivo intervento, non sarebbe stata comunque computabile l’area del parcheggio, che invece secondo la sentenza – poiché l’articolo 12, comma 1, NTA esclude dalla superficie fondiaria le sole opere di urbanizzazione primaria e secondaria, tra cui ex articolo 13 NTA non rientrano i parcheggi – sarebbe stata correttamente computata, perché come area edificabile esprimeva una volumetria. Ma il d.m. 1444/1968 (articolo 4), stabilendo la necessità di riservare un minimo di “spazi pubblici o riservati ad attività collettive, a verde pubblico o a parcheggi da osservare in rapporto agli insediamenti residenziali”, esclude che l’area destinata a parcheggio sia calcolabile ai fini della costruzione di edifici, come si evince pure dall’articolo 41quinquies, comma 8, I. 1150/1942. E infatti le opere pubbliche, in quanto tali, non esprimono una vocazione edificatoria.

Tutto ciò non sarebbe inficiato dalla perizia disposta dalla corte territoriale, cui questa aderisce senza motivazione, in quanto le conclusioni del perito sono affette da errore di diritto e contrastano con le stesse prassi riscontrate. Precisando poi che la superficie fondiaria di ogni singolo intervento edilizio, cui vanno riferiti gli indici massimi di edificabilità, non è l’area di sedime, bensì il lotto di pertinenza, il ricorrente conclude che la sentenza erra calcolando l’indice di densità fondiaria in relazione all’intera area del comparto, di mq. 13.000, così violando l’inderogabile articolo 7 d.m. 1444/1968.

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Infine costituisce ulteriore profilo di illegittimità del P.A.R.U. e del permesso l’indebito ricorso alla perequazione urbanistica, consistendo questa nell’attribuzione di un diritto edificatorio aggiuntivo quale premio per il raggiungimento di obiettivi pubblici, e non ricorrendone nel caso di specie i presupposti come identificati da Cons. Stato, sez. IV, 13 luglio 2010 n. 4545, impropriamente richiamata dalla corte territoriale (rispetto del principio di legalità, predeterminazione nel PRG delle condizioni per l’attivazione delle relative convenzioni, sussistenza nell’accordo tra privato e Comune dei requisiti di tipicità e nominatività dei provvedimenti amministrativi che sostituisce, finalizzazione, ex articolo 11 L. 241/1990, a un interesse pubblico). Quando fu adottato il P.A.R.U. e stipulato l’accordo bonario non vi era ancora un sostegno normativo che conducesse al rispetto del principio di legalità e il contenuto dell’accordo non tutelava alcun interesse pubblico, ma solo quello privato; e comunque non è derogabile il limite dell’indice di densità fondiaria in zona A mediante una tecnica perequativa, che confliggerebbe con l’esigenza di conservazione del suddetto tipo di zona. In conclusione, Vindice di densità fondiaria doveva calcolarsi solo sull’area di mq 2200 oggetto della edificazione privata, quale superficie fondiaria rilevante, senza tener conto di aree destinate all’opera pubblica, in particolare a parcheggio. Invece l’articolo 7 d.m. 1444 del 1968 è violato attraverso la concentrazione su tale aria, pari al 13% dell’area complessiva, dell’intera volumetria dell’area complessiva, anche con utilizzo illegittimo del modello perequativo.
Il terzo motivo denuncia vizio motivazionale per assoluta mancanza di motivazione giuridica sulle tematiche trattate nel secondo motivo.

2.3 Il quarto motivo, che denuncia violazione degli articoli 42 e 5 c.p. in relazione al reato di cui all’articolo 44, lettera e), d.p.r. 380/2001 con riferimento all’articolo 7 d.m. 1444/1968, è presentato insieme al quinto motivo di vizio motivazionale in riferimento a dette norme nonché agli articoli 192 e 546 c.p.p.. I due motivi censurano la sentenza laddove nega l’esistenza dell’elemento soggettivo per il reato di cui al capo a), richiamando i criteri sulla scusabilità dell’errore di diritto evincibili dalle sentenze 364/1988 e 322/2007 della Corte Costituzionale, esaminando le diverse posizioni soggettive degli imputati sulla base di essi ed evidenziando la competenza in materia dei funzionari Ma. e G. nonché degli altri imputati, da tempo tutti operatori del settore. Il ricorrente nega poi che l’affidamento degli imputati possa supportarsi sul parere favorevole della Sovrintendenza, attinente al vincolo paesaggistico e comunque negato due volte, la terza per una riduzione della volumetria inferiore al 5%. Non vi sarebbe pertanto una evidente buona fede degli imputati.

2.4 Il sesto e il settimo motivo sono anch’essi presentati congiuntamente. Il sesto motivo denuncia violazione degli articoli 603, commi 1 e 3, c.p.p. con riferimento agli articoli 44, lettera c), d.p.r. 380/2001 e 7 d.m. 1444/1968, nonché violazione degli articoli 42 e 5 c.p. e degli articoli 192 e 546 c.p.p.. Il settimo denuncia mancanza di motivazione rispetto a tali norme. Entrambi i motivi riguardano l’ordinanza con cui la corte territoriale ha ordinato la rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale e disposto perizia. La rinnovazione – evidenzia il sesto motivo – dovrebbe essere eccezionale mentre nel caso di specie l’accertamento avrebbe dovuto apparire alla corte irrilevante, non incidendo come “venga calcolata” la volumetria bensì come “doveva” essere calcolata; non vi erano poi agli atti elementi nel senso di una prassi in Umbria analoga a quella adottata nel caso di specie, essendo questa una mera allegazione difensiva; comunque la prassi, anche se accertata, non incide sulla decisione, non sussistendo ipotesi di errore scusabile e non avendo le prassi rilevanza sulla prova della inevitabile ignoranza della legge, tanto più ove, come nel caso di specie, le norme sono chiare. Il settimo motivo lamenta che la corte non abbia motivato sulle ragioni per cui fosse impossibile decidere allo stato degli atti e quindi necessitasse la perizia, pur essendo stata tale motivazione sollecitata dal pm con apposita memoria.

2.5 Il ricorrente presenta congiuntamente anche l’ottavo e il nono motivo, relativi al recepimento delle conclusioni della perizia da parte della corte territoriale, l’ottavo come vizio motivazionale e il nono come vizio motivazionale e violazione degli articoli 44, lettera c), d.p.r. 380/2001 e 7 d.m. 1444 del 1968. La corte si pone in contrasto pure con le conclusioni del perito (che non avrebbe indicato come la volumetria debba determinarsi, ma come a suo avviso è determinata in Umbria) e comunque non motiva sull’adesione a esse, non confutando le osservazioni del pm; conclusioni, queste, comunque erronee perché basate su una nozione di superficie fondiaria diversa da quella accolta dalla costante giurisprudenza e dalle NTA del Comune di Spoleto.

2.6 II decimo motivo riguarda il reato di cui al capo b), anzitutto contestando che venga meno per l’insussistenza del reato di cui al capo a). La corte stessa comunque ha ritenuto non preclusivo questo argomento, definendo poi le valutazioni della sentenza di primo grado “generiche e tautologiche, espressioni di un soggettivo apprezzamento del giudicante, avulse da qualsiasi parametro oggettivo e contraddette dall’assenso al progetto rilasciato dalla Sovrintendenza e dalla assenza di giudizi negativi e di rilevanti proteste da parte di visitatori e di cittadini”, in tal modo contraddicendone il reale contenuto. La sentenza del Tribunale, infatti, aveva ancorato il proprio giudizio a due riferimenti oggettivi: l’imponente volumetria in un contesto di particolare pregio storico, paesaggistico e architettonico, e il duplice annullamento del progetto da parte della Sovrintendenza, che lo aveva infine approvato con motivazione apparente. Pertanto il giudice d’appello non svolge una “critica ragionata ed analitica delle argomentazioni” del primo giudice limitandosi ad una enunciazione apodittica e quindi illogica, così creando vizio motivazionale. Ricostruisce poi il ricorrente la vicenda degli interventi della Sovrintendenza, e sottolinea che la valutazione del giudice penale non è vincolata dalla valutazione della P.A., altresì adducendo che una vasta opinione pubblica avrebbe criticato l’edificio e ribadendo quindi la sussistenza del reato.

In data 17 ottobre 2012 la difesa degli imputati V. , M. , Z. e D. ha depositato memoria che chiede il rigetto del ricorso.

Considerato in diritto

3. Il ricorso è fondato.
3.1 Deve preliminarmente rilevarsi che non è accoglibile la conclusione in tesi del PG che ha chiesto la rimessione alle Sezioni Unite di questa Suprema Corte affinché queste si pronuncino in ordine alla possibilità di annullamento senza rinvio qualora sussistano i presupposti per l’annullamento con rinvio ma la estinzione del reato per prescrizione sia assolutamente imminente. Nel caso in esame, infatti, la estinzione per prescrizione non può definirsi tale, in quanto risulta dagli atti che, per adesione dell’avvocato Paolo Feliziani, codifensore dell’imputato G. , all’astensione dalle udienze civili e penali indetta dall’O.U.A. per il giorno 23 ottobre 2012, all’udienza appunto del 23 ottobre 2012 il presente ricorso è stato rinviato a nuovo ruolo con sospensione dei termini di prescrizione, e in seguito quindi fissato per l’udienza del 18 giugno 2013. Al termine prescrizionale addotto dal PG come maturato in data 19 marzo 2014 deve pertanto assommarsi la suddetta sospensione di quasi otto mesi, onde l’estinzione del reato per prescrizione non è qualificabile come imminente.

3.2 Passando dunque al vaglio dei motivi del ricorso, si osserva che il primo concerne questioni fattuali che lo stesso ricorrente definisce fatti pacifici: si tratta, a ben guardare, di alcune estrapolazioni dall’illustrazione dei fatti nella sentenza impugnata, che non hanno incidenza decisiva (l’esistenza o meno di necessità di riqualificazione sociale di tutta la zona; l’identificazione del soggetto che prima della pianificazione del parcheggio nel comparto fosse proprietario della maggior parte dell’area; la stipulazione dell’accordo bonario, oltre che con il proprietario dell’area su cui è stato poi costruito l’edificio di cui si tratta, anche con altri soggetti non coinvolti in detta costruzione; la definizione della riduzione della volumetria come notevole o meno in rapporto al consenso della Sovrintendenza), per cui il motivo non è riconducibile alla fattispecie del travisamento rilevante, anche qualora quanto esposto dalla corte territoriale fosse da intendersi come erroneo nel modo che prospetta il ricorrente. Il motivo è pertanto infondato.

3.3 Il secondo motivo attiene invece alla questione di diritto centrale quanto al thema decidendum relativo al reato di cui al capo a). Per meglio comprenderlo, è opportuno prendere le mosse proprio dal contenuto della sentenza impugnata al riguardo.

3.3.1 La sentenza, infatti, dopo avere qualificato “agevole pervenire ad una assoluzione per difetto dell’elemento psicologico dei reati contestati” (motivazione, pagina 22), afferma che gli imputati hanno comunque diritto ad essere assolti con la forma più ampia perché il fatto non sussiste (motivazione, pagina 27). Premesso allora che “l’ambito del giudizio è delimitato dalla contestazione” ex articolo 521 c.p.p., la corte territoriale rileva che dalla lettura del capo di imputazione per il reato edilizio risulta che la realizzazione del complesso edilizio è stata ritenuta illegittima – e parimenti è stato ritenuto illegittimo il permesso di costruire cui è conforme – perché ha violato gli standard urbanistici di cui al d.m. 1444/1968 sotto il profilo volumetrico, onde è stato contestato come unico profilo di illegittimità “soltanto l’eccesso di volumetria” che, secondo il PM e il primo giudice, supera l’indice di edificabilità: questo indice, secondo la prospettazione accusatoria, avrebbe infatti dovuto determinare la volumetria in rapporto alla superficie di mq 2200 del sedime del complesso edilizio destinato ad abitazioni; secondo la tesi difensiva, invece, non vi sarebbe stato alcun illegittimo superamento perché occorre moltiplicare il medesimo indice per la superficie di tutta l’area del comparto oggetto del complesso intervento edilizio costituito dal parcheggio interrato e dall’edificio destinato ad abitazioni (mq 13.498), di modo che la volumetria risulta di me 39.414 anche se quella assentita è stata poi ridotta a me 16.600.

Osserva la Corte d’appello che la determinazione della volumetria rispetto alla superficie dell’intera area interessata dall’intervento e non solo rispetto alla superficie di sedime dell’edificio è stata chiaramente affermata dal perito nominato dalla corte stessa. Anche i consulenti del PM, a ben guardare, afferma ancora la sentenza impugnata, “non hanno mai affermato che il rispetto dell’indice debba essere valutato con riferimento all’area di sedime piuttosto che a tutta l’area oggetto di intervento” in quanto “il riferimento alla superficie di sedime è stato operato soltanto perché nel caso in esame tale superficie coincideva – secondo la tesi del P.M. fatta sostanzialmente propria dal Tribunale -con l’area complessiva dell’intervento, quella ottenuta scorporando dalla superficie di tutto il comparto previsto nel PARU quella concernente il parcheggio, le aree pertinenziali e quelle destinate ad attività commerciali, coincidente dunque con la sola superficie di sedime del complesso edilizio destinato ad abitazione”. Ritiene il giudice d’appello che quindi “il nodo centrale” sia stabilire la legittimità o meno della previsione del comparto della Postema come area unitaria, sul punto rilevando che “nessuna norma vieta al Comune di predisporre un piano attuativo di ristrutturazione urbanistica articolato in una opera pubblica ed in opere di edilizia privata” e che il PM e il Tribunale hanno escluso il ricorso alla tecnica perequativa di distribuzione ed accorpamento di volumetria tra opera pubblica ed opera privata, “ma il problema è mal posto”.

La perequazione urbanistica concerne le aree prima della loro edificazione, per cui non vi è cessione di volumetria dal pubblico al privato “dal momento che prima della attività di edificazione i terreni, anche quelli interessati dalla realizzazione dell’opera pubblica, risultano per lo più appartenere a privati”; sarebbe inoltre assurdo “consentire, tramite la perequazione, la realizzazione di una determinata volumetria se il comparto prevede la realizzazione di sole opere di edilizia privata, laddove al contrario non sarebbe consentito a fronte di opere di edilizia privata e pubblica”. Scopo della perequazione è consentire la realizzazione di opere pubbliche senza gravosi procedimenti espropriativi, bensì mediante la cessione da parte dei privati delle aree su cui realizzarle.

Non è pertanto condivisibile quella che sarebbe la base dell’accusa, vale a dire “non essere consentita la predisposizione di un comparto che preveda la compresenza di un’opera pubblica e di edilizia privata”. Non vi sarebbe alcuna norma ostativa all’inclusione in un unico comparto di opere pubbliche e private e la società privata in questione era “proprietaria nella zona di terreni edificabili per una estensione tale da poter realizzare la volumetria di fatto poi realizzata”. Se, anziché prevedere un’opera pubblica, il Comune avesse previsto solo opere di edilizia privata “la volumetria realizzata sarebbe risultata del tutto lecita”. E poiché il parcheggio interrato è opera pubblica si configura “la possibilità di concentrare la volumetria consentita dalla estensione di tutto il reparto (per la precisione 14.254 mc. dei 16.600 assentiti) sui 2200 mq che rappresentano l’area di sedime dell’edificio destinato ad abitazioni”. Conclude pertanto il giudice d’appello che, essendo legittima la compresenza in un comparto del PARU di opere pubbliche e private, “il rispetto dell’indice di edificabilità va accertato con riferimento a tutta la superficie del comparto e non soltanto con riferimento all’area di sedime dell’edificio destinato ad abitazioni: donde nel caso concreto il totale rispetto dell’indice suddetto e, dunque, la insussistenza del reato”.

3.3.2 Questa sintesi del ragionamento della sentenza impugnata evidenzia la sua fondamentale impostazione omissiva. La sentenza invero, anziché accertare quale sia la Corretta interpretazione degli standard urbanistici di cui al d.m. 2 aprile 1968 n. 1444 a proposito dell’indice di edificabilità, si arrocca su un piano assertivo che fa riferimento soltanto agli esiti della perizia disposta dalla corte territoriale (i quali sarebbero poi coincidenti, secondo la corte stessa, con le valutazioni dei consulenti del PM: il che, si rileva per inciso, renderebbe quanto meno illogica/ultronea la disposizione della perizia), come se al perito fosse stata deputata – e potesse esserlo, mediante una sorta di delega giurisdizionale – la risoluzione di una questione evidentemente di diritto (“Che la volumetria consentita debba essere determinata con riferimento alla superficie dell’intera area interessata dall’intervento e non soltanto con riferimento alla superficie di sedime…lo ha chiaramente affermato il perito nominato da questa Corte”: motivazione, pagine 28-29). L’unico riferimento al decreto interministeriale suddetto è nel senso che il “calcolo dell’indice di densità edilizia” secondo il decreto esclude le soprastrutture di epoca recente: ciò significa che “considerando evidentemente la superficie di sedime delle stesse al fine proprio di abbassare l’indice di edificabilità su tutta l’area, è evidente che l’indice rappresenta il peso complessivo dell’edificato che grava su tutta l’area e non solo su quella di sedime” (motivazione, pagina 29). Questa argomentazione non appare perspicua, e comunque non sostiene l’asserto mutuato dalla perizia. Quanto appena riportato come contenuto della sentenza sulla questione in esame, comunque, convalida la doglianza del ricorrente nel senso che la corte territoriale non ha inquadrato né sul piano normativo né su quello giurisprudenziale il thema decidendum attinente all’indice di edificabilità.

Il d.m. 2 aprile 1968 n. 1444 – “Limiti inderogabili di densità edilizia, di altezza, di distanza tra i fabbricati e rapporti massimi tra spazi destinati agli insediamenti residenziali e produttivi e spazi pubblici o riservati alle attività collettive, al verde pubblico o a parcheggi da osservare ai fini della formazione dei nuovi strumenti urbanistici o della revisione di quelli esistenti, ai sensi dell’art. 17 della legge 6 agosto 1967 n. 765” – è stato emesso su delega prevista nell’articolo 41 quinquies della legge 18 agosto 1942 n. 1150, ed essendo stato quest’ultimo inserito proprio dall’articolo 17 della legge 6 agosto 1967 n. 765 gli è stata riconosciuta efficacia di legge dello Stato, per cui gli strumenti urbanistici non possono discostarsene, prevalendo il decreto anche sui regolamenti locali nella determinazione appunto degli standard urbanistici (cfr. da ultimo Cass. sez. Ili, 12 gennaio 2012 n. 10431; Cass. sez. III, 24 novembre 2011-17 febbraio 2012 n. 6599; Cass. sez. III, 22 settembre 2011 n. 36104; Cass.civ. sez. II, 11 febbraio 2008 n. 3199; S.U. civ. 7 luglio 2011 n. 14953; e cfr. altresì Cons. Stato sez. IV, 22 gennaio 2013 n. 354 nonché Corte Costituzionale 232/2005).

All’articolo 7, rubricato come “Limiti di densità edilizia”, il decreto stabilisce che i “limiti inderogabili di densità edilizia per le diverse zone territoriali omogenee” si conformano per le zone A nel senso che “per le eventuali nuove costruzioni ammesse, la densità fondiaria non deve superare il 50% della densità fondiaria media della zona e, in nessun caso, 5 mc/mq”. L’interpretazione dottrinale e giurisprudenziale ha peraltro evidenziato che nel decreto “la densità edilizia si distingue tra territoriale e fondiaria. La “densità edilizia territoriale” è riferita a ciascuna zona omogenea e definisce il carico complessivo di edificazione che può gravare sull’intera zona; viceversa, la “densità edilizia fondiaria” è riferita alla singola area e definisce il volume massimo su di essa edificabile. La differenza consiste nel fatto che la densità edilizia territoriale, riferendosi a ciascuna zona omogenea dello strumento di pianificazione, definisce il complessivo carico di edificazione che può gravare su ciascuna zona stessa, per cui il relativo indice è rapportato all’intera superficie della zona, ivi compresi gli spazi pubblici, quelli destinati alla viabilità, ecc.;” viceversa, la densità edilizia fondiaria, “concernendo la singola area e definendo il volume massimo edificabile sulla stessa, implica che il relativo indice sia rapportato all’effettiva superficie suscettibile di edificazione” (così, da ultimo, Cons. Stato, sez. IV 8 gennaio 2013 n. 32; e v. altresì Cons. Stato sez. IV, 6 settembre 1999 n. 1402, Cons. Stato sez. IV, 16 marzo 1998 n.443, Cons. Stato, sez. V, 13 agosto 1996 n. 918, Cons. Stato, sez. IV, 22 marzo 1993 n. 182; Tar Campania sez. Napoli, 6 luglio 2000 n. 2676; Tar Lombardia, sez. Brescia, 1 giugno 1998 n. 448; Tar Piemonte 5 giugno 1996 n. 448). Negli standard di edificabilità la densità fondiaria e la densità territoriale integrano dunque due concetti nettamente distinti. Mentre la densità territoriale attiene al comparto, al lordo di strade e altri spazi pubblici, la densità fondiaria attiene al singolo lotto o fondo identificato al netto delle aree asservite a standard urbanistici: vale a dire, la corrispondente superficie fondiaria è identificabile nella superficie del lotto edificabile al netto delle superfici destinate ad opere di urbanizzazione primaria e secondaria. L’indice di fabbricabilità fondiaria, pertanto, risulta essere lo strumento di misura del massimo volume edificabile su ciascuna unità di superficie fondiaria. Confondere, allora, ai fini di determinare la volumetria assentibile, la superficie edificabile di mq 2200 con la superficie dell’intero comparto equivale a pretermettere la distinzione che giuridicamente secerne l’area edificabile dalla zona omogenea in cui si inserisce, id est equivale a elidere i limiti di edificabilità perché questi, in tal modo, costituirebbero una percentuale della zona omogenea anziché una percentuale dell’area interessata direttamente dalla edificabilità stessa. E così confonde, in effetti, la corte territoriale, applicando il criterio della densità edilizia territoriale in luogo di quello della densità edilizia fondiaria, in contrasto con la giurisprudenza amministrativa, consolidata e che non vi è motivo alcuno (come già si evince dall’ampia citazione sopra trascritta) per contraddire.
3.3.3 Le successive considerazioni che la corte territoriale svolge in ordine al fatto che in un comparto possano trovarsi sia opere pubbliche sia opere private non sono pertinenti, per quanto appena osservato, poiché non incidono sulla imperatività della norma di cui all’articolo 7 d.m. 2 aprile 1968 n. 1444, che si avvince nella determinazione dell’indice in questione, come si è appena visto, all’area su cui costruire, indipendentemente dal fatto che questa sia inserita o meno in un comparto in cui opere pubbliche in concreto si affianchino ad opere private. Quanto poi alla tematica della perequazione, a prescindere da talune osservazioni del giudice d’appello non esenti da una certa connotazione apodittica e/o incongrua (come quella per cui “non vi è alcuna cessione di volumetria dal pubblico al privato, dal momento che prima della attività di edificazione i terreni, anche quelli interessati dalla realizzazione dell’opera pubblica, risultano per lo più appartenere a privati”: motivazione, pagine 30-31), e a prescindere altresì da quel che adduce il ricorrente in ordine alla normativa vigente all’epoca dell’accordo bonario (ovvero che la bozza di questo era allegata al PARU e che l’accordo bonario fu stipulato il 23 novembre 2000 tra Comune e FINDEM, cioè quando la legislazione statale non conferiva alla P.A. la facoltà di stipulare accordi sostitutivi di provvedimenti, introdotta per la prima volta in via generale dalla L. 15/2005 modificando gli articoli 1, comma 1 bis, e 11 l. 241/1990), è sufficiente rilevare che qualunque accordo stipulato dalla P.A. jure privatorum in luogo di esercitare attività jure imperii – cioè nel caso di specie allo scopo di supplire un provvedimento espropriativo – non può comunque assumere un contenuto contra legem, poiché trattasi esclusivamente di realizzazione in forma diversa di un pubblico scopo, e non di una deroga alle norme imperative, che, in quanto tali, circoscrivono l’autonomia delle parti in ogni negozio giuridico. La P.A., poi, quando agisce jure privatorum, ovvero convenzionalmente con il privato, si giova di una facoltà di opzione relativa al quomodo della sua attività, facoltà che non reca peraltro alcuna incidenza sul contenuto dell’attività stessa, non spostando sul piano della discrezionalità quel che, invece, è inderogabilmente predeterminato dal legislatore con norma non meramente dispositiva bensì imperativa, e che è pertanto direttamente sussumibile nel parametro della legittimità che governa l’attività amministrativa nel suo complesso. Anche l’accordo bonario, allora, non poteva consentire il superamento dell’inderogabile limite di densità edilizia per nuove costruzioni in zona A, limite dettato quantomeno dall’articolo 7 d.m. 2 aprile 1968 n. 1444 con valenza di legge statale; e ciò assorbe ogni altro profilo, inclusi quelli della possibilità di coesistenza in un comparto di opere pubbliche e di opere private e della qualificazione dell’area destinata a parcheggio.
In conclusione, risulta fondato il secondo motivo, essendo la corte territoriale effettivamente incorsa nell’errore di diritto che questo ha denunciato.
3.4 La fondatezza del secondo motivo rende superfluo il vaglio del terzo. Meramente ad abundantiam, quindi, si rileva che, poiché questo riguarda non solo il vizio motivazionale ex art. 606, primo comma, lettera e), e.p.p. ma pure una pretesa assoluta mancanza di motivazione della sentenza impugnata in ordine alle questioni denunciate nel secondo motivo, il ricorrente, con un asserto chiaramente non corrispondente al reale contenuto della sentenza (non sussiste assoluta carenza di motivazione, come risulta da quanto sin qui esaminato, bensì non sono condivisibili gli argomenti con cui l’ha intessuta il giudice d’appello), ha tentato invano di schivare ex articolo 606, primo comma, lettera c), c.p.p. l’inammissibilità che deriva dall’essere il vizio motivazionale rilevante ai fini dell’articolo 606, primo comma, lettera e), c.p.p. esclusivamente se attiene alla motivazione in punto di fatto, per quella di diritto non incidendo le modalità del ragionamento bensì il suo risultato (p.es. Cass. sez. II, 20 maggio 2010 n. 19696: “Il vizio di motivazione denunciabile nel giudizio di legittimità è solo quello attinente alle questioni di fatto e non anche di diritto, giacché ove queste ultime, anche se in maniera immotivata o contraddittoriamente od illogicamente motivata, siano comunque esattamente risolte, non può sussistere ragione alcuna di doglianza”; conformi Cass. sez. II, 21 gennaio 2009 n. 3706; Cass. sez. V, 22 febbraio 1994 n. 4173; Cass. sez. IV, 7 marzo 1988 n. 6243; trattasi peraltro di principio generale che governa l’ambito della giurisdizione di legittimità, e investe pertanto anche il ricorso ex articolo 360 n.5 c.p.c.: cfr. da ultimo Cass. civ. sez. III, 14 febbraio 2012 n. 2107).
3.5 Seguono nel ricorso il quarto e il quinto motivo, riguardanti, sotto il profilo della violazione di legge e del vizio motivazionale, la pretesa mancanza di elemento soggettivo. La corte territoriale ha infatti conformato la motivazione su un doppio binario: solo dopo avere specificamente illustrato perché, a suo avviso, sarebbe “agevole” ritenere che il fatto non costituisce reato per entrambi i reati contestati (motivazione, pagine 22-27), come già si è visto, affronta la questione della sussistenza del fatto reato quanto alla contestazione di cui al capo a), giungendo agli esiti appena constatati come non condivisibili.

3.5.1 Quanto all’elemento soggettivo, allora, adduce il giudice d’appello che occorre guardarsi dal trasformare, negandone il rilievo pur allo scopo di tutelare il territorio e l’assetto urbanistico, “la responsabilità degli imputati in una responsabilità obiettiva, che non tiene conto in alcun modo del ragionevole affidamento da loro riposto nella legittimità degli atti amministrativi che l’hanno preceduta” (motivazione, pagina 22). Anche se questi possono essere – senza che ne occorra la disapplicazione – ritenuti illegittimi dal giudice penale nell’accertamento diretto della sussistenza degli elementi costitutivi del reato, non può venir meno, infatti, “ai fini dell’accertamento dell’elemento psicologico, la rilevanza della presenza di atti amministrativi ritenuti legittimi”, che la corte territoriale identifica nel PARU – cui è correlato l’accordo bonario del 23 novembre 2000 – e nel permesso di costruire anche con il parere favorevole della Sovrintendenza quanto al rispetto del vincolo paesaggistico.

Secondo la corte il fatto che il sequestro preventivo sia stato poi disposto solo ad opera ormai finita, il 21 marzo 2009, il numero delle persone intervenute nel procedimento amministrativo, così alto da escludere l’ipotesi di una collusione che partirebbe fin dall’adozione del PARU, il fatto che non sia stata esercitata l’azione penale, e per reati più gravi, nei confronti delle persone coinvolte nel procedimento amministrativo, nonché “il sospetto (perché di questo ovviamente soltanto si tratta) che siano stati interessi economici rilevanti ad animare i vari protagonisti”, tutto questo “non può essere assunto ad indice rivelatore della sussistenza del reato urbanistico ben potendo accadere che un permesso di costruire, benché rilasciato in un contesto di collusione e corruttela, sia tuttavia del tutto legittimo”. Dunque l’elemento psicologico dei reati contestati non potrebbe essere altro che colpa: e avendo il primo giudice ritenuto che non fosse ascrivibile alcuna colpa ad alcuni coimputati che ha pertanto assolti e ritenuto invece che gli attuali appellanti “fossero in grado di rendersi conto della illiceità della propria condotta” per la “pacifica macroscopicità della violazione edilizia” nonostante “complesse questioni giuridiche ad essa sottese”, il secondo giudice ritiene tale impostazione non condivisibile. La violazione della normativa non poteva essere macroscopica proprio per la complessità delle questioni giuridiche; l’impegnativo iter seguito per l’approvazione del PARU e “gli annullamenti disposti dalla Sovrintendenza prima di rilasciare il consenso a fronte di una notevole riduzione della volumetria potevano indurre ragionevolmente gli interessati a confidare nella legittimità del PARU e del permesso di costruire”. A ciò si aggiunga che il perito incaricato dal giudice d’appello accertava che in Umbria dal 1985 fino alla sentenza impugnata l’indice di edificabilità era stato sempre calcolato nel modo contestato e che la natura non macroscopica della violazione sarebbe dimostrata dal fatto che né l’autorità amministrativa né l’autorità giudiziaria durante tutta l’esecuzione dei lavori ne avevano disposto la sospensione o il sequestro.

3.5.2 II ricorrente fonda il suo quarto motivo sulla pretermissione da parte del giudice d’appello dei criteri dettati dalla Corte Costituzionale nella sentenza 364/1988 (poi ribaditi nella sentenza 322/2007) per individuare in termini di scusabilità/inevitabilità l’errore ex articolo 5 c.p., criteri seguiti dalla giurisprudenza di legittimità. È condivisibile la doglianza del ricorrente che la corte territoriale ignora i consolidati parametri ermeneutici relativi all’errore di diritto scusabile, errore che in questo caso consisterebbe, in effetti, nell’avere ritenuto legittimi il PARU e – o quanto meno – il permesso di costruire in rapporto all’articolo 7 d.m. 2 aprile 1968 n. 1444. Va anzitutto premesso che l’errore su una norma extrapenale che integra la norma penale è assorbito dalla disciplina dell’errore su quest’ultima ex articolo 5 c.p. (da ultimo Cass. sez. IV, 18 gennaio 2012 n. 6405). Ciò posto, è sufficiente ricordare il chiaro insegnamento della prima sentenza del giudice delle leggi che pose un confine alla generalità dell’articolo 5 c.p. consentendo, peraltro entro limiti rigorosi e nettamente determinati, l’adeguamento della fattispecie alla sua concretezza oggettiva e soggettiva.

La sentenza 364/1988 ha indicato la necessità, per qualificare inevitabile l’errore di diritto, del vaglio della fattispecie mediante criteri oggettivi, c.d. puri o misti (quali l’obiettiva oscurità del testo normativo, l’esistenza di gravi contrasti interpretativi giurisprudenziali, il ricevimento di “assicurazioni erronee” ecc.) da coordinare con il parametro soggettivo delle particolari condizioni e conoscenze del singolo, tali da renderne l’ignoranza inescusabile. Una compatta giurisprudenza di questa Suprema Corte ha raccolto l’insegnamento della Consulta, in particolare – per quanto qui rileva – affermando che l’errore sulla legge penale non è inevitabile “quando l’agente svolge una attività in uno specifico settore rispetto alla quale ha il dovere di informarsi con diligenza sulla normativa esistente” (così Cass. sez. V, 26 febbraio 2008 n. 22205, v. pure Cass. sez. VI, 21 giugno 2007 n. 35813 e Cass. sez. VI, 22 marzo 2000 n. 6776). Sotto tale profilo la corte territoriale non ha esaminato la condizione degli imputati, tutti operatori del settore, alcuni quali funzionari pubblici altri nell’esercizio delle proprie attività professionali e imprenditoriali; né tanto meno -spostandosi sul piano oggettivo – ha considerato che il profilo volumetrico dell’edificio non poteva, appunto per degli operatori del settore, sfuggire all’articolo 7 d.m. 2 aprile 1968 n. 1444, sulla cui interpretazione, come sopra si è visto, si era sviluppata una giurisprudenza del tutto chiara (sull’effetto ostativo di un pacifico orientamento giurisprudenziale rispetto alla qualificazione dell’errore di diritto come scusabile da ultimo Cass. sez. VI, 25 gennaio 2011 n. 6991).

Gli indici che la corte territoriale ha invece posto in luogo di quelli indicati dalla giurisprudenza della Corte Costituzionale e di questa Suprema Corte non sono riconducibili alla corretta interpretazione dell’articolo 5 c.p., perché, come si è visto, sono caratterizzati dalla non pertinenza rispetto alla posizione del singolo imputato (in tal senso deve qualificarsi l’indicazione dell’alto numero di persone come coinvolte nel lungo procedimento amministrativo, l’esclusione di una collusione di rilievo penale nell’ambito di tale procedimento o comunque la mancata azione penale per altri reati, nonché la tardività nella disposizione del sequestro dell’edificio) e rispetto alle conoscenze che sempre il singolo imputato avrebbe dovuto avere quale operatore del settore, o quanto meno rispetto al dovere d’informazione che semmai gli sarebbe disceso da tale sua condizione professionale per consentirgli di esercitarla con diligenza e perizia (tali sono l’evidenziazione della lunghezza temporale dell’iter procedimentale e la qualificazione di complessità delle questioni giuridiche laddove, in relazione a quanto la stessa corte territoriale ha riconosciuto essere stato contestato nel capo d’imputazione, il tutto si identificava nella questione della volumetria, come già osservato oggetto di pluridecennale giurisprudenza; il che, da ultimo, rende irrilevante l’ulteriore elemento del risultato della perizia disposta dal giudice d’appello).

In conclusione, risulta fondato il quarto motivo del ricorso, laddove, per il quinto, non si può non richiamare quanto sopra esposto a proposito del terzo motivo: non vi è carenza di motivazione, bensì la motivazione di diritto della corte territoriale ha condotto ad un esito erroneo, il quale di per sé soltanto rileva, come lo stesso ricorrente lo ha fatto rilevare nel quarto motivo.
3.6 Quanto si è sopra esposto in ordine al secondo e al quarto motivo assorbe evidentemente gli ulteriori profili oggetto di doglianza relativa al capo a), ovvero i motivi sesto e settimo sull’ammissione della perizia in rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale e i motivi ottavo e nono sugli esiti della perizia, che non occorre pertanto vagliare.

3.7 Il decimo motivo, dedicato al reato ex articolo 734 c.p., denuncia anzitutto la violazione di legge rappresentata dall’avere ritenuto la corte territoriale che l’insussistenza del reato di cui al capo a) comporti l’insussistenza anche di quello di cui al capo b). La fondatezza della doglianza è più che evidente, dal momento che si tratta di reati posti a presidio di beni giuridici diversi, per cui non può sussistere alcuna consequenzialità come prospettato dalla sentenza impugnata nell’incipit dell’esame del gravame attinente all’articolo 734 c.p. Peraltro, su ciò non vi è luogo a ulteriore indugio dal momento che la stessa corte territoriale manifesta una sorta di “resipiscenza” esaminando comunque (motivazione, pagine 34 ss.) l’imputazione de qua senza vincolarla all’imputazione precedente.

La vera ragione che supporta l’assoluzione in appello perché il fatto non sussiste è identificabile, quindi, nella censura delle modalità di accertamento, e della loro correlata illustrazione motivazionale, che si riscontrano, ad avviso del secondo giudice, nella sentenza del primo: il Tribunale “attribuisce alle dimensioni del complesso edilizio ed al suo aspetto moderno l’effetto di turbare il godimento estetico dei visitatori del luogo a causa di un negativo impatto del complesso sull’assetto preesistente” ma lo fa mediante espressioni che, “nella loro genericità e tautologia, sembrano rappresentare più una considerazione del Giudice piuttosto che quello (sic) dei visitatori del luogo” (non vi sarebbe “prova di rilevanti proteste”), laddove l’assenso al progetto rilasciato dalla Sovrintendenza, cioè dall'”autorità preposta alla tutela proprio di quei beni ed interessi richiamati dal Giudice”, avrebbe dovuto indurre quest’ultimo “a procedere con cautela nell’asserire che un complesso edilizio di nuova costruzione, soltanto perché di determinate dimensioni ed aspetto moderno, non possa armonizzarsi con l’ambiente circostante sì da consentire di considerarlo anch’esso, una volta superato il senso di stupore che sempre si prova dinanzi al nuovo, un elemento caratterizzante un particolare luogo ed una particolare comunità”, essendo poi “tendenza attuale dell’architettura…inserire il moderno nel contesto antico”. Erroneamente, dunque, il primo giudice avrebbe fondato la decisione sul suo “senso estetico soggettivo” anziché avvalersi di quello che il secondo giudice ritiene il parametro più oggettivo possibile, cioè l’assenso della Sovrintendenza, che avrebbe potuto essere superata nel senso della sussistenza del reato solo mediante “elementi obiettivi di prova molto più concreti e rilevanti” come una perizia collegiale sui “profili richiamati genericamente dal Tribunale”.

Questa sintesi della motivazione dispiegata dalla corte territoriale in ordine all’assoluzione dal reato di cui all’articolo 734 c.p. dimostra la fondatezza della doglianza del ricorrente, perché travisa il contenuto della motivazione del Tribunale. Questo, infatti, non ha esaminato il secondo capo di imputazione sulla base di una propria ottica soggettiva – di cui invece, si osserva incidenter, si è visto non far risparmio il giudice d’appello, laddove asserisce che qualunque novità produce (non interesse ma addirittura) stupore e che la tendenza architettonica odierna consisterebbe nel creare netti contrasti nel contesto antico -, bensì ha proceduto secondo una attenta impostazione razionale e oggettiva. Anzitutto ha rilevato, in punto di diritto, quel che, pur non contestandolo apertis verbis, pone in discussione la corte territoriale: il giudice penale non è condizionato dalle valutazioni della P.A. ai fini dell’accertamento della sussistenza o meno del reato di cui all’articolo 734 c.p. Ciò corrisponde all’insegnamento di questa Suprema Corte, che ravvisa nel provvedimento amministrativo incidenza soltanto sull’elemento soggettivo del reato o sulla sua gravità (Cass. sez. III, 17 giugno 2010 n.34205; Cass. sez. IV, 29 marzo 2004 n. 32125; Cass. sez. III, 3 marzo 2004 n. 15299; Cass. sez. III, 1 ottobre 1998 n. 11773; cfr. altresì Cass. sez. III, 29 settembre 2011 n. 42065).

Successivamente, il Tribunale ha effettuato l’accertamento sulla base di oggettivi elementi fattuali a sua disposizione, identificati nell’importante entità della volumetria e nella realizzazione di un edificio di tale entità volumetrica e di aspetto moderno in una zona vincolata. Infine, ha motivato (cfr. S.U. 21 ottobre 1992-12 gennaio 1993 n. 248) in ordine agli interventi della Sovrintendenza, oltre che sull’elemento soggettivo del reato, così pervenendo all’accertamento della sua sussistenza. Risulta pertanto evidente la fondatezza del motivo, avendo la corte territoriale non solo – sia pure implicitamente – ritenuto in modo erroneo che sussista una subordinazione del giudice penale rispetto alla valutazione della pubblica amministrazione superabile solo mediante il deferimento della valutazione stessa a un collegio peritale, laddove la giurisprudenza consolidata di questa Suprema Corte (d’altronde in coerenza con il generale principio del giudicante peritus peritorum) tale subordinazione esclude, ma altresì avendo travisato il giudice d’appello le chiaramente corrette modalità di accertamento adottate dal giudice di primo grado.
In conclusione, la sentenza impugnata deve essere annullata con rinvio alla Corte d’appello di Firenze.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata con rinvio alla Corte d’appello di Firenze.

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  15.          Processo minorile
  16.          Reato di stalking
  17.          Avvocato a Bologna

Baricella Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

Altri Servizi Proposti:

  1.          Avvocati penalisti Baricella
  2.          Studio legale penale a Bologna
  3.          Decreto penale di condanna
  4.          Opposizione decreto penale di condanna
  5.          Rito abbreviato
  6.          Richiesta Risarcimento danni
  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
  9.          Difesa penale Bologna
  10.          Diritto penale Bologna
  11.          Patteggiamento
  12.          Appello penale
  13.          Ricorso per cassazione penale
  14.          Ricorsi tribunale del riesame
  15.          Processo minorile
  16.          Reato di stalking
  17.          Avvocato a Bologna

Bentivoglio Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

Altri Servizi Proposti:

  1.          Avvocati penalisti Bentivoglio
  2.          Studio legale penale a Bologna
  3.          Decreto penale di condanna
  4.          Opposizione decreto penale di condanna
  5.          Rito abbreviato
  6.          Richiesta Risarcimento danni
  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
  9.          Difesa penale Bologna
  10.          Diritto penale Bologna
  11.          Patteggiamento
  12.          Appello penale
  13.          Ricorso per cassazione penale
  14.          Ricorsi tribunale del riesame
  15.          Processo minorile
  16.          Reato di stalking
  17.          Avvocato a Bologna

Bologna Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

Altri Servizi Proposti:

  1.          Avvocati penalisti Bologna
  2.          Studio legale penale a Bologna
  3.          Decreto penale di condanna
  4.          Opposizione decreto penale di condanna
  5.          Rito abbreviato
  6.          Richiesta Risarcimento danni
  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
  9.          Difesa penale Bologna
  10.          Diritto penale Bologna
  11.          Patteggiamento
  12.          Appello penale
  13.          Ricorso per cassazione penale
  14.          Ricorsi tribunale del riesame
  15.          Processo minorile
  16.          Reato di stalking
  17.          Avvocato a Bologna

Borgo Tossignano Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

Altri Servizi Proposti:

  1.          Avvocati penalisti  Borgo Tossignano
  2.          Studio legale penale a Bologna
  3.          Decreto penale di condanna
  4.          Opposizione decreto penale di condanna
  5.          Rito abbreviato
  6.          Richiesta Risarcimento danni
  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
  9.          Difesa penale Bologna
  10.          Diritto penale Bologna
  11.          Patteggiamento
  12.          Appello penale
  13.          Ricorso per cassazione penale
  14.          Ricorsi tribunale del riesame
  15.          Processo minorile
  16.          Reato di stalking
  17.          Avvocato a Bologna

Budrio Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

Altri Servizi Proposti:

  1.          Avvocati penalisti Budrio
  2.          Studio legale penale a Bologna
  3.          Decreto penale di condanna
  4.          Opposizione decreto penale di condanna
  5.          Rito abbreviato
  6.          Richiesta Risarcimento danni
  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
  9.          Difesa penale Bologna
  10.          Diritto penale Bologna
  11.          Patteggiamento
  12.          Appello penale
  13.          Ricorso per cassazione penale
  14.          Ricorsi tribunale del riesame
  15.          Processo minorile
  16.          Reato di stalking
  17.          Avvocato a Bologna

Calderara di Reno Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

Altri Servizi Proposti:

  1.          Avvocati penalisti Calderara di Reno
  2.          Studio legale penale a Bologna
  3.          Decreto penale di condanna
  4.          Opposizione decreto penale di condanna
  5.          Rito abbreviato
  6.          Richiesta Risarcimento danni
  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
  9.          Difesa penale Bologna
  10.          Diritto penale Bologna
  11.          Patteggiamento
  12.          Appello penale
  13.          Ricorso per cassazione penale
  14.          Ricorsi tribunale del riesame
  15.          Processo minorile
  16.          Reato di stalking
  17.          Avvocato a Bologna

Camugnano Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

Altri Servizi Proposti:

  1.          Avvocati penalisti Bologna,Camugnano
  2.          Studio legale penale a Bologna
  3.          Decreto penale di condanna
  4.          Opposizione decreto penale di condanna
  5.          Rito abbreviato
  6.          Richiesta Risarcimento danni
  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
  9.          Difesa penale Bologna
  10.          Diritto penale Bologna
  11.          Patteggiamento
  12.          Appello penale
  13.          Ricorso per cassazione penale
  14.          Ricorsi tribunale del riesame
  15.          Processo minorile
  16.          Reato di stalking
  17.          Avvocato a Bologna

Casalecchio di Reno Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

Altri Servizi Proposti:

  1.          Avvocati penalisti Casalecchio di Reno
  2.          Studio legale penale a Bologna
  3.          Decreto penale di condanna
  4.          Opposizione decreto penale di condanna
  5.          Rito abbreviato
  6.          Richiesta Risarcimento danni
  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
  9.          Difesa penale Bologna
  10.          Diritto penale Bologna
  11.          Patteggiamento
  12.          Appello penale
  13.          Ricorso per cassazione penale
  14.          Ricorsi tribunale del riesame
  15.          Processo minorile
  16.          Reato di stalking
  17.          Avvocato a Bologna

Casalfiumanese Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

Altri Servizi Proposti:

  1.          Avvocati penalisti Bologna
  2.          Studio legale penale a Bologna
  3.          Decreto penale di condanna
  4.          Opposizione decreto penale di condanna
  5.          Rito abbreviato
  6.          Richiesta Risarcimento danni
  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
  9.          Difesa penale Bologna
  10.          Diritto penale Bologna
  11.          Patteggiamento
  12.          Appello penale
  13.          Ricorso per cassazione penale
  14.          Ricorsi tribunale del riesame
  15.          Processo minorile
  16.          Reato di stalking
  17.          Avvocato a Bologna

Castel d’Aiano Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

Altri Servizi Proposti:

  1.          Avvocati penalisti Bologna
  2.          Studio legale penale a Bologna
  3.          Decreto penale di condanna
  4.          Opposizione decreto penale di condanna
  5.          Rito abbreviato
  6.          Richiesta Risarcimento danni
  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
  9.          Difesa penale Bologna
  10.          Diritto penale Bologna
  11.          Patteggiamento
  12.          Appello penale
  13.          Ricorso per cassazione penale
  14.          Ricorsi tribunale del riesame
  15.          Processo minorile
  16.          Reato di stalking
  17.          Avvocato a Bologna

Castel del Rio Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

Altri Servizi Proposti:

  1.          Avvocati penalisti Bologna
  2.          Studio legale penale a Bologna
  3.          Decreto penale di condanna
  4.          Opposizione decreto penale di condanna
  5.          Rito abbreviato
  6.          Richiesta Risarcimento danni
  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
  9.          Difesa penale Bologna
  10.          Diritto penale Bologna
  11.          Patteggiamento
  12.          Appello penale
  13.          Ricorso per cassazione penale
  14.          Ricorsi tribunale del riesame
  15.          Processo minorile
  16.          Reato di stalking
  17.          Avvocato a Bologna

Castel di Casio Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

Altri Servizi Proposti:

  1.          Avvocati penalisti Bologna
  2.          Studio legale penale a Bologna
  3.          Decreto penale di condanna
  4.          Opposizione decreto penale di condanna
  5.          Rito abbreviato
  6.          Richiesta Risarcimento danni
  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
  9.          Difesa penale Bologna
  10.          Diritto penale Bologna
  11.          Patteggiamento
  12.          Appello penale
  13.          Ricorso per cassazione penale
  14.          Ricorsi tribunale del riesame
  15.          Processo minorile
  16.          Reato di stalking
  17.          Avvocato a Bologna

Castel Guelfo di Bologna Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

Altri Servizi Proposti:

  1.          Avvocati penalisti Bologna
  2.          Studio legale penale a Bologna
  3.          Decreto penale di condanna
  4.          Opposizione decreto penale di condanna
  5.          Rito abbreviato
  6.          Richiesta Risarcimento danni
  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
  9.          Difesa penale Bologna
  10.          Diritto penale Bologna
  11.          Patteggiamento
  12.          Appello penale
  13.          Ricorso per cassazione penale
  14.          Ricorsi tribunale del riesame
  15.          Processo minorile
  16.          Reato di stalking
  17.          Avvocato a Bologna

Castel Maggiore Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

Altri Servizi Proposti:

  1.          Avvocati penalista Castelmaggiore
  2.          Studio legale penale a Bologna
  3.          Decreto penale di condanna
  4.          Opposizione decreto penale di condanna
  5.          Rito abbreviato
  6.          Richiesta Risarcimento danni
  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
  9.          Difesa penale Bologna
  10.          Diritto penale Bologna
  11.          Patteggiamento
  12.          Appello penale
  13.          Ricorso per cassazione penale
  14.          Ricorsi tribunale del riesame
  15.          Processo minorile
  16.          Reato di stalking
  17.          Avvocato a Bologna

Castel San Pietro Terme Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

Altri Servizi Proposti:

  1.          Avvocati penalisti Bologna,castel San Pietro terme
  2.          Studio legale penale a Bologna
  3.          Decreto penale di condanna
  4.          Opposizione decreto penale di condanna
  5.          Rito abbreviato
  6.          Richiesta Risarcimento danni
  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
  9.          Difesa penale Bologna
  10.          Diritto penale Bologna
  11.          Patteggiamento
  12.          Appello penale
  13.          Ricorso per cassazione penale
  14.          Ricorsi tribunale del riesame
  15.          Processo minorile
  16.          Reato di stalking
  17.          Avvocato a Bologna

Castello d’Argile Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

Altri Servizi Proposti:

  1.          Avvocati penalisti Bologna  Castello D’Argile
  2.          Studio legale penale a Bologna
  3.          Decreto penale di condanna
  4.          Opposizione decreto penale di condanna
  5.          Rito abbreviato
  6.          Richiesta Risarcimento danni
  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
  9.          Difesa penale Bologna
  10.          Diritto penale Bologna
  11.          Patteggiamento
  12.          Appello penale
  13.          Ricorso per cassazione penale
  14.          Ricorsi tribunale del riesame
  15.          Processo minorile
  16.          Reato di stalking
  17.          Avvocato a Bologna

Castenaso Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

Altri Servizi Proposti:

  1.          Avvocati penalisti Bologna, Castenaso
  2.          Studio legale penale a Bologna
  3.          Decreto penale di condanna
  4.          Opposizione decreto penale di condanna
  5.          Rito abbreviato
  6.          Richiesta Risarcimento danni
  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
  9.          Difesa penale Bologna
  10.          Diritto penale Bologna
  11.          Patteggiamento
  12.          Appello penale
  13.          Ricorso per cassazione penale
  14.          Ricorsi tribunale del riesame
  15.          Processo minorile
  16.          Reato di stalking
  17.          Avvocato a Bologna

Castiglione dei Pepoli Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

Altri Servizi Proposti:

  1.          Avvocati penalisti Bologna
  2.          Studio legale penale a Bologna
  3.          Decreto penale di condanna
  4.          Opposizione decreto penale di condanna
  5.          Rito abbreviato
  6.          Richiesta Risarcimento danni
  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
  9.          Difesa penale Bologna
  10.          Diritto penale Bologna
  11.          Patteggiamento
  12.          Appello penale
  13.          Ricorso per cassazione penale
  14.          Ricorsi tribunale del riesame
  15.          Processo minorile
  16.          Reato di stalking
  17.          Avvocato a Bologna

Crevalcore Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

Altri Servizi Proposti:

  1.          Avvocati penalisti Bologna
  2.          Studio legale penale a Bologna
  3.          Decreto penale di condanna
  4.          Opposizione decreto penale di condanna
  5.          Rito abbreviato
  6.          Richiesta Risarcimento danni
  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
  9.          Difesa penale Bologna
  10.          Diritto penale Bologna
  11.          Patteggiamento
  12.          Appello penale
  13.          Ricorso per cassazione penale
  14.          Ricorsi tribunale del riesame
  15.          Processo minorile
  16.          Reato di stalking
  17.          Avvocato a Bologna

Dozza Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

Altri Servizi Proposti:

  1.          Avvocati penalisti Bologna
  2.          Studio legale penale a Bologna
  3.          Decreto penale di condanna
  4.          Opposizione decreto penale di condanna
  5.          Rito abbreviato
  6.          Richiesta Risarcimento danni
  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
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Fontanelice Lo studio si occupa della difesa di:
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Grizzana Morandi Lo st

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Autorizzazione scarichi acque reflue Corte Costituzionale sent.209 del 18 luglio 2014 SENTENZA N. 209

Autorizzazione scarichi acque reflue

Corte Costituzionale sent.209 del 18 luglio 2014

SENTENZA N. 209

 

Diapositiva1justice statue

 

Acque reflueLa norma regionale oggetto di impugnazione, secondo il ricorrente, pone l’interesse ambientale in una posizione deteriore sotto due diversi profili che, quanto agli effetti, si sommano l’uno all’altro. Il primo è costituito dal termine inferiore (60 giorni anziché 90) previsto dal legislatore regionale rispetto a quello stabilito dal legislatore statale per la decisione sulla domanda di autorizzazione allo scarico; il secondo è l’effetto che consegue al decorso del termine, cui il legislatore regionale riconnette addirittura la temporanea concessione dell’autorizzazione per un termine di 60 giorni, salvo revoca. In definitiva appare palese, ad avviso del ricorrente, la violazione dell’art. 117, secondo comma, lettera s), Cost., trattandosi di normativa afferente alla materia della «tutela dell’ambiente e dell’ecosistema», in ordine alla quale sussiste la competenza legislativa statale esclusiva, e nella quale il legislatore regionale è intervenuto non per ampliare i livelli di tutela ai sensi dell’art. 29 della legge n. 241 del 1990, ma per diminuirli.
dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 1, comma 250, della legge della Regione Campania 15 marzo 2011, n. 4 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale 2011 e pluriennale 2011-2013 della Regione Campania – Legge finanziaria regionale 2011), nella parte in cui prevede che «L’autorità competente provvede entro sessanta giorni dalla ricezione della domanda. Se detta autorità risulta inadempiente nei termini sopra indicati, l’autorizzazione si intende temporaneamente concessa per i successivi sessanta giorni, salvo revoca»;

 

avvocato penalista Bologna
1.2.– Con atto depositato in data 27 giugno 2011, si è costituita in giudizio la Regione Campania e ha chiesto che le sollevate questioni di legittimità costituzionale vengano dichiarate inammissibili o infondate.
1.3.– Con memoria depositata in data 15 febbraio 2012, la resistente ha eccepito l’inammissibilità del ricorso per genericità della delibera di autorizzazione all’impugnazione che non conteneva le specifiche disposizioni della legge regionale da impugnare.
1.4.– In data 21 febbraio 2012, l’Avvocatura generale dello Stato ha depositato la relazione ministeriale richiamata nella delibera di impugnazione della Presidenza del Consiglio dei ministri, contenente l’indicazione delle specifiche disposizioni della legge regionale da impugnare.
1.5.– Con memoria depositata in data 30 aprile 2012, la difesa regionale ha ricordato che questa Corte (sentenza n. 234 del 2010) ha affermato come lo stesso legislatore statale abbia autorizzato forme alternative di scelta dell’organo competente a rilasciare l’autorizzazione allo scarico di acque reflue. Inoltre, ha rimarcato che le prescrizioni della Regione Campania, sul termine per la decisione sull’istanza di autorizzazione e sulla formazione di un provvisorio silenzio-assenso, non potrebbero considerarsi limitative del livello di tutela dell’ambiente.
2.– Con ricorso notificato il 23-27 giugno 2011 e depositato il successivo 30 giugno (reg. ric. n. 62 del 2011), il Presidente del Consiglio dei ministri ha impugnato l’art. 1, commi 5 e 8, della legge della Regione Campania 5 maggio 2011, n. 7 (Modifiche della legge regionale 7 gennaio 1983, n. 9, concernente il rischio sismico, della legge regionale 25 agosto 1989, n. 15, concernente l’ordinamento amministrativo del consiglio regionale, della legge regionale 28 marzo 2007, n. 4, concernente la materia della gestione dei rifiuti, della legge regionale 30 aprile 2002, n. 7, concernente l’ordinamento contabile della regione Campania, della legge regionale 28 novembre 2008, n. 16, e della legge regionale 3 novembre 1994, n. 32, concernenti il riordino del servizio sanitario regionale e della legge regionale 15 marzo 2011, n. 4, concernente la legge finanziaria regionale 2011), per violazione dell’art. 117, secondo comma, lettera s), e terzo comma, Cost.
2.1.– In particolare, l’art. 1, comma 5, della legge reg. n. 7 del 2011 stabilisce che: «[i]l comma 5 dell’articolo 8 della legge regionale 28 novembre 2008, n. 16 (Misure straordinarie di razionalizzazione e riqualificazione del sistema sanitario regionale per il rientro dal disavanzo), è sostituito dal seguente: “5. Nelle more dell’accreditamento istituzionale delle strutture sanitarie e socio-sanitarie, le aziende sanitarie locali devono sottoscrivere, con le strutture autorizzate ai sensi della delibera della Giunta regionale della Campania n. 7301 del 31 dicembre 2001, contratti per le attività di cure palliative ai malati terminali-hospice. La Giunta regionale provvede all’approvazione delle tariffe entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge.”».
Ad avviso del ricorrente, la disposizione censurata comporterebbe oneri, sottesi alla prevista conclusione obbligatoria dei contratti per la fornitura di servizi di cure palliative, non sottoposti ai limiti di spesa previsti dall’art. 1, comma 796, lettere a), b) e t), della legge 27 dicembre 2006, n. 296 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge finanziaria 2007), che costituiscono principi fondamentali in materia di «coordinamento della finanza pubblica» ai sensi dell’art. 117, terzo comma, Cost.
Inoltre, la prevista conclusione dei contratti predetti con strutture autorizzate ma non accreditate non assicurerebbe i livelli minimi di tutela della salute garantiti dagli artt. 8, 8-bis, 8-ter e 8-quater del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 502 (Riordino della disciplina in materia sanitaria, a norma dell’articolo 1 della legge 23 ottobre 1992, n. 421). Le citate disposizioni, infatti, prevedono requisiti che le strutture devono soddisfare al fine di ottenere l’accreditamento, che potrebbero non avere quelle autorizzate all’esercizio di attività sanitaria, le quali non hanno ancora ottenuto l’accreditamento definitivo, con conseguente violazione, anche sotto questo ulteriore profilo, dell’art. 117, terzo comma, Cost.
2.2.– L’art. 1, comma 8, della medesima legge reg. n. 7 del 2011 dispone che: «[i] comuni competenti in materia di scarichi in corpi idrici superficiali possono avvalersi della provincia, all’interno del cui territorio ricadono, ai fini dell’esercizio delle funzioni trasferite ai sensi del comma 250 dell’articolo 1 della legge regionale n. 4 del 2011. I comuni, qualora intendano avvalersi per l’istruttoria degli uffici e del personale della provincia, possono stipulare con tale ente apposita convenzione».
Ad avviso del ricorrente, tale disposizione violerebbe l’art. 117, secondo comma, lettera s), Cost., in quanto, richiamando l’art. 1, comma 250, della legge reg. n. 4 del 2011 – che stabilisce un termine di sessanta giorni per la decisione sulla domanda di autorizzazione allo scarico, scaduto il quale l’autorizzazione si intende provvisoriamente concessa per sessanta giorni – fissa un livello di tutela inferiore a quello stabilito dalla legislazione statale in materia di «tutela dell’ambiente e dell’ecosistema» e, segnatamente, dall’art. 124, comma 7, del d.lgs. n. 152 del 2006, che fissa in novanta giorni il termine per provvedere sulla domanda di autorizzazione allo scarico, e dall’art. 20, comma 4, della legge n. 241 del 1990, che statuisce l’inapplicabilità dell’istituto del silenzio-assenso alla materia ambientale.
2.3.– Con atto depositato in data 29 luglio 2011, si è costituita la Regione Campania, rimarcando l’inammissibilità e l’infondatezza delle sollevate questioni di legittimità costituzionale.
2.4.– Con memoria depositata in data 19 gennaio 2012, la resistente ha chiesto che venga dichiarata la cessazione della materia del contendere a seguito di sopravvenuti interventi del legislatore regionale sulle disposizioni impugnate. In particolare, ha evidenziato che l’art. 1, comma 35, della legge della Regione Campania 4 agosto 2011, n. 14 (Disposizioni urgenti in materia di finanza regionale), ha novellato nuovamente l’art. 8, comma 5, della legge reg. n. 16 del 2008. Successivamente l’art. 1, comma 1, della legge della Regione Campania 14 dicembre 2011, n. 23 (Modifiche alla legge regionale 15 marzo 2011, n. 4 – Disposizioni per la formazione del bilancio annuale 2011 e pluriennale 2011-2013 della Regione Campania – Legge finanziaria regionale 2011), ha ulteriormente modificato l’art. 1, comma 237-octodecies della legge reg. n. 4 del 2011, che a sua volta aveva modificato l’art. 8, comma 5, della legge reg. n. 16 del 2008. Con quest’ultima modifica, si è specificato che le strutture autorizzate ad operare in regime di accreditamento provvisorio devono essere in possesso dei requisiti ulteriori per l’accreditamento istituzionale.
2.5.– Con memoria depositata in data 2 febbraio 2012, la Regione Campania ha insistito perché venga dichiarata cessata la materia del contendere, illustrando ulteriormente le modifiche intervenute alle disposizioni impugnate. In particolare, ha sottolineato che l’art. 52, comma 13, della legge della Regione Campania 27 gennaio 2012, n. 1 (Disposizioni per la formazione del Bilancio Annuale 2012 e Pluriennale 2012-2014 della Regione Campania – Legge finanziaria regionale 2012) ha abrogato l’impugnato art. 1, comma 8, della legge reg. n. 7 del 2011.
2.6.– Con atto depositato in data 27 luglio 2012, il Presidente del Consiglio dei ministri ha rinunciato integralmente all’impugnazione proposta con il ricorso n. 62 del 2011.
2.7.– Con atto depositato in data 20 settembre 2012, la Regione Campania ha accettato la rinuncia.
3.– Con ricorso notificato il 3-7 ottobre 2011 e depositato il successivo 7 ottobre (reg. ric. n. 119 del 2011), il Presidente del Consiglio dei ministri ha impugnato l’art. 1, commi 19 e 35 – quest’ultimo nella parte in cui introduce l’art. 1, commi 237-nonies e 237-octodecies, della legge reg. Campania n. 4 del 2011 – , della legge reg. Campania n. 14 del 2011, per violazione dell’art. 117, secondo comma, lettera s), e terzo comma, Cost.
3.1.– In particolare, l’art. 1, comma 19, della legge reg. n. 14 del 2011 prevede che: «[l]a Giunta regionale è autorizzata a disciplinare con regolamento il calendario venatorio della Regione Campania e relativo regolamento, sentita la Commissione consiliare permanente competente per materia, in base alla competenza legislativa della Regione nella materia della caccia, in conformità al titolo V della parte seconda della Costituzione ed in osservanza dei seguenti criteri generali: a) validità triennale del calendario venatorio regionale; b) tutela della fauna selvatica e delle produzioni agricole; c) rispetto della vigente normativa nazionale e regionale incidente in materia; d) perseguimento degli obiettivi di efficienza, efficacia ed economicità dell’azione amministrativa».
Il ricorrente rammenta come l’art. 18 della legge 11 febbraio 1992, n. 157 (Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio) preveda che le Regioni possano intervenire nella regolamentazione dei periodi dell’attività venatoria per determinate specie e in relazione alle situazioni ambientali delle diverse realtà territoriali. Le modalità dell’intervento sono regolate dai commi 2, 3 e 4 della medesima disposizione che, tuttavia, non sono espressamente richiamati dalla norma regionale impugnata, la quale invece prevede l’emanazione di un calendario venatorio secondo cadenze temporali (un triennio) ritenute incompatibili con le cadenze (annuali) previste dalla legislazione statale. A parere del ricorrente, quindi, la legge regionale campana si tradurrebbe in una violazione della disciplina statale che delimita il periodo entro il quale è consentito l’esercizio dell’attività venatoria. In tal senso è richiamata la giurisprudenza di questa Corte secondo la quale le norme statali di cui sopra rientrano nella materia della tutela dell’ambiente, vincolanti per il legislatore regionale (sentenza n. 191 del 2011), di tal che il loro mancato rispetto determina la violazione dell’art. 117, secondo comma, lettera s), Cost.
Corte Costituzionale sent.209 del 18 luglio 2014
SENTENZA N. 209
ANNO 2014
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE COSTITUZIONALE
composta dai signori: Presidente: Sabino CASSESE; Giudici : Giuseppe TESAURO, Paolo Maria NAPOLITANO, Giuseppe FRIGO, Alessandro CRISCUOLO, Paolo GROSSI, Giorgio LATTANZI, Aldo CAROSI, Marta CARTABIA, Sergio MATTARELLA, Mario Rosario MORELLI, Giancarlo CORAGGIO, Giuliano AMATO,
ha pronunciato la seguente
SENTENZA
nei giudizi di legittimità costituzionale dell’art. 1, comma 250, della legge della Regione Campania 15 marzo 2011, n. 4 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale 2011 e pluriennale 2011-2013 della Regione Campania – Legge finanziaria regionale 2011); dell’art. 1, commi 5 e 8, della legge della Regione Campania 5 maggio 2011, n. 7 (Modifiche della legge regionale 7 gennaio 1983, n. 9, concernente il rischio sismico, della legge regionale 25 agosto 1989, n. 15, concernente l’ordinamento amministrativo del consiglio regionale, della legge regionale 28 marzo 2007, n. 4, concernente la materia della gestione dei rifiuti, della legge regionale 30 aprile 2002, n. 7, concernente l’ordinamento contabile della regione Campania, della legge regionale 28 novembre 2008, n. 16, e della legge regionale 3 novembre 1994, n. 32, concernenti il riordino del servizio sanitario regionale e della legge regionale 15 marzo 2011, n. 4, concernente la legge finanziaria regionale 2011) e dell’art. 1, commi 19 e 35, della legge della Regione Campania 4 agosto 2011, n. 14 (Disposizioni urgenti in materia di finanza regionale), promossi dal Presidente del Consiglio dei ministri con ricorsi notificati l’11-18 maggio, il 23-27 giugno e il 3-7 ottobre 2011, depositati in cancelleria il 17 maggio, il 30 giugno ed il 7 ottobre 2011 e rispettivamente iscritti ai numeri 45, 62 e 119 del registro ricorsi 2011.
Visti gli atti di costituzione della Regione Campania;
udito nell’udienza pubblica dell’8 luglio 2014 il Giudice relatore Marta Cartabia;
uditi gli avvocati dello Stato Diego Giordano e Barbara Tidore per il Presidente del Consiglio dei ministri e gli avvocati Beniamino Caravita di Toritto e Almerina Bove per la Regione Campania.
Ritenuto in fatto
1.– Con ricorso notificato l’11-18 maggio 2011 e depositato il successivo 17 maggio 2011 (reg. ric. n. 45 del 2011), il Presidente del Consiglio dei ministri ha impugnato varie disposizioni della legge della Regione Campania 15 marzo 2011, n. 4 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale 2011 e pluriennale 2011-2013 della Regione Campania – Legge finanziaria regionale 2011), tra le quali l’art. 1, comma 250. In ordine all’impugnazione di quest’ultima disposizione, oggetto del presente giudizio, il ricorrente ha lamentato la violazione dell’art. 117, secondo comma, lettera s), della Costituzione.
1.1.– In particolare, l’Avvocatura generale dello Stato ha osservato come il censurato art. 1, comma 250, disponga che «La domanda di autorizzazione di cui al comma 7 dell’articolo 124 del decreto legislativo 30 aprile 2006, n. 152 (Norme in materia ambientale), è presentata al comune ovvero all’autorità d’ambito se lo scarico è in pubblica fognatura. L’autorità competente provvede entro sessanta giorni dalla ricezione della domanda. Se detta autorità risulta inadempiente nei termini sopra indicati, l’autorizzazione si intende temporaneamente concessa per i successivi sessanta giorni, salvo revoca. Per le finalità delle richiamate norme, le Commissioni consiliari regionali Ambiente e Territorio approvano la disciplina degli scarichi Categorie produttive assimilabili, di cui alla delibera di Giunta regionale 6 agosto 2008, n. 1350».
L’art. 1, comma 250, della legge reg. n. 4 del 2011, pertanto, fissa in 60 giorni il termine entro il quale l’autorità preposta, individuata nel Comune, può negare il rilascio dell’autorizzazione allo scarico, statuendo altresì che, in caso di inutile decorso di tale termine, l’autorizzazione si intende temporaneamente concessa per i successivi 60 giorni, salvo revoca.
L’art. 124, comma 7, del decreto legislativo 30 aprile 2006, n. 152 (Norme in materia ambientale) fissa, invece, il termine perentorio di 90 giorni per la concessione dell’autorizzazione.
Inoltre, l’art. 20, comma 4, della legge 7 agosto 1990, n. 241 (Nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi), statuisce l’inapplicabilità del «silenzio-assenso» alla materia ambientale, nella quale, ad avviso del ricorrente, andrebbe compresa la disciplina delle autorizzazioni allo scarico delle acque reflue.
Si ricorda, poi, che l’art. 29 della stessa legge n. 241 del 1990, come sostituito dall’art. 19 della legge 11 febbraio 2005 n. 15 (Modifiche ed integrazioni alla legge 7 agosto 1990, n. 241, concernenti norme generali sull’azione amministrativa), statuisce al comma 2 che «Le regioni e gli enti locali, nell’ambito delle rispettive competenze, regolano le materie disciplinate dalla presente legge nel rispetto del sistema costituzionale e delle garanzie del cittadino nei riguardi dell’azione amministrativa, così come definite dai principi stabiliti dalla presente legge».
Tale disposizione, secondo il ricorrente, non consentirebbe, quindi, alle Regioni di intervenire diminuendo i livelli di tutela ambientale, come invece avverrebbe con la censurata disposizione della legge reg. n. 4 del 2011, in quanto l’istituto del silenzio-assenso, previsto dalla legge campana, oltre tutto alla scadenza di un termine di decisione più breve rispetto a quello previsto dalla legge statale, inciderebbe negativamente sul grado di salvaguardia dell’ambiente.
In proposito, l’Avvocatura generale dello Stato rammentata la giurisprudenza costituzionale secondo cui la previsione di un termine di decisione più breve di quello fissato dal legislatore statale costituisce «evidente violazione di un livello di tutela [nella specie:] dell’ambiente uniforme» che «altera il rapporto fra i due interessi che il termine stesso è destinato a soddisfare e cioè quello dell’amministrazione all’esercizio del controllo preventivo e quello dell’interessato ad ottenere l’autorizzazione in tempi ragionevoli, in un modo che risulta lesivo dell’interesse pubblico alla tutela [nella specie:] dell’ambiente, in violazione dei predetti parametri» (sentenza n. 315 del 2009).
Conclusivamente la norma regionale oggetto di impugnazione, secondo il ricorrente, pone l’interesse ambientale in una posizione deteriore sotto due diversi profili che, quanto agli effetti, si sommano l’uno all’altro. Il primo è costituito dal termine inferiore (60 giorni anziché 90) previsto dal legislatore regionale rispetto a quello stabilito dal legislatore statale per la decisione sulla domanda di autorizzazione allo scarico; il secondo è l’effetto che consegue al decorso del termine, cui il legislatore regionale riconnette addirittura la temporanea concessione dell’autorizzazione per un termine di 60 giorni, salvo revoca. In definitiva appare palese, ad avviso del ricorrente, la violazione dell’art. 117, secondo comma, lettera s), Cost., trattandosi di normativa afferente alla materia della «tutela dell’ambiente e dell’ecosistema», in ordine alla quale sussiste la competenza legislativa statale esclusiva, e nella quale il legislatore regionale è intervenuto non per ampliare i livelli di tutela ai sensi dell’art. 29 della legge n. 241 del 1990, ma per diminuirli.
1.2.– Con atto depositato in data 27 giugno 2011, si è costituita in giudizio la Regione Campania e ha chiesto che le sollevate questioni di legittimità costituzionale vengano dichiarate inammissibili o infondate.
1.3.– Con memoria depositata in data 15 febbraio 2012, la resistente ha eccepito l’inammissibilità del ricorso per genericità della delibera di autorizzazione all’impugnazione che non conteneva le specifiche disposizioni della legge regionale da impugnare.
1.4.– In data 21 febbraio 2012, l’Avvocatura generale dello Stato ha depositato la relazione ministeriale richiamata nella delibera di impugnazione della Presidenza del Consiglio dei ministri, contenente l’indicazione delle specifiche disposizioni della legge regionale da impugnare.
1.5.– Con memoria depositata in data 30 aprile 2012, la difesa regionale ha ricordato che questa Corte (sentenza n. 234 del 2010) ha affermato come lo stesso legislatore statale abbia autorizzato forme alternative di scelta dell’organo competente a rilasciare l’autorizzazione allo scarico di acque reflue. Inoltre, ha rimarcato che le prescrizioni della Regione Campania, sul termine per la decisione sull’istanza di autorizzazione e sulla formazione di un provvisorio silenzio-assenso, non potrebbero considerarsi limitative del livello di tutela dell’ambiente.
2.– Con ricorso notificato il 23-27 giugno 2011 e depositato il successivo 30 giugno (reg. ric. n. 62 del 2011), il Presidente del Consiglio dei ministri ha impugnato l’art. 1, commi 5 e 8, della legge della Regione Campania 5 maggio 2011, n. 7 (Modifiche della legge regionale 7 gennaio 1983, n. 9, concernente il rischio sismico, della legge regionale 25 agosto 1989, n. 15, concernente l’ordinamento amministrativo del consiglio regionale, della legge regionale 28 marzo 2007, n. 4, concernente la materia della gestione dei rifiuti, della legge regionale 30 aprile 2002, n. 7, concernente l’ordinamento contabile della regione Campania, della legge regionale 28 novembre 2008, n. 16, e della legge regionale 3 novembre 1994, n. 32, concernenti il riordino del servizio sanitario regionale e della legge regionale 15 marzo 2011, n. 4, concernente la legge finanziaria regionale 2011), per violazione dell’art. 117, secondo comma, lettera s), e terzo comma, Cost.
2.1.– In particolare, l’art. 1, comma 5, della legge reg. n. 7 del 2011 stabilisce che: «[i]l comma 5 dell’articolo 8 della legge regionale 28 novembre 2008, n. 16 (Misure straordinarie di razionalizzazione e riqualificazione del sistema sanitario regionale per il rientro dal disavanzo), è sostituito dal seguente: “5. Nelle more dell’accreditamento istituzionale delle strutture sanitarie e socio-sanitarie, le aziende sanitarie locali devono sottoscrivere, con le strutture autorizzate ai sensi della delibera della Giunta regionale della Campania n. 7301 del 31 dicembre 2001, contratti per le attività di cure palliative ai malati terminali-hospice. La Giunta regionale provvede all’approvazione delle tariffe entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge.”».
Ad avviso del ricorrente, la disposizione censurata comporterebbe oneri, sottesi alla prevista conclusione obbligatoria dei contratti per la fornitura di servizi di cure palliative, non sottoposti ai limiti di spesa previsti dall’art. 1, comma 796, lettere a), b) e t), della legge 27 dicembre 2006, n. 296 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge finanziaria 2007), che costituiscono principi fondamentali in materia di «coordinamento della finanza pubblica» ai sensi dell’art. 117, terzo comma, Cost.
Inoltre, la prevista conclusione dei contratti predetti con strutture autorizzate ma non accreditate non assicurerebbe i livelli minimi di tutela della salute garantiti dagli artt. 8, 8-bis, 8-ter e 8-quater del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 502 (Riordino della disciplina in materia sanitaria, a norma dell’articolo 1 della legge 23 ottobre 1992, n. 421). Le citate disposizioni, infatti, prevedono requisiti che le strutture devono soddisfare al fine di ottenere l’accreditamento, che potrebbero non avere quelle autorizzate all’esercizio di attività sanitaria, le quali non hanno ancora ottenuto l’accreditamento definitivo, con conseguente violazione, anche sotto questo ulteriore profilo, dell’art. 117, terzo comma, Cost.
2.2.– L’art. 1, comma 8, della medesima legge reg. n. 7 del 2011 dispone che: «[i] comuni competenti in materia di scarichi in corpi idrici superficiali possono avvalersi della provincia, all’interno del cui territorio ricadono, ai fini dell’esercizio delle funzioni trasferite ai sensi del comma 250 dell’articolo 1 della legge regionale n. 4 del 2011. I comuni, qualora intendano avvalersi per l’istruttoria degli uffici e del personale della provincia, possono stipulare con tale ente apposita convenzione».
Ad avviso del ricorrente, tale disposizione violerebbe l’art. 117, secondo comma, lettera s), Cost., in quanto, richiamando l’art. 1, comma 250, della legge reg. n. 4 del 2011 – che stabilisce un termine di sessanta giorni per la decisione sulla domanda di autorizzazione allo scarico, scaduto il quale l’autorizzazione si intende provvisoriamente concessa per sessanta giorni – fissa un livello di tutela inferiore a quello stabilito dalla legislazione statale in materia di «tutela dell’ambiente e dell’ecosistema» e, segnatamente, dall’art. 124, comma 7, del d.lgs. n. 152 del 2006, che fissa in novanta giorni il termine per provvedere sulla domanda di autorizzazione allo scarico, e dall’art. 20, comma 4, della legge n. 241 del 1990, che statuisce l’inapplicabilità dell’istituto del silenzio-assenso alla materia ambientale.
2.3.– Con atto depositato in data 29 luglio 2011, si è costituita la Regione Campania, rimarcando l’inammissibilità e l’infondatezza delle sollevate questioni di legittimità costituzionale.
2.4.– Con memoria depositata in data 19 gennaio 2012, la resistente ha chiesto che venga dichiarata la cessazione della materia del contendere a seguito di sopravvenuti interventi del legislatore regionale sulle disposizioni impugnate. In particolare, ha evidenziato che l’art. 1, comma 35, della legge della Regione Campania 4 agosto 2011, n. 14 (Disposizioni urgenti in materia di finanza regionale), ha novellato nuovamente l’art. 8, comma 5, della legge reg. n. 16 del 2008. Successivamente l’art. 1, comma 1, della legge della Regione Campania 14 dicembre 2011, n. 23 (Modifiche alla legge regionale 15 marzo 2011, n. 4 – Disposizioni per la formazione del bilancio annuale 2011 e pluriennale 2011-2013 della Regione Campania – Legge finanziaria regionale 2011), ha ulteriormente modificato l’art. 1, comma 237-octodecies della legge reg. n. 4 del 2011, che a sua volta aveva modificato l’art. 8, comma 5, della legge reg. n. 16 del 2008. Con quest’ultima modifica, si è specificato che le strutture autorizzate ad operare in regime di accreditamento provvisorio devono essere in possesso dei requisiti ulteriori per l’accreditamento istituzionale.
2.5.– Con memoria depositata in data 2 febbraio 2012, la Regione Campania ha insistito perché venga dichiarata cessata la materia del contendere, illustrando ulteriormente le modifiche intervenute alle disposizioni impugnate. In particolare, ha sottolineato che l’art. 52, comma 13, della legge della Regione Campania 27 gennaio 2012, n. 1 (Disposizioni per la formazione del Bilancio Annuale 2012 e Pluriennale 2012-2014 della Regione Campania – Legge finanziaria regionale 2012) ha abrogato l’impugnato art. 1, comma 8, della legge reg. n. 7 del 2011.
2.6.– Con atto depositato in data 27 luglio 2012, il Presidente del Consiglio dei ministri ha rinunciato integralmente all’impugnazione proposta con il ricorso n. 62 del 2011.
2.7.– Con atto depositato in data 20 settembre 2012, la Regione Campania ha accettato la rinuncia.
3.– Con ricorso notificato il 3-7 ottobre 2011 e depositato il successivo 7 ottobre (reg. ric. n. 119 del 2011), il Presidente del Consiglio dei ministri ha impugnato l’art. 1, commi 19 e 35 – quest’ultimo nella parte in cui introduce l’art. 1, commi 237-nonies e 237-octodecies, della legge reg. Campania n. 4 del 2011 – , della legge reg. Campania n. 14 del 2011, per violazione dell’art. 117, secondo comma, lettera s), e terzo comma, Cost.
3.1.– In particolare, l’art. 1, comma 19, della legge reg. n. 14 del 2011 prevede che: «[l]a Giunta regionale è autorizzata a disciplinare con regolamento il calendario venatorio della Regione Campania e relativo regolamento, sentita la Commissione consiliare permanente competente per materia, in base alla competenza legislativa della Regione nella materia della caccia, in conformità al titolo V della parte seconda della Costituzione ed in osservanza dei seguenti criteri generali: a) validità triennale del calendario venatorio regionale; b) tutela della fauna selvatica e delle produzioni agricole; c) rispetto della vigente normativa nazionale e regionale incidente in materia; d) perseguimento degli obiettivi di efficienza, efficacia ed economicità dell’azione amministrativa».
Il ricorrente rammenta come l’art. 18 della legge 11 febbraio 1992, n. 157 (Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio) preveda che le Regioni possano intervenire nella regolamentazione dei periodi dell’attività venatoria per determinate specie e in relazione alle situazioni ambientali delle diverse realtà territoriali. Le modalità dell’intervento sono regolate dai commi 2, 3 e 4 della medesima disposizione che, tuttavia, non sono espressamente richiamati dalla norma regionale impugnata, la quale invece prevede l’emanazione di un calendario venatorio secondo cadenze temporali (un triennio) ritenute incompatibili con le cadenze (annuali) previste dalla legislazione statale. A parere del ricorrente, quindi, la legge regionale campana si tradurrebbe in una violazione della disciplina statale che delimita il periodo entro il quale è consentito l’esercizio dell’attività venatoria. In tal senso è richiamata la giurisprudenza di questa Corte secondo la quale le norme statali di cui sopra rientrano nella materia della tutela dell’ambiente, vincolanti per il legislatore regionale (sentenza n. 191 del 2011), di tal che il loro mancato rispetto determina la violazione dell’art. 117, secondo comma, lettera s), Cost.
3.2.– Il Presidente del Consiglio dei ministri impugna anche l’art. 1, comma 35, della medesima legge reg. n. 14 del 2011, nella parte in cui introduce l’art. 1, commi 237-nonies e 237-octodecies, all’art. 1 della legge reg. n. 4 del 2011.
In particolare, il citato comma 237-nonies prevede che, ove il numero delle domande di accreditamento istituzionale presentate dalle strutture sanitarie e socio-sanitarie private ecceda il fabbisogno regionale programmato, si tenga conto dell’ordine cronologico di acquisizione delle istanze. Secondo il ricorrente, simile disposizione violerebbe l’art. 117, terzo comma, Cost., in quanto la disposizione regionale contrasterebbe con il principio fondamentale stabilito dall’art. 8-quater, comma 8, del d.lgs. n. 502 del 1992 che, in caso di superamento dei limiti di volume di attività prevista dalla programmazione sanitaria nazionale, prevede la revoca dell’accreditamento in misura proporzionale al concorso a tale superamento apportato da strutture pubbliche, private non lucrative e private lucrative.
Il comma 237-octodecies modifica il testo dell’art. 8, comma 5, della legge reg. n. 16 del 2008, prevedendo che, al fine di colmare le carenze regionali di offerta, le strutture destinate a erogare prestazioni di assistenza palliativa, operino in regime di accreditamento fermo il rispetto della procedura per l’accreditamento definitivo.
Questa disposizione violerebbe l’art. 117, terzo comma, Cost., in quanto un simile intervento regionale in materia di accreditamento sanitario esulerebbe dal riparto di competenze fissato dalla norma costituzionale, poiché consentirebbe l’operatività di strutture prive dei requisiti necessari per l’accreditamento medesimo.
3.3.– Con atto depositato in data 11 novembre 2011, si è costituita in giudizio la Regione Campania e ha chiesto che le sollevate questioni di legittimità costituzionale vengano dichiarate inammissibili o infondate.
3.4.– Come già ricordato, l’art. 1, comma 1, della legge reg. n. 23 del 2011 ha ulteriormente modificato l’art. 1, comma 237-octodecies citato – che a sua volta aveva modificato l’art. 8, comma 5, della legge reg. n. 16 del 2008 – specificando che le strutture autorizzate ad operare in regime di accreditamento provvisorio devono essere in possesso dei requisiti ulteriori per l’accreditamento istituzionale.
3.5.– Con memoria depositata in data 30 aprile 2012, la Regione Campania ha chiesto che le questioni sollevate vengano dichiarate inammissibili in quanto le doglianze sarebbero meramente assertive della violazione dei parametri. In ogni caso le censure, ad avviso della resistente, sarebbero comunque infondate. In proposito la Regione ha rimarcato che la legislazione statale non prefigurerebbe alcuna incompatibilità con un’articolazione pluriennale del calendario venatorio, sempre che sia assicurata l’audizione dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (d’ora innanzi ISPRA), come è appunto garantito dalla legge campana.
3.6.– Con atto depositato in data 4 luglio 2012, il Presidente del Consiglio dei ministri ha rinunciato al ricorso «nei termini e nei limiti di cui alla delibera stessa». La delibera prevede espressamente la rinuncia «limitatamente all’articolo 1, comma 35, nella parte in cui introduce il comma 237-octodecies, della legge della Regione Campania n. 14 del 4 agosto 2011».
3.7.– Con atto depositato in data 26 luglio 2012, la Regione Campania ha accettato la rinuncia.
3.8.– Successivamente è intervenuto l’art. 24, comma 1, della legge della Regione Campania 9 agosto 2012, n. 26 (Norme per la protezione della fauna selvatica e disciplina dell’attività venatoria in Campania), stabilendo in particolare che «La Giunta regionale, […] entro e non oltre il 15 giugno, pubblica il calendario regionale ed il regolamento relativo all’intera annata venatoria per i periodi e per le specie previste dall’articolo 15, con la indicazione del numero massimo dei capi da abbattere per ciascuna giornata di caccia».
Considerato in diritto
1.– Con ricorso notificato l’11-18 maggio 2011 e depositato il successivo 17 maggio 2011 (reg. ric. n. 45 del 2011), il Presidente del Consiglio dei ministri ha impugnato varie disposizioni della legge della Regione Campania 15 marzo 2011, n. 4 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale 2011 e pluriennale 2011-2013 della Regione Campania – Legge finanziaria regionale 2011), tra le quali l’art. 1, comma 250.
In particolare il ricorrente ha ritenuto che la disposizione censurata, stabilendo un termine di sessanta giorni per la decisione sulla domanda di autorizzazione allo scarico, scaduto il quale l’autorizzazione si intende provvisoriamente concessa per sessanta giorni, violerebbe l’art. 117, secondo comma, lettera s), della Costituzione, in quanto fisserebbe un livello di tutela inferiore a quello stabilito dalla legislazione statale in materia di tutela dell’ambiente e dell’ecosistema, segnatamente dall’art. 124, comma 7, del decreto legislativo 30 aprile 2006, n. 152 (Norme in materia ambientale), che fissa in novanta giorni il termine per provvedere sulla domanda di autorizzazione allo scarico, e dall’art. 20, comma 4, della legge 7 agosto 1990, n. 241 (Nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi), che statuisce l’inapplicabilità dell’istituto del silenzio-assenso alla materia ambientale.
2.– Con ricorso notificato il 23-27 giugno 2011 e depositato il successivo 30 giugno (reg. ric. n. 62 del 2011), il Presidente del Consiglio dei ministri ha impugnato l’art. 1, commi 5 e 8, della legge della Regione Campania 5 maggio 2011, n. 7 (Modifiche della legge regionale 7 gennaio 1983, n. 9, concernente il rischio sismico, della legge regionale 25 agosto 1989, n. 15, concernente l’ordinamento amministrativo del consiglio regionale, della legge regionale 28 marzo 2007, n. 4, concernente la materia della gestione dei rifiuti, della legge regionale 30 aprile 2002, n. 7, concernente l’ordinamento contabile della regione Campania, della legge regionale 28 novembre 2008, n. 16, e della legge regionale 3 novembre 1994, n. 32, concernenti il riordino del servizio sanitario regionale e della legge regionale 15 marzo 2011, n. 4, concernente la legge finanziaria regionale 2011), per violazione dell’art. 117, secondo comma, lettera s), e terzo comma, Cost.
In particolare, il ricorrente osserva che l’art. 1, comma 8, della legge reg. n. 7 del 2011, nel consentire ai Comuni di avvalersi delle Province ai fini della decisione sulle istanze di autorizzazione allo scarico di acque reflue, richiama l’art. 1, comma 250, della legge reg. n. 4 del 2011, disposizione che, come detto, stabilisce un termine di sessanta giorni per la decisione sulla domanda di autorizzazione allo scarico, scaduto il quale l’autorizzazione si intende provvisoriamente concessa per sessanta giorni, salvo revoca. Il Presidente del Consiglio dei ministri ritiene, quindi, che, attraverso il predetto richiamo normativo, si estenda anche all’impugnato art. 1, comma 8, il medesimo vizio di illegittimità costituzionale che colpisce la disposizione richiamata, la quale fissa un livello di tutela inferiore a quello stabilito dalla legislazione statale in materia di «tutela dell’ambiente e dell’ecosistema», segnatamente dall’art. 124, comma 7, del d.lgs. n. 152 del 2006, che stabilisce in novanta giorni il termine per provvedere sulla domanda di autorizzazione allo scarico, e dall’art. 20, comma 4, della legge n. 241 del 1990, che statuisce l’inapplicabilità dell’istituto del silenzio-assenso alla materia ambientale.
Quanto all’art. 1, comma 5, della legge reg. n. 7 del 2011, il ricorrente ritiene che la prevista conclusione obbligatoria di contratti, per la fornitura di cure palliative da parte delle aziende sanitarie locali, abbia introdotto oneri non rispettosi dei limiti di spesa previsti dall’art. 1, comma 796, lettere a), b) e t), della legge 27 dicembre 2006, n. 296 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge finanziaria 2007), costituenti principi fondamentali in materia di «coordinamento della finanza pubblica», ai sensi dell’art. 117, terzo comma, Cost. Inoltre, la medesima disposizione, prevedendo la conclusione dei contratti con strutture sanitarie autorizzate, ma non accreditate, non assicurerebbe i livelli minimi di tutela della salute garantiti dagli artt. 8, 8-bis, 8-ter e 8-quater del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 502 (Riordino della disciplina in materia sanitaria, a norma dell’articolo 1 della legge 23 ottobre 1992, n. 421) attraverso i requisiti, in essi previsti, per l’ottenimento dell’accreditamento, con conseguente ulteriore violazione dell’art. 117, terzo comma, Cost. anche sotto questo profilo.
3.– Con ricorso notificato il 3-7 ottobre 2011 e depositato il successivo 7 ottobre (reg. ric. n. 119 del 2011), il Presidente del Consiglio dei ministri ha impugnato l’art. 1, commi 19 e 35 – quest’ultimo nella parte in cui introduce l’art. 1, commi 237-nonies e 237-octodecies, della legge reg. Campania n. 4 del 2011 – della legge della Regione Campania 4 agosto 2011, n. 14 (Disposizioni urgenti in materia di finanza regionale), per violazione dell’art. 117, secondo comma, lettera s), e terzo comma, Cost.
In particolare, l’impugnato art. 1, comma 19, prevede che: «[l]a Giunta regionale è autorizzata a disciplinare con regolamento il calendario venatorio della Regione Campania e relativo regolamento, sentita la Commissione consiliare permanente competente per materia, in base alla competenza legislativa della Regione nella materia della caccia, in conformità al titolo V della parte seconda della Costituzione ed in osservanza dei seguenti criteri generali: a) validità triennale del calendario venatorio regionale; b) tutela della fauna selvatica e delle produzioni agricole; c) rispetto della vigente normativa nazionale e regionale incidente in materia; d) perseguimento degli obiettivi di efficienza, efficacia ed economicità dell’azione amministrativa».
Il ricorrente ravvisa una violazione dell’art. 117, secondo comma, lettera s), Cost., in quanto la disposizione censurata autorizza la Giunta regionale a disciplinare con regolamento il calendario venatorio della Regione Campania per una durata triennale, mentre le disposizioni statali di cui all’art. 18, commi 2, 3 e 4 della legge 11 febbraio 1992, n. 157 (Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio) richiedono che il calendario venatorio sia approvato con cadenza annuale.
Il Presidente del Consiglio dei ministri ha poi impugnato anche l’art. 1, comma 35, della legge reg. Campania n. 14 del 2011, nella parte in cui introduce, nell’art. 1 della legge reg. n. 4 del 2011, il comma 237-nonies, secondo cui, se il numero delle domande di accreditamento istituzionale presentate dalle strutture sanitarie e socio-sanitarie private eccede il fabbisogno regionale programmato, si deve tener conto dell’ordine cronologico di acquisizione delle istanze. La medesima disposizione è impugnata altresì nella parte in cui introduce, nell’art. 1 della legge reg. n. 4 del 2011, il comma 237-octodecies che, modificando l’art. 8, comma 5, della legge della Regione Campania 28 novembre 2008, n. 16 (Misure straordinarie di razionalizzazione e riqualificazione del sistema sanitario regionale per il rientro dal disavanzo), stabilisce che, al fine di colmare le carenze regionali di offerta, le strutture destinate a erogare prestazioni di assistenza palliativa operano in regime di accreditamento, fermo il rispetto della procedura per l’accreditamento definitivo.
Quanto al comma 237-nonies, il ricorrente ritiene che esso violi il principio fondamentale stabilito dall’art. 8-quater, comma 8, del d.lgs. n. 502 del 1992, secondo cui, in caso di superamento dei limiti di volume di attività prevista dalla programmazione sanitaria nazionale, la revoca dell’accreditamento deve essere operata in misura proporzionale al concorso a tale superamento apportato da strutture pubbliche, private non lucrative e private lucrative.
In ordine al citato comma 237-octodecies, il Presidente del Consiglio dei ministri reputa che esso violi l’art. 117, terzo comma, Cost., perché costituirebbe un intervento regionale in materia di accreditamento sanitario, tale da contravvenire al riparto di competenze fissato dall’art. 117, terzo comma, Cost. in materia di «tutela della salute».
4.– Occorre preliminarmente disporre la riunione dei giudizi introdotti con i ricorsi di cui sopra, in quanto tra loro collegati e implicanti la soluzione di questioni affini.
5.– Sempre in via preliminare deve rilevarsi che le impugnazioni proposte dal Presidente del Consiglio dei ministri con il ricorso n. 62 del 2011, indicato in epigrafe, sono state oggetto di rinuncia da parte del ricorrente, con atto depositato in data 27 luglio 2012. Poiché la rinuncia è stata accettata dalla Regione Campania con atto depositato in data 20 settembre 2012, il relativo giudizio deve essere dichiarato estinto.
In data 4 luglio 2012, l’Avvocatura generale dello Stato ha depositato un ulteriore atto di rinuncia, relativo all’impugnazione proposta con il ricorso n. 119 del 2011, indicato in epigrafe, «nei termini e nei limiti di cui alla delibera stessa». Quest’ultima prevede espressamente la rinuncia «limitatamente all’articolo 1, comma 35, nella parte in cui introduce il comma 237-octodecies della legge della regione Campania n. 4 del 15 marzo 2011». Poiché, con atto depositato in data 26 luglio 2012, la Regione Campania ha accettato la rinuncia, il relativo giudizio deve parimenti essere dichiarato estinto, limitatamente alla questione di legittimità costituzionale avente ad oggetto il citato art. 1, comma 35, della legge reg. n. 14 del 2011 nella parte in cui introduce l’art. 1, comma 237-octodecies, nella legge reg. n. 4 del 2011.
6.– Ancora in via preliminare va osservato, in relazione al ricorso n. 45 del 2011 indicato in epigrafe, che la Regione Campania ne ha eccepito l’inammissibilità, per genericità della delibera di autorizzazione all’impugnazione che non conterrebbe le specifiche disposizioni della legge regionale da impugnare.
Tuttavia le disposizioni regionali impugnate – compreso l’art. 1, comma 250, della legge reg. n. 4 del 2011 oggetto del presente giudizio – e i motivi delle relative censure risultano indicati nella relazione ministeriale, richiamata nella delibera di autorizzazione all’impugnazione.
La citata relazione ministeriale non era stata originariamente depositata unitamente al ricorso e il deposito è intervenuto solo successivamente, in data 21 febbraio 2012, su richiesta del relatore, insieme alla istanza di discussione in udienza pubblica.
L’eccezione di inammissibilità sollevata dalla Regione Campania con riferimento al citato ricorso n. 45 del 2011, deve perciò considerarsi non fondata all’esito dell’intervenuta acquisizione della relazione ministeriale. In tal senso deve pure richiamarsi quanto questa Corte ha già osservato nella sentenza n. 141 del 2014, con la quale, decidendo su altre questioni proposte nel medesimo ricorso (reg. ric. n. 45 del 2011), è stata respinta analoga eccezione di inammissibilità. Più precisamente, nella citata sentenza, la Corte ha affermato che «il necessario grado di determinatezza della delibera nell’individuazione delle disposizioni da impugnare emerge chiaramente dalla delibera stessa, che indica i commi da impugnare, sia pure in taluni casi aggregandoli, e richiama, seppur in sintesi, la materia disciplinata, nonché le ragioni della pretesa incostituzionalità ed i parametri asseritamente violati (sentenze n. 220, n. 246 e n. 309 del 2013)».
Parimenti infondate sono le censure d’inammissibilità del ricorso n. 119 del 2011, indicato in epigrafe, per genericità delle doglianze, dovendosi invece ritenere, proprio sulla base della narrativa che precede, che le medesime siano supportate da una sufficiente, ancorché sintetica, esposizione delle ragioni per le quali il Presidente del Consiglio dei ministri ha ritenuto che le disposizioni regionali impugnate violino i plurimi parametri costituzionali precisamente indicati.

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edilizia reato permanentereato di lottizzazione abusiva

 

Il Tribunale di Cagliari, con ordinanza del 22/12/2014 ha confermato il decreto di sequestro preventivo emesso in data 27/11/2014 dal Giudice per le indagini preliminari del medesimo Tribunale ed avente ad oggetto un parco eolico, composto da nove generatori e tre cabine elettriche, dalle opere di urbanizzazione asservite e dai terreni limitrofi, siti nei comuni di (omissis) , ipotizzandosi, nei confronti di A.S. , amministratore della “ARG WIND s.r.l.”, i reati di cui all’art. 44, lett. b) e c) d.P.R. 380/01.

Avverso tale pronuncia il predetto propone ricorso per cassazione tramite il proprio difensore di fiducia, sulla base di motivi di seguito enunciati nei limiti strettamente necessari per la motivazione, secondo quando disposto dall’art. 173 disp. att. cod. proc. pen..

Si ritiene opportuno ricordare, a tale proposito, come questa Corte abbia già avuto modo di osservare, con riferimento ai titoli abilitativi edilizi, che l’accertamento della correttezza dei procedimenti amministrativi per il loro rilascio è sostanzialmente riservata al giudice di merito, poiché presuppone necessariamente la verifica di atti della pubblica amministrazione, mentre il controllo in sede di legittimità concerne la correttezza giuridica dell’accertamento di merito sul punto. Deve peraltro tenersi conto della natura sommaria del giudizio cautelare, la quale impedisce una esaustiva verifica della regolarità dei procedimenti amministrativi, in quanto l’accertamento dell’esistenza del fumus dei reati è fondato sulle prospettazioni della pubblica accusa, che non appaiano errate sul piano giuridico ovvero non siano contraddette in modo inconfutabile dalla difesa (così Sez. 3, n. 20571 del 28/4/2010, Alberti, Rv. 247189).

Ciò posto, deve rilevarsi che i giudici del riesame hanno escluso la validità della procedura autorizzatoria semplificata seguita nel caso in esame ed hanno posto in evidenza la necessità dell’autorizzazione unica regionale, previa valutazione di impatto ambientale, sul presupposto che vi sarebbe stata una separazione solo formale tra le singole turbine sottoposte a sequestro, le quali costituirebbero, nella realtà, un unico impianto.

reati edilizi prescrizioneprescrizione reati edilizi permanente
reati edilizi sanatoriaprescrizione dei reati edilizi
reati edilizi art. 44prescrizione reati edilizi 2010
cassazione prescrizione reati edilizireati edilizi sanzioni
prescrizione dei reati ediliziabuso edilizio reato permanente
abuso edilizio prescrizioneprescrizione reato urbanistico
lottizzazione abusiva prescrizioneart 44 dpr 380 01 prescrizione
edilizia reato permanentereato di lottizzazione abusiva

 

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE IIISENTENZA 21 aprile 2015, n.16624

Ritenuto in fatto

 

Il Tribunale di Cagliari, con ordinanza del 22/12/2014 ha confermato il decreto di sequestro preventivo emesso in data 27/11/2014 dal Giudice per le indagini preliminari del medesimo Tribunale ed avente ad oggetto un parco eolico, composto da nove generatori e tre cabine elettriche, dalle opere di urbanizzazione asservite e dai terreni limitrofi, siti nei comuni di (omissis) , ipotizzandosi, nei confronti di A.S. , amministratore della “ARG WIND s.r.l.”, i reati di cui all’art. 44, lett. b) e c) d.P.R. 380/01.

Avverso tale pronuncia il predetto propone ricorso per cassazione tramite il proprio difensore di fiducia, sulla base di motivi di seguito enunciati nei limiti strettamente necessari per la motivazione, secondo quando disposto dall’art. 173 disp. att. cod. proc. pen..

Con un primo motivo di ricorso deduce la violazione di legge, lamentando che il Tribunale avrebbe erroneamente escluso la possibilità di fare ricorso alla procedura semplificata di cui all’art. 12, comma 5, d.lgs. 387/2003, per la realizzazione dell’impianto eolico, in quanto lo stesso sarebbe stato artificiosamente frazionato.

Rileva, a tale proposito, che non solleva alcuna contestazione circa i criteri generali richiamati dal Tribunale, né, tanto meno, sulla riconducibilità di tutti gli aerogeneratori alla società da lui rappresentata, mentre censura l’erronea individuazione, da parte dei giudici del riesame, dei “punti di connessione” nelle cabine di trasformazione invece che nei contatori collegati a ciascuna turbina, come precisato negli artt. 1, comma 1, lett. ee) e 5 dell’Allegato A della deliberazione ARG/eIt 99/88 dell’Autorità dell’Energia.

Da ciò conseguirebbe che i nove aerogeneratori costituirebbero singoli impianti mini-eolici, ciascuno di potenza inferiore a 60 Kw, soggetti, pertanto, a procedura abilitativa semplificata.

Con un secondo motivo di ricorso deduce la violazione dell’art. 10 della legge 353/2000, evidenziando che la contravvenzione di cui dell’art. 44, lett. c) d.P.R. 380/2001 sarebbe stata contestata in relazione al fatto che parte delle turbine erano state realizzate su aree percorse da incendio, non considerando che la zona è classificata come “agricola”, ove è prevista la possibilità di installare pale eoliche.

Aggiunge, poi, che l’esistenza di vincoli sull’area non risultava nota neppure agli uffici competenti per la definizione delle pratiche, tanto che non sarebbe stata menzionata nei certificati di destinazione urbanistica, cosicché non poteva ipotizzarsi, nei suoi confronti, alcuna negligenza.

Con un terzo motivo di ricorso lamenta la violazione di legge in relazione alla ritenuta sussistenza, da parte dei giudici del riesame, della lottizzazione abusiva per il frazionamento di una pluralità di particene, poi rivendute insieme alle pale edificate in ciascuna di esse.

Osserva, sul punto, che il frazionamento era stato effettuato la solo scopo di rivendere le particene e senza alterare l’originaria destinazione urbanistica dell’area, neppure mediante la realizzazione di stradelle e cavidotti, costituenti opere infrastrutturali indispensabili per la costruzione e l’esercizio degli impianti.

Insiste, pertanto, per l’accoglimento del ricorso.

 

Considerato in diritto

 

Il ricorso è infondato.

Va preliminarmente rilevato come, al fine di avvalorare le proprie censure, il non ricorrente richiami dati fattuali e documenti allegati agli atti del procedimento che possono essere presi in considerazione in questa sede di legittimità.

Va ulteriormente premesso, con riferimento al primo motivo di ricorso, che non può essere verificata in questa sede la regolarità o meno della procedura di autorizzazione alla realizzazione dell’impianto.

Si ritiene opportuno ricordare, a tale proposito, come questa Corte abbia già avuto modo di osservare, con riferimento ai titoli abilitativi edilizi, che l’accertamento della correttezza dei procedimenti amministrativi per il loro rilascio è sostanzialmente riservata al giudice di merito, poiché presuppone necessariamente la verifica di atti della pubblica amministrazione, mentre il controllo in sede di legittimità concerne la correttezza giuridica dell’accertamento di merito sul punto. Deve peraltro tenersi conto della natura sommaria del giudizio cautelare, la quale impedisce una esaustiva verifica della regolarità dei procedimenti amministrativi, in quanto l’accertamento dell’esistenza del fumus dei reati è fondato sulle prospettazioni della pubblica accusa, che non appaiano errate sul piano giuridico ovvero non siano contraddette in modo inconfutabile dalla difesa (così Sez. 3, n. 20571 del 28/4/2010, Alberti, Rv. 247189).

Ciò posto, deve rilevarsi che i giudici del riesame hanno escluso la validità della procedura autorizzatoria semplificata seguita nel caso in esame ed hanno posto in evidenza la necessità dell’autorizzazione unica regionale, previa valutazione di impatto ambientale, sul presupposto che vi sarebbe stata una separazione solo formale tra le singole turbine sottoposte a sequestro, le quali costituirebbero, nella realtà, un unico impianto.

Assume in sostanza il Tribunale che tale formale separazione sia avvenuta al fine di mantenere ciascun impianto sotto la soglia dei 60 Kw di potenza, beneficiando così del procedimento autorizzatorio semplificato ed ha ritenuto dimostrata l’artificiosa elusione della normativa di settore valorizzando alcune circostanze fattuali e, segnatamente, l’unitarietà dell’iniziativa imprenditoriale, facente capo ad un unico soggetto (la società amministrata dal ricorrente) ed il fatto che fosse unico il “punto di connessione” alla rete elettrica, individuato come “il luogo fisico in cui i cavi che trasportano l’energia prodotta dalle torri eoliche si collegano ai cavi della linea elettrica generale”.

A fronte di tale rilievo, il ricorrente censura la individuazione che i giudici del riesame fanno del “punto di connessione”, sostenendone il contrasto con le determinazioni dell’Autorità dell’Energia alle quali il Tribunale sarebbe stato vincolato.

Va tuttavia rilevato che la verifica sulle caratteristiche dell’impianto, effettuata dai giudici del riesame, costituisce un accertamento in fatto che tiene conto dei singoli elementi acquisiti nel corso delle indagini e sottoposti all’attenzione dei giudici, i quali li hanno utilizzati per stabilire, entro i limiti della cognizione loro consentita dalla legge, la sussistenza del fumus delle violazioni ipotizzate.

In altre parole, l’accertamento riguarda la situazione reale dei luoghi e la corrispondenza di quanto realizzato al titolo abilitativo conseguito e, all’esito dello stesso, il giudici hanno ritenuto fondata l’ipotesi che l’impianto fosse stato fittiziamente frazionato per beneficiare del titolo abilitativo semplificato.

Tale valutazione in fatto non può pertanto essere condizionata dalla definizione di “punto di connessione” che il ricorrente riconduce alla deliberazione dell’Autorità dell’Energia, non richiamata, però, dal Tribunale e che, pertanto, non potrebbe dirsi dallo stesso erroneamente interpretata.

Invero, l’ordinanza lascia chiaramente intendere che la individuazione del “punto di connessione” nelle due cabine di trasformazione alle quali erano collegate le pale eoliche si fonda su un apprezzamento delle caratteristiche strutturali dell’impianto, che viene considerato unitario a seguito del convogliamento dell’energia prodotta verso un unico punto di ricezione, individuato nelle due cabine elettriche di trasformazione, spiegando anche per quali ragioni “punto di connessione” non poteva essere considerato il contatore applicato ad ogni singola turbina.

Va inoltre rilevato come la deliberazione dell’Autorità dell’Energia, più volte richiamata, abbia come oggetto le “condizioni tecniche ed economiche per la connessione alle reti elettriche con obbligo di connessione di terzi degli impianti di produzione di energia elettrica”, cosicché le definizioni offerte, applicabili ai soli fini di quel provvedimento, come chiaramente indicato nell’art. 1 dell’Allegato A, non potrebbero avere, quale ulteriore effetto, quello di inficiare gli esiti di un accertamento che, fondato sulle caratteristiche dell’impianto, lo qualifica come unitario.

L’unicità del “punto di connessione”, poi, altro non è che uno dei plurimi elementi che il Tribunale ha valorizzato per sostenere che l’impianto è stato artificiosamente frazionato, deponendo in tal senso, secondo i giudici del riesame, altri elementi, quali la unicità del soggetto richiedente l’autorizzazione e, lo si rileva dal tenore del provvedimento, la contiguità delle aree frazionate, cosicché, pur volendo considerare diversamente collocato il “punto di connessione”, i giudici avrebbero comunque utilizzato altri dati fattuali significativi.

Quanto al secondo motivo di ricorso, va ricordato che la Legge 21 novembre 2000, n. 353 “Legge quadro sugli incendi boschivi” è volta “alla conservazione e alla difesa dagli incendi del patrimonio boschivo nazionale quale bene insostituibile per la qualità della vita” (art. 1, comma 1). Tale obiettivo, perseguito anche attraverso misure di “previsione, di prevenzione e di lotta attiva contro gli incendi boschivi” e di “formazione, informazione ed educazione ambientale” (art. 1, comma 2) giustifica anche i vincoli di destinazione e le limitazioni d’uso, fissati dall’art. 10 quale deterrente del fenomeno degli incendi finalizzati alla successiva speculazione edilizia e per la conseguente salvaguardia del patrimonio boschivo.

L’articolo 10, rilevante nella fattispecie, dispone che: “le zone boscate ed i pascoli i cui soprassuoli siano stati percorsi dal fuoco non possono avere una destinazione diversa da quella preesistente all’incendio per almeno quindici anni. È comunque consentita la costruzione di opere pubbliche necessarie alla salvaguardia della pubblica incolumità e dell’ambiente. In tutti gli atti di compravendita di aree e immobili situati nelle predette zone, stipulati entro quindici anni dagli eventi previsti dal presente comma, deve essere espressamente richiamato il vincolo di cui al primo periodo, pena la nullità dell’atto. Nei comuni sprovvisti di piano regolatore è vietata per dieci anni ogni edificazione su area boscata percorsa dal fuoco. È inoltre vietata per dieci anni, sui predetti soprassuoli, la realizzazione di edifici nonché di strutture e infrastrutture finalizzate ad insediamenti civili ed attività produttive, fatti salvi i casi in cui detta realizzazione sia stata prevista in data precedente l’incendio dagli strumenti urbanistici vigenti a tale data”.

Questa Corte ha già avuto modo di affermare che la legge 353/2000, art. 10, laddove consente la realizzazione di edifici, strutture ed infrastrutture finalizzate ad insediamenti civili ed attività produttive nei soprassuoli percorsi dal fuoco nei casi in cui la realizzazione sia stata prevista in data antecedente all’incendio dagli strumenti urbanistici vigenti a tale data, si riferisce alla specifica localizzazione dell’area riservata all’intervento da parte dello strumento urbanistico e non anche alla previsione di zona, con la conseguenza che non rileva, ai fini della speciale deroga, la generica compatibilità dell’intervento con la destinazione dell’area, essendo al contrario richiesto che l’area medesima sia già riservata dallo strumento urbanistico alla realizzazione delle predette opere (Sez. 3, n. 16592 del 31/3/2011, Siracusa, Rv. 250154. Conf. Sez. 3, n. 32807 del 23/4/2013, P.M. in proc. Timori, Rv. 255905).

A ciò non sopperisce certo l’art. 12, comma 7 del d.lgs. 387/2003, il quale si limita a prevedere la possibilità di ubicare gli impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili anche nelle zone classificate come agricole, peraltro con l’obbligo di tenere conto “delle disposizioni in materia di sostegno nel settore agricolo, con particolare riferimento alla valorizzazione delle tradizioni agroalimentari locali, alla tutela della biodiversità, così come del patrimonio culturale e del paesaggio rurale di cui alla legge 5 marzo 2001, n. 57, articoli 7 e 8, nonché del decreto legislativo 18 maggio 2001, n. 228, articolo 14”.

Va conseguentemente affermato il principio secondo il quale l’art. 12, comma 7 del d.lgs. 387/2003 limitandosi a prevedere la possibilità di ubicare gli impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili anche nelle zone classificate come agricole, peraltro con determinati obblighi, non assume rilievo ai fini dell’applicabilità della deroga di cui all’art. 10, legge 353/2000, che consente la realizzazione di edifici, strutture ed infrastrutture finalizzate ad insediamenti civili ed attività produttive nei soprassuoli percorsi dal fuoco nei casi in cui la realizzazione sia stata prevista in data antecedente all’incendio dagli strumenti urbanistici vigenti a tale data.

Per ciò che concerne, inoltre, la mancata indicazione del vincolo nel certificato di destinazione urbanistica, si osserva che si tratta di una dato fattuale non riscontrabile da questa Corte ed il richiamo è riferito ad un documento allegato ad una memoria prodotta nel corso del giudizio di riesame di cui la Corte non può disporre.

Il Tribunale ha comunque considerato l’aspetto concernente l’elemento soggettivo del reato, evidenziando le ragioni per le quali la buona fede del ricorrente non poteva, allo stato, ritenersi dimostrata, indicandone le ragioni.

Va a tale proposito ricordato come la giurisprudenza di questa Corte abbia ripetutamente affermato che, in sede di riesame dei provvedimenti che dispongono misure cautelari reali, al giudice è demandata, nell’ambito della valutazione sommaria in ordine al fumus del reato ipotizzato, anche la verifica dell’eventuale difetto dell’elemento soggettivo del reato, purché di immediata evidenza (Sez. Il n.2808, 21 gennaio 2009; Sez. IV n.23944, 12 giugno 2008; Sez. I n.21736, 4 giugno 2007).

Il Tribunale si è attenuto a questo principio, osservando come, rispetto alla questione del pregresso incendio e del vincolo di inedificabilità conseguente, la sussistenza dello stesso era verificabile mediante la consultazione del sito internet della Regione e tale valutazione, ai fini della valutazione che gli era richiesta, appare comunque sufficiente.

Per ciò che concerne, infine, il terzo motivo di ricorso, concernente la lottizzazione abusiva, occorre ricordare che questa Corte, con riferimento agli impianti fotovoltaici realizzati in assenza della prescritta autorizzazione, ha ritenuto ipotizzabile la lottizzazione abusiva quando, per le dimensioni dell’impianto, in relazione alla superficie residua del territorio, non risulti salvaguardata la sua utilizzazione agricola e si determini, quindi, lo stravolgimento dell’assetto ad esso attribuito dagli strumenti urbanistici (Sez. 3, n. 15988 del 6/3/2013, Rubino, Rv. 255481).

In altra occasione (Sez. 3, n. 38733 del 20/3/2012, Ferrerò e altro, non massimata sul punto) si è chiarito che, avuto riguardo ai contenuti dell’art. 12, comma 7 d.lgs. 367/2003 e del D.M. 10 settembre 2010 del Ministero dello sviluppo economico (Linee guida per l’autorizzazione degli impianti alimentati da fonti rinnovabili punto 15.3), l’elusione del procedimento di VIA e del connesso giudizio di compatibilità ambientale sottrae all’amministrazione comunale la valutazione dei parametri di cui deve necessariamente tenersi conto per una adeguata ubicazione di un impianto in territorio agrario, il che può comportare un evidente pericolo a fronte del rischio di distorsioni derivante da una diffusione senza regole degli impianti, considerata la necessità di proteggere comunque il terreno agricolo dalle speculazioni industriali e di evitarne una imponente erosione.

Dati tali principi, che il Collegio condivide e ribadisce, si osserva che il Tribunale ha evidenziato come l’attività lottizzatoria sia stata posta in essere mediante il frazionamento in piccoli lotti di ridotte dimensioni, ritenute incompatibili con qualsiasi attività agricola e la realizzazione di strade e cavidotti per la gestione degli impianti, di fatto sottraendo l’area alla sua destinazione originaria.

Si tratta, all’evidenza, di elementi sufficienti per giustificare il fumus del reato, rispetto ai quali ricorrente oppone censure in fatto sulle dimensioni dei terreni e sulle caratteristiche delle strade e dei cavidotti e sulla circostanza che il frazionamento dimostrerebbe l’infondatezza della tesi accusatoria circa la unicità dell’impianto che, però, il Tribunale ha, come si è già detto, diversamente motivato.

Il ricorso deve pertanto essere rigettato, con le consequenziali statuizioni indicate in dispositivo.

 

P.Q.M.

 

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento.

 

 

1. Con sentenza del 18/11/2013, il Tribunale di Pordenone assolveva (OMISSIS) e (OMISSIS) dall’imputazione di cui al Decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380, articolo 44, lettera a), perche’ il fatto non sussiste; la vicenda concerneva la realizzazione di una recinzione in contrasto con lo strumento urbanistico vigente, perche’ posta a distanza inferiore a 5 m. dall’asse della strada, ed in difformita’ dalla d.i.a..

 

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Suprema Corte di Cassazione

sezione III

sentenza 7 gennaio 2015, n. 60

 

REPUBBLICA ITALIANAIN NOME DEL POPOLO ITALIANO

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TERESI Alfredo – Presidente

Dott. DI NICOLA Vito – Consigliere

Dott. ACETO Aldo – Consigliere

Dott. PEZZELLA Vincenzo – Consigliere

Dott. MENGONI Enrico – rel. Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS), nato a (OMISSIS);

(OMISSIS), nata a (OMISSIS);

avverso la sentenza pronunciata dal Tribunale di Pordenone in data 18/11/2013;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

sentita la relazione svolta dal consigliere Dott. MENGONI Enrico;

sentite le conclusioni del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott. SPINACI Sante, che ha chiesto il rigetto del ricorso.

 

RITENUTO IN FATTO

 

1. Con sentenza del 18/11/2013, il Tribunale di Pordenone assolveva (OMISSIS) e (OMISSIS) dall’imputazione di cui al Decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380, articolo 44, lettera a), perche’ il fatto non sussiste; la vicenda concerneva la realizzazione di una recinzione in contrasto con lo strumento urbanistico vigente, perche’ posta a distanza inferiore a 5 m. dall’asse della strada, ed in difformita’ dalla d.i.a..

2. Propone ricorso per cassazione il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Pordenone, denunciando l’erronea applicazione di legge penale, nonche’ la mancanza, contraddittorieta’ ed illogicita’ manifesta della motivazione. Il Tribunale avrebbe errato nel giudicare non operativa la norma tecnica di attuazione (che prevede il limite dei 5 metri) sulla base della ritenuta individuazione certa del confine privato.

Inoltre, il Giudice di prime cure non avrebbe indicato le ragioni per le quali dall’individuazione del medesimo confine privato deriverebbe la “collocazione” di quello pubblico, peraltro accertato con modalita’ diverse da quelle previste nelle citate norme tecniche.

CONSIDERATO IN DIRITTO

3. Il ricorso e’ fondato.

Occorre premettere che, per pacifico indirizzo di questa Corte, integra il reato previsto dal Decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380, articolo 44, lettera a), la violazione delle distanze minime previste dalle norme tecniche di attuazione del piano regolatore comunale (Sez. 3 , n. 42466 del 24/9/2013, Tacchini, Rv. 257376); quale quella del Comune di Azzano Decimo (Pn), che impone che qualunque intervento sia realizzato a distanza di almeno 5 metri dall’asse della strada.

Cio’ premesso, l’impugnata sentenza, dopo aver dato atto che la recinzione de qua era stata eretta in violazione di questo limite, conclude pero’ per l’inoperativita’ della norma tecnica in oggetto, atteso che l’opera, comunque, era stata realizzata dai ricorrenti all’interno della loro proprieta’, il cui confine rispetto alla strada comunale e’ certo.

Orbene, ritiene la Corte che tale motivazione sia incongrua ed insufficiente, nella misura in cui non evidenzia il percorso logico all’esito del quale il Giudice e’ giunto ad assolvere gli imputati; in particolare, la sentenza non precisa per quali motivi l’aver eseguito l’intervento all’interno della proprieta’ – il cui confine rispetto alla strada e’ sicuro – legittimerebbe il mancato rispetto dei termini di cui alla norma tecnica in esame, la cui portata sarebbe diversamente cogente.

Trattasi, infatti, di una considerazione meramente assertiva, priva di ogni richiamo normativo o motivazionale, che impone l’annullamento della pronuncia con rinvio al Tribunale di Pordenone.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata con rinvio al Tribunale di Pordenone.

 

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Fallimento,Amministratore, Bancarotta fraudolenta, stato di insolvenza, indagine del giudice penale, ammissibilità, Il giudice penale investito del giudizio relativo a reati di bancarotta ex artt. 216 e ss., L. Fall., non può sindacare la sentenza dichiarativa di fallimento

Fallimento,Amministratore, Bancarotta fraudolenta,  stato di insolvenza, indagine del giudice penale, ammissibilità, Il giudice penale investito del giudizio relativo a reati di bancarotta ex artt. 216 e ss., L. Fall., non può sindacare la sentenza dichiarativa di fallimento

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Il giudice penale investito del giudizio relativo a reati di bancarotta ex artt. 216 e ss., L. Fall., non può sindacare la sentenza dichiarativa di fallimento non solo quanto al presupposto oggettivo dello stato di insolvenza della impresa ma anche quanto ai presupposti soggettivi inerenti alle condizioni previste dall’art. 1, L. Fall., per la fallibilità dell’imprenditore, sicchè le modifiche apportate all’art. 1, L. Fall., ad opera del D.Lgs. 9 gennaio 2006, n. 5 e poi del D.Lgs. 12 settembre 2007, n. 169, non esercitano influenza ai sensi dell’art. 2 c.p. sui procedimenti penali in corso.

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Cassazione penale , SS.UU., sentenza 15.05.2008 n° 19601

 

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE PENALI

Sentenza 28 febbraio – 15 maggio 2008, n. 19601

Svolgimento del processo

1. Con decreto in data 23 ottobre 2003 il Giudice della udienza preliminare del Tribunale di Firenze disponeva il giudizio dinnanzi al Tribunale di Firenze nei confronti di N.L. in relazione a due imputazioni di bancarotta:

a) R.D. 16 marzo 1942, n. 267, art. 217, comma 1, n. 4, perchè nella qualità di legale rappresentante della s.r.l. Giolli Pelle si asteneva dal chiederne il fallimento, aggravando il dissesto della impresa, dichiarata fallita con sentenza del Tribunale di Firenze in data ****;

b) art. 110 c.p., R.D. 16 marzo 1942, n. 267, art. 216, comma 1, nn. 1 e 2, e art. 223, per avere tenuto i libri e le scritture contabili prescritte dalla legge in modo tale da non permettere al curatore la idonea ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari della società di cui al capo precedente, e rendendosi successivamente irreperibile;

con l’aggravante di cui all’art. 219, commi 1 e 2, predetto R.D. in **** alla data del fallimento.

2. Con sentenza in data 27 marzo 2006 il Tribunale di Firenze dichiarava il N. colpevole del reato di cui all’art. 217, comma 2, L. Fall., così modificata l’imputazione sub b), e, riconosciute le attenuanti generiche, lo condannava, con entrambi i benefici di legge, alla pena di mesi sei di reclusione, oltre al pagamento delle spese processuali, dichiarandolo inabilitato all’esercizio di un’impresa commerciale e incapace di esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa per un tempo corrispondente alla pena inflitta; assolveva inoltre l’imputato dal reato ascrittogli sub a) per insussistenza del fatto.

Il Tribunale rilevava che le scritture contabili erano state tenute regolarmente fino al 1997, con bilanci tempestivamente depositati, e che da allora l’attività era praticamente cessata. Peraltro, considerati i debiti modesti – tanto che il fallimento era stato richiesto per un credito pari a L. 4.500.000 – non si erano verificate circostanze tali da imporre una richiesta di fallimento in proprio, e comunque, se ciò fosse anche avvenuto, non ne sarebbe derivata una diminuzione del passivo, accertato in L. 50 milioni.

Residuava dunque solo la responsabilità penale dell’imputato per l’omessa tenuta delle scritture contabili nell’ultimo periodo di formale esistenza dell’azienda.

3. Nell’atto di appello proposto dal difensore dell’imputato, si denunciava, con un primo motivo, il vizio di motivazione in punto di affermazione della responsabilità penale, dato che era stato riconosciuto che le scritture contabili erano state regolarmente tenute sino a quando la società amministrata dal N. aveva di fatto operato; con un secondo, il vizio di motivazione circa il trattamento sanzionatorio, non ragguagliato al minimo edittale; con un terzo, la mancata sostituzione della pena detentiva in quella pecuniaria, in luogo della sospensione condizionale della pena.

4. Con la sentenza in epigrafe la Corte di appello di Firenze, in parziale riforma della sentenza impugnata, riduceva la pena inflitta al N. a mesi due e giorni venti di reclusione, convertendola nella corrispondente pena pecuniaria e dichiarandola interamente condonata, previa esclusione della sospensione condizionale;

confermando nel resto la sentenza del Tribunale.

La Corte territoriale osservava tra l’altro che non era accoglibile la tesi difensiva, prospettata nel corso del dibattimento di appello, secondo cui, in forza delle disposizioni attualmente vigenti, la società del N. non avrebbe potuto essere sottoposta a fallimento, con la conseguenza che i fatti in contestazione, in tesi, non costituivano più reato; e ciò in quanto, ad avviso della Corte di appello, a norma del D.Lgs. 9 gennaio 2006, n. 5, art. 150, la posizione di detta società e la procedura di fallimento della stessa erano regolate dalla legge anteriore alle ultime modifiche apportate alla legge fallimentare.

5. Avverso detta sentenza ha proposto ricorso per cassazione il difensore del N., avv. Michele Ducei, che con un unico motivo denuncia la violazione dell’art. 2 c.p., comma 3, (recte, 4).

Secondo il ricorrente, pur essendo pacifico che, in forza “dell’art. 242, L. Fall.” permangono gli effetti delle sentenze dichiarative di fallimento pronunciate prima della entrata in vigore del D.Lgs. 9 gennaio 2006, n. 5, tale previsione non può estendersi al processo penale, pena la violazione dell’art. 2 c.p..

Infatti, a seguire l’argomentare della Corte di appello, casi identici troverebbero soluzioni totalmente diverse, in contrasto con il principio della successione nel tempo della legge penale più favorevole.

Si osserva ancora nel ricorso che, come risulta dalla relazione ex art. 33, L. Fall., dalla stessa sentenza dichiarativa di fallimento e dall’esame testimoniale del curatore, attualmente non ricorrerebbero più, alla luce dell’art. 1, L. Fall., come modificato dal D.Lgs. n. 5 del 2006, i presupposti per dichiarare il fallimento della società di cui il N. era legale rappresentante, dovendosi alla stregua della nuova normativa ritenere l’imputato un piccolo imprenditore, come tale non assoggettabile alle disposizioni sul fallimento.

Era stato infatti accertato che nell’esercizio dell’attività commerciale della società dichiarata fallita non erano stati effettuati investimenti per un capitale superiore a 300.000 Euro, nè l’azienda aveva realizzato ricavi lordi, calcolati sulla media degli ultimi tre anni, per un ammontare complessivo annuo superiore a 200.000 Euro.

Ad avviso del ricorrente, poichè l’art. 1, L. Fall., integrativo delle norme penali contenute negli artt. 216 e 217, L. Fall., era stato modificato in senso più favorevole all’imputato, non rendendo più soggetta a fallimento la società nella quale egli aveva agito, in applicazione del disposto dell’art. 2 c.p., comma 3 (recte, 4), si sarebbe dovuto pronunciare sentenza di assoluzione, perchè il fatto come contestato al N. non è oggi più previsto dalla legge come reato.

6. La Quinta sezione della Corte di cassazione, cui il ricorso era stato assegnato, con ordinanza resa alla udienza del 13 novembre 2007, ha rimesso il ricorso alle Sezioni unite, a norma dell’art. 618 c.p.p..

Nell’ordinanza si osserva che il motivo di ricorso pone all’attenzione della Corte di cassazione la questione se, in relazione ai reati di bancarotta, in seguito all’entrata in vigore del D.Lgs. 9 gennaio 2006, n. 5, che ha modificato la nozione di piccolo imprenditore non assoggettabile a procedura fallimentare, debba trovare applicazione il disposto di cui all’art. 2, comma 4, “con la conseguenza di escludere la sussistenza del reato in ipotesi di condotta realizzata nella vigenza della precedente normativa fallimentare da persona la quale, in forza del novum legislativo, attualmente non sarebbe sottoposto a fallimento, e questo pur in presenza del portato della norma transitoria di cui al citato D.Lgs., che fa salvi gli effetti delle procedure concorsuali pendenti al momento dell’entrata in vigore della legge di riforma”.

L’ordinanza di rimessione segnala al riguardo il contrasto di giurisprudenza insorto in seno alla stessa Quinta sezione a seguito della sentenza 20 marzo 2007, ric. Celotti, e della successiva sentenza 18 ottobre 2007, ric. Rizzo; evidenziando, quanto alla prima, che in essa si richiama la disciplina transitoria di cui al D.Lgs. n. 5 del 2006, citato art. 150, che regola secondo la legge anteriore le procedure fallimentari pendenti alla data di entrata in vigore del predetto decreto, e quindi anche la individuazione dell’imprenditore assoggettabile a fallimento, per farne derivare la conseguenza della irrilevanza del nuovo regime ai fini dell’applicabilità delle norme in materia di successione di leggi penali; e, quanto alla seconda, che, nella stessa, in senso contrario, si afferma che il novum legislativo integra il precetto penale, giacchè la dichiarazione di fallimento, e quindi la “fallibilità” dell’imprenditore, è elemento costitutivo dei reati di bancarotta, con la conseguente applicabilità dell’art. 2 c.p. in un caso in cui, come nella specie, secondo la nuova disciplina il titolare della impresa dichiarata fallita debba considerarsi piccolo imprenditore e quindi, come tale, non assoggettabile a fallimento.

Motivi della decisione

1. La questione rimessa alle Sezioni Unite.

1.1. La questione rimessa alle Sezioni unite è la seguente: “se i fatti di bancarotta commessi dal “piccolo imprenditore” prima dell’entrata in vigore del D.Lgs. n. 5 del 2006, che ha modificato la nozione di imprenditore assoggettabile a fallimento, integrino, o non, la relativa fattispecie di reato, alla luce della disciplina transitoria dettata dall’art. 150, medesimo D.Lgs.”. 1.2. L’ordinanza di rimessione ha preso in considerazione la novella recata dal D.Lgs. 9 gennaio 2006, n. 5 (in G.u. 16 gennaio 2006, n. 12, suppl. ord., recante “Riforma organica della disciplina delle procedure concorsuali, ai sensi della L. 14 maggio 2005, n. 80, art. 1, comma 5”), emanato sulla base della Legge Delega 14 maggio 2005, n. 80, ed entrato in vigore, fatta eccezione per alcune disposizioni, alla scadenza del sesto mese dalla sua pubblicazione, che ha integralmente sostituito, tra l’altro, il R.D. 16 marzo 1942, n. 267, art. 1, e il cui art. 150 contiene una disciplina transitoria.

In particolare, per quel che qui interessa, l’art. 1, comma 6, lett. a), n. 1, citata legge-delega, ha, con riguardo alla “disciplina del fallimento”, stabilito (tra l’altro) il principio direttivo, di contenuto indubitabilmente molto ampio, così formulato:

“semplificare la disciplina attraverso l’estensione dei soggetti esonerati dall’applicabilità dell’istituto” (ove l'”istituto” sembrerebbe avere come termine di riferimento la “disciplina del fallimento”).

1.3. Tuttavia, successivamente a detto D.Lgs., è stato emanato (sulla base della stessa legge-delega, come modificata, con l’inserimento nell’art. 1, del comma 5 bis, ad opera della L. 12 luglio 2006, n. 228, art. 1, comma 3) il D.Lgs. 12 settembre 2007, n. 169 (in G.u. 16 ottobre 2007, n. 241, recante “Disposizioni integrative e correttive al R.D. 16 marzo 1942, n. 267, nonchè al D.Lgs. 9 gennaio 2006, n. 5, in materia di disciplina del fallimento, del concordato preventivo e della liquidazione coatta amministrativa, ai sensi della L. 14 maggio 2005, n. 80, art. 1, commi 5, 5 bis e 6”), entrato in vigore il 1 gennaio 2008, che ha, tra l’altro, all’art. 1, nuovamente sostituito l’art. 1, L. Fall., in tema di imprese soggette al fallimento e al concordato preventivo, in particolare prescindendo dalla nozione di “piccolo imprenditore”, e, all’art. 22, introdotto una nuova disciplina transitoria.

1.4. Ora, considerato che i presupposti per l’applicabilità dell’art. 2 c.p., in tema di successioni di leggi penali, devono essere apprezzati d’ufficio anche nell’ambito del giudizio di cassazione (v. art. 609 c.p.p.), a prescindere dallo stato della legislazione in vigore al momento della proposizione del ricorso e dal contenuto dei motivi di impugnazione, il quesito sottoposto all’esame delle Sezioni unite, tenuto conto anche del successivo decreto “correttivo”, deve essere riformulato nei seguenti termini:

“se i fatti di bancarotta commessi prima dell’entrata in vigore del D.Lgs. 9 gennaio 2006, n. 5, e del successivo D.Lgs. 12 settembre2007, n. 169, che hanno modificato i requisiti perchè l’imprenditore sia assoggettabile a fallimento, continuano a essere previsti come reato, anche se in base alla nuova normativa l’imprenditore non potrebbe più essere dichiarato fallito”. 2. Il decorso dei termini di prescrizione del reato.

2.1. Dalla data di consumazione del reato, che va individuata nella sentenza dichiarativa di fallimento, in data 19 gennaio 2000, è decorso, al 19 luglio 2007, il termine previsto dalla legge, in relazione ai livelli di pena edittali stabiliti dall’art. 217, L. Fall., per la prescrizione del reato, che è quello di sette anni e sei mesi, in base sia alla previgente sia all’attuale formulazione degli artt. 157, 160 e 161 c.p. (novellati dalla L. 5 dicembre 2005, n. 251).

Nella specie è comunque la nuova normativa a rendersi applicabile, in quanto alla data di entrata in vigore della L. n. 251 del 2005 (8 dicembre 2005) non era stata ancora pronunciata la sentenza di condanna di primo grado (27 marzo 2006); e ciò in relazione a quanto derivante dalla dichiarazione di incostituzionalità parziale dell’art. 10, comma 3, legge citata (Corte Cost., sent. n. 393 del 2006).

Alla udienza dibattimentale di primo grado del 14 marzo 2005 era stato accertato un impedimento dell’imputato, derivante da infermità fisica, tanto che il dibattimento venne rinviato all’udienza del 10 ottobre 2005, con dilazione pari dunque a 209 giorni. In base alla nuova formulazione dell’art. 159 c.p., al termine di sette anni e sei mesi vanno aggiunti non più di 65 giorni (5 giorni di impedimento più 60 giorni di sospensione massima), con la conseguenza che il termine di prescrizione viene a cadere alla fine del giorno 22 settembre 2007 (19 luglio 2007 più 65 giorni), quindi antecedentemente ad oggi.

Ove anche si ritenesse che ai soli fini della durata della sospensione debba tenersi conto della disciplina vigente al momento in cui si è verificato l’impedimento dell’imputato, il reato sarebbe comunque prescritto, perchè, aggiungendo il periodo di sospensione pari a 209 giorni al termine di legge, risulterebbe che il termine di prescrizione sarebbe maturato allo spirare del giorno 13 febbraio 2008 (19 luglio 2007 più 209 giorni), quindi sempre antecedentemente ad oggi.

2.2. Tuttavia, non rinvenendosi cause di inammissibilità del ricorso, rispetto al tema della prescrizione è pregiudiziale, a norma dell’art. 129 c.p.p., comma 2, quello, proposto con l’unico motivo, relativo all’applicabilità dell’art. 2 c.p., da inquadrare giuridicamente nella disciplina specificamente recata dal comma secondo di tale articolo, malgrado l’improprio richiamo fatto dal ricorrente al comma “3” (recte, 4), predetto art.; motivo che, se accolto, comporterebbe la declaratoria di assoluzione dell’imputato perchè il fatto non è (più) previsto dalla legge come reato.

3. Gli effetti delle modifiche dell’art. 1 della legge fallimentare, secondo la tesi del ricorrente.

3.1. La Corte di appello mostra di riconoscere che, in base al dettato del R.D. 16 marzo 1942, n. 267, art. 1, come modificato dal D.Lgs. n. 5 del 2006, un’impresa avente caratteristiche quali quelle accertate nel caso di specie non potrebbe essere più assoggettata a fallimento. Assume però che la nuova disciplina non si estende alle dichiarazioni di fallimento pronunciate nel vigore del precedente regime, in quanto in forza della disposizione transitoria di cui all’art. 150 del citato decreto, “la posizione di detta società e la procedura di fallimento della stessa sono regolate dalla legge anteriore”. 3.2. Replica il ricorrente, richiamando anche l’art. 242, L. Fall., essere pacifico che permangano gli effetti delle sentenze dichiarative di fallimento pronunciate prima della entrata in vigore del D.Lgs. n. 5 del 2006; essendo però altra cosa, ai fini penali, l’effetto derivante, ex art. 2 c.p., dalla “successione nel tempo della legge penale più favorevole”, che nella specie deriverebbe dal nuovo dettato dell’art. 1, L. Fall., da considerare “norma integrativa” delle fattispecie penali di cui agli artt. 216 (“Bancarotta fraudolenta”) e 217 (“Bancarotta semplice”), L. Fall.;

in forza del quale l’impresa di cui era titolare l’imputato, stante l’ammontare degli investimenti e dei ricavi nel periodo di riferimento, non sarebbe ora più soggetta a fallimento.

A sostegno del suo assunto, il ricorrente invoca il precetto secondo cui, in caso di successione di leggi penali, deve farsi applicazione di quella contenente le disposizioni più favorevoli all’imputato, richiamando l’art. 2 c.p., comma 3 da intendersi come fatto al comma quarto di detto articolo, a seguito dell’inserimento di un comma nell’art. 2 ad opera della L. 24 febbraio 2006, n. 85. 3.3. In realtà, come anticipato, gli argomenti addotti nel ricorso non attengono alla ipotesi in cui la successione di leggi produca effetti solo modificativi delle fattispecie incriminatrici, onde debba essere stabilito, nella comparazione tra la vecchia e la nuova, quale sia la legge più favorevole da applicare. Essi evocano piuttosto il diverso precetto della non ultrattività della legge penale, di cui all’art. 2 c.p., comma 2, dato che, secondo la tesi sostenuta, i presupposti in base ai quali un imprenditore può essere dichiarato fallito, indicati dal nuovo art. 1, L. Fall., da considerare norma integratrice delle fattispecie di bancarotta, non sarebbero rinvenibili nella impresa dell’imputato, in relazione agli accertati dati economici della sua gestione; con la conseguenza che “il fatto” ascritto al medesimo non “costituirebbe più reato” e che chi lo ha commesso non sarebbe dunque punibile.

4. Il contrasto di giurisprudenza.

Come si è sopra dato atto, sulla questione rimessa all’esame delle Sezioni unite si registra un contrasto di giurisprudenza, tutto interno alla Quinta sezione penale.

La sentenza 20 marzo 2007, Celotti – che pure afferma rientrare nell’ambito di cognizione del giudice penale, in presenza di una sentenza dichiarativa di fallimento, l’accertamento della qualità di imprenditore assoggettabile a fallimento, ex art. 1, L. Fall., quale “indefettibile requisito” del reato di bancarotta propria, e che assegna alla disciplina sul fallimento una funzione in varie parti integratrice della fattispecie penale – è dell’avviso che, in forza della norma transitoria di cui al D.Lgs. n. 5 del 2006, art. 150, “gli eventi processuali (concorsuali e penali) avviati prima della data di entrata in vigore del decreto ” sono regolati dalle norme previgenti “anche per quanto attiene alla identificazione del soggetto assoggettabile a fallimento ed alla nozione di “piccolo imprenditore”, ancorata a indici monetari di per sè indicativi di una cesura temporale con eventi passati.

Per contro, la sentenza 18 ottobre 2007, Rizzo – ribadito che la sentenza dichiarativa di fallimento non fa stato nel procedimento per bancarotta, essendo preciso compito del giudice penale accertare se sussistevano i requisiti soggettivi di fallibilità – osserva che se per volontà del legislatore tali requisiti vengono a mutare, è sulla base della nuova disciplina che va parametrato l’accertamento degli elementi costitutivi del reato. Non sarebbe poi corretto desumere la perdurante applicabilità della precedente disciplina sui requisiti di fallibilità dell’imprenditore dalla norma transitoria di cui al D.Lgs. n. 5 del 2006, art. 150, perchè questa ha riguardo alla procedura fallimentare, ma non esplica incidenza sul fondamentale canone della “retroattività della legge più favorevole” di cui all’art. 2 c.p. che, pur non essendo costituzionalizzato, deve in sede penale trovare applicazione in mancanza di una esplicita volontà in senso contrario del legislatore.

In termini simili a quest’ultima pronuncia si è poi espressa la sentenza, sempre della Quinta sezione, 30 ottobre 2007, Cremona.

5. La sindacabilità della sentenza dichiarativa di fallimento ai fini della punibilità per fatti di bancarotta, secondo la giurisprudenza.

5.1. Prima dell’entrata in vigore dell’attuale codice di rito, era consolidata, nella giurisprudenza di legittimità, la tesi, basata sugli artt. 19 e 21 c.p.p. 1930, secondo cui la sentenza dichiarativa di fallimento, divenuta irrevocabile, non era sindacabile dal giudice penale.

Si affermava dunque che “la sentenza dichiarativa di fallimento, la cui pronuncia è di competenza esclusiva del tribunale fallimentare, fa stato, in sede penale, se passata in giudicato, sull’esistenza degli estremi per l’apertura del procedimento” (così, fra molte, Sez. 5^, 12 aprile 1967, Moretti).

Con particolare riferimento al presupposto soggettivo della pronuncia dichiarativa di fallimento del giudice civile l’orientamento era ribadito in relazione alle questioni poste, in sede penale, dal fallito che assumeva di rivestire la qualità di “piccolo imprenditore”, osservandosi che “la qualità di imprenditore commerciale, riconosciuta con la sentenza civile dichiarativa di fallimento divenuta irrevocabile, non può essere rimessa in discussione nel giudizio penale per reati fallimentari, e che il giudice penale non può, pertanto, in contrasto con quanto accertato definitivamente in sede civile, qualificare l’imputato piccolo imprenditore” (così, ex plurimis, Sez. 5^, 11 ottobre 1977, Michelani).

Da ciò due corollari.

Da un lato, atteso che per il principio di unità della giurisdizione la sentenza dichiarativa di fallimento faceva stato nel processo penale per bancarotta, in tale processo avevano valore le sentenze passate in giudicato; sicchè un’opposizione del fallito alla sentenza dichiarativa di fallimento, ove avesse avuto il carattere della serietà, avrebbe determinato necessariamente la sospensione dell’esercizio dell’azione penale ai sensi dell’art. 19 c.p.p. 1930 (v. in tal senso Sez. un., 29 novembre 1958, Amantini).

Per altro verso, atteso che la questione relativa alla qualità di fallito rivestiva natura pregiudiziale di stato personale, la sentenza di revoca di quella dichiarativa di fallimento poteva costituire motivo per attivare la procedura di revisione (Sez. 5^, 15 dicembre 1980, Ruggiero).

5.2. Anche la Corte costituzionale aveva affermato, avallando questa linea interpretativa, che “la dichiarazione di fallimento ha natura pregiudiziale rispetto al processo penale concernente reati fallimentari; sicchè sorgendo controversia sullo stato di imprenditore fallito, il giudice penale non può conoscere di essa, ma deve limitarsi, previa verifica delle condizioni di legge, a sospendere il procedimento pendente davanti a lui, sino al passaggio in giudicato della relativa pronunzia” (sent. n. 141 del 1970; cui adde ord. n. 59 del 1971).

E si era avuto cura di puntualizzare che l’imprenditore aveva a propria disposizione i mezzi e i modi più adeguati per dimostrare, sia nella fase anteriore alla dichiarazione di fallimento sia in quella conseguente all’opposizione avverso la relativa sentenza e sino all’eventuale passaggio in giudicato di essa, l’inesistenza o la non sufficienza delle condizioni oggettive e soggettive necessarie e sufficienti per la dichiarazione di fallimento (sent. n. 110 del 1972).

Nella stessa linea, la giurisprudenza costituzionale si era espressa con le sentenze n. 190 del 1972, n. 275 del 1974 e con l’ordinanza n. 636 del 1987. 5.3. Con l’avvento del nuovo codice di rito, pur considerando la ridefinizione della portata della cognizione del giudice penale e della disciplina delle questioni pregiudiziali (artt. 2 e 3 c.p.p.), l’orientamento precedente era stato ribadito da alcune decisioni della Suprema Corte, osservandosi in esse che la nuova disciplina processual-penalistica in materia di questioni pregiudiziali non incideva sulla validità della consolidata qualificazione della sentenza dichiarativa di fallimento come elemento costitutivo dei reati di bancarotta: da questa premessa discendeva la perdurante validità del “principio per cui la dichiarazione di fallimento, una volta che abbia acquisito il carattere della irrevocabilità, viene a costituire un dato definitivo e vincolante sul quale non possono più sorgere questioni che non siano collegate alla produzione formale della prova della sua giuridica esistenza” (così Sez. 5^, maggio 1993, Berzanti). Nella stessa linea, Sez. 5^, 24 febbraio 1998, Bertoni; Sez. 5^, 29 marzo 2001, Barni.

5.4. A questo tradizionale orientamento si è venuto a contrapporre nella giurisprudenza di legittimità l’indirizzo che disconosce alla sentenza dichiarativa di fallimento efficacia vincolante in sede penale.

Ad esempio, Sez. 5^, 29 aprile 1998, Marcimino, ha affermato che “la sentenza dichiarativa di fallimento, pur se irrevocabile, non ha efficacia di giudicato nel processo penale, in virtù delladisciplina delle questioni pregiudiziali dettata dagli artt. 2 e 3 c.p.p.”.

Nella stessa prospettiva, Sez. 5^, 26 settembre 2002, Veruschi, ha ritenuto che poichè con l’avvento del nuovo codice di rito la sentenza dichiarativa di fallimento non fa più stato nel processo penale, essa è “di per sè insufficiente ad integrare la prova della qualità di imprenditore … se tale qualità è controversa ai fini dell’art. 2221 c.c. e art. 1, comma 1, L. Fall. per emergenze che inducano ad attribuire all’imputato lo svolgimento dell’attività di piccolo imprenditore prevista dall’art. 2083 c.c.”. In senso conforme: Sez. 5^, 21 marzo 2003, Severino e Sez. 5^, 30 luglio 2003, Tissi.

L’indirizzo in esame, come si ricava dalle sentenze da ultimo citate, si è in effetti affermato con particolare riferimento ai profili attinenti lo status dell’imprenditore fallito ovvero, più specificamente, alla qualità di “imprenditore” del fallito (v. ad es. Sez. 5^, 9 aprile 1999, Leo).

Su questa linea, Sez. 5^, 15 marzo 2007, Decorosi, ha osservato che per effetto della disciplina delle questioni pregiudiziali introdotta dagli artt. 2 e 3 c.p.p., la sentenza dichiarativa di fallimento, pur se irrevocabile, non ha efficacia di giudicato nel processo penale, sicchè, per un verso, gli accertamenti risultanti dalla sentenza stessa devono essere valutati nel processo penale alla stregua di ogni altro materiale utile sul piano probatorio e, per altro verso, la valutazione del giudice di merito in ordine alla ricorrenza dei requisiti per ottenere o escludere la qualifica di piccolo imprenditore di cui all’art. 2083 c.c. si risolve in un apprezzamento di fatto incensurabile in sede di legittimità se motivato.

Più puntualmente, Sez. 5^, 1 dicembre 1990, Milazzo, ha distinto tra lo status di “fallito”, non sindacabile dal giudice penale e quello di “imprenditore”, invece sindacabile; distinzione peraltro criticata da Sez. 5^, 16 febbraio 1995, Bertoldo, che ha affermato perentoriamente “che sulla base della nuova disciplina introdotta dagli artt. 2 e 3 c.p.p. la sentenza dichiarativa di fallimento, anche se divenuta irrevocabile, non ha efficacia di giudicato nel processo penale”, sicchè il sindacato del giudice penale si eserciterebbe non solo in relazione allo status dell’imprenditore fallito, ma anche su tutti i presupposti di fatto e di diritto che l’acquisizione di quello status comporta e che hanno formato oggetto della valutazione e della decisione del giudice civile.

6. La dichiarazione di fallimento nella struttura dei reati di bancarotta.

6.1. Se fosse vero che la definizione normativa dei presupposti per la dichiarazione di fallimento di un’impresa costituisce una norma extrapenale integratrice della fattispecie penale, dovrebbe essere verificato se, in virtù di abolitio criminis (parziale), il fatto ascritto all’imputato non sia più previsto dalla legge come reato.

Infatti, alla stregua dei nuovi parametri normativi di cui all’art. 1 L. Fall., sia ex D.Lgs. n. 5 del 2006 sia ex D.Lgs. n. 169 del 2007, l’impresa dell’imputato, come implicitamente riconosciuto dalla Corte di appello, non sarebbe più soggetta a fallimento.

6.2. Per stabilire se nella vicenda in esame si verta in tema di abolitio criminis, rilevante ex art. 2 c.p., comma 2, occorre verificare se la norma extrapenale incida su un elemento della fattispecie astratta, non essendo di per sè rilevante una mutata situazione di fatto che da quella norma derivi (v. in questo senso la recente sentenza Sez. un., 27 settembre 2007, Magera, che richiama in particolare sul punto Sez. un., 26 marzo 2003, Giordano).

6.3. Ora, nella struttura delle fattispecie di bancarotta di cui agli artt. 216 e ss., L. Fall., il presupposto formale perchè possano essere prese in considerazione, ai fini della responsabilità penale, le condotte specificamente contemplate dalle norme non richiama le condizioni di fatto richieste per il fallimento (o l’ammissione alle altre procedure concorsuali) di un’impresa, consistendo invece nella esistenza di una sentenza dichiarativa di fallimento.

6.4. In altri termini, come osservato da autorevole Dottrina, che le Sezioni Unite condividono, nella struttura dei reati di bancarotta “la dichiarazione di fallimento assume rilevanza nella sua natura di provvedimento giurisdizionale”, e non per i fatti con essa accertati.

Sicchè, in quanto atto della giurisdizione richiamato dalla fattispecie penale, la sentenza dichiarativa di fallimento è insindacabile in sede penale; nè la disciplina delle questioni pregiudiziali prevista dal codice di rito agli artt. 2 e 3 “vale a spostare le premesse di diritto sostanziale”, perchè i presupposti di fatto accertati nella sentenza richiamata dalla fattispecie penale non sono una “questione pregiudiziale” della quale possa ritenersi investito il giudice penale, dato che essi sono stati appunto accertati da detta sentenza, “la quale vincola il giudice penale (purchè esistente e non revocata) come elemento della fattispecie criminosa, e non quale decisione di una questione pregiudiziale” implicata dalla fattispecie.

6.5. In generale, va rilevato che l’atto giuridico richiamato in una fattispecie penale conta per gli effetti giuridici che esso produce e non per i fatti con esso definiti, sicchè, se muta, per jus superveniens, la definizione legale dei presupposti (che possono a loro volta consistere in dati di fatto o anche in atti giuridici) perchè un certo atto giuridico possa essere legittimamente adottato, non può dirsi che le norme sopravvenute, che quei presupposti mutino, incidano sulla struttura del reato.

E’ il caso poi di precisare che quando un atto giuridico è assunto quale dato della fattispecie penale (non importa se come elemento costitutivo del reato o come condizione di punibilità), esso è sindacabile dal giudice penale nei soli limiti e con gli specifici mezzi previsti dalla legge.

Così, se l’atto giuridico è un provvedimento legislativo, richiamato, come spesso accade, in una fattispecie penale, non potendo il giudice disapplicare la legge (art. 101 Cost., comma 2), esso può essere sindacato solo in quanto se ne ravvisi un possibile contrasto con parametri costituzionali, abilitandosi in tal caso il giudice (salva la percorribilità di una interpretazione costituzionalmente orientata) a sollevare incidente di costituzionalità (L. Cost. 9 febbraio 1948, n. 1, art. 1; L. 11 marzo 1953, n. 87, art. 23).

Se si tratta di un provvedimento amministrativo, esso può essere incidentalmente sindacato dal giudice penale, in quanto illegittimo, come quando è la sua inosservanza a costituire reato, come si è più volte affermato in giurisprudenza ad esempio con riferimento alla fattispecie dell’art. 650 c.p., in tema di inosservanza dei provvedimenti dell’autorità per ragione di giustizia o di sicurezza pubblica o d’ordine pubblico o d’igiene, o a quella del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 14, comma 5-ter, in tema di inosservanza dell’ordine del questore di lasciare il territorio dello Stato, esclusa ogni rivalutazione dei presupposti di fatto assunti a base del provvedimento (v., in tal senso, proprio a proposito dell’art. 650 c.p., Cass., Sez. 1^, 24 giugno 1992, Beltrami; Id., 1 giugno 1990, Beltramo; Cass., sez. 3^, 2 febbraio 1967, Capra; nonchè, a proposito del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 14, comma 5-ter, fra le tante, Cass., sez. 1^, 28 marzo 2006, Hado), i quali, beninteso, devono essere correttamente individuati nel provvedimento amministrativo (v. Cass., sez. 1^, 22 giugno 2004, Conti).

Se elemento della fattispecie è un atto negoziale privato (come nella ipotesi dell’art. 641 c.p.), il giudice penale può escludere l’illiceità del fatto solo in presenza di un negozio nullo, ad esempio perchè avente causa illecita, dato che in tal caso la relativa obbligazione non è idonea, in assoluto, a produrre effetti giuridici, e quindi nemmeno una condotta incriminabile, non bastando che esso sia solo annullabile, dovendo il negozio ritenersi produttivo di effetti giuridici fino a che esso non sia annullato dal giudice civile (v., a proposito dell’art. 641 c.p., Cass., sez. 1^, 29 marzo 1972, Da Ponte; Cass., sez. 3^, 29 gennaio 1964, Sanzone).

Nel caso, poi, che, come nella specie, si tratti di un provvedimento giudiziale, il giudice penale non ha alcun potere di sindacato, dovendo limitarsi a verificare l’esistenza dell’atto e la sua validità formale.

Così, a titolo di esempio, certamente non può essere sindacata la “sentenza di condanna” o il “provvedimento del giudice civile” evocati, con i contenuti ivi precisati, rispettivamente, dall’art. 388 c.p., commi 1 e 2 o la sentenza di separazione legale con addebito (art. 151 c.c., comma 2) agli effetti di quanto previsto dall’art. 570 cpv. c.p., n. 2, (v. tra le altre Cass., sez. 6^, 13 luglio 2005, Gabutti; Id., 7 gennaio 1999, Bianchini), o quella che pronuncia la cessazione degli effetti civili del matrimonio di cui alla L. 1 dicembre 1970, n. 898, artt. 5 e 6, richiamati dalla fattispecie penale contemplata dall’art. 12-sexies, medesima legge.

Diversamente dagli altri casi sopra indicati, in cui pure nel paradigma normativo entra a fare parte un atto giuridico, quando elemento della fattispecie è una sentenza, il giudice penale non è abilitato a compiere alcuna valutazione, neppure incidentale, sulla legittimità di essa, perchè le sentenze, a prescindere dalla loro definitività, hanno un valore erga omnes che può essere messo in discussione solo in via principale, con i rimedi previsti dall’ordinamento per gli errori giudiziari (e cioè con i mezzi ordinari o straordinari di impugnazione previsti dalla disciplina processuale).

6.6. Non può dunque essere condiviso l’orientamento prevalso nella più recente giurisprudenza di legittimità, a seguito della modifica apportata dagli artt. 2 e 3 c.p.p. alla disciplina delle questioni pregiudiziali, secondo cui la sentenza dichiarativa di fallimento non ha efficacia di giudicato nel processo penale e lo status di “imprenditore” (fallibile), in quanto richiamato dalle fattispecie di bancarotta, andrebbe accertato autonomamente dal giudice penale.

A ben leggere gli artt. 216 e 217, L. Fall., appare chiaro che in essi il termine “imprenditore” non rileva di per sè ma solo in quanto individua il soggetto “dichiarato fallito”: esso compone cioè un’endiadi che ha lo stesso valore connotativo del più breve riferimento al “fallito” contenuto nell’art. 220, L. Fall., del tutto analogo alla espressione “società dichiarate fallite” usata negli artt. 223 e 224, L. Fall. per il caso dei “reati commessi da persone diverse dal fallito”; e nessun indizio logico-giuridico può desumersi da dette fattispecie acchè possa a ragione ritenersi che al giudice penale sia demandato il compito di accertare in capo all’imputato la veste di “imprenditore” ovvero, per la ipotesi di bancarotta impropria, di sindacare la veste societaria assunta dalla fallita.

D’altro canto, anche se ciò fosse, il giudice penale avrebbe, in tesi, solo il compito di accertare una generica qualità di “imprenditore”, ma non quella di verificare se, in base alla legge fallimentare, un “imprenditore”, quale che sia, “possa essere dichiarato fallito”, posto che le norme penali qui considerate non si esprimono in questi termini, ma ancorano la operatività della fattispecie a una dichiarazione di fallimento e non a un accertamento del giudice penale sulla esistenza delle condizioni per le quali quell’imprenditore poteva essere dichiarato fallito.

L'”imprenditore” evocato dalle fattispecie in questione altri non è, dunque, che il “soggetto dichiarato fallito”, giacchè nel nostro ordinamento la dichiarazione di fallimento è inscindibilmente legata all’esercizio di una impresa, e la norma penale, ponendo a dato strutturale della fattispecie l’esistenza di una dichiarazione di fallimento, non può che richiamarsi a quella condizione soggettiva (“imprenditore”) che la dichiarazione di fallimento implica necessariamente.

6.7. Le modifiche apportate dal vigente codice alla materia delle questioni pregiudiziali al processo penale non hanno, a ben vedere, una incidenza determinante sulla questione qui esaminata.

Lo status di fallito non rappresenta, infatti, una “questione pregiudiziale” da cui dipende la decisione sui reati di bancarotta, perchè questo status è diretto effetto della sentenza dichiarativa di fallimento, che, come osservato, non è sindacabile dal giudice penale.

Appare quindi non del tutto proprio il richiamo alla tematica delle questioni pregiudiziali fatto nella Relazione al Progetto preliminare del c.p.p., nel punto in cui si osservava (p. 9) che, in presenzadelle due concorrenti esigenze rappresentate, l’una, dalla “celerità del processo” e, l’altra, dalla “genuinità dell’accertamento incidentale”, fosse la prima a dover prevalere, così da “evitare che il procedimento penale possa venire sospeso … in caso di controversia sulla qualità di fallito, in pendenza di opposizione alla sentenza dichiarativa di fallimento”.

Di ciò mostrava rendersi conto lo stesso legislatore delegato, tanto che, nella Relazione al testo definitivo si dava atto di una “consolidata tendenza giurisprudenziale, resistita in dottrina, all’inclusione nell’ambito delle pregiudiziali di stato della questione concernente lo status di fallito ai fini della ipotizzabilità dei reati di bancarotta” (ivi, p. 165).

D’altro canto, la possibilità di sospensione del procedimento penale in pendenza di opposizione alla sentenza dichiarativa di fallimento, risponde a una esigenza per la quale, a prescindere dalla disciplina codicistica sulle “questioni pregiudiziali” e tenuto conto di quanto specificamente previsto dall’art. 238, L. Fall., (secondo cui per i reati di bancarotta “l’azione penale è esercitata dopo la comunicazione della sentenza dichiarativa di fallimento”), rimane ancora valida l’affermazione secondo cui “sorgendo controversia sullo stato di imprenditore fallito, il giudice penale non può conoscere di essa, ma deve limitarsi, previa verifica delle condizioni di legge, a sospendere il procedimento pendente davanti a lui, sino al passaggio in giudicato della relativa pronunzia” (Corte cost., sent. n. 141 del 1970, che al riguardo mostra di prescindere dalla concreta disciplina delle questioni pregiudiziali di cui agli allora vigenti artt. 19 e 21 c.p.p. 1930).

Ed è proprio in considerazione di tale esigenza che nel testo definitivo del codice, in accoglimento di un rilievo della Commissione parlamentare, venne reintrodotto l’art. 479 (previsto nel Progetto preliminare e soppresso nel Progetto definitivo), suscettibile di applicazione proprio ai casi di “opposizione alla sentenza dichiarativa di fallimento”, che, si notava, “la giurisprudenza” riteneva rientrare “nella disciplina dell’art. 19 c.p.p. 1930” (Relazione al testo definitivo, p. 165).

Ne discende che se anche è stata soppressa la previsione della sospensione obbligatoria del procedimento penale in pendenza di un’opposizione (ora “reclamo”: ex art. 18, L. Fall., come da ultimo modificato) avverso la sentenza dichiarativa di fallimento, quando lo “status di fallito” sia sub judice resta tuttavia la facoltà del giudice penale, pur non trattandosi propriamente di una questione pregiudiziale, di disporre, ex art. 479 c.p.p., la sospensione del dibattimento, alle condizioni ivi previste (v. Cass., sez. 5^, 5 aprile 2001, Crudo; Id., 5 febbraio 1992, Carzedda); ferma restando, ove sia già intervenuto irrevocabilmente il giudicato penale di condanna, la facoltà del condannato di attivare la procedura di revisione, ex art. 630 c.p.p., comma 1, lett. b), (Cass., sez. 5^, ric. Carzedda, cit.).

 

6.8. In conclusione, le Sezioni unite sono dell’avviso che i nuovi contenuti dell’art. 1, L. Fall., non incidono su un dato strutturale del paradigma della bancarotta (semplice o fraudolenta) ma sulle condizioni di fatto per la dichiarazione di fallimento, sicchè non possono dirsi norme extrapenali che interferiscono sulla fattispecie penale. E il giudice penale, che non può sindacare la sentenza dichiarativa di fallimento sulla base della normativa all’epoca vigente, allo stesso modo non può escluderne gli effetti sulla base di una normativa sopravvenuta.

6.9. Resta quindi assorbito il profilo della non retroattività, per gli aspetti che rilevano in questa sede, della disciplina recata dai due provvedimenti legislativi sopra indicati, in forza delle relative disposizioni transitorie, che pure avrebbe potuto legittimare, nel caso specifico (ove anche si fosse potuta assumere una incidenza nelle fattispecie di bancarotta delle modifiche recate all’art. 1, L. Fall.), una conclusione di non operatività di un fenomeno di abolitio criminis, dato che, come condivisibilmente affermato dalla citata sentenza delle Sez. un., ric. Magera, sarebbe ingiustificata l’applicazione dell’art. 2 c.p. rispetto a norme extrapenali prive di effetti retroattivi.

7. Va pertanto affermato il seguente principio di diritto:

Il giudice penale investito del giudizio relativo a reati di bancarotta ex artt. 216 e ss., L. Fall., non può sindacare la sentenza dichiarativa di fallimento non solo quanto al presupposto oggettivo dello stato di insolvenza della impresa ma anche quanto ai presupposti soggettivi inerenti alle condizioni previste dall’art. 1, L. Fall., per la fallibilità dell’imprenditore, sicchè le modifiche apportate all’art. 1, L. Fall., ad opera del D.Lgs. 9 gennaio 2006, n. 5 e poi del D.Lgs. 12 settembre 2007, n. 169, non esercitano influenza ai sensi dell’art. 2 c.p. sui procedimenti penali in corso.

8. Per quanto sopra osservato circa la intervenuta prescrizione del reato, la sentenza impugnata va annullata senza rinvio.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata perchè il reato è estinto per prescrizione.

Così deciso in Roma, il 28 febbraio 2008.

Depositato in Cancelleria il 15 maggio 2008.

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Reato di violenza sessuale, dissenso manifestato successivamente costringimento fisico,AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA RAVENNA FORLI CESENA

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA Reato di Violenza sessuale, dissenso manifestato successivamente costringimento fisico,

 

Art. 609-bis. Violenza sessuale.Chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità, costringe taluno a compiere o subire atti sessuali è punito con la reclusione da cinque a dieci anni.
Alla stessa pena soggiace chi induce taluno a compiere o subire atti sessuali:
1) abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa al momento del fatto;
2) traendo in inganno la persona offesa per essersi il colpevole sostituito ad altra persona.
Nei casi di minore gravità la pena è diminuita in misura non eccedente i due terzi.

GR AVVOCATO PENALISTAL’art. 609 bis del codice penale, inserito nel nostro ordinamento dalla l. 15 febbraio 1996 n. 66 (“Legge sulla violenza sessuale”), punisce il reato di violenza sessuale con una pena base da 5 a 10 anni, definendola come la costrizione compiuta su un soggetto che compia o subisca atti sessuali. Per atti sessuali si deve intendere ogni pratica diretta al soddisfacimento del desiderio sessuale dell’agente, che deve essere definito di natura sessuale perché connesso a questa sfera.

avvocato penalista BolognaLa costrizione può essere di natura diversa: può consistere nella minaccia, nella violenza o nell’abuso di autorità e deve essere contraddistinta da una costrizione, cioè deve consistere in una lesione della libera autodeterminazione della vittima.

Art. 609-ter. Circostanze aggravanti.La pena è della reclusione da sei a dodici anni se i fatti di cui all’articolo 609-bis sono commessi:
1) nei confronti di persona che non ha compiuto gli anni quattordici;
2) con l’uso di armi o di sostanze alcoliche, narcotiche o stupefacenti o di altri strumenti o sostanze gravemente lesivi della salute della persona offesa;
3) da persona travisata o che simuli la qualità di pubblico ufficiale o di incaricato di pubblico servizio;
4) su persona comunque sottoposta a limitazioni della libertà personale;
5) nei confronti di persona che non ha compiuto gli anni sedici della quale il colpevole sia l’ascendente, il genitore anche adottivo, il tutore.
5 bis) all’interno o nelle immediate vicinanze di istituto d’istruzione o di formazione frequentato dalla persona offesa. (1)
5-ter) nei confronti di donna in stato di gravidanza; (2)
5-quater) nei confronti di persona della quale il colpevole sia il coniuge, anche separato o divorziato, ovvero colui che alla stessa persona è o è stato legato da relazione affettiva, anche senza convivenza (2);
5-quinquies) se il reato è commesso da persona che fa parte di un’associazione per delinquere e al fine di agevolarne l’attività; (3)
5-sexies) se il reato è commesso con violenze gravi o se dal fatto deriva al minore, a causa della reiterazione delle condotte, un pregiudizio grave (3).
La pena è della reclusione da sette a quattordici anni se il fatto è commesso nei confronti di persona che non ha compiuto gli anni dieci.

123penale

Art. 609-quater. Atti sessuali con minorenne.Soggiace alla pena stabilita dall’articolo 609-bis chiunque, al di fuori delle ipotesi previste in detto articolo, compie atti sessuali con persona che, al momento del fatto:
1) non ha compiuto gli anni quattordici;
2) non ha compiuto gli anni sedici, quando il colpevole sia l’ascendente, il genitore, anche adottivo, o il di lui convivente, il tutore, ovvero altra persona cui, per ragioni di cura, di educazione, di istruzione, di vigilanza o di custodia, il minore è affidato o che abbia, con quest’ultimo, una relazione di convivenza. (1)
Fuori dei casi previsti dall’articolo 609-bis, l’ascendente, il genitore, anche adottivo, o il di lui convivente, il tutore, ovvero altra persona cui, per ragioni di cura, di educazione, di istruzione, di vigilanza o di custodia, il minore è affidato, o che abbia con quest’ultimo una relazione di convivenza, che, con l’abuso dei poteri connessi alla sua posizione, compie atti sessuali con persona minore che ha compiuto gli anni sedici, è punito con la reclusione da tre a sei anni. (2)
Non è punibile il minorenne che, al di fuori delle ipotesi previste nell’articolo 609-bis, compie atti sessuali con un minorenne che abbia compiuto gli anni tredici, se la differenza di età tra i soggetti non è superiore a tre anni.
Nei casi di minore gravità la pena è diminuita in misura non eccedente i due terzi. (3)
Si applica la pena di cui all’articolo 609-ter, secondo comma, se la persona offesa non ha compiuto gli anni dieci.

 

 

Art. 609-quinquies.
Corruzione di minorenne. (1)

Chiunque compie atti sessuali in presenza di persona minore di anni quattordici, al fine di farla assistere, è punito con la reclusione da uno a cinque anni.
Salvo che il fatto costituisca più grave reato, alla stessa pena di cui al primo comma soggiace chiunque fa assistere una persona minore di anni quattordici al compimento di atti sessuali, ovvero mostra alla medesima materiale pornografico, al fine di indurla a compiere o a subire atti sessuali.
La pena è aumentata.
a) se il reato è commesso da più persone riunite;
b) se il reato è commesso da persona che fa parte di un’associazione per delinquere e al fine di agevolarne l’attività;
c) se il reato è commesso con violenze gravi o se dal fatto deriva al minore, a causa della reiterazione delle condotte, un pregiudizio grave. (2)
La pena è aumentata fino alla metà quando il colpevole sia l’ascendente, il genitore, anche adottivo, o il di lui convivente, il tutore, ovvero altra persona cui, per ragioni di cura, di educazione, di istruzione, di vigilanza o di custodia, il minore è affidato, o che abbia con quest’ultimo una relazione di stabile convivenza.

 

Art. 609-sexies.
Ignoranza dell’età della persona offesa. (1)

Quando i delitti previsti negli articoli 609-bis, 609-ter, 609-quater, 609-octies e 609-undecies sono commessi in danno di un minore degli anni diciotto, e quando è commesso il delitto di cui all’articolo 609-quinquies, il colpevole non può invocare a propria scusa l’ignoranza dell’età della persona offesa, salvo che si tratti di ignoranza inevitabile.

 

 

Art. 609-septies.
Querela di parte.

I delitti previsti dagli articoli 609-bis, 609-ter e 609-quater sono punibili a querela della persona offesa.
Salvo quanto previsto dall’articolo 597, terzo comma, il termine per la proposizione della querela è di sei mesi.
La querela proposta è irrevocabile.
Si procede tuttavia d’ufficio:
1) se il fatto di cui all’articolo 609-bis è commesso nei confronti di persona che al momento del fatto non ha compiuto gli anni diciotto; (1)
2) se il fatto è commesso dall’ascendente, dal genitore, anche adottivo, o dal di lui convivente, dal tutore ovvero da altra persona cui il minore è affidato per ragioni di cura, di educazione, di istruzione, di vigilanza o di custodia o che abbia con esso una relazione di convivenza; (2)
3) se il fatto è commesso da un pubblico ufficiale o da un incaricato di pubblico servizio nell’esercizio delle proprie funzioni;
4) se il fatto è connesso con un altro delitto per il quale si deve procedere d’ufficio;
5) se il fatto è commesso nell’ipotesi di cui all’articolo 609-quater, ultimo comma.

violenza-sessuale

Art. 609-octies.
Violenza sessuale di gruppo.

La violenza sessuale di gruppo consiste nella partecipazione, da parte di più persone riunite, ad atti di violenza sessuale di cui all’articolo 609-bis.

Chiunque commette atti di violenza sessuale di gruppo è punito con la reclusione da sei a dodici anni.

La pena è aumentata se concorre taluna delle circostanze aggravanti previste dall’articolo 609-ter.

La pena è diminuita per il partecipante la cui opera abbia avuto minima importanza nella preparazione o nella esecuzione del reato. La pena è altresì diminuita per chi sia stato determinato a commettere il reato quando concorrono le condizioni stabilite dai numeri 3) e 4) del primo comma e dal terzo comma dell’articolo 112.

_______________

123penale1 

Cassazione penale , sez. III, sentenza 09.07.2014 n° 29966

 L’assenza di segni di violenza fisica o di lesioni sulla vittima non esclude la configurabilità del delitto di violenza sessuale, in quanto il dissenso della persona offesa può essere desunto da molteplici fattori e perché è sufficiente la costrizione ad un consenso viziato (Sez. 3, n. 24298

AFFERMA LA SUPREMA CORTE:“escludendo che, per la configurabilità del reato di violenza sessuale, fosse necessario il ricorso alla vis atrox, con la conseguenza che il fatto di reato è pienamente integrato anche quando l’agente prosegua un rapporto sessuale allorché difetti, in via genetica, il consenso della vittima o, se anche originariamente prestato, il consenso stesso venga successivamente meno a causa di un ripensamento ovvero della non condivisione delle forme o delle modalità di consumazione del rapporto, ciò in quanto il consenso della vittima agli atti sessuali deve perdurare nel corso dell’intero rapporto senza soluzione di continuita”

 

Integra il reato di violenza sessuale, con abuso delle condizioni di inferiorità psichica o fisica, la condotta di chi induca la persona offesa a subire atti sessuali in uno stato di infermità psichica determinato dall’assunzione di bevande alcooliche, essendo l’aggressione all’altrui sfera sessuale connotata da modalità insidiose e subdole.

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE III PENALE

Sentenza 1° aprile – 9 luglio 2014, n. 29966
(Presidente Squassoni – Relatore Di Nicola)

Ritenuto in fatto

1. Conl’ordinanza in epigrafe, il Tribunale della libertà di Trento, in accoglimento dell’appello cautelare proposto dal pubblico ministero, ha applicato, riformando l’ordinanza emessa dal Gip presso il medesimo Tribunale che aveva rigettato la domanda cautelare, ad C.A. la misura degli arresti domiciliari con riferimento al delitto di cui agli artt. 61 n. 5, prima e terza ipotesi, e 609 bis cod. pen., perché costringeva con violenza una donna di anni 32 di nome Z.A., che conosceva di vista e con cui si era intrattenuto a parlare pochi minuti all’interno del Bar (omissis) di (…), a subire un rapporto sessuale completo, in particolare la trascinava in un passaggio discosto dalla pubblica via, la gettava a terra, le abbassava i pantaloni e la penetrava nella vagina. Con l’aggravante di aver commesso il fatto in danno di una persona in condizioni di minorata difesa in quanto ubriaca.

2. Per la cassazione dell’ordinanza impugnata, ricorre, tramite il difensore di fiducia, C.A., affidando il gravame a cinque motivi con i quali deduce:

1) manifesta illogicità della motivazione in punto di sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza, avendo il Tribunale ritenuto sia la modalità induttiva che quella costrittiva della condotta contestata optando, contrariamente alla posizione assunta dal pubblico ministero, maggiormente per la prima e non escludendo la seconda, con il ricorso ad un apparato argomentativo manifestamente illogico in quanto se fosse stata provata, in via cautelare, la modalità costrittiva non vi era bisogno di sostenere l’ipotesi induttiva, risolvendosi la prospettata alternativa in una incertezza circa la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza in ordine alla commissione del fatto che non era sfuggita agli investigatori i quali avevano suggerito approfondimenti istruttori fondati su elementi favorevoli alla persona accusata e dei quali non si era tenuto conto in violazione dell’art. 292, comma 2 ter, cod. proc. pen. con conseguente nullità dell’ordinanza impositiva della misura;

2) inosservanza ed erronea applicazione dell’art. 609 bis, comma 1, cod. pen. essendo l’ordinanza censurabile, oltre che sotto il profilo logico – motivazionale, anche sotto il profilo della corretta interpretazione ed applicazione delle norme di diritto penale sostanziale al caso di specie, ed in particolare di quella di cui all’art. 609 bis, comma 1, cod. pen. perché se vero che, come sostenuto dal tribunale, non occorre, per integrare l’ipotesi delittuosa in questione l’utilizzo di strumenti di coercizione fisica, bastando al contrario il semplice dissenso manifestato dalla vittima rispetto all’atto sessuale, tuttavia tale dissenso deve essere manifestato in maniera chiara ed inequivocabile, di talché il soggetto agente deve essere messo nella condizione di accorgersene, circostanza non sussistente nel caso di specie;

3) inosservanza ed erronea applicazione dell’art. 609 bis, comma 2, n. 1, cod. pen. essendo pacifico che entrambi i soggetti, che hanno compiuto l’atto sessuale, erano ubriachi, con la conseguenza che la norma in esame non sembra applicabile al caso di specie richiedendo che soltanto uno dei soggetti coinvolti sia in stato di inferiorità (fisica o psichica) rispetto all’altro e non che, come nella specie, entrambi i soggetti, coinvolti nell’atto sessuale, si trovino nella medesima situazione di menomata integrità psichica (in quanto entrambi completamente ubriachi), sicché il reato in questione non può dirsi integrato nei confronti di alcuno dei due;

4) inosservanza dell’art. 274, comma 1, lett. a), cod. proc. pen. per mancanza e manifesta illogicità della motivazione in punto sussistenza di un pericolo concreto ed attuale di inquinamento probatorio e, comunque, per violazione del principio della domanda cautelare essendo stata la decisione emessa ultra petita in quanto il pubblico ministero – sia nella sua richiesta di convalida di fermo e di applicazione della misura cautelare della custodia e sia nel successivo atto di appello – non ha ipotizzato la sussistenza di un pericolo attuale e concreto di inquinamento probatorio, ritenuto invece dal Tribunale della libertà in considerazione della influenzabilità e fragilità psicologica della vittima senza tenere in alcun conto sia il tempo trascorso dall’episodio, sia degli elementi di prova nel frattempo acquisiti, sia infine della mancanza di qualunque tentativo, da parte dell’indagato, di contattare la vittima o qualcuno dei testimoni;

5) inosservanza dell’art. 274, comma 1, lett. a), cod. proc. pen. per mancanza e manifesta illogicità della motivazione in punto sussistenza di un pericolo concreto ed attuale di recidiva e, comunque, per violazione del principio della domanda cautelare essendo stata la decisione emessa ultra petita in quanto la richiesta di convalida di fermo e di applicazione della misura cautelare della custodia in carcere formulata dal pubblico ministero era unicamente incentrata sulla questione della sussistenza o meno del pericolo di fuga, con la conseguenza che la generica affermazione, effettuata da parte del Tribunale per la prima volta nell’ordinanza impugnata, circa la pretesa sussistenza di un pericolo di recidiva desumibile dall’estrema disinvoltura e dall’assenza di remore nel compimento dell’azione delittuosa appare non soltanto in contrasto con quanto richiesto dall’art. 274, comma 1, lett. c) cod. proc. pen. per giustificare l’applicazione di una misura cautelare (mancando, nella motivazione dell’ordinanza impugnata, qualunque riferimento alla concretezza ed attualità del preteso pericolo di recidiva), ma anche sintomatica di una decisione adottata ultra petita ed in violazione del principio devolutivo proprio dell’appello cautelare.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è fondato nei limiti e sulla base delle considerazioni che seguono.

2. I primi tre motivi – che possono essere congiuntamente trattati perché tutti collegati dalle censure fattuali mosse nei confronti del provvedimento impugnato e, in quanto tali, non ammissibili nel giudizio di legittimità – sono manifestamente infondati.

2.1. Il Tribunale distrettuale ha, con logica ed adeguata motivazione, ricostruito, sulla base degli atti processuali, la vicenda nel seguente modo: la vittima si trovava all’interno di un bar, in compagnia di alcuni amici, quando venne avvicinata dall’indagato, che conosceva di vista in quanto cliente abitale del bar (…), dove la Z. lavorava come barista.

La ragazza era ubriaca e insieme all’indagato, dopo aver scambiato qualche parola, uscì dal bar. Ad un certo punto l’indagato, presala per il collo, la trascinò su di una rampa di scale, le abbassò i pantaloni, la gettò a terra e le usò violenza penetrandola nella vagina. Poi andò via, da solo, e ritornò nel bar dove aveva lasciato il giubbetto e lo zaino, per riprenderli.

La parte offesa si rivestì, si diresse da sola verso il bar ed incontrò per strada uno degli amici con cui aveva trascorso la serata, al quale riferì immediatamente di essere stata violentata. L’amico, G.A., allertò i Carabinieri che intervennero immediatamente.

Tale ricostruzione, ampiamente indicativa circa la ritenuta gravità del quadro indiziario, fonda sulle dichiarazioni rese, nell’immediatezza dei fatti, dalla parte offesa agli amici ed ai Carabinieri intervenuti su chiamata; sulle dichiarazioni rese al medico del Pronto Soccorso dove la vittima è stata immediatamente accompagnata; sulle dichiarazioni rese nella querela.

Il Tribunale, dopo aver ritenuto la persona offesa assolutamente attendibile, ha posto in evidenza come le dichiarazioni accusatorie fossero state anche suffragate da riscontri esterni alle sue dichiarazioni (scheda clinica, redatta subito dopo il fatto, anche in relazione al tipo di lesioni riscontrate; dichiarazioni rese da G.A., che ha confermato quanto la ragazza riferì nell’immediatezza del fatto; verbale di interrogatorio per la convalida del fermo, in cui l’indagato ha ammesso di aver incontrato la ragazza nel bar, di aver chiacchierato con lei e di esserne uscito con lei per fumare una sigaretta e di aver consumato un rapporto sessuale che lui riteneva fosse consenziente).

2.2. È a questo punto che il Collegio cautelare ha affermato come integri il reato di violenza sessuale, con abuso delle condizioni di inferiorità psichica o fisica, la condotta di chi induca la persona offesa a subire atti sessuali in uno stato di infermità psichica determinato dall’assunzione di bevande alcooliche, essendo l’aggressione all’altrui sfera sessuale connotata da modalità insidiose e subdole (Sez. 3, n. 40565 del 19/04/2012, D.N., Rv. 253667).

È dunque infondata la censura di manifesta illogicità della motivazione, avendo il Tribunale dato ampiamente conto, nella descrizione del fatto, delle modalità violente della condotta ed ha replicato, tenuto conto della linea difensiva svolta dall’indagato, come, se anche si volesse seguire la tesi difensiva, il reato fosse ampiamente configurabile perché, ammesso il compimento del rapporto sessuale, lo stato di inferiorità della vittima avrebbe reso parimenti penalmente rilevante il rapporto stesso, fermo restando che il Tribunale ha superato anche l’altra obiezione (non quella, del tutto irrilevante, della inferiorità nella quale si fosse trovato lo stesso indagato e da escludere perché incompatibile con la condotta successiva e per essersi lo stesso giustificato sul rilievo del consenso al rapporto che, a suo dire, la vittima avrebbe manifestato) e cioè che l’assenza di segni di violenza fisica o di lesioni sulla vittima non esclude la configurabilità del delitto di violenza sessuale, in quanto il dissenso della persona offesa può essere desunto da molteplici fattori e perché è sufficiente la costrizione ad un consenso viziato (Sez. 3, n. 24298 del 12/05/2010, O., Rv. 247877).

Del resto, questa Corte ha recentemente ribadito (Sez. 3, n. 9618 del 2014 non mass.) che integra il delitto di violenza sessuale non solo la violenza che pone il soggetto passivo nell’impossibilità di opporre tutta la resistenza possibile, realizzando un vero e proprio costringimento fisico, ma anche quella che si manifesta con il compimento di atti idonei a superare la volontà contraria della persona offesa, soprattutto se la condotta criminosa si esplica in un contesto ambientale tale da vanificare ogni possibile reazione della vittima (Sez. 3, n. 40443 del 28/11/2006, Zannelli, Rv. 235579), escludendo che, per la configurabilità del reato di violenza sessuale, fosse necessario il ricorso alla vis atrox, con la conseguenza che il fatto di reato è pienamente integrato anche quando l’agente prosegua un rapporto sessuale allorché difetti, in via genetica, il consenso della vittima o, se anche originariamente prestato, il consenso stesso venga successivamente meno a causa di un ripensamento ovvero della non condivisione delle forme o delle modalità di consumazione del rapporto, ciò in quanto il consenso della vittima agli atti sessuali deve perdurare nel corso dell’intero rapporto senza soluzione di continuità (Sez. 3, n. 4532 del 11/12/2007, (dep. 29/01/2008), Bonavita, Rv. 238987).

2.3. A fronte di tale ricostruzione fattuale e delle corrette ricadute che il Collegio cautelare ne ha fatto discendere in punto di diritto per la ritenuta configurabilità di un grave quadro indiziario, le obiezioni del ricorrente, quantunque articolate e prospettate come vizi di legittimità, si sostanziano in doglianze fattuali perché svincolate rispetto alla denuncia di errori di diritto o di vizi logici della decisione impugnata, attenendo alle valutazioni operate dai giudici di merito e chiedendosi al giudice di legittimità una rilettura degli atti processuali, per pervenire ad una diversa interpretazione degli stessi, più favorevole alla tesi difensiva del ricorrente.

Trattasi di censura non consentita in sede di legittimità perché in violazione della disciplina di cui all’art. 606 cod. proc. pen.

3. Sono invece fondati il quarto ed il quinto motivo limitatamente alla doglianza circa il difetto di motivazione quanto alla ritenuta sussistenza delle esigenze cautelari.

3.1. Va preliminarmente chiarito come il profilo circa la prospettata violazione dei principi che governano l’esercizio dell’azione cautelare siano infondati.

Per il rispetto del principio della domanda, è necessario, da un lato, che il giudice non proceda ex officio, occorrendo non solo l’impulso da parte del pubblico ministero (che è il titolare, in regime di monopolio, dell’azione cautelare) ma anche che non venga mutato il fatto posto a fondamento della imputazione cautelare, che segna gli ambiti della domanda diretta ad investire il giudice in funzione della terzietà imposta dalla materia de libertate, e, dall’altro, che non venga stravolto il petitum cautelare mediato, non potendo il giudice disporre misure più gravi di quelle richieste con il promovimento dell’azione o, in tema di misure cautelari reali, sostituire il bene della vita (che il pubblico ministero chiede di vincolare) con un altro.

Quanto al resto, il giudice cautelare rimane libero di dare al fatto una diversa qualificazione giuridica e subisce vincoli di cognizione esclusivamente dagli atti che il pubblico ministero pone a fondamento della domanda ma non dalla causa petendi, potendo ravvisare gli indizi di colpevolezza e le esigenze cautelari (per queste ultime anche sulla base di uno ius variandi nel senso che può ritenere sussistente, come nel caso di specie, un’esigenza diversa o ulteriore rispetto a quella ritenuta sussistente dal pubblico ministero) per ragioni diverse o ulteriori rispetto a quelle prospettate con la domanda cautelare.

Tale orientamento, peraltro non univoco nella giurisprudenza di legittimità ed in dottrina, fonda sul rilievo che, nel processo penale, il principio della “domanda cautelare” non ha, né può avere, in mancanza di precise disposizioni normative, contenuti diversi rispetto alla dinamica dell’azione penale che si innesta nel processo principale, essendo entrambi i tipi di processo (quello principale e quello dell’incidente cautelare) connotati dall’essere entrambi “processo di parti”.

Quanto infatti alle disposizioni codicistiche che governano l’azione cautelare, con specifico riferimento alla dinamica del procedimento applicativo (art. 291 cod. proc. pen.), è richiesto che il giudice proceda solo su domanda del pubblico ministero, ma la domanda deve contenere “gli elementi su cui la richiesta si fonda nonché tutti gli elementi a favore dell’imputato e le eventuali deduzioni e memorie difensive già depositate”.

Intervenuta l’investitura ed osservato il principio ne procedat iudex ex officio, spetta al giudice di valutare, a prescindere dagli specifici elementi contenuti nella richiesta, la sussistenza o meno dei relativi presupposti, ivi comprese le esigenze cautelari, e motivare in proposito.

Ogni eventuale previsione di nullità riguarda, infatti, solo l’ordinanza cautelare (art. 292, comma 2, cod. proc. pen.) e non già la richiesta del pubblico ministero.

Questi principi devono ritenersi applicabili anche nelle impugnazioni cautelari: certamente nel riesame de libertate che, quale mezzo di impugnazione atipico, è svincolato dal principio devolutivo ma anche nell’appello cautelare proposto dal pubblico ministero che, come hanno spiegato le Sezioni Unite Donelli, non mutua in pieno l’effetto devolutivo tipico di tale mezzo di impugnazione.

Quando infatti è appellante, nella materia de libertate, il pubblico ministero, “i poteri di cognizione e di decisione del giudice dell’appello de libertate, pur nel rispetto del perimetro disegnato dall’originaria domanda cautelare, si estendono, senza subire alcuna preclusione, all’intero thema decidendum, che è costituito dalla verifica dell’esistenza di tutti i presupposti richiesti per l’adozione di un’ordinanza applicativa della misura cautelare, poiché il tribunale della libertà funge, in tal caso, non solo come organo di revisione critica del provvedimento reiettivo alla stregua dei motivi di gravame del P.M., ma anche come giudice al quale è affidato il potere-dovere di riesaminare ex novo la vicenda cautelare nella sua interezza, onde verificare la puntuale sussistenza delle condizioni e dei presupposti di cui agli artt. 273, 274, 275, 278, 280, 287 c.p.p. e, all’esito di siffatto scrutinio, di adottare infine, eventualmente, il provvedimento genetico della misura che, secondo lo schema di motivazione previsto dall’art. 292, risponda ai criteri di concretezza e attualità degli indizi e delle esigenze cautelari, nonché a quelli di adeguatezza e proporzionalità della misura” (Sez. U, n. 18339 del 31/03/2004, Donelli, non mass. sul punto).

Potendo pertanto il giudice dell’appello cautelare individuare le esigenze cautelari del caso specifico, quantunque diverse da quelle poste a fondamento dell’azione cautelare, la doglianza circa la violazione del principio della domanda cautelare deve ritenersi infondata.

3.2. È viceversa fondata la censura in punto di difetto di motivazione sulle ravvisate esigenze cautelari che il Tribunale ha individuato nel pericolo di recidiva, desumibile dall’estrema disinvoltura e dall’assenza di remore con la quale il ricorrente ha dato luogo alla condotta delittuosa e nel pericolo di inquinamento probatorio in considerazione della influenzabilità e fragilità psicologica della vittima, ampiamente desumibili dal contesto.

È vero che il reato per il quale la misura è stata applicata e assistito da due presunzioni relative, rientrando nel novero di quelli per i quali le esigenze cautelari devono ritenersi presunte dalla legge (art. 275, comma 3, cod. proc. pen.) e per i quali l’unica misura adeguata per la salvaguardia delle esigenze cautelari è la custodia cautelare in carcere.

Tuttavia, il Tribunale ha considerato vincibile la seconda presunzione, ritenendo implicitamente l’esistenza di elementi specifici del caso concreto sulla base dei quali stimare che le esigenze cautelari potessero essere tutelate con misure di diverse della custodia cautelare in carcere ed ha elencato alcuni fatti specifici (regolare permesso di soggiorno, contratto di lavoro a tempo determinato) valorizzati per il criterio di scelta della misura, individuata negli arresti domiciliari, ma non ha spiegato, in presenza di tali elementi risultanti dagli atti, quale ricaduta essi avrebbero potuto o meno avere sulla insussistenza delle esigenze cautelari anche in relazione alla personalità del ricorrente, alla occasionalità o meno della condotta o alla ragione per la quale detti elementi potessero giustificare una misura meno gravosa, aspetto che deve ritenersi investito dal implicitamente gravame, che ha radicalmente contestato l’esistenza stessa delle esigenze cautelari.

L’ordinanza va pertanto annullata con rinvio al Tribunale di Trento per nuovo esame su tali punti.

P.Q.M.

Annulla la ordinanza impugnata con rinvio al Tribunale di Trento limitatamente alle esigenze cautelari.

 

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ABUSI EDILIZI,NORME PENALI, COME DIFENDERSI AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA REATI EDILIZI

ABUSI EDILIZI NORME PENALI, COME DIFENDERSI

ABUSI EDILIZI,NORME PENALI, COME DIFENDERSI• reato abusivismo edilizio • reato abuso edilizio prescrizione • abuso edilizio reato penale • abuso edilizio reato permanente • abuso edilizio reato • reato edilizia • reato edilizio contravvenzione • reato edilizio termine prescrizione • reato edilizio ripristino • reato edilizio elemento soggettivo • reato edilizio estinzione • reato edilizio permanente prescrizione • reato edilizio demolizione spontanea • reato edilizio prescrizione decorrenza • reato edilizio cessazione permanenza • reato edilizio • reato edilizio prescrizione demolizione • reato edilizio sanatoria • reato edilizio prescrizione • reato edilizio permanente • reato abuso edilizio c.p • abuso edilizio reato perseguibile d’ufficio • abuso edilizio reato di pericolo • abuso edilizio e prescrizione del reato • reato di abuso edilizio e prescrizione • abuso edilizio e prescrizione reato • abuso edilizio è un reato • abuso edilizio è un reato penale • abuso edilizio e reato ambientale • abuso edilizio è reato • abuso edilizio è reato penale • reati edilizi e condono • reati edilizi e oblazione • reati edilizi e sentenze assolutorie • reati edilizi e confisca • reati edilizi e urbanistici • reati edilizi e ambientali • reati edilizi e permesso in sanatoria • reati edilizi e sanatoria • l’abuso edilizio è reato permanente • reato di abuso edilizio e sanatoria • abuso edilizio è reato permanente • reato edilizio e prescrizione  • abuso edilizio reato penale o civile • abuso edilizio reato penale o amministrativo • reato abuso edilizio c.p • reato di abuso edilizio e prescrizione • reato di abuso edilizio si prescrive • prescrizione di reato edilizio • reato di abuso edilizio codice penale • reato di abuso edilizio sanzioni • reato di abuso edilizio e sanatoria • reato di abuso edilizio articolo • reato di abuso edilizio pena • reato di abuso edilizio prescrizione • reato di abuso edilizio

ABUSI EDILIZI,NORME PENALI, COME DIFENDERSI AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA REATI EDILIZI

avvocato penalista Bologna 

Avvocato Sergio Armaroli

 

Art. 44 (L)
Sanzioni penali(legge 28 febbraio 1985, n. 47, articoli 19 e 20; decreto-legge 23 aprile 1985, n. 146, art. 3, convertito, con modificazioni, in legge 21 giugno 1985, n. 298).

1. Salvo che il fatto costituisca più grave reato e ferme le sanzioni amministrative, si applica:
a) l’ammenda fino a 10329 euro per l’inosservanza delle norme, prescrizioni e modalità esecutive previste dal presente titolo, in quanto applicabili, nonché dai regolamenti edilizi, dagli strumenti urbanistici e dal permesso di costruire;
b) l’arresto fino a due anni e l’ammenda da 5164 euro a 51645 euro nei casi di esecuzione dei lavori in totale difformità o assenza del permesso o di prosecuzione degli stessi nonostante l’ordine di sospensione;
c) l’arresto fino a due anni e l’ammenda da 15493 euro a 51645 euro i nel caso di lottizzazione abusiva di terreni a scopo edilizio, come previsto dal primo comma dell’articolo 30. La stessa pena si applica anche nel caso di interventi edilizi nelle zone sottoposte a vincolo storico, artistico, archeologico, paesistico, ambientale, in variazione essenziale, in totale difformità o in assenza del permesso.

2. La sentenza definitiva del giudice penale che accerta che vi é stata lottizzazione abusiva, dispone la confisca dei terreni, abusivamente lottizzati e delle opere abusivamente costruite. Per effetto della confisca i terreni sono acquisiti di diritto e gratuitamente al patrimonio del comune nel cui territorio é avvenuta la lottizzazione. La sentenza definitiva é titolo per la immediata trascrizione nei registri immobiliari.

123penale2-bis. Le disposizioni del presente articolo si applicano anche agli interventi edilizi suscettibili di realizzazione mediante denuncia di inizio attività ai sensi dell’articolo 22, comma 3, eseguiti in assenza o in totale difformità dalla stessa. (1)

Art. 45 (L) Norme relative all’azione penale (legge 28 febbraio 1985, n. 47, art. 22)1. L’azione penale relativa alle violazioni edilizie rimane sospesa finché non siano stati esauriti i procedimenti amministrativi di sanatoria di cui all’articolo 36.

2. Nel caso di ricorso giurisdizionale avverso il diniego del permesso in sanatoria di cui all’articolo 36, l’udienza viene fissata d’ufficio dal presidente del tribunale amministrativo regionale per una data compresa entro il terzo mese dalla presentazione del ricorso.

3. Il rilascio in sanatoria del permesso di costruire estingue i reati contravvenzionali previsti dalle norme urbanistiche vigenti.

Art. 46 (L)
Nullità degli atti giuridici relativi ad edifici la cui costruzione abusiva sia iniziata dopo il 17 marzo 1985(legge 28 febbraio 1985, n. 47, art. 17; decreto-legge 23 aprile 1985, n. 146, art. 8)

1. Gli atti tra vivi, sia in forma pubblica, sia in forma privata, aventi per oggetto trasferimento o costituzione o scioglimento della comunione di diritti reali, relativi ad edifici, o loro parti, la cui costruzione è iniziata dopo il 17 marzo 1985, sono nulli e non possono essere stipulati ove da essi non risultino, per dichiarazione dell’alienante, gli estremi del permesso di costruire o del permesso in sanatoria. Tali disposizioni non si applicano agli atti costitutivi, modificativi o estintivi di diritti reali di garanzia o di servitù.

2. Nel caso in cui sia prevista, ai sensi dell’articolo 38, l’irrogazione di una sanzione soltanto pecuniaria, ma non il rilascio del permesso in sanatoria, agli atti di cui al comma 1 deve essere allegata la prova dell’integrale pagamento della sanzione medesima.

3. La sentenza che accerta la nullità degli atti di cui al comma 1 non pregiudica i diritti di garanzia o di servitù acquisiti in base ad un atto iscritto o trascritto anteriormente alla trascrizione della domanda diretta a far accertare la nullità degli atti.

4. Se la mancata indicazione in atto degli estremi non sia dipesa dalla insussistenza del permesso di costruire al tempo in cui gli atti medesimi sono stati stipulati, essi possono essere confermati anche da una sola delle parti mediante atto successivo, redatto nella stessa forma del precedente, che contenga la menzione omessa.

GR AVVOCATO PENALISTA5. Le nullità di cui al presente articolo non si applicano agli atti derivanti da procedure esecutive immobiliari, individuali o concorsuali. L’aggiudicatario, qualora l’immobile si trovi nelle condizioni previste per il rilascio del permesso di costruire in sanatoria, dovrà presentare domanda di permesso in sanatoria entro centoventi giorni dalla notifica del decreto emesso dalla autorità giudiziaria.

5-bis. Le disposizioni del presente articolo si applicano anche agli interventi edilizi realizzati mediante denuncia di inizio attività ai sensi dell’articolo 22, comma 3, qualora nell’atto non siano indicati gli estremi della stessa. (1)

Art. 47 (L)
Sanzioni a carico dei notai(legge 28 febbraio 1985, n. 47, art. 21)

1. Il ricevimento e l’autenticazione da parte dei notai di atti nulli previsti dagli articoli 46 e 30 e non convalidabili costituisce violazione dell’articolo 28 della legge 16 febbraio 1913, n. 89, e successive modificazioni, e comporta l’applicazione delle sanzioni previste dalla legge medesima.

2. Tutti i pubblici ufficiali, ottemperando a quanto disposto dall’articolo 30, sono esonerati da responsabilità inerente al trasferimento o alla divisione dei terreni. (1)

(1) Comma così modificato dal D.P.R. 9 novembre 2005, n. 304.

 

 

 

 

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CORTE DI CASSAZIONE PENALE Sez.3^ 23/02/2012 Sentenza n.7065

CORTE DI CASSAZIONE PENALE, Sez.3^ 23 febbraio 2012 (Ud. 07/02/2012) Sentenza n. 7065

CORTE DI CASSAZIONE PENALE, Sez.3^  23 febbraio 2012 (Ud. 07/02/2012) Sentenza n. 7065

 

DIRITTO URBANISTICO – Reati edilizi – Commissione del reato – Incertezza sulla data – Termine di prescrizione – Poteri del giudice – Collocazione temporale dell’intervento abusivo – Motivazione – Artt. 44 lett. c), 64,65,71,72,83,95 D.P.R. n. 380/01- Art. 181, c.1 bis D.Lv. n. 42/2004.

GRAVVOCATO PENALISTA1

In tema di reati edilizi, l’incertezza assoluta sulla data di commissione del reato o, comunque, sull’inizio del termine di prescrizione, che consente l’applicazione del principio del favor rei, non ammette alcun automatismo e deve risultare da dati obiettivi. Il giudice è comunque tenuto all’indicazione delle ragioni per le quali non è possibile pervenire, anche sulla base di deduzioni logiche, ad una più puntuale collocazione temporale dell’intervento abusivo.

 

(annulla con rinvio sentenza n. 361/2010 TRIB.SEZ.DIST. di GRAGNANO, del 18/04/2011) Pres. Squassoni, Est. Ramacci, Ric. PG in proc. Croce ed altro

 

 

DIRITTO URBANISTICO – Reati urbanistici – Natura di reato permanente – Fine dell’attività edificatoria abusiva – Cessazione della permanenza del reato – Concetto di “ultimazione” – Natura oggettiva.

Il reato urbanistico ha natura di reato permanente la cui consumazione ha inizio con l’avvio dei lavori di costruzione e perdura fino alla cessazione dell’attività edificatoria abusiva (Cass. SS. UU. n. 17178, 8/05/2002). La cessazione dell’attività si ha con l’ultimazione dei lavori per completamento dell’opera, con la sospensione dei lavori volontaria o imposta (ad esempio mediante sequestro penale), con la sentenza di primo grado, se i lavori continuano dopo l’accertamento del reato e sino alla data del giudizio (Cass. Sez. III n. 38136, 24/10/2001). Inoltre, l’ultimazione dei lavori coincide con la conclusione dei lavori di rifinitura interni ed esterni quali gli intonaci e gli infissi (Cass. Sez. III n.32969, 7/09/2005). Entro tale preciso ambito deve dunque individuarsi il concetto di “ultimazione” che ha natura oggettiva e non può, pertanto, dipendere da valutazioni soggettive.

123penale1

(annulla con rinvio sentenza n. 361/2010 TRIB.SEZ.DIST. di GRAGNANO, del 18/04/2011) Pres. Squassoni, Est. Ramacci, Ric. PG in proc. Croce ed altro

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

TERZA SEZIONE PENALE

 

Composta dagli lll.mi Sigg.ri Magistrati:

 

Dott. CLAUDIA SQUASSONI        – Presidente

Dott. RENATO GRILLO                – Consigliere

Dott. GIOVANNI AMOROSO        – Consigliere

Dott. LUCA RAMACCI                 – Consigliere Rel.

Dott. ELISABETTA ROSI               – Consigliere

 

ha pronunciato la seguente

 

SENTENZA

 

– sul ricorso proposto dal PROCURATORE GENERALE PRESSO CORTE D’APPELLO DI NAPOLI

– nei confronti di:

1) CROCE PASQUALE N. IL 19/04/1954  * C/

2) SORRENTINO CAROLINA N. IL 15/06/1953 * C/

– avverso la sentenza n. 361/2010 TRIB.SEZ.DIST. di GRAGNANO, del 18/04/2011

– visti gli atti, la sentenza e il ricorso

– udita in PUBBLICA UDIENZA del 07/02/2012 la relazione fatta dal Consigliere Dott. LUCA RAMACCI

– Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. Latteri Nicola che ha concluso per il rigetto

 

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

 

Con sentenza del 18 aprile 2011, il Tribunale di Torre annunziata – Sezione Distaccata di Gragnano, dichiarava non doversi procedere nei confronti di CROCE Pasquale e SORRENTINO Caterina in ordine ai reati di cui agli articoli 44 lettera c), 64,65,71,72,83,95 D.p.r. n. 380/01; 181, comma 1bis D.Lv. n. 42/2004; 110, 734 C.P., loro ascritti ed accertati in Lettere il 3 aprile 2008, per essere gli stessi estinti per intervenuta prescrizione.

 

Avverso tale pronuncia proponeva ricorso per cassazione il Procuratore Generale della Repubblica.

 

Con un unico motivo di ricorso deduceva la violazione di legge in relazione agli articoli 157 e 531 C.P.P. ed il vizio di motivazione, osservando che il giudice aveva ritenuto dubbia la data di ultimazione degli interventi edilizi abusivi sulla base delle dichiarazioni rese da un teste, funzionario del competente ufficio tecnico comunale, il quale aveva riferito che, allorquando ebbe ad effettuare il sopralluogo, le opere risultavano ultimate ed aveva, conseguentemente, ritenuto maturata la prescrizione in applicazione del principio del favor rei.

 

Osservava il Pubblico Ministero ricorrente che detto principio deve, però, essere applicato solo in caso di incertezza assoluta sulla data del commesso reato e non anche quando sia possibile superare tale incertezza e che assume comunque valore qualora sussista un dubbio tra più date possibili cui ricondurre la consumazione del reato.

 

Osservava che, nella fattispecie, mancava ogni riferimento a date alternative e l’eventuale incertezza poteva essere superata in considerazione del fatto che il teste, come risultava dal verbale d’udienza allegato in copia al ricorso, aveva riferito di essere intervenuto a seguito di segnalazione della Guardia di Finanza pervenuta nello stesso anno a seguito di un esposto e che poteva quindi logicamente presumersi che una segnalazione di abuso edilizio non venisse presentata a distanza di tempo dall’esecuzione dell’opera.

 

Insisteva, pertanto, per l’accoglimento del ricorso.

 

In data 20 gennaio 2012 la difesa faceva pervenire memoria con la quale chiedeva il rigetto del ricorso.

 

MOTIVI DELLA DECISIONE

 

Il ricorso è fondato e merita accoglimento.

 

Effettivamente, come segnalato dal Pubblico Ministero ricorrente, nell’impugnato provvedimento viene dato atto delle dichiarazioni del teste circa la diretta constatazione, all’atto del sopralluogo, dell’ultimazione dell’opera e, affermando che nessun altro elemento è a disposizione del giudicante per collocare temporalmente la consumazione del reato, nel dubbio é riconosciuta la prescrizione.

 

Mancava dunque, in atti, ogni indicazione di possibili date alternative e più risalenti nel tempo rispetto a quella dell’accertamento dell’abuso.

 

Ciò posto, occorre osservare come questa Corte abbia già avuto modo di specificare che il principio del “favor rei”, per cui, nel dubbio sulla data di decorrenza del termine di prescrizione, il momento iniziale va fissato in modo che risulti più favorevole all’imputato, va applicato solo in caso di incertezza assoluta sulla data di commissione del reato o, comunque, sull’inizio del termine di prescrizione, ma non quando sia possibile eliminare tale incertezza, anche se attraverso deduzioni logiche, del tutto ammissibili (Sez. III n. 1182, 11 gennaio 2008, citata anche in ricorso).

 

Ciò posto, deve rilevarsi, alla luce di tale condivisibile principio, che dalla mera constatazione dell’avvenuta ultimazione delle opere abusive all’atto dell’accertamento non può meccanicamente scaturire una situazione di incertezza sulla data del commesso reato.

 

Occorre preliminarmente ricordare, a tale proposito, quale sia l’orientamento di questa Corte sul concetto di ultimazione dell’immobile abusivo.

 

Si è detto, in particolare, che il reato urbanistico ha natura di reato permanente la cui consumazione ha inizio con l’avvio dei lavori di costruzione e perdura fino alla cessazione dell’attività edificatoria abusiva (v. SS. UU. n. 17178, 8 maggio 2002).

Si è poi precisato (ex pl. Sez. III n. 38136, 24 ottobre 2001) che la cessazione dell’attività si ha con l’ultimazione dei lavori per completamento dell’opera, con la sospensione dei lavori volontaria o imposta (ad esempio mediante sequestro penale), con la sentenza di primo grado, se i lavori continuano dopo l’accertamento del reato e sino alla data del giudizio.

Si è inoltre chiarito che l’ultimazione dei lavori coincide con la conclusione dei lavori di rifinitura interni ed esterni quali gli intonaci e gli infissi (Sez. III n.32969, 7 settembre 2005 ed altre prec. conf nella stessa richiamate).

 

Entro tale preciso ambito deve dunque individuarsi il concetto di “ultimazione” che ha natura oggettiva e non può, pertanto, dipendere da valutazioni soggettive.

 

Nella fattispecie risulta dal provvedimento impugnato che il giudice ha recepito le dichiarazioni del funzionario dell’ufficio tecnico comunale il quale, come emerge dal verbale allegato al ricorso, si è limitato ad affermare che l’opera era ultimata e al momento non vi erano lavori in corso senza alcuna ulteriore specificazione.

 

Sebbene si trattasse di opere non particolarmente complesse (installazione di un serbatoio per gasolio su massetto di cemento e costruzione di una tettoia), rileva il Collegio che sarebbe stato comunque possibile verificare, in fatto, se le condizioni delle opere coincidevano o meno con quella condizione di completa rifinitura che l’ultimazione richiede o se vi fosse stata un’interruzione volontaria o imposta dei lavori.

 

Sul punto, pertanto, la motivazione è carente.

 

Va poi osservato, in linea generale, a tale proposito che alla datazione di un intervento edilizio abusivo può agevolmente pervenirsi, in sede di indagini, attraverso l’acquisizione di dati fattuali significativi quali, ad esempio, l’emissione di ordinanze di sospensione da parte dell’amministrazione comunale (la cui emanazione, stante la natura dell’atto sarebbe incompatibile con l’avvenuta ultimazione dell’intervento), l’esistenza di documentazione contabile relativa ai materiali utilizzati o all’attivazione di utenze, l’esistenza di riprese fotografiche aeree dell’area interessata dall’intervento (periodicamente effettuate da imprese specializzate o da enti pubblici anche per finalità diverse) o le condizioni effettive delle opere.

 

Nella fattispecie risulta, sempre dal verbale di udienza allegato in ricorso, che erano nelle disponibilità del giudice più fotografie delle opere realizzate, sottoposte all’esame del teste escusso.

 

Tale presenza avrebbe potuto consentire, pur in assenza di più approfonditi accertamenti in sede di indagini preliminari, una verifica delle condizioni delle opere realizzate, ai fini della datazione dell’intervento, attraverso l’esame del loro stato, non solo per accertarne la completa rifinitura nel senso in precedenza indicato, ma anche per considerarne lo stato di conservazione (si pensi, ad esempio, alla eventuale ossidazione delle parti metalliche, alle condizioni dell’area ove le stesse insistono etc.) dal quale è possibile ricavare indicazioni utili per stimare la vetustà dell’opera, specie in presenza di altri elementi, quali il riferimento ad un recente esposto che, come ricordato in ricorso, rendeva plausibile una datazione non remota dell’intervento.

 

Nel provvedimento impugnato manca, pertanto, ogni verifica in tal senso, anche solo per evidenziare l’impossibilità di ricavare utili informazioni da tali dati fattuali, cosicché la lacuna motivazionale dovrà essere colmata nel successivo giudizio di rinvio.

 

Va conseguentemente, ribadito il principio in precedenza richiamato (Sez. III n. 1182, 11 gennaio 2008) precisando che “in tema di reati edilizi, l’incertezza assoluta sulla data di commissione del reato o, comunque, sull’inizio del termine di prescrizione che consente l’applicazione del principio del favor rei non ammette alcun automatismo e deve risultare da dati obiettivi. Il giudice è comunque tenuto all’indicazione delle ragioni per le quali non è possibile pervenire, anche sulla base di deduzioni logiche, ad una più puntuale collocazione temporale dell’intervento abusivo”.

 

P.Q.M.

 

Annulla la sentenza impugnata con rinvio al Tribunale di Torre Annunziata.

 

Così deciso in Roma i17 febbraio 2012

 

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