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AVVOCATO PENALE BOLOGNA APPELLI E RICORSI PER CASSAZIONE

BANCAROTTA FRAUDOLENTA MILANO PAVIA BERGAMO BRESCIA MONZA

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Avvocato penale Bologna appelli e ricorsi per cassazione

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ASSISTENZA LEGALE E DIFESA CONSULENTI FINANZIARI PROCEDIMENTI DISCIPLINARI CONSOB L’avvocato Sergio Armaroli di Bologna difende consulenti finanziari per procedimenti innanzi alla Consob che possono portare alla radiazione degli stessi consulenti

ASSISTENZA LEGALE E DIFESA CONSULENTI FINANZIARI PROCEDIMENTI DISCIPLINARI CONSOB

La Consob è competente:

  • a verificare che i comportamenti dei promotori finanziari nei confronti dei risparmiatori siano diligenti, corretti e trasparenti;
  • ad adottare sospensioni cautelari dall’esercizio dell’attività per un periodo massimo di 60 giorni o, in casi determinati, anche di un anno;
  • a disporre radiazioni o sospensioni sanzionatorie da uno a quattro mesi dall’albo;
  • ad irrogare altre sanzioni quali il richiamo scritto e la sanzione amministrativa pecuniaria.  

AVVOCATO CASSAZIONISTA

L’avvocato Sergio Armaroli di Bologna difende consulenti finanziari per procedimenti innanzi alla Consob che possono portare alla radiazione degli stessi consulenti.



ACONSU

Occorre muovere dalla considerazione che gli artt. 5, comma 4, legge 2 gennaio 1991, n. 1, 23, d.lgs 24 febbraio 1998, n. 415, e 31, comma 3, d.lgs. 24 febbraio 1998, n. 58, via via succedutisi nel tempo, pongono a carico dell’intermediario la responsabilità solidale per gli eventuali danni arrecati a terzi nello svolgimento delle incombenze affidate ai promotori finanziari anche se tali danni siano conseguenti a responsabilità accertata in sede penale.

Non interessa in questa sede soffermarsi a discutere se quella così configurata sia o meno una forma di responsabilità oggettiva, né indagare, in astratto, sui suoi rapporti sistematici con la responsabilità contemplata, in via generale, dall’art. 2049 cod. civ. a carico dei padroni e dei committenti per i fatti illeciti imputabili ai domestici e ai commessi, ancorché la giurisprudenza di questa Corte ne abbia ripetutamente sottolineato l’appartenenza alla medesima area concettuale (confr. Cass. civ. 24 luglio 2009, n. 17393).

Preme invece rimarcare che la suindicata responsabilità dell’intermediario preponente, la quale pur sempre presuppone che il fatto illecito del promotore sia legato da un nesso di occasionalità necessaria all’esercizio delle incombenze a lui facenti capo (cfr. Cass. n. 20588 del 2004 e Cass. 10580 del 2002), trova la sua ragion d’essere, per un verso, nel fatto che l’agire del promotore è uno degli strumenti dei quali l’intermediario si avvale nell’organizzazione della propria impresa, traendone benefici ai quali è ragionevole far corrispondere i rischi, secondo l’antica regola per cui ubi commoda et eius incommoda; per altro verso, e in termini più specifici, nell’esigenza di offrire una adeguata garanzia ai destinatari delle offerte fuori sede loro rivolte dall’intermediario per il tramite del promotore, giacché appunto per le caratteristiche di questo genere di offerte la buona fede dei clienti può più facilmente esserne sorpresa e aggirata (confr. Cass. civ. 7 aprile 2006, n. 8229).

Se dunque la trasparente ratio legis è quella di rafforzare la garanzia del risparmiatore e se, in tale ottica, il legislatore ha avuto cura di precisare che la commissione di un illecito penale da parte del promotore non può essere invocata dal soggetto abilitato come causa di interruzione del nesso di causalità (perché di questo, in definitiva, si tratta), l’assunto secondo cui per affermare la responsabilità della S.I.M. è necessario che la dazione di denaro sia avvenuta all’esclusivo fine, perseguito dal risparmiatore, di effettuare le operazioni di investimento nell’ambito dei prodotti della stessa preponente – assunto che costituisce uno dei postulati intorno ai quali ruota l’impianto argomentativo della sentenza impugnata – è invincibilmente errato.

È sufficiente al riguardo considerare che gli indici ermeneutici non solo non avvalorano tale lettura, ma piuttosto la smentiscono, nella misura in cui il meccanismo normativo appare congegnato in modo da responsabilizzare l’intermediario nei riguardi dei comportamenti di soggetti – quali sono i promotori – che egli medesimo sceglie, della cui opera si avvale per il perseguimento dei suoi interessi imprenditoriali, e sui quali, conseguentemente, nessuno meglio dell’intermediario è concretamente in grado di esercitare efficaci forme di controllo, di talché nulla autorizza ad attribuire all’inciso nello svolgimento delle incombenze affidate ai promotori finanziari una valenza limitativa della tutela dell’investitore alle sole operazioni aventi ad oggetto strumenti finanziari della S.I.M. preponente.

SANZIONI DISCIPLIANRI CONSOB AGLI AGENTI FINANZIARI

TITOLO V
Sanzioni

Art. 27
(Sanzioni)

  1. Le sanzioni di cui all’articolo 18-bis, comma 6, lettera c), del Testo Unico per l’inosservanza delle disposizioni legislative, regolamentari e dei codici di autodisciplina relativi alla attività dei consulenti finanziari sono irrogate dall’Organismo in base alla gravità della violazione e tenuto conto dell’eventuale recidiva.

  2. Fermo restando quanto stabilito dal comma 1, l’Organismo delibera nei confronti del consulente finanziario:

  3. a) la radiazione dall’albo in caso di:

1) contraffazione della firma dei clienti o potenziali clienti sull’eventuale modulistica contrattuale o altra documentazione relativa allo svolgimento dell’attività di consulenza in materia di investimenti;

2) violazione delle disposizioni relative ai requisiti di indipendenza dei consulenti finanziari stabiliti dal regolamento ministeriale di cui all’articolo 18-bis e dal regolamento ministeriale di cui all’articolo 18-ter del Testo Unico;

3) acquisizione della disponibilità ovvero detenzione, anche temporanee, di somme di denaro o strumenti finanziari di pertinenza dei clienti o potenziali clienti, in violazione degli articoli 18-bis, comma 1, e 18-ter, comma 1, del Testo Unico;

4) inosservanza del divieto di cui all’articolo 12, comma 3;

5) comunicazione o trasmissione ai clienti o potenziali clienti, all’Organismo o alla Consob di informazioni o documenti non rispondenti al vero;

6) inosservanza dell’obbligo di cui all’articolo 3.

  1. b) la sospensione dall’albo da uno a quattro mesi in caso di:

1) esercizio di attività o assunzione di incarichi incompatibili ai sensi dell’articolo 13;

2) violazione delle disposizioni di cui all’articolo 15 concernenti le regole di presentazione e le informazioni sul consulente e i suoi servizi;

3) violazione delle disposizioni di cui all’articolo 16 concernenti il contratto di consulenza in materia di investimenti;

4) violazione delle disposizioni di cui all’articolo 17 concernenti l’acquisizione delle informazioni dai clienti e la loro classificazione;

5) violazione delle disposizioni di cui all’articolo 18 concernenti le informazioni sugli strumenti finanziari;

6) violazione delle disposizioni di cui all’articolo 19 concernenti la valutazione dell’adeguatezza;

7) violazione delle disposizioni di cui all’articolo 20 concernenti l’obbligo di rendiconto;

8) violazione delle disposizioni di cui all’articolo 21 concernenti i requisiti generali delle informazioni e le condizioni per la prestazione di informazioni corrette, chiare e non fuorvianti;

9) violazione delle disposizioni di cui all’articolo 22 concernenti le modalità di adempimento degli obblighi di informazione;

10) violazione delle disposizioni di cui all’articolo 23 concernenti le informazioni su supporto duraturo e mediante sito internet;

11) violazione delle disposizioni di cui all’articolo 24 concernenti le procedure interne;

12) violazione delle disposizioni di cui all’articolo 26 concernenti le registrazioni;

  1. c) il pagamento di un importo da euro 500,00 a euro 25.000,00 in caso di violazione delle disposizioni di cui agli articoli 6, comma 4, e 8, comma 4, del presente regolamento.

  2. Per ciascuna delle violazioni individuate nel comma 2, l’Organismo, tenuto conto delle circostanze e di ogni elemento disponibile, può disporre, in luogo della sanzione prevista, la tipologia di sanzione immediatamente inferiore o superiore.

TITOLO VI
Ricorsi

Art. 28
(Presentazione del ricorso e deposito della decisione e della documentazione)

  1. Il ricorso, presentato dall’interessato ai sensi dell’articolo 18-bis, comma 8, del Testo Unico, unitamente alla copia del provvedimento adottato dall’Organismo ed alla documentazione di cui il ricorrente intende avvalersi, è presentato alla Consob mediante consegna personale ovvero mediante invio tramite lettera raccomandata con avviso di ricevimento. In caso di consegna personale la Consob rilascia al ricorrente un’attestazione di ricezione. Quando il ricorso è inviato a mezzo posta, la data di spedizione vale quale data di presentazione.

Art. 29
(Forma e contenuto del ricorso)

  1. Il ricorso deve essere redatto in forma scritta e deve recare:

  2. a) il nome ed il cognome del ricorrente o la denominazione sociale;

  3. b) la residenza o la sede legale del ricorrente ovvero l’elezione di domicilio, se le comunicazioni devono farsi in luogo diverso dalla residenza o dalla sede legale;

  4. c) gli estremi dell’iscrizione all’albo;

  5. d) gli estremi della decisione avverso la quale è presentato il ricorso;

  6. e) i motivi;

  7. f) la sottoscrizione del ricorrente;

  8. g) un recapito telefonico o telefax o di posta elettronica per le eventuali comunicazioni.

Art. 30
(Irricevibilità del ricorso)

  1. La Consob, anche d’ufficio, dichiara irricevibile il ricorso presentato oltre il termine di cui all’articolo 18-bis, comma 8, del Testo Unico ovvero che non contenga l’indicazione degli elementi di cui alle lettere a), e) ed f) dell’articolo 29.

Art. 31
(Sospensione dell’efficacia o dell’esecuzione)

  1. La Consob, d’ufficio o su domanda del ricorrente da proporsi contestualmente al ricorso o con successiva istanza da presentarsi nei modi previsti dall’articolo 28,può sospendere per gravi motivi l’efficacia o l’esecuzione della decisione impugnata.

Art. 32
(Comunicazione del ricorso all’Organismo, trasmissione del fascicolo e controdeduzioni)

  1. La Consob comunica all’Organismo il ricorso trasmettendone copia entro dieci giorni dalla sua presentazione.

  2. L’Organismo trasmette le proprie valutazioni riguardo al ricorso alla Consob ed al ricorrente entro il termine di trenta giorni dalla comunicazione di cui al comma precedente. Nello stesso termine l’Organismo trasmette alla Consob la copia degli atti e dei documenti del procedimento, compresa una copia autentica della propria decisione.

  3. Nel termine di trenta giorni dalla ricezione delle valutazioni dell’Organismo, il ricorrente può presentare le proprie controdeduzioni nei modi previsti dall’articolo 28.

 

 

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ACONSU

AVVOCATO PER TUTELA CIVILE E PENALE CONSULENTI FINANZIARI L’avvocato Sergio Armaroli presta assistenza legale civile e penale ai consulenti finanziari che si trovano ad avere problematiche con la loro iscrizione all’albo e ricorsi avverso provvedimenti Consob.

AVVOCATO PER TUTELA CIVILE E PENALE CONSULENTI FINANZIARI

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L’avvocato penalista Bologna Sergio Armaroli presta assistenza legale civile e penale ai consulenti finanziari che si trovano ad avere problematiche con la loro iscrizione all’albo e ricorsi avverso provvedimenti Consob.

La legge n. 262 del 28 dicembre 2005 (c.d. “legge sul risparmio”) è intervenuta in materia di istituzione e tenuta dell’albo dei promotori finanziari, modificando i commi 4, 5 e 6 dell’art. 31 del TUF. In particolare è stato previsto che l’albo dei promotori non sia più tenuto dalla Consob bensì da un Organismo costituito dalle associazioni professionali rappresentative dei promotori e dei soggetti abilitati. 

intrattengono,  direttamente,  indirettamente  o  per conto di terzi,

rapporti  di  natura  patrimoniale o professionale o di altra natura,

compresa quella familiare, con emittenti e intermediari, con societa’

loro  controllate,  controllanti o sottoposte a comune controllo, con

l’azionista o il gruppo di azionisti che controllano tali societa’, o

con  amministratori  o  dirigenti  di tali societa’, se tali rapporti

possono  condizionare  l’indipendenza  di  giudizio nella prestazione

della consulenza in materia di investimenti.

 

 

 

 

DECRETO 24 dicembre 2008, n. 206: Regolamento di disciplina dei requisiti di professionalita’, onorabilita‘, indipendenza e patrimoniali per l’iscrizione all’albo delle persone fisiche consulenti finanziari.

(Gazzetta Ufficiale n. 303 del 30 dicembre 2008) – In vigore dal 14 gennaio 2009.

                      IL MINISTRO DELL’ECONOMIA

                           E DELLE FINANZE

  Visto il decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58;

  Visto   in   particolare   l’articolo  18-bis  del  citato  decreto

legislativo,  ai  sensi  del  quale il Ministro dell’economia e delle

finanze,  con  regolamento  adottato  sentite  la Banca d’Italia e la

Consob,  stabilisce  i  requisiti  di professionalita’, onorabilita’,

indipendenza  e  patrimoniali  da  possedersi  da parte delle persone

fisiche  per  la prestazione del servizio di consulenza in materia di

investimenti;

  Sentita la Banca d’Italia;

  Sentita la Consob;

  Visto l’articolo 17, comma 3, della legge 23 agosto 1988, n. 400;

  Udito il parere del Consiglio di Stato espresso nell’adunanza della

sezione consultiva per gli atti normativi in data 12 maggio 2008;

  Vista  la  nota prot. n. 11049 del 1 ottobre 2008, con la quale, ai

sensi  dell’articolo  17 della citata legge n. 400/1988, lo schema di

regolamento  e’  stato  comunicato  alla Presidenza del Consiglio dei

Ministri;

Adotta
il seguente regolamento:

         Art. 1.

       Definizioni

  1. Nel presente regolamento si intendono per:
  2. a) «Albo»:  l’albo delle persone fisiche consulenti finanziari di

cui all’articolo 18-bis, comma 2, del decreto legislativo 24 febbraio

1998, n. 58;

  1. b) «consulenti finanziari»: le persone fisiche di cui all’articolo

18-bis, comma 1, del decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58;

  1. c) «consulenza  in  materia  di  investimenti»:  il  servizio  di

investimento  di  cui  all’articolo  1,  comma 5-septies, del decreto

legislativo 24 febbraio 1998, n. 58;

  1. d) «emittenti e intermediari»: gli emittenti prodotti finanziari,

i  soggetti abilitati di cui all’articolo 1, comma 1, lettera r), del

decreto   legislativo   24  febbraio  1998,  n.  58,  le  imprese  di

assicurazione,  gli agenti di cambio, le societa’ di cui all’articolo

60,  comma  4,  del  decreto  legislativo  23 luglio 1996, n. 415, la

societa’  Poste  Italiane  autorizzata alla prestazione di servizi di

investimento  ai  sensi  degli  articoli  2  e  12  del  decreto  del

Presidente  della  Repubblica  14  marzo  2001,  n. 144, e ogni altro

soggetto  che  intermedia  risorse  finanziarie  attraverso  prodotti

finanziari,  qualunque  sia  il  Paese  in cui tali soggetti hanno la

propria sede;

  1. e) «Organismo»:  l’organismo di cui all’articolo 18-bis, comma 2,

del decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58.

1

Art. 2.

                    Requisiti di professionalita’

  1. Per l’iscrizione all’Albo e’ necessario un titolo di studio non

inferiore al diploma di istruzione secondaria superiore, rilasciato a

seguito   di   corso  di  durata  quinquennale,  ovvero  quadriennale

integrato  dal  corso  annuale  previsto  dalla  legge o un titolo di

studio   estero  equipollente,  sulla  base  di  una  valutazione  di

equivalenza sostanziale a cura dell’Organismo.

  1. Ai  fini  dell’iscrizione all’Albo occorre, altresi’, possedere

un’adeguata   conoscenza   specialistica   in   materie   giuridiche,

economiche,  finanziarie  e tecniche, rilevanti nella prestazione del

servizio  di  consulenza  in  materia  di investimenti, e individuate

dall’Organismo. La conoscenza adeguata e’ accertata tramite una prova

valutativa  indetta  dall’Organismo,  secondo  le modalita’ da questo

stabilite.

  1. Sono esonerati dalla prova valutativa di cui al comma 2:
  2. a) i  promotori finanziari regolarmente iscritti al relativo albo

che, per uno o piu’ periodi di tempo complessivamente pari a due anni

nei  tre  anni  precedenti la richiesta di iscrizione all’Albo, hanno

esercitato  la  propria attivita’ professionale per conto di soggetti

abilitati   che  nei  medesimi  periodi  hanno  svolto  attivita’  di

consulenza in materia di investimenti;

  1. b) i  quadri  direttivi  di  terzo  e  quarto livello di soggetti

abilitati  che, per uno o piu’ periodi di tempo complessivamente pari

a  due  anni  nei  tre  anni  precedenti  la  richiesta di iscrizione

all’Albo,  sono stati addetti al servizio di consulenza in materia di

investimenti  ovvero  il  personale  preposto  ad una dipendenza o ad

un’altra  unita’  operativa  di  un  soggetto  abilitato,  o comunque

responsabile  della  stessa,  addetto  al  servizio  di consulenza in

materia di investimenti;

  1. c) gli agenti di cambio.
  2. Ai  fini dell’esonero dalla prova valutativa, i soggetti di cui

al   comma  3  producono  la  documentazione  attestante  l’esercizio

dell’attivita’  professionale.  La  documentazione  da  produrre  per

l’attestazione  del  possesso dei requisiti professionali di cui alle

lettere  a)  e  b)  del comma 3 deve includere la dichiarazione di un

rappresentante  del  soggetto abilitato attestante l’ufficio al quale

il  richiedente  l’iscrizione  all’Albo e’ stato addetto, le mansioni

ricoperte e il relativo periodo di svolgimento.

  1. Per  il  mantenimento  dell’iscrizione  all’Albo,  i consulenti

finanziari  sono tenuti all’aggiornamento professionale nelle materie

di  cui  al  comma  2,  nella misura e secondo le modalita’ stabilite

dalla  Consob con regolamento ai sensi dell’articolo 18-bis, comma 5,

lettera g), del decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58.

 

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AVVOCATO PENALISTA FORLI CORTE APPELLO BOLOGNA AVVOCATO SERGIO ARMAROLI

AVVOCATO PENALISTA FORLI CORTE APPELLO BOLOGNA AVVOCATO SERGIO ARMAROLI

AFOTOCASSAZIONESCRITTA

DuLa Suprema Corte ci indica che  sono le problematiche da risolvere per la decisione del presente ricorso e per le quali, in presenza di contrasto nella giurisprudenza delle sezioni semplici di questa Corte, vi è stata rimessione a queste sezioni unite: 1) se l’ipotesi criminosa di cui all’art. 12 del D.L. 3.5.1991, n. 143, convertito con la legge 5.7.1991, n. 197, che prevede e punisce l’acquisizione di carte di credito, di pagamento o di altro documento analogo di provenienza illecita, sia speciale o meno rispetto al delitto di ricettazione; 2) se la condotta di indebito utilizzo dei documenti predetti, contemplata dalla medesima norma, assorba il reato di truffa.

 

In ordine alla prima questione, ad un orientamento che nega la sussistenza di ogni rapporto di specialità tra le due norme sul presupposto della piena autonomia delle ipotesi criminose poiché l’art. 12 coprirebbe spazi vuoti non coperti dall’art. 648 (Sez. II, 1.7.1994, P.M. c/Marrero Mieres; sez. II, 19.9.1997, Paissan; sez. II, 3.5.1999, P.G. c/Leone), fa riscontro altro indirizzo che ravvisa un rapporto di specialità tra le due norme, ritenendo speciale quella dell’art. 12 per l’elemento specializzante del particolare oggetto materiale (tra le altre Sez. II, 9.1.1998, P.G. c/Scandinaro; sez. II, 9.4.1999, Ramon; sez. V, 10.6.1998, P.M. c/Vallorani; sez. V, 21.11.2000, Amoroso).

 

Sul tema del concorso tra l’art. 12 prima parte e l’art. 640 c.p. alcune pronunce hanno sostenuto il concorso di reati sulla base della diversa obiettività giuridica e della presenza nella truffa di elementi quali il danno e il profitto, estranei all’altra figura criminosa (Sez. V, 28.2.95, Borelli; sez. V, 5.5.1995, Lazzaro; sez. V, 9.4.1999, P.G. c/Sorgente), altre hanno ritenuto che la nuova fattispecie, più grave, assorba la truffa (Sez. V, 1.10.1999, Melluccio).

 

 

Cassazione penale, Sez. Un. penali, 7 giugno 2001-28 marzo 2001

DEL PROCESSO

 

Con sentenza 25 novembre 1999 il Tribunale di Forlì applicava a xxxxxla pena di mesi sei di reclusione e L. 600.000 di multa per i reati di cui: a) agli artt. 81 cpv. c.p., 12 D.L. n. 143/91, per avere, con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, utilizzato indebitamente, non essendone titolare, una tessera di credito carburanti, mediante la quale si faceva consegnare in più riprese 1845 litri di gasolio; b) all’art. 648 c.p. per aver ricevuto detta tessera di credito al fine di trarne profitto; c) agli artt. 81 cpv. e 640 c.p. in danno del titolare del distributore di carburanti dal quale otteneva il suddetto quantitativo di gasolio mediante la menzionata carta di credito; in Bertinoro fino al 3 novembre 1993.

 

Proponeva ricorso per cassazione il difensore dell’imputato, deducendo violazione degli artt. 12 della l. n. 197/91 (di conversione del D.L. n. 143/91), 640 e 648 c.p. per avere il Tribunale erroneamente ritenuto il concorso tra i tre reati, mentre nella fattispecie doveva ravvisarsi esclusivamente la fattispecie di cui alla prima delle suddette norme, che prevede più condotte fungibili e che va considerata plurioffensiva, poiché tutela sia il patrimonio sia la circolazione dei documenti ivi previsti. Alla stregua del canone di consunzione di cui all’art. 15 c.p. – sostiene il difensore – le condotte contestate in rubrica a titolo di ricettazione e di truffa dovevano ritenersi assorbite in quelle di cui al suddetto art. 12 che prevede, tra le condotte di abuso, anche la ricezione del documento e la sua spendita.

ABB2

La quinta sezione, cui il ricorso era stato assegnato, all’udienza dell’8 gennaio u.s. rimetteva il ricorso a queste Sezioni Unite, rilevando l’esistenza di un contrasto nella giurisprudenza della Corte di cassazione sia in ordine al rapporto tra il reato di ricettazione e quello della seconda parte dell’art. 12 (possesso, acquisizione o cessione delle carte di credito o equivalenti), di totale autonomia ovvero di specialità con prevalenza ora dell’uno ora dell’altro, sia in ordine al rapporto tra il delitto di truffa e quello previsto dalla prima parte dell’art. 12 (indebita utilizzazione).

 

Il Primo Presidente Aggiunto ha assegnato il ricorso alle Sezioni Unite, fissandone la trattazione all’udienza in camera di consiglio del 28 marzo 2001.

 

MOTIVI DELLA DECISIONE

 

1 – Preliminarmente va rilevato che il motivo dedotto è ammissibile, in quanto il ricorrente, mirando all’esclusione di due dei tre reati contestati e ritenuti in sentenza contesta la qualificazione giuridica e deduce una richiesta liberatoria inquadrabile nel dettato dell’art. 129 c.p.p., materia questa sottratta alla disponibilità delle parti ed espressione di un potere indissolubilmente connesso all’esercizio della giurisdizione (Sez. Un. 19.1.2000, P.G. c/Neri).

 

2 – Due sono le problematiche da risolvere per la decisione del presente ricorso e per le quali, in presenza di contrasto nella giurisprudenza delle sezioni semplici di questa Corte, vi è stata rimessione a queste sezioni unite: 1) se l’ipotesi criminosa di cui all’art. 12 del D.L. 3.5.1991, n. 143, convertito con la legge 5.7.1991, n. 197, che prevede e punisce l’acquisizione di carte di credito, di pagamento o di altro documento analogo di provenienza illecita, sia speciale o meno rispetto al delitto di ricettazione; 2) se la condotta di indebito utilizzo dei documenti predetti, contemplata dalla medesima norma, assorba il reato di truffa.

 

In ordine alla prima questione, ad un orientamento che nega la sussistenza di ogni rapporto di specialità tra le due norme sul presupposto della piena autonomia delle ipotesi criminose poiché l’art. 12 coprirebbe spazi vuoti non coperti dall’art. 648 (Sez. II, 1.7.1994, P.M. c/Marrero Mieres; sez. II, 19.9.1997, Paissan; sez. II, 3.5.1999, P.G. c/Leone), fa riscontro altro indirizzo che ravvisa un rapporto di specialità tra le due norme, ritenendo speciale quella dell’art. 12 per l’elemento specializzante del particolare oggetto materiale (tra le altre Sez. II, 9.1.1998, P.G. c/Scandinaro; sez. II, 9.4.1999, Ramon; sez. V, 10.6.1998, P.M. c/Vallorani; sez. V, 21.11.2000, Amoroso).

 

Sul tema del concorso tra l’art. 12 prima parte e l’art. 640 c.p. alcune pronunce hanno sostenuto il concorso di reati sulla base della diversa obiettività giuridica e della presenza nella truffa di elementi quali il danno e il profitto, estranei all’altra figura criminosa (Sez. V, 28.2.95, Borelli; sez. V, 5.5.1995, Lazzaro; sez. V, 9.4.1999, P.G. c/Sorgente), altre hanno ritenuto che la nuova fattispecie, più grave, assorba la truffa (Sez. V, 1.10.1999, Melluccio).

 

3 – Appare anzitutto opportuno richiamare il dettato dell’art. 12, che così recita: “chiunque, al fine di trarne profitto per sé o per altri, indebitamente utilizza, non essendone titolare, carte di credito o di pagamento, ovvero qualsiasi altro documento analogo che abiliti al prelievo di danaro contante o all’acquisto di beni o alla prestazione di servizi, è punito con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa da lire seicentomila a lire un milione. Alla stessa pena soggiace chi, al fine di trarne profitto per sé o per altri, falsifica o altera carte di credito o di pagamento o qualsiasi altro documento analogo che abiliti al prelievo di danaro contante o all’acquisto di beni o alla prestazione di servizi, ovvero possiede, cede o acquisisce tali carte o documenti di provenienza illecita o comunque falsificati o alterati, nonché ordini di pagamento prodotti con essi”.

 

Va ricordato che l’intero secondo periodo, disciplinante la diversa condotta di possesso cessione o acquisizione, è stata introdotta dal legislatore in sede di conversione del decreto legge n. 143, presentato dal governo dopo l’intervenuta decadenza di due precedenti identici.

 

Dall’esame della norma citata emerge la necessità di stabilire preliminarmente se essa prevede in ciascuna delle due parti – per il caso di indebita utilizzazione di carte di credito o equivalenti di provenienza illecita – più ipotesi di reato (disposizione c.d. cumulativa) ovvero una sola fattispecie criminosa realizzabile con diverse condotte a carattere alternativo.

 

Il problema, peraltro pur sollevato nel ricorso, non consente una soluzione univoca, com’è dimostrato dalla diversità dei criteri di volta in volta suggeriti dalla dottrina e dalla giurisprudenza, e va quindi impostato essenzialmente alla stregua di una corretta interpretazione letterale e logica della norma a più fattispecie della cui applicazione si tratta. In linea di massima si può ritenere valido un criterio fondato sulla natura intrinseca delle varie condotte ipotizzate, configuranti uno o più reati a seconda che costituiscano ontologicamente diverse manifestazioni esteriori di una sola situazione di fatto rivestente lo stesso disvalore sociale, ovvero rappresentino situazioni strutturalmente fenomenicamente e cronologicamente distinte anche in relazione alle offese arrecate.

 

L’analisi letterale della norma in esame evidenzia la previsione di due condotte che sotto l’aspetto fenomenico presentano caratteri ben diversi, anzi del tutto eterogenei: la prima consiste nella indebita utilizzazione, cioè nel concreto uso illegittimo del documento in questione – lecita o illecita che sia la sua provenienza – da parte del non titolare al fine di realizzare un profitto per sé o per altri, la seconda si concreta nel possesso (inteso come detenzione materiale), nella cessione o nell’acquisizione di tali documenti di provenienza illecita, cioè in una azione che sotto il profilo logico e temporale è distinta dalla prima perché la precede e ne costituisce il presupposto fattuale. Non v’è chi non veda, quindi, come le due condotte non possano essere considerate equivalenti e in rapporto di alternatività formale. Il che trova conforto nell’introduzione, in sede di conversione, della seconda di esse, che, se si accogliesse la tesi qui respinta, sarebbe del tutto pleonastica quanto alle ipotesi di possesso e acquisizione, che sono presupposto dell’utilizzazione.

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Né può considerarsi fondata l’opinione di chi in dottrina ritiene che con tale modifica aggiuntiva il legislatore abbia inteso anticipare per le carte di credito o similari di provenienza illecita la soglia di punibilità al solo possesso o ricezione, così considerando un post factum non punibile la successiva utilizzazione. Invero una tale tesi presuppone che a seguito dell’introduzione della nuova fattispecie criminosa quella di cui alla prima parte dell’art. 12 ??? risulti modificata in senso restrittivo con l’esclusione dell’ipotesi in cui l’uso abbia ad oggetto carte di credito di provenienza illecita, il che appare del tutto arbitrario quanto meno in relazione ad una esigenza di più penetrante repressione di un fatto certamente di più rilevante disvalore sociale.

 

Del resto situazioni del tutto analoghe – quale ad esempio quella della ricettazione di titoli di credito poi utilizzati per commettere falsi e/o truffe – non hanno mai dato luogo a dubbi sulla concorrenza di tali reati.

 

Stabilito quindi che nell’ipotesi, come quella che ne occupa, di possesso e successiva utilizzazione di carte di credito di provenienza illecita, si ha concorso di reati e non concorso apparente di norme incriminatrici, resta da affrontare la questione di cui si è detto all’inizio.

 

4 – Quanto al primo, concernente il rapporto tra il reato di cui alla seconda parte dell’art. 12 e quello previsto dall’art. 648 c.p., va rilevato che la questione non si pone in termini di concorso formale di reati o, in alternativa, di concorso apparente di norme, istituti che presuppongono l’identità del fatto disciplinato da due norme incriminatrici, cioè che un fatto possa rientrare nella previsione di due norme incriminatrici, una sola delle quali o entrambe debbano trovare applicazione. E’ tale presupposto che manca nella fattispecie che ne occupa.

 

L’area delle condotte contemplate dall’art. 12 seconda parte riguarda da un lato i fatti di falsificazione (rectius contraffazione) o alterazione delle carte di credito o equivalenti, dall’altro i fatti di ricezione (oltre che di cessione) di tali documenti contraffatti o alterati o di provenienza illecita.

 

Per i primi si tratta all’evidenza di una disciplina sostitutiva di quella di cui all’art. 485 c.p., di questa più rigorosa sia strutturalmente, in quanto non richiede per la punibilità l’uso del documento e per la procedibilità la querela, sia sotto il profilo sanzionatorio, prevedendo una pena detentiva notevolmente superiore nel minimo e nel massimo e congiunta a quella pecuniaria. Non è poi da escludere che si tratti invece di una disciplina innovativa quanto alle carte magnetiche (bancomat ecc.), per le quali da parte della dottrina sono state espresse perplessità in ordine alla natura documentale e all’inserimento nella categoria delle scritture private.

 

Per i fatti di possesso ricezione o cessione, invece, l’art. 12 seconda parte assume certamente un carattere innovativo poiché criminalizza condotte che in precedenza erano penalmente indifferenti, quali da un lato il possesso la ricezione o la cessione di carte di credito o similari provenienti da illecito civile (contrattuale o extracontrattuale) o amministrativo, o anche penale se provento o profitto di reato contravvenzionale, dall’altro di quelle contraffatte o alterate, queste ultime non potendo rientrare nella fattispecie criminosa di cui all’art. 648 c.p., non configurandosi il delitto presupposto di falso in scrittura privata per mancanza del requisito dell’uso.

 

Per altro verso non vi è dubbio che anteriormente all’introduzione nell’ordinamento delle nuove figure criminose di cui si discute, la ricezione l’acquisto o l’occultamento (condotte tutte presupponenti il possesso in senso penalistico) dei documenti in esame provenienti da delitto costituiva pur sempre ricettazione, trattandosi comunque di cose mobili.

 

Come si è accennato, se si ritenesse che le condotte di possesso e acquisizione, previste dall’art. 648 c.p. e dall’art. 12, fossero identiche, si porrebbe un problema di concorso formale o di concorso apparente di norme e, nel caso di questa seconda opzione, di operatività dell’una o dell’altra norma incriminatrice a seconda del criterio da applicare per la scelta da compiere, della specialità prevalente nel caso, come quello che ne occupa, di specialità bilaterale (ciascuna delle norme essendo qualificata da un elemento speciale, il particolare oggetto materiale rispetto a quello generico ed onnicomprensivo l’art. 12, la provenienza da delitto rispetto alla generica provenienza illecita), della sussidiarietà o della consunzione.

 

Ponendo dunque a raffronto i due termini suesposti – la fattispecie ex art. 12 seconda parte per i fatti dianzi menzionati e la fattispecie di cui all’art. 648 c.p. prima dell’entrata in vigore della l. 197/91 (che convertendo il decreto legge n. 143, ha sancito il nuovo reato) – non è chi non veda come diversi e distinti sono i campi di applicazione delle due norme e che quindi i fatti di ricezione previsti dalle stesse sono nient’affatto identici. Ed è la stessa nuova normativa che nella sua essenza e nella sua ratio evidenzia la totale sua estraneità all’area della ricettazione tradizionale.

 

Con il D.L. 143/91 il legislatore, com’è fatto chiaro anche dal titolo, ha inteso contrastare il grave fenomeno del riciclaggio del danaro sporco, attuando una disciplina di controllo dei movimenti di danaro e di limitazione dell’uso del contante mediante anche l’uso delle carte di credito e dei documenti equipollenti, le cui patologie, diffusesi proporzionalmente a quell’uso, ha dovuto combattere con quel mezzo particolarmente energico che è la repressione penale. Se questo era l’intento del legislatore sarebbe contrario alla logica più elementare ritenere che si sia voluto abbassare la guardia, inglobando senza alcuna ragione, nella nuova disciplina repressiva anche i fatti che prima erano punibili a termini dell’art. 648 c.p. e sostituendo così ad una fattispecie più grave, quale appunto la ricettazione (punita con la reclusione da due a otto anni e con la multa da lire un milione a lire venti milioni e, nei casi di lievi entità, da quindici giorni a sei anni e da lire diecimila a un milione) altra meno grave, quale appunto quella prevista dall’art. 12, proprio in una ipotesi, tra quelle previste, di maggior disvalore sociale, in quanto avente ad oggetto gli anzidetti documenti provenienti dal più rilevante degli illeciti, il delitto. Con, inoltre, l’aberrante conseguenza della disparità di trattamento tra colui che riceve carte di credito di origine delittuosa e colui che riceve altre cose di pari provenienza (si pensi ad una categoria simile, sotto il profilo della funzione che assolve, quella degli assegni bancari e circolari), disparità priva di qualsiasi ragionevolezza, specie in relazione alla ratio legis dianzi evidenziata, come tale in palese contrasto con l’art. 3 della carta costituzionale.

 

In conclusione nell’espressione “provenienza illecita” contenuta nell’art. 12, al di là del suo carattere linguisticamente generico non può ricomprendersi quella “provenienza da delitto” di cui all’art. 648 c.p.: la prima abbraccia tutte le forme di illiceità, fatta eccezione della seconda, e quindi anche quella penale, ma da contravvenzione.

 

5 – Resta da affrontare la seconda questione sottoposta al vaglio di queste sezioni unite, il rapporto tra il reato di cui alla prima parte dell’art. 12 e quello di cui all’art. 640 c.p. Non v’è dubbio che essa, contrariamente alla precedente, s’inquadra nell’ambito della problematica del concorso apparente di norme o del concorso di reati, risolvibile nell’uno o nell’altro senso a seconda che si ritenga che l’adozione di artifici o raggiri – come nella fattispecie concreta, essendosi il Tiezzi, secondo l’ipotesi di accusa, recepita nell’accordo delle parti e nella sentenza impugnata, servito della carta di credito di provenienza furtiva per acquistare vari ingenti quantitativi di carburante, fattispecie perfettamente identica a quella in cui il mezzo artificioso è costituito da un assegno bancario o circolare o altro analogo titolo di credito di provenienza delittuosa – si identifichi nell’uso indebito, sì da potersi parlare di un’unica condotta prevista contemporaneamente da due norme incriminatrici, ovvero costituisca condotta tutt’affatto diversa, sì da far luogo all’applicazione di entrambe.

 

6.1 – E’ ben noto che il problema del concorso reale o apparente di norme incriminatrici è stato costantemente dibattuto in dottrina e in giurisprudenza. Il criterio della specialità, l’unico espressamente disciplinato (art. 15 c.p.) e l’unico secondo alcuni che avrebbe consentito di risolvere nel senso dell’apparenza il concorso di norme, ha dato luogo a diverse difficoltà interpretative e applicative (v. soprattutto il significato e il valore da attribuire all’espressione “stessa materia” – “stessa obiettività giuridica” (ex plurimis, Sez. Un. 13.9.1995, La Spina), ovvero “stesso fatto” (Sez. Un. 13.9.1982), o ancora “stesso aspetto della realtà” o “stesso settore dell’attività umana”) – ed ha consentito di approdare alla conclusione che in certe fattispecie l’adozione del principio di specialità non avrebbe portato a soluzioni razionalmente e giuridicamente soddisfacenti.

 

E’ questo il caso della c.d. specialità bilaterale, quando cioè entrambe le norme, al di là degli elementi comuni, contengono uno o più elementi specializzanti. Per risolvere tali fattispecie sono stati proposti vari criteri, quali la specialità dei corpi o complessi legislativi in cui la norma è posta (Sez. II, 9.4.1999, Ramon), o la specificità dei soggetti cui la norma è destinata, o ancora la prevalenza quantitativa o qualitativa degli elementi speciali dell’una norma rispetto all’altra. Ma è stato acutamente osservato che in realtà qui si è al di fuori dell’ambito del criterio di specialità, poiché non vi è subordinazione della norma speciale alla norma generale e non si è più in grado di determinare quale norma sia da applicare in quanto speciale rispetto all’altra. Finisce per esservi una interferenza tra norme che come tale potrebbe comportare, in contrasto con le esigenze razionali ed equitative, non un concorso apparente di norme bensì un concorso reale di norme e di reati.

 

Di qui dunque l’esigenza di far ricorso ad ulteriori criteri di soluzione del concorso di norme nel senso dell’apparenza, dettati dallo stesso legislatore, quando espressamente esclude il concorso reale di norme e quindi di reati, o, in assenza di una specifica previsione, desumibili dal sistema, che esprime in sé un’istanza-guida di giustizia materiale che non tollera l’addebito plurimo di un medesimo fatto tutte le volte che l’applicazione di una sola delle norme in cui è sussumibile il fatto ne esaurisca l’intero contenuto di disvalore sotto il profilo sia oggettivo sia soggettivo: è il c.d. ne bis in idem sostanziale, rispondente ad una esigenza equitativa insopprimibile.

 

E’ su questa base c.d. valutativa che si sono elaborati i criteri della sussidiarietà e della consunzione o assorbimento, in virtù del quale ultimo – lex consumens derogat lex consumptae – si determina un concorso apparente di norme quante volte l’applicazione della sola norma che prevede la pena più grave esaurisce l’intero disvalore del fatto.

 

Particolarmente significativo, quale linea di tendenza de iure condendo, quanto leggesi nella relazione al progetto preliminare di riforma del codice penale: “il principio secondo cui la legge o la disposizione di legge speciale deroga alla legge o alla disposizione di legge generale costituisce regola comunemente riconosciuta da tutte le legislazioni penali europee: esso tradizionalmente si riferisce ai rapporti di c.d. specialità in astratto tra due o più norme penali. L’esperienza giurisprudenziale e dottrinale ha rivelato come il principio di specialità in astratto sia tuttavia inadeguato a rappresentare tutte le ipotesi in cui deve riconoscersi concorso apparente di norme coesistenti: l’elaborazione dei criteri di sussidiarietà, dell’assorbimento e della consunzione da un lato, della specialità in concreto e della specialità bilaterale nelle sue diverse specificazioni dall’altro, stanno a dimostrare l’esigenza di impedire che il soggetto agente, pur in assenza di situazioni di specialità in astratto, sia chiamato a rispondere della violazione di più norme penali quando comunque una di esse sia in grado di comprendere per intero il disvalore del fatto (c.d. ne bis in idem sostanziale).

 

“In questa prospettiva la Commissione, recependo quanto era già previsto dal progetto Pagliaro, ha ritenuto di prevedere nell’art. 4, a fianco del principio di specialità in astratto, che quando un medesimo fatto appare riconducibile a più disposizioni di legge si applica quella che ne esprime per intero il disvalore, chiamando in questo modo l’interprete a valutare se in mancanza appunto della prima ipotesi di concorso apparente di norme, una delle disposizioni in gioco sia in grado di rappresentare nella sua interezza la o le offese realizzate dal fatto posto in essere”.

 

In conclusione si può affermare che la soluzione del problema del discrimine tra concorso reale e concorso apparente di norme incriminatrici deve essere affidata all’uno o all’altro dei criteri elaborati (e già normativamente disciplinanti sia pure in forma non espressa), a seconda delle caratteristiche strutturali e ontologiche delle fattispecie criminose messe a confronto, prese singolarmente e nei rapporti reciproci.

 

6.2 – Tornando al rapporto tra le due norme incriminatrici di cui all’art. 12 prima parte del D.L. 143/91 e all’art. 640 c.p., va anzitutto escluso il concorso dei due reati, pur sostenuto dalla giurisprudenza prevalente di questa Corte (Sez. V, 28.2.1995, Borelli; sez. V, 5.5.1995, Lazzaro; sez. V, 9.4.1999, P.G. c/Sorgente).

 

Non si è anzitutto in presenza di due fatti completamente distinti dalla materialità della condotta, poiché appare evidente che l’adozione di artifici o raggiri è uno dei possibili modi in cui si estrinseca l’uso indebito di una carta di credito, sicché la prima di tali condotte ben può identificarsi nella seconda come specie a genere.

 

Del pari inesatta è l’affermazione che diverse sono le obiettività giuridiche, quella della truffa consistente nella tutela del patrimonio, quella dell’uso indebito delle carte di credito rappresentato dalla tutela dell’interesse pubblico alla fiducia da riporre in tali mezzi sostitutivi di pagamento. Ma l’offesa al patrimonio individuale non è affatto estranea alla ratio incriminatrice dell’art. 12, come è stato più volte affermato ed è stato ribadito dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 302 del 19.7.2000, la quale ha basato il giudizio di infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell’art. 649 c.p., nella parte in cui non comprende tra i fatti non punibili, se commessi in danno dei congiunti ivi indicati, quelli previsti dall’art. 12 del D.L. n. 143/91, sul carattere concorrente con l’offesa al patrimonio individuale dell’aggressione di valori riconducibili all’ambito dell’ordine pubblico o economico e della fede pubblica.

 

Una volta stabilito che la condotta prevista dall’art. 640 c.p. è una specie del genere “uso indebito”, non si può far leva, per affermare la diversità dei fatti, sugli elementi danno e profitto, giacché questi dati fattuali di evento non possono trasformare una tale situazione di identità ontologica dell’azione in totale diversità del fatto. Essi invece si atteggiano come fattori di specialità di tale fattispecie incriminatrice rispetto a quella prevista dall’art. 12; la quale a sua volta presenta l’elemento specializzante, rispetto alla truffa, del particolare oggetto materiale.

 

Si è fuori dell’ambito, quindi, del concorso (formale) di reati per entrare in quello del concorso apparente di norme, donde la necessità di stabilire, quale di quelle apparentemente concorrenti, debba, prevalendo sull’altra, applicarsi.

 

Se per quanto testé precisato il rapporto tra le due norme è di specialità bilaterale, un criterio accettabile per la soluzione del problema sarebbe quello della specialità del complesso legislativo in cui la norma si trova (in tal senso, seppur per risolvere il conflitto tra l’art. 12 seconda parte e l’art. 648 c.p., v. sez. II, 9.4.1999, Ramon) o anche quello della maggior specificità (Sez. Un. 30.4.1976, Cadinu), i quali entrambi conducono all’applicabilità del solo art. 12.

 

Ma ancor più convincentemente può pervenirsi alla stessa conclusione adottando il principio di consunzione, in omaggio a quello che, come si è sopra spiegato, appare essere il parametro di valore sotteso all’intero sistema e probabilmente recepibile in forma espressa dal legislatore futuro, cioè la punibilità alla stregua della norma incriminatrice rappresentativa dell’onnicomprensivo disvalore del fatto e come tale caratterizzata da una sanzione più grave. Nel momento in cui il legislatore del 1991 ha inteso punire più gravemente di quello del 1930 la condotta truffaldina posta in essere con carta di credito o equivalente, non solo, ma anche anticipare la soglia di punibilità alla mera condotta fraudolenta finalizzata al conseguimento del profitto indipendentemente dalla verificazione di esso e del danno, appare evidente il più elevato grado di antigiuridicità e quindi di offensività della condotta prevista dalla norma speciale e il suo carattere assorbente rispetto a quella contemplata dall’art. 640 c.p., sì che l’eventuale realizzazione da parte dell’agente del profitto e della correlativa diminuzione patrimoniale del soggetto passivo vengono a configurarsi come un post factum non punibile, ovviamente penalmente rilevante sotto il profilo della dosimetria della pena (art. 133 1° comma, nn. 2 e 3).

 

6 – La condotta contestata al Tiezzi deve pertanto essere qualificata come violazione concorrente degli artt. 12 prima parte del D.L. n. 143/91 e dell’art. 648 c.p. e non anche dell’art. 640 c.p. La sentenza impugnata, fondata su un accordo delle parti giuridicamente errato sotto detto profilo, deve essere annullata senza rinvio con conseguente trasmissione degli atti al Tribunale di Forlì per nuovo giudizio.

 

P.Q.M.

 

La Corte, visto l’art. 620 c.p.p., annulla senza rinvio la sentenza impugnata e dispone trasmettersi gli atti al Tribunale di Forlì per nuovo giudizio.

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Legge 18 aprile 2005, n. 62 Disposizioni per l’adempimento di obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia alle Comunità europee (Legge comunitaria 2004) (G.U. n. 96 del 27 aprile 2005)

 Legge 18 aprile 2005, n. 62
Disposizioni per l’adempimento di obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia alle Comunità europee
(Legge comunitaria 2004)
(G.U. n. 96 del 27 aprile 2005)
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Art. 1. Delega al Governo per l’attuazione di direttive comunitarie

1. Il Governo è delegato ad adottare, entro il termine di diciotto mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, i decreti legislativi recanti le norme occorrenti per dare attuazione alle direttive comprese negli elenchi di cui agli allegati A e B.

2. I decreti legislativi sono adottati, nel rispetto dell’articolo 14 della legge 23 agosto 1988, n. 400, su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri o del Ministro per le politiche comunitarie e del Ministro con competenza istituzionale prevalente per la materia, di concerto con i Ministri degli affari esteri, della giustizia, dell’economia e delle finanze e con gli altri Ministri interessati in relazione all’oggetto della direttiva.

3. Gli schemi dei decreti legislativi recanti attuazione delle direttive comprese nell’elenco di cui all’allegato B, nonché, qualora sia previsto il ricorso a sanzioni penali, quelli relativi all’attuazione delle direttive elencate nell’allegato A, sono trasmessi, dopo l’acquisizione degli altri pareri previsti dalla legge, alla Camera dei deputati e al Senato della Repubblica perché su di essi sia espresso il parere dei competenti organi parlamentari. Decorsi quaranta giorni dalla data di trasmissione, i decreti sono emanati anche in mancanza del parere. Qualora il termine per l’espressione del parere parlamentare di cui al presente comma, ovvero i diversi termini previsti dai commi 4 e 8, scadano nei trenta giorni che precedono la scadenza dei termini previsti ai commi 1 o 5 o successivamente, questi ultimi sono prorogati di novanta giorni.

4. Gli schemi dei decreti legislativi recanti attuazione delle direttive 2003/10/CE, 2003/20/CE, 2003/35/CE, 2003/42/CE, 2003/59/CE, 2003/85/CE, 2003/87/CE, 2003/99/CE, 2003/122/Euratom, 2004/8/CE, 2004/12/CE, 2004/17/CE, 2004/18/CE, 2004/22/CE, 2004/25/CE, 2004/35/CE, 2004/38/CE, 2004/39/CE, 2004/67/CE e 2004/101/CE sono corredati della relazione tecnica di cui all’articolo 11-ter, comma 2, della legge 5 agosto 1978, n. 468, e successive modificazioni. Su di essi è richiesto anche il parere delle Commissioni parlamentari competenti per i profili finanziari. Il Governo, ove non intenda conformarsi alle condizioni formulate con riferimento all’esigenza di garantire il rispetto dell’articolo 81, quarto comma, della Costituzione, ritrasmette alle Camere i testi, corredati dei necessari elementi integrativi di informazione, per i pareri definitivi delle Commissioni competenti per i profili finanziari che devono essere espressi entro venti giorni, fatto salvo quanto previsto dal comma 5-bis.

5. Entro diciotto mesi dalla data di entrata in vigore di ciascuno dei decreti legislativi di cui al comma 1, nel rispetto dei princìpi e criteri direttivi fissati dalla presente legge, il Governo può emanare, con la procedura indicata nei commi 2, 3 e 4, disposizioni integrative e correttive dei decreti legislativi emanati ai sensi del comma 1.
(comma così modificato dall’articolo 16, comma 2, legge n. 29 del 2006)

5-bis. Entro tre anni dalla data di entrata in vigore dei decreti legislativi di cui al comma 1, adottati per l’attuazione delle direttive 2004/39/CE, relativa ai mercati degli strumenti finanziari, e 2004/25/CE, concernente le offerte pubbliche di acquisto, il Governo, nel rispetto dei princìpi e criteri direttivi di cui all’articolo 2 e con la procedura prevista dal presente articolo, può emanare disposizioni integrative e correttive al fine di tenere conto delle eventuali disposizioni di attuazione adottate dalla Commissione europea secondo la procedura di cui, rispettivamente, all’articolo 64, paragrafo 2, della direttiva 2004/39/CE, e all’articolo 18, paragrafo 2, della direttiva 2004/25/CE.
(comma introdotto dall’articolo 16, comma 1, legge n. 29 del 2006)

6. In relazione a quanto disposto dall’articolo 117, quinto comma, della Costituzione, i decreti legislativi eventualmente adottati nelle materie di competenza legislativa delle regioni e delle province autonome di Trento e di Bolzano entrano in vigore, per le regioni e le province autonome nelle quali non sia ancora in vigore la propria normativa di attuazione, alla data di scadenza del termine stabilito per l’attuazione della normativa comunitaria e perdono comunque efficacia a decorrere dalla data di entrata in vigore della normativa di attuazione adottata da ciascuna regione e provincia autonoma nel rispetto dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e, nelle materie di competenza concorrente, dei princìpi fondamentali stabiliti dalla legislazione dello Stato. A tale fine i decreti legislativi recano l’esplicita indicazione della natura sostitutiva e cedevole delle disposizioni in essi contenute.

7. Il Ministro per le politiche comunitarie, nel caso in cui una o più deleghe di cui al comma 1 non risulti ancora esercitata trascorsi quattro mesi dal termine previsto dalla direttiva per la sua attuazione, trasmette alla Camera dei deputati e al Senato della Repubblica una relazione che dia conto dei motivi addotti dai Ministri con competenza istituzionale prevalente per la materia a giustificazione del ritardo. Il Ministro per le politiche comunitarie ogni quattro mesi informa altresì la Camera dei deputati e il Senato della Repubblica sullo stato di attuazione delle direttive da parte delle regioni e delle province autonome.

8. Il Governo, quando non intende conformarsi ai pareri parlamentari di cui al comma 3, relativi a sanzioni penali contenute negli schemi di decreti legislativi recanti attuazione delle direttive comprese negli allegati A e B, ritrasmette con le sue osservazioni e con eventuali modificazioni i testi alla Camera dei deputati ed al Senato della Repubblica per il parere definitivo che deve essere espresso entro venti giorni.

Art. 2. Princìpi e criteri direttivi generali della delega legislativa

1. Salvi gli specifici princìpi e criteri direttivi stabiliti dalle disposizioni di cui al capo II ed in aggiunta a quelli contenuti nelle direttive da attuare, i decreti legislativi di cui all’articolo 1 sono informati ai seguenti princìpi e criteri direttivi generali:

a) le amministrazioni direttamente interessate provvedono all’attuazione dei decreti legislativi con le ordinarie strutture amministrative;
b) ai fini di un migliore coordinamento con le discipline vigenti per i singoli settori interessati dalla normativa da attuare, sono introdotte le occorrenti modificazioni alle discipline stesse, fatte salve le materie oggetto di delegificazione ovvero i procedimenti oggetto di semplificazione amministrativa;
c) salva l’applicazione delle norme penali vigenti, ove necessario per assicurare l’osservanza delle disposizioni contenute nei decreti legislativi, sono previste sanzioni amministrative e penali per le infrazioni alle disposizioni dei decreti stessi. Le sanzioni penali, nei limiti, rispettivamente, dell’ammenda fino a 103.291 euro e dell’arresto fino a tre anni, sono previste, in via alternativa o congiunta, solo nei casi in cui le infrazioni ledano o espongano a pericolo interessi costituzionalmente protetti. In tali casi sono previste: la pena dell’ammenda alternativa all’arresto per le infrazioni che espongano a pericolo o danneggino l’interesse protetto; la pena dell’arresto congiunta a quella dell’ammenda per le infrazioni che rechino un danno di particolare gravità. La sanzione amministrativa del pagamento di una somma non inferiore a 103 euro e non superiore a 103.291 euro è prevista per le infrazioni che ledano o espongano a pericolo interessi diversi da quelli sopra indicati. Nell’ambito dei limiti minimi e massimi previsti, le sanzioni sopra indicate sono determinate nella loro entità, tenendo conto della diversa potenzialità lesiva dell’interesse protetto che ciascuna infrazione presenta in astratto, di specifiche qualità personali del colpevole, comprese quelle che impongono particolari doveri di prevenzione, controllo o vigilanza, nonché del vantaggio patrimoniale che l’infrazione può recare al colpevole o alla persona o all’ente nel cui interesse egli agisce. In ogni caso sono previste sanzioni identiche a quelle eventualmente già comminate dalle leggi vigenti per le violazioni omogenee e di pari offensività rispetto alle infrazioni alle disposizioni dei decreti legislativi;
d) eventuali spese non contemplate da leggi vigenti e che non riguardano l’attività ordinaria delle amministrazioni statali o regionali possono essere previste nei decreti legislativi recanti le norme occorrenti per dare attuazione alle direttive nei soli limiti occorrenti per l’adempimento degli obblighi di attuazione delle direttive stesse; alla relativa copertura, nonché alla copertura delle minori entrate eventualmente derivanti dall’attuazione delle direttive, in quanto non sia possibile fare fronte con i fondi già assegnati alle competenti amministrazioni, si provvede a carico del fondo di rotazione di cui all’articolo 5 della legge 16 aprile 1987, n. 183, per un ammontare complessivo non superiore a 50 milioni di euro;
e) all’attuazione di direttive che modificano precedenti direttive già attuate con legge o con decreto legislativo si procede, se la modificazione non comporta ampliamento della materia regolata, apportando le corrispondenti modificazioni alla legge o al decreto legislativo di attuazione della direttiva modificata;
f) i decreti legislativi assicurano in ogni caso che, nelle materie oggetto delle direttive da attuare, la disciplina sia pienamente conforme alle prescrizioni delle direttive medesime, tenuto anche conto delle eventuali modificazioni comunque intervenute fino al momento dell’esercizio della delega;
g) quando si verifichino sovrapposizioni di competenze fra amministrazioni diverse o comunque siano coinvolte le competenze di più amministrazioni statali, i decreti legislativi individuano, attraverso le più opportune forme di coordinamento, rispettando i princìpi di sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza e le competenze delle regioni e degli altri enti territoriali, le procedure per salvaguardare l’unitarietà dei processi decisionali, la trasparenza, la celerità, l’efficacia e l’economicità nell’azione amministrativa e la chiara individuazione dei soggetti responsabili;
h) i decreti legislativi assicurano che sia garantita una effettiva parità di trattamento dei cittadini italiani rispetto a quelli degli altri Stati membri dell’Unione europea, facendo in modo di assicurare il massimo livello di armonizzazione possibile tra le legislazioni interne dei vari Stati membri ed evitando l’insorgere di situazioni discriminatorie a danno dei cittadini italiani nel momento in cui gli stessi sono tenuti a rispettare, con particolare riferimento ai requisiti richiesti per l’esercizio di attività commerciali e professionali, una disciplina più restrittiva di quella applicata ai cittadini degli altri Stati membri.

Art. 3. Delega al Governo per la disciplina sanzionatoria di violazioni di disposizioni comunitarie

1. Al fine di assicurare la piena integrazione delle norme comunitarie nell’ordinamento nazionale, il Governo, fatte salve le norme penali vigenti, è delegato ad adottare, entro due anni dalla data di entrata in vigore della presente legge, disposizioni recanti sanzioni penali o amministrative per le violazioni di direttive comunitarie attuate in via regolamentare o amministrativa, ai sensi della legge 22 febbraio 1994, n. 146, della legge 24 aprile 1998, n. 128, e della presente legge, e di regolamenti comunitari vigenti alla data di entrata in vigore della presente legge, per i quali non siano già previste sanzioni penali o amministrative.

2. La delega di cui al comma 1 è esercitata con decreti legislativi adottati ai sensi dell’articolo 14 della legge 23 agosto 1988, n. 400, su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri o del Ministro per le politiche comunitarie e del Ministro della giustizia, di concerto con i Ministri competenti per materia. I decreti legislativi si informeranno ai princìpi e criteri direttivi di cui all’articolo 2, comma 1, lettera c).

3. Gli schemi di decreto legislativo di cui al presente articolo sono trasmessi alla Camera dei deputati e al Senato della Repubblica per l’espressione del parere da parte dei competenti organi parlamentari con le modalità e nei termini previsti dai commi 3 e 8 dell’articolo  1.

Art. 4. Oneri relativi a prestazioni e controlli

1. Gli oneri per prestazioni e controlli da eseguire da parte di uffici pubblici nell’attuazione delle normative comunitarie sono posti a carico dei soggetti interessati, ove ciò non risulti in contrasto con la disciplina comunitaria, secondo tariffe determinate sulla base del costo effettivo del servizio. Le suddette tariffe sono predeterminate e pubbliche.

2. Le entrate derivanti dalle tariffe di cui al comma 1, qualora riferite all’attuazione delle direttive di cui agli allegati A e B della presente legge, nonché di quelle da recepire con lo strumento regolamentare, sono attribuite alle amministrazioni che effettuano le prestazioni ed i controlli, mediante riassegnazione ai sensi del regolamento di cui al d.P.R. 10 novembre 1999, n. 469.

Art. 5. Delega al Governo per il riordino normativo nelle materie interessate dalle direttive comunitarie

1. Il Governo è delegato ad adottare, con le modalità di cui ai commi 2 e 3 dell’articolo 1, entro il termine di diciotto mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, testi unici delle disposizioni dettate in attuazione delle deleghe conferite per il recepimento di direttive comunitarie, al fine di coordinare le medesime con le norme legislative vigenti nelle stesse materie, apportando le sole modificazioni necessarie a garantire la semplificazione e la coerenza logica, sistematica e lessicale della normativa.

2. I testi unici di cui al comma 1 riguardano materie o settori omogenei. Fermo restando quanto disposto al comma 5, le disposizioni contenute nei testi unici non possono essere abrogate, derogate, sospese o comunque modificate, se non in modo esplicito mediante l’indicazione puntuale delle disposizioni da abrogare, derogare, sospendere o modificare.

3. Il Governo è delegato ad adottare, con le modalità di cui al comma 3 dell’articolo 1, entro il termine di diciotto mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri o del Ministro per le politiche comunitarie e del Ministro dell’economia e delle finanze, di concerto con il Ministro per la funzione pubblica, il Ministro della giustizia e il Ministro dell’interno, un testo unico in materia di disposizioni finalizzate a prevenire l’utilizzazione del sistema finanziario a scopo di riciclaggio, inteso a riordinare la legislazione vigente in materia e ad apportarvi le modifiche necessarie in conformità dei seguenti princìpi:

a) garantire la semplificazione e la coerenza logica, sistematica e lessicale della normativa;
b) garantire l’economicità, l’efficienza e l’efficacia del procedimento ove siano previste sanzioni amministrative per la violazione della normativa antiriciclaggio.

4. Dall’attuazione del comma 3 non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica.

5. Per le disposizioni adottate ai sensi del presente articolo si applica quanto previsto al comma 6 dell’articolo 1.

6. Il presente articolo non si applica alla materia della sicurezza e igiene del lavoro.

Art. 6. Abrogazione della legge 11 gennaio 2001, n. 7, sul settore fieristico

1. La legge 11 gennaio 2001, n. 7, sul settore fieristico, è abrogata, in esecuzione della sentenza della Corte di giustizia delle Comunità europee del 15 gennaio 2002 nella causa C439/99.

Art. 7. Modifica dell’articolo 2 del regolamento di cui al decreto del Ministro dell’industria, del commercio e dell’artigianato 30 maggio 1995, n. 342, in materia di ordinamento della professione di consulente in proprietà industriale

1. In esecuzione della sentenza della Corte di giustizia delle Comunità europee del 13 febbraio 2003 nella causa C131/01, l’articolo 2 del regolamento di cui al decreto del Ministro dell’industria, del commercio e dell’artigianato 30 maggio 1995, n. 342, recante l’ordinamento della professione di consulente in proprietà industriale e la formazione del relativo Albo, è sostituito dal seguente:
«Art. 2. – (Requisiti per l’iscrizione all’Albo)
1. Può essere iscritta all’Albo dei consulenti in proprietà industriale abilitati qualsiasi persona fisica che:
a) abbia il godimento dei diritti civili nel proprio ordinamento nazionale e sia persona di buona condotta civile e morale;
b) sia cittadino italiano ovvero cittadino degli Stati membri dell’Unione europea ovvero cittadino di Stati esteri nei cui confronti vige un regime di reciprocità;
c) abbia la residenza ovvero un domicilio professionale in Italia salvo che si tratti di cittadino di Stati che consentano ai cittadini italiani l’iscrizione a corrispondenti albi senza tale requisito;
d) abbia superato l’esame di abilitazione di cui all’articolo 6 o abbia superato la prova attitudinale prevista per i consulenti in proprietà industriale all’articolo 6, comma 2, del decreto legislativo 27 gennaio 1992, n. 115.
2. Sono altresì ammessi all’attività di rappresentanza professionale di fronte all’Ufficio italiano brevetti e marchi, con carattere di temporaneità, previa dichiarazione all’Ufficio italiano brevetti e marchi e al Consiglio dell’Ordine, i cittadini di Stati membri dell’Unione europea in possesso delle qualifiche professionali richieste dallo Stato membro nel quale essi esercitano stabilmente e legalmente la professione corrispondente a quella di consulente in proprietà industriale.
3. La prestazione di servizi di cui al comma 2 comporta l’iscrizione temporanea e automatica all’Albo dei consulenti in proprietà industriale al fine di assicurare l’applicazione delle disposizioni relative al godimento dei diritti e all’osservanza degli obblighi previsti dall’ordinamento professionale, in quanto compatibili.
4. Per l’iscrizione temporanea non si applicano i requisiti di cui alle lettere c) e d) del comma 1. Gli iscritti a titolo temporaneo non partecipano all’assemblea degli iscritti all’Albo e non possono essere eletti quali componenti del Consiglio dell’Ordine. L’iscrizione decade con il decorso del periodo per il quale l’iscrizione è stata effettuata.
5. La prestazione di servizi di cui al comma 2 è effettuata utilizzando, in lingua originale, o il titolo professionale, se esistente, o il titolo di formazione prevista dallo Stato membro di cui allo stesso comma.
6. L’iscrizione è effettuata dal Consiglio dell’Ordine su presentazione di un’istanza accompagnata dai documenti comprovanti il possesso dei requisiti di cui al comma 1 ovvero includente le autocertificazioni previste per legge. L’avvenuta iscrizione è prontamente comunicata dal Consiglio dell’Ordine all’Ufficio italiano brevetti e marchi».

Art. 8. Modifiche all’articolo 5 del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 538, in materia di distribuzione all’ingrosso dei medicinali per uso umano

1. All’articolo 5 del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 538, dopo il comma 4 sono aggiunti i seguenti:
«4-bis. L’autorità competente che ha concesso l’autorizzazione di cui al comma 1, qualora modifichi, sospenda o revochi la stessa, in quanto sono venuti meno i requisiti sulla cui base detta autorizzazione è stata concessa, informa immediatamente il Ministero della salute inviando copia del provvedimento di sospensione o revoca.
4-ter. Il Ministero della salute, acquisita copia dei provvedimento di sospensione o revoca di cui al comma 4-bis, adottati dalle regioni e dalle province autonome o dalle autorità da loro delegate, ne informa la Commissione europea e gli altri Stati membri.
4-quater. Su richiesta della Commissione europea o di uno Stato membro, il Ministero della salute fornisce qualunque informazione utile relativa all’autorizzazione di cui al presente articolo
».

Art. 9. Recepimento della direttiva 2003/6/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 28 gennaio 2003, relativa all’abuso di informazioni privilegiate e alla manipolazione del mercato – abusi di mercato – e delle direttive della Commissione di attuazione 2003/124/CE, 2003/125/CE e 2004/72/CE
(omissis)

Art. 10. Delega al Governo per il recepimento della direttiva 2003/89/CE in materia di indicazione degli ingredienti contenuti nei prodotti alimentari

1. Il Governo è delegato ad adottare, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, con le modalità di cui all’articolo 1, un decreto legislativo per il recepimento della direttiva 2003/89/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 10 novembre 2003, che modifica la direttiva 2000/13/CE, in materia di indicazione degli ingredienti contenuti nei prodotti alimentari. Con specifico riferimento alla disciplina relativa all’indicazione degli ingredienti che possono provocare allergie o intolleranze, come individuati dall’allegato III-bis della direttiva 2003/89/CE, il Governo nell’adozione del suddetto decreto legislativo si conforma ai seguenti princìpi e criteri direttivi:

a) stabilire, anche mediante rinvio ad un decreto del Ministro della salute, sulla base dei sistemi di rilevazione analitica disponibili, la soglia al di sopra della quale deve essere indicata in etichetta la presenza dei suddetti ingredienti;
b) qualora sia accertato, sulla base dei migliori studi scientifici disponibili a livello internazionale, che la soglia di tossicità degli ingredienti di cui all’alinea, per i soggetti affetti da allergia o intolleranza, sia superiore a quella di cui alla lettera a), nelle etichette dei prodotti alimentari può essere indicato che i suddetti ingredienti sono presenti, ma in misura inferiore alla soglia di tossicità;
c) stabilire le procedure di autocertificazione che le imprese devono adottare per la verifica della presenza degli ingredienti di cui all’alinea nei propri prodotti, in relazione alle materie prime ed ai processi di lavorazione utilizzati;
d) stabilire la disciplina relativa
all’indicazione delle informazioni di cui al presente comma in etichetta, al fine di garantire l’agevole leggibilità delle medesime da parte dei consumatori.

Art. 11. Modifica all’articolo 5 della legge 16 febbraio 1913, n. 89, in materia di accesso alla professione notarile

1. All’articolo 5 della legge 16 febbraio 1913, n. 89, è aggiunto, in fine, il seguente comma:
«I requisiti di cui ai numeri 4º e 5º del primo comma possono essere sostituiti dal possesso del decreto di riconoscimento professionale emanato in applicazione del decreto legislativo 27 gennaio 1992, n. 115».

Art. 12. Delega al Governo per la piena attuazione della direttiva 91/414/CEE del Consiglio, del 15 luglio 1991, concernente i prodotti fitosanitari

1. Al fine di pervenire alla piena attuazione della direttiva 91/414/CEE del Consiglio, del 15 luglio 1991, recante norme in materia di immissione in commercio dei prodotti fitosanitari, il Governo è delegato, fatte salve le norme penali vigenti, ad adottare, entro un anno dalla data di entrata in vigore della presente legge, uno o più decreti legislativi recanti sanzioni penali o amministrative per violazioni al regolamento di cui al d.P.R. 23 aprile 2001, n. 290.

2. Nell’esercizio della delega di cui al comma 1, il Governo si attiene ai princìpi ed ai criteri direttivi generali indicati dall’articolo 2, comma 1, lettera c).

3. Gli schemi di decreto legislativo di cui al presente articolo sono trasmessi alla Camera dei deputati e al Senato della Repubblica per l’espressione del parere da parte dei competenti organi parlamentari con le modalità e nei termini previsti dal comma 3 dell’articolo 1.

Art. 13. Delega al Governo per la revisione della disciplina in materia di fertilizzanti

1. Il Governo è delegato ad adottare, entro il termine di dodici mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, uno o più decreti legislativi di riordino e revisione della disciplina in materia di fertilizzanti, di cui alla legge 19 ottobre 1984, n. 748, in conformità ai seguenti princìpi e criteri direttivi:

a) adeguamento e ammodernamento delle definizioni di «concime» e delle sue molteplici specificazioni, di «fabbricante» e di «immissione sul mercato», ai sensi dell’articolo 2 del regolamento (CE) n. 2003/2003 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 13 ottobre 2003;
b) utilizzo della forma delle indicazioni obbligatorie come stabilita dall’articolo 6 del citato regolamento (CE) n. 2003/2003 per i concimi immessi sul mercato con l’indicazione «concimi CE»;
c) individuazione delle misure ufficiali di controllo per valutare la conformità dei concimi, ai sensi dell’articolo 29, paragrafo 1, del regolamento (CE) n. 2003/2003;
d) revisione delle sanzioni da irrogare in base ai princìpi di effettività, proporzionalità e dissuasività, ai sensi dell’articolo 36 del regolamento (CE) n. 2003/2003.

2. Per le disposizioni adottate ai sensi del presente articolo si applica quanto previsto al comma 6 dell’articolo 1.

Art. 14. Disposizioni per l’attuazione della direttiva 2003/87/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 13 ottobre 2003, che istituisce un sistema per lo scambio di quote di emissioni dei gas a effetto serra nella Comunità e  che modifica la direttiva 96/61/CE del Consiglio

1. Il Governo è delegato ad adottare, con le modalità di cui all’articolo 1, su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri o del Ministro per le politiche comunitarie e del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio, di concerto con i Ministri degli affari esteri, della giustizia, dell’economia e delle finanze e delle attività produttive, un decreto legislativo di recepimento della direttiva 2003/87/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 13 ottobre 2003, nel rispetto dei seguenti princìpi e criteri direttivi:

a) considerare la sicurezza energetica nazionale e la salvaguardia della competitività del sistema industriale nazionale incentivando, nell’ambito del processo di liberalizzazione del mercato dell’energia elettrica, la diffusione di impianti e tecnologie finalizzati all’utilizzo di fonti energetiche rinnovabili, secondo quanto previsto dalle direttive comunitarie in materia;
b) evitare effetti distorsivi sulla concorrenza tra le imprese;
c) assicurare la trasparenza e il pieno accesso del pubblico alle informazioni relative all’assegnazione delle quote e ai risultati del controllo delle emissioni, fatti salvi unicamente i limiti previsti dalla direttiva 2003/4/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 28 gennaio 2003, sull’accesso del pubblico all’informazione ambientale;
d) prevedere sanzioni efficaci, proporzionate e dissuasive per le violazioni della normativa in materia di emissioni e scambio delle relative quote, assicurando anche la pubblicità delle infrazioni stesse e delle relative sanzioni;
e) assicurare la coerenza del piano nazionale di assegnazione delle quote di emissione, previsto all’articolo 9 della direttiva da recepire, con il piano di azione nazionale per la riduzione dei livelli di emissione dei gas serra e per l’aumento del loro assorbimento, mediante il riconoscimento e la valorizzazione dei livelli di efficienza già raggiunti dal sistema industriale nazionale, con particolare riferimento al settore elettrico, e tenendo conto sia del rapporto costo ed efficacia delle diverse opzioni tecnologiche per la riduzione delle emissioni per le attività contemplate nell’allegato I della direttiva, sia delle potenzialità di abbattimento dei costi di riduzione delle emissioni, attraverso l’impiego dei meccanismi di progetto del Protocollo di Kyoto, Clean Development Mechanism e Joint Implementation, secondo quanto previsto dall’articolo 30, paragrafo 3, della direttiva, sia del contenimento dei costi amministrativi per le imprese anche mediante l’utilizzo delle tecnologie informatiche;
f) conformare il piano nazionale di assegnazione delle quote di emissione, di cui alla lettera e), al piano di azione nazionale per la riduzione dei livelli di emissione di gas a effetto serra e per l’aumento del loro assorbimento, preventivamente revisionato, secondo le modalità stabilite dalla delibera del CIPE del 19 dicembre 2002, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 68 del 22 marzo 2003, allo scopo di individuare livelli massimi di emissione consentiti ai settori coinvolti nella direttiva nel periodo 2008-2012; tali livelli devono tenere conto sia degli obiettivi conseguibili, sia dell’efficienza già raggiunta dal sistema produttivo nazionale nel confronto con gli altri Stati membri dell’Unione europea;
g) valorizzare, attraverso opportune iniziative, gli strumenti di programmazione negoziata al fine di rendere efficaci dal punto di vista economico e ambientale le misure di attuazione della direttiva.

2. Il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio, di concerto con il Ministero delle attività produttive, entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, individua, con proprio decreto, il formato e le modalità di comunicazione dei dati necessari ai fini dell’attuazione della direttiva 2003/87/CE, da parte dei gestori degli impianti in esercizio rientranti nelle categorie di attività elencate nell’allegato I della citata direttiva, nonché le modalità di
informazione e di accesso del pubblico.

3. Dall’attuazione del presente articolo non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica.

Art. 15. Disposizioni per l’attuazione della direttiva 2003/54/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 giugno 2003, relativa a norme comuni per il mercato interno dell’energia elettrica e che abroga la direttiva 96/92/CE.

1. Al fine di completare il processo di liberalizzazione del settore elettrico, il Governo è delegato ad adottare, entro un anno dalla data di entrata in vigore della presente legge, con le modalità di cui all’articolo 1, uno o più decreti legislativi, per dare attuazione alla direttiva 2003/54/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 giugno 2003, relativa a norme comuni per il mercato interno dell’energia elettrica e che abroga la direttiva 96/92/CE, e ridefinire conseguentemente tutti gli aspetti connessi della normativa sul sistema elettrico nazionale, nel rispetto delle competenze delle regioni a statuto speciale e delle province autonome di Trento e di Bolzano secondo i rispettivi statuti e le relative norme di attuazione e nel rispetto dei seguenti princìpi e criteri direttivi:

a) prevedere che l’apertura del mercato anche ai clienti civili si attui secondo i tempi previsti dalla direttiva 2003/54/CE ed in condizioni di trasparenza e di reciprocità, promuovendo idonee misure per la riduzione dei costi dell’energia e per la fornitura del servizio di ultima istanza;
b) assicurare ai clienti un’informazione chiara sulle condizioni della fornitura, l’accesso non discriminatorio alle reti di distribuzione e al servizio di misura prevedendone la separazione almeno amministrativa dalle attività di produzione e di vendita dell’energia elettrica;
c) promuovere la realizzazione di un mercato concorrenziale dell’offerta di energia elettrica che tenga conto delle esigenze di diversificazione delle fonti e delle aree di approvvigionamento e della sostenibilità sotto il profilo ambientale, con la chiara identificazione degli obblighi di servizio pubblico imposti nell’interesse economico generale ed in maniera omogenea, efficiente e non discriminatoria alle imprese che operano nel settore, evitando effetti distorsivi dovuti a ritardi nello sviluppo delle reti dell’energia elettrica e del gas naturale;
d) definire indirizzi e priorità che, nel rispetto delle regole di libera concorrenza, sono impartiti per la loro attuazione all’Autorità per l’energia elettrica e il gas e al Gestore della rete di trasmissione nazionale ai fini della gestione degli scambi e dello sviluppo delle interconnessioni con altri Paesi; garantire, attraverso l’Autorità per l’energia elettrica e il gas, la regolazione unitaria delle condizioni tecnico-economiche di accesso alle reti di trasmissione e distribuzione, secondo criteri di efficienza, qualità del servizio e non discriminazione;
e) monitorare il funzionamento della borsa dell’energia elettrica e della contrattazione bilaterale, anche definendo idonee misure per la promozione della concorrenza tra operatori;
f) sviluppare l’impiego delle nuove fonti rinnovabili di energia e della cogenerazione attraverso strumenti di mercato, prevedendo il riordino degli interventi esistenti con misure anche differenziate per tipologie di impianto e introducendo meccanismi di incentivazione basati su gare per la promozione delle soluzioni tecnologiche più avanzate e ancora lontane dalla competitività commerciale, e ferma restando, alla scadenza delle convenzioni in essere, la cessazione, senza possibilità di proroghe, di ogni incentivazione per gli impianti funzionanti con fonti assimilate alle rinnovabili;
g) definire la durata delle concessioni per le grandi derivazioni d’acqua a scopo idroelettrico, in relazione all’eliminazione di clausole di preferenza nel rinnovo delle concessioni, anche allo scopo di porre le imprese nazionali in linea con la media europea, e alla realizzazione da parte delle stesse imprese di adeguati interventi di ammodernamento degli impianti;
h) prevedere che il Ministero delle attività produttive, in materia di sicurezza degli approvvigionamenti, organizzi e progetti strumenti operativi per migliorare la sicurezza del sistema elettrico nazionale e l’economicità delle forniture, salvaguardando la competitività del sistema produttivo nazionale nell’ambito del contesto europeo;
i) promuovere lo sviluppo e la diffusione degli impianti di produzione di energia elettrica di potenza inferiore a 1 MW attraverso la semplificazione e la riduzione degli adempimenti previsti per la loro realizzazione, ivi comprese le procedure di valutazione di impatto ambientale;
l) promuovere la penetrazione delle imprese nazionali sui mercati esteri dell’energia anche agevolando la definizione di accordi tra imprese italiane ed estere e di iniziative di collaborazione e di partecipazione in programmi europei per lo sviluppo di nuove tecnologie e sistemi per la produzione dell’energia elettrica, ivi incluse le tecnologie nucleari, nonché lo svolgimento di attività di realizzazione e di esercizio di impianti, ivi compresi gli impianti elettronucleari, localizzati all’estero.

2. Dall’attuazione del presente articolo non devono derivare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica.

Art. 16. Disposizioni per l’attuazione della direttiva 2003/55/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 giugno 2003, relativa a norme comuni per il mercato interno del gas naturale e che abroga la direttiva 98/30/CE

1. Al fine di completare il processo diliberalizzazione del mercato del gas naturale, il Governo è delegato ad adottare, entro un anno dalla data di entrata in vigore della presente legge, con le modalità di cui all’articolo 1, uno o più decreti legislativi per dare attuazione alla direttiva 2003/55/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 giugno 2003, relativa a norme comuni per il mercato interno del gas naturale e che abroga la direttiva 98/30/CE, e per integrare e aggiornare conseguentemente le disposizioni vigenti concernenti tutte le componenti rilevanti del sistema del gas naturale, nel rispetto dei seguenti princìpi e criteri direttivi:

a) accrescere la sicurezza degli approvvigionamenti, promuovendo la realizzazione di nuove infrastrutture di approvvigionamento, trasporto e stoccaggio di gas naturale in sotterraneo, il potenziamento di quelle esistenti, anche mediante la semplificazione dei procedimenti autorizzativi, e la diversificazione delle fonti di approvvigionamento;
b) stabilire norme affinché il mercato nazionale del gas risulti sempre più integrato nel mercato interno europeo del gas naturale, promuovendo la formazione di un’offerta concorrenziale e l’adozione di regole comuni per l’accesso al sistema del gas europeo, e garantendo effettive condizioni di reciprocità nel settore con le imprese degli altri Stati membri dell’Unione europea, soprattutto se in posizione dominante nei rispettivi mercati nazionali, anche individuando obiettive e non discriminatorie procedure per il rilascio di autorizzazioni o concessioni, ove previsto dalle norme vigenti;
c) prevedere lo sviluppo delle capacità di stoccaggio di gas naturale in sotterraneo necessarie per il funzionamento del sistema nazionale del gas, in relazione allo sviluppo della domanda e all’integrazione dei sistemi europei del gas naturale, definendo le componenti dello stoccaggio relative alla prestazione dei servizi essenziali al sistema e quelle funzionali al mercato;
d) integrare le disposizioni vigenti in materia di accesso al sistema nazionale del gas naturale relativamente alle nuove importanti infrastrutture e all’aumento significativo della capacità di quelle esistenti, e alle loro modifiche che consentano lo sviluppo di nuove fonti di approvvigionamento, per assicurarne la conformità alla disciplina comunitaria;
e) promuovere una effettiva concorrenza, anche rafforzando le misure relative alla separazione societaria, organizzativa e decisionale tra le imprese operanti nelle attività di trasporto, distribuzione e stoccaggio e le imprese operanti nelle attività di produzione, approvvigionamento, misura e commercializzazione, promuovendo la gestione delle reti di trasporto del gas naturale da parte di imprese indipendenti;
f) incentivare le operazioni di aggregazione territoriale delle attività di distribuzione del gas, a vantaggio della riduzione dei costi di distribuzione, in base a criteri oggettivi, trasparenti e non discriminatori, prevedendo meccanismi che tengano conto degli investimenti effettuati e incentivi, anche di natura fiscale, per la rivalutazione delle attività delle imprese concessionarie, anche a favore dell’efficienza complessiva del sistema;
g) stabilire misure per lo sviluppo di strumenti multilaterali di scambio di capacità e di volumi di gas, al fine di accrescere gli scambi e la liquidità del mercato nazionale, avviando ad operatività, con l’apporto dell’Autorità per l’energia elettrica e il gas, la borsa nazionale del gas, anche considerando i risultati della prima esperienza di funzionamento del punto virtuale di scambio;
h) rafforzare le funzioni del Ministero delle attività produttive in materia di indirizzo e valutazione degli investimenti in nuove infrastrutture di approvvigionamento affinché gli stessi siano commisurati alle previsioni di sviluppo della domanda interna di gas nonché in materia di sicurezza degli approvvigionamenti, prevedendo strumenti per migliorare la sicurezza del sistema nazionale del gas, l’economicità delle forniture, anche promuovendo le attività di esplorazione e di sfruttamento di risorse nazionali e la costruzione di nuove interconnessioni con altri Paesi e mercati.

2. Dall’attuazione del presente articolo non devono derivare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica.

Art. 17. Disposizioni per l’attuazione della direttiva 2004/67/CE del Consiglio, del 26 aprile 2004, concernente misure volte a garantire la sicurezza dell’approvvigionamento di gas naturale

1. Al fine di garantire un adeguato livello di sicurezza dell’approvvigionamento di gas naturale, il Governo è delegato ad adottare, entro un anno dalla data di entrata in vigore della presente legge, con le modalità di cui all’articolo 1, uno o più decreti legislativi per dare attuazione alla direttiva 2004/67/CE del Consiglio, del 26 aprile 2004, concernente misure volte a garantire la sicurezza dell’approvvigionamento di gas naturale, nel rispetto dei seguenti princìpi e criteri direttivi:

a) stabilire norme per la sicurezza degli approvvigionamenti trasparenti e non discriminatorie cui devono conformarsi i soggetti operanti nel sistema nazionale del gas, specificandone i ruoli e le responsabilità;
b) stabilire misure atte ad assicurare un adeguato livello di sicurezza per i clienti civili nelle eventualità di una parziale interruzione degli approvvigionamenti o di avversità climatiche o di altri eventi eccezionali, nonché la sicurezza del sistema elettrico nazionale nelle stesse circostanze;
c) stabilire gli obiettivi minimi indicativi in relazione al contributo alla sicurezza degli approvvigionamenti che deve essere fornito dal sistema nazionale degli stoccaggi di gas naturale in sotterraneo;
d) definire strumenti ed accordi con altri Stati membri per l’utilizzo condiviso, qualora le condizioni tecniche, geologiche e infrastrutturali lo consentano, di stoccaggi di gas naturale in sotterraneo tra più Stati;
e) stabilire procedure per la redazione e l’aggiornamento dei piani di emergenza nazionali per il sistema del gas naturale, per il loro coordinamento a livello di Unione europea e per la gestione di emergenze dei sistemi nazionali del gas naturale di uno o più Stati membri;
f) prevedere che il Ministero delle attività produttive predisponga ogni tre anni il programma pluriennale per la sicurezza degli approvvigionamenti di gas naturale e che tale programma venga presentato al Parlamento prevedendo strumenti per migliorare la sicurezza del sistema nazionale del gas e misure per lo sviluppo delle capacità di stoccaggio di gas naturale in sotterraneo.

2. Dall’attuazione del presente articolo non devono derivare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica

Art. 18. Obblighi a carico dei detentori di apparecchi contenenti policlorodifenili e policlorotrifenili, ivi compresi i difenili mono e diclorurati di cui all’allegato, punto 1, del d.P.R. 24 maggio 1988, n. 216, soggetti ad inventario ai sensi dell’articolo 3 del decreto legislativo 22 maggio 1999, n. 209, nonché a carico dei soggetti autorizzati a ricevere detti apparecchi ai fini del loro smaltimento

1. Lo smaltimento degli apparecchi contenenti policlorodifenili e policlorotrifenili, ivi compresi i difenili mono e diclorurati di cui all’allegato, punto 1, del d.P.R. 24 maggio 1988, n. 216, di seguito denominati: «PCB», soggetti ad inventario ai sensi dell’articolo 3 del decreto legislativo 22 maggio 1999, n. 209, e dei PCB in essi contenuti è effettuato nel rispetto del seguente programma temporale:

a) la dismissione di almeno il 50 per cento degli apparecchi detenuti alla data del 31 dicembre 2002 avviene entro il 31 dicembre 2005;
b) la dismissione di almeno il 70 per cento degli apparecchi detenuti alla data del 31 dicembre 2002 avviene entro il 31 dicembre 2007;
c) la dismissione di tutti gli apparecchi detenuti alla data del 31 dicembre 2002 avviene entro il 31 dicembre 2009;
d) i trasformatori che contengono fluidi con una percentuale di PCB compresa tra lo 0,05 per cento e lo 0,005 per cento in peso possono essere smaltiti alla fine della loro esistenza operativa nel rispetto delle condizioni stabilite dall’articolo 5, comma 4, del citato decreto legislativo n. 209 del 1999.

2. Gli apparecchi dismessi ed i PCB in essi contenuti sono conferiti, entro le scadenze di cui al comma 1, a soggetti autorizzati a riceverli ai fini del loro smaltimento.

3. I soggetti autorizzati, ai sensi del decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22, allo stoccaggio ed al trattamento di rifiuti costituiti da apparecchi contenenti PCB e dai PCB in essi contenuti avviano allo smaltimento finale detti rifiuti entro sei mesi dalla data del loro conferimento.

4. Fermi restando gli obblighi di cui al decreto legislativo 22 maggio 1999, n. 209, e le sanzioni previste dalla normativa vigente, il mancato smaltimento finale nei tempi previsti dal comma 3 è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da euro 5.000 a euro 50.000.

5. Le comunicazioni previste dall’articolo 3 del citato decreto legislativo n. 209 del 1999 sono integrate con l’indicazione del programma temporale di cui al comma 1, nonché con l’indicazione dell’intero percorso di smaltimento degli apparecchi contenenti PCB e dei PCB in essi contenuti.

Art. 19. Delega al Governo per il recepimento della direttiva 2001/42/CE, concernente la valutazione degli effetti di determinati piani e programmi sull’ambiente

1. Il Governo è delegato ad adottare, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, un decreto legislativo di recepimento della direttiva 2001/42/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 27 giugno 2001, concernente la valutazione degli effetti di determinati piani e programmi sull’ambiente, nel rispetto dei seguenti princìpi e criteri direttivi:

a) prevedere l’applicazione della valutazione ambientale strategica ai piani e programmi che possono avere effetti significativi sull’ambiente, nonché alle loro modifiche;
b) garantire l’informazione, lo svolgimento di consultazioni e l’accesso al pubblico, nonché la valutazione del risultato delle consultazioni e la messa a disposizione delle informazioni sulla decisione;
c) assicurare la valutazione delle opzioni alternative;
d) garantire la partecipazione al processo decisionale delle istituzioni preposte alla tutela ambientale e paesaggistica;
e) attuare forme di monitoraggio sugli effetti ambientali dei piani e dei programmi, anche al fine della tempestiva individuazione degli effetti negativi e della adozione delle misure correttive;
f) garantire adeguate consultazioni nei casi in cui un piano o un programma possa avere effetti sull’ambiente di un altro Stato membro;
g) assicurare la complementarietà con gli altri strumenti di valutazione d’impatto ambientale, ove previsti;
h) prevedere forme di coordinamento con piani e strumenti di pianificazione urbanistica e di gestione territoriale esistenti;
i) garantire la definizione di scadenze temporali definite ed adeguate per il procedimento.

2. All’attuazione del presente articolo si provvede nell’ambito degli ordinari stanziamenti di bilancio e senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica.

Art. 20. Delega al Governo per la piena attuazione della direttiva 96/82/CE, come modificata dalla direttiva 2003/105/CE, sul controllo dei pericoli di incidenti rilevanti connessi con determinate sostanze pericolose

1. Per dare organico e corretto recepimento alla direttiva 96/82/CE sul controllo dei pericoli di incidenti rilevanti connessi con determinate sostanze pericolose, il Governo è delegato ad adottare, entro il 1º luglio 2005, con le modalità di cui all’articolo 1, su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri o del Ministro per le politiche comunitarie e del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio, un decreto legislativo per recepire la direttiva 2003/105/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 16 dicembre 2003, che modifica la citata direttiva 96/82/CE, nonché per introdurre, contestualmente, le disposizioni correttive necessarie per superare i rilievi formulati dalla Commissione europea nell’ambito della procedura d’infrazione 2003/2014 avviata per recepimento non conforme della predetta direttiva 96/82/CE, apportando a tali fini le necessarie modifiche al decreto legislativo 17 agosto 1999, n. 334.

2. Dall’attuazione del presente articolo non devono derivare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica.

Art. 21. Disposizioni per l’attuazione della direttiva 2004/8/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, dell’11 febbraio 2004, sulla promozione della cogenerazione basata su una domanda di calore utile nel mercato interno dell’energia e che modifica la direttiva 92/42/CEE

1. Il Governo è delegato ad adottare, con le modalità di cui all’articolo 1, su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri o del Ministro per le politiche comunitarie e del Ministro delle attività produttive, di concerto con i Ministri degli affari esteri, della giustizia, dell’economia e delle finanze e dell’ambiente e della tutela del territorio, un decreto legislativo per il recepimento della direttiva 2004/8/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, dell’11 febbraio 2004, sulla promozione della cogenerazione basata su una domanda di calore utile nel mercato interno dell’energia e che modifica la direttiva 92/42/CEE, nel rispetto dei seguenti princìpi e criteri direttivi:

a) individuare le misure di promozione e sviluppo della cogenerazione ad alto rendimento, basate sulla domanda di calore utile e sul risparmio di energia primaria, secondo obiettivi di accrescimento della sicurezza dell’approvvigionamento energetico e dell’efficienza energetica, nonché di tutela dell’ambiente;
b) assicurare la coerenza delle misure di promozione e sviluppo della cogenerazione di cui alla lettera a) con il quadro normativo e regolatorio nazionale sul mercato interno dell’energia elettrica e con le misure per la riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra, garantendo altresì la stabilità del quadro normativo per gli investimenti effettuati;
c) prevedere l’avvio di un regime di garanzia d’origine dell’elettricità prodotta dalla cogenerazione ad alto rendimento e, in coordinamento con le amministrazioni territoriali interessate, l’istituzione di un sistema nazionale per l’analisi delle potenzialità della cogenerazione e per il monitoraggio sulle realizzazioni e sull’efficacia delle misure adottate, anche ai fini di cui agli articoli 6 e 10 della direttiva 2004/8/CE;
d) agevolare l’accesso alla rete dell’elettricità da cogenerazione ad alto rendimento e semplificare gli adempimenti amministrativi e fiscali, a parità di gettito complessivo, per la realizzazione di unità di piccola cogenerazione e di microcogenerazione.

2. Dall’attuazione del presente articolo non devono derivare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica.

Art. 22. Delega al Governo per l’attuazione della direttiva 2004/22/CE relativa agli strumenti di misura

1. Il Governo è delegato ad adottare, con le modalità di cui all’articolo 1, un decreto legislativo per il recepimento della direttiva 2004/22/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 31 marzo 2004, relativa agli strumenti di misura, secondo i seguenti princìpi e criteri direttivi:

a) prevedere la prescrizione dell’utilizzo, per le funzioni di misura di cui all’articolo 2, paragrafo 1, della direttiva, di tutti i dispositivi e sistemi con funzioni di misura definiti agli allegati specifici MI-001, MI-002, MI-003, MI-004, M1-005, MI-006, MI-007, MI-008, MI-009 e MI-010;
b) prevedere, per tutti gli strumenti di misura di cui agli allegati della direttiva, la valutazione della conformità, come previsto dall’articolo 9 della direttiva stessa;
c) prevedere l’obbligo dell’utilizzo di strumenti di misura recanti la marcatura di conformità, di cui all’articolo 7 della direttiva, nel caso la funzione della misura investa motivi di interesse pubblico, sanità pubblica, sicurezza pubblica, ordine pubblico, protezione dell’ambiente, tutela dei consumatori, imposizione di tasse e diritti, lealtà delle transazioni commerciali;
d) prevedere per il Ministero delle attività produttive la qualità di autorità competente per gli adempimenti connessi alla designazione, nel rispetto dei criteri previsti dall’articolo 12 della direttiva, nonché alla relativa notifica, agli Stati membri e alla Commissione europea, degli organismi nazionali abilitati ai compiti previsti dai moduli di valutazione della conformità, di cui all’articolo 9 della direttiva;
e) prevedere che gli strumenti di misura, soggetti a controlli metrologici legali, non conformi alle prescrizioni della direttiva, non possono essere commercializzati né utilizzati per le funzioni di cui alla lettera c);
f) prevedere che, qualora venga accertata l’indebita apposizione della marcatura «CE», nel rispetto delle disposizioni previste dall’articolo 21 della direttiva, vengano introdotte misure finalizzate a stabilire l’obbligo di:

1) conformarsi alle disposizioni comunitarie in materia di marcatura «CE»;
2) limitare o vietare l’utilizzo o la commercializzazione dello strumento di misura non conforme;
3) ritirare dal mercato, ove necessario, lo strumento non conforme;

g) prevedere sanzioni amministrative volte a dissuadere la commercializzazione e la messa in servizio di strumenti di misura non conformi alle disposizioni della direttiva;
h) prevedere l’armonizzazione della disciplina dei controlli metrologici legali intesi a verificare che uno strumento di misura sia in grado di svolgere le funzioni cui è destinato.

2. Dall’attuazione del presente articolo non devono derivare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica.

Art. 23. Disposizioni in materia di rinnovo dei contratti delle pubbliche amministrazioni per la fornitura di beni e servizi

1. L’ultimo periodo dell’articolo 6, comma 2, della legge 24 dicembre 1993, n. 537, e successive modificazioni, è soppresso.

2. I contratti per acquisti e forniture di beni e servizi, già scaduti o che vengano a scadere nei sei mesi successivi alla data di entrata in vigore della presente legge, possono essere prorogati per il tempo necessario alla stipula dei nuovi contratti a seguito di espletamento di gare ad evidenza pubblica a condizione che la proroga non superi comunque i sei mesi e che il bando di gara venga pubblicato entro e non oltre novanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge.

3. (abrogato dall’articolo 28 della legge n. 13 del 2007)

Art. 24. Modificazioni alla legge 11 febbraio 1994, n. 109, recante legge quadro in materia di lavori pubblici, al decreto legislativo 17 marzo 1995, n. 157, recante attuazione della direttiva 92/50/CEE in materia di appalti pubblici di servizi, ed al d.P.R. 21 dicembre 1999, n. 554, recante regolamento di attuazione della legge n. 109 del 1994 e al decreto legislativo 20 agosto 2002, n. 190, in materia di infrastrutture e insediamenti produttivi strategici e di interesse nazionale
(abrogato dall’articolo 256 del decreto legislativo n. 163 del 2006)

Art. 25. Delega al Governo per l’attuazione della direttiva 2004/17/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 31 marzo 2004, che coordina le procedure di appalto degli enti erogatori di acqua e di energia, degli enti che forniscono servizi di trasporto e servizi postali, e della direttiva 2004/18/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 31 marzo 2004, relativa al coordinamento delle procedure di aggiudicazione degli appalti pubblici di lavori, di forniture e di servizi

1. Il Governo è delegato ad adottare, con le modalità di cui all’articolo 1, uno o più decreti legislativi volti a definire un quadro normativo finalizzato al recepimento della direttiva 2004/17/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 31 marzo 2004, che coordina le procedure di appalto degli enti erogatori di acqua e di energia, degli enti che forniscono servizi di trasporto e servizi postali, e della direttiva 2004/18/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 31 marzo 2004, relativa al coordinamento delle procedure di aggiudicazione degli appalti pubblici di lavori, di forniture e di servizi, nel rispetto dei seguenti princìpi e criteri direttivi:

a) compilazione di un unico testo normativo recante le disposizioni legislative in materia di procedure di appalto disciplinate dalle due direttive coordinando anche le altre disposizioni in vigore nel rispetto dei princìpi del Trattato istitutivo dell’Unione europea;
b) semplificazione delle procedure di affidamento che non costituiscono diretta applicazione delle normative comunitarie, finalizzata a favorire il contenimento dei tempi e la massima flessibilità degli strumenti giuridici;
c) conferimento all’Autorità per la vigilanza sui lavori pubblici, in attuazione della normativa comunitaria, dei compiti di vigilanza nei settori oggetto della presente disciplina; l’Autorità, caratterizzata da indipendenza funzionale e autonomia organizzativa, si dota, nei modi previsti dal proprio ordinamento, di forme e metodi di organizzazione e di analisi dell’impatto della normazione per l’emanazione di atti di competenza e, in particolare, di atti amministrativi generali, di programmazione o pianificazione. I compiti di cui alla presente lettera sono svolti nell’ambito delle competenze istituzionali dell’Autorità, che vi provvede con le strutture umane e strumentali disponibili sulla base delle disposizioni normative vigenti e senza nuovi o maggiori oneri per il bilancio dello Stato;
d) adeguare la normativa alla sentenza della Corte di giustizia delle Comunità europee del 7 ottobre 2004 nella causa C-247/02.

2. I decreti legislativi previsti dal comma 1 sono emanati sentito il parere della Conferenza unificata di cui all’articolo 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, che si pronunzia entro trenta giorni; decorso tale termine i decreti legislativi sono emanati anche in mancanza di detto parere.

3. Entro due anni dalla data di entrata in vigore dei decreti legislativi previsti dal comma 1 possono essere emanate disposizioni correttive ed integrative nel rispetto delle procedure di cui all’articolo 1, commi 2, 3 e 4.

4. In attesa dell’emanazione dei decreti legislativi di cui al comma 1, al settore postale si applica la disciplina di cui al decreto legislativo 17 marzo 1995, n. 158, e successive modificazioni.

Art. 26. Modificazioni all’articolo 3, comma 29, della legge 28 dicembre 1995, n.  549, recante misure di razionalizzazione della finanza pubblica

1. All’articolo 3, comma 29, primo periodo, della legge 28 dicembre 1995, n. 549, le parole: «in misura non inferiore a lire 2 e non superiore a lire 20 per i rifiuti dei settori minerario, estrattivo, edilizio, lapideo e metallurgico; in misura non inferiore a lire 10 e non superiore a lire 20 per gli altri rifiuti speciali; in misura non inferiore a lire 20 e non superiore a lire 50 per i restanti tipi di rifiuti» sono sostituite dalle seguenti: «in misura non inferiore ad euro 0,001 e non superiore ad euro 0,01 per i rifiuti ammissibili al conferimento in discarica per i rifiuti inerti ai sensi dell’articolo 2 del decreto del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio 13 marzo 2003, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 67 del 21 marzo 2003; in misura non inferiore ad euro 0,00517 e non superiore ad euro 0,02582 per i rifiuti ammissibili al conferimento in discarica per rifiuti non pericolosi e pericolosi ai sensi degli articoli 3 e 4 del medesimo decreto».

Art. 27. Procedura per il recupero degli aiuti di Stato dichiarati illegittimi dalla decisione 2003/193/CE della Commissione, del 5 giugno 2002

1. In attesa della definizione dei ricorsi promossi innanzi alla Corte di giustizia delle Comunità europee, il recupero degli importi delle imposte non corrisposte in conseguenza del regime di esenzione fiscale reso disponibile, per effetto degli articoli 3, comma 70, della legge 28 dicembre 1995, n. 549, e 66, comma 14, del decreto-legge 30 agosto 1993, n. 331, convertito, con modificazioni, dalla legge 29 ottobre 1993, n. 427, in favore delle società per azioni a partecipazione pubblica maggioritaria, esercenti servizi pubblici locali
costituite ai sensi della legge 8 giugno 1990, n. 142, si effettua secondo le disposizioni del presente articolo, in attuazione della decisione 2003/193/CE della Commissione, del 5 giugno 2002.

2. Il recupero delle minori imposte corrisposte è eseguito, fatto salvo quanto stabilito dalle presenti disposizioni, secondo i princìpi e le ordinarie procedure di accertamento e riscossione dei tributi. Entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, gli enti locali individuano i beneficiari del regime di esenzione di cui al comma 1 e ne comunicano gli estremi alle Direzioni regionali dell’Agenzia delle entrate territorialmente competenti in funzione dei relativi domicili fiscali.

3. Entro il termine di cui al comma 2, i beneficiari di cui al medesimo comma, indipendentemente dalla comunicazione ivi prevista, presentano alle Direzioni regionali dell’Agenzia delle entrate territorialmente competenti una dichiarazione dei redditi dei periodi d’imposta nei quali il regime di esenzione è stato fruito, con l’autoliquidazione delle imposte dovute. Il modello è presentato anche in caso di autoliquidazione negativa.

4. Il recupero non si applica nelle ipotesi in cui i singoli casi rientrano nella categoria de minimis e in quelle nelle quali, per ragioni attinenti al caso specifico, le esenzioni non rientrano nell’ambito di applicazione della decisione della Commissione di cui al comma 1.

5. L’Agenzia delle entrate provvede, in deroga alle disposizioni di cui all’articolo 3, comma 3, della legge 27 luglio 2000, n. 212, e all’articolo 43 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, in materia di termini per l’effettuazione degli accertamenti, entro e non oltre sei mesi successivi al termine di cui al comma 2, alla notifica di avvisi di accertamento contenenti la determinazione delle imposte corrispondenti all’aiuto vietato, e dei relativi interessi secondo quanto disposto dall’articolo 3, terzo comma, della decisione di cui al comma 1. La motivazione, oltre agli elementi previsti dalla legge, si basa sulle operazioni compiute ai sensi del comma 2 e deve indicare le ragioni per le quali la decisione è applicabile nei confronti del destinatario. Non si fa luogo, in ogni caso, all’applicazione di sanzioni per violazioni di natura tributaria comunque connesse alle procedure disciplinate dalle presenti disposizioni. Le imposte dovute sono riscosse secondo le ordinarie procedure, anche mediante compensazione senza limitazioni quantitative. È fatta in ogni caso salva la restituzione, anche mediante compensazione, delle imposte corrisposte ai sensi delle presenti disposizioni in ogni caso di annullamento, perdita di efficacia o inapplicabilità della decisione della Commissione di cui al comma 1.

6. Con provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle entrate sono stabilite le modalità applicative delle presenti disposizioni. Con decreto del Ministro dell’interno, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze e con il Ministro per le politiche comunitarie, sono stabilite le linee guida per una corretta valutazione dei casi di non applicazione delle norme di cui al comma 4.

7. Le maggiori entrate derivanti dalle presenti disposizioni affluiscono in apposita contabilità speciale intestata al Ministero dell’economia e delle finanze-Dipartimento per le politiche fiscali. Il conto speciale è impignorabile.

8. In attuazione della decisione della Commissione di cui al comma 1, sono definite ai commi successivi le modalità per il recupero delle somme relative a prestiti a tassi agevolati concessi dalla Cassa depositi e prestiti Spa, ai sensi dell’articolo 9-bis del decreto-legge 1º luglio 1986, n. 318, convertito, con modificazioni, dalla legge 9 agosto 1986, n. 488, alle società per azioni a prevalente capitale pubblico, istituite ai sensi della legge 8 giugno 1990, n. 142.

9. Il recupero è effettuato dal Ministero dell’economia e delle finanze.

10. Le società per azioni a prevalente capitale pubblico che hanno ottenuto la concessione di mutui dalla Cassa depositi e prestiti Spa a decorrere dal 1º gennaio 1994 e fino al 31 dicembre 1998, o quelle attualmente titolari, a seguito di trasformazioni, di fusioni o di altre operazioni, dei finanziamenti indicati, sono tenute, entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, a comunicare al Ministero dell’economia e delle finanze il numero identificativo dei mutui ottenuti. Il Ministero dell’economia e delle finanze, avvalendosi della Cassa depositi e prestiti Spa, ridetermina i piani di ammortamento di ciascun mutuo in base ai tassi di interesse indicati dalla Commissione e quantifica i benefici goduti in relazione a ciascuno di essi, risultanti dalla differenza tra il tasso applicato per ciascuna operazione di prestito e il tasso di riferimento indicato dalla Commissione.

11. Il Ministero dell’economia e delle finanze provvede, entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, ad eccezione delle fattispecie rientranti nella categoria de minimis e degli ulteriori casi che per ragioni attinenti al caso specifico non rientrano nell’ambito di applicazione della decisione della Commissione di cui al comma 1, a richiedere espressamente il pagamento delle somme equivalenti ai benefici goduti nei riguardi delle società di cui al comma 10, calcolate a far data dalla prima rata di ammortamento e fino all’ultima rata scaduta prima della richiesta di pagamento, maggiorate degli interessi calcolati sulla base del tasso di riferimento utilizzato per il calcolo dell’equivalente sovvenzione nell’ambito degli aiuti a finalità regionale. Contestualmente, il Ministero dell’economia e delle finanze invia alle società di cui al comma 10 il nuovo piano di ammortamento per ciascun mutuo, che sarà vincolante, per le stesse, a partire dalla prima rata immediatamente successiva alla richiesta di pagamento. Il pagamento deve essere effettuato entro trenta giorni dalla richiesta e versato su apposita contabilità speciale intestata al Ministero dell’economia e delle finanze-Dipartimento del tesoro. Il conto speciale è impignorabile. Con decreto del Ministro dell’interno, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze e con il Ministro per le politiche comunitarie, sono stabilite le linee guida per una corretta valutazione delle eccezioni ed esenzioni dall’applicazione delle presenti disposizioni.

12. In caso di mancato versamento nei termini stabiliti è dovuta, oltre agli interessi di cui al comma 11, una sanzione pari allo 0,5 per cento per semestre o sua frazione, calcolata sulle somme dovute.

13. Le società interessate possono chiedere, prima della scadenza del termine per il pagamento, al Ministero dell’economia e delle finanze – Dipartimento del tesoro, Direzione VI, la rateizzazione in non più di ventiquattro mesi delle somme dovute, maggiorate degli interessi al saggio legale. Salvo rifiuto motivato, la rateizzazione si intende accordata.

14. Il Ministero dell’economia e delle finanze-Dipartimento del tesoro, in caso di mancato o incompleto versamento, provvede, anche avvalendosi dell’Agenzia delle entrate, alla riscossione coattiva degli importi dovuti ai sensi dell’articolo 17, comma 1, del decreto legislativo 26 febbraio 1999, n. 46.

15. Alle società che omettono di effettuare la comunicazione di cui al comma 10, in aggiunta agli interessi di cui al comma 11, è applicata una sanzione pari al 30 per cento delle somme dovute.

16. È fatta in ogni caso salva la restituzione, anche mediante compensazione, delle somme corrisposte ai sensi del comma 11 in ogni caso di annullamento, perdita di efficacia o inapplicabilità della decisione della Commissione di cui al comma 1.

Art. 28. (abrogato dall’articolo 6, comma 3, legge n. 168 del 2005)

Art. 29. Modifiche al decreto legislativo 19 settembre 1994, n. 626, in materia di sicurezza dei lavoratori, in esecuzione della sentenza della Corte di giustizia delle Comunità europee del 10 aprile 2003, nella causa C-65/01

1. All’articolo 36 del decreto legislativo 19 settembre 1994, n. 626, sono aggiunti, in fine, i seguenti commi:
«8-quinquies. Il datore di lavoro adegua ai requisiti di cui al paragrafo 2-bis dell’allegato XV le attrezzature di lavoro già messe a disposizione dei lavoratori alla data del 31 dicembre 1996 e non soggette a norme nazionali di attuazione di direttive comunitarie concernenti requisiti di sicurezza di carattere costruttivo.
8-sexies. Fino a quando non siano completati gli adeguamenti richiesti per dare attuazione alle disposizioni del comma 8-quinquies, il datore di lavoro adotta misure alternative che garantiscano un livello di sicurezza equivalente.
8-septies. Le modifiche apportate alle macchine definite all’articolo 1, comma 2, del regolamento di cui al d.P.R. 24 luglio 1996, n. 459, a seguito dell’applicazione delle disposizioni del comma 8-quinquies, non configurano immissione sul mercato ai sensi dell’articolo 1, comma 3, secondo periodo, del predetto regolamento
».

2. All’allegato XV del decreto legislativo 19 settembre 1994, n. 626, dopo il paragrafo 2 è aggiunto il seguente:
«2-bis. Ulteriori prescrizioni minime di carattere generale per le attrezzature di lavoro.
2-bis.1 La persona esposta deve avere il tempo e/o i mezzi di sottrarsi rapidamente ad eventuali rischi causati dalla messa in moto e/o dall’arresto dell’attrezzatura di lavoro.
2-bis.2 La rimessa in moto di un’attrezzatura dopo un arresto, indipendentemente dalla sua origine, e il comando di una modifica rilevante delle condizioni di funzionamento di un’attrezzatura (velocità, pressione, eccetera) devono poter essere effettuati soltanto mediante un’azione volontaria su un organo di comando concepito a tale fine, salvo che la rimessa in moto o la modifica rilevante delle condizioni di funzionamento dell’attrezzatura non presenti alcun pericolo per il lavoratore esposto.
2-bis.3 L’ordine di arresto dell’attrezzatura di lavoro deve essere prioritario rispetto agli ordini di messa in moto. Ottenuto l’arresto dell’attrezzatura di lavoro, o dei suoi elementi pericolosi, l’alimentazione degli azionatori deve essere interrotta.
2-bis.4 Se gli elementi mobili di un’attrezzatura di lavoro presentano rischi di contatto meccanico che possono causare incidenti, essi devono essere dotati di protezioni o di sistemi protettivi che:

a) devono essere di costruzione robusta;
b) non devono provocare rischi supplementari;
c) non devono essere facilmente elusi o resi inefficaci;
d) devono essere situati ad una sufficiente distanza dalla zona pericolosa;
e) non devono limitare più del necessario l’osservazione del ciclo di lavoro
».

3. Il datore di lavoro adegua le attrezzature ai sensi del comma 8-quinquies dell’articolo 36 del decreto legislativo 19 settembre 1994, n. 626, introdotto dal comma 1 del presente articolo, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge.

4. All’attuazione del presente articolo si provvede a carico del fondo di rotazione di cui all’articolo 5 della legge 16 aprile 1987, n. 183, nei limiti delle risorse indicate all’articolo 2, comma 1, lettera d), della presente legge.

Art. 29-bis. Attuazione della direttiva 2003/41/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 3 giugno 2003, relativa alle attività e alla supervisione degli enti pensionistici aziendali o professionali
(articolo introdotto dall’articolo 18 della legge n. 29 del 2006)

1. Il Governo, su proposta del Ministro dell’economia e delle finanze di concerto con il Ministro del lavoro e delle politiche sociali, acquisito il parere della Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, è delegato ad adottare, entro diciotto mesi dalla data di entrata in vigore della presente disposizione, un decreto legislativo recante le norme per il recepimento della direttiva 2003/41/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 3 giugno 2003, relativa alle attività e alla supervisione degli enti pensionistici aziendali o professionali.

2. Entro due anni dalla data di entrata in vigore del decreto legislativo di cui al comma 1, il Governo, nel rispetto dei princìpi e criteri direttivi previsti dal comma 3, e con la procedura stabilita per il decreto legislativo di cui al comma 1, può emanare disposizioni integrative e correttive del medesimo decreto legislativo.

3. L’attuazione della direttiva 2003/41/CE è informata ai princìpi in essa contenuti in merito all’ambito di applicazione della disciplina, alle condizioni per l’esercizio dell’attività e ai compiti di vigilanza, nonché ai seguenti princìpi e criteri direttivi specifici:

a) disciplinare, anche mediante l’attribuzione dei relativi poteri e competenze regolamentari e organizzative alla Commissione di vigilanza sui fondi pensione, di cui all’articolo 16, comma 2, del decreto legislativo 21 aprile 1993, n. 124, i seguenti aspetti:

1) l’integrazione delle attribuzioni di vigilanza, in particolare quelle che prevedono l’adozione delle misure dirette a conseguire la corretta gestione delle forme pensionistiche complementari e ad evitare o sanare eventuali irregolarità che possano ledere gli interessi degli aderenti e dei beneficiari, incluso il potere di inibire o limitare l’attività;
2) l’irrogazione di sanzioni amministrative di carattere pecuniario, da parte della Commissione di vigilanza sui fondi pensione, nel rispetto dei princìpi della legge 24 novembre 1981, n. 689, e successive modificazioni, nonché dei seguenti criteri direttivi: nell’ambito del limite minimo di 500 euro e massimo di 25.000 euro, le suindicate sanzioni sono determinate nella loro entità, tenendo conto della diversa potenzialità lesiva dell’interesse protetto che ciascuna infrazione presenta in astratto, di specifiche qualità personali del colpevole, comprese quelle che impongono particolari doveri di prevenzione, controllo o vigilanza, nonché del vantaggio patrimoniale che l’infrazione può recare al colpevole o alla persona o ente nel cui interesse egli agisce; deve essere sancita la responsabilità degli enti ai quali appartengono i responsabili delle violazioni, per il pagamento delle sanzioni, e regolato il diritto di regresso verso i predetti responsabili;
3) la costituzione e la connessa certificazione di riserve tecniche e di attività supplementari rispetto alle riserve tecniche da parte dei fondi pensione che direttamente coprono rischi biometrici o garantiscono un rendimento degli investimenti o un determinato livello di prestazioni;
4) la separazione giuridica tra il soggetto promotore e le forme pensionistiche complementari con riguardo alle forme interne a enti diversi dalle imprese bancarie e assicurative;
5) l’esclusione dell’applicazione della direttiva 2003/41/CE alle forme pensionistiche complementari che contano congiuntamente meno di cento aderenti in totale, fatta salva l’applicazione dell’articolo 19 della direttiva e delle misure di vigilanza che la Commissione di vigilanza sui fondi pensione ritenga necessarie e opportune nell’esercizio dei suoi poteri. In ogni caso deve prevedersi il diritto di applicare le disposizioni della direttiva su base volontaria, ferme le esclusioni poste dall’articolo 2, paragrafo 2, della stessa direttiva;

b) disciplinare, anche mediante l’attribuzione dei relativi poteri e competenze regolamentari alla Commissione di vigilanza sui fondi pensione, l’esercizio dell’attività transfrontaliera, da parte delle forme pensionistiche complementari aventi sede nel territorio italiano ovvero da parte delle forme pensionistiche complementari ivi operanti, in particolare individuando i poteri di autorizzazione, comunicazione, vigilanza, anche con riguardo alla vigente normativa in materia di diritto del lavoro e della sicurezza sociale, nonché in materia di informazione agli aderenti;
c) disciplinare le forme di collaborazione e lo scambio di informazioni tra la Commissione di vigilanza sui fondi pensione, le altre autorità di vigilanza, il Ministero del lavoro e delle politiche sociali e il Ministero dell’economia e delle finanze, sia nella fase di costituzione che nella fase di esercizio delle forme pensionistiche complementari, regolando, in particolare, il divieto di opposizione reciproca del segreto d’ufficio fra le suddette istituzioni;
d) disciplinare le forme di collaborazione e lo scambio di informazioni fra le istituzioni nazionali, le istituzioni comunitarie e quelle degli altri Paesi membri, al fine di agevolare l’esercizio delle rispettive funzioni.

4. Il Governo, al fine di garantire un corretto ed integrale recepimento della direttiva 2003/41/CE, provvede al coordinamento delle disposizioni di attuazione della delega di cui al comma 1 con le norme previste dall’ordinamento interno, in particolare con le disposizioni del decreto legislativo 21 aprile 1993, n. 124, recante i princìpi fondamentali in materia di forme pensionistiche complementari, eventualmente adattando le norme vigenti in vista del perseguimento delle finalità della direttiva medesima.

5. Dall’attuazione del presente articolo non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica.

6. Si applica la procedura di cui all’articolo 1, comma 3.

Art. 30. Recepimento dell’articolo 5, paragrafo 2, della direttiva 85/337/CEE del Consiglio, del 27 giugno 1985, in materia di valutazione di impatto ambientale
(abrogato dall’articolo 48 del decreto legislativo n. 152 del 2006)

Allegato A – (Articolo 1, commi 1 e 3)

(omissis)

Allegato B – (Articolo 1, commi 1 e 3)

(omissis)

2001/42/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 27 giugno 2001, concernente la valutazione degli effetti di determinati piani e programmi sull’ambiente.

2004/17/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 31 marzo 2004, che coordina le procedure di appalto degli enti erogatori di acqua e di energia, degli enti che forniscono servizi di trasporto e servizi postali.

2004/18/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 31 marzo 2004, relativa al coordinamento delle procedure di aggiudicazione degli appalti pubblici di lavori, di forniture e di servizi.

(omissis)

2004/35/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 21 aprile 2004, sulla responsabilità ambientale in materia di prevenzione e riparazione del danno ambientale.

(omissis)

 

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alcoltest,strade, volume insufficiente, guida stato ebbrezza,accertabile anche su base sinomaticaAVVOCATO PENALISTA BOLOGNA FORLI CESENA RIMINI RAVENNA OMICIDIO COLPOSO AVVOCATO DIFENDE TRIBUNALE APPELLO CASSAZIONE

Circa la definizione della nozione di malattia, nella scienza medica è ormai communis opinio che essa debba intendersi come un processo patologico evolutivo necessariamente accompagnato da una più o meno rilevante compromissione dell’assetto funzionale dell’organismo. Ne consegue che le mere alterazioni anatomiche, inidonee a interferire con il profilo funzionale dell’individuo non sono suscettibili di integrare la nozione di malattia correttamente intesa. La sola alterazione anatomica, difatti, non rappresenta ex se un presupposto indefettibile della malattia, potendosi concretizzare processi patologici del tutto indipendenti dal verificarsi di tali modificazioni. Ne consegue che le alterazioni che siano risultate prive della capacità di incidere sulla normale funzionalità dell’organismo non potranno rivestire il rango di malattia, quale evento naturalistico del reato di cui all’art. 582 c.p. intendersi come un processo patologico evolutivo necessariamente accompagnato da una più o meno rilevante compromissione dell’assetto funzionale dell’organismo. Ne consegue che le mere alterazioni anatomiche, inidonee a interferire con il profilo funzionale dell’individuo non sono suscettibili di integrare la nozione di malattia correttamente intesa. La sola alterazione anatomica, difatti, non rappresenta ex se un presupposto indefettibile della malattia, potendosi concretizzare processi patologici del tutto indipendenti dal verificarsi di tali modificazioni. Ne consegue che le alterazioni che siano risultate prive della capacità di incidere sulla normale funzionalità dell’organismo non potranno rivestire il rango di malattia, quale evento naturalistico del reato di cui all’art. 582 c.p.

Va esclusa la configurabilità sia del reato di cui all’art. 582, c.p. che di quello di violenza privata ex art. 610, c.p., nella condotta del medico, il cui intervento sul paziente abbia avuto buon fine e sia stato condotto in ossequio ai protocolli e alle regole dell’arte, a nulla rilevando in senso contrario la circostanza che il consenso informato del paziente avesse riguardato un intervento differente da quello di fatto effettuato, peraltro con successo. Indagato per reato Bologna avvocato penale

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SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE IV

SENTENZA 16 luglio 2015, n. 30989

Ritenuto in fatto

Con sentenza dei 27/11/2013 la Corte di Appello di Napoli confermava la condanna di M.C. per il delitto di omicidio colposo in danno di F.A.. Veniva anche confermata la pena di anni uno di reclusione e la condanna al risarcimento del danno in favore delle parti civili da liquidare in separato giudizio.

All’imputato era stato addebitato che, alla guida della sua auto Mercedes, percorrendo via Botteghelle di Napoli, impegnando un incrocio a velocità non inferiore ai 100 k/h, era andato a collidere con altra auto (Fiat Punto) che già aveva impegnato l’incrocio, determinando in tal modo la morte della F., conducente dell’altro veicolo (acc. in Napoli il 16/10/2004, ore 23.40).

Avverso la sentenza ha proposto ricorso per cassazione il difensore lamentando la erronea applicazione della legge ed il vizio della motivazione, laddove la corte di merito, così come il giudice di primo grado, a fronte della rilevazione di una velocità elevata dell’auto dell’imputato, desunta presuntivamente da indici probatori dubbi ed incerti, non aveva preso in considerazione che l’efficacia causale dell’evento era da ricondurre alla esclusiva responsabilità della vittima, la quale non aveva rispettato il segnale di stop e non aveva allacciato la cintura di sicurezza.

Considerato in diritto

CIRCONVENZIONE DI INCAPACE-REATO-ELEMENTI –AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA 

II ricorso è infondato.

Va premesso che la Corte di merito, conformemente al giudice di primo grado, ha ritenuto che la responsabilità dell’imputato emergesse dalle seguenti circostanze – L’incidente era avvenuto in una strada gravata da un limite di velocità di 30 k/h; – L’auto della vittima proveniva da sinistra rispetto al veicolo dell’imputato e la strada percorsa dalla F. era gravata da segnale di ‘stop’;

– Lo scontro era avvenuto al centro della carreggiata;

– La velocità dell’auto del M., al momento del fatto, era elevatissima, come si desumeva dai rilevanti danni ai veicoli; dalle deposizioni dei verbalizzanti, esperti della materia; dalla circostanza che al momento dello scontro il veicolo del M. aveva fatto un testa-coda; dalla circostanza che il corpo della vittima era stato sbalzato fuori dall’abitacolo;

– smentita era la testi difensiva della velocità moderata, infatti, contrariamente alle deduzioni del M., l’auto Mercedes non era stata trovata con la terza marcia innestata, ma a ‘folle’. Sulla base di tali considerazione la corte distrettuale confermava la condanna. Le censure mosse dalla difesa alla sentenza sul punto della ricostruzione dell’incidente, esprimono solo un dissenso rispetto alla ricostruzione del fatto (operata in modo conforme dal giudice di primo e secondo grado) ed invitano ad una rilettura nel merito della vicenda, non consentita nel giudizio di legittimità, a fronte di una motivazione della sentenza impugnata che regge al sindacato di legittimità, non apprezzandosi nelle argomentazioni proposte quei profili di macroscopica illogicità, che soli, potrebbero qui avere rilievo.

Ciò premesso quanto alla ricostruzione dei sinistro, va ricordato che l’art. 141 del C.d.S., nel regolare la velocità di circolazione degli autoveicoli, stabilisce tra l’altro che il conducente deve sempre conservare il controllo del proprio veicolo ed essere in grado di compiere tutte le manovre necessarie in condizione di sicurezza, specialmente l’arresto tempestivo dinanzi a qualsiasi ostacolo prevedibile; inoltre deve regolare la velocità in prossimità delle intersezioni. Nell’interpretare la disposizione, questa Corte di legittimità ha avuto modo di precisare ulteriormente che, il conducente favorito dal diritto di precedenza deve comunque, in prossimità di un incrocio, moderare la velocità, per essere in grado di affrontare qualsiasi evenienza, compresa quella che non gli venga accordata la precedenza spettantegli (cfr. Cass. Sez. 4, Sentenza n. 1826 del 23/11/1990 Ud. (dep. 08/02/1991), Rv. 186307; Cass. Sez. 4, Sentenza n. 9615 del 19/03/1991 Ud. (dep. 14/09/1991), Rv. 188213). Inoltre, che il conducente favorito dal diritto di precedenza deve comunque non abusarne, non trattandosi di un diritto assoluto e tale da consentire una condotta di guida negligente e pericolosa per gli altri utenti della strada, anche se eventualmente in colpa (Cass. Sez. 4, Sentenza n. 12789 del 18/10/2000 Ud. (dep. 07/12/2000), Rv. 218473).

Nel caso di specie la Corte di merito, con coerente e logica motivazione, ha evidenziato che l’imputato è sopraggiunto all’intersezione a velocità notevolmente superiore a quella consentita ed in ogni caso non adeguata a prevenire lo scontro con un veicolo che aveva già ampiamente impegnato l’incrocio, sebbene senza rispettare lo stop, determinando pertanto l’incidente con la sua condotta.

Né vale ad escludere la colposa causalità della condotta del M. la circostanza che la vittima non abbia rispettato l’obbligo di dare la precedenza, ciò in quanto è patrimonio di comune esperienza che nella circolazione stradale non può farsi affidamento sulla assoluta diligenza e rispetto delle regole degli utenti della strada, per cui la violazione dell’obbligo di precedenza non è un evento imprevedibile ed impone quindi, al conducente favorito ad un incrocio di moderare la velocità ed ispezionare la strada per evitare sinistri (cfr. Cass. Sez. 4, Sentenza n. 12361 dei 07/02/2008 Ud. (dep. 20/03/2008), Rv. 239258; Cass. Sez. 4, Sentenza n. 15561 dei 17/10/1990 Ud. (dep. 23/11/1990), Rv. 185856; Cass. Sez. 4, Sentenza n. 9420 dei 21/06/1988 Ud. (dep. 23/09/1988), Rv. 179227). Pertanto nessuna violazione di legge e difetto di motivazione è dato riscontrare laddove la Corte di merito, nell’affermare la responsabilità dell’imputato, ha rilevato da parte sua la violazione di ordinarie regole di diligenza e prudenza (colpa generica), nonchè di specifiche disposizioni del C.d.S. (colpa specifica), e che tale condotta colposa (causalmente efficiente) è stata posta in essere a fronte di un evento prevedibile ed evitabile, se solo fosse stato rispettato il limite di velocità di 30 k/h.

Quanto alla circostanza che la vittima non allacciasse la cintura di sicurezza, va anche in tal caso rammentata la giurisprudenza di questa Corte, secondo cui in tema di omicidio colposo conseguente a sinistro stradale, il mancato uso, da parte della vittima, della cintura di sicurezza non vale di per sé ad escludere il nesso di causalità tra la condotta del conducente di un’autovettura che, violando ogni regola di prudenza e la specifica norma del rispetto dei limiti di velocità, abbia reso inevitabile l’impatto con altra autovettura sulla quale viaggiava la vittima, e l’evento, non potendo considerarsi abnorme né del tutto imprevedibile il mancato uso delle cinture di sicurezza, il quale può, tuttavia, riflettersi sulla quantificazione della pena e sull’ammontare risarcitorio (Cass. Sez. 4, Sentenza n. 42492 del 03/10/2012 Ud. (dep. 31/10/2012), Rv. 253737).

Valutata pertanto la infondatezza delle censure, il ricorso deve essere rigettato. Segue, a norma dell’articolo 616 c.p.p., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del procedimento

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

 

AVVOCATO MALASANITÀ' BOLOGNA

STUDIO LEGALE PENALE BOLOGNA- AVVOCATO DIRITTO PENALE IMPRESA BOLOGNA – MILANO – TORINO-

 

CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. IV PENALE , SENTENZA 7 luglio 2016, n.28246 – Pres. Blaiotta – est. Cenci

Ritenuto in fatto

  1. La Corte di appello di Milano ha integralmente confermato la sentenza del Tribunale di Lodi di condanna di R.M.M. per il reato di omicidio colposo di F.D. , fatto commesso con violazione delle norme sulla circolazione stradale, il (omissis) , decesso avvenuto il (omissis).
  2. Avverso la decisione della Corte di appello ha presentato tempestivo ricorso per cassazione il difensore dell’imputata.

La sentenza, ad avviso del ricorrente, sarebbe viziata per inosservanza o erronea applicazione dell’art. 41, comma 2, cod. pen., anche in relazione alla dedotta manifesta illogicità del contenuto della consulenza tecnica posta a base della sentenza impugnata.

Non si contesta nel ricorso il fatto che, a seguito di sinistro stradale del (omissis) , ascrivibile a colpa dell’imputata, il signor F.D. abbia riportato una frattura della testa omerale (così alla p. 2 del ricorso): si contesta invece che il successivo decesso dell’investito, intervenuto a causa di una trombo embolia polmonare massiva dopo un intervento chirurgico eseguito per sostituire la testa omerale con una protesi, sia causalmente riconducibile alla condotta colpevole di guida della signora R.M.M. . Premesso che i giudici di merito sarebbero pervenuti all’affermazione di responsabilità esclusivamente sulla base della relazione medica del consulente tecnico del P.M., che ha escluso qualsiasi responsabilità medica nello sviluppo del fenomeno trombo-embolico non rinvenendo alcun profilo di colpa del sanitari, evidenziato che al momento del ricovero, subito dopo l’incidente stradale, gli stessi sanitari avevano categoricamente escluso ogni pericolo di vita del paziente, si assume che la morte dell’investito sarebbe intervenuta come complicanza del tutto eccezionale dell’intervento chirurgico posto in essere dai sanitari di (…), con conseguente necessità di applicazione della disciplina posta dall’art. 41, comma 2, cod. pen. in tema di interruzione del nesso causale (pp. 2-3 del ricorso): si richiama, al riguardo, uno specifico passaggio (p. 14, ultimo alinea) della relazione scritta del 2 gennaio 2009 del consulente tecnico del P.M..

Si chiede, in conclusione, l’annullamento della sentenza impugnata.

Considerato in diritto

  1. I motivi di ricorso non meritano accoglimento, siccome infondati.

1.1. Premesso che è incontroverso, come ammesso pacificamente da R.M.M. e come risultante dalle sentenze di merito, che vi fu, per distrazione dell’imputata mentre era alla guida di un’autovettura, l’investimento, peraltro avvenuto sulle strisce pedonali, del passante F.D. , che, in conseguenza, riportò vari traumi, tra i quali la frattura da scoppio della testa omerale sinistra, nel ricorso, a ben vedere, si sottopone alla Corte, anzitutto, una questione relativa ad una valutazione di puro fatto – se cioè sia ravvisabile o meno nel caso di specie una colpa dei sanitari che sottoposero il paziente all’intervento chirurgico per la sostituzione protesica della testa omerale – e che è stata in entrambi i gradi di merito già affrontata e risolta nel senso dell’assenza di profili di colpa dei medici, con motivazione che appare congrua ed immune da vizi logici.

In particolare, la validità dell’argomento sviluppato nel ricorso, secondo il quale “l’evento morte provocato dalla trombo-embolia massiva contratta dall’infortunato durante il ricovero in ospedale per la cura degli esiti di una frattura della testa omerale, è stata una complicanza talmente eccezionale delle modeste lesioni subite in conseguenza dell’incidente da non poter mai e poi mai costituire fattore causale preesistente” (così p. 4 del ricorso) risulta esclusa, sempre in punto di fatto, dagli accertamenti istruttori, il cui sviluppo appare congrui, riferiti dai giudici di merito.

In particolare, nella sentenza di secondo grado (alla p. 4), si pone in luce che “come si legge nella citata consulenza, da un lato, dall’esame della notizie riportate in cartella clinica non erano emersi nella parte lesa altri processi patologici preesistenti all’evento traumatico e/o successivamente insorti, ma comunque da esso causalmente svincolati, idonei e sufficienti a causare il decesso dell’investito e, dall’altro, del tutto corretta era la scelta terapeutica per la cura della lesione scheletrica dell’arto superiore destro, avuto riguardo alla estrema gravità della frattura della testa omerale, che non avrebbe consentito un trattamento conservativo a garanzia di un quantomeno sufficiente recupero funzionale”. Conformi le valutazioni svolte a riguardo nella motivazione della sentenza di primo grado (alle pp. 5-6).

1.2. Quanto, poi, alla questione di diritto sottesa al ragionamento svolto nel ricorso, si evidenzia che, secondo pacifica giurisprudenza di legittimità, dalla quale non vi è ragione per discostarsi, nel caso di incidente stradale causativo di lesioni, anche l’ipotetica negligenza o imperizia dei medici (di cui non vi è peraltro traccia nel presente processo), persino ove di elevata gravità, non sarebbe comunque idonea ad elidere il nesso causale tra la condotta e l’evento morte, in quanto l’intervento dei sanitari costituisce, rispetto al soggetto leso, un fatto tipico e prevedibile, anche nei potenziali errori di cura, mentre ai fini della esclusione del nesso di causalità occorre un errore sanitario del tutto eccezionale e da solo determinante l’evento letale (cfr., ex plurimis, Sez. 4, n. 41293 del 04/10/2007, Taborelli, Rv. 237838: “L’eventuale errore dei sanitari nella prestazione delle cure alla vittima di un incidente stradale non può ritenersi causa autonoma ed indipendente, tale da interrompere il nesso causale tra il comportamento di colui che ha causato l’incidente e la successiva morte del ferito. (Fattispecie in cui la Corte ha escluso l’interruzione del nesso di causalità rilevando che l’errore medico non costituisce un accadimento al di fuori di ogni immaginazione, a maggior ragione nel caso in cui l’aggravamento della situazione clinica del ferito e la necessità di interventi chirurgici complessi risultino preventivabili in ragione della gravità delle lesioni determinate dall’incidente stradale”).

1.3. Il delicato tema del rischio sanitario è stato oggetto di importanti precisazioni in recente pronunzia della S.C. (Sez. 4, n. 33329 del 05/05/2015, Sorrentino e altri, Rv. 264365), che, per la rilevanza che le stesse possono assumere nel caso in esame, appare il caso di richiamare testualmente nei più significativi passaggi argomentativi:

ebbene, la questione del rischio sanitario “(…) richiede di porre alcune enunciazioni di principio, aderenti a quelle recentemente proposte dalle Sezioni unite di questa Corte (Sez. Un 24 aprile 2014, Espenhahn, Rv. 261103).

A proposito dell’art. 41 cpv. c.p., e della cosiddetta interruzione del nesso causale, evocando la precedente giurisprudenza, si è posto in luce che il garante è il gestore di un rischio; e che il termine garante viene ampiamente utilizzato nella prassi anche in situazioni nelle quali si è in presenza di causalità commissiva e non omissiva; ed ha assunto un significato più ampio di quello originario, di cui occorre acquisire consapevolezza, traendo argomento proprio dalla norma richiamata.

Si è considerato che la necessità di limitare l’eccessiva ed indiscriminata ampiezza dell’imputazione oggettiva generata dal condizionalismo è alla base di classiche elaborazioni teoriche: la causalità adeguata, la causa efficiente, la causalità umana, la teoria del rischio. Tale istanza si rinviene altresì nel controverso art. 41 cpv. c.p.. L’esigenza cui tali teorie tentano di corrispondere è quella di limitare, separare le sfere di responsabilità, in modo che il diritto penale possa realizzare la sua vocazione ad esprimere un ben ponderato giudizio sulla paternità dell’evento illecito.

La centralità dell’idea di rischio è emersa con insistenza particolarmente nel contesto della sicurezza del lavoro… in cui, in maniera particolare, esistono diverse aree di rischio e, parallelamente, distinte sfere di responsabilità che quel rischio sono chiamate a governare… Le Sezioni unite Li hanno posto l’enunciazione che un comportamento è “interruttivo” (per restare al lessico tradizionale) non perché “eccezionale” ma perché eccentrico rispetto al rischio che il garante è chiamato a governare. Tale eccentricità renderà magari in qualche caso (ma non necessariamente) statisticamente eccezionale il comportamento ma ciò è una conseguenza accidentale e non costituisce la reale ragione dell’esclusione dell’imputazione oggettiva dell’evento. A ciò va aggiunta solo una chiosa di portata generale: l’effetto interruttivo può essere dovuto a qualunque circostanza che introduca un rischio nuovo o comunque radicalmente esorbitante rispetto a quelli che il garante è chiamato a governare.

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1.IL CONCORSO DELL’ESTRANEO NELLA BANCAROTTAFRAUDOLENTA

(…) Il tema di cui si discute è stato ripetutamente esaminato da questa Corte con riferimento al rischio terapeutico. Si può dire che l’ambito che ha determinato le maggiori discussioni sulla portata dell’art. 41 cpv., è sicuramente quello in cui l’attività di cura interagisce con gli effetti determinati dalla precedente condotta illecita, aggravandoli.

La Suprema Corte ha ripetutamente escluso che, nel caso di lesioni personali seguite da decesso della vittima dell’azione delittuosa, l’eventuale negligenza o imperizia dei medici possa elidere il nesso di causalità tra la condotta lesiva dell’agente e l’evento morte. La colpa dei medici, infatti, anche se grave, non può ritenersi causa autonoma ed indipendente rispetto al comportamento dell’agente che, provocando il fatto lesivo, ha reso necessario l’intervento dei sanitari. Infatti la negligenza o imperizia dei medici non costituisce di per sé un fatto imprevedibile, eccezionale, atipico rispetto alla serie causale precedente di cui costituisce uno sviluppo evolutivo normale anche se non immancabile (ad es. Sez. I, 9 ottobre 1995, La Paglia; Sez. I, 19 gennaio 1998, Van Custem; Sez. IV, 10 marzo 1983, Di Martino). In tale approccio l’eccezionalità viene colta in modo categoriale, astratto: per definizione essa non si configura, indipendentemente dalle contingenze del caso concreto.

(…) il nesso causale è stato escluso in un caso che presenta significative affinità con quello in esame (Sez. V, 27 gennaio 1976, Nidini, in C. E.D. Cass. n. 133819). Si era in presenza di un errore macroscopico del sanitario: una persona che viaggiava a bordo di un’auto subiva lesioni non molti gravi (frattura del femore e stato commotivo) a seguito di un incidente stradale nel quale si evidenziava la colpa del conducente; ricoverata in ospedale veniva sottoposta ad intervento chirurgico di osteosintesi gravato da errori di esecuzione (applicazione al femore fratturato di viti che, per la loro eccessiva lunghezza determinavano emorragie, infezione e cancrena); tale situazione determinava la necessità di tre emotrasfusioni; nell’esecuzione di tali trasfusioni il medico errava nell’individuazione del gruppo sanguigno con esito letale. La Corte ha ritenuto che tale finale condotta erronea, pur inserendosi nella serie causale dipendente dalla condotta dell’automobilista che provocò l’incidente, agì “per esclusiva forza propria” ed interruppe il nesso di condizionamento. Rispetto all’evento morte l’originaria condotta colposa dell’automobilista, pur costituendo un antecedente necessario per l’efficacia delle cause sopravvenute, assume non il ruolo di fattore causale ma di semplice occasione. Si tratta di una decisione senza dubbio condivisibile, visto che da un lato si è in presenza di un rischio non particolarmente grave, innescato dall’incidente; dall’altro si evidenzia non solo un errore di esecuzione dell’intervento di osteosintesi, ma anche e soprattutto di un errore gravissimo costituito dall’erronea individuazione del gruppo sanguigno, originatosi in una situazione in cui non si provvedeva alla cura della frattura ma si tentava di rimediare agli errori commessi dal chirurgo.

Una soluzione corretta, dunque, nella quale – tuttavia – piuttosto che la generica evocazione della occasionante della condotta colposa del conducente del veicolo, appare assai più persuasiva e razionale la considerazione dell’incongruenza e dell’incommensurabilità tra l’originario rischio attivato dall’incidente automobilistico e quello realizzatosi a causa del gravissimo errore consistito nella fallace individuazione del gruppo sanguigno.

(…) conclusivamente, la teoria del rischio evocata dalle Sezioni unite offre strumenti di analisi e ponderazione meno vaghi e più penetranti rispetto a quelli offerti dalla tradizione: in breve, l’individuazione del rischio quale chiave di volta per la lettura degli intrecci causali; l’intervento di fattori la cui concausalità è determinante e di significato tale da assorbire la spiegazione giuridica esclusiva dell’evento; la congruenza tra i rischi. Il fatto illecito altrui non esclude in radice l’imputazione dell’evento al primo agente, che avrà luogo fino a quando l’intervento del terzo, in relazione all’intero concreto decorso causale dalla condotta iniziale all’evento, non abbia soppiantato il rischio originario. L’imputazione non sarà invece esclusa quando l’evento risultante dal fatto del terzo possa dirsi realizzazione sinergica anche del rischio creato dal primo agente.

Consulenza Studio Legale BolognaTale approccio è utile anche quando la condotta illecita ha già prodotto conseguenze lesive, ma esse vengono portate ad esiti ulteriori e più gravi da condizioni sopravvenute, che possono essere costituite da comportamenti umani o da fatti naturali. Si tratta dell’ambito efficacemente tratteggiato dai casi di scuola della vittima di un attentato che muore durante il trasporto in ospedale a causa di un incidente stradale, o di un incendio sviluppatosi nell’ospedale (…).

L’approccio fondato sulla comparazione dei rischi consente di escludere l’imputazione al primo agente quando le lesioni originarie non avevano creato un pericolo per la vita, ma l’errore del medico attiva un decorso mortale che si innesta sulle lesioni di base e le conduce a processi nuovi e letali: viene creato un pericolo inesistente che si realizza nell’evento. Discorso analogo può esser fatto quando la condotta colposa del medico interviene dopo che il pericolo originario era stato debellato da precedenti cure: anche qui viene prodotto un rischio mortale nuovo.

La teoria del rischio spiega bene l’esclusione dell’imputazione del fatto nel caso dell’emotrasfusione sbagliata: vi è una tragica incommensurabilità tra la situazione non grave di pericolo determinata dall’incidente, che aveva comportato la rottura del femore, e l’esito mortale determinato dal macroscopico errore nell’individuazione del gruppo sanguigno”.

Ebbene, facendo applicazione della teoria del rischio nel caso di specie si giunge ad escludere qualsiasi interruzione del nesso causale da parte dei sanitari che ebbero in cura F.D. ed il cui intervento, in relazione al concreto decorso causale dalla condotta iniziale colposa dell’investitrice imputata all’evento-morte, stando a quanto accertato dai giudici di merito, che hanno adottato al riguardo motivazione congrua ed immune da vizi logici, non ha, a ben vedere, mai soppiantato il rischio originario e non ha assorbito la spiegazione giuridica esclusiva dell’evento: in particolare, hanno accertato i giudici di merito che l’intervento chirurgico al quale è stato sottoposto F.D. al fine di porre rimedio alle lesioni causate dall’investimento automobilistico da parte di R.M.M. – intervento la cui corretta effettuazione non è nemmeno posta in dubbio nel ricorso – era, nella concreta situazione che emergeva, necessario.

  1. Dalle considerazioni che precedono discende il rigetto del ricorso, con conseguente condanna del ricorrente alle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

 

 

CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. I PENALE – SENTENZA 15 aprile 2016, n.15774 – Pres. Cortese – est. Bonito

Ritenuto in fatto e considerato in diritto

  1. Nel corso della mattinata del 6 luglio 2010 all’interno del bagagliaio di una BMW distrutta dalle fiamme veniva rinvenuto il cadavere carbonizzato di una donna identificata in seguito in D.D.R. . Le indagini consentivano di acquisire indizi a carico di M.N. , soggetto pregiudicato e noto alle forze dell’ordine, il quale veniva sottoposto a misura cautelare della custodia in carcere, misura annullata dal Tribunale del riesame e dallo stesso tribunale confetniata, in data 15.3.2011, in seguito all’annullamento della prima ordinanza da parte della Corte di Cassazione. L’imputato, dopo iniziali proteste di innocenza, in data 28 maggio 2011 rendeva dichiarazioni confessorie, riferendo di essersi recato con l’autovettura della D.D. in un bosco dove aveva detto alla vittima di aver occultato il denaro che la stessa aveva prestato a Ma.Lu. , sindaco di (OMISSIS) , di avere, una volta qui giunti, litigato con la D.D. perché in realtà non in possesso della somma che si era impegnato a recuperare, che il litigio era degenerato e che per questo aveva aggredito la donna con un coltello colpendola 4 o 5 volte, che aveva poi trascinato la vittima per caricarla nel bagagliaio, di essersi quindi recato a casa sua, là vicino, per prendere un bidone di benzina con la quale dare fuoco all’automezzo, di aver dato corso al suo intendimento dopo aver spogliato la vittima dei gioielli indossati e dell’orologio. Il prevenuto, ripetutamente interrogato dal P.M. sulla circostanza se la vittima fosse morta quando era andato a prendere il combustibile, rispondeva di non essere in grado di dirlo. Nel corso dell’interrogatorio l’imputato accusava altresì il Ma. di averlo indotto ad eliminare la D.D. per non pagare il suo debito con la stessa e dividersi il denaro e l’oro della vittima.
  2. Sulla base dei fatti in tal guisa ricostruiti, a carico dell’imputato venivano contestati i reati di omicidio aggravato ai sensi dell’art. 577 n. 4 c.p. (capo A), di occultamento di cadavere ai sensi dell’art. 412 c.p. (capo B), di furto dei gioielli sottratti alla vittima ai sensi dell’art. 624 c.p. (capo C), di detenzione illegale di una carabina rinvenuta nel corso della perquisizione della sua abitazione (artt. 2 e 7 l. 895/1967, capo D), di calunnia in danno di Ma.Lu. (art. 368 c.p., capo E) ed all’esito del giudizio di primo grado, svoltosi nelle forme del giudizio abbreviato, il GIP del Tribunale di Biella lo condannava alla pena di trent’anni di reclusione oltre alle sanzioni accessorie previste dalla legge ed alle statuizioni in favore delle pp.cc. costituite.

Il giudice di prime cure, sulla base delle dichiarazioni confessorie dell’imputato, degli accertamenti di P.G. sui luoghi in cui si consumarono i fatti di causa e delle risultanze dell’esame autoptico, giudicate tra loro compatibili, riteneva accertato che la vittima fu colpita violentemente al capo ed al torace con pugni ovvero con un corpo contundente, che al momento in cui venne caricata nel bagagliaio della sua autovettura era ancora viva e che la morte fu cagionata dall’aspirazione del monossido di carbonio provocata dall’incendio dell’autovettura.

Secondo il GUP, pertanto, l’imputato era consapevole, al momento di appiccare il fuoco, che la vittima era ancora viva dappoiché non credibile che il suo corpo non avesse dato segni di vitalità, quali rantoli e difficoltà respiratorie indotte dal copioso sanguinamento rilevato in loco. Rilevanti in tal senso sono state poi valutate dal giudice di prima istanza le dichiarazioni rese dal prevenuto il 28.5.2011, quando ha confessato: ‘non posso dire in coscienza se R. fosse morta, non ho controllato. Non si muoveva più’.

Riteneva infine il GUP provati i reati contestati unitamente all’omicidio, di giustizia la pena come innanzi inflitta, con pena base individuata nell’ergastolo e pene complessive a titolo di continuazione comunque inferiori ad anni cinque di reclusione.

  1. Con l’appello l’imputato chiedeva di qualificare il reato sub a) come violazione degli artt. 83 e 586 c.p. con esclusione della circostanza aggravante della crudeltà, assumeva che l’imputato era certo di aver ucciso la donna con le coltellate quando la ripose nel bagagliaio, sosteneva che comunque non risultava provato il contrario e che l’imputato aveva sempre sostenuto che non intendeva uccidere ma cagionare lesioni, rilevava che la rappresentazione dei fatti deponeva per uno stato della vittima tale da giustificare l’errore dell’imputato sulla intervenuta sua uccisione all’esito dell’aggressione. Di qui le conclusioni difensive secondo cui la condotta antecedente all’incendio dell’autovettura andrebbe inquadrata nello schema del tentato omicidio, in caso contrario non compatibile comunque con la contestazione di cui al capo B). Eccepiva quindi la difesa appellante la improcedibilità dell’azione penale per il reato di furto, in assenza di querela, e si doleva del mancato riconoscimento delle attenuanti generiche.

La Corte di assise di appello di Torino, con sentenza del 12 giugno 2014, in parziale riforma di quella impugnata, dichiarava l’improcedibilità dell’azione penale in relazione al reato di furto (capo C) della rubrica) per difetto di querela e confermava nel resto la decisione di prime cure ulteriormente statuendo sulle spese processuali in favore delle pp.cc..

La corte territoriale richiamava dapprima gli esiti dell’esame autoptico, secondo i quali la vittima, colpita con pugni e con un corpo contundente, era ancora viva al momento in cui venne data alle fiamme l’autovettura nel cui bagagliaio era stata riposta, per poi annotare che tali conclusioni erano in contrasto con la confessione dell’imputato, il quale ha sempre dichiarato di aver colpito la vittima con coltellate plurime, dichiarazioni da ritenersi per i giudici di secondo grado non veritiere perché non trovato il coltello e smentite le stesse dall’esame autoptico che non ha rinvenuto segni di accoltellamento. Di qui ha poi tratto la corte di merito la deduzione che la natura delle lesioni cagionate rende incompatibile l’ipotesi che il M. , a cagione di esse, abbia creduto morta la vittima, circostanza questa comunque posta in dubbio dallo stesso prevenuto, il quale ha sempre affermato di non poter dire che di essa era certo al momento in cui appiccava il fuoco, di guisa che la conclusione da trarre è che l’imputato agì nella seconda fase, quella dell’incendio, per rendere più arduo il ritrovamento del corpo della vittima, l’accertamento dei fatti e di provocarne la morte se non ancora intervenuta nella prima fase. Valorizza poi la corte territoriale il proprio convincimento valorizzando le circostanze che l’imputato fu a lungo a contatto con il corpo della D.D. , trasportata dal posto guida al bagagliaio e qui caricata, e si adoperò per privarla di numerosi monili (vari anelli, collana, orecchini, braccialetto ed orologio), condotte queste che, per il tempo e la natura delle lesioni cagionate, non poterono non rendere palese la vitalità della vittima in quei momenti.

Su tali premesse concludeva la corte ribadendo la correttezza della qualificazione giuridica data alla condotta dell’imputato con la contestazione in atti, ribadendo nel contempo la immeritevolezza delle attenuanti generiche chieste dalla difesa.

  1. Impugna per cassazione la sentenza di secondo grado l’imputato, assistito dal difensore di fiducia, il quale nel suo interesse sviluppa due motivi di ricorso.

4.1 Col primo di essi denuncia la difesa ricorrente violazione di legge sulla qualificazione giuridica dei fatti di reato contestati ai capi A) e B) ed omessa applicazione degli artt. 83 e 586 c.p., in particolare argomentando: la fattispecie in esame coincide con due noti casi dei quali in, precedenza si è occupato il giudice di legittimità, quello giudicato con sentenza del 2 maggio 1988, sez. I, imp. Auriemma e quella di cui alla sentenza 16976 del 18.3.2003, sempre sez. I; nella prima delle citate pronunce la suprema corte ha affermato che se taluno, convinto di aver cagionato la morte di una persona con una precedente condotta dolosa, ne occulti il cadavere e la morte si verifichi come conseguenza dell’azione di occultamento, egli risponderà di tentato omicidio e di omicidio colposo in concorso reale tra di loro, mentre nella seconda, nella quale è stata elaborata la c.d. teoria del ‘dolo colpito a mezza via dall’errore’, la corte di legittimità è pervenuta alle medesime conclusioni sul presupposto, in fatto, di un evento presuntivamente verificatosi e successivamente realizzatosi su tale erroneo presupposto per ulteriori comportamenti ad esso collegati; in altra pronuncia, successiva, la n. 12466 del 2007, ha invece la corte suprema affermato il principio secondo cui, se l’agente è incerto sulla produzione dell’evento letale e le manovre di occultamento sono idonee a cagionare la morte, non ancora sopravvenuta, il decesso successivo va imputato a titolo di dolo alternativo di omicidio; deve pertanto ritenersi che la giurisprudenza di legittimità abbia aderito al principio secondo cui, quando la condotta dell’agente sia consapevolmente diretta ad uccidere, ma l’evento non si verifichi per tale condotta ma per altra, successiva, consumata dallo stesso agente nella convinzione che l’evento morte si sia invece già verificato, l’errore in itinere del dolo comporta che l’omicidio non può essere imputato a tale titolo ma di colpa e la condotta precedente, quella per la quale l’agente ebbe ad erroneamente ritenere di aver raggiunto lo scopo voluto della morte della vittima, a titolo di tentato omicidio in concorso reale con l’ipotesi colposa; la premessa per evidenziare che, in ipotesi siffatte, ai fini di una corretta qualificazione dei fatti di causa, è fondamentale ed imprescindibile valutare l’elemento psicologico del reato; il caso che ci occupa è del tutto analogo a quello giudicato dalla corte di legittimità nel 2003; l’imputato ha confessato di aver colpito la vittima, portata in luogo isolato in un bosco, con un coltello tipo ‘pattada’ e, pensando di averne cagionato la morte, di averne occultato il cadavere, per errore ritenuto tale, nel bagagliaio dell’autovettura dandovi fuoco; le risultanze dell’autopsia confermano la versione dell’imputato e non permettono di affermare con certezza che il M. non si sia accorto della vitalità della D.D. al momento in cui cercò di occultarne il corpo; il M. , rendendo la sua versione confessoria, ha dichiarato che sua intenzione era quella di cagionare lesioni e non già di uccidere, circostanza questa che conferma la mancanza della sua volontà omicida per combustione; il M. , dopo la prima azione violenta, ritenne che la vittima fosse ormai priva di vita, e questa, la vittima, non dava alcun segno evidente di vitalità; come riferito dall’imputato, essa perdeva sangue, non si muoveva più e non vi fu un suo controllo sulla eventuale vitalità della povera donna, che comunque appariva inanimata; a conferma della tesi difensiva concorre l’interrogatorio del 14.6.2011, nel corso del quale l’imputato ha parlato della sua intenzione di sbarazzarsi del cadavere, della sua intenzione di gettare la macchina nel lago e della decisione di appiccarvi invece il fuoco perché il bagagliaio non si chiudeva; da qui le conferme alla ricostruzione difensiva, l’uso della parola ‘cadavere’, il fuoco appiccato non già per uccidere ma per cancellare ogni traccia; la stessa contestazione, inoltre, conferma la tesi difensiva, giacché, se accusato di aver occultato il cadavere, ciò presuppone che l’imputato, per lo stesso P.M., avesse a che fare con un corpo senza vita e non già con una vittima ancora in vita finita con il fuoco appiccato; la versione del M. è coerente con gli accertamenti eseguiti e con lo svolgersi dell’azione delittuosa; il prevenuto lasciò la vittima esanime ed andò a procurarsi la tanica di benzina e questo nella certezza che fosse ormai priva di vita, per poi trasportare il corpo della donna in una zona più appartata del bosco e qui completare l’intento criminale; nella fattispecie concreta giudicata col precedente evocato nei giudizi di merito, Cass. Sez. 1, n. 631 del 7.12.2006, i fatti sono decisivamente diversi da quelli in esame e da quelli di cui alle evocate pronunce del 1988 e del 2003, perché in essa la vittima del pestaggio fu trasportata in braccio verso il luogo ove poi annegò, di guisa che il contatto prolungato col corpo vitale non poteva non comportare la consapevolezza della sua perdurante vitalità e su tale presupposto è stata poi adottata la decisione; la tesi difensiva ha trovato conferma anche in un ulteriore precedente della suprema corte, in sez. 1, 21.2.2007, n. 12466, nella quale si legge una nuova conferma della tesi del dolo colpito a mezza via dall’errore; per essa (tesi) occorre distinguere azioni plurime, frazionate nel tempo anche se immediatamente consecutive l’una all’altra, ma differenziate quanto all’offesa del bene giuridico protetto e quanto alla rispettiva efficacia causale; questo per distinguere il dolo di un delitto rimasto allo stadio del tentativo, per la prima fase della condotta giacché non verificatosi l’evento perseguito, e la colpa per l’evento in concreto poi realizzatosi con una successiva condotta che si pone come immediato e diretto fattore eziologico dell’evento cagionato.

4.2 Col secondo motivo di impugnazione denuncia invece la difesa ricorrente violazione dell’art. 62-bis c.p. sul rilievo che le attenuanti generiche risultano negate per la brutalità della condotta, per i precedenti penali, per il comportamento processuale; in realtà l’imputato ha comunque confessato l’omicidio ed ha fornito agli inquirenti informazioni utili per il recupero dei gioielli sottratti alla vittima e per chiarire adeguatamente la vicenda; in realtà la confessione del 28.5.2011 deve essere vista nel contesto di un quadro per nulla chiarito ed ancora assai incerto, nel cui contesto l’imputato non intendeva accusare terze persone attesa la ricostruzione puntuale dell’accaduto; la gravità del delitto commesso non deve essere di ostacolo alla concessione delle invocate attenuanti e per esse ha il giudice ampia discrezionalità di utilizzare dati, fatti ed argomenti.

  1. Il ricorso è infondato.

5.1 La difesa ricorrente fonda il primo e più importante motivo di doglianza sul rilievo che l’imputato, al momento di appiccare il fuoco all’autovettura di proprietà della vittima nel cui bagagliaio ne aveva caricato il corpo esanime, non era consapevole che la stessa fosse viva, perché convinto di averla uccisa con le pugnalate in precedenza inferte durante il litigio tra loro intervenuto. Su tali presupposti in fatto deduce poi la stessa difesa l’applicabilità alla fattispecie della c.d. tesi del ‘dolo colpito a mezza via dall’errore’, sviluppata da Cass., sez. I, 18.3.2003, n. 16976, rv. 224153, ma già in precedenza affermata da Cass., sez. I, 2.5.1988, n. 10535, rv. 179560, imp. Auriemma, in casi per la difesa analoghi a quello in esame. In essi i giudici di legittimità, come chiarito in ricorso, hanno distinto la fase della condotta finalizzata ad uccidere con l’evento non prodottosi e quella della condotta finalizzata alla soppressione del corpo creduto erroneamente senza vita, viceversa risultata poi causa diretta della morte. In tali casi, rammenta ancora la difesa, concorrerebbero, secondo il superiore insegnamento, il reato di tentato omicidio e quello di omicidio colposo.

La tesi difensiva, come di palese evidenza, assume in fatto presupposti la cui ricorrenza è stata motivatamente esclusa dai giudici di merito.

In primo luogo i giudici territoriali hanno ritenuto, sulla base delle conclusioni dell’esame medico-legale sul quale la difesa dell’imputato non ha svolto censure, che la vittima non fu accoltellata, ma venne colpita con pugni e con un corpo contundente. Per i giudici dell’appello, inoltre, l’imputato era consapevole che la vittima caricata nel bagaglio fosse ancora in vita, giacché, per un verso, la stessa non era stata affatto accoltellata ripetutamente come appena detto e giacché poi, per stessa ammissione del prevenuto, la donna era stata trasportata dal posto guida, dove si trovava, all’altezza del bagagliaio e qui caricata, non prima però di essere stata privata di una collana, di un orologio, di un bracciale e di vari anelli, circostanze queste per le quali, per i giudici di merito, che sul punto esprimono un giudizio in fatto logicamente formulato, non può ragionevolmente sostenersi che l’imputato non si avvide della vitalità del corpo che trasportava a mano e che meticolosamente spogliava di ogni avere. In ipotesi del tutto analoga Cass, sez. I, n. 631 del 07/12/2006 Rv. 236560, ha avuto modo di affermare che è configurabile il dolo omicidiario nella condotta dell’agente che, dopo avere ripetutamente colpito con calci, pugni e un corpo contundente parti vitali del corpo della vittima, la trasporti sino a una spiaggia, per ivi abbandonarla bocconi sulla battigia in condizione di mare mosso che ne determinano l’annegamento. (In motivazione la Corte ha osservato che lo stretto contatto con il corpo della vittima – dopo che questa aveva perso conoscenza in conseguenza delle gravi lesioni subite costituenti concausa dell’evento letale – nella fase del trasporto e del trascinamento sino alla riva del mare aveva consentito all’imputato di percepire estremi segni di perdurante vitalità della vittima, che decedeva per asfissia da annegamento, con la conseguenza che anche quest’ultimo atto doveva ritenersi sorretto da dolo omicidiario, quanto meno nella forma del dolo eventuale). E tornando al caso in esame giova sottolineare che la difesa ricorrente nulla ha obbiettato sull’argomentare in tali sensi della corte territoriale.

Eppertanto, se è accertato che l’imputato colpì la vittima non già con un pugnale ma a mani nude e con un corpo contundente, se l’imputato stesso si rese conto di non aver ucciso la donna ma di averla semplicemente costretta all’impotenza facendole perdere i sensi a cagione delle gravissime lesioni comunque provocatole, se ancora l’imputato appiccò il fuoco mentre la vittima era ancora in vita, non può dubitarsi, da un lato, della legittimità della decisione presa in relazione alla contestazione mossa con l’azione penale, quella di omicidio volontario sostenuto dal dolo diretto e, per altro verso, che non risultano accertate le circostanze di fatto necessarie per sorreggere il sillogismo logico della difesa.

Appare infine opportuno annotare che la evidenziata ricostruzione dei fatti accreditata dai giudici territoriali non ha ricevuto alcuna critica da parte della difesa ricorrente, se non attraverso la mera contrapposizione di una ricostruzione alternativa.

5.2 Rimane da dire circa il rilievo, questo viceversa fondato, della incompatibilità logica e giuridica di ritenere ricorrente il reato omicidiario nei termini appena detti in uno con quello di cui all’art. 412 c.p., che va di conseguenza annullato senza rinvio ferma restando il regolamento sanzionatorio indicato dalla sentenza impugnata, giacché ininfluente l’espunzione del reato detto. Per la continuazione, infatti, a fronte di una pena base fissata nell’ergastolo, i giudici territoriali hanno mantenuto la pena al di sotto del limiti di anni cinque di reclusione.

5.2 Manifestamente infondato è poi il secondo motivo di doglianza. Ai fini dell’applicabilità o del diniego delle circostanze attenuanti generiche infatti, assolve all’obbligo della motivazione della sentenza il riferimento alla gravità dei fatti giudicati ed ai precedenti penali dell’imputato, ritenuti di particolare rilievo come elementi concreti della di lui personalità, nonché al suo comportamento processuale, non essendo affatto necessario che il giudice di merito compia una specifica disamina di tutti gli elementi che possono consigliare o meno una particolare mitezza nell’irrogazione della pena (Cass., Sez. V, 06/09/2002, n.30284; Cass., Sez. II, 11/02/2010, n. 18158).

5.3 Gli esiti del giudizio di legittimità giustificano infine la condanna dell’imputato al pagamento delle spese processuali in favore della parte civile costituita, liquidate come da dispositivo.

P.T.M.

la Corte, annulla senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente al reato di cui all’art. 412 c.p. perché assorbito nel capo A), ferma la pena inflitta. Rigetta nel resto il ricorso e condanna il ricorrente a rimborsare alla parte civile V.M. le spese sostenute per questo giudizio che liquida in euro 4.000,00 oltre accessori di legge.

 

 

CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. V PENALE – SENTENZA 26 ottobre 2016, n.44986 – Pres. Palla – est. Settembre

Ritenuto in fatto

  1. La Corte di Assise d’appello di Roma ha, con la sentenza impugnata, confermato quella emessa – all’esito di giudizio abbreviato – dal Giudice dell’udienza preliminare del locale Tribunale, che aveva condannato M.S. per omicidio colposo, aggravato dalla previsione dell’evento, in danno di C.P. , e, in riforma della sentenza di primo grado, ha dichiarato non doversi procedere nei confronti del medesimo M. per lesioni personali colpose in danno di F.F. per mancanza di querela, rideterminando, di conseguenza, la pena inflitta all’imputato.

Secondo quanto accertato in sentenza, e non contestato, la notte del (omissis) , dopo aver consumato in vari locali alcol ed hashish, l’imputato e due giovani amiche (C. e F. , appunto, di anni 23), si ritrovarono nel garage dell’(omissis) , ove, di comune accordo, si dettero alla pratica di giochi erotici a base sadomaso. In particolare, l’accordo prevedeva l’adozione di tecniche di bondage, ossia di costrizione fisica, anche mediante legatura. In effetti, F. fu legata, da M. , col braccio destro leggermente proteso verso l’alto e col sinistro ritratto verso il corpo, parallelamente al terreno. La ragazza aveva un piede per terra e l’altro sollevato – con una legatura – a circa venti centimetri dal pavimento, nonché una corda intorno al collo, con nodo bloccato, collegata ad altre corde ancorate dietro di lei. La C. , invece, fu legata con le braccia dietro la schiena, in posizione eretta, con entrambi i piedi per terra. Anche a C. fu applicata una corda intorno al collo, con nodo bloccato, ed anche questa corda fu legata ad altre corde tese alle sue spalle. Pochi secondi dopo l’avvio della pratica C.P. accusò un malore, perse i sensi e si accasciò al suolo, mettendo in tensione, col peso del suo corpo (circa 100 kg), la corda che girava intorno al suo collo e quelle a cui la corda suddetta era collegata, nonché quelle che immobilizzavano F.F. . In conseguenza di ciò entrambe le ragazze entrarono in difficoltà respiratoria e, sebbene soccorse da M. , riportarono entrambe gravi lesioni, in conseguenza delle quali C. decedette e F. rischiò la vita.

  1. L’accusa mossa dal Pubblico Ministero a carico di M. è stata, fin dall’inizio, quella di omicidio preterintenzionale, per C. , e di lesioni volontarie gravi per F. . Il Giudice dell’udienza preliminare e la Corte d’Assise d’appello hanno ricondotto la fattispecie in esame a quella dell’omicidio colposo aggravato dalla previsione dell’evento, quanto alla C. , e a quella delle lesioni colpose gravi, quanto alla F. , ritenendo che M. non avesse accettato il rischio di procurare la morte o le lesioni alle due ragazze. Ciò in base alle seguenti considerazioni: a) la pratica era stata avviata col consenso delle vittime, non inficiato dalle modeste quantità si alcol e stupefacenti assunti in precedenza; b) il nodo intorno al collo delle donne era stato ‘bloccato’ a sufficiente distanza dalle vie respiratorie; c) M. si era immediatamente attivato per soccorrere le ragazze ed era riuscito nell’intento solo in maniera parziale (con F. ) per imprudenza e negligenza, in quanto non si era munito, preventivamente, di forbici o coltello (rinvenuto, dopo affannosa ricerca, all’interno della sua autovettura); d) M. aveva subito avvertito i carabinieri e confessato i fatti. Tutto ciò dimostrava – secondo i giudici – che la pratica sadomaso suddetta non era stata avviata da M. allo scopo di infliggere sofferenza alle donne, ma allo scopo di procacciare alle stesse, e a sé stesso, un più intenso piacere sessuale, cosicché era da escludere che la morte di C. e le lesioni alla F. fossero state conseguenza di percosse o lesioni, presupposto necessario dell’omicidio preterintenzionale e delle lesioni volontarie. Era da ravvisare, invece, il meno grave delitto di omicidio con previsione dell’evento (per C. ) e di lesioni colpose per F. , stanti le gravi imprudenze poste in essere dall’imputato (questi era alle prime armi con le tecniche di bondage; sia lui che le ragazze non erano in perfetta efficienza fisica, avendo assunto alcol e stupefacenti in precedenza, sia pure in quantità modesta; la pratica fu attuata senza le minime precauzioni del caso: vedi mancanza di strumenti da taglio a portata di mano; l’applicazione di corde intorno al collo rendeva concreta la rappresentazione di un evento letale).
  2. Contro la sentenza suddetta hanno proposto ricorso per Cassazione tutti i protagonisti processuali: Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte d’Appello di Roma, parte civile e imputato.

3.1. Il Pubblico Ministero insiste per la riqualificazione dei fatti in termini di omicidio preterintenzionale per C. e di lesioni volontarie gravi per F. , ritenendo erronea quella operata dai giudicanti. Ciò, in base al rilievo che M. era ben consapevole dei pericoli da lui creati e del fatto che le pratiche da lui poste in essere comportavano necessariamente, per le due donne, sensazioni di dolore, se non vere e proprie abrasioni, da ricondurre alla nozione di percosse o lesioni volontarie. Per effetto di ciò la morte di C. rappresenta l’evento di condotte dolose, dirette a ferire, sicché gli va imputato per la sua prevedibilità. Il ricorrente sottolinea che, per la giurisprudenza di legittimità, il delitto di omicidio preterintenzionale ricorre anche quando gli atti diretti a commettere uno dei delitti previsti dagli articoli 581 e 582 cod. pen. – dai quali sia derivata la morte come conseguenza non voluta – siano stati posti in essere con dolo eventuale (‘accettando il rischio di cagionare con la propria condotta sensazioni dolorose e lesioni’); inoltre, che il consenso prestato dalle ragazze non può avere, nello specifico, efficacia scriminante, essendo ‘assolutamente imprevedibili le conseguenze della condotta del M. ‘, anche da parte di quest’ultimo, e che il consenso prestato dalle vittime era comunque invalido, ex art. 5 cod. civ., riguardando pratiche sadomaso poste in essere in luogo pubblico (il garage dell’Agenzia delle Entrate), e perciò sanzionate dall’art. 527 cod. pen..

3.2. La parte civile (madre di C.P. ) ricorre anch’essa per violazione dell’art. 584 cp e per l’illogicità della motivazione con cui è stata operata la diversa qualificazione del reato. Sottolinea anch’essa che il reato di omicidio preterintenzionale ricorre pur quando gli atti diretti a percuotere o ferire siano stati posti in essere con dolo eventuale (cioè, con la rappresentazione, da parte dell’agente, ‘della probabilità o semplice possibilità del verificarsi delle percosse o delle lesioni’), com’è dato – secondo la ricorrente – constatare nella specie.

Lamenta che i giudici di merito abbiano travisato il materiale probatorio (C.T. medico legale del dr. B. ; C.T. Tossicologica, a firma del dr. R. ; C.T. criminologica, a firma del prof. I. ; le dichiarazioni di L. , esperto di pratiche sadomaso; le dichiarazioni dello stesso imputato) e che abbiano ravvisato – nei fatti – la colpa con previsione, pur richiamando atti processuali che certificano l’esistenza del dolo. Infatti, aggiunge, la Corte ha riconosciuto che ‘provocare una sensazione dolorosa attraverso il soffocamento, sia pure in vista del conseguimento del successivo piacere sessuale, equivale a integrare il dolo di percosse’ ed ha richiamato la consulenza medico legale del dr. B. (che ha individuato la causa del decesso ‘nell’asfissia meccanica da impiccamento’), nonché le dichiarazioni del teste La Forgia (‘maestro’ nelle discipline del sadomasochismo, che aveva formulato l’ipotesi del breath playing) e la consulenza del prof. I. (che aveva ritenuto più plausibile l’ipotesi del legamento-soffocamento); eppure ha concluso – incoerentemente – per ritenere non provato il ‘gioco dell’asfissia’, che rimanda alla prevedibilità delle lesioni (e quindi all’omicidio preterintenzionale). Critica poi la motivazione con cui è stata ravvisata la volontarietà del consenso prestato dalle ragazze, nonostante si dia atto che le due avevano assunto alcol e stupefacenti, ed il silenzio serbato intorno alle dichiarazioni rese da M. nel corso di una inchiesta giornalistica, andata in onda il 22/1/2012, allorché riconobbe che ‘mettere le corde intorno al collo è pericoloso e non si deve fare’.

3.3. L’imputato ricorre con tre motivi. Col primo lamenta l’erronea applicazione, in relazione all’omicidio preterintenzionale, dell’art. 61, n. 3, cod. pen., nonché l’assenza di motivazione sul punto. A suo giudizio, tutti gli elementi valorizzati dai giudici di merito per ritenere provata la previsione – da parte sua dell’evento letale depongono, invece, per il carattere colposo della condotta e rilevano esclusivamente per la determinazione del grado della colpa, afferendo alla imperizia e negligenza dell’agente, e non alla possibilità di prevedere l’evento. Inoltre, si tratta di argomentazioni in parte contraddittorie e in parte fondate su presupposti erronei. Infatti, il coltello era da lui detenuto all’interno della propria autovettura, parcheggiata a pochi metri di distanza, e quindi a portata di mano, ed i nodi che serravano le corde intorno al collo delle ragazze erano ‘bloccati’, e quindi inidonei a costituire pericolo per la loro incolumità.

Inoltre, le donne poggiavano con uno o due piedi per terra, sicché non v’era pericolo ‘di restare sollevate in aria’. Tutto ciò dimostra, quindi, a suo giudizio, che egli non poteva ragionevolmente prevedere che la pratica potesse avere, in concreto, un esito fatale. Sottolinea che coessenziale all’aggravante in parola è ‘la rappresentazione o rappresentabilità concreta dell’evento’ e che la sua sussistenza deve essere oggetto di specifico accertamento, del tutto omesso, invece, nel caso specifico. Lamenta che, del tutto irragionevolmente, la Corte di merito abbia negato rilevanza – per escludere il nesso causale – al malore che colpì C.P. ; malore – del tutto imprevedibile, dovuto, verosimilmente, ad ‘una pregressa patologia clinica – che deve essere considerato la vera causa del decesso di quest’ultima.

Col secondo motivo deduce una mancanza di motivazione in ordine al giudizio di bilanciamento tra circostanze e col terzo la violazione dell’art. 133 cod. pen., dovuta al fatto che la Corte di merito ha attribuito rilevanza esclusivamente alla gravità della condotta e al grado della colpa, ‘omettendo di valutare tutti gli altri elementi positivi che avrebbero potuto permettere al giudice di contenere la pena entro limiti meno elevati’.

 

Considerato in diritto

 

I ricorsi sono tutti infondati e vanno, pertanto, rigettati.

  1. Il ricorso del Pubblico Ministero e della parte civile pongono la medesima questione di diritto e vanno, pertanto, affrontati unitariamente. A giudizio dei suddetti ricorrenti, il fatto è da qualificare in termini di omicidio preterintenzionale perché – fondamentalmente – l’imputato pose in essere atti diretti a percuotere o ferire, per cui l’evento morte (per C. ) e l’evento lesioni (per F. ) gli vanno imputati: non è ben chiaro se perché accettò il rischio del loro verificarsi, perché li previde in concreto, perché si trattava di eventi prevedibili o perché vanno loro imputati oggettivamente (le sole alternative che hanno giuridica rilevanza).

La tesi non può, comunque, essere condivisa.

1.1. Vale la pena fare, preliminarmente, chiarezza sui principi. Ai fini del delitto di omicidio preterintenzionale, l’elemento psicologico consiste nell’aver voluto (anche solo a livello di tentativo) l’evento minore (percosse o lesioni) e non anche l’evento più grave (morte), che costituisce solo la conseguenza diretta della condotta dell’agente. Questa Corte ha anche precisato – innovando rispetto a precedente giurisprudenza – che l’elemento soggettivo del delitto di omicidio preterintenzionale non è costituito da dolo e responsabilità oggettiva né dal dolo misto a colpa, ma unicamente dal dolo di percosse o lesioni, in quanto la disposizione di cui all’art. 43 cod. pen. assorbe la prevedibilità di evento più grave nell’intenzione di risultato. Pertanto, la valutazione relativa alla prevedibilità dell’evento da cui dipende l’esistenza del delitto ‘de quo’ è nella stessa legge, essendo assolutamente probabile che da una azione violenta contro una persona possa derivare la morte della stessa (Cass., n. 791 del 18/10/2012).

Elementi essenziali dell’omicidio preteintenzionale sono, pertanto, secondo l’espresso dettato normativo, ‘atti diretti’ a percuotere e/o ferire; vale a dire, atti diretti ad esercitare una coazione fisica sulla persona – riconducibili alla previsione dell’art. 581 cod. pen., ovvero a quella dell’art. 582 – che abbiano, come fine ultimo, l’inflizione di una sofferenza (sia essa – nelle percosse – una sensazione di dolore o di fastidio; ovvero – nelle lesioni – una menomazione, anche temporanea, dell’integrità fisica). In ogni caso è richiesta, quindi, una violenta manomissione della fisicità del soggetto passivo, attuata contro la volontà di quest’ultimo. Di conseguenza, l’elemento psicologico del reato di percosse o lesioni è dato dalla coscienza e volontà di serbare una condotta violenta, tale da cagionare alla vittima una sensazione di dolore (nelle percosse) o una malattia (nelle lesioni).

Un siffatto elemento psicologico è stato ragionevolmente escluso dal giudice della sentenza impugnata, il quale ha rilevato che la condotta – posta in essere da M. col consenso di C. e F. – non era diretta a procurare alcuna sofferenza alle giovani malcapitate, ma, in ipotesi, un ‘piacere’, sia pure umanamente discutibile. E tanto basta ad escludere che sia stato realizzato – da M. – il presupposto dell’omicidio preterintenzionale, giacché un’attività ontologicamente rivolta (con tutte le riserve del caso) a procurare un piacere non può essere posta sullo stesso piano di un’attività rivolta a procurare una sofferenza, per l’ontologica diversità tra esse esistente. L’ontologicità della condotta – comprensiva di elemento oggettivo e soggettivo – non muta per il fatto che, nel caso esaminato, la condotta di M. era caratterizzata (anche) da pratiche costrittive, ovvero per il fatto che l’attività da lui spiegata avrebbe potuto, prevedibilmente, provocare delle abrasioni o delle ecchimosi sul corpo delle ragazze, giacché l’elemento soggettivo dei reati in questione non può essere individuato prescindendo dall’oggetto giuridico del reato, che è dato dalla tutela della incolumità individuale (ovvero, secondo certa dottrina, anche dalla ‘signoria dell’uomo sulla propria sfera senso-percettiva’), sicché solo le condotte coscientemente rivolte ad offendere il bene suddetto realizzano la tipicità del reato. Prova ne sia che, se si dovesse avere riguardo solo all’aspetto naturalistico della condotta e alle sue conseguenze, rientrerebbero nel fatto tipico anche condotte rivolte (non all’offesa, ma) alla tutela dell’integrità fisica (come la condotta del medico che incida sui tessuti del paziente per estirpare un male; la condotta del rianimatore che schiaffeggi la persona per farla rinvenire; ecc. ecc.). Vi rientrerebbero, assurdamente, anche le pratiche sessuali ‘normali’, le quali determinano, comunque, microlesioni – generalmente impercettibili – sul corpo dei praticanti (o effetti più appariscenti – quali ecchimosi, tumefazioni o graffi – a seconda delle modalità di consumazione del rapporto o della foga in esso profusa).

1.2. Tale impostazione non contrasta con l’orientamento di legittimità, richiamato da entrambi i ricorrenti (anzi, è da esso confermata), secondo cui il delitto di omicidio preterintenzionale ricorre anche quando gli atti diretti a commettere uno dei delitti previsti dagli artt. 581 e 582 cod. pen., dai quali sia derivata, come conseguenza non voluta, la morte, siano stati posti in essere con dolo eventuale. Tale giurisprudenza è stata elaborata, infatti, proprio con riferimento a casi in cui la morte della vittima era conseguita a condotte rivolte a percuotere o ferire, poste in essere dall’agente o da un complice, ed era stata la conseguenza prevedibile della condotta tenuta (nel caso esaminato dalla sentenza n. 4237 del 11/12/2008 l’imputato aveva volontariamente sospinto, con la motrice di un camion, la vittima; nel caso esaminato dalla sentenza n. 44751 del 12/11/2008 l’imputato aveva concordato con altri l’esecuzione di una rapina, a cui era conseguita la morte del rapinato per effetto della condotta violenta del complice; nel caso esaminato dalla sentenza n. 40202 del 13/10/2010 l’imputato aveva sparato alcuni colpi di pistola contro un soggetto in fuga); vale a dire, di una condotta rivolta – comunque – a offendere il bene tutelato dagli artt. 581 e 582 cod. pen.. Conseguentemente, pertanto, e in coerenza coi principi sopra richiamati, la Suprema Corte ha ritenuto, nei casi suddetti, che l’evento dovesse essere addebitato all’autore delle percosse o delle lesioni, siccome a queste collegato causalmente. Ma è evidente che i casi passati in rassegna non sono – per le ragioni sopra esposte – assimilabili a quello di cui si discute, per l’assenza della volontà di percuotere o ferire. Inconferenti sono, pertanto, tutte le disquisizioni sulla qualificazione della pratica di cui si discute (‘bondage’ o ‘breath playing’), giacché ciò che esclude la riconduzione delle pratiche suddette al concetto di ‘attività violenta’ – inquadrabile nelle fattispecie di percosse o lesioni – è l’assenza della volontà di provocare sensazioni dolorose ai soggetti che ad esse si sottopongono. Né la natura di dette pratiche muta per il fatto che contengono elementi di costrizione, in sé neutri, o sono suscettibili di provocare sensazioni dolorose: queste sono richieste, infatti, e accettate, per imperscrutabili ragioni dell’animo umano, da coloro che si sottopongono alle pratiche in questione, per cui non sono idonee a mutare la qualificazione giuridica delle condotte da cui hanno origine.

1.3. Sotto altro profilo non può farsi a meno di considerare, poi, che i reati di lesioni e percosse presuppongono il dissenso della persona offesa rispetto alle attività violente su di lei esercitate. Dissenso insussistente nella specie, essendo certamente presente il consenso di C. e F. rispetto alle attività costrittive su di loro esercitate. Anche per questo motivo è da escludere che sia venuta ad esistenza la condizione principale per la configurabilità del delitto di omicidio preterintenzionale.

Le riserve sollevate da entrambi i ricorrenti sulla validità del consenso prestato dalle ragazze attengono, evidentemente, a questione di fatto, su cui il sindacato Corte della Corte di Cassazione può esercitarsi (esclusivamente) per la verifica della congruenza e logicità della motivazione. E la Corte territoriale, sottolineando che tutti i partecipanti al ‘gioco’ avevano assunto ‘modiche quantità’ di alcol e sostanza stupefacente e che le ragazze e M. avevano già esperienza del ‘gioco’ (circostanze, queste, nemmeno messe in discussione dai ricorrenti), ha spiegato sufficientemente perché il consenso prestato da C. e F. non fosse da ritenere invalido. Certamente non è da ritenere invalido, poi, perché (circostanza sottolineata dal Pubblico Ministero ricorrente) ‘erano assolutamente imprevedibili le conseguenze della condotta del M. ‘, trattandosi di profilo attinente alla colpa, per come si dirà, e non certo alla efficacia scriminante del consenso; ovvero per contrasto con l’art. 5 cod. civ., che vieta gli atti di disposizione del proprio corpo che cagionino una diminuzione permanente dell’integrità fisica o siano altrimenti contrari alla legge, all’ordine pubblico o al buon costume, giacché, nella specie, il consenso prestato dalle ragazze non riguardò un atto del primo tipo, né atti del secondo tipo. È pacifico, invero, che non vi fu alcuna ‘disposizione’ del proprio corpo da parte delle ragazze, mentre il luogo prescelto per il fatto non ha alcuna incidenza sulla validità del consenso, potendo, semmai, dar luogo ad autonoma responsabilità per violazione di altre norme amministrative o penali. Tanto, a prescindere dal fatto che – data la ratio dell’art. 527 cod. pen. – ‘luogo pubblico’ non è quello di proprietà di un ente pubblico, ma quello a cui può accedere il pubblico, cosicché possa risultare violato il bene sotteso alla disposizione citata. Nella specie, nessun argomento è stato speso per spiegare perché al garage dell’Agenzia delle Entrate potessero accedere, all’ora e all’epoca del fatto, terze persone.

1.4. Di assoluta irrilevanza, infine, sulla ricostruzione dell’elemento psicologico del reato sono le dichiarazioni rese da M. nel corso della trasmissione televisiva del (OMISSIS) (allorché riconobbe – secondo la parte civile ricorrente che ‘mettere le corde intorno al collo è pericoloso e non si deve fare’). A parte il fatto che si tratta di dichiarazioni rese, secondo la stessa ricorrente, dopo l’evento per cui è processo (e, quindi, allorché anche M. aveva capito, dopo l’esperienza vissuta, che ‘è pericoloso e non si deve fare’), resta il fatto che la pericolosità della condotta rimanda alle precauzioni adoperate per fronteggiarla, e quindi, eventualmente, alla colpa; non certo al dolo.

  1. Il ricorso di M. è ugualmente infondato. La colpa cosciente è data, per unanime opinione, dalla previsione dell’evento, che l’agente ritiene di poter evitare, confidando nella sua abilità. Nella specie, il fatto che M. avesse previsto l’evento mortale – ma confidasse nella sua capacità di evitarlo – è stato dimostrato, oltre che con argomenti effettivamente poco conferenti, col sottolineare che aveva frequentato corsi di sado-masochismo, col fatto che aveva ‘bloccato’ il nodo della corda posta intorno al collo delle ragazze e con l’evidente pericolosità della situazione da lui creta, che rendevano evidente, anche a persona poco accorta, il rischio di passare dal ‘gioco’ alla tragedia. Dovendosi accertare uno stato psicologico, gli argomenti sopra esposti appaiono effettivamente dotati della carica di persuasività necessaria alla dimostrazione richiesta, perché conducenti rispetto al dato che si è inteso dimostrare, mentre le censure difensive non evidenziano nessuna incongruenza o illogicità argomentativa idonea a scardinare il ragionamento del giudicante. Le pretese ‘contraddizioni’ nel ragionamento giudiziale – riportate in parte narrativa – non sono infatti tali (il ‘nodo bloccato’ non rappresentava affatto una garanzia assoluta rispetto all’eventualità dello strangolamento; il fatto che le donne poggiassero con un piede per terra non diminuiva, sotto alcun profilo, il rischio connesso alla perdita dell’equilibrio), mentre i ‘presupposti erronei’ – da cui, secondo il ricorrente, si sarebbero mossi i giudici di merito – sono assertivi, o riguardano dati soggettivamente e liberamente interpretati (il coltello per recidere le corde non era affatto a portata di mano, se si trovava, come riconosciuto dal ricorrente, nella sua auto, ovunque questa fosse parcheggiata).

Assertiva è anche la ‘patologia clinica’ che colpì C.P. , posto che il ragionamento difensivo non poggia su alcun atto processuale (che, infatti, non viene richiamato). Del resto, la sentenza impugnata si è espressa, sul punto, con parole inequivocabili (pagg. 9-10), che il ricorrente non si è nemmeno preoccupato di confutare, sicché non può che rilevarsi la genericità – sul punto della doglianza.

2.1. Le lamentele che attengono al trattamento sanzionatorio sono inammissibili per totale genericità, in quanto si dà atto che la determinazione della pena è stata effettuata con riferimento alla gravità della condotta e al grado della colpa: vale a dire, in base ad elementi che costituiscono legittimo riferimento per l’esercizio della potestà sanzionatoria; d’altra parte, si invocano ‘altri elementi positivi’ nemmeno enunciati nella loro consistenza. Quanto al bilanciamento tra le circostanze, trattasi di giudizio che rientra nella discrezionalità del giudice e non postula un’analitica esposizione dei criteri di valutazione (C., Sez. I, 9.12.2010, n. 2668; C., Sez. II, 8.7.2010, n. 36265; C., 26.3.1990; C., Sez. IV, 10.6.1988; C., Sez. I, 18.5.1987; C., Sez. V, 8.4.1986). Pertanto, non incorre nel vizio di motivazione il giudice di appello che, nel formulare il giudizio di comparazione, dimostri di avere considerato e sottoposto a disamina gli elementi enunciati nella norma dell’art. 133 cod. pen. e gli altri dati significativi, apprezzati come assorbenti o prevalenti su quelli di segno opposto (Cass., n. 3610 del 15/1/2014). Nella specie, il riferimento alla condotta sconsiderata di M. e alla sua ‘assoluta imprudenza’ vale a illustrare il percorso seguito nel giudizio di comparazione ed esclude, pertanto, che il giudice d’appello si sia sottratto all’onere di motivazione su di lui gravante.

  1. Segue a tanto il rigetto dei ricorsi, atteso che i motivi proposti, pur se non manifestamente inammissibili, risultano infondati per le ragioni sin qui esposte; ai sensi dell’art. 592 c.p.p., comma 1, e art. 616 c.p.p le parti private ricorrenti vanno condannate al pagamento delle spese del procedimento.

 

P.Q.M.

 

Rigetta i ricorsi e condanna il ricorrente M.S. e la ricorrente parte civile P.C. al pagamento, ciascuno, delle spese processuali.

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BOLOGNA AVVOCATO PER GIUDIZIO DIRETTISSIMO ARRESTO E PROCESSO

BOLOGNA AVVOCATO PER GIUDIZIO DIRETTISSIMO ARRESTO E PROCESSO Se l’arresto non è convalidato, il giudice restituisce gli atti al pubblico ministero. Il giudice procede tuttavia a giudizio direttissimo quando l’imputato e il pubblico ministero vi consentono. Se l’arresto è convalidato, si procede immediatamente al giudizio. 

 AFOTOPROCESSOMANETTE SCRITTA

 Quando una persona è stata arrestata in flagranza di un reato, il pubblico ministero, se ritiene di dover procedere, può presentare direttamente l’imputato in stato di arresto davanti al giudice del dibattimento, per la convalida e il contestuale giudizio, entro quarantotto ore dall’arresto. Si applicano al giudizio di convalida le disposizioni dell’articolo 391, in quanto compatibili.Se l’arresto non è convalidato, il giudice restituisce gli atti al pubblico ministero. Il giudice procede tuttavia a giudizio direttissimo quando l’imputato e il pubblico ministero vi consentono.Se l’arresto è convalidato, si procede immediatamente al giudizio.Il pubblico ministero, quando l’arresto in flagranza è già stato convalidato, procede al giudizio direttissimo presentando l’imputato in udienza non oltre il trentesimo giorno dall’arresto, salvo che ciò pregiudichi gravemente le indagini.Il pubblico ministero procede inoltre al giudizio direttissimo, salvo che ciò pregiudichi gravemente le indagini, nei confronti della persona che nel corso dell’interrogatorio ha reso confessione. L’imputato libero è citato a comparire a una udienza non successiva al trentesimo giorno dalla iscrizione nel registro delle notizie di reato. L’imputato in stato di custodia cautelare per il fatto per cui si procede è presentato all’udienza entro il medesimo termine. Quando una persona è stata allontanata d’urgenza dalla casa familiare ai sensi dell’articolo 384-bis, la polizia giudiziaria può provvedere, su disposizione del pubblico ministero, alla sua citazione per il giudizio direttissimo e per la contestuale convalida dell’arresto entro le successive quarantotto ore, salvo che ciò pregiudichi gravemente le indagini. In tal caso la polizia giudiziaria provvede comunque, entro il medesimo termine, alla citazione per l’udienza di convalida indicata dal pubblico ministero.Quando il reato per cui è richiesto il giudizio direttissimo risulta connesso con altri reati per i quali mancano le condizioni che giustificano la scelta di tale rito, si procede separatamente per gli altri reati e nei confronti degli altri imputati, salvo che ciò pregiudichi gravemente le indagini. Se la riunione risulta indispensabile, prevale in ogni caso il rito ordinario.

 

 

 

BOLOGNA AVVOCATO PER GIUDIZIO DIRETTISSIMO ARRESTO E PROCESSO Se l’arresto non è convalidato, il giudice restituisce gli atti al pubblico ministero. Il giudice procede tuttavia a giudizio direttissimo quando l’imputato e il pubblico ministero vi consentono.

  1. Se l’arresto è convalidato, si procede immediatamente al giudizio.

 

 

 

ACPENGRANDE 

 

 

 

Art. 449 – Casi e modi del giudizio direttissimo

  1. Quando una persona è stata arrestata in flagranza di un reato, il pubblico ministero, se ritiene di dover procedere, può presentare direttamente l’imputato in stato di arresto davanti al giudice del dibattimento, per la convalida e il contestuale giudizio, entro quarantotto ore dall’arresto. Si applicano al giudizio di convalida le disposizioni dell’articolo 391, in quanto compatibili.
  2. Se l’arresto non è convalidato, il giudice restituisce gli atti al pubblico ministero. Il giudice procede tuttavia a giudizio direttissimo quando l’imputato e il pubblico ministero vi consentono.
  3. Se l’arresto è convalidato, si procede immediatamente al giudizio.
  4. Il pubblico ministero, quando l’arresto in flagranza è già stato convalidato, procede al giudizio direttissimo presentando l’imputato in udienza non oltre il trentesimo giorno dall’arresto, salvo che ciò pregiudichi gravemente le indagini.
  5. Il pubblico ministero procede inoltre al giudizio direttissimo, salvo che ciò pregiudichi gravemente le indagini, nei confronti della persona che nel corso dell’interrogatorio ha reso confessione. L’imputato libero è citato a comparire a una udienza non successiva al trentesimo giorno dalla iscrizione nel registro delle notizie di reato. L’imputato in stato di custodia cautelare per il fatto per cui si procede è presentato all’udienza entro il medesimo termine. Quando una persona è stata allontanata d’urgenza dalla casa familiare ai sensi dell’articolo 384-bis, la polizia giudiziaria può provvedere, su disposizione del pubblico ministero, alla sua citazione per il giudizio direttissimo e per la contestuale convalida dell’arresto entro le successive quarantotto ore, salvo che ciò pregiudichi gravemente le indagini. In tal caso la polizia giudiziaria provvede comunque, entro il medesimo termine, alla citazione per l’udienza di convalida indicata dal pubblico ministero.
  6. Quando il reato per cui è richiesto il giudizio direttissimo risulta connesso con altri reati per i quali mancano le condizioni che giustificano la scelta di tale rito, si procede separatamente per gli altri reati e nei confronti degli altri imputati, salvo che ciò pregiudichi gravemente le indagini. Se la riunione risulta indispensabile, prevale in ogni caso il rito ordinario.

Art. 450 – Instaurazione del giudizio direttissimo.

  1. Quando procede a giudizio direttissimo, il pubblico ministero fa condurre direttamente all’udienza l’imputato arrestato in flagranza o in stato di custodia cautelare.
  2. Se l’imputato è libero, il pubblico ministero, lo cita a comparire all’udienza per il giudizio direttissimo. Il termine per comparire non può essere inferiore a tre giorni.
  3. La citazione contiene i requisiti previsti dall’articolo 429 comma 1 lettera a), b), c), f), con l’indicazione del giudice competente per il giudizio nonché la data e la sottoscrizione. Si applica inoltre la disposizione dell’articolo 429 comma 2.
  4. Il decreto, unitamente al fascicolo previsto dall’articolo 431, formato dal pubblico ministero, è trasmesso alla cancelleria del giudice competente per il giudizio.
  5. Al difensore è notificato senza ritardo a cura del pubblico ministero l’avviso della data fissata per il giudizio.
  6. Il difensore ha facoltà di prendere visione e di estrarre copia, nella segreteria del pubblico ministero, della documentazione relativa alle indagini espletate.
  •  Libro I – Dei reati in generale
    • Titolo I – Della legge penale
    • Titolo II – Delle pene
    • Titolo III – Del reato
    • Titolo IV – Del reo e della persona offesa dal reato
    • Titolo V – Della modificazione, applicazione ed esecuzione della pena
    • Titolo VI – Della estinzione del reato e della pena
    • Titolo VII – Delle sanzioni civili
    • Titolo VIII – Delle misure amministrative di sicurezza
  •  Libro II – Dei delitti in particolare
    • Titolo I – Dei delitti contro la personalità dello Stato
    • Titolo II – Dei delitti contro la pubblica amministrazione
    • Titolo III – Dei delitti contro l’amministrazione della giustizia
    • Titolo IV – Dei delitti contro il sentimento religioso e contro la pietà dei defunti
    • Titolo V – Dei delitti contro l’ordine pubblico
    • Titolo VI – Dei delitti contro l’incolumità pubblica
    • Titolo VII – Dei delitti contro la fede pubblica
    • Titolo VIII – Dei delitti contro l’economia pubblica, l’industria e il commercio
    • Titolo IX – Dei delitti contro la moralità pubblica e il buon costume
    • Titolo IX-bis – Dei delitti contro il sentimento per gli animali
    • Titolo X – Dei delitti contro la integrità e la sanità della stirpe
    • Titolo XI – Dei delitti contro la famiglia
    • Titolo XII – Dei delitti contro la persona
    • Titolo XIII – Dei delitti contro il patrimonio
  •  Libro III – Delle contravvenzioni in particolare
    • Titolo I – Delle contravvenzioni di polizia
    • Titolo II – Delle contravvenzioni concernenti l’attività sociale della pubblica amministrazione
    • Titolo II-bis – Delle contravvenzioni concernenti la tutela della riservatezza
  •  Disposizioni di attuazione del codice penale
    • Titolo I – Disposizioni di coordinamento
    • Titolo II – Disposizioni transitorie

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BOLOGNA AVVOCATO PENALE FURTO AGGRAVATO -AVVOCATO PENALE FORLI -AVVOCATO PENALE BOLOGNA

BOLOGNA AVVOCATO PENALE FURTO AGGRAVATO -AVVOCATO PENALE FORLI -AVVOCATO PENALE BOLOGNA 

 BOLOGNA AVVOCATO PENALE  FURTO AGGRAVATO reato di cui all’articolo 624-bis c.p. e articolo 625 c.p., comma 1, n. 2, (perche’, infrangendo la finestra dell’esercizio commerciale

BOLOGNA AVVOCATO PENALE FURTO AGGRAVATO -AVVOCATO PENALE FORLI -AVVOCATO PENALE BOLOGNA 

PROVOCAZIONE ATRTENUANTE AVVOCATO PENBALE BOLOGNA AVVOCATO PENALE RIMINI AVVOCATO PENALE RAVENNA L’imputabilità, infatti, è il presupposto soggettivo indispensabile per affermare la responsabilità dell’agente e presuppone l’accertamento di una condizione di rimproverabilità verificabile processualmente (cfr. Sez. U, n. 9163 del 21/05/2005, Raso, Rv. 230317).

AVVOCATO PENALISTI BOLOGNA ROVOCAZIONE ATRTENUANTE AVVOCATO PENBALE BOLOGNA AVVOCATO PENALE RIMINI AVVOCATO PENALE RAVENNA
L’imputabilità, infatti, è il presupposto soggettivo indispensabile per affermare la responsabilità dell’agente e presuppone l’accertamento di una condizione di rimproverabilità verificabile processualmente (cfr. Sez. U, n. 9163 del 21/05/2005, Raso, Rv. 230317).

BOLOGNA AVVOCATO PENALE FURTO AGGRAVATO -AVVOCATO PENALE FORLI -AVVOCATO PENALE BOLOGNA 

 BOLOGNA AVVOCATO PENALE  FURTO AGGRAVATO reato di cui all’articolo 624-bis c.p. e articolo 625 c.p., comma 1, n. 2, (perche’, infrangendo la finestra dell’esercizio commerciale

 

Si e’ ritenuto, pertanto, configurabile il delitto previsto dall’articolo 624-bis cod. pen. in ordine al furto commesso: all’interno di un ristorante in orario di chiusura (Sez. 2, n. 24763 del 26/05/2015, Mori, Rv. 264283); in un bar-tabacchi in orario di chiusura (Sez. 5, n. 6210 del 24/11/2015, Tedde, Rv. 265875); all’interno di un cantiere edile allestito nel cortile di un immobile in cui erano in corso lavori di ristrutturazione (Sez. 5, n. 2768 del 01/10/2014, Baldassin, Rv. 262677); all’interno di un’edicola (Sez. 5, n. 7293 del 17/12/2014, Lattanzio, Rv. 262659); in uno studio odontoiatrico (Sez. 5, n. 10187 del 15/02/2011, Gelasio, Rv. 249850); in una farmacia durante l’orario di apertura (Sez. 4, n. 37908 del 25/06/2009, Apprezzo, Rv. 244980); all’interno di un ripostiglio di un esercizio commerciale (Sez. 5, n. 22725 del 05/05/2010, Dunca, Rv. 247969); in una baracca di un cantiere edile adibito a spogliatoio (Sez. 5, n. 32093 del 25/06/2010, Truzzi, Rv. 248356).

Della nozione di “privata dimora” si e’ data una interpretazione ancora piu’ ampia in tema di rapina, ritenendo sussistente la circostanza aggravante prevista dall’articolo 628 cod. pen., comma 3, n. 3-bis, nell’ipotesi in cui la condotta delittuosa venga commessa, nell’area aperta al pubblico, nei confronti dei clienti di un istituto di credito (Sez. 2, n. 28405 del 05/04/2012, Foglia, Rv. 253413), o all’interno di un supermercato durante l’orario di apertura (Sez. 2, n. 24761 del 12/052015, Porcu, Rv. 264383).

  1. Secondo tale indirizzo, cui si richiama anche la sentenza impugnata, gli elementi identificativi del luogo di privata dimora sarebbero uno di carattere strutturale (vale a dire l’astratta possibilita’ di inibire l’accesso al pubblico attraverso dispositivi di sbarramento, quali portoni, saracinesche o altri meccanismi; senza escludere che, in determinate ore del giorno, sia liberamente consentito detto accesso) e l’altro di carattere funzionale (la natura privata, cioe’, dell’attivita’ che vi si svolge; specificandosi che atti della vita privata non sono soltanto quelli della vita intima o familiare, ma anche quelli dell’attivita’ professionale o lavorativa, o quelli posti in essere a contatto con altri soggetti, quali l’acquisto di merce in un supermercato, la fruizione di una prestazione professionale, il compimento di operazioni bancarie).

700_77682.1. Ritiene il Collegio che l’ampliamento della nozione, propugnato dall’indicato orientamento, contrasti sia con il dato letterale sia con la ratio e la interpretazione sistematica della norma.

Non c’e’ dubbio che la nozione di privata dimora sia piu’ ampia di quella di abitazione.

E’ arbitrario, tuttavia, far discendere da tale constatazione un significato che prescinde, innanzitutto, dalla lettera della norma.

L’aver il legislatore adoperato l’espressione “privata dimora” ha una indubbia valenza sul piano interpretativo.

“Dimora”, secondo i dizionari della lingua italiana, e’, invero, il luogo in cui una persona, che non vi risiede in modo stabile, attualmente abita e permane.

La parola, derivata dal latino morari, implica il fermarsi, trattenersi, soggiornare.

Basterebbe gia’ questo per escludere dalla nozione di dimora tutti i casi in cui ci si trovi in un luogo in modo del tutto occasionale (anche se per svolgere atti della vita privata) e senza avere alcun rapporto (tranne la presenza fisica) con il luogo medesimo.

Per di piu’ occorre considerare che, nella descrizione della fattispecie di cui all’articolo 624-bis cod. pen., l’espressione “privata dimora” e’ preceduta dalle parole “in un edificio o in altro luogo destinato in tutto o in parte (…)”.

Deve trattarsi, quindi, di un luogo “destinato” a privata dimora: il che rafforza il significato dell’espressione.

Il riferimento della norma e’, allora, ad un luogo che sia stato adibito (in modo apprezzabile sotto il profilo cronologico) allo svolgimento di atti della vita privata, non limitati questi ultimi soltanto a quelli della vita familiare e intima (propri dell’abitazione).

Va aggiunto ancora che, significativamente, la rubrica dell’articolo 624-bis e’ intitolata “Furto in abitazione” e il riferimento e’ in linea con il significato restrittivo della nozione di privata dimora in precedenza evidenziato.

In essa vanno, conseguentemente, ricompresi i luoghi che, ancorche’ non destinati allo svolgimento della vita familiare o domestica, abbiano, comunque, le “caratteristiche” dell’abitazione.

2.2. L’indirizzo interpretativo sopra richiamato, inoltre, nel dare rilievo al “luogo in se’”, si limita a far riferimento allo svolgimento in esso di atti della vita privata, siano essi lavorativi, professionali o di altro genere, senza ulteriori approfondimenti.

Si ritiene, cioe’, configurabile il reato di furto in abitazione, disciplinato dall’articolo 624-bis cod. pen., tutte le volte in cui l’azione delittuosa venga commessa in un luogo nel quale si svolgano atti della vita privata, a prescindere dall’orario e dalla presenza di persone (tra le altre, Sez. 2, n. 24763 del 26/05/2015, Mori, Rv. 264283; Sez. 5, n. 6210 del 24/11/2015, Tedde, Rv. 265875; Sez. 5, n. 428 del 30/06/2015, Feroleto, Rv. 265694).

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AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA AVVOCATO PENALISTA RIMINI AVVOCATO PENALISTA RAVENNA

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA
AVVOCATO PENALISTA RIMINI
AVVOCATO PENALISTA RAVENNA

Suprema Corte di Cassazione

S.U.P.

sentenza 22 giugno 2017, n. 31345

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE PENALI

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CANZIO Giovanni – Presidente

Dott. FIALE Aldo – Consigliere

Dott. CONTI Giovanni – Consigliere

Dott. AMORESANO Silvio – rel. Consigliere

Dott. CAMMINO Matilde – Consigliere

Dott. BONITO Francesco M. – Consigliere

Dott. IZZO Fausto – Consigliere

Dott. VESSICHELLI Maria – Consigliere

Dott. MONTAGNI Andrea – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS), nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 25/05/2015 della Corte di appello di Ancona;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal componente Dott. Silvio Amoresano;

udito il Pubblico Ministero, in persona dell’Avvocato generale Carmine Stabile, che ha concluso chiedendo l’annullamento della sentenza impugnata, con rinvio alla Corte di appello di Bologna;

udito il difensore, avv. (OMISSIS), che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

RITENUTO IN FATTO

  1. Con sentenza in data 25 maggio 2015, la Corte di appello di Ancona confermava la sentenza emessa il 23 ottobre 2007 dal Tribunale di Macerata, sez. dist. di Civitanova Marche, con la quale (OMISSIS) era stato condannato, applicata la riduzione per la scelta del rito abbreviato, alla pena di anni uno di reclusione ed Euro 400 di multa per il reato di cui all’articolo 624-bis c.p. e articolo 625 c.p., comma 1, n. 2, (perche’, infrangendo la finestra dell’esercizio commerciale “(OMISSIS)” vi si introduceva ed asportava Euro 200 ed una macchina fotografica al titolare dell’esercizio (OMISSIS). Furto aggravato perche’ commesso con violenza sulle cose e con la recidiva specifica infraquinquennale).

Rilevava la Corte territoriale che il fatto era stato correttamente qualificato ai sensi dell’articolo 624-bis cod. pen., essendo la nozione di privata dimora, prevista dalla norma, piu’ ampia di quella di abitazione, si’ da comprendere ogni luogo in cui la persona si trattenga, anche in modo transitorio e contingente, per svolgere atti della vita privata, con l’astratta possibilita’ di precluderne l’accesso al pubblico, attraverso l’impiego di meccanismi di sbarramento.

  1. Ha proposto ricorso per cassazione il difensore del (OMISSIS), denunciando l’erronea applicazione dell’articolo 624-bis cod. pen., nonche’ l’omessa e manifesta illogicita’ della motivazione.

Il ricorrente, anche con successiva memoria, assume che, perche’ un luogo possa considerarsi privata dimora, e’ necessario che in concreto vi si svolgano, anche se in modo transitorio e contingente, atti della vita privata, mentre nella specie si trattava di un ristorante e il fatto si era verificato in orario di chiusura dell’esercizio quando non vi erano persone presenti.

  1. Con ordinanza in data 19 dicembre 2016, la Quinta Sezione penale, cui il ricorso era stato assegnato, ne ha disposto la rimessione alle Sezioni Unite, ravvisando l’esistenza di un contrasto giurisprudenziale sulla questione:

“Se sia configurabile il reato di cui all’articolo 624-bis cod. pen. quando l’azione delittuosa venga posta in essere in esercizi commerciali, studi professionali, stabilimenti industriali e, in generale, in luoghi di lavoro, segnatamente qualora la condotta sia ivi posta in essere in orario di chiusura al pubblico della sede lavorativa e, in particolare, nell’ipotesi di assenza di persone dedite ad una qualche attivita’ o mansione all’interno di tali luoghi in detti orari”.

Secondo l’orientamento prevalente, per privata dimora deve intendersi qualsiasi luogo che serva all’esplicazione di atti della vita privata e, quindi, anche attivita’ di lavoro, culturali, professionali, politiche.

Secondo altro orientamento, invece, esulano dalla nozione di privata dimora quei luoghi che consentano comunque l’accesso al pubblico, tranne i locali annessi o accessori nei quali l’ingresso e’ inibito senza autorizzazione del titolare.

Rappresenta, poi, la Sezione rimettente l’esistenza di orientamenti, per cosi’ dire, intermedi, secondo i quali non va fatto riferimento all’accessibilita’ al pubblico in astratto ma in concreto, con riferimento quindi al momento dell’azione delittuosa (e cioe’ se questa sia avvenuta durante l’orario di chiusura o meno); e ricorda che da altre pronunce viene, invece, valorizzato il criterio di stabilita’ della presenza, escludendosi che possa parlarsi di privata dimora in relazione a quei luoghi in cui il soggetto si trovi occasionalmente e transitoriamente.

  1. Con decreto in data 16 gennaio 2017 il Primo Presidente ha assegnato il ricorso alle Sezioni Unite, fissando per la trattazione l’odierna udienza pubblica.

CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. La soluzione della questione controversa sottoposta alle Sezioni Unite (“Se, ed eventualmente a quali condizioni, ai fini della configurabilita’ del delitto previsto dall’articolo 624-bis cod. pen., i luoghi di lavoro possano rientrare nella nozione di privata dimora”) comporta che venga correttamente definita la nozione di “privata dimora”.

A tale nozione si fa riferimento non solo nell’articolo 624-bis, ma anche in altre norme, sia di carattere sostanziale (articoli 614, 615, 615-bis e 624-bis cod. pen., articolo 628 cod. pen., comma 3, n. 3-bis, articolo 52 cod. pen., comma 2), sia di carattere processuale (articolo 266 cod. proc. pen., comma 2).

L’orientamento maggioritario, richiamato nell’ordinanza di rimessione, partendo dalla considerazione che il concetto di privata dimora sia piu’ ampio di quello di abitazione, ne da’ una interpretazione estensiva, tanto da ricomprendervi tutti i luoghi, non pubblici, nei quali le persone si trattengano per compiere, anche in modo transitorio e contingente, atti della vita privata.

Si e’ ritenuto, pertanto, configurabile il delitto previsto dall’articolo 624-bis cod. pen. in ordine al furto commesso: all’interno di un ristorante in orario di chiusura (Sez. 2, n. 24763 del 26/05/2015, Mori, Rv. 264283); in un bar-tabacchi in orario di chiusura (Sez. 5, n. 6210 del 24/11/2015, Tedde, Rv. 265875); all’interno di un cantiere edile allestito nel cortile di un immobile in cui erano in corso lavori di ristrutturazione (Sez. 5, n. 2768 del 01/10/2014, Baldassin, Rv. 262677); all’interno di un’edicola (Sez. 5, n. 7293 del 17/12/2014, Lattanzio, Rv. 262659); in uno studio odontoiatrico (Sez. 5, n. 10187 del 15/02/2011, Gelasio, Rv. 249850); in una farmacia durante l’orario di apertura (Sez. 4, n. 37908 del 25/06/2009, Apprezzo, Rv. 244980); all’interno di un ripostiglio di un esercizio commerciale (Sez. 5, n. 22725 del 05/05/2010, Dunca, Rv. 247969); in una baracca di un cantiere edile adibito a spogliatoio (Sez. 5, n. 32093 del 25/06/2010, Truzzi, Rv. 248356).

Della nozione di “privata dimora” si e’ data una interpretazione ancora piu’ ampia in tema di rapina, ritenendo sussistente la circostanza aggravante prevista dall’articolo 628 cod. pen., comma 3, n. 3-bis, nell’ipotesi in cui la condotta delittuosa venga commessa, nell’area aperta al pubblico, nei confronti dei clienti di un istituto di credito (Sez. 2, n. 28405 del 05/04/2012, Foglia, Rv. 253413), o all’interno di un supermercato durante l’orario di apertura (Sez. 2, n. 24761 del 12/052015, Porcu, Rv. 264383).

  1. Secondo tale indirizzo, cui si richiama anche la sentenza impugnata, gli elementi identificativi del luogo di privata dimora sarebbero uno di carattere strutturale (vale a dire l’astratta possibilita’ di inibire l’accesso al pubblico attraverso dispositivi di sbarramento, quali portoni, saracinesche o altri meccanismi; senza escludere che, in determinate ore del giorno, sia liberamente consentito detto accesso) e l’altro di carattere funzionale (la natura privata, cioe’, dell’attivita’ che vi si svolge; specificandosi che atti della vita privata non sono soltanto quelli della vita intima o familiare, ma anche quelli dell’attivita’ professionale o lavorativa, o quelli posti in essere a contatto con altri soggetti, quali l’acquisto di merce in un supermercato, la fruizione di una prestazione professionale, il compimento di operazioni bancarie).

2.1. Ritiene il Collegio che l’ampliamento della nozione, propugnato dall’indicato orientamento, contrasti sia con il dato letterale sia con la ratio e la interpretazione sistematica della norma.

Non c’e’ dubbio che la nozione di privata dimora sia piu’ ampia di quella di abitazione.

E’ arbitrario, tuttavia, far discendere da tale constatazione un significato che prescinde, innanzitutto, dalla lettera della norma.

L’aver il legislatore adoperato l’espressione “privata dimora” ha una indubbia valenza sul piano interpretativo.

“Dimora”, secondo i dizionari della lingua italiana, e’, invero, il luogo in cui una persona, che non vi risiede in modo stabile, attualmente abita e permane.

La parola, derivata dal latino morari, implica il fermarsi, trattenersi, soggiornare.

Basterebbe gia’ questo per escludere dalla nozione di dimora tutti i casi in cui ci si trovi in un luogo in modo del tutto occasionale (anche se per svolgere atti della vita privata) e senza avere alcun rapporto (tranne la presenza fisica) con il luogo medesimo.

Per di piu’ occorre considerare che, nella descrizione della fattispecie di cui all’articolo 624-bis cod. pen., l’espressione “privata dimora” e’ preceduta dalle parole “in un edificio o in altro luogo destinato in tutto o in parte (…)”.

Deve trattarsi, quindi, di un luogo “destinato” a privata dimora: il che rafforza il significato dell’espressione.

Il riferimento della norma e’, allora, ad un luogo che sia stato adibito (in modo apprezzabile sotto il profilo cronologico) allo svolgimento di atti della vita privata, non limitati questi ultimi soltanto a quelli della vita familiare e intima (propri dell’abitazione).

Va aggiunto ancora che, significativamente, la rubrica dell’articolo 624-bis e’ intitolata “Furto in abitazione” e il riferimento e’ in linea con il significato restrittivo della nozione di privata dimora in precedenza evidenziato.

In essa vanno, conseguentemente, ricompresi i luoghi che, ancorche’ non destinati allo svolgimento della vita familiare o domestica, abbiano, comunque, le “caratteristiche” dell’abitazione.

2.2. L’indirizzo interpretativo sopra richiamato, inoltre, nel dare rilievo al “luogo in se’”, si limita a far riferimento allo svolgimento in esso di atti della vita privata, siano essi lavorativi, professionali o di altro genere, senza ulteriori approfondimenti.

Si ritiene, cioe’, configurabile il reato di furto in abitazione, disciplinato dall’articolo 624-bis cod. pen., tutte le volte in cui l’azione delittuosa venga commessa in un luogo nel quale si svolgano atti della vita privata, a prescindere dall’orario e dalla presenza di persone (tra le altre, Sez. 2, n. 24763 del 26/05/2015, Mori, Rv. 264283; Sez. 5, n. 6210 del 24/11/2015, Tedde, Rv. 265875; Sez. 5, n. 428 del 30/06/2015, Feroleto, Rv. 265694).

In altre decisioni, invece, rendendosi evidentemente conto della portata troppo estensiva, nella interpretazione della norma, del generico riferimento ai luoghi in cui si svolgano atti della vita privata, si cerca di delimitarne l’applicazione.

Si afferma, invero, che non commette il reato di furto in abitazione il soggetto che si introduca all’interno di un esercizio commerciale in orario notturno, trattandosi di un locale non adibito a privata dimora in ragione del mancato svolgimento di attivita’ commerciali che caratterizza le ore di chiusura (Sez. 4, n. 11490 del 24/01/2013, Pignalosa, Rv. 254854).

Secondo altre pronunce il criterio discretivo da applicare e’ rappresentato dall’accertamento della prevedibile presenza di persone nel luogo di svolgimento di atti della vita privata, a prescindere dall’orario (notte o giorno) e dalla chiusura o meno dell’esercizio (Sez. 5, n. 10747 del 17/11/2015, Casalanguida, Rv. 267560; Sez. 5, n. 18211 del 10/03/2015, Hadovic, Rv. 263458; Sez. 5, n. 55040 del 20/10/2016, Rover, Rv. 268409; Sez. 4, n. 12256 del 26/01/2016, Cisulli, Rv. 266701; Sez. 5, n. 10440 del 21/12/2015, Fernandez, Rv. 266807).

Tali soluzioni risultano non condivisibili, in quanto si fa dipendere l’applicazione di un trattamento sanzionatorio piu’ grave (previsto dal legislatore per il reato di furto in abitazione, al fine di apprestare una piu’ intensa tutela al luogo in cui l’azione delittuosa viene commessa) da elementi estranei alla fattispecie e, per di piu’, vaghi, incerti ed accidentali (di carattere temporale o di effettivo esercizio dell’attivita’ ivi svolta).

L’esigenza di maggior tutela dei luoghi destinati a privata dimora non viene meno solo perche’ il furto e’ commesso in orario notturno o diurno, in orario di apertura o di chiusura, oppure in presenza o in assenza di persone.

E’ stato, in proposito, incisivamente osservato che lo “spostamento del baricentro della previsione normativa dal luogo del commesso reato al momento della consumazione” determinerebbe una inaccettabile “tutela ad intermittenza” (Sez. 5, n. 428 del 2015, cit.).

2.3. Che il luogo destinato a privata dimora debba avere determinate “caratteristiche”, che non possono essere certamente quelle del mero svolgimento in esso di atti della vita privata, e’ confermato dal dato sistematico nella sua evoluzione.

Il Codice Zanardelli faceva riferimento, in ordine al reato di violazione di domicilio (articolo 157), “all’abitazione altrui o alle appartenenze di essa”.

Dopo pero’ che la dottrina maggioritaria, sotto la vigenza di quel codice, aveva gia’ ritenuto che il termine abitazione andasse interpretato estensivamente come ogni luogo adibito ad uso domestico, nel quale si fossero compiuti atti caratteristici della vita privata, il codice Rocco, nell’articolo 614, introduceva la nozione di “altro luogo di privata dimora”, affiancandola a quella di abitazione, e nella Relazione si precisava che la tutela apprestata dalla norma riguardava “tutti i luoghi che servano, in modo permanente o transitorio, alla esplicazione della vita privata”.

Per il reato di furto la tutela (piu’ intensa in termini di trattamento sanzionatorio) rimaneva, pero’, limitata alla sola abitazione: l’articolo 625 cod. pen., comma 1, n. 1, prevedeva, infatti, come circostanza aggravante, “se il colpevole, per commettere il furto, si introduce o si trattiene in un edificio o in altro luogo destinato ad abitazione”.

Con la L. 26 marzo 2001, n. 128, venne inserito nell’articolo 624-bis cod. pen..

Previa abrogazione dell’articolo 625 cod. pen., comma 1, n. 1, e’ stata introdotta una ipotesi autonoma di reato definita in rubrica come “Furto in abitazione e furto con strappo”, con l’evidente scopo di ampliare la tutela penale non solo sotto il profilo patrimoniale, ma anche personale.

E cio’ e’ tanto vero che l’approvazione della L. n. 128 del 2001 era stata preceduta dalla presentazione al Parlamento, da parte del Governo, del disegno di L. n. 5925, nel quale il reato di furto in abitazione, attraverso la previsione nel codice penale di un articolo 614-bis, era stato inserito nel Libro 2, Titolo 12 (“Delitti contro la persona”), al fine di rafforzare “la tutela del domicilio non tanto nella sua consistenza oggettiva, quanto nel suo essere proiezione spaziale della persona, cioe’ ambito primario ed imprescindibile alla libera estrinsecazione della personalita’ individuale”.

Tale originaria impostazione non poteva non riflettersi nella formulazione del “nuovo” articolo 624-bis, pur mantenendosi la collocazione dello stesso nei reati contro il patrimonio.

Si e’ visto gia’ come, a fronte della rubrica che fa riferimento al furto in abitazione, il testo normativo ricomprende qualsiasi luogo destinato in tutto in parte a privata dimora o nelle pertinenze di esso.

L’ampliamento dell’ambito di applicabilita’ della “nuova” fattispecie anche a luoghi che non possano considerasi abitazione in senso stretto risulta dettato, da un lato, dalla necessita’ di superare le incertezze manifestatesi in giurisprudenza in ordine alla definizione della nozione di abitazione e, dall’altro, di tutelare l’individuo anche nel caso in cui compia atti della sua vita privata al di fuori dell’abitazione.

Deve, pero’, trattarsi, come si evince dalla ratio della norma, di luoghi che abbiano le stesse caratteristiche dell’abitazione, in termini di riservatezza e, conseguentemente, di non accessibilita’, da parte di terzi, senza il consenso dell’avente diritto.

2.4. Tale interpretazione della norma e’ conforme ai principi enucleabili dalla giurisprudenza costituzionale in tema di privata dimora.

La Corte costituzionale e’ stata chiamata a decidere le questioni di costituzionalita’ sollevate in relazione all’articolo 266 cod. proc. pen., comma 2, con riferimento alle intercettazioni eseguite “nei luoghi indicati dall’articolo 614 cod. pen.”, vale a dire nell’abitazione o in altro luogo di privata dimora o nelle appartenenze di essi.

E, per stabilire se detti luoghi avessero la copertura dell’articolo 14 Cost., il Giudice delle leggi ne ha individuato ambito, limiti e caratteristiche.

La Corte costituzionale, nella sentenza n. 135 del 2002, evidenziava che il domicilio, cui fa riferimento l’articolo 14 Cost., viene in rilievo “nel panorama dei diritti fondamentali di liberta’ come proiezione spaziale della persona, nella prospettiva di preservare da interferenze esterne comportamenti tenuti in un determinato ambiente: prospettiva che vale, per altro verso, ad accomunare la liberta’ in parola a quella di comunicazione (articolo 15 Cost.), quali espressioni salienti di un piu’ ampio diritto alla riservatezza della persona”.

Nel dichiarare non fondata la questione di costituzionalita’ sollevata, la Corte costituzionale, con la sentenza sopraindicata, dopo aver inquadrato la liberta’ domiciliare nel sistema delle liberta’ fondamentali, sottolineava che il problema di costituzionalita’ si poneva con riferimento a forme di “intrusione nel domicilio in quanto tale”, avendo la liberta’ di domicilio “una valenza essenzialmente negativa, concretandosi nel diritto di preservare da interferenze esterne, pubbliche o private, determinati luoghi in cui si svolge la vita intima di ciascun individuo”.

Tali principi venivano ancor di piu’ rimarcati nella sentenza n. 149 del 2008.

Il Giudice delle Leggi osservava, infatti, che la tutela del domicilio prevista dall’articolo 14 Cost. viene in rilievo sotto due aspetti: “come diritto di ammettere o escludere altre persone da determinati luoghi, in cui si svolge la vita intima di ciascun individuo; e come diritto alla riservatezza su quanto si compie nei medesimi luoghi”.

Perche’ sia operativa la tutela costituzionale del domicilio e’ necessario, quindi, che si tratti di un luogo in cui sia inibito l’accesso ad estranei e sia tale da garantire la riservatezza ovvero la impossibilita’ di essere “percepito” dall’esterno anche senza necessita’ di una intrusione fisica. Laddove, invece, il luogo sia accessibile visivamente da chiunque, venendo meno la caratteristica della riservatezza, si rimane fuori “dall’area di tutela prefigurata dalla norma costituzionale de qua”.

2.5. Gli elementi, delineati dalla giurisprudenza costituzionale come caratterizzanti il “domicilio” e ritenuti indefettibili per garantire la copertura costituzionale dell’articolo 14 Cost., si rinvengono anche nella sentenza delle Sezioni Unite n. 26795 del 28/03/2006, Prisco, Rv. 234269.

Dopo aver premesso che la nozione di domicilio di cui all’articolo 14 Cost. e’ piu’ estesa di quella ricavabile dall’articolo 614 cod. pen., le Sezioni Unite sottolineano che, quale che sia il rapporto tra le due disposizioni, “il concetto di domicilio non puo’ essere esteso fino a farlo coincidere con un qualunque ambiente che tende a garantire intimita’ e riservatezza”. Non c’e’ dubbio che “il concetto di domicilio individui un rapporto tra la persona ed un luogo, generalmente chiuso, in cui si svolge la vita privata, in modo anche da sottrarre chi lo occupa alle ingerenze esterne e da garantirgli quindi la riservatezza. Ma il rapporto tra la persona ed il luogo deve essere tale da giustificare la tutela di questo anche quando la persona e’ assente. In altre parole la vita personale che vi si svolge, anche se per un periodo di tempo limitato, fa si’ che il domicilio diventi un luogo che esclude violazioni intrusive, indipendentemente dalla presenza della persona che ne ha la titolarita’, perche’ il luogo rimane connotato dalla personalita’ del titolare, sia questo o meno presente”.

Sulla base di tali considerazioni le Sezioni Unite introducono, come elemento caratterizzante la nozione di privata dimora, il requisito della stabilita’, “perche’ e’ solo questa, anche se intesa in senso relativo, che puo’ trasformare un luogo in un domicilio, nel senso che puo’ fargli acquistare un’autonomia rispetto alla persona che ne ha la titolarita’”.

2.6. La interpretazione letterale e sistematica della norma, confortata dai principi enucleabili dalle sentenze della Corte costituzionale sopra richiamate e dalla sentenza Prisco delle Sezioni Unite, consente di delineare la nozione di privata dimora sulla base dei seguenti, indefettibili elementi: a) utilizzazione del luogo per lo svolgimento di manifestazioni della vita privata (riposo, svago, alimentazione, studio, attivita’ professionale e di lavoro in genere), in modo riservato ed al riparo da intrusioni esterne; b) durata apprezzabile del rapporto tra il luogo e la persona, in modo che tale rapporto sia caratterizzato da una certa stabilita’ e non da mera occasionalita’; c) non accessibilita’ del luogo, da parte di terzi, senza il consenso del titolare.

  1. Non resta che applicare le linee tracciate in precedenza in relazione alla nozione di privata dimora, contenuta nell’articolo 624-bis cod. pen., ai luoghi di lavoro.

E’ indiscutibile che nei luoghi di lavoro il soggetto compia atti della vita privata.

Ma cio’ non e’ sufficiente, come invece ritiene l’indirizzo interpretativo maggioritario, per affermare che tali luoghi rientrino nella nozione di privata dimora e che, per i reati di furto in essi commessi, trovi applicazione la norma rubricata come furto in abitazione (con conseguente tutela rafforzata in termini di trattamento sanzionatorio).

I luoghi di lavoro, generalmente, sono accessibili ad una pluralita’ di soggetti anche senza il preventivo consenso dell’avente diritto: ad essi e’ quindi estraneo ogni carattere di riservatezza, essendo esposti, per definizione, alla “intrusione” altrui. Si pensi agli esercizi commerciali o agli studi professionali o agli stabilimenti industriali accessibili a un numero indeterminato di persone, che possono pertanto prendere contatto (e non solo visivo) con il luogo senza alcun filtro o controllo.

L’attivita’ privata svolta in detti luoghi avviene a contatto con un numero indeterminato di altri soggetti e, talvolta, in rapporto con gli stessi.

Con riferimento ad essi e’, pertanto, fuor di luogo parlare di riservatezza o di necessita’ di tutela della sfera privata dell’individuo.

L’orientamento che interpreta estensivamente la nozione di privata dimora si pone, quindi, in contrasto con la lettera e la ratio della norma.

Ritengono le Sezioni Unite che vada confermato l’orientamento che interpreta la disciplina dettata dall’articolo 624-bis cod. pen. come estensibile ai luoghi di lavoro soltanto se essi abbiano le caratteristiche proprie dell’abitazione (accertamento questo riservato ai giudici di merito).

Potra’, quindi, essere riconosciuto il carattere di privata dimora ai luoghi di lavoro se in essi, o in parte di essi, il soggetto compia atti della vita privata in modo riservato e precludendo l’accesso a terzi (ad esempio, retrobottega, bagni privati o spogliatoi, area riservata di uno studio professionale o di uno stabilimento).

La conferma che i luoghi di lavoro, di per se’, non costituiscano privata dimora si ricava, infine, dall’articolo 52 cod. pen., comma 3 (aggiunto dalla L. 13 febbraio 2006, n. 59, articolo 1), nel quale si afferma che la disposizione di cui al comma 2 si applica anche nel caso in cui il fatto sia avvenuto all’interno di ogni altro luogo ove venga esercitata un’attivita’ commerciale, professionale o imprenditoriale.

Nel richiamato secondo comma si fa riferimento, ai fini della presunzione di proporzionalita’ tra offesa e difesa, ai luoghi previsti dall’articolo 614 cod. pen. (vale a dire a quelli di privata dimora).

Se, dunque, la nozione di privata dimora comprendesse, indistintamente, tutti i luoghi in cui il soggetto svolge atti della vita privata, non vi sarebbe stata alcuna necessita’ di aggiungere l’articolo 52, comma 3 per estendere l’applicazione della norma anche ai luoghi di svolgimento di attivita’ commerciale, professionale o imprenditoriale.

Evidentemente tale precisazione e’ stata ritenuta necessaria perche’, secondo il legislatore, la nozione di privata dimora non e’, in generale, comprensiva dei luoghi di lavoro.

  1. Va, quindi, affermato il seguente principio di diritto:

“Ai fini della configurabilita’ del delitto previsto dall’articolo 624-bis cod. pen., i luoghi di lavoro non rientrano nella nozione di privata dimora, salvo che il fatto sia avvenuto all’interno di un’area riservata alla sfera privata della persona offesa. Rientrano nella nozione di privata dimora di cui all’articolo 624-bis cod. pen. esclusivamente i luoghi, anche destinati ad attivita’ lavorativa o professionale, nei quali si svolgono non occasionalmente atti della vita privata, e che non siano aperti al pubblico ne’ accessibili a terzi senza il consenso del titolare”.

  1. Alla stregua del principio di diritto in precedenza enunciato, il reato contestato va diversamente qualificato.

Non risulta dagli atti che l’esercizio commerciale, in cui fu commesso il furto, avesse un locale con le caratteristiche in precedenza delineate, in cui cioe’ si potessero svolgere atti della vita privata del titolare, in modo riservato e senza possibilita’ di accesso da parte di estranei.

Risulta, piuttosto, che la somma di denaro sottratta si trovava nella cassa dell’esercizio e la macchina fotografica su un tavolo, vale a dire in luogo accessibile al pubblico.

Non e’ configurabile, pertanto, il furto in abitazione a norma dell’articolo 624-bis cod. pen., bensi’ il reato di cui all’articolo 624 cod. pen. e articolo 625 cod. pen., comma 1, n. 2, (furto aggravato dalla violenza sulle cose), essendo la sottrazione dei beni, di cui alla contestazione, avvenuta mediante effrazione della finestra dell’esercizio commerciale.

  1. La sentenza impugnata, previa riqualificazione del reato originariamente contestato, va, quindi, annullata con rinvio alla Corte di appello di Perugia per la rideterminazione della pena.

Va solo aggiunto, per completezza, che, nonostante la riqualificazione, il reato non e’ prescritto. E’ stata, invero, contestata e ritenuta dai giudici di merito la recidiva specifica infraquinquennale (articolo 99 cod. pen., comma 2, nn. 1 e 2), per cui, a norma dell’articolo 157 cod. pen., comma 2, trattandosi di circostanza ad effetto speciale, il tempo necessario a prescrivere e’ di nove anni (pena edittale massima pari a sei anni, aumentata della meta’) e, quindi, per effetto della interruzione ex articolo 160 cod. pen., comma 3, e articolo 161 cod. pen., comma 2, di tredici anni e sei mesi.

Tale termine di prescrizione non e’ maturato alla data odierna, essendo stato il reato commesso il (OMISSIS).

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata e rinvia alla Corte di appello di Perugia per la rideterminazione della pena in ordine al reato p. e p. dall’articolo 624 cod. pen. e articolo 625 cod. pen., comma 1, n. 2, cosi’ qualificata l’originaria imputazione.

 

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Indulto - Presenza di un reato ostativo ex art. 1, comma 2, L. 31.7.2006 n. 241 - Pena per il reato ostativo calcolata in aumento per la continuazione - Applicabilità del condono - Sussistenza * Corte Appello Venezia, Sez. Fer., ord. 14.8.2006, pag. 127 n. 46 (con nota di M. Serena)

BOLOGNA ESERCIZIO DELLE PROPRIE RAGIONI REATO DIFFERENZE

Va anche rammentato che, ai fini della configurabilita’ della legittima difesa, uno dei requisiti indispensabili e’ l’attualita’ del pericolo da cui deriva la necessita’ della difesa, consistente cioe’ in una concreta minaccia gia’ in corso di attuazione nel momento della reazione ovvero in una minaccia od offesa imminenti (tra le tante, Sez. 1, n. 6591 del 27/01/2010, Celeste, Rv. 246566).

Orbene, la sentenza impugnata ha fatto buon governo dei principi ora affermati e le censure della ricorrente, oltre ad essere manifestamente infondate, finiscono per sottoporre alla Corte di legittimita’ questioni di precluso merito.

 

Va anche rammentato che, ai fini della configurabilita’ della legittima difesa, uno dei requisiti indispensabili e’ l’attualita’ del pericolo da cui deriva la necessita’ della difesa, consistente cioe’ in una concreta minaccia gia’ in corso di attuazione nel momento della reazione ovvero in una minaccia od offesa imminenti (tra le tante, Sez. 1, n. 6591 del 27/01/2010, Celeste, Rv. 246566).

Orbene, la sentenza impugnata ha fatto buon governo dei principi ora affermati e le censure della ricorrente, oltre ad essere manifestamente infondate, finiscono per sottoporre alla Corte di legittimita’ questioni di precluso merito.

La sentenza impugnata ha infatti accertato che la condotta contestata fu commessa dall’imputata (OMISSIS) al fine di conseguire l’auto-reintegrazione nel possesso dell’appartamento, a seguito di uno spoglio arbitrario ad opera della (OMISSIS) (Sez. 6, n. 10602 del 10/02/2010, Costanzo, Rv. 246409); cosi’ come ha accertato che tale reazione fu attuata quando ancora era in corso lo spoglio subito dall’imputata (che approfitto’ della momentanea assenza della (OMISSIS) per riacquistare il possesso dell’appartamento

Era stato accertato che la (OMISSIS), che aveva preso in affitto parte dell’appartamento in cui continuava a vivere anche la (OMISSIS), si era barricata in casa, come gia’ accaduto altre volte in precedenza, nella convinzione di poter escludere la presenza della locatrice, impedendole cosi’ di accedervi (che per tale motivo aveva patito una crisi epilettica): a questa situazione, pregiudizievole anche per la salute dell’imputata, quest’ultima aveva reagito a distanza di poche ore, chiudendo dall’interno la porta dell’abitazione, una volta uscita di casa l’inquilina.

Nell’atto di impugnazione, sono enunciati i motivi di seguito indicati nei limiti dell’articolo 173 disp. att. c.p.p.: violazione dell’articolo 52 c.p., e vizio di motivazione, in ordine alla valutazione delle risultanze processuali che avevano dimostrato la partecipazione attiva del (OMISSIS) ai fatti e l’arbitrarieta’ della condotta contestata, posto che a seguito di dissapori, era stato intimato alla (OMISSIS) di lasciare l’immobile entro un termine non rispettato; difetterebbero i presupposti del reato di cui all’articolo 392 c.p., che presuppone l’azionabilita’ in giudizio della pretesa dell’agente, nella specie non sussistente, e quindi non potrebbero essere ravvisati neppure i presupposti dell’articolo 52 c.p.; in ogni caso, mancherebbe l’immediata reazione alla condotta illecita altrui, essendosi svolta diverse ore prima la supposta azione illecita della ricorrente.

  1. Il ricorso e’ inammissibile.

2.1. Va ribadito che il reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni si differenzia da quello di violenza privata – che ugualmente contiene l’elemento della violenza o della minaccia alla persona – non nella materialita’ del fatto che puo’ essere identica in entrambe le fattispecie, bensi’ nell’elemento intenzionale, in quanto nel reato di cui all’articolo 392 c.p., l’agente deve essere animato dal fine di esercitare un diritto con la coscienza che l’oggetto della pretesa gli competa giuridicamente, pur non richiedendosi che si tratti di pretesa fondata, ovvero di diritto realmente esistente (tra tante, Sez. 2, n. 46288 del 28/06/2016, Musa, Rv. 268362; Sez. 5, n. 23923 del 16/05/2014, Dematte’, Rv. 260584).

Va anche rammentato che, ai fini della configurabilita’ della legittima difesa, uno dei requisiti indispensabili e’ l’attualita’ del pericolo da cui deriva la necessita’ della difesa, consistente cioe’ in una concreta minaccia gia’ in corso di attuazione nel momento della reazione ovvero in una minaccia od offesa imminenti (tra le tante, Sez. 1, n. 6591 del 27/01/2010, Celeste, Rv. 246566). Continua a leggere

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AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA RAPPORTI TRA CALUNNIA E DIFFAMAZIONE AGGRAVATA

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA RAPPORTI TRA CALUNNIA E DIFFAMAZIONE AGGRAVATA

ABA2La pur non copiosa giurisprudenza di questa Corte di Cassazione formatasi sul tema ha, infatti, espressamente escluso la ricorrenza del concorso formale tra i reati e sancito l’assorbimento del primo (diffamazione) nel secondo (calunnia) (Sez. 6 sent. n. 34266 del 02/02/2012, Renis non massimata), affermando, altresi’, che (Sez. 6, sent. n. 29237 del 11/06/2010, P.C. in proc. Cattaneo, Rv. 248609; Sez. 5, sent. n. 18090 del 07/03/2006, Zanardi, Rv. 234551).

Piu’ diffusamente la prima di tali pronunce ha affermato che si deve considerare .

Il Collegio ritiene di non dover aggiungere nulla alle predette considerazioni, ritenendole corrette e condividendone il contenuto, con la conseguenza che il delitto di cui al capo B deve ritenersi assorbito in quello di cui al capo A.2, non potendo il medesimo fatto essere contestato due volte e dovendosi di conseguenza eliminare la frazione di pena irrogata per la diffamazione.

L’accoglimento del ricorso sul punto comporta, pertanto, l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata limitatamente al reato di cui all’articolo 595 c.p., con eliminazione della pena di sette giorni di reclusione irrogata a detto titolo (dieci giorni di reclusione decurtati di un terzo, per difetto, in ragione del rito abbreviato celebratosi in primo grado).

 ì

 

La Corte territoriale ha per contro sottolineato che anche in tutte le altre decisioni giudiziarie collaterali rispetto a quella principale, quand’anche favorevoli all’imputato (ad es. assolto dall’imputazione penale di violazione del Decreto Legislativo n. 74 del 2000, articolo 4) era emersa la piena correttezza e la legittimita’ della condotta dei militari verificatori e per converso la consapevolezza dell’imputato di volersi difendere tacciandoli di dolosa infedelta’ istituzionale e precisa volonta’ persecutoria ai propri danni Continua a leggere

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Avvocato Sergio Armaroli

Avvocato Cassazionista Sergio Armaroli

L'avvocato Sergio Armaroli ha fondato lo studio legale Armaroli a Bologna nel 1997.

Da allora ha assistito centinaia di clienti in ambito civile e penale, in tutti i gradi di giudizio, sempre con l'attenzione e l'impegno che lo contraddistinguono, conseguendo numerosi successi e soddisfazioni.

L'avvocato Armaroli riceve tutti i giorni nel suo studio dalle ore 9:00 alle ore 19:00 in via Solferino 30.

Dicono di me i clienti

Salve a tutti, mi sono trovato di recente a dover affrontare diverse problematiche relative al mondo del lavoro. Fortunatamente ho incontrato l’ Avv. Sergio Armaroli il quale ha saputo guidarmi nelle varie situazioni con grande calma e professionalità. La pratica è stata risolta in poco tempo e con soddisfazione di tutti. From Avvocato Penalista Bologna, […]- Utente Google
Cordialità e ottima accoglienza…Esprimo la mia totale soddisfazione nel servizio reso con professionalità,   esaudiente conoscenza del diritto e della legge in tutte le sue interpretazioni. Velata la sincerità e la schiettezza nelle probabili risoluzioni dei problemi di avversità penale . Determinazione e concretezza sono cornice della sua impeccabile figura  .Ringrazio l’avvocato Sergio Armaroli e consiglio vivamente […]- Federico : ringrazio l’avvocato Sergio Armaroli
Inconditi ne placute de viata am cunoscut av. SERGIO ARMAROLI o persoana minunata cu un caracter forte si determinat, pregatit profesional la un inalt nivel. Cu profesionalitatea sa m-a ajutat sa trec cu bine de probleme financiare cu banci in italia,de aceea il recomand la toate persoanele de origine romina care au probleme judiciare de […]- Utente Google
In un momento della mia vita mi sono trovata in difficoltà ma per fortuna ho conosciuto l’avvocato SERGIO ARMAROLI, il quale ha risolto i miei problemi dimostrando grande capacità e preparazione e grande senso di umanità e gentilezza. per questo raccomando a tutti i quali abbiano problemi di rivolgersi con fiducia all’avvocato SERGIO ARMAROLI Grazie […]- Elena
Buongiorno avv., Mi sono rivolta a Lei xke’ ho alcune cose da sistemare in merito alla mia separazione. Dal colloquio ke abbiamo avuto posso dire di essere stata molto soddisfatta grazie alla sua competenza e disponibilita’ nel venire a capo alle grosse problematiche ke questa situazione crea. From Avvocato Penalista Bologna, post Sabrina Post Footer […]- Sabrina

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