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AVVOCATO APPELLO PENALE CORTE APPELLO BOLOGNA AVVOCATO PENALE PER APPELLO BOLOGNA CESENA FORLI RAVENNA

AVVOCATO APPELLO PENALE CORTE APPELLO BOLOGNA AVVOCATO PENALE BOLOGNA CESENA FORLI RAVENNA

AVVOCATO APPELLO PENALE CORTE APPELLO BOLOGNA AVVOCATO PENALE BOLOGNA CESENA FORLI RAVENNA Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno già chiarito, ad esempio, che la notificazione della citazione dell’imputato effettuata presso il domicilio reale a mani di persona convivente, anziché presso il domicilio eletto, non integra necessariamente una ipotesi di omissione della notificazione ex art. 179 cod. proc. pen., ma da luogo, di regola, ad una nullità di ordine generale a norma dell’art. 178 cod. proc. pen., lett. c), soggetta alla sanatoria speciale di cui all’art. 184 cod. proc. pen., comma 1, alle sanatorie generali di cui all’art. 183 e alle regole di deducibilità di cui all’art. 182 cod. proc. pen., oltre che ai termini di rilevabilità di cui all’art. 180 cod. proc. pen., sempre che non appaia in astratto o risulti in concreto inidonea a determinare la conoscenza effettiva dell’atto da parte del destinatario […].

AVVOCATO APPELLO PENALE CORTE APPELLO BOLOGNA AVVOCATO PENALE BOLOGNA CESENA FORLI RAVENNA

DOMANDA : IN MATERIA PENALE QUANDO PUO’ ESSERE PROPOSTO APPELLO?

Salvo quanto previsto dagli articoli 443, comma 3, 448, comma 2, 579 e 680, il pubblico ministero e l’imputato possono appellare contro le sentenze di condanna.

L’imputato e il pubblico ministero possono appellare contro le sentenze di proscioglimento nelle ipotesi di cui all’articolo 603, comma 2, se la nuova prova è decisiva. Qualora il giudice, in via preliminare, non disponga la rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale dichiara con ordinanza l’inammissibilità dell’appello. Entro quarantacinque giorni dalla notifica del provvedimento le parti possono proporre ricorso per cassazione anche contro la sentenza di primo grado.

Sono inappellabili le sentenze di condanna per le quali è stata applicata la sola pena dell’ammenda.

ACHIAMA AFFIDATI

DOMANDA :QUANDO E COME PUO’ ESSERE PROPOSTO APPELLO INCIDENTALE ?

La parte che non ha proposto impugnazione può proporre appello incidentale entro quindici giorni da quello in cui ha ricevuto la comunicazione o la notificazione previste dall’articolo 584.

L’appello incidentale è proposto, presentato e notificato a norma degli articoli 581, 582, 583 e 584.

L’appello incidentale del pubblico ministero produce gli effetti previsti dall’articolo 597 comma 2; esso tuttavia non ha effetti nei confronti del coimputato non appellante che non ha partecipato al giudizio di appello. Si osservano le disposizioni previste dall’articolo 587.

L’appello incidentale perde efficacia in caso di inammissibilità dell’appello principale o di rinuncia allo stesso.

DOMANDA : QUALE E’ IL GIUDICE COMPETENTE PER L’APPELLO PENALE?

Sull’appello proposto contro le sentenze pronunciate dal tribunale decide la corte di appello.

Sull’appello proposto contro le sentenze della corte di assise decide la corte di assise di appello.

Salvo quanto previsto dall’articolo 428, sull’appello contro le sentenze pronunciate dal giudice per le indagini preliminari, decidono, rispettivamente, la corte di appello e la corte di assise di appello, a seconda che si tratti di reato di competenza del tribunale o della corte di assise.

DOMANDA QUALE E’ LA COGNIZIONE DEL GIUDICE DI APPELLO PENALE?

 

L’appello attribuisce al giudice di secondo grado la cognizione del procedimento limitatamente ai punti della decisione ai quali si riferiscono i motivi proposti.

Quando appellante è il pubblico ministero:

  1. a) se l’appello riguarda una sentenza di condanna, il giudice può, entro i limiti della competenza del giudice di primo grado, dare al fatto una definizione giuridica più grave, mutare la specie o aumentare la quantità della pena, revocare benefici, applicare, quando occorre, misure di sicurezza e adottare ogni altro provvedimento imposto o consentito dalla legge;
  2. b) se l’appello riguarda una sentenza di proscioglimento, il giudice può pronunciare condanna ed emettere i provvedimenti indicati nella lettera a) ovvero prosciogliere per una causa diversa da quella enunciata nella sentenza appellata;
  3. c) se conferma la sentenza di primo grado, il giudice può applicare, modificare o escludere, nei casi determinati dalla legge, le pene accessorie e le misure di sicurezza.

Quando appellante è il solo imputato, il giudice non può irrogare una pena più grave per specie o quantità, applicare una misura di sicurezza nuova o più grave, prosciogliere l’imputato per una causa meno favorevole di quella enunciata nella sentenza appellata né revocare benefici, salva la facoltà, entro i limiti indicati nel comma 1, di dare al fatto una definizione giuridica più grave, purché non venga superata la competenza del giudice di primo grado.

In ogni caso, se è accolto l’appello dell’imputato relativo a circostanze o a reati concorrenti, anche se unificati per la continuazione, la pena complessiva irrogata è corrispondentemente diminuita.

Con la sentenza possono essere applicate anche di ufficio la sospensione condizionale della pena, la non menzione della condanna nel certificato del casellario giudiziale e una o più circostanze attenuanti; può essere altresì effettuato, quando occorre, il giudizio di comparazione a norma dell’articolo 69 del codice penale.

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA,AVVOCATO PENALISTA FORLI’,AVVOCATO PENALISTA RAVENNA,AVVOCATO PENALISTA CESENA

 AFOTOPROCESSOMANETTE SCRITTA

Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno già chiarito, ad esempio, che la notificazione della citazione dell’imputato effettuata presso il domicilio reale a mani di persona convivente, anziché presso il domicilio eletto, non integra necessariamente una ipotesi di omissione della notificazione ex art. 179 cod. proc. pen., ma da luogo, di regola, ad una nullità di ordine generale a norma dell’art. 178 cod. proc. pen., lett. c), soggetta alla sanatoria speciale di cui all’art. 184 cod. proc. pen., comma 1, alle sanatorie generali di cui all’art. 183 e alle regole di deducibilità di cui all’art. 182 cod. proc. pen., oltre che ai termini di rilevabilità di cui all’art. 180 cod. proc. pen., sempre che non appaia in astratto o risulti in concreto inidonea a determinare la conoscenza effettiva dell’atto da parte del destinatario […].

ABANCOSCERITTANel caso concreto, la censura risulta infondata perché il rapporto fiduciario esistente tra l’imputato ed il difensore, al quale la citazione è stata notificata, rendeva tale notificazione comunque idonea a determinare la conoscenza effettiva dell’atto da parte del destinatario; il profilo del rapporto fiduciario che lega l’imputato al suo difensore, tale da implicare il sorgere di un rapporto di continua e doverosa informazione da parte di quest’ultimo nei confronti del suo cliente, che riguarda ovviamente, in primo luogo, la comunicazione degli atti, è stato posto in rilievo in una pronuncia della Corte Costituzionale (n. 136 del 5 maggio 2008), così come ripetutamente nella giurisprudenza della Corte di legittimità è stato posto in rilievo l’onere di diligenza a carico del difensore che sia consegnatario delle notificazioni, sia pure con specifico riferimento all’onere del difensore di assicurare la funzionalità degli apparecchi di cui è dotato il suo studio professionale […]. Tale dovere di informazione da parte del difensore nei confronti del proprio assistito, sia pure riferito in generale alla illustrazione dei diritti e facoltà dell’imputato e degli atti che lo riguardano, era stato già affermato dalla Corte di Strasburgo (Corte EDU 18/10/2006 Hermi c. Italia; Corte EDU 28/02/2008 Demebukov c. Bulgaria), dovendosi fare affidamento anche su tale dovere nell’ottica di bilanciare il diritto di difesa con le esigenze di celerità del processo […]. Con specifico riguardo, poi, al bilanciamento tra il principio della ragionevole durata del processo ed il diritto di difesa, che trova il suo punto d’integrazione nell’accertamento della concreta lesività dell’atto asseritamente nullo in relazione all’interesse che la regola violata mira a tutelare, non può essere ignorato il particolare regime della sanatoria delle nullità non assolute concernenti citazioni, avvisi e notificazioni previsto dall’art. 184 cod. proc. pen., che permette di ritenere sanata la nullità sul mero presupposto che la parte interessata sia comparsa ovvero abbia rinunciato a comparire, privilegiando, tra i diversi scopi ai quali gli atti comunicatori sono destinati (che possono consistere anche nella predisposizione di una serie di attività difensive propedeutiche alla partecipazione all’udienza), quello della comparizione

Suprema Corte di Cassazione

sezione V

sentenza 5 febbraio 2016, n. 4828

Ritenuto in fatto 

Il difensore di C.O. e R.G. ricorre, con atto unico curato nell’interesse di entrambi gli assistiti, avverso la pronuncia indicata in epigrafe, recante la conferma della sentenza emessa dal Tribunale di Bologna in data 03/10/2011: gli imputati risultano essere stati condannati a pene ritenute di giustizia in ordine a un addebito di furto pluriaggravato.

La difesa lamenta:

– manifesta illogicità della motivazione della sentenza impugnata, nonché violazione dell’art. 157 cod. proc. pen..

Si fa presente nel ricorso che la notifica del decreto di citazione di entrambi gli imputati in vista del giudizio di appello era avvenuta presso il difensore, ai sensi dell’art. 157, comma 8-bis, del codice di rito, quando invece sarebbe stato doveroso effettuarla presso il domicilio eletto (stante il carattere suppletivo della norma appena richiamata). In ogni caso, risulterebbe erronea l’argomentazione della Corte territoriale secondo cui la prova della concreta conoscenza, da parte degli odierni ricorrenti, della data di fissazione dell’udienza derivava dalla circostanza che il difensore aveva formalizzato una espressa richiesta di rinvio in ragione del vizio anzidetto: nulla, infatti, imponeva alla difesa di documentare il venir meno di occasioni di contatto con gli assistiti, dal momento che il legale ben avrebbe potuto sollecitare la rinnovazione della notifica irrituale sulla base del solo esame degli atti, e senza confrontarsi con gli stessi imputati.

– mancanza della motivazione, nonché inosservanza ed erronea applicazione degli artt. 62, n. 4, e 62-bis cod. pen..

Nella fattispecie concreta il C. ed il R. avrebbero meritato la concessione delle circostanze attenuanti generiche, nonché dell’attenuante della particolare tenuità del danno patrimoniale arrecato, almeno con giudizio di equivalenza sulle aggravanti in rubrica: in particolare, non potrebbe condividersi l’assunto della Corte bolognese, secondo cui una borsa da viaggio contenente vestiario ed effetti personali ha sicuramente valore non modesto.

Considerato in diritto 

  1. Il ricorso è fondato, con riguardo al vizio processuale dedotto con il primo motivo di doglianza.

1.1 Deve innanzi tutto chiarirsi che, nella fattispecie concreta, sia il C. che il R. avevano dichiarato i rispettivi domicili presso luoghi determinati: il primo in (OMISSIS) presso la famiglia Ca. (in atti, peraltro, si rinviene a f. 23 una formale elezione di domicilio in quel recapito); il secondo al medesimo indirizzo (sempre al Blocco 4, ma alla Scala 10, interno 5). Tali dati risultano pacificamente attestati anche nell’intestazione della sentenza impugnata. È altrettanto indiscutibile:

– che i due imputati ricevettero la notifica del decreto di citazione per il processo di appello presso il loro comune difensore, con espresso richiamo alla norma di cui all’art. 157, comma 8-bis, del codice di rito;

– che la difesa, non comparendo gli imputati, eccepì il lamentato vizio già in limine all’udienza fissata per la trattazione del giudizio di secondo grado, rinnovando l’identica questione con gli odierni motivi di ricorso.

1.2 A sostegno della propria decisione, di ritenere valide le anzidette notifiche, la Corte territoriale invoca diffusamente un precedente giurisprudenziale di legittimità (Cass., Sez. IV, n. 16398 del 17/03/2015, rie. Gnudi), nella cui motivazione si legge: “occorre […] ricordare come la notificazione eseguita in luogo diverso dal domicilio eletto o dichiarato non sia per ciò solo equiparabile all’omessa notificazione. Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno già chiarito, ad esempio, che la notificazione della citazione dell’imputato effettuata presso il domicilio reale a mani di persona convivente, anziché presso il domicilio eletto, non integra necessariamente una ipotesi di omissione della notificazione ex art. 179 cod. proc. pen., ma da luogo, di regola, ad una nullità di ordine generale a norma dell’art. 178 cod. proc. pen., lett. c), soggetta alla sanatoria speciale di cui all’art. 184 cod. proc. pen., comma 1, alle sanatorie generali di cui all’art. 183 e alle regole di deducibilità di cui all’art. 182 cod. proc. pen., oltre che ai termini di rilevabilità di cui all’art. 180 cod. proc. pen., sempre che non appaia in astratto o risulti in concreto inidonea a determinare la conoscenza effettiva dell’atto da parte del destinatario […].

Nel caso concreto, la censura risulta infondata perché il rapporto fiduciario esistente tra l’imputato ed il difensore, al quale la citazione è stata notificata, rendeva tale notificazione comunque idonea a determinare la conoscenza effettiva dell’atto da parte del destinatario; il profilo del rapporto fiduciario che lega l’imputato al suo difensore, tale da implicare il sorgere di un rapporto di continua e doverosa informazione da parte di quest’ultimo nei confronti del suo cliente, che riguarda ovviamente, in primo luogo, la comunicazione degli atti, è stato posto in rilievo in una pronuncia della Corte Costituzionale (n. 136 del 5 maggio 2008), così come ripetutamente nella giurisprudenza della Corte di legittimità è stato posto in rilievo l’onere di diligenza a carico del difensore che sia consegnatario delle notificazioni, sia pure con specifico riferimento all’onere del difensore di assicurare la funzionalità degli apparecchi di cui è dotato il suo studio professionale […]. Tale dovere di informazione da parte del difensore nei confronti del proprio assistito, sia pure riferito in generale alla illustrazione dei diritti e facoltà dell’imputato e degli atti che lo riguardano, era stato già affermato dalla Corte di Strasburgo (Corte EDU 18/10/2006 Hermi c. Italia; Corte EDU 28/02/2008 Demebukov c. Bulgaria), dovendosi fare affidamento anche su tale dovere nell’ottica di bilanciare il diritto di difesa con le esigenze di celerità del processo […]. Con specifico riguardo, poi, al bilanciamento tra il principio della ragionevole durata del processo ed il diritto di difesa, che trova il suo punto d’integrazione nell’accertamento della concreta lesività dell’atto asseritamente nullo in relazione all’interesse che la regola violata mira a tutelare, non può essere ignorato il particolare regime della sanatoria delle nullità non assolute concernenti citazioni, avvisi e notificazioni previsto dall’art. 184 cod. proc. pen., che permette di ritenere sanata la nullità sul mero presupposto che la parte interessata sia comparsa ovvero abbia rinunciato a comparire, privilegiando, tra i diversi scopi ai quali gli atti comunicatori sono destinati (che possono consistere anche nella predisposizione di una serie di attività difensive propedeutiche alla partecipazione all’udienza), quello della comparizione.

amanette2SCRITTALa norma non descrive, dunque, una vera e propria ipotesi di sanatoria per il raggiungimento dello scopo dell’atto, come invece prevede in via generale per le altre nullità l’art. 183 cod. proc. pen., lett. b), ma consente all’interprete di escludere l’invalidità processuale sul mero presupposto che il destinatario sia stato messo in grado di partecipare all’udienza […]. Il compito dell’interprete è, dunque, quello di bilanciare esigenze di garanzia e celerità del processo, privilegiando l’accertamento della concreta lesività della violazione delle forme del processo, secondo un’interpretazione costituzionalmente orientata, dunque rispettosa dell’art. 111 Cost., comma 2, che stabilisce che la legge deve assicurare la durata ragionevole del processo, ed al contempo conforme al principio enunciato dall’art. 6 CEDU, che nella lettura della Corte di Strasburgo impone il bilanciamento di interessi contrapposti desumibili dalla complessità del caso concreto, dalla condotta del ricorrente e dal comportamento dell’Autorità […]. L’attuale disciplina delle notificazioni è indubbiamente ispirata all’obiettivo di evitare appesantimene procedurali e, in particolare, le norme in tema di sanatoria delle nullità delle notificazioni, in quanto prevedono che l’imputato, pur sanando con la propria comparizione l’invalidità dell’atto, possa chiedere un termine per la difesa, sono chiaramente orientate a bilanciare i suindicati contrapposti interessi, privilegiando la celerità del processo sull’invalidità di forme del procedimento che non si siano in concreto rivelate lesive dell’interesse che miravano a tutelare, imponendo all’interprete di valutarle in tal caso alla stregua di mere irregolarità […].

E poiché, in virtù del già richiamato rapporto fiduciario che lega l’imputato al suo difensore, è ricorrente nella giurisprudenza della Corte di legittimità la massima per cui nel caso di nomina di un difensore di fiducia, la notificazione presso quest’ultimo è del tutto equiparabile, ai fini della conoscenza effettiva dell’atto, alla notifica all’imputato personalmente […], in difetto di qualsivoglia riferimento nel ricorso a circostanze particolari che nel caso concreto abbiano impedito tale effettiva conoscenza, costituirebbe interpretazione non conforme ai principi costituzionali sottesi alla celerità del processo (si allude alla presunzione di non colpevolezza, di cui all’art. 27 Cost., comma 2, ed alla funzione di emenda della pena, così come richiamata dall’art. 27 Cost., comma 3) negare la sanatoria della nullità della notificazione eseguita presso il difensore sul mero rilievo del diverso luogo in cui la notificazione è stata effettuata […].

La Corte di Cassazione ha, inoltre, rimarcato in più occasioni la differenza tra la notifica presso il difensore di ufficio e quella presso il difensore di fiducia, avendo ad esempio affermato che la notifica della sentenza contumaciale effettuata nei confronti del difensore di fiducia costituisce prova di una conoscenza effettiva […], ulteriormente precisando che in tema di restituzione nel termine per impugnare la sentenza contumaciale, ai sensi del disposto di cui all’art. 175 cod. proc. pen., comma 2, come novellato dalla legge n. 60 del 2005, la notificazione presso il difensore di fiducia è del tutto equiparabile, ai fini della conoscenza effettiva dell’atto, alla notifica all’imputato personalmente […]. La citata equiparazione, lungi dal ridursi ad una mera fictio iuris, è ampiamente giustificata dalla natura e dalla sostanza del rapporto professionale che intercorre tra l’avvocato difensore nominato di fiducia dall’imputato e l’imputato stesso, il quale proprio nel momento in cui da il mandato al professionista con riguardo ad uno specifico procedimento, dimostra (o conferma) di essere effettivamente a conoscenza di tale procedimento. È, pertanto, del tutto ragionevole ritenere che, anche successivamente alla nomina, il perdurante rapporto professionale intercorrente tra l’imputato e il difensore di fiducia continui a consentire al primo di mantenersi informato sugli sviluppi del procedimento e di concordare con il difensore le scelte difensive ritenute più idonee (Cass., Sez. IV, n. 34377 del 13/07/2011, Bianco, Rv 251114)”.

1.3 Le pur in larga parte condivisibili, su un piano generale, argomentazioni esposte nella decisione appena richiamata risentono delle peculiarità di quella fattispecie concreta: fattispecie che, malgrado quanto evidenziato dalla Corte bolognese per ritenere qui applicabili i principi della sentenza Gnudi, risultava ben diversa rispetto al caso oggi in esame.

Mentre il C. ed il R. , come detto, ricevettero presso il difensore (dove mai avevano eletto domicilio) la notifica di atti che avrebbero dovuto essere inviati presso i domicili da loro dichiarati, nella sentenza Gnudi l’imputato aveva eletto domicilio presso il difensore, quindi – ferma restando la nomina – aveva inteso revocare l’elezione de qua, e non di meno la notifica dell’atto di interesse era avvenuta ancora presso il legale, piuttosto che alla sua residenza anagrafica.

Va altresì precisato che pure la sentenza Bianco, menzionata da ultimo nel passo della sentenza Gnudi espressamente riportato, afferisce ad un caso del tutto particolare (la ritenuta validità di una notifica effettuata presso il secondo difensore di fiducia di un imputato, a fronte del decesso del primo difensore, nel cui studio l’interessato aveva eletto domicilio).

Tanto premesso, non sembra al collegio che – pure in presenza di un rapporto fiduciario ancora in atto tra l’imputato ed il proprio difensore – il vigente dato normativo possa essere interpretato in termini tali da pervenire alla generalizzata conclusione che la notifica di un atto presso il difensore di fiducia sia comunque valida (conclusione che, pacificamente, il tenore delle norme processuali non consente): al di là del rilievo che possa presumersi di fatto, in termini di più o meno completa certezza, che un atto pervenuto all’avvocato nominato da Tizio sia noto a quest’ultimo, visto il dovere del professionista e l’interesse dell’assistito a mantenere costanti le reciproche comunicazioni, ove Tizio abbia eletto o dichiarato domicilio in un dato luogo è in quel luogo che egli ha diritto a ricevere gli atti del processo che lo riguarda. Non a caso, ed anzi in linea con tale rilievo, laddove la notifica pervenga a Tizio presso il suo difensore di fiducia si viene a realizzare pacificamente una ipotesi di nullità (come la stessa sentenza Gnudi ricorda): nullità che, per quanto sanabile, esclude a priori una qualsivoglia equiparazione tra notifica all’interessato secundum legem e notifica al suo difensore.

Secondo costante giurisprudenza, infatti, “la nullità conseguente alla notificazione all’imputato del decreto di citazione a giudizio presso lo studio del difensore di fiducia invece che presso il domicilio eletto è d’ordine generale a regime intermedio, perché idonea comunque a determinare una conoscenza effettiva dell’atto in ragione del rapporto fiduciario con il difensore, sicché é soggetta ai termini di deduzione di cui all’art. 182, comma secondo, cod. proc. pen.” (Cass., Sez. II, n. 35345 del 12/05/2010, Rummo, Rv 248401; negli stessi termini, v., da ultimo, Cass., Sez. IV, n. 40066 del 17/09/2015, Bellucci). Ergo, seppure la conoscenza effettiva dell’atto può concretamente dedursi da una notifica siffatta, la nullità rimane configurabile e ritualmente deducibile: come, nel caso oggi in esame, senz’altro avvenuto.

1.4 Certamente erroneo, del resto, appare l’assunto della Corte territoriale secondo cui le notifiche de quibus avrebbero dovuto intendersi valide perché effettuate ai sensi dell’art. 157, comma 8-bis, del codice di rito. Una parte della giurisprudenza, in vero, ha affermato che “in tema di notificazioni, è rituale la procedura di notifica mediante consegna al difensore di fiducia, prevista dall’art. 157, comma ottavo bis, cod. proc. pen., anche nel caso di imputato che abbia previamente dichiarato o eletto il domicilio per le notificazioni ai sensi dell’art. 161 cod. proc. pen.” (Cass., Sez. III, n. 6790 del 09/01/2008, Salvietti, Rv 238364); tale soluzione, tuttavia, non può essere condivisa, dovendosi piuttosto privilegiare l’interpretazione secondo cui “è nulla la notifica del decreto di fissazione dell’udienza per il giudizio di appello eseguita, ex art. 157, comma ottavo bis, cod. proc. pen., presso il difensore di fiducia dell’imputato, nonostante l’esistenza agli atti del domicilio ritualmente dichiarato dall’imputato, in quanto, in tal caso, il domicilio legale non può prevalere su quello dichiarato, considerato che l’art. 157, comma ottavo bis cod. proc. pen. è chiaramente riferibile, nell’organizzazione della norma in cui si inserisce, alle ipotesi considerate dai commi precedenti; ne consegue che tale nullità tempestivamente eccepita comporta la nullità del giudizio di appello e della sentenza impugnata” (Cass., Sez. V, n. 8108 del 25/01/2007, Landro, Rv 236522).

Nella motivazione della sentenza appena richiamata, ai cui principi il collegio presta piena adesione, viene più diffusamente spiegato che “l’art. 157, comma 8-bis, cod. proc. pen. è chiaramente riferibile, nell’organizzazione della norma in cui s’inserisce, alle ipotesi considerate dai commi precedenti. La stessa relazione al decreto chiariva che la norma regola esclusivamente le notificazioni all’imputato non detenuto che abbia nominato un difensore di fiducia senza provvedere a dichiarare o eleggere domicilio ai sensi dell’art. 161″. Il fatto poi che in sede di conversione sia stato eliminato, dell’art. 161 cod. proc. pen., il comma 4-bis precedentemente introdotto dal d.l. n. 17 del 2005, art. 2, comma 2, che prevedeva “in caso di nomina di difensore di fiducia le notificazioni alla persona sottoposta alle indagini o all’imputato, che non abbia eletto o dichiarato domicilio, sono eseguite mediante consegna al difensore”, rende evidente che il domicilio “legale”, che si determina soltanto nel caso in cui sia stato necessario espletare, per la prima notificazione, le procedure di cui ai precedenti commi dell’art. 157, non è comunque destinato ad operare nel caso di autonoma elezione o dichiarazione di domicilio” (l’orientamento di cui si è data ora contezza ha trovato recente conferma con la sentenza della Sezione Seconda n. 41735 del 22/09/2015, ric. Casali).

  1. Si impongono pertanto, dovendosi ritenere assorbite le questioni di cui al secondo motivo di ricorso, le determinazioni di cui al dispositivo che segue.

P.Q.M. 

Annulla la sentenza impugnata, con rinvio per nuovo giudizio ad altra sezione della Corte di appello di Bologna.

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Suprema Corte di Cassazione

sezione VI
Sentenza 14 gennaio 2014, n. 1286

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE SESTA PENALE
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. DE ROBERTO Giovanni – Presidente
Dott. LEO Guglielmo – Consigliere
Dott. CITTERIO Carlo – rel. Consigliere
Dott. DI STEFANO Pierluigi – Consigliere
Dott. VILLONI Orlando – Consigliere
ha pronunciato la seguente:

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
(OMISSIS) N. IL (OMISSIS);
avverso l’ordinanza n. 196/2013 TRIB. LIBERTA’ di CATANZARO, del 25/07/2013;
sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. CARLO CITTERIO;
sentite le conclusioni del PG Dott. Riello per l’inammissibilita’ in sub. Il rigetto;
Udito il difensore Avv. (OMISSIS) per l’accoglimento del ricorso.

CONSIDERATO IN FATTO

  1. Il Tribunale di Catanzaro ha dichiarato inammissibile il riesame proposto da (OMISSIS), non indagato e terzo sequestrato, avverso il decreto di sequestro preventivo emesso dal locale GIP il 29.6.13, perche’ la richiesta era stata presentata dal difensore privo di espressa e autonoma procura alle liti ex articolo 83 c.p.c.: in particolare, vi era solo un “mandato difensivo allegato al fascicolo che conferiva genericamente al legale ampi poteri non meglio specificati”, senza alcun “esplicito richiamo al tipico mezzo di impugnazione prescelto”, non venendo “menzionata l’attivita’ processuale da compiere ne’ il mezzo di gravame del riesame”, senza che potesse aver rilievo il riferimento “fatto approssimativamente ed immotivatamente all’articolo 322 c.p.p. con riferimento ad un apoditticamente dedotto diritto alla restituzione di quanto in sequestro”.
    2. Ricorre il (OMISSIS) a mezzo del difensore avv. (OMISSIS), enunciando due motivi:
    – violazione di legge in relazione agli articoli 83 e 84 c.p.c., articolo 122 c.p.p., articolo 322 c.p.p., comma 1 e articolo 125 c.p.p., comma 1: all’istanza di riesame sarebbe stata allegata rituale procura speciale rilasciata dal terzo sequestrato sotto forma di scrittura privata autenticata dal difensore, atto non costituente mero mandato difensivo. In particolare tale atto conterrebbe: l’espresso ed esclusivo riferimento al sequestro operato in via d’urgenza nell’ambito dell’individuato specifico procedimento penale, la designazione del difensore quale procuratore speciale “per il compimento di tutti gli atti nell’ambito dell’indicato procedimento”, l’indicazione della data di emissione del provvedimento impugnato e del numero identificativo del relativo procedimento; per l’indicazione dei poteri conferiti rileverebbe ex lege la disciplina dell’articolo 84 c.p.c., da intendersi riferita allo specifico grado e procedimento quando non diversamente precisato. Determinante a dirimere ogni eventuale incertezza sarebbe la constatazione che il terzo sequestrato puo’ agire solo per il rimedio effettivamente attivato, sicche’ appunto nessuna incertezza sarebbe anche astrattamente ipotizzabile;
    – violazione di legge in relazione all’articolo 182 c.p.c., comma 2 (come modificato dalla Legge n. 69 del 2009), articoli 24 e 113 Cost., per non avere il Tribunale assegnato termine perentorio per il rilascio al difensore di valida procura speciale.

RAGIONI DELLA DECISIONE

  1. E’ fondato il primo motivo di ricorso, il che assorbe la questione di diritto posta dal secondo motivo (sulla quale appare comunque opportuno ricordare che l’insegnamento richiamato in ricorso, confermato anche da Sez. 6, sent. 1289/2013, trova diversa soluzione in Sez. 5, ord. 10972/2013 e soprattutto Sez. 3, sent. 23107/2013).
    3.1 Tale primo motivo impone l’approfondimento di due aspetti.
    3.1.1 Il primo attiene alla funzione ed al contenuto della procura speciale prevista dall’articolo 100 c.p.p. rispetto alla (mera?) nomina.
    Secondo il codice di rito penale, l’imputato – che non puo’ difendersi da solo – deve essere assistito da difensore (non piu’ di due, articolo 96 c.p.p., comma 1 e articolo 24 disp. att. c.p.p.) nominato da lui con dichiarazione resa, consegnata o trasmessa all’autorita’ giudiziaria (articolo 96), o dall’ufficio che procede (articolo 97). Al difensore competono facolta’ e diritti che la legge riconosce all’imputato, salvo quelli che la legge riserva personalmente a quest’ultimo (articolo 99, comma 1). Solo per l’esercizio di questi ultimi (es. richiesta di rito alternativo, articolo 438, comma 3 e articolo 446, comma 3, e rinuncia all’impugnazione, articolo 589, comma 2) il difensore deve essere munito di un’autonoma e specifica procura speciale (quella disciplinata dall’articolo 122, il cui contenuto deve contenere le indicazioni richieste specificamente dalla legge nonche’ la determinazione dell’oggetto per cui e’ conferita e dei fatti ai quali si riferisce). Il difensore rappresenta l’imputato in udienza quando questi e’ stato dichiarato contumace (articolo 420 quater, comma 2) o dopo essere comparso si e’ allontanato dall’udienza (articolo 420 quinquies, comma 2).
    La parte privata diversa dall’imputato (articolo 100: parte civile, responsabile civile, persona civilmente obbligata per l’ammenda) “sta in giudizio col ministero di un difensore munito di procura speciale conferita con atto pubblico o scrittura privata autenticata dal difensore o da altra persona abilitata” (articolo 101). Secondo consolidata giurisprudenza di legittimita’, il terzo sequestrato quando agisce all’interno delle procedure incidentali penali e’ parificato alla parte privata diversa dall’imputato e quindi puo’ essere nel processo col ministero di un difensore munito di procura speciale (per tutte, Sez. 3, ord. 8942/2012).
    La “procura speciale” di cui all’articolo 100 e la “procura speciale” di cui all’articolo 122 c.p.p. sono atti del tutto diversi per funzione e contenuto.
    La “procura speciale” di cui all’articolo 100 altro non e’, in definitiva, che l’atto con cui la parte privata non imputato nomina il difensore che deve svolgere le sue difese nel processo penale. Essa si presume conferita soltanto per un determinato grado del processo, quando nell’atto non e’ espressa volonta’ diversa.
    La “procura speciale” di cui all’articolo 122 c.p.p., per quanto riguarda queste parti private, e’ invece l’atto con il quale viene attribuita anche la capacita’ di essere il soggetto del rapporto processuale, non solo quindi (come e’ nel caso dell’articolo 100) colui che assiste e svolge le difese del soggetto del rapporto processuale (che in questo caso rimane la parte privata).
    Solare e’ sul punto la sintesi contenuta nella motivazione di SU n. 44712/2004, secondo cui “conclusivamente, la procura di cui agli articoli 76 e 122 c.p.p. tende ad attribuire al procuratore la capacita’ di essere soggetto del rapporto processuale, al fine di promuovere l’istanza risarcitoria in nome e per conto del danneggiato; la procura ex articolo 100 mira a conferire un valido mandato defensionale della parte rappresentata, onde far valere in giudizio la pretesa di detta parte.

CIRCONVENZIONE DI INCAPACE-REATO-ELEMENTI –AVVOCATO PENALISTA BOLOGNALa differenza tra le due procure e’ dunque radicale e tale resta anche quando unitamente alla prima venga, con lo stesso atto, conferita alla stessa persona anche la seconda: la qual cosa e’ ben possibile in quanto, pur in presenza di distinte disposizioni normative, non si rinviene nell’ordinamento una disposizione che vieti il cumulo, in un unico atto, di tali distinte scritture”.
Nessun equivoco, rispetto a tale chiara distinzione, puo’ sorgere in ragione del richiamo all’articolo 83 c.p.c.. Questa norma, che disciplina la presenza della parte nel processo civile col ministero di un difensore (articolo 82, commi 1 e 2), dispone che in tal caso questi deve essere munito di “procura”; la rubrica dell’articolo 83 la qualifica come “procura alle liti”; il comma 2 la distingue in generale e speciale (ma sempre con riferimento alle liti, non “ad negotia”: Cass. civ. Sez. 3 sent. 11765/2002; la seconda, quella speciale, essendo comunque necessaria quando espressamente previsto dalla legge: Cass. civ. Sez. 3 sent. 7084/2006) e il quarto comma prevede che quella speciale si presume conferita solo per un determinato grado del processo, quando nell’atto non sia espressa volonta’ diversa. Secondo l’articolo 84 c.p.c., poi, quando la parte sta in giudizio col ministero del difensore, questi puo’ nel suo interesse compiere e ricevere tutti gli atti del processo che dalla legge non sono ad essa espressamente riservati.
E’ utile in proposito richiamare un altro passaggio della motivazione della ricordata SU sent. 44712/2004. Nel chiarire il contenuto normativo dell’istituto della procura speciale rilasciata ai sensi dell’articolo 100 c.p.p. dalla parte privata non imputato, le Sezioni unite evidenziano l’essenza del problema processuale: “la parte civile non puo’ difendersi da sola, ma deve stare in giudizio con il ministero di un difensore, munito di procura speciale”. Questa, prosegue la motivazione della sentenza, attribuisce esclusivamente lo jus postulandi, con il potere di compiere e ricevere tutti gli atti del procedimento necessari allo svolgimento dell’azione civile (nel processo penale): attribuisce, pertanto, “una capacita’ di schietto diritto processuale che risponde ad un’esigenza evidentemente pubblicistica, con l’evidente intenzione del legislatore di modellare questa “procura alle liti” sull’omologo istituto processual-civilistico disciplinato dall’articolo 83 c.p.c..
Ecco allora che il riferimento “diretto” agli articoli 83 e 84 c.p.c. mai potrebbe essere valorizzato per bypassare l’autonomo istituto processualpenalistico della “procura speciale” ex articolo 100 c.p.p., o per modificarne contenuto e rilevanza. In particolare, ad esempio, la specialita’ della disciplina processualpenalistica esclude che nel processo penale possa aver rilievo una “procura generale alle liti”, che invece e’ legittima ed efficace per la partecipazione attraverso il difensore (in tali termini generali incaricato) nel processo civile.
3.1.1.1 La conclusione cui si deve pervenire e’ pertanto che anche per il terzo sequestrato, in quanto soggetto portatore di interessi civilistici, la presenza processuale nei casi in cui cio’ e’ consentito avviene attraverso difensore nominato con atto denominato “procura speciale” (ex articolo 100), in luogo della “nomina” (di cui all’articolo 96 c.p.p.) come e’ per l’imputato.
In altri termini, pare davvero non individuabile, nell’ambito del rapporto professionale tra avvocato e parte privata non imputato che sia intenzionata a partecipare a momenti del procedimento penale per la tutela dei propri interessi civili, uno spazio logico-giuridico per configurare un atto di “nomina” che non sia per se’ “procura speciale” ex articolo 100 c.p.p., anche in ragione dell’assenza di alcuna formula sacramentale/costitutiva, della seconda rispetto alla prima, prevista o imposta dalla norma processuale.
Puo’ quindi affermarsi il principio di diritto che dal punto di vista funzionale, a cio’ che rappresenta l’atto di nomina ex articolo 96 c.p.p. per l’imputato, corrisponde la “procura speciale ex articolo 100 c.p.c.” per la parte privata che agisce per la tutela di interessi civili, e quindi anche per il terzo sequestrato.
Significativamente, infatti, ne’ l’articolo 96 ne’ l’articolo 100 disciplinano il contenuto formale del conferimento del mero incarico di difensore che a questi attribuisce la mera capacita’ processuale, cui ex lege conseguono gli effetti prima ricordati (a differenza di quanto ad esempio previsto per la procura speciale ex articolo 122 o per la dichiarazione di costituzione di parte civile, articolo 78).
E la parziale diversita’ di tali effetti (ad es. la domiciliazione ex lege della parte privata non imputato presso il difensore, articolo 100, comma 5; la presunzione di efficacia per il solo grado in cui e’ conferita, articolo 100, comma 3) attiene piuttosto al diverso ruolo ed all’accessorieta’ della parte privata non imputato nel processo penale, che non alla diversa denominazione degli atti di “incarico defensionale” dei rispettivi difensori. Diversa denominazione, ecco il punto, che invero non incide sul contenuto di tali atti, riguardante esclusivamente il conferimento del mero incarico defensionale da parte di soggetto che autonomamente non puo’ svolgere le proprie difese nel processo.
In definitiva, cio’ che solo rileva nell’atto che si limita a conferire l’incarico al difensore, tanto per l’imputato (ex articolo 96) quanto per la parte privata non imputato (ex articolo 100), e’ la chiara manifestazione di volonta’ (Sez. 5, sent. 5204/1998; Sez. 6, sent. 16114/2012) con l’individuazione della specifica procedura per la quale cio’ avviene (Sez. 1, sent. 17702/2010) e degli elementi identificativi del professionista (Sez. 5, sent. 34266/2009).
3.2 Il secondo aspetto, chiariti i termini in diritto che precedono (la nomina ex articolo 96 e la procura speciale ex articolo 100, come gia’ notato, non si differenziano per funzione, contenuto e tantomeno formule sacramentali/costitutive), occorre verificare se l’atto con cui (OMISSIS) ha incaricato un difensore per svolgere attivita’ defensionale nel procedimento incidentale che mirava a contestare la legittimita’ del sequestro disposto nei suoi confronti, per cui e’ processo, conteneva o meno una chiara manifestazione della volonta’ di affidare ad un determinato professionista l’incarico di svolgere le difese necessarie alla tutela delle proprie affermate ragioni in quella specifica procedura di riesame.
E’ opportuno richiamare il testo dell’atto. L’intestazione reca la dizione: “Mandato difensivo”. Di seguito, (OMISSIS) si qualifica destinatario di provvedimento di sequestro preventivo che individua specificamente e, in relazione a quel provvedimento, “dichiara di nominare, quale persona destinataria di sequestro ed avente diritto alla restituzione dei beni ablati, a mente dell’articolo 322 e ss. c.p.p. l’avv…., al quale conferisce ogni piu’ ampio potere connesso al mandato, con designazione altresi’ a procuratore speciale per il compimento di ogni atto del presente procedimento”.
Ora, al di la’ della confusa gestione terminologica che obiettivamente emerge per la sovrapposizione di termini e qualificazioni differenti, cio’ che si evince dalla lettura dell’atto in modo inequivoco e’ che (OMISSIS): si qualifica terzo sequestrato, richiama specificamente l’atto di sequestro che ha pregiudicato i suoi affermati diritti, incarica un difensore di svolgere le proprie difese, indica (attraverso il riferimento inequivoco all’articolo 322 c.p.p. che segue la dichiarazione di conferimento dell’incarico, delineandone quindi l’ambito) la procedura del riesame come quella nella quale l’attivita’ del difensore dovra’ compiersi, in un contesto sistematico nel quale effettivamente proprio la procedura di riesame e’ quella che con immediatezza risponde all’interesse sostanziale che si intende perseguire.
Vi e’ pertanto il contenuto essenziale di una “nomina/procura speciale ex articolo 100” (nei termini prima esposti) che non lascia per il vero alcun dubbio ne’ sulla chiara volonta’ del (OMISSIS) rispetto alle ragioni ed all’ambito dell’incarico conferito al difensore, ne’ sull’identificazione di questo, ne’ sulla specifica procedura da attivare ed al caso concreto cui questa deve riferirsi.
Risultano pertanto sostanzialmente assertive, in parte manifestamente illogiche e in parte intrinsecamente contraddittorie, le censure che sul punto rivolge all’atto di nomina/procura speciale l’ordinanza impugnata, laddove assemblano rilievi anche intrinsecamente contraddite, frazionano il contenuto complessivo dell’atto (negando valore all’indicazione specifica del procedimento per il quale la nomina e’ conferita e dello stato in cui esso di trova al momento della nomina), privano in modo assertivo e francamente non comprensibile di ogni rilevanza, l’invece inequivoco riferimento all’articolo 322 c.p.p. e, in definitiva e in un contesto privo di formule sacramentali, non osservano il principio generale dell’interazione di un atto secondo criteri che privilegino la loro conservazione, in coerenza alla oggettivamente evincibile volonta’ della parte (per tutte, Sez. 6, sent. 4327/1999) Sez. 4, sent. 14863/2004).
L’ordinanza va pertanto annullata e gli atti vanno trasmessi al Tribunale d. Catanzaro perche’ proceda alla richiesta deliberazione.

P.Q.M.

Annulla l’ordinanza impugnata e rinvia al Tribunale di Catanzaro per la deliberazione.

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA,AVVOCATO PENALISTA FORLI’,AVVOCATO PENALISTA RAVENNA,AVVOCATO PENALISTA CESENA

Suprema Corte di Cassazione

sezioni unite civili

sentenza 27 ottobre 2016, n. 21691

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE CIVILI

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. RORDORF Renato – Primo Presidente f.f.

Dott. AMOROSO Giovanni – Presidente di Sez.

Dott. NAPOLETANO Giuseppe – Presidente di Sez.

Dott. CURZIO Pietro – rel. Presidente di Sez.

Dott. AMENDOLA Adelaide – Presidente di Sez.

Dott. AMBROSIO Annamaria – Presidente di Sez.

Dott. GIANCOLA Maria Cristina – Consigliere

Dott. PETITTI Stefano – Consigliere

Dott. DE CHIARA Carlo – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA

avvocato penalista Bologna, ricorsi cassazione penale, cortesia e preparazione

sul ricorso 5937/2012 proposto da:

(OMISSIS) S.P.A., in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio degli avvocati (OMISSIS) e (OMISSIS), che la rappresentano e difendono, per delega a margine del ricorso;

– ricorrente –

(OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo (OMISSIS), rappresentata e difesa dagli avvocati (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS), per delega in calce al controricorso e ricorso incidentale condizionato;

– controricorrente e ricorrente incidentale –

contro

(OMISSIS) S.P.A., elettivamente domiciliata e difesa come sopra;

– controricorrente all’incidentale –

avverso la sentenza non definitiva n. 7139/2009 depositata il 10/06/2010 e la definitiva n. 8586/2010 depositata il 28/02/2011, entrambe della Corte di Appello di Roma;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 05/07/2016 dal Presidente Dott. PIETRO CURZIO;

uditi gli avvocati (OMISSIS) e (OMISSIS);

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. DE AUGUSTINIS Umberto, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

RAGIONI DELLA DECISIONE

  1. (OMISSIS) convenne in giudizio la (OMISSIS) dinanzi al Tribunale di Roma. Espose aver lavorato alle dipendenze della societa’ convenuta, nell’arco di tempo dal (OMISSIS) al (OMISSIS), con una serie di contratti di lavoro subordinato a tempo determinato, a volte con la qualifica di programmista regista, altre con quella di assistente ai programmi. Sostenne che tutti i contratti a tempo determinato erano stati stipulati in violazione della L. n. 230 del 1962, articolo 1 e chiese che venisse accertata la natura a tempo indeterminato del rapporto di lavoro a decorrere dal primo contratto ((OMISSIS)), con relativa reintegrazione nel posto di lavoro e risarcimento del danno subito nel periodo pregresso; chiese inoltre che venisse accertato il suo diritto al trattamento economico e normativo di programmista regista di 3 livello dal (OMISSIS) e di 2 livello dal (OMISSIS). La (OMISSIS) si costitui’ eccependo la piena legittimita’ di ciascun contratto e chiedendo il rigetto del ricorso.
  2. Il Tribunale dichiaro’ la nullita’ dei contratti stipulati dal (OMISSIS) in poi e la prosecuzione del rapporto dal (OMISSIS) con le mansioni di programmista regista; condanno’ la (OMISSIS) al pagamento delle retribuzioni maturate dalla notifica del ricorso. Tanto la convenuta che la ricorrente proposero appello.
  3. La Corte d’appello di Roma, con una prima sentenza non definitiva, pubblicata il 16 giugno 2010, ha rigettato l’appello della (OMISSIS), mentre ha accolto in parte l’appello incidentale della lavoratrice dichiarando la nullita’ anche dei contratti stipulati dal (OMISSIS) in poi. Con una seconda sentenza, definitiva, in accoglimento del relativo motivo di appello incidentale, respinti gli ulteriori motivi, ha dichiarato il diritto della (OMISSIS) al trattamento economico e normativo di programmista regista di III livello dal (OMISSIS) e di 2 livello dal (OMISSIS), condannando la societa’ alla corresponsione delle relative differenze retributive da liquidarsi in altro giudizio.
  4. La (OMISSIS) ha proposto ricorso per cassazione, articolato in cinque motivi, contro entrambe le sentenze. La ricorrente si e’ difesa con controricorso e ricorso incidentale condizionato costituito da un unico motivo. La (OMISSIS) ha depositato controricorso nei confronti del ricorso incidentale ed entrambe la parti hanno depositato memorie per l’udienza dinanzi alla sezione lavoro.
  5. Con ordinanza interlocutoria pubblicata il 27 luglio 2015 la sezione lavoro, ritenuto che la richiesta di applicazione da parte della (OMISSIS) della norma dettata dalla L. n. 183 del 2010, articolo 32, emanata dopo la pubblicazione della sentenza di appello e prima della notifica del ricorso per cassazione, desse luogo ad una problematica sulla quale nella giurisprudenza di Cassazione si registra un duplice contrasto di orientamenti, ha rimesso la controversia al primo presidente per l’eventuale assegnazione alle sezioni unite. Il primo presidente ha disposto l’assegnazione alle sezioni unite. Entrambe le parti hanno depositato una memoria per l’udienza.
  6. Con il quinto motivo, la (OMISSIS) chiede l’applicazione della L. 4 novembre 2010, n. 183, articolo 32, commi 5 – 7, che ha modificato la disciplina del risarcimento del danno in caso di contratto a termine illegittimo.
  7. Tale norma e’ entrata in vigore il 24 novembre 2010, quindi dopo la sentenza di appello che ha deciso sul risarcimento del danno e prima della richiesta di notifica del ricorso per cassazione.
  8. Il principio guida in materia di efficacia della legge nel tempo e’ fissato dall’articolo 11 delle disposizioni sulla legge in generale del codice civile, per il quale “La legge non dispone che per l’avvenire: essa non ha effetto retroattivo”. Il principio ammette deroghe. Nel caso specifico, la L. n. 183 del 2010, articolo 32, comma 7, prevede che “le disposizioni di cui ai commi 5 e 6 trovano applicazione a tutti i giudizi, ivi compresi quelli pendenti alla data di entrata in vigore della presente legge”. La seconda parte del comma aggiunge: “con riferimento a tali ultimi giudizi, ove necessario, ai soli fini della determinazione della indennita’ di cui ai commi 5 e 6, il giudice fissa alle parti un termine per l’eventuale integrazione della domanda e delle relative eccezioni ed esercita i poteri istruttori ai sensi dell’articolo 421 c.p.c.”.
  9. La Corte di cassazione ha affermato che, in linea generale, tale norma vale anche per i giudizi di legittimita’ a causa della sua specifica formulazione, in quanto nel concetto di giudizi pendenti rientrano anche quelli in cui la pendenza deriva dalla proposizione o proponibilita’ del ricorso per cassazione (ex plurimis, Cass., 31 gennaio 2012, n. 1409) e persino quelli in cui la Cassazione si e’ pronunciata con rinvio al giudice di merito e quest’ultimo non ha ancora definito il giudizio (Cass., 2 marzo 2012, n. 3305 e 4 febbraio 2015, n. 1995). L’interpretazione e’ stata pienamente condivisa dalla Corte costituzionale sin dalla sentenza n. 303 del 2011, emessa a seguito di una ordinanza di rimessione della Corte di cassazione basata sul presupposto dell’applicabilita’ della norma sopravvenuta al giudizio di legittimita’. Al contrario, per completezza, va ricordato che la retroattivita’ e’ stata esclusa con riferimento alle successive modifiche dell’articolo 32 introdotte dal Decreto Legislativo n. 81 del 2015, che, in mancanza di un’analoga espressa deroga al principio generale, si applicano solo ai contratti stipulati dopo l’entrata in vigore del provvedimento legislativo (Cass., 19 ottobre 2015, n. 21069).
  10. L’affermazione dell’applicabilita’ della normativa dettata dalla L. n. 183 del 2010, articolo 32 anche ai giudizi pendenti in cassazione non risolve pero’ tutti i problemi. Come ha rilevato l’ordinanza interlocutoria della sezione lavoro, sul tema si e’ determinato un duplice contrasto di orientamenti.
  11. Il primo concerne il seguente dilemma. Secondo un orientamento e’ possibile richiedere direttamente, con uno specifico motivo di ricorso, l’applicazione della nuova disciplina retroattiva. Secondo altro orientamento cio’ non sarebbe possibile in quanto la proposizione del ricorso per cassazione non e’ ammissibile per ipotesi diverse da quelle previste dall’articolo 360 c.p.c., che presuppongono necessariamente la denunzia di un vizio della sentenza di merito, vizio che non puo’ consistere nella violazione di una legge che al momento della sentenza non era stata ancora emanata.
  12. Il problema solo apparentemente attiene al tema della tipicita’ dei motivi di ricorso per cassazione. E’ fuori discussione che il ricorso per cassazione sia a critica vincolata e che i motivi indicati dall’articolo 360 c.p.c., comma 1, nn. 1 – 5, siano tassativi.
  13. In realta’, la questione e’ tutta interna al concetto di violazione di norme di diritto e si risolve nel problema di stabilire se la violazione di norme di diritto, cui fa riferimento il n. 3 dell’articolo 360 c.p.c., concerna solo quelle vigenti al momento della decisione impugnata o invece anche norme emanate in seguito ma dotate dal legislatore di efficacia retroattiva.
  14. Sul punto si sono contrapposte tesi che privilegiano la dimensione soggettiva del giudizio a tesi che privilegiano la dimensione oggettiva. Per le prime non puo’ esservi errore del giudice di merito quando la sua sentenza contrasti con una norma che non esisteva al momento della decisione. Ma il problema non e’ quello di stabilire se il giudice di merito abbia sbagliato, bensi’ di stabilire se la sentenza che egli ha emesso sia conforme o sia in contrasto con l’ordinamento giuridico. E la Corte di cassazione nello svolgere tale controllo non puo’ non tener conto di sviluppi normativi con efficacia retroattiva, che pongano quella pronuncia in contrasto con la volonta’ espressa dal Legislatore (cosi’ come non puo’ non tener conto delle conseguenze di interventi della Corte costituzionale o della Corte di giustizia dell’Unione Europea).

15.Autorevole dottrina, nel ricostruire i principi del diritto processuale, ritenne denunciabile (con ricorso per cassazione) anche la violazione di diritto “nuovo” cioe’ di diritto divenuto applicabile dopo la pubblicazione della sentenza impugnata (in quanto naturalmente i rapporti preesistenti vi siano soggetti), rilevando che “il giudice nel momento in cui pronunciava certamente non ebbe a violare la legge; ma cio’ non ha importanza: per la cassazione non si richiede un errore imputabile al giudice, ma una sentenza attualmente e oggettivamente contraria alla legge”.

  1. L’affermazione e’ pienamente condivisibile: il giudizio della Corte di cassazione non e’ sull’operato del giudice, ma ha per oggetto la conformita’ o meno all’ordinamento giuridico della decisione adottata. La violazione di legge non richiede necessariamente un errore imputabile al giudice, ma e’ un dato oggettivo che sussiste tutte le volte in cui vi e’ contrasto tra il provvedimento giurisdizionale e una norma di diritto applicabile ratione temporis al rapporto dedotto in giudizio. Di conseguenza, la parte interessata e’ legittimata a proporre un ricorso per cassazione anche contro una sentenza che abbia correttamente applicato la legge all’epoca vigente, qualora sia sopravvenuta una nuova legge dotata di efficacia retroattiva.
  2. Puo’ porsi in dubbio la legittimita’ costituzionale della legge retroattiva che interviene su processi in corso modificandone l’esito, ma quando, come in questo caso, il giudice delle leggi si e’ pronunciato escludendo il dubbio (Corte cost. n. 303 del 2011 cit., intervenuta, come si e’ visto, su questione sollevata dalla Corte di cassazione), la legge retroattiva costituisce il parametro del giudizio sulla violazione di legge ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., n. 3, e puo’ essere proposto ricorso per cassazione anche solo per denunziare la violazione della legge nuova.

18.La giurisprudenza della Corte, anche con riferimento all’applicazione della L. n. 183 del 2010, articolo 32, ha fatto un passo ulteriore, affermando che la nuova legge retroattiva deve essere applicata dalla Corte nei processi in corso anche qualora sia intervenuta dopo la notifica del ricorso per cassazione e quindi senza che il ricorrente abbia potuto formulare uno specifico motivo di ricorso, in quanto anche la Corte di cassazione deve applicare il principio iura novit curia. (In linea generale, cfr. Cass., 8 maggio 2006, n. 10547, nonche’, con specifico riferimento alla normativa sul contratto a tempo determinato, ex plurimis, Cass., 31 gennaio 2012, n. 1409). Sarebbe allora poco coerente ricostruire il sistema nel senso che la nuova legge retroattiva debba essere applicata anche in presenza di ricorsi privi di motivi specifici sul punto in quanto anteriori alla sua entrata in vigore, mentre debbano essere dichiarati inammissibili ricorsi che tale violazione abbiano denunziato con uno specifico motivo.

  1. Piu’ complessa e’ la soluzione del secondo punto di contrasto prospettato nell’ordinanza della sezione lavoro, attinente al rapporto tra legge retroattiva e giudicato. La riflessione concerne i limiti che la legge retroattiva sopravvenuta incontra a causa del giudicato.
  2. Cass., 17 marzo 2014, n. 6101 ha affermato che l’applicabilita’ della nuova legge retroattiva ai giudizi in corso, eventualmente anche d’ufficio, trova un limite nel giudicato interno sul capo della sentenza relativo al risarcimento del danno, che deve ritenersi formato qualora sul punto la sentenza di primo grado non sia stata oggetto di motivo di appello. Ha pertanto ritenuto inapplicabile la nuova norma dettata dalla L. n. 183 del 2010, articolo 32 a causa del giudicato sul capo della domanda relativa al risarcimento del danno. In senso conforme si sono espresse Cass., 5 gennaio 2015, n. 2 e Cass., 13 gennaio 2015, n. 359.
  3. Cass., 28 marzo 2012, n. 5001, al contrario, in un caso del tutto sovrapponibile, ha escluso che si sia formato il giudicato interno perche’, pur in assenza di una impugnazione in appello della statuizioni della sentenza di primo grado sulle conseguenze risarcitorie, l’eventuale accoglimento degli altri motivi di gravame, quali risultanti dalla sentenza impugnata, avrebbe comportato la caducazione anche di tali statuizioni. In senso conforme si espressa Cass., 8 gennaio 2015, n. 85.
  4. E’ questo secondo l’orientamento che deve essere condiviso.
  5. Prima di approfondire il tema processuale e’ opportuno ricostruire i profili lavoristici della materia.
  6. Nella controversie in materia di contratti a tempo determinato, qualora il ricorso con il quale il lavoratore sostiene l’illegittimita’ della apposizione del termine sia accolto, la relativa decisione, per giurisprudenza consolidata, si articola in tre capi collegati tra loro: 1) viene dichiarata l’illegittimita’ della clausola che ha apposto il termine, 2) viene disposta la riammissione in servizio del lavoratore con efficacia immediata dall’epoca della sentenza, 3) viene definito il risarcimento del danno.
  7. Su quest’ultimo punto la disciplina e’ cambiata a seguito dell’entrata in vigore della L. n. 183 del 2010, articolo 32. Prima il risarcimento del danno veniva determinato in misura pari alle retribuzioni dal momento della messa a disposizione delle energie lavorative al momento della sentenza. A seguito, invece, della L. n. 183 del 2010, articolo 32, comma 5, al lavoratore, per il periodo che precede la sentenza, spetta “un’indennita’ omnicomprensiva nella misura compresa tra un minimo di 2,5 ed un massimo di 12 mensilita’ dell’ultima retribuzione globale di fatto, avuto riguardo ai criteri indicati dalla L. 15 luglio 1966, n. 604, articolo 8”.
  8. Il problema su cui si e’ delineato il contrasto concerne situazioni che hanno avuto il seguente sviluppo processuale: in primo grado il Tribunale ha accolto il ricorso pronunciandosi su tutti e tre i capi, compreso il terzo, deciso nel senso previsto dalla disciplina precedente all’introduzione dell’articolo 32. L’appello e’ stato proposto sempre in vigenza di quel quadro normativo: l’appellante ha quindi censurato la decisione in ordine ai primi due capi della decisione, ma sul terzo capo non ha posto un problema concernente l’articolo 32 all’epoca inesistente e quindi o ha omesso qualsiasi censura o ha formulato censure di diverso contenuto, ad esempio sulla decorrenza della messa a disposizione delle energie lavorative o sull’aliunde perceptum.
  9. La nuova normativa sul risarcimento del danno e’ intervenuta dopo la sentenza di appello. Come si e’ visto e’ ammissibile un motivo di ricorso basato sulla norma sopravvenuta ed addirittura possibile che la Cassazione applichi tale norma qualora al momento del ricorso essa non era ancora entrata in vigore.
  10. Qui le strade si dividono, perche’ un orientamento sostiene che sul capo relativo al risarcimento del danno si e’ formato il giudicato sin dalla sentenza di primo grado qualora l’appellante non abbia formulato un motivo di appello su quel capo, mentre altro orientamento sostiene che l’appello contro il capo della decisione con il quale si nega la illegittimita’ del termine inibisce il passaggio in giudicato anche del capo, connesso, sul risarcimento.
  11. Piu’ analiticamente, il primo orientamento sostiene che deve essere esaminato l’atto di appello per verificare se, pur non essendo stato formulato un motivo con il quale si chiede l’applicazione dell’articolo 32 (all’epoca non ancora emanato), tuttavia il capo relativo al risarcimento sia stato comunque impugnato per altri motivi, mantenendo cosi’ fluida anche la questione risarcimento. L’altro orientamento sostiene che tale fluidita’ si determina comunque a causa dell’impugnazione del capo relativo alla illegittimita’ del termine, perche’ l’eventuale accoglimento dei motivi volti a negare l’illegittimita’ del termine avrebbe determinato il venir meno della parte della decisione sul risarcimento del danno.
  12. Questa seconda soluzione e’ preferibile, per varie ragioni.
  13. Una premessa fondamentale e’ costituita dal fatto che ci si trova in presenza di capi della domanda strettamente connessi, nel senso che vi e’ un capo, principale, dal cui accoglimento deriva la sorte degli altri capi, da esso dipendenti. Se il capo della domanda sull’illegittimita’ del termine viene accolto si puo’ passare a discutere della riammissione in servizio e del risarcimento del danno, se quel capo viene rigettato gli altri vengono a loro volta rigettati come conseguenza logica e necessaria.
  14. Il codice di procedura civile, nella parte dedicata alle impugnazioni in generale, dopo aver affermato che si intende passata in giudicato la sentenza che non e’ piu’ soggetta ad impugnazioni ed in particolare a ricorso per cassazione, considera, in alcune disposizioni, l’ipotesi di sentenze articolate in piu’ parti.
  15. Lo fa nella norma sull’acquiescenza parziale, affermando che “l’impugnazione parziale importa acquiescenza alle parti della sentenza non impugnata” (articolo 329, comma 2). Tale previsione pero’ presuppone che le parti della sentenza non siano collegate da un nesso per il quale l’impugnazione della parte principale se accolta comporta l’automatico e necessario venir meno di altre parti. In dottrina si sottolinea giustamente che il principio enunciato dall’articolo 329, comma 2, puo’ valere solo per i capi che siano autonomi e indipendenti dal quello impugnato. La giurisprudenza della Corte e’ nello stesso senso: cfr., ex plurimis, Cass., 23 ottobre 1998, n. 10550, 2 maggio 1967, n. 810, 9 aprile 1996, n. 3271, 18 ottobre 2005, n. 20143, 30 ottobre 2007, n. 22863, sez. un., 22 novembre 1994, n. 9872.
  16. Tornando al caso in esame, l’impugnazione della parte della sentenza che ha affermato l’illegittimita’ del termine esprime la volonta’ di caducare anche la parte, strettamente collegata da un nesso causale, sul risarcimento del danno derivante dall’illegittimita’. Il ricorrente esprime la volonta’ di non acquietarsi all’intera decisione di cui mira a scardinare la parte principale con i suoi corollari. Non vale invece l’inverso: qualora l’impugnazione sia volta solo contro uno dei corollari, deve ritenersi che vi sia acquiescenza sulla parte principale.
  17. Altra norma che considera le sentenze articolate in piu’ parti e’ l’articolo 336, che si occupa degli effetti della riforma o cassazione della sentenza impugnata. Questa previsione considera specificamente il caso in cui la sentenza consti di una parte principale e di una parte dipendente, e dispone che “la riforma o la cassazione parziale ha effetto anche sulle parti dipendenti dalla parte riformata o cassata”.
  18. Quindi, il legislatore ratifica che, qualora due o piu’ parti di una sentenza siano collegate da un nesso di dipendenza, l’accoglimento dell’impugnazione mirata sulla parte principale comporta la caducazione anche della parte dipendente. E’ una norma che da’ riconoscimento giuridico ad un criterio logico: se cade la parte principale di una decisione, cadono anche le parti consequenziali, quelle parti che venendo meno il fondamento non potrebbero reggersi da sole.
  19. Nel caso in esame, l’eventuale accoglimento dell’appello contro la parte della sentenza che aveva dichiarato l’illegittimita’ del termine avrebbe comportato l’automatico venir meno anche della parte sul risarcimento del danno.
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38.Nella prospettiva di chi propone l’impugnazione questo collegamento logico, riconosciuto e valorizzato dal legislatore, conferma che l’appello contro la parte della sentenza sull’illegittimita’ del termine esprime la volonta’ di chiedere al giudice anche la caducazione della parte dipendente della sentenza, cioe’ una chiara manifestazione di volonta’ contraria ad ogni acquiescenza alla parte principale della sentenza ed alle parti da essa dipendenti. Ma comporta anche l’effetto di mantenere fluida la questione, sino a che la decisione sull’impugnazione rimarra’ sub iudice, impedendo che si formi il giudicato sulla sentenza, tanto con riferimento alla parte principale, che alla parte dipendente.

  1. Il giudicato si forma quando una sentenza non e’ piu’ impugnabile (articolo 324 c.p.c.). Se l’impugnazione di una parte della sentenza mira a determinare l’annullamento della parte principale e, conseguentemente ed ineluttabilmente, delle parti dipendenti da essa, tale impugnazione impedisce il passaggio in giudicato anche delle parti dipendenti della sentenza, ed anche qualora queste parti non siano state oggetto di uno specifico motivo d’impugnazione.
  2. Cio’ vale a maggior ragione quando, come nel caso in esame, in sede di appello la Corte ha riformato il capo della decisione sulla illegittimita’ del termine spostando la declaratoria di nullita’ al primo contratto della serie, che invece il Tribunale aveva ritenuto legittimo. La modifica in appello della parte principale della decisione, puo’ comportare conseguenze sulla parte relativa al connesso risarcimento dei danni, il che accentua la condizione di dipendenza e quindi l’inidoneita’ di questa parte della decisione a passare in giudicato sino a che’ non si consolidi la pronuncia sulla parte principale.
  3. Ne’ puo’ ritenersi che le parti dipendenti della sentenza, sebbene rimaste fluide e non cristallizzate nel giudicato, siano comunque divenute intangibili a causa della maturazione di preclusioni e decadenze processuali. Nel sistema non vi e’ una disposizione che imponga l’impugnazione autonoma anche delle parti della sentenza esposte alla necessaria caducazione in caso di accoglimento della parte principale, e tanto meno che la imponga a pena di decadenza. Non rileva in questo caso l’articolo 346 c.p.c., che disciplina le decadenze nel giudizio di appello, prescrivendo che le domande e le eccezioni non accolte nella sentenza di primo grado, che non sono espressamente riproposte in appello, si intendono rinunciate. Nella situazione in esame la domanda, tanto con riferimento al capo principale che a quello dipendente, e’ stata accolta in primo grado e si e’ al di fuori del campo delle eccezioni: non si e’ in presenza di una eccezione in senso stretto formulata in primo grado dalla societa’ e non riproposta in appello, ma di una domanda, articolata in piu’ parti dipendenti l’una dall’altra, accolta dalla sentenza nei confronti della quale la convenuta soccombente ha proposto appello impugnando la parte principale della decisione con un atto il cui accoglimento comporterebbe la caducazione anche della parte dipendente.
  4. Traendo le fila di queste riflessioni, la ricostruzione del sistema processuale per cui l’impugnazione della parte principale della sentenza impedisce il passaggio in giudicato anche delle parti da essa dipendenti appare piu’ aderente al dettato normativo, che a sua volta, come si e’ detto, si basa su di un criterio difficilmente confutabile sul piano logico.
  5. La diversa opzione formulata in alcune decisioni comporta, al contrario, molteplici distonie.

44.La casistica sul tema propone ricorsi per cassazione contro decisioni delle Corti d’appello, che hanno dichiarato l’illegittimita’ del termine in alcuni casi confermando la sentenza di primo grado, in altri riformando sentenze di primo grado che avevano ritenuto legittimo il termine. Appare logico valutare il ricorso per cassazione contro tali decisioni di appello identiche (quanto all’esito) con gli stessi criteri. L’orientamento per il quale, in mancanza di specifico appello, la parte dipendente della sentenza passa in giudicato, porta a soluzioni differenti per le parti in causa derivanti dalla diversa decisione del giudice di primo grado.

45.In secondo luogo, come si e’ visto, l’orientamento che afferma il passaggio in giudicato della sentenza di primo grado quando non vi sia stato appello sul tema del risarcimento del danno, esclude tuttavia il formarsi del giudicato qualora vi siano stati motivi appello contro quella parte ma per ragioni diverse da quelle relative alla sopravvenienza dell’articolo 32, non ancora emanato. Ragioni che, anche se del tutto inconsistenti, risultano idonee a mantenere fluida la decisione su quella parte della sentenza. Ancora una volta, si introduce nel sistema una variabile poco razionale, premiando non solo chi, casualmente, aveva proposto motivi di impugnazione della parte della sentenza sul risarcimento dei danni, ma anche chi ha ecceduto nella proposizione di motivi di impugnazione a scapito di chi ha formulato impugnazioni mirate ed essenziali, omettendo di impugnare un capo della decisione che, prima della modifica legislativa retroattiva, non vi era motivo di impugnare.

  1. Uno degli effetti della scelta di ritenere che la mancata impugnazione delle parti dipendenti di una sentenza di cui si impugna la decisione principale comporti il passaggio in giudicato delle parti dipendenti, potrebbe essere quello di incentivare motivi di appello infondati, formulati solo per impedire il formarsi del giudicato, magari ipotizzando che cio’ potra’ tornare utile in caso di successive modifiche legislative, tutt’altro che infrequenti, durante i successivi sviluppi del processo, spesso tutt’altro che rapidi.
  2. Come spesso e’ accaduto, soluzioni interpretative che sembrerebbero volte a deflazionare il sistema con effetti di riduzione del contenzioso (in questo specifico caso anticipando il formarsi del giudicato sulle parti dipendenti della sentenza), finiscono per determinare l’effetto opposto, incrementando in realta’ i motivi di contenzioso, incentivando la proposizione di impugnazioni non essenziali, e creando problemi interpretativi dell’atto di impugnazione, spesso notevolmente complessi, per stabilire se esso comunque sia idoneo ad agitare questioni attinenti a parti dipendenti della sentenza.
  3. Tornando alla lettura del disposto legislativo costituito dalla L. n. 183 del 2010, articolo 32, comma 7, per il quale “le disposizioni di cui ai commi 5 e 6 trovano applicazione a tutti i giudizi, compresi quelli pendenti alla data di entrata in vigore della presente legge”, deve ritenersi che “pendenti” siano anche i giudizi in cui stato proposto appello contro la parte principale della decisione di primo grado, dalla quale dipende, in quanto legata da un nesso di causalita’ imprescindibile, la parte relativa al risarcimento del danno. Il concetto di “pendenza” indica che una controversia sia tutt’ora “sotto giudizio” e non puo’ negarsi che sino al momento in cui non diviene definitiva la decisione sulla parte principale rimanga sub iudice, e quindi sia pendente, anche la parte da essa dipendente della sentenza impugnata.
  4. Le due questioni sottoposte dalla sezione lavoro alla sezioni unite devono essere, pertanto, definite in base ai seguenti principi di diritto:
  5. “L’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3, deve essere interpretato nel senso che la violazione di norme di diritto puo’ concernere anche disposizioni emanate dopo la pubblicazione della sentenza impugnata, qualora siano applicabili al rapporto dedotto in giudizio perche’ dotate di efficacia retroattiva. In tal caso e’ ammissibile il ricorso per cassazione per violazione di legge sopravvenuta”.
  6. “Il ricorso per violazione di legge sopravvenuta incontra il limite del giudicato. Se la sentenza si compone di piu’ parti connesse tra loro in un rapporto per il quale l’accoglimento dell’impugnazione nei confronti della parte principale determinerebbe necessariamente anche la caducazione della parte dipendente, la proposizione dell’impugnazione nei confronti della parte principale impedisce il passaggio in giudicato anche della parte dipendente, pur in assenza di impugnazione specifica di quest’ultima”.
  7. L’applicazione di questi principi al caso in esame comporta l’accoglimento del motivo concernente la violazione della L. n. 183 del 2010, articolo 32, commi 5-7, e quindi la cassazione della sentenza sul punto, con rinvio al giudice di merito.
  8. Tutti gli altri motivi di ricorso, sono invece inammissibili o infondati, come del resto ha ritenuto implicitamente la sezione lavoro, nel momento in cui ha riconosciuto la rilevanza delle questioni rimesse alle sezioni unite, che sussiste solo se, affermata l’illegittimita’ della clausola di apposizione del termine, si passa a quantificare il danno.
  9. Le ragioni dell’infondatezza degli altri motivi sono cosi’ riassumibili.
  10. Con il primo motivo si denunzia violazione dell’articolo 1372 c.c., comma 1, per mancato accoglimento dell’eccezione di mutuo consenso sull’estinzione del rapporto.
  11. L’articolo 1372 c.c., comma 1, stabilisce che il contratto puo’ essere sciolto per mutuo consenso o per cause ammesse dalla legge. La Corte di cassazione ha costantemente affermato che il mutuo consenso sullo scioglimento del rapporto deve essere espresso, oppure, salvo che non sia richiesta la forma scritta ad substantiam, deve essere desumibile da comportamenti concludenti (Cass. 26 ottobre 2015, n. 21764, nonche’ Cass. 15264 del 2006).
  12. Con riferimento al caso dei contratti a tempo determinato, la mancata impugnazione della clausola che fissa il termine viene considerata indicativa della volonta’ di estinguere il rapporto di lavoro tra le parti a condizione che la durata di tale comportamento omissivo sia particolarmente rilevante e che concorra con altri elementi convergenti, ad indicare, in modo univoco ed inequivoco, la volonta’ di estinguere ogni rapporto di lavoro tra le parti. Il relativo giudizio attiene al merito della controversia (da ultime, Cass. 1 gennaio 2016, n. 1841 e 11 febbraio 2016, n. 2732, cui si rinvia anche per ulteriori riferimenti).
  13. Nel caso in esame la Corte d’appello ha applicato i principi di diritto fissati dalla giurisprudenza di legittimita’, considerando la durata del comportamento omissivo e la consistenza e convergenza degli altri elementi prospettati dalla societa’. In applicazione di questi principi ha ritenuto, con valutazione congruamente motivata, che non sia stata fornita la prova del mutuo consenso sullo scioglimento del rapporto. Il giudizio di merito si chiude qui.
  14. Con il secondo motivo la societa’ denunzia “violazione e falsa applicazione della L. n. 230 del 1962, articolo 1, lettera e)”. Nel corso dell’esposizione del motivo la societa’ ricorrente censura la sentenza di appello per aver applicato i principi fissati in una serie costante di decisioni di legittimita’ relative alla interpretazione della L. n. 230 del 1960, articolo 1, lettera e) nel testo modificato dalla L. n. 266 del 1977.
  15. Il testo originario della norma prevedeva un’eccezione al divieto di assunzioni a tempo determinato, consentendo di apporre il termine “nelle scritture del personale artistico e tecnico della produzione di spettacoli”. Questa dizione fu sostituita dalla legge del 1977 (applicabile ratione temporis), con la seguente formula: “nelle assunzioni di personale riferite a specifici spettacoli ovvero a specifici programmi radiofonici o televisivi”.
  16. La giurisprudenza di legittimita’ ha costantemente dato un’interpretazione puntuale del concetto di temporaneita’, che non puo’ riconoscersi a programmi presenti reiteratamente nel palinsesto, e rigorosa del concetto di specificita’, affermando che deve essere inteso non solo come unicita’ dello stesso, ancorche’ articolato in piu’ puntate, ma anche come specificita’ dell’apporto del lavoratore, delineando una connessione tra specificita’ dell’apporto e specificita’ del programma. Da tempo questa interpretazione rigorosa e’ considerata dalla Corte come giurisprudenza consolidata ai fini dell’articolo 360-bis c.p.c. (ex Cass., 6-L, 2 marzo 2012, n. 2012, la cui massima recita: “In tema di assunzioni a termine dei lavoratori dello spettacolo, ai fini della legittimita’ dell’apposizione del termine, e’ necessario che ricorrano la temporaneita’ della occasione lavorativa rappresentata dalla trasmissione o dallo spettacolo (che non devono essere necessariamente straordinari o occasionali, ma di durata limitata nell’arco di tempo della programmazione complessiva, e quindi destinati ad esaurirsi), la specificita’ del programma (che deve essere quantomeno unico, ancorche’ articolato in piu’ puntate o ripetuto nel tempo) e la connessione reciproca tra specificita’ dell’apporto del lavoratore e specificita’ del programma o spettacolo (per cui il primo concorre a formare la specificita’ del secondo o e’ reso necessario da quest’ultima specificita’), di modo che l’assunzione riguardi soggetti il cui apporto lavorativo sia tale da realizzare un peculiare contributo professionale, tecnico o artistico, che non sia facilmente fungibile con il contributo realizzabile dal personale a tempo indeterminato dell’impresa. (Principio affermato ai sensi dell’articolo 360-bis c.p.c., n. 1)” (da ultimo, sul punto, proprio con riferimento ad un analogo contratto (OMISSIS), cfr. Cass. 1841 del 2016, cit.).
  17. La Corte d’appello di Roma si e’ attenuta a questi principi ed, esaminando la lunga serie di contratti a termine tra la (OMISSIS) e la ricorrente, in qualita’ di programmista regista o assistente ai programmi, ha ritenuto non sussistente il requisito della temporaneita’ perche’ l’assunzione “ha riguardato programmi presenti stabilmente nel palinsesto della (OMISSIS) essendo stati ripetuti per anni”, nonche’ del requisito della specificita’ dell’apporto della lavoratrice nel senso indicato dalla giurisprudenza su richiamata.
  18. Nel motivo di ricorso la societa’, da un lato chiede alla Corte di rivedere il suo orientamento, senza pero’ fornire nuovi elementi idonei a mutarlo, dall’altro propone una serie di questioni attinenti al merito della decisione, che quindi non possono essere prese in considerazione nel giudizio di legittimita’.
  19. Con il terzo motivo la ricorrente denunzia il vizio di cui all’articolo 360 c.p.c., n. 5, per “illogica e contraddittoria motivazione” laddove la Corte d’appello ha affermato che “peraltro, anche se si dovesse ritenere la legittimita’ dei singoli contratti vi sarebbe la nullita’ per frode alla legge non potendosi dubitare che la lavoratrice abbia coperto esigenze permanenti di organico aziendale”. Questo motivo attiene ad una motivazione subordinata della sentenza che avrebbe potuto assumere rilievo solo se fosse stata accolta la censura nei confronti della motivazione principale. E’ quindi inammissibile.
  20. Con il quarto motivo si denunzia “omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio”. Il punto della decisione che viene attaccato e’ quello con il quale la Corte di merito ha riconosciuto alla ricorrente il trattamento economico e normativo di programmista regista di 3 livello dal (OMISSIS) e di 2 livello dal (OMISSIS), con le relative conseguenze retributive. La sentenza anche su tale tema e’ specificamente ed adeguatamente motivata, mentre il motivo di ricorso e’ inammissibile perche’ prospetta formalmente un vizio di motivazione, assumendo che la stessa sarebbe illogica e contraddittoria, ma propone censure, peraltro circoscritte ad uno solo degli elementi valutati (la pluralita’ e continuita’ delle riassunzioni, mentre la Corte ha anche valutato la qualita’ dei programmi), che attengono al merito della decisione. La motivazione e’ logicamente coerente e priva di contraddizioni. La censura esprime un dissenso su di uno (solo) degli argomenti relativi alla valutazione del merito della decisione. Il motivo e’ inammissibile.
  21. Il rigetto dei primi tre motivi di ricorso, comporta l’assorbimento del ricorso incidentale condizionato.

P.Q.M.

La Corte accoglie il quinto motivo di ricorso, concernente l’applicazione della L. n. 183 del 2010, articolo 32, e rigetta tutti gli altri motivi, assorbito il ricorso incidentale condizionato. Cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto con rinvio alla Corte d’appello di Roma in diversa composizione anche per la regolamentazione delle spese

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA,AVVOCATO PENALISTA FORLI’,AVVOCATO PENALISTA RAVENNA,AVVOCATO PENALISTA CESENA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

QUARTA SEZIONE PENALE

Composta dagli Ill.mi Sig.ri Magistrati

dott. Claudio D’Isa – Presidente –

dott. Umberto Massafra – Consigliere –

dott. Lucia Esposito – Consigliere –

dott. Giuseppe Grasso – Consigliere –

dott. Marco Dell’Utri – Consigliere rel.-

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

Omissis

avverso la sentenza n. 67/2011 pronunciata dalla Corte d’appello di Trento il 16.5.2012;

visti gli atri, la sentenza e il ricorso;

udita nell’udienza pubblica del 6.6.2013 la relazione fatta dal Cons. dott. Marco Dell’Utri;

udito il Procuratore Generale, in persona del dott. N. Lettieri, che ha concluso per il rigetto di entrambi i ricorsi;

udito, per … l’avv.to. … che ha concluso per l’accoglimento del ricorso;

udito, per … l’avv.to. … che ha concluso per l’accoglimento del ricorso;

Fatto

  1. Con sentenza resa in data 22.10.2010, il tribunale di Trento ha condannato (…) e (…) alla pena di euro 300,00 di multa ciascuno, in relazioneal reato di lesioni colpose commesso, in violazionedelle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro, ai danni di (…), in Borgo Valsugana il 20.11.2007.

Ai due imputati (nelle rispettive qualita’ di datore di lavoro l'(…) e di coordinatrice per la sicurezza in fase di esecuzione, la (…) ) era stata contestata la violazione, oltre ai tradizionali parametri della colpa generica, delle norme di colpa specifica partitamente indicate nei rispettivi capi d’imputazione; violazione, per effetto della quale si era verificalo l’incidente sul lavoro ai danni del lavoratore richiamato dipendente della ditta dell'(…), il quale, impegnato nello smontaggio di un ponteggio, era stato travolto dal crollo di quest’ultimo siccome privo di adeguati agganci alla struttura fissa cui accedeva, oltre che di essenziali componenti strutturali.

In particolare all'(…) era stato contestato di aver omesso di attivarsi affinché il ponteggio fosse installato in conformita’ alle istruzioni dal fabbricante, ovvero con idonei ancoraggi, nonché di aver omesso di disporre che lo smontaggio del parapetto del ponteggio avvenisse sotto il controllo di un preposto e da parte di lavoratori adeguatamente istruiti per l’esecuzione di detta operazione.

Alla (…) era stato viceversa contestato di aver omesso l’esecuzione delle opportune verifiche in ordine alla corretta realizzazione del ponteggio secondo le modalita’ prescritte dal costruttore, affinché lo stesso non venisse installato senza idonei ancoraggi e con elementi strutturali inidonei.

Con sentenza in data 16.5.2012, la corte d’appello di Trento, confermata integralmente nel resto la sentenza di primo grado, ha concesso all'(…) a sospensione condizionale della pena e ad entrambi gli imputati il beneficio della non menzione della condanna nei relativi certificati penali.

Avverso la sentenza d’appello, a mezzo dei propri difensori, hanno proposto ricorso per cassazione entrambi gli imputati,

  1. 1. – Con il proprio ricorso (…) censura la sentenza impugnata per vizio di motivazione e violazionedi legge in relazioneagli artt 40, comma, 2 e 431 comma 1, c.p.

In particolare, il ricorrente si duole che la corte d’appello abbia erroneamente ritenuto che la delega di funzioni rilasciata dall’imputato nei confronti del  direttore tecnico di cantiere fosse priva dei requisiti necessari al fine di trasferire integralmente le responsabilita‘ relative alla sicurezza all’interno del cantiere di lavoro dal datore di lavoro ano stesso direttore cosi delegato.

Al riguardo, lamenta l’imputato come la corte territoriale, benché avesse correttamente riscontrato la notevole dimensione del cantiere, nonché la pluralita’ dei cantieri aperti riconducibili all’impresa dello stesso imputato, abbia di seguito svalutato la portata della delega formalmente conferita al  direttore tecnico, espressamente comprensiva di ampi poteri di autonomia gestionale e finanziaria, idonei a consentire allo stesso l’adozione di tutte le misure necessarie o indi-spensabili al fine di prevenire ogni possibile inconveniente riguardante la sicurezza del lavoro all’interno del cantiere; svalutazione dalla quale la corte d’appello aveva tratto la conseguente esclusione dell’avvenuto trasferimento, in capo al richiamato direttore tecnico (peraltro dotato delle necessarie competenze in relazione ai compiti allo stesso delegati) della posizione di garanzia del datore di lavoro e conseguentemente di tutte le eventuali responsabilita‘ afferenti la sicurezzadei lavoratori.

Nel caso di specie, tale delega aveva ricevuto puntuale esecuzione sul piano pratico stante la concreta ed effettiva assunzione, da parte del direttore di  cantiere, del ruolo di punto di riferimento di tutti i’ lavoratori dell’impresa per tutte le necessita’ relative alla sicurezza sul luogo di lavoro, come puntualmente confermato dai testi escussi nel corso del processo.

2.2. (…) censura la sentenza impugnata per vizio di motivazione e violazione di legge in relazione agli artt 113, 590 e 41 cp, nonché in relazione all’art 5, comma 1, lett. a) d. lgs. n, 494/96.

Al riguardo, la ricorrente si duole che la corte territoriale abbia ascritto all’imputata un profilo di colpa omissiva del tutto privo d’inerenza causale con l’evento infortunistico verificatosi, peraltro, con modalita’ del tutto diverse da quelle espressamente indicate nel capo d’imputazione sollevato nei confronti dell’imputata.

Sotto altro profilo, la ricorrente evidenzia come la corte d’appello abbia contestato all’imputata la violazione di norme di prevenzione non riconducibili all’ambito delle responsabilita‘ del coordinatore per la sicurezza in fase di  esecuzione(positivamente confinato al livello di un’alta vigilanza sull’esecuzione dei lavori oltre che al controllo dei rischi interferenziali tra le imprese concorrenti nel medesimo cantiere), essendo stata in concreto contestata alla stessa la mancata verifica dell’integrita’ del ponteggio crollato sul lavoratore infortunato a seguito dell’imprevedibile e incontrollabile sottrazione di elementi strutturali da parte di altri lavoratori in epoca successiva all’avvenuta verifica, da parte della stessa (…) della regolare costruzione del punteggio de quo: circostanze di fatto rimaste tutte confermate ad esito dell’istruttoria testimoniale richiamata nello stesso ricorso.

Diritto

3.1. – Il ricorso dell'(…) tematizza la questione relativa alla trasferibilita’ della posizione di garanzia del datore di lavoro in ordine alla sicurezza lui luoghi di lavoro mediante delega al direttore tecnico di cantiere.

Sul punto, il consolidato insegnamento della giurisprudenza di legittimita’ sottolinea come, al fine di ritenere compiuto il richiamato trasferimento della  posizione di garanzia del datore di lavoro, e’ necessario che al direttore di  cantiere (cosi’ come a ogni altro preposto a tal fine) sia assicurata la disponibilita’ di tutti gli strumenti di autonomia operativa, gestionale e finanziaria indispensabili al fine di garantire l’adozione di tutte le misure precauzionali funzionali alla tutela piena e integrale della vita e dell’incolumita’ dei lavoratori occupati nell’azienda, e che il trasferimento attuato mediante la delega valga a individuare in modo preciso e determinato gli specifici poteri attribuiti al delegato, a sua volta da individuare, soggettivamente, in persone dotate della necessaria competenza a darvi attuazione.

Al riguardo, questa corte ha gia’ avuto modo di evidenziare come, in materia di  violazione della normativa antinfortunistica, gli obblighi di cui e’ titolare il datore di lavoro ben possono essere trasferiti ad altri sulla base di una delega, purché espressa, inequivoca e certa (Cass., Sez 4, n, 8604/2008, Rv, 238970; Cass., Sez. 4, n. 12800/2007, Rv. 236196; Cass., Sez. 4, n. 9343/2000, Rv, 216727); tale delega, inoltre, la dove rilasciata a soggetto privo di una particolare competenza in materia antinfortunistica e non accompagnata dalla dotazione del medesimo di mezzi finanziari idonei a consentirgli di fare fronte in piena autonomia alle esigenze di prevenzione degli infortuni, non e’ sufficiente a sollevare il datore di lavoro dai propri obblighi in materia e a liberarlo dalla responsabilita‘ per l’infortunio conseguito alla mancata predisposizione dei necessari presidi di sicurezza (cfr. Cass., Sez. 4, n, 7709/2007, Rv, 238526; Cass., Sez. 4, n. 38425/2006, Rv. 235184).

In particolare, in ipotesi di delega di funzioni spettanti al datore di lavoro, e’ necessario verificare in concreto che il delegato abbia effettivi poteri di decisione e di spesa in ordine alla messa in sicurezza dell’ambiente di lavoro, indipendentemente dal contenuto formale della nomina (Cass., Sez. 4, n. 47136/2007, Rv. 238350).

Nel caso di specie, la corte territoriale ha sottolineato come la delega rilasciata dall’imputato nei confronti del direttoredi cantiere fosse, con tutta evidenza una delega di carattere generale riferita in via esclusiva all’obiettivo della migliore conduzione dell’attivita’ produttiva; obiettivo, quest’ultimo, tele da assorbire in sé anche la gestione di compiti in tema di sicurezza, in tal senso genericamente contemplati, nel quadro di detta delega, al solo fine di rendere possibile quella preminente finalita’ di efficienza produttiva.

Tale delega, ad avviso della corte d’appello, deve ritenersi conseguentemente tale da non prevedere alcuno specifico trasferimento di poteri e responsabilita‘ in tema di sicurezza suscettibile di escludere la posizione di garanzia del datore di lavoro: trasferimento di poteri certamente non surrogabile dalla richiamata possibilita’ di “impartire istruzioni dettagliate” e di vigilare sulla loro osservanza, riferendosi, tali prerogative, non gia’ in modo certo e specifico all’ambito della sicurezza, bensi’ genericamente al ruolo del direttore tecnico di cantiere e alle relative funzioni di generale sovrintendente dell’attivita’ produttiva.

Sotto altro profilo, la stessa corte d’appello ha sottolineato come gli elementi istruttori complessivamente acquisiti nel corso del giudizio avessero evidenziato la sostanziale insussistenza, in capo al delegato, delle necessarie competenze tecnico-professionali idonee a consentirgli un adeguato assolvimento dei compiti allo stesso genericamente attribuiti in materia di sicurezza, come confermato dalle dichiarazioni dallo stesso rese, nel corso del giudizio (con “sorprendente superficialita’ e plateale leggerezza), sui temi della stabilita’ dei ponteggi, dell’osservanza delle prescrizioni relative alla loro costruzione, delle istruzioni da fornire agli operai e della scelta degli stessi per l’esecuzione dei delicati compiti di smontaggio, da ultimo caduta proprio sul lavoratore rimasto vittima dell’infortunio oggetto dell’odierno procedimento, del tutto privo di pregresse esperienze specifiche o formative.

Le motivazioni cosi complessivamente compendiate dalla corte d’appello appaiono dotate di adeguata coerenza sul piano logico e argomentate in termini di conseguente linearita’, tali da sfuggire alle censure sul punto illustrate dal ricorrente, segnatamente nella parte in cui ripropongono i contenuti della delega rilasciata al direttore tecnico di cantiere; contenuti da ritenere fedelmente interpretati dalla corte territoriale in assenza di alcuna forma di travisamento dei relativi significati.

3.2 – Quanto al ricorso della (…) rileva in primo luogo questa Corte l’infondatezza del motivo d’impugnazione riferito al preteso difetto di correlazione tra accusa e sentenza, avendo il giudice del merito espressamente sottolineato come le omissioni accertate a carico dell’imputata (segnatamente consistite nella mancata individuazione dei difetti di ancoraggio del ponteggio alla struttura stabile presso cui lo stesso era stato montato e nella mancata ammonizione degli operai incaricati dello smontaggio di accertarsi dell’integrita’ del ponteggio nelle sue componenti essenziali ai fini della relativa stabilita’) si fossero rivelate, secondo quanto emerso ad esito dell’istruttoria testimoniale, di tale macroscopicita’ e immediata visibilita’ da non poter ragionevolmente sfuggire al controllo dell’incaricata per la sicurezza presente in cantiereproprio presso il ponteggio crollato, dopo poche ore, sul lavoratore infortunato (pag. 11 della sentenza impugnata).

Circostanza, quest’ultima, certamente riconducibile (quantomeno) all’ambito delle contestazioni di colpa generica espressamente sollevate nei confronti della (…) nel capo d’imputazione alla stessa pertinente.

È appena il caso di rilevare, peraltro, in conformita’ alla ricostruzione coerentemente accreditata nella sentenza impugnata, il carattere evidentemente intuitivo del nesso di causalita’ tra le omissioni contestate all’imputata e l’evento infortunistico in concreto verificatosi, stante la ragionevole controllabilita’ logica dell’evitabilita’ dell’evento legata ai comportamenti alternativi corretti nella specie non tenuti dall’imputata.

In particolare, con riguardo alla prospettata interruzione del nesso di’ causalita’ tra il comportamento omissivo dell’imputata e l’evento infortunistico in esame, la corte d’appello ha espressamente sottolineato come, pur accedendo alla tesi sostenuta dall’imputato (secondo cui il crollo del ponteggio sarebbe stato determinato, non gia’ dal mancato ancoraggio dello stesso, bensi’ dalla sottrazione di fondamentali elementi strutturali da parte degli operai del  cantiere), l’evento infortunistico sarebbe stato in ogni caso ascrivibile alla  responsabilita‘ della (…) essendo inequivocamente emerso, dall’esito dell’istruzione condotta, la piena conoscenza, da parte dell’imputata, della consuetudine (ripetutamente verificata in cantiere dalla stessa coordinatrice per la sicurezza) di mantenere in piedi ponteggi privi di componenti essenziali perché prelevati per essere utilizzati nello stesso o in altri ponteggi: circostanza che avrebbe inevitabilmente imposto alla stessa imputata di procedere – oltre che a un’accurata verifica del ponteggio personalmente visitato la mattina stessa del suo crollo – a una specifica ammonizione degli operai addetti al relativo smontaggio al fine di impedire il compimento di tale operazione in assenza dei necessari presupposti di sicurezza.

Al riguardo, la corte territoriale, con motivazione dotata di adeguata linearita’ sul piano logico e del tutto conseguente in termini argomentativi, ha ragionevolmente ascritto alla posizione funzionale assunta dalla (…) (quale coordinatrice per la sicurezza in fase di esecuzione) la concreta sussistenza di precisi doveri d’iniziativa e di responsabilita‘, sul piano della conoscenza effettiva dei processi lavorativi da prevedere (oltre che di quelli in corso di  esecuzione) e dei necessari accorgimenti funzionali alla preservazione della tutela delle condizioni di salute e di sicurezza dei lavoratori impegnati nelle lavorazioni.

Giova, sul punto, osservare come, secondo il consolidato insegnamento della giurisprudenza di legittimita’, in tema di prevenzione antinfortunistica, al  coordinatore per la sicurezza dei lavori non e’ assegnato esclusivamente il compito di organizzare il lavoro tra le diverse imprese operanti nello stesso  cantiere, bensi’ anche quello di vigilare sulla corretta osservanza da parte delle stesse delle prescrizioni del piano di sicurezza e sulla scrupolosa applicazione delle procedure di lavoro a garanzia dell’incolumita’ dei lavoratori (Cass., Sez. 4, n. 27442/2008, Rv. 240961; Cass., Sez. 4, n. 32142/2011 Rv, 251177), spettando al ridetto coordinatore dei lavori la titolarita’ di un’autonoma posizione di garanzia che, nei limiti degli obblighi specificamente individuati dalla legge, si affianca a quelle degli altri soggetti destinatari delle norme antinfortunistiche (Cass., Sez, 4, n. 38002/2008, Rv. 241217; Cass., Sez. 4, n.18472/2008, Rv. 240393), e comprende, non solo l’istruzione dei lavoratori sui rischi connessi alle attivita’ lavorative svolte e la necessita’ di adottare tutte le opportune misure di sicurezza, ma anche la loro effettiva predisposizione, nonché il controllo continuo ed effettivo sulla concreta osservanza delle misure predisposte al fine di evitare che esse siano trascurate o disapplicate, nonché, infine, il  controllosul corretto utilizzo, in termini di sicurezza, degli strumenti di lavoro e sul processo stesso di lavorazione (Cass., Sez. 4, n. 46820/2011, Rv, 252139).

Il coordinatore per la sicurezza dei lavori e’ dunque tenuto a verificare, attraverso un’attenta e costante opera di vigilanza, l’eventuale sussistenza di obiettive situazioni di pericolo nel cantiere (Cass., Sez. 4, n. 46820/2011, ult cit.), e tanto, in relazione a ciascuna fase dello sviluppo dei lavori in corso di esecuzione (Cass., Sez. 4, n. 32142/2011, cit.)

Del tutto coerente, sul piano dello sviluppo logico delle linee argomentative seguite, deve pertanto ritenersi la motivazione della sentenza d’appello nella parte in cui ha escluso alcuna rilevanza alla pretesa mancata conoscenza, da parte della (…), dell’eventuale asportazione di componenti essenziali del  ponteggio de quo da parte di altri operai, stante l’assoluta prevedibilita’ in concreto di tate circostanza, da tempo nota e personalmente constatata dalla stessa coordinatrice in altre analoghe occasioni.

4 – Al riscontro dell’infondatezza dei motivi di doglianza avanzati dai ricorrenti segue il rigetto dei ricorsi e la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali.

Cosi’ deciso in Roma nella camera di consiglio del 6.6.2013

Per la determinazione del Giudice competente a decidere dell’impugnazione si dovrà fare riferimento all’art. 596 c.p.p. e al D.lgv 28 agosto 2000, n. 274. Per le sentenze rese dal Tribunale (art. 6 c.p.p.) sarà competente la Corte d’Appello. Per le sentenze rese dalla Corte d’Assise (art. 5 c.p.p.) sarà competente la Corte d’Assise d’appello. Per le sentenze rese dal Giudice di Pace in funzione penale sarà competente il Tribunale in composizione monocratica (art. 39, D.lgv 274/00). Se infine la sentenza è stata resa dal G.I.P. decidono rispettivamente la Corte d’Appello o la Corte d’Assise d’Appello, a seconda che si tratti di reato di competenza del Tribunale o della Corte d’Assise (art. 596 c.p.p.).

Art. 593.
Casi di appello.

  1. Salvo quanto previsto dagli articoli 443, comma 3, 448, comma 2, 579 e 680, il pubblico ministero e l’imputato possono appellare contro le sentenze di condanna.
  2. L’imputato e il pubblico ministero possono appellare contro le sentenze di proscioglimento nelle ipotesi di cui all’articolo 603, comma 2, se la nuova prova è decisiva. Qualora il giudice, in via preliminare, non disponga la rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale dichiara con ordinanza l’inammissibilità dell’appello. Entro quarantacinque giorni dalla notifica del provvedimento le parti possono proporre ricorso per cassazione anche contro la sentenza di primo grado.
  3. Sono inappellabili le sentenze di condanna per le quali è stata applicata la sola pena dell’ammenda.

_______________

[Art. 594.
Appello del pubblico ministero.(
1

  1. Nei casi consentiti, contro le sentenze del giudice per le indagini preliminari, della corte di assise e del tribunale possono appellare il procuratore generale presso la corte di appello e il procuratore della Repubblica presso il tribunale; contro le sentenze del giudice per le indagini preliminari presso la pretura e contro le sentenze del pretore possono appellare il procuratore generale presso la corte di appello e il procuratore della Repubblica presso la pretura].

(1) Articolo abrogato dall’art. 218 del D.Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51.

Art. 595.
Appello incidentale.

  1. La parte che non ha proposto impugnazione può proporre appello incidentale entro quindici giorni da quello in cui ha ricevuto la comunicazione o la notificazione previste dall’articolo 584.
  2. L’appello incidentale è proposto, presentato e notificato a norma degli articoli 581, 582, 583 e 584.
  3. L’appello incidentale del pubblico ministero produce gli effetti previsti dall’articolo 597 comma 2; esso tuttavia non ha effetti nei confronti del coimputato non appellante che non ha partecipato al giudizio di appello. Si osservano le disposizioni previste dall’articolo 587.
  4. L’appello incidentale perde efficacia in caso di inammissibilità dell’appello principale o di rinuncia allo stesso.

Art. 596.
Giudice competente.

  1. Sull’appello proposto contro le sentenze pronunciate dal tribunale decide la corte di appello.
  2. Sull’appello proposto contro le sentenze della corte di assise decide la corte di assise di appello.
  3. Salvo quanto previsto dall’articolo 428, sull’appello contro le sentenze pronunciate dal giudice per le indagini preliminari, decidono, rispettivamente, la corte di appello e la corte di assise di appello, a seconda che si tratti di reato di competenza del tribunale o della corte di assise.

Art. 597.
Cognizione del giudice di appello.

  1. L’appello attribuisce al giudice di secondo grado la cognizione del procedimento limitatamente ai punti della decisione ai quali si riferiscono i motivi proposti.
  2. Quando appellante è il pubblico ministero:
  3. a) se l’appello riguarda una sentenza di condanna, il giudice può, entro i limiti della competenza del giudice di primo grado, dare al fatto una definizione giuridica più grave, mutare la specie o aumentare la quantità della pena, revocare benefici, applicare, quando occorre, misure di sicurezza e adottare ogni altro provvedimento imposto o consentito dalla legge;
  4. b) se l’appello riguarda una sentenza di proscioglimento, il giudice può pronunciare condanna ed emettere i provvedimenti indicati nella lettera a) ovvero prosciogliere per una causa diversa da quella enunciata nella sentenza appellata;
  5. c) se conferma la sentenza di primo grado, il giudice può applicare, modificare o escludere, nei casi determinati dalla legge, le pene accessorie e le misure di sicurezza.
  6. Quando appellante è il solo imputato, il giudice non può irrogare una pena più grave per specie o quantità, applicare una misura di sicurezza nuova o più grave, prosciogliere l’imputato per una causa meno favorevole di quella enunciata nella sentenza appellata né revocare benefici, salva la facoltà, entro i limiti indicati nel comma 1, di dare al fatto una definizione giuridica più grave, purché non venga superata la competenza del giudice di primo grado.
  7. In ogni caso, se è accolto l’appello dell’imputato relativo a circostanze o a reati concorrenti, anche se unificati per la continuazione, la pena complessiva irrogata è corrispondentemente diminuita.
  8. Con la sentenza possono essere applicate anche di ufficio la sospensione condizionale della pena, la non menzione della condanna nel certificato del casellario giudiziale e una o più circostanze attenuanti; può essere altresì effettuato, quando occorre, il giudizio di comparazione a norma dell’articolo 69 del codice penale.

Art. 598.
Estensione delle norme sul giudizio di primo grado al giudizio di appello.

  1. In grado di appello si osservano, in quanto applicabili, le disposizioni relative al giudizio di primo grado, salvo quanto previsto dagli articoli seguenti.Art. 599.
    Decisioni in camera di consiglio.
  2. Quando l’appello ha esclusivamente per oggetto la specie o la misura della pena, anche con riferimento al giudizio di comparazione fra circostanze, o l’applicabilità delle circostanze attenuanti generiche, di sanzioni sostitutive, della sospensione condizionale della pena o della non menzione della condanna nel certificato del casellario giudiziale, la corte provvede in camera di consiglio con le forme previste dall’articolo 127.
  3. L’udienza è rinviata se sussiste un legittimo impedimento dell’imputato che ha manifestato la volontà di comparire.
  4. Nel caso di rinnovazione dell’istruzione dibattimentale, il giudice assume le prove in camera di consiglio, a norma dell’articolo 603, con la necessaria partecipazione del pubblico ministero e dei difensori. Se questi non sono presenti quando è disposta la rinnovazione, il giudice fissa una nuova udienza e dispone che copia del provvedimento sia comunicata al pubblico ministero e notificata ai difensori.

(…) (1)

 Art. 600.
Provvedimenti in ordine all’esecuzione delle condanne civili.

  1. Se il giudice di primo grado ha omesso di pronunciare sulla richiesta di provvisoria esecuzione proposta a norma dell’articolo 540 comma 1 ovvero l’ha rigettata, la parte civile può riproporla mediante impugnazione della sentenza di primo grado al giudice di appello il quale, a richiesta della parte, provvede con ordinanza in camera di consiglio.
  2. Il responsabile civile e l’imputato possono chiedere con le stesse forme la revoca o la sospensione della provvisoria esecuzione.
  3. Su richiesta delle stesse parti, il giudice di appello può disporre, con le forme previste dal comma 1, che sia sospesa l’esecuzione della condanna al pagamento della provvisionale quando possa derivarne grave e irreparabile danno.(1)

Art. 601.
Atti preliminari al giudizio.

  1. Fuori dei casi previsti dall’articolo 591, il presidente ordina senza ritardo la citazione dell’imputato appellante; ordina altresì la citazione dell’imputato non appellante se vi è appello del pubblico ministero, se ricorre alcuno dei casi previsti dall’articolo 587 o se l’appello è proposto per i soli interessi civili.
  2. Quando si procede in camera di consiglio a norma dell’articolo 599, ne è fatta menzione nel decreto di citazione.
  3. Il decreto di citazione per il giudizio di appello contiene i requisiti previsti dall’articolo 429 comma 1 lettere a), f), g) nonché l’indicazione del giudice competente. Il termine per comparire non può essere inferiore a venti giorni.
  4. E’ ordinata in ogni caso la citazione del responsabile civile, della persona civilmente obbligata per la pena pecuniaria e della parte civile; questa è citata anche quando ha appellato il solo imputato contro una sentenza di proscioglimento.
  5. Almeno venti giorni prima della data fissata per il giudizio di appello, è notificato avviso ai difensori.
  6. Il decreto di citazione è nullo se l’imputato non è identificato in modo certo ovvero se manca o è insufficiente l’indicazione di uno dei requisiti previsti dall’articolo 429 comma 1 lettera f).

Art. 602.
Dibattimento di appello.

  1. Nell’udienza, il presidente o il consigliere da lui delegato fa la relazione della causa.

  1. Nel dibattimento può essere data lettura, anche di ufficio, di atti del giudizio di primo grado nonché, entro i limiti previsti dagli articoli 511 e seguenti, di atti compiuti nelle fasi antecedenti.
  2. Per la discussione si osservano le disposizioni dell’articolo 523.

Art. 603.
Rinnovazione dell’istruzione dibattimentale.

  1. Quando una parte, nell’atto di appello o nei motivi presentati a norma dell’articolo 585 comma 4, ha chiesto la riassunzione di prove già acquisite nel dibattimento di primo grado o l’assunzione di nuove prove, il giudice se ritiene di non essere in grado di decidere allo stato degli atti, dispone la rinnovazione dell’istruzione dibattimentale.
  2. Se le nuove prove sono sopravvenute o scoperte dopo il giudizio di primo grado, il giudice dispone la rinnovazione dell’istruzione dibattimentale nei limiti previsti dall’articolo 495 comma 1.
  3. La rinnovazione dell’istruzione dibattimentale è disposta di ufficio se il giudice la ritiene assolutamente necessaria.
  4. (……) (1)
  5. Il giudice provvede con ordinanza, nel contraddittorio delle parti.
  6. Alla rinnovazione dell’istruzione dibattimentale, disposta a norma dei commi precedenti, si procede immediatamente. In caso di impossibilità, il dibattimento è sospeso per un termine non superiore a dieci giorni.

Art. 604.
Questioni di nullità.

  1. Il giudice di appello, nei casi previsti dall’articolo 522, dichiara la nullità in tutto o in parte della sentenza appellata e dispone la trasmissione degli atti al giudice di primo grado, quando vi è stata condanna per un atto diverso o applicazione di una circostanza aggravante per la quale la legge stabilisce una pena di specie diversa da quella ordinaria del reato o di una circostanza aggravante ad effetto speciale, sempre che non vengano ritenute prevalenti o equivalenti circostanze attenuanti.
  2. Quando sono state ritenute prevalenti o equivalenti circostanze attenuanti o sono state applicate circostanze aggravanti diverse da quelle previste dal comma 1, il giudice di appello esclude le circostanze aggravanti, effettua, se occorre, un nuovo giudizio di comparazione e ridetermina la pena.
  3. Quando vi è stata condanna per un reato concorrente o per un fatto nuovo, il giudice di appello dichiara nullo il relativo capo della sentenza ed elimina la pena corrispondente, disponendo che del provvedimento sia data notizia al pubblico ministero per le sue determinazioni.
  4. Il giudice di appello, se accerta una delle nullità indicate nell’articolo 179, da cui sia derivata la nullità del provvedimento che dispone il giudizio o della sentenza di primo grado, la dichiara con sentenza e rinvia gli atti al giudice che procedeva quando si è verificata la nullità. Nello stesso modo il giudice provvede se accerta una delle nullità indicate nell’articolo 180 che non sia stata sanata e da cui sia derivata la nullità del provvedimento che dispone il giudizio o della sentenza di primo grado.
  5. Se si tratta di altre nullità che non sono state sanate, il giudice di appello può ordinare la rinnovazione degli atti nulli o anche, dichiarata la nullità, decidere nel merito, qualora riconosca che l’atto non fornisce elementi necessari al giudizio.

5-bis. Nei casi in cui si sia proceduto in assenza dell’imputato, se vi è la prova che si sarebbe dovuto provvedere ai sensi dell’articolo 420-ter o dell’articolo 420-quater, il giudice di appello dichiara la nullità della sentenza e dispone il rinvio degli atti al giudice di primo grado. Il giudice di appello annulla altresì la sentenza e dispone la restituzione degli atti al giudice di primo grado qualora l’imputato provi che l’assenza è stata dovuta ad una incolpevole mancata conoscenza della celebrazione del processo di primo grado. Si applica l’articolo 489, comma 2. (1)

  1. Quando il giudice di primo grado ha dichiarato che il reato è estinto o che l’azione penale non poteva essere iniziata o proseguita, il giudice di appello, se riconosce erronea tale dichiarazione, ordina, occorrendo, la rinnovazione del dibattimento e decide nel merito.
  2. Quando il giudice di primo grado ha respinto la domanda di oblazione, il giudice di appello, se riconosce erronea tale decisione, accoglie la domanda e sospende il dibattimento fissando un termine massimo non superiore a dieci giorni per il pagamento delle somme dovute. Se il pagamento avviene nel termine, il giudice di appello pronuncia sentenza di proscioglimento.
  3. Nei casi previsti dal comma 1, se annulla una sentenza della corte di assise o del tribunale collegiale, il giudice di appello dispone la trasmissione degli atti ad altra sezione della stessa corte o dello stesso tribunale ovvero, in mancanza, alla corte o al tribunale più vicini. Se annulla una sentenza del tribunale monocratico o di un giudice per le indagini preliminari, dispone la trasmissione degli atti al medesimo tribunale; tuttavia il giudice deve essere diverso da quello che ha pronunciato la sentenza annullata.

Art. 605.
Sentenza.

  1. Fuori dei casi previsti dall’articolo 604, il giudice di appello pronuncia sentenza con la quale conferma o riforma la sentenza appellata.
  2. Le pronunce del giudice di appello sull’azione civile sono immediatamente esecutive.
  3. Copia della sentenza di appello, con gli atti del procedimento, è trasmessa senza ritardo, a cura della cancelleria, al giudice di primo grado, quando questi è competente per l’esecuzione e non è stato proposto ricorso per cassazione.

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AVVOCATO PER RICORSO PER CASSAZIONE PENALE BOLOGNA RAVENNA CESENA FORLI ,

AVVOCATO PER RICORSO PER CASSAZIONE PENALE BOLOGNA RAVENNA CESENA FORLI ,CON LA LEGGE 103/2017 L’IMPUTATO NON PUO’ PIU’ PROPORRE RICORSO PERSONALMENTE

AFFFFSCRITTA

La legge 103/2017 ha escluso per l’imputato la possibilita’ di proporre personalmente ricorso per cassazione penale ,divenendo sempre obbligatoria la sottoscrizione e difesa di un avvocato iscritto alle magistrature superiori

ADENAROSVEGLIASCRITTA

L’avvocato Sergio Armaroli valuta con i clienti ricorsi per cassazione penale avverso sentenze di condanna delle corti di appello.

QUINDI L’IMPUTATO DOVRA’ AVVALERSI SEMPRE  DELL’ASSISTENZA DI UN AVVOCATO CASSAZIONISTA

  • la Cassazione può procedere all’annullamento della decisione senza rinvio della causa al giudice di merito se non sono necessari ulteriori accertamenti di fatto e, quanto alla rideterminazione della pena, se può essere effettuata sulla base delle statuizioni del giudice di merito;
  • AVVOCATO PER RICORSO PER CASSAZIONE PENALE BOLOGNA RAVENNA CESENA FORLI ,CON LA LEGGE 103/2017 L’IMPUTATO NON PUO’ PIU’ PROPORRE RICORSO PERSONALMENTE    La legge 103/2017 ha escluso per l’imputato la possibilita’ di proporre personalmente ricorso per cassazione penale ,divenendo sempre obbligatoria la sottoscrizione e difesa di un avvocato iscritto alle magistrature AVVOCATO PER RICORSO PER CASSAZIONE PENALE BOLOGNA RAVENNA CESENA FORLI ,

RICORSO PER CASSAZIONE PENALE DOMANDE RISPOSTE

1DOMANDA 1. Il ricorso per cassazione penaledeve  essere proposto per i seguenti motivi:
RISPOSTA

  1. a) esercizio da parte del giudice di una potestà riservata dalla legge a organi legislativi o amministrativi ovvero non consentita ai pubblici poteri(2);
    b) inosservanza o erronea applicazione della legge penale o di altre norme giuridiche, di cui si deve tener conto nell’applicazione della legge penale(3);
    c) inosservanza delle norme processuali stabilite a pena di nullità[177-186], di inutilizzabilità [63, 103, 191, 195, 228 3, 240, 254 3, 267 2, 270, 350 6, 360 5, 403, 407 3, 526] (3), di inammissibilità [41, 46, 78, 84, 93, 393, 397, 410, 435, 461, 586, 591, 613, 634, 645] o di decadenza [21, 79, 80, 85, 86, 95, 175 3, 182, 458, 585, 646 4] (4);
    d) mancata assunzione di una prova decisiva, quando la parte ne ha fatto richiesta anche nel corso dell’istruzione dibattimentale limitatamente ai casi previsti dall’articolo 495, comma 2 (5);
    e) mancanza, contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione, quando il vizio risulta dal testo del provvedimento impugnato ovvero da altri atti del processo specificamente indicati nei motivi di gravame (6).
    Il ricorso, oltre che nei casi e con gli effetti determinati da particolari disposizioni [428 3], può essere proposto contro le sentenze pronunciate in grado di appello o inappellabili [593] (7).
    3. Il ricorso è inammissibile se proposto per motivi diversi da quelli consentiti dalla legge o manifestamente infondati ovvero, fuori dei casi previsti dagli articoli 569 e 609 comma 2, per violazioni di legge non dedotte con i motivi di appello [611]

2DOMANDA IL RICORSO PER CASSAZIONE PENALE PUO’ VERTERE SUL FATTO?

RISPOSTA NO NON E’ UN TERZO GRADO DI GIUDIZIO, E’ UN GIUDIZIO DI LEGITTIMITA’

I RICORSI CHE VERTONO SUL FATTO VENGONO DICHIARATI INAMMISSIBILI

OCCORRE FARE MOTIVI DI DIRITTO NO NMOTIVI SUL FATTO

 

3DOMANDA :CHI PUO’ FAR E UN RICORSO PER CASSAZIONE PENALE?

 

 

RISPOSTA ESCLUSIVAMET E L’AVVOCATO DIFENSORE CHE SIA ABILITATO ALLE MAGISTRATURE SUPERIORI OVVERO CHE SI CASSAZIONISTA

4DOMANDA VENGONO SPESSO DICHIARATI INAMMISSIBILI I RICORSI PER CASSAZIONE PENALE? 

RISPOSTA Molto spesso in modi particolare se fatti da avvocati senza esperienza del settore, appena di entra nel merito si rishcia l’inammissibilita’  e il passaggio in giudicato della sentenza di appello.

5DOMANDA come puo’ decidere la Suprema Corte?

 

RISPOSTA: inammissibilita’ , rigetto annullamento con o senza rinvio

6DOMANDA cosa vuol dire annullamento con rinvio?

RISPOSTA vuol dire che la Corte ordina nuovo giudizio per il quale si è fatto ricorso per cassazione ad esempio nuovo appello che dovra’ tener conto delle indicazioni della Suprema Corte

7)DOMANDA e annullamento senza rinvio cosa vuol dire?

RISPOSTA vuol dire che ad esempio se il ricorso lo fa l’imputato la pena e il processo sono finite, e non vi è quindi nessuna condanna

8DOMANDA dove e’ la corte di cassazione? 

RISPOSTA a Roma unica per tutta Italia

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TRUFFA AGGRAVATA – ESTORSIONE DIFFERENZE CASSAZIONE AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA-MILANO-VICENZA TREVISO

La distinzione tra il delitto di estorsione e quello di truffa aggravata dall’ingenerato timore di un pericolo immaginario, consiste nel diverso modo in cui viene prospettato il danno, in vista del quale la persona offesa si induce a quell’azione od omissione da cui deriva il conseguimento del profitto ingiusto dell’agente. Si ha truffa aggravata quando il danno non viene prospettato come certo e sicuro, ma soltanto come possibile ed eventuale e mai proveniente direttamente o indirettamente dall’imputato, giacché in tal caso l’offeso non è coartato nella sua volontà ma si determina all’azione di omissione in stato di errore (Cass. Sez. 6, n. 4825 del 12/12/1995, Meocci, Rv. 203601).

AS1Mentre, infatti, gli elementi caratterizzanti la condotta estorsiva sono la violenza e la minaccia, quelli qualificanti il comportamento truffaldino – anche nell’ipotesi aggravata della prospettazione del pericolo immaginario – sono, pur sempre, gli artifizi e raggiri: in quest’ultima ipotesi infatti la minaccia, poiché riguarda un male non reale, ma immaginario, assume i contorni dello inganno perché contribuisce all’induzione in errore della parte offesa del reato attraverso la prospettazione del falso pericolo (Sez. 2, n. 8456 del 18/04/1995, PM in proc. Faragli, Rv. 202-347 relativa a fattispecie di ritenuta sussistenza del reato di truffa nella condotta di soggetto che, spacciandosi per ufficiale della Guardia di Finanza, aveva richiesto e ottenuto una somma di danaro per non procedere ad una verifica fiscale).

Sotto un angolo visuale parzialmente diverso, si è inoltre affermato che la differenza tra il reato di truffa aggravata dall’ingenerato timore di un pericolo immaginario e quello di estorsione non sta nell’effettiva sussistenza del male minacciato – immaginario nella truffa, concreto e realizzabile nell’estorsione – ma nella circostanza che nella truffa il male viene ventilato come possibile ed eventuale e comunque non proveniente direttamente od indirettamente da chi lo prospetta, di talché l’offeso non è coartato nella sua volontà, ma si determina perché tratto in errore dall’esposizione di un pericolo inesistente, mentre nell’estorsione il male viene indicato come certo e realizzabile ad opera del reo o di altri, sicché, l’offeso è posto nella ineluttabile alternativa di far conseguire all’agente il preteso profitto o di subire il male minacciato (Sez. 2, sent. n. 1074 del 21/10/1988, Masci, Rv. 183145; Sez. 2 sent. n. 1080 del 21/04/1987, Valente, Rv. 177496).

Fermi restando i citati approdi interpretativi, si possono aggiungere le seguenti considerazioni.

prova testimoniale penale prova testi penale decadenza prova testimoniale penale valutazione prova testimoniale penale processo penale prova testimoniale prova per testi penale

prova testimoniale penale
prova testi penale
decadenza prova testimoniale penale
valutazione prova testimoniale penale
processo penale prova testimoniale
prova per testi pecondo un’impostazione seguita da una giurisprudenza piuttosto risalente di questa Corte di Cassazione (Cass. 27/01/1971 in Cass. Pen., 1972, 500; Cass. 14/07/1973, ibidem, 1974, 769) e che trova riscontro in un’importante voce dottrinale, deve ravvisarsi estorsione in tutti i casi in cui sussista la minaccia di un male, a prescindere dal fatto che questo sia reale o immaginario, dal momento che identico è l’effetto coercitivo esercitato sul soggetto passivo, tanto che la sua concretizzazione dipenda effettivamente dalla volontà dell’agente, quanto che queta sia la rappresentazione che se ne faccia la vittima (ad es. per effetto di errore preesistente, come nella specie sul profilo della perdurante qualifica soggettiva del soggetto attivo), ancorché in contrasto con la realtà effettiva, a lui ignota.

CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. VI PENALE – SENTENZA 27 giugno 2014, n.27996 – Pres. Agrò – est. Villoni

XRitenuto in fatto

1. Con la sentenza sopra indicata la Corte d’Appello di Salerno, in riforma di quella emessa in data 01/10/2009 dal locale Tribunale, appellata da S.P. limitatamente al reato di cui all’art. 629 cod. pen. (capo d] del decreto che dispone il giudizio del 15/02/2006) e da C.S. in ordine al reato ascrittogli al capo z) dello stesso decreto, diversamente qualificato in primo grado ai sensi dell’art. 326, comma 1 cod. pen., nonché da due parti civili:

– dichiarava non doversi procedere nei confronti dello S. per i reati di cui al capo h) (artt. 81 cpv., 640 cod. pen., truffa continuata) del decreto che dispone il giudizio del 15/02/2006 e per quelli di cui ai capi b) e c) (truffa aggravata continuata e falsità materiale in scrittura privata) del decreto che dispone il giudizio del 06/06/2007 perché estinti per intervenuta prescrizione, respingendo l’appello in relazione al delitto di estorsione;

– riduceva l’entità della pena inflitta allo S. in primo grado nella misura di quattro anni, quattro mesi e quindici giorni di reclusione ed Euro 680,00 di multa, previa concessione all’imputato delle circostanze attenuanti generiche e risoluzione della continuazione tra i reati per cui aveva riportato condanna e quelli dichiarati prescritti;

– rigettava l’appello di C.S. e delle parti civili;

– confermava le statuizioni civili pronunziate a carico degli imputati, che condannava alla rifusione delle spese processuali sostenute dalle parti civili per il grado di giudizio.

La Corte respingeva la tesi dello S. volta a sostenere la ricorrenza della diversa ipotesi del reato di truffa aggravata nella condotta contestata a titolo di estorsione, nonché l’eccezione di nullità della richiesta di rinvio a giudizio formulata dal C. in relazione ad una dedotta nullità rilevante ai sensi dell’art. 415 bis cod. proc. pen., oltre alla censura di merito riferita alla insussistenza di prove sufficienti del reato di rivelazione di segreti d’ufficio contestata a detto appellante.

2. Avverso la sentenza hanno presentato distinti ricorsi gli imputati:

– S. deducendo violazione di legge in ordine alla determinazione della Corte territoriale di confermare la condanna per il delitto di estorsione e non ravvisare il diverso reato di truffa aggravata, fondata – secondo il ricorrente – su una erronea valutazione della fattispecie, da cui era dato agevolmente desumere che quello prospettato alla parte lesa (pignoramento dei camion di sua proprietà in caso di mancato pagamento del debito) non era un male ingiusto, ma l’esercizio di un diritto dell’ente esattore nella cui veste di incaricato le si era fraudolentemente presentato;

– C. riproponendo l’eccezione di nullità della richiesta di rinvio a giudizio formulata dal PM, derivante dall’interruzione dell’interrogatorio cui si era sottoposto ai sensi dell’art. 415 bis cod. proc. pen. al fine di esaminare materiale probatorio d’accusa non portato successivamente a completamento; deducendo, inoltre, vizio di motivazione della decisione impugnata in ordine alla confermata responsabilità per il reato di cui all’art. 326 comma 1 cod. pen. a dispetto delle numerose emergenze probatorie, anche testimoniali, a discarico.

Considerato in diritto

3. Il ricorso formulato da S.P. si rivela infondato e come tale deve essere rigettato.

Esso si appunta esclusivamente sulla qualificazione in iure della condotta contestata al capo d) della rubrica, ritenuta da entrambi i giudici di merito integrare il delitto di estorsione di cui allo art. 629 cod. pen. a dispetto della tesi difensiva che vi ravvisa invece gli estremi del delitto di truffa aggravata.

In concreto, lo S. si era presentato a Si.Sa. , debitore nei cui confronti pendeva procedura esecutiva curata da ETR Equitalia, come dipendente di quest’ultima pur non rivestendo più detta qualifica, minacciandolo di dover procedere al sequestro di alcuni camion di sua proprietà ove non avesse provveduto all’immediato pagamento della somma di 2.000,00 Euro, in tal modo inducendolo a versargli il minor importo di Euro 1.500,00.

Sostiene al riguardo il ricorrente che il male prospettato al Si. non poteva definirsi ingiusto, consistendo nella prospettazione del concreto esercizio del diritto dell’ente esattore nella cui veste di incaricato egli si era, però, fraudolentemente presentato, integrando pertanto la condotta il diverso reato di truffa, aggravata dalla prospettazione di un pericolo non reale, a causa del cessato status di dipendente dell’ente esattore, bensì immaginario (art. 640 comma 2 n. 2 cod. pen.).

La giurisprudenza di questa Corte di legittimità pronunziatasi in argomento è, però, di ostacolo all’accoglimento della tesi esposta in ricorso.

La distinzione tra il delitto di estorsione e quello di truffa aggravata dall’ingenerato timore di un pericolo immaginario, consiste nel diverso modo in cui viene prospettato il danno, in vista del quale la persona offesa si induce a quell’azione od omissione da cui deriva il conseguimento del profitto ingiusto dell’agente. Si ha truffa aggravata quando il danno non viene prospettato come certo e sicuro, ma soltanto come possibile ed eventuale e mai proveniente direttamente o indirettamente dall’imputato, giacché in tal caso l’offeso non è coartato nella sua volontà ma si determina all’azione di omissione in stato di errore (Cass. Sez. 6, n. 4825 del 12/12/1995, Meocci, Rv. 203601).

Mentre, infatti, gli elementi caratterizzanti la condotta estorsiva sono la violenza e la minaccia, quelli qualificanti il comportamento truffaldino – anche nell’ipotesi aggravata della prospettazione del pericolo immaginario – sono, pur sempre, gli artifizi e raggiri: in quest’ultima ipotesi infatti la minaccia, poiché riguarda un male non reale, ma immaginario, assume i contorni dello inganno perché contribuisce all’induzione in errore della parte offesa del reato attraverso la prospettazione del falso pericolo (Sez. 2, n. 8456 del 18/04/1995, PM in proc. Faragli, Rv. 202-347 relativa a fattispecie di ritenuta sussistenza del reato di truffa nella condotta di soggetto che, spacciandosi per ufficiale della Guardia di Finanza, aveva richiesto e ottenuto una somma di danaro per non procedere ad una verifica fiscale).

Sotto un angolo visuale parzialmente diverso, si è inoltre affermato che la differenza tra il reato di truffa aggravata dall’ingenerato timore di un pericolo immaginario e quello di estorsione non sta nell’effettiva sussistenza del male minacciato – immaginario nella truffa, concreto e realizzabile nell’estorsione – ma nella circostanza che nella truffa il male viene ventilato come possibile ed eventuale e comunque non proveniente direttamente od indirettamente da chi lo prospetta, di talché l’offeso non è coartato nella sua volontà, ma si determina perché tratto in errore dall’esposizione di un pericolo inesistente, mentre nell’estorsione il male viene indicato come certo e realizzabile ad opera del reo o di altri, sicché, l’offeso è posto nella ineluttabile alternativa di far conseguire all’agente il preteso profitto o di subire il male minacciato (Sez. 2, sent. n. 1074 del 21/10/1988, Masci, Rv. 183145; Sez. 2 sent. n. 1080 del 21/04/1987, Valente, Rv. 177496).

Fermi restando i citati approdi interpretativi, si possono aggiungere le seguenti considerazioni.

Secondo un’impostazione seguita da una giurisprudenza piuttosto risalente di questa Corte di Cassazione (Cass. 27/01/1971 in Cass. Pen., 1972, 500; Cass. 14/07/1973, ibidem, 1974, 769) e che trova riscontro in un’importante voce dottrinale, deve ravvisarsi estorsione in tutti i casi in cui sussista la minaccia di un male, a prescindere dal fatto che questo sia reale o immaginario, dal momento che identico è l’effetto coercitivo esercitato sul soggetto passivo, tanto che la sua concretizzazione dipenda effettivamente dalla volontà dell’agente, quanto che queta sia la rappresentazione che se ne faccia la vittima (ad es. per effetto di errore preesistente, come nella specie sul profilo della perdurante qualifica soggettiva del soggetto attivo), ancorché in contrasto con la realtà effettiva, a lui ignota.

Il recupero di tale approccio ermeneutico in apparenza rigorista permette, infatti, di considerare irrilevanti le specifiche connotazioni del pericolo insito nella minaccia esercitata, che può alternativamente risultare privo di riscontro nella realtà obiettiva (es. quello di future sventure prospettato a persona superstiziosa da chi si attribuisca non solo capacità divinatorie ma anche manipolatorie degli eventi futuri) o in concreto inattuabile per inettitudine, impossibilità (come nella specie, in cui il ricorrente non era più dipendente Equitalia ETR e non avrebbe di fatto potuto attuare la minaccia di sequestro) o mancanza di volontà dell’agente.

Al contempo esso consente di mantenere netta la distinzione, fondamentale ai fini di un’actio finium regundorum tra le figure criminose, che il timore (del pericolo di un male) incusso alla vittima deriva in maniera indefettibile da una minaccia nell’estorsione e da un inganno nella truffa.

Sotto altro angolo visuale, poiché si danno situazioni in cui si rivela labile la differenza tra la minaccia e il raggiro con minaccia, si deve affermare che quando il livello di concretezza della prima assuma contorni consistenti, ne deriva di necessità il superamento dell’ambito concettuale della truffa, ancorché connotata dal timore del pericolo immaginario, con integrazione del più grave reato di estorsione.

In applicazione dei citati principi, viene a cadere anche l’obiezione più immediata all’applicazione di tale schema ermeneutico alla fattispecie in esame, concernente il fatto che anche la qualifica soggettiva dell’agente era in realtà ricompresa nell’ambito della prospettazione artificiosa alla vittima, atteso che all’epoca del fatto lo S. non risultava più alle dipendenze di Equitalia ETR in quanto allontanatone dal servizio; a detta obiezione si può, infatti, replicare che le motivazioni all’origine della rappresentazione da parte del soggetto passivo della verificazione del male prospettato divengono irrilevanti, quando nei suoi confronti venga formulata una minaccia.

4. Parimenti infondato si rivela il ricorso del C. .

4.1 L’eccezione di nullità della richiesta di rinvio a giudizio (art. 416 cod. proc. pen.) per asserite violazioni procedurali verificatesi all’atto della spedizione dell’avviso di chiusura delle indagini di cui all’art. 415 bis cod. proc. pen. appare in primo luogo intempestiva e comunque infondata nei suoi presupposti obiettivi.

L’intempestività è data dal fatto che trattandosi di questione di nullità concernente gli atti delle indagini preliminari e quindi a regime intermedio (art. 181, comma 2 cod. proc. pen.), essa avrebbe dovuto essere sollevata prima che fosse pronunziato il provvedimento di chiusura della discussione della fase dell’udienza preliminare (art. 424 cod. proc. pen.) e non risulta che ciò sia avvenuto.

L’infondatezza discende in ogni caso dalla circostanza che a pag.12 della motivazione della sentenza impugnata, la Corte territoriale ha rilevato che il presupposto di fatto a fondamento dell’eccezione (l’asserita interruzione dell’interrogatorio al PM per acquisire informazioni in merito alle disposte ed eseguite intercettazioni telefoniche) non ha trovato “alcun riscontro nello esame degli atti”, né d’altronde il ricorrente ha allegato elementi concreti per fornirne dimostrazione, venendo meno a quell’onere di prova che inerisce alla formulazione di qualsivoglia eccezione (in tal senso v. Cass. Sez. 1, sent. n. 1976 del 05/12/1972, Catania, Rv. 123487 in fattispecie d’incapacità del giudice dovuta ad illegale procedimento di formazione del collegio giudicante).

4.2 Quanto al secondo motivo di ricorso, esso consta – come la stessa struttura evidenzia – di censure che attengono alla concreta valutazione del materiale probatorio esaminato dai giudici d’appello e in particolare le dichiarazioni a discarico del coimputato S. (assuntosi l’esclusiva responsabilità dei reati in addebito, tenendo indenne il C. ), quelle rese dai testi M. e Ca. (dipendenti della ETR Equitalia) su tempi e modalità di accensione del computer della postazione di lavoro del ricorrente, le circostanze temporali inerenti allegati allontanamenti del C. dalla postazione di lavoro per esigenze istituzionali.

Su tali punti, la Corte territoriale, nel condividere le valutazioni del primo giudice, ha svolto argomentazioni ispirate a criteri di logicità e ragionevolezza (pagg. 13-14 motivazione), in particolar modo evidenziando l’impossibilità di prestare credito alla ritrattazione, ritenuta oltre tutto generica, venuta dallo S. in dibattimento circa l’apporto causale fornito dal C. alle condotte ascrittegli a fronte del “carattere circostanziato ed al più pregnante valore probatorio delle dichiarazioni” accusatorie rese nel corso delle indagini preliminari.

Trattasi all’evidenza di valutazioni non condivise dal ricorrente ma che, come tali e poiché prive di risvolti di manifesta illogicità, non appaiono suscettibili di censura in questa sede.

P.Q.M.

rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali; condanna altresì il ricorrente S. a rifondere le spese sostenute dalla parte civile Si.Sa. che liquida in complessivi Euro 2.500,00 oltre IVA e CPA e il ricorrente C. a rifondere le spese sostenute dalla parte civile Equitalia Sud SpA che liquida in complessivi Euro 2.000,00 oltre IVA e CP

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REATO DI TRUFFA COMPORTAMENTO OMISSIVO AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA

 

 REATO DI TRUFFA COMPORTAMENTO OMISSIVO

 

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il Tribunale sottolinea come il danno della vittima della truffa può scaturire anche da un comportamento omissivo (si veda pagina 7 dell’impugnato provvedimento). Quanto sopra in linea con quanto affermato da questa Suprema Corte e cioè che nel delitto di truffa, il danno della vittima può realizzarsi non soltanto per effetto di una condotta commissiva, bensì anche per effetto di un suo comportamento omissivo, nel senso che essa, indotta in errore, ometta di compiere quelle attività intese a fare acquisire al proprio patrimonio una concreta utilità economica, alla quale ha diritto e che rimane invece acquisita al patrimonio altrui (Sez. 2, Sentenza n. 2808 del 02/10/2008 Cc. – dep. 21/01/2009 – Rv. 242649).

Psergioarmaroli.jpgrincipio confermato dalle Sezioni Unite di questa Corte le quali hanno ribadito che i fini della configurabilità del delitto di truffa, l’atto di disposizione patrimoniale, quale elemento costitutivo implicito della fattispecie incriminatrice, consiste in un atto volontario, causativo di un ingiusto profitto altrui a proprio danno e determinato dall’errore indotto da una condotta artificiosa. Ne consegue che lo stesso non deve necessariamente qualificarsi in termini di atto negoziale, ovvero di atto giuridico in senso stretto, ma può essere integrato anche da un permesso o assenso, dalla mera tolleranza o da una ‘traditio’, da un atto materiale o da un fatto omissivo, dovendosi ritenere sufficiente la sua idoneità a produrre un danno (Sez. U, Sentenza n. 155 del 29/09/2011 Ud. – dep. 10/01/2012 – Rv. 251499). Nella motivazione della predetta sentenza delle Sezioni Unite nell’affrontare la questione della sussistenza dell’induzione in errore e dell’atto dispositivo – elemento costitutivo implicito della truffa – si afferma, tra l’altro, che effettivamente nella formulazione dell’art. 640 cod. pen. la condotta tipica, consistente nella realizzazione di artifici o raggiri, introduce una serie causale che porta agli eventi di ingiusto profitto con altrui danno passando attraverso l’induzione in errore; e che l’induzione in errore pur rappresentando il modo in cui si manifesta il nesso causale, non lo esaurisce. Dottrina e giurisprudenza tradizionalmente concordano nel rilevare che il passaggio dall’errore agli eventi consumativi deve essere contrassegnato da un elemento sottaciuto dal legislatore, costituito dal comportamento ‘collaborativo’ della vittima che per effetto dell’induzione arricchisce l’artefice del raggiro e si procura da sè medesimo danno. La collaborazione della vittima per effetto del suo errore rappresenta in altri termini il requisito indispensabile perchè ingiusto profitto e danno possano dirsi determinati dalla condotta fraudolenta dell’agente; e costituisce il tratto differenziale del reato in esame rispetto ai fatti di mera spoliazione da un lato, ai reati con collaborazione della vittima per effetto di coartazione dall’altro.

Tradizionalmente codesto requisito implicito, ma essenziale, della truffa quale fatto di arricchimento a spese di chi dispone di beni patrimoniali, realizzato tramite lo stesso grazie all’inganno, è definito ‘atto di disposizione patrimoniale’. La definizione è tuttavia imprecisa, nel senso che apparentemente evoca categorie civilistiche rispetto alle quali è impropria. Nulla nella formulazione della norma consente difatti di restringere l’ambito della ‘collaborazione carpita mediante inganno’ ad un atto di disposizione da intendersi nell’accezione rigorosa del diritto civile e di escludere, all’inverso, che il profitto altrui e il danno proprio o di colui del cui patrimonio l’ingannato può legittimamente disporre, sia realizzato da costui mediante una qualsiasi attività rilevante per il diritto, consapevole e volontaria ma determinata dalla falsa rappresentazione della realtà in lui indotta. Più corretto e semplice è allora dire che per l’integrazione della truffa occorre, e basta, un comportamento del soggetto ingannato che sia frutto dell’errore in cui è caduto per fatto dell’agente e dal quale derivi causalmente una modificazione patrimoniale, a ingiusto profitto del reo e a danno della vittima. Se, insomma, il senso riposto dell’atto di disposizione è che il danno deve potersi imputare ad un’azione che viene svolta all’interno della sfera patrimoniale aggredita, causata da errore e produttiva di danno e ingiusto profitto, il profilo penalisticamente rilevante della cooperazione della vittima non deve necessariamente riposare nella sua qualificabilità in termini di atto negoziale e neppure di atto giuridico in senso stretto, bastando la sua idoneità a produrre danno. Il così detto atto di disposizione ben può consistere per tali ragioni in un permesso o assenso, nella mera tolleranza o in una traditio, in un atto materiale o in un fatto omissivo: quello che conta è che sia un atto volontario, causativo di ingiusto profitto altrui a proprio danno e determinato dall’errore indotto da una condotta artificiosa. Quanto sopra è proprio ciò che è accaduto nel caso di specie. E’, quindi, chiaro che il ricorso del difensore della B. deve essere rigettato e la ricorrente deve, pertanto, essere condannata al pagamento delle spese processuali.

CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. II PENALE – SENTENZA 30 agosto 2013, n.35807 – Pres. Fiandanese – est. Iasillo

OSSERVA

Con decreto del 17/10/2012, il G.I.P. del Tribunale di Rimini dispose il sequestro preventivo del danaro di titolarità della s.r.l. ‘Ala Bus’ e in caso di incapienza dei beni mobili, immobili, consistenze bancarie e partecipazione societarie degli indagati (entrambi per il reato di truffa aggravata – art. 110 c.p., art. 640 c.p., comma 1 e comma 2, n. 1, – ai danni dello Stato e la sola B. anche di evasione – art. 110 c.p. e D.L. n. 74 del 2000, art. 5 – dell’imposta sui redditi e sul valore aggiunto) fino alla concorrenza della somma di Euro 545.843,14 per entrambi gli indagati – quale somma corrispondente all’ammontare del profitto del reato di cui all’art. 640 c.p., comma 2, n. 1, – e, per la sola B., fino alla concorrenza della somma di Euro 9.130.485,00, quale somma corrispondente all’ammontare del profitto del reato di cui al D.L. n. 74 del 2000, art. 5.

Avverso tale provvedimento gli indagati proposero istanza di riesame.

Il Tribunale di Rimini, con ordinanza del 15/11/2012, confermò il decreto impugnato limitatamente alla posizione di B.E. e limitatamente al capo A dell’imputazione. Annullò il decreto nei soli riguardi di G.A., con restituzione dei beni all’avente diritto. Annullò, infine, il decreto impugnato nella parte relativa al capo B dell’imputazione disponendo la restituzione dei beni di titolarità di B.E. fino alla concorrenza della somma di Euro 9.130.485,00.

Ricorre per Cassazione il difensore degli indagati deducendo per la sola B.E. la mancanza di motivazione in ordine alla ritenuta sussistenza del fumus commissi delicti della truffa (mancanza degli elementi costitutivi degli artifizi e raggiri e dell’atto di disposizione patrimoniale).

La difesa della ricorrente conclude, quindi, per l’annullamento dell’impugnato provvedimento.

Ricorre per Cassazione il P.M. deducendo che erroneamente il Tribunale ha ritenuto non raggiunta la soglia di punibilità per il reato di evasione fiscale e quindi, conseguentemente, ha errato allorchè ha disposto la restituzione dei beni di titolarità di B.E. fino alla concorrenza della somma di Euro 9.130.485,00. Infatti, sottolinea che il Tribunale non solo non si è attenuto al principio – dallo stesso enunciato – secondo il quale la verifica del giudice del riesame sulla sussistenza del fumus non debba tradursi nel sindacato sulla concreta fondatezza dell’accusa, ma ha anche errato perchè per determinare la soglia di punibilità ha detratto dai ricavi costi riportati solo dalle scritture contabili, non supportate da documentazione comprovante che effettivamente siano state sostenute e che, anzi, i risultati delle indagini fanno ritenere non vere. Infine rileva che il Tribunale ha errato anche nell’escludere la sussistenza del fumus commissi delicti nei confronti del G.; infatti lo steso Tribunale ha indicato una serie di elementi che rendono astrattamente configurabile la veste di amministratore di fatto dell’indagato della società estero vestita, ma ha poi inserito nel giudizio cautelare inferenze probatorie tipiche del giudizio di merito.

Il P.M. ricorrente conclude, quindi, per l’annullamento dell’impugnato provvedimento.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Si deve, preliminarmente, ricordare che in tema di riesame delle misure cautelari reali, nella nozione di ‘violazione di legge’ per cui soltanto può essere proposto ricorso per cassazione a norma dell’art. 325 c.p.p., comma 1, rientrano la totale mancanza di motivazione o la presenza di motivazione meramente apparente, in quanto correlate all’inosservanza di precise norme processuali, ma non l’illogicità o la incompletezza di motivazione le quali non possono denunciarsi nel giudizio di legittimità nemmeno tramite lo specifico e autonomo motivo di ricorso di cui all’art. 606 c.p.p., lett. e), posto che questo richiede la ‘mancanza, contraddittorietà o manifesta illogicità’ della motivazione (Sez. 5, Sentenza n. 8434 del 11/01/2007 Cc. – dep. 28/02/2007 – Rv. 236255; Sez. U, Sentenza n. 25932 del 29/05/2008 Cc. – dep. 26/06/2008 – Rv. 239692). Inoltre si deve ribadire – il principio richiamato anche dal Tribunale – che in sede di riesame di misure cautelari reali, pur essendo precluso il sindacato sul merito dell’azione penale, il giudice deve verificare la sussistenza del presupposto del ‘fumus commissi delicti’ attraverso un accertamento concreto, basato sulla indicazione di elementi dimostrativi, sia pure sul piano indiziario, della sussistenza del reato ipotizzato. (Sez. 6, Sentenza n. 35786 del 21/06/2012 Cc. – dep. 18/09/2012 Rv. 254394; Sez. 1, Sentenza n. 21736 del 11/05/2007 Cc. – dep. 04/06/2007 – Rv. 236474; Sez. 2, Sentenza n. 2808 del 02/10/2008 Cc. – dep. 21/01/2009 – Rv. 242650).

Tanto premesso, si comprende agevolmente perchè il ricorso del difensore della B. sia infondato e perchè vada accolto, invece, quello del Pubblico Ministero. Infatti il Tribunale con motivazione esaustiva, logica e non contraddittoria ha ben evidenziato perchè ritiene sussistente il fumus del reato di truffa (si veda l’ampia sintesi sulla genesi dell’indagine e sui risultati ai quali si è pervenuti alle pagine da 1 a 3 dell’impugnata ordinanza; si veda la dettagliata motivazione sulla sussistenza di tutti gli elementi costitutivi del reato di truffa – con l’indicazione precisa degli accertamenti della P.G., dei documenti acquisiti e delle dichiarazioni dei testi – e i pertinenti richiami di condivisi principi di questa Corte sul reato di truffa e sulle società estero vestite alle pagine da 3 a 7 dell’impugnato provvedimento). In particolare il Tribunale indica in cosa consistano: gli artifizi e raggiri (creazione delle due società una italiana ed una estera;

tipo di attività svolta in concreto e quella apparentemente raffigurata; si veda pagina 5 dell’impugnato provvedimento);

l’ingiusto profitto (la somma di danaro che doveva essere versata all’Amministrazione statale per un importo non inferiore ad Euro 661.741,38; si vedano pagine 5 e 6 dell’impugnato provvedimento); il danno per l’Ente pubblico (pari alla stessa somma di danaro non versata; si vedano pagine 5 e 7 dell’impugnato provvedimento).

Infine, il Tribunale sottolinea come il danno della vittima della truffa può scaturire anche da un comportamento omissivo (si veda pagina 7 dell’impugnato provvedimento). Quanto sopra in linea con quanto affermato da questa Suprema Corte e cioè che nel delitto di truffa, il danno della vittima può realizzarsi non soltanto per effetto di una condotta commissiva, bensì anche per effetto di un suo comportamento omissivo, nel senso che essa, indotta in errore, ometta di compiere quelle attività intese a fare acquisire al proprio patrimonio una concreta utilità economica, alla quale ha diritto e che rimane invece acquisita al patrimonio altrui (Sez. 2, Sentenza n. 2808 del 02/10/2008 Cc. – dep. 21/01/2009 – Rv. 242649).

Principio confermato dalle Sezioni Unite di questa Corte le quali hanno ribadito che i fini della configurabilità del delitto di truffa, l’atto di disposizione patrimoniale, quale elemento costitutivo implicito della fattispecie incriminatrice, consiste in un atto volontario, causativo di un ingiusto profitto altrui a proprio danno e determinato dall’errore indotto da una condotta artificiosa. Ne consegue che lo stesso non deve necessariamente qualificarsi in termini di atto negoziale, ovvero di atto giuridico in senso stretto, ma può essere integrato anche da un permesso o assenso, dalla mera tolleranza o da una ‘traditio’, da un atto materiale o da un fatto omissivo, dovendosi ritenere sufficiente la sua idoneità a produrre un danno (Sez. U, Sentenza n. 155 del 29/09/2011 Ud. – dep. 10/01/2012 – Rv. 251499). Nella motivazione della predetta sentenza delle Sezioni Unite nell’affrontare la questione della sussistenza dell’induzione in errore e dell’atto dispositivo – elemento costitutivo implicito della truffa – si afferma, tra l’altro, che effettivamente nella formulazione dell’art. 640 cod. pen. la condotta tipica, consistente nella realizzazione di artifici o raggiri, introduce una serie causale che porta agli eventi di ingiusto profitto con altrui danno passando attraverso l’induzione in errore; e che l’induzione in errore pur rappresentando il modo in cui si manifesta il nesso causale, non lo esaurisce. Dottrina e giurisprudenza tradizionalmente concordano nel rilevare che il passaggio dall’errore agli eventi consumativi deve essere contrassegnato da un elemento sottaciuto dal legislatore, costituito dal comportamento ‘collaborativo’ della vittima che per effetto dell’induzione arricchisce l’artefice del raggiro e si procura da sè medesimo danno. La collaborazione della vittima per effetto del suo errore rappresenta in altri termini il requisito indispensabile perchè ingiusto profitto e danno possano dirsi determinati dalla condotta fraudolenta dell’agente; e costituisce il tratto differenziale del reato in esame rispetto ai fatti di mera spoliazione da un lato, ai reati con collaborazione della vittima per effetto di coartazione dall’altro.

Tradizionalmente codesto requisito implicito, ma essenziale, della truffa quale fatto di arricchimento a spese di chi dispone di beni patrimoniali, realizzato tramite lo stesso grazie all’inganno, è definito ‘atto di disposizione patrimoniale’. La definizione è tuttavia imprecisa, nel senso che apparentemente evoca categorie civilistiche rispetto alle quali è impropria. Nulla nella formulazione della norma consente difatti di restringere l’ambito della ‘collaborazione carpita mediante inganno’ ad un atto di disposizione da intendersi nell’accezione rigorosa del diritto civile e di escludere, all’inverso, che il profitto altrui e il danno proprio o di colui del cui patrimonio l’ingannato può legittimamente disporre, sia realizzato da costui mediante una qualsiasi attività rilevante per il diritto, consapevole e volontaria ma determinata dalla falsa rappresentazione della realtà in lui indotta. Più corretto e semplice è allora dire che per l’integrazione della truffa occorre, e basta, un comportamento del soggetto ingannato che sia frutto dell’errore in cui è caduto per fatto dell’agente e dal quale derivi causalmente una modificazione patrimoniale, a ingiusto profitto del reo e a danno della vittima. Se, insomma, il senso riposto dell’atto di disposizione è che il danno deve potersi imputare ad un’azione che viene svolta all’interno della sfera patrimoniale aggredita, causata da errore e produttiva di danno e ingiusto profitto, il profilo penalisticamente rilevante della cooperazione della vittima non deve necessariamente riposare nella sua qualificabilità in termini di atto negoziale e neppure di atto giuridico in senso stretto, bastando la sua idoneità a produrre danno. Il così detto atto di disposizione ben può consistere per tali ragioni in un permesso o assenso, nella mera tolleranza o in una traditio, in un atto materiale o in un fatto omissivo: quello che conta è che sia un atto volontario, causativo di ingiusto profitto altrui a proprio danno e determinato dall’errore indotto da una condotta artificiosa. Quanto sopra è proprio ciò che è accaduto nel caso di specie. E’, quindi, chiaro che il ricorso del difensore della B. deve essere rigettato e la ricorrente deve, pertanto, essere condannata al pagamento delle spese processuali.

Passando all’esame del ricorso del P.M. per quanto riguarda sempre la posizione della B., e tenendo conto del secondo dei due principi evidenziati nella premessa, si deve rilevare che il Tribunale è andato al di là dei limiti imposti per la verifica, in sede di riesame di misure cautelari reali, della sussistenza del ‘fumus commissi delicti’ per quanto riguarda il reato sub B. Infatti, il Giudice di merito da un lato riconosce la sussistenza di tutti gli elementi per ravvisare il reato di cui al D.L. n. 74 del 2000, art. 5 (si veda pagina 8 impugnato provvedimento), ma poi afferma che le somme pretese come evase siano, per tutti gli anni in contestazione, al di sotto della soglia di punibilità fissata dal Legislatore pari ad Euro 77.468,53; il Tribunale arriva a tale conclusione sottraendo dai ricavi i costi di esercizio. Il Giudice di merito, però, afferma quanto sopra senza fornire alcuna motivazione (violando così la legge), se non quella apparente di aver ricavato tale circostanza attraverso ‘un esame sommario dei bilanci già presenti nelle informative ed allegati agli atti di P.G.’. Orbene, dal ricorso del P.M. si apprende che: i bilanci non sono mai stati esibiti dagli indagati, ma acquisiti previa rogatoria all’estero; che nessuna fattura passiva che dimostri il sostenimento dei presunti costi di produzione da parte della società è stata mai rinvenuta o prodotta (si vedano le pagine da 3 a 5 del ricorso del P.M.); e che, anzi, i risultati delle indagini (il cui esito è contenuto negli atti richiamati dal Giudice di merito) fanno ritenere non vere. Il Tribunale di tutto ciò non tiene conto nè fornisce alcuna giustificazione del suo apodittico assunto sul mancato raggiungimento della soglia di punibilità. In proposito questa Suprema Corte ha affermato che il Tribunale, in sede di riesame di un provvedimento cautelare emesso per un reato tributario, non è tenuto ad accertare l’imponibile e l’imposta evasa contestata al contribuente, in quanto l’accertamento incidentale, proprio del giudizio di riesame, non prevede l’esercizio di poteri istruttori da parte del giudice della cautela (fattispecie in tema di sequestro preventivo funzionale alla confisca per equivalente, in cui la Corte ha precisato che il concreto accertamento della sussistenza del reato oggetto dell’imputazione provvisoria deve avvenire nel giudizio di merito; Sez. 3, Sentenza n. 43695 del 10/11/2011 Cc. – dep. 25/11/2011 – Rv.251329).

Il medesimo discorso vale per quanto deciso dal Tribunale per il coindagato G.. Infatti, come ha rilevato il P.M., lo steso Tribunale ha evidenziato vari elementi che possono dimostrare – si deve tener ben presente solo sul piano indiziario – il concorso nel reato di truffa di G.A. (nipote della B.; si vedano gli elementi indicati alle pagine 8 e 9 dell’impugnato provvedimento). Il Tribunale, però, dopo aver rilevato quanto sopra non fornisce alcuna motivazione (violando quindi la legge) sul perchè tali elementi non siano sufficienti per ritenere sussistente il fumus commissi delicti. Nè può ritenersi tale, la generica affermazione di mancanza ‘di oggettivi riscontri’; infatti, il Tribunale non specifica a quali riscontri si riferisca e, soprattutto, cosa dovessero riscontrare, visto che tra gli elementi indiziari a carico dell’indagato vi è la dichiarazione di una teste ( Bo.La.; dalle quali dichiarazioni si ricava ‘il coinvolgimento del G. – seppur sotto le direttive della B. – nel salvataggio dei dati contenuti negli hard disk dei p.c. usati al fine di poterli successivamente asportare dai luoghi di impresa e che poi effettivamente sono stati rinvenuti nella sua abitazione’; si vedano pagine 8 e 9 dell’impugnato provvedimento) e il ritrovamento di varie cose compromettenti presso la sua abitazione (si veda pagina 8 dell’impugnato provvedimento). Pertanto il ricorso del Pubblico Ministero deve essere accolto e l’ordinanza impugnata deve essere annullata con rinvio al Tribunale di Rimini nei confronti di B.E. e G.A..

P.Q.M.

In accoglimento del ricorso del Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Rimini annulla l’ordinanza impugnata con rinvio al Tribunale di Rimini nei confronti di B.E. e G. A.. Rigetta il ricorso di B.E. che condanna al pagamento delle spese processuali.

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BANCAROTTA CONDANNA ANNULLATA PER VIZIO MOTIVAZIONE

DIRITTO PENALE AMBIENTALE AVVOCATO SERGIO ARMAROLI

DECRETO PENALE DI CONDANNA REMISSIONE IN TERMINI? AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA
. Con ordinanza del 16/12/2013 il G.I.P. del Tribunale di Rimini ha respinto l’istanza proposta da (OMISSIS), intesa ad ottenere la restituzione nel termine, ai sensi dell’articolo 175 c.p.p., comma 2, per impugnare il decreto penale di condanna emesso nei suoi confronti in data 28/4/2008 per il reato p. e p. dall’articolo 186 C.d.S., commi 1 e 2, lettera b) e comma 2 bis, commesso il (OMISSIS).

 

BANCAROTTA  CONDANNA ANNULLATA PER VIZIO MOTIVAZIONE

Come è noto il vizio di mancanza della motivazione, a norma dell’articolo 606, co. 1, lett. e), c.p.p., deve risultare dal testo della motivazione e deve consistere nell’assenza di motivazione su un punto decisivo della causa sottoposto al giudice di merito, non già nella mancata confutazione di un argomento specifico relativo ad un punto della decisione che pur è stato trattato, sebbene in un’ottica diversa, dal giudice della sentenza impugnata, dando una risposta solo implicita all’osservazione della parte (cfr. Cass., sez. I, 12.5.1999, n. 9539, rv. 215132).

 

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In questa prospettiva, l’affermazione del tribunale di Milano, secondo cui l’aumento di capitale sino a trentadue milioni di Euro deliberato il 4.12.2000, non esclude la configurabilità della condotta illecita”, “tenuto conto della destinazione obiettiva di somme per scopi diversi da quelli dell’impresa” (cfr. p. 16 della sentenza del tribunale), si appalesa del tutto insoddisfacente, perché non affronta il cuore della questione giuridica evidenziata dalla giurisprudenza di legittimità, sulla necessità, ai fini della sussistenza del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale per distrazione o per dissipazione, che il pregiudizio per i creditori esista al momento della dichiarazione di fallimento e non all’atto del compimento dell’attività antidoverosa, questione che la corte territoriale non si è minimamente posta.

  1. Come è noto il vizio di mancanza della motivazione, a norma dell’articolo 606, co. 1, lett. e), c.p.p., deve risultare dal testo della motivazione e deve consistere nell’assenza di motivazione su un punto decisivo della causa sottoposto al giudice di merito, non già nella mancata confutazione di un argomento specifico relativo ad un punto della decisione che pur è stato trattato, sebbene in un’ottica diversa, dal giudice della sentenza impugnata, dando una risposta solo implicita all’osservazione della parte (cfr. Cass., sez. I, 12.5.1999, n. 9539, rv. 215132).
  1. Orbene, in tale vizio è senza dubbio incorsa la corte di appello di Milano, in quanto, pur avendo l’imputato contestato specificamente il percorso argomentativo seguito dal giudice di primo grado per giungere alla conclusione della natura dissipativa delle singole operazioni economiche in contestazione, il giudice di secondo grado non ha fornito una puntuale risposta alle censure difensive sul punto, limitandosi ad un generico richiamo alla congruità della motivazione del tribunale ed al contenuto della relazione della società di revisione al bilancio 2001 (cfr. p. 7 della sentenza impugnata).
  1. Ciò appare in evidente contrasto con il principio, affermato dall’orientamento dominante in sede di legittimità, secondo cui è viziata da difetto di motivazione la sentenza di appello che, in presenza di specifiche censure su uno o più punti della decisione impugnata, motivi “per relationem”, limitandosi a richiamare quest’ultima (cfr. ex plurimis, Cass., sez. III, 1.4.2014, n. 27416, rv. 259666).
  1. Incorre, pertanto, nella violazione dell’obbligo di motivazione dettato dagli artt. 125, co. 3, c.p.p., e 111, co. 6, Cost. il giudice d’appello che, come nel caso in esame, nell’ipotesi in cui le soluzioni adottate dal giudice di primo grado siano state censurate dall’appellante con specifiche argomentazioni, confermi la decisione del primo giudice, dichiarando di aderirvi, senza però dare compiutamente conto degli specifici motivi d’impugnazione, così sostanzialmente eludendo le questioni poste dall’appellante (cfr. Cass., sez. IV, 18.12.2013, n. 6779, rv. 259316).
  1. La corte territoriale ha, inoltre, omesso di considerare un profilo, che attiene alla corretta applicazione dell’art. 216, co. 1, n. 1), l. fall., in tema di bancarotta fraudolenta patrimoniale, risultante dagli atti, ed, in particolare, dalla relazione del curatore fallimentare, in ordine ai notevoli aumenti di capitale, deliberati il 4.12.2000, successivamente alla vendita del menzionato complesso immobiliare, che, come riconosciuto dallo stesso tribunale, escludono una diretta incidenza delle operazioni economiche oggetto di contestazione sullo stato di insolvenza della società fallita (cfr. p. 16 della sentenza di primo grado).
  1. Se ciò è vero, come è vero, la conclusione cui è pervenuto il giudice di primo grado non appare in linea con quanto affermato sul punto dall’orientamento della Suprema Corte, condiviso, dal Collegio, in tema di bancarotta c.d. “riparata”, secondo cui, ai fini della configurabilità del reato di bancarotta fraudolenta, il pregiudizio ai creditori deve sussistere al momento della dichiarazione giudiziale di fallimento (nel caso in esame intervenuta il 28.11.2003), non già al momento della commissione dell’atto antidoveroso.
  1. Con la conseguenza che non integra fatto punibile come bancarotta per distrazione la condotta, ancorché fraudolenta, la cui portata pregiudizievole risulti annullata per effetto di un atto o di un’attività di segno inverso, capace di reintegrare il patrimonio della fallita prima della soglia cronologica costituita dall’apertura della procedura, quantomeno, prima dell’insorgenza della situazione di dissesto produttiva del fallimento.
  1. In applicazione del principio di cui in massima la Suprema Corte ha censurato la decisione del giudice di merito il quale aveva affermato la responsabilità dell’imputato a titolo di bancarotta per distrazione, omettendo di motivare in ordine all’effettivo rientro del denaro fuoriuscito dalla società e ai tempi di restituzione delle somme (cfr. Cass., sez. V, 03/02/2011, n. 8402, rv. 249721; Cass., sez. V, 23.4.2013, n. 28514, rv. 255576).
  1. In questa prospettiva, l’affermazione del tribunale di Milano, secondo cui l’aumento di capitale sino a trentadue milioni di Euro deliberato il 4.12.2000, non esclude la configurabilità della condotta illecita”, “tenuto conto della destinazione obiettiva di somme per scopi diversi da quelli dell’impresa” (cfr. p. 16 della sentenza del tribunale), si appalesa del tutto insoddisfacente, perché non affronta il cuore della questione giuridica evidenziata dalla giurisprudenza di legittimità, sulla necessità, ai fini d
  2. 10.                

11. BANCAROTTA FRAUDOLENTA REATO R.D. 16 marzo 1942, n. 267, artt. 216 e 223 AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA PENALE AMBIENTALE AVVOCATO SERGIO ARMAROLI

  1. ella sussistenza del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale per distrazione o per dissipazione, che il pregiudizio per i creditori esista al momento della dichiarazione di fallimento e non all’atto del compimento dell’attività antidoverosa, questione che la corte territoriale non si è minimamente posta.
  1. 5. Sulla base delle svolte considerazioni la sentenza impugnata, deve essere, dunque, annullata con rinvio ad altra sezione della corte di appello di Milano, che procederà ad un nuovo esame, colmando le evidenziate lacune motivazionali.

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE V PENALE

DIRITTO PENALE AMBIENTALE AVVOCATO SERGIO ARMAROLI PENALE MILITARE, AVVOCATO PENALE MILITARE, SIMULAZIONE DI INFERMITA’ CASSAZIONE Articolo 158 Codice Penale Militare di Pace Procurata infermità a fine di sottrarsi temporaneamente all’obbligo del servizio militare Il militare, che, a fine di sottrarsi temporaneamente all’obbligo del servizio militare stabilito dalla legge o volontariamente assunto, si mutila o si procura infermità o imperfezioni, o in qualsiasi altro modo si rende temporaneamente inabile a prestare il servizio stesso, è punito con la reclusione militare fino a cinque anni. La stessa pena si applica al militare, che, a fine di sottrarsi a un particolare servizio di un corpo, di un’arma o di una specialità, o comunque di menomare la sua incondizionata idoneità al servizio militare, si mutila o si procura infermità o imperfezioni, o in qualsiasi altro modo si rende inabile a prestare un particolare servizio di un corpo, di un’arma o di una specialità, o menoma la sua incondizionata idoneità al servizio militare, o si rende temporaneamente inabile al servizio stesso. Se dai fatti indicati nei commi precedenti è derivata inabilità permanente al servizio militare, si applica la reclusione da cinque a dieci anni. Articolo 159 Codice Penale Militare di Pace Simulazione d’infermità Il militare, che simula infermità o imperfezioni, in modo tale da indurre in errore i suoi superiori o altra Autorità militare, è punito con la reclusione militare fino a tre anni, se la simulazione è commessa a fine di sottrarsi all’obbligo del servizio militare, stabilito dalla legge o volontariamente assunto; e con la reclusione militare fino a un anno, se la simulazione è commessa per sottrarsi a un particolare servizio di un corpo, di un’arma o di una specialità. Articolo 161 Codice Penale Militare di Pace Procurata inabilità o simulata infermità a fine di sottrarsi all’adempimento di alcuno dei doveri inerenti al servizio militare Fuori dei casi indicati negli articoli precedenti, il militare, che, a fine di sottrarsi all’adempimento di alcuno dei doveri inerenti al servizio militare, in qualsiasi modo si rende inabile al detto adempimento, ovvero simula una infermità o una imperfezione, è punito con la reclusione militare fino a sei mesi. Se dal fatto è derivata inabilità al servizio militare, si applicano le disposizioni dell’articolo 158. FATTO :Il Tribunale militare di Verona, con sentenza deliberata il 15 gennaio 2013, assolveva il Carabiniere scelto (OMISSIS) dal reato di simulazione di infermita’ aggravata, perche’ il fatto non sussiste. Il Tribunale militare, premesso in fatto che il (OMISSIS) durante il periodo di congedo usufruito per motivi di salute dal (OMISSIS) risultava aver arbitrato una partita di calcio svoltasi a (OMISSIS) alle ore 15 del (OMISSIS), riteneva, in base alle risultanze processuali ed in particolare alle dichiarazioni testimoniali del medico curante del militare, che non sussistevano elementi per sostenere che il (OMISSIS) avesse simulato l’infermita’ certificata (virosi intestinale). Corte di Cassazione, Sezione 1 penale, Sentenza n. 37213/2014 Il Tribunale militare di Verona, con sentenza deliberata il 15 gennaio 2013, assolveva il Carabiniere scelto (OMISSIS) dal reato di simulazione di infermita’ aggravata, perche’ il fatto non sussiste. Il Tribunale militare, premesso in fatto che il (OMISSIS) durante il periodo di congedo usufruito per motivi di salute dal (OMISSIS) risultava aver arbitrato una partita di calcio svoltasi a (OMISSIS) alle ore 15 del (OMISSIS), riteneva, in base alle risultanze processuali ed in particolare alle dichiarazioni testimoniali del medico curante del militare, che non sussistevano elementi per sostenere che il (OMISSIS) avesse simulato l’infermita’ certificata (virosi intestinale). Ed invero, tenuto conto che il sanitario, che la mattina del (OMISSIS) aveva redatto il certificato medico che aveva indotto in errore i superiori del militare sulle reali condizioni di salute dello stesso, aveva sottoposto a visita medica l’imputato presso la sua abitazione e personalmente constato che il militare non era in condizione di intraprendere il servizio d’istituto per il quale era stato comandato quel giorno (attivita’ di pattuglia dalle ore 01,00 alle ore 07,00) doveva valutarsi come probabile che l’imputato – che gia’ il (OMISSIS) aveva contattato telefonicamente il medico, lamentato problemi di salute (diarrea) fosse stato relativamente meglio gia’ dal mattino successivo, in virtu’ dell’assunzione dei farmaci (fermenti lattici ed un medicinale antidiarroico) che gli erano stati prescritti telefonicamente. Proposta tempestiva impugnazione avverso tale decisione dal Procuratore generale militare, la Corte militare di appello, con sentenza deliberata il 24 settembre 2013, dichiarava di non doversi procedere nei confronti del (OMISSIS) in ordine al delitto di “simulazione di infermita’ al fine di sottrarsi all’adempimento di alcuno dei doveri inerenti al servizio militare (articolo 161 c.p.m.p.), cosi’ modificata l’originaria qualificazione giuridica del fatto come “simulazione di infermita’ continuata” (articolo 159 c.p.m.p.), perche’ l’azione penale non doveva essere iniziata, per mancanza della richiesta di procedimento. Secondo i giudici di appello, in estrema sintesi, l’avere il (OMISSIS) simulato un’infermita’ inesistente (almeno secondo l’accusa), mediante presentazione di certificazione medica consegnata al comando di appartenenza, non realizzava il reato di simulazione di infermita’ previsto dall’articolo 159 c.p.m.p., prima parte che prevede che la condotta fraudolenta del militare sia commessa al fine di sottrarsi all’obbligo del servizio militare, finalita’ che di fatto non era stata perseguita dall’imputato. La condotta simulatoria addebitata al (OMISSIS) era piu’ correttamente ri’conducibile alla fattispecie criminosa di cui all’articolo 161 c.p.m.p., per la cui realizzazione l’agente e’ mosso dall’intenzione di “sfuggire alla contingente prestazione di un particolare servizio (nello specifico l’attivita’ di pattugliamento da svolgere la notte tra il sabato e la domenica) e non gia’ la prestazione del servizio nella sua globalita'”. Ricorre per cassazione il procuratore militare presso la Corte militare di appello, contestando, sotto il profilo dell’erronea applicazione della legge penale militare e di altre norme di cui occorre tener conto nell’applicazione della legge penale, che il fatto ascritto all’imputato potesse farsi rientrare nella piu’ tenue fattispecie di cui all’articolo 161 c.p.m.p.. Secondo il P.M. ricorrente una corretta qualificazione del fatto contestato prescinde del tutto dagli aspetti temporali che possono caratterizzare la vicenda, nel senso che non assume alcuna influenza la durata degli effetti della condotta simulatoria sulla prestazione del servizio militare ovvero sull’adempimento di alcuno dei doveri ad esso inerenti. Ad avviso del ricorrente, in altri termini, il fine perseguito dal (OMISSIS) non era quello di eludere semplicemente lo specifico (ed impegnativo) servizio notturno di pattuglia a cui era comandato – che costituirebbe un aspetto meramente accidentale della vicenda – ma era invece, precipuamente, quello di sottrarsi ad ogni tipo di impegno dai suoi obblighi militari che avrebbe potuto ostacolare lo svolgimento delle attivita’ preventivamente programmate. Il ricorso e’ infondato e deve essere quindi essere rigettato. La decisione impugnata si e’ infatti correttamente uniformata alle linee interpretative che questa Corte ha fissato in alcuni suoi arresti. In particolare con sentenza Sez. 1, n. 458 del 26/10/1993 – dep. 19/01/1994, P.M. in proc. Forte, Rv. 196315, e’ stato affermato che in tema di reati contro il servizio militare, nell’articolo 159 c.p.m.p. – che punisce la simulazione di infermita’ – sono delineate due figure delittuose: per quanto concerne la prima parte di detto articolo, la simulazione d’infermita’ e’ diretta all’esenzione totale dal servizio, sicche’ trattasi di reato a dolo specifico per il quale l’azione del reo deve intenzionalmente dirigersi a tale fine e non ad una temporanea sottrazione ai doveri connessi alle mansioni svolte dal militare. Mentre, per quanto riguarda la seconda parte del medesimo articolo, la simulazione e’ funzionale alla sottrazione a particolare servizio di corpo, arma o specialita’, di guisa che il dolo specifico dell’agente e’ diretto alla temporanea sottrazione all’obbligo del servizio militare per evitare i rischi o gli inconvenienti connessi all’espletamento di mansioni particolari d’arma o di specialita’ di corpo (servizio sui sommergibili, conduzione di autovetture e non d’autocarri, servizio in speciali reparti dell’aeronautica, incursori aviotrasportati e non autotrasportati “et similia”). In entrambe le ipotesi, peraltro, si tratta di simulazione diretta a sottrarsi a servizi, temporaneamente o definitivamente, inerenti allo “status” ricoperto all’interno dell’organizzazione militare. Intendendosi per servizi le funzioni oggettive svolte da detta organizzazione a mezzo dei singoli militari. Allorquando invece l’agente e’ mosso dall’intenzione di sottrarsi, mediante simulazione di infermita’, all’adempimento di alcuno dei doveri inerenti al proprio “status” di militare, trattasi di condotta costitutiva della diversa fattispecie criminosa di cui all’articolo 161 c.p.m.p.. Tale lezione interpretativa, per altro, ha trovato sostanziale conferma, al di la’ dell’esito conclusivo delle specifiche vicende processuali, anche nella successiva giurisprudenza di questa Corte in argomento (Sez. 1, n. 5272 del 25/09/2000 – dep. 29/11/2000, Sisto, Rv. 217292). Dunque l’incedere argomentativo sviluppato nella decisione impugnata deve ritenersi corretto, perche’ frutto di adeguato recepimento dei dati di fatto, avendo in particolare i giudici di appello ritenuto, con plausibile e logica valutazione, che “l’intento di non prestare il servizio nella giornata di domenica fosse alla base della condotta simulatoria contestata, della quale costituiva la motivazione essenziale ed esclusiva”. La Corte militare escludeva in particolare che la mera indicazione di una prognosi di (soli) tre giorni sarebbe sufficiente a “ricondurre la condotta alla massima estensione dell’intento di sottrazione al servizio sul quale si impernia la previsione di cui all’articolo 159 c.p.m.p. e non a quella piu’ limitata, considerata dall’articolo 161 c.p.m.p.”. In presenza di un percorso motivazionale, articolato, logico ed aderente alle risultanze processuali, solo sommariamente illustrato in questa sede, le argomentazioni sviluppate in ricorso, lungi dal segnalare un’effettiva violazione della legge penale, non superano la soglia della ricostruzione alternativa e meramente congetturale delle risultanze processuale. Privo di mende e’ quindi il passaggio argomentativo secondo cui ricorrendo le ipotesi criminosa di cui all’articolo 161 c.p.m.p., l’azione penale non era procedibile per difetto di richiesta, atteso che la condotta contestata, non integrava il reato di simulazione d’infermita’ di cui all’articolo 191 c.p.m.p.. P.Q.M. Rigetta il ricorso

DIRITTO PENALE AMBIENTALE AVVOCATO SERGIO ARMAROLI PENALE MILITARE, AVVOCATO PENALE MILITARE, SIMULAZIONE DI INFERMITA’ CASSAZIONE
Articolo 158 Codice Penale Militare di Pace
Procurata infermità a fine di sottrarsi temporaneamente all’obbligo del servizio militare
Il militare, che, a fine di sottrarsi temporaneamente all’obbligo del servizio militare stabilito dalla legge o volontariamente assunto, si mutila o si procura infermità o imperfezioni, o in qualsiasi altro modo si rende temporaneamente inabile a prestare il servizio stesso, è punito con la reclusione militare fino a cinque anni.
La stessa pena si applica al militare, che, a fine di sottrarsi a un particolare servizio di un corpo, di un’arma o di una specialità, o comunque di menomare la sua incondizionata idoneità al servizio militare, si mutila o si procura infermità o imperfezioni, o in qualsiasi altro modo si rende inabile a prestare un particolare servizio di un corpo, di un’arma o di una specialità, o menoma la sua incondizionata idoneità al servizio militare, o si rende temporaneamente inabile al servizio stesso.
Se dai fatti indicati nei commi precedenti è derivata inabilità permanente al servizio militare, si applica la reclusione da cinque a dieci anni.
Articolo 159 Codice Penale Militare di Pace
Simulazione d’infermità
Il militare, che simula infermità o imperfezioni, in modo tale da indurre in errore i suoi superiori o altra Autorità militare, è punito con la reclusione militare fino a tre anni, se la simulazione è commessa a fine di sottrarsi all’obbligo del servizio militare, stabilito dalla legge o volontariamente assunto; e con la reclusione militare fino a un anno, se la simulazione è commessa per sottrarsi a un particolare servizio di un corpo, di un’arma o di una specialità.
Articolo 161 Codice Penale Militare di Pace
Procurata inabilità o simulata infermità a fine di sottrarsi all’adempimento di alcuno dei doveri inerenti al servizio militare
Fuori dei casi indicati negli articoli precedenti, il militare, che, a fine di sottrarsi all’adempimento di alcuno dei doveri inerenti al servizio militare, in qualsiasi modo si rende inabile al detto adempimento, ovvero simula una infermità o una imperfezione, è punito con la reclusione militare fino a sei mesi.
Se dal fatto è derivata inabilità al servizio militare, si applicano le disposizioni dell’articolo 158.
FATTO :Il Tribunale militare di Verona, con sentenza deliberata il 15 gennaio 2013, assolveva il Carabiniere scelto (OMISSIS) dal reato di simulazione di infermita’ aggravata, perche’ il fatto non sussiste.
Il Tribunale militare, premesso in fatto che il (OMISSIS) durante il periodo di congedo usufruito per motivi di salute dal (OMISSIS) risultava aver arbitrato una partita di calcio svoltasi a (OMISSIS) alle ore 15 del (OMISSIS), riteneva, in base alle risultanze processuali ed in particolare alle dichiarazioni testimoniali del medico curante del militare, che non sussistevano elementi per sostenere che il (OMISSIS) avesse simulato l’infermita’ certificata (virosi intestinale).
Corte di Cassazione, Sezione 1 penale, Sentenza n. 37213/2014
Il Tribunale militare di Verona, con sentenza deliberata il 15 gennaio 2013, assolveva il Carabiniere scelto (OMISSIS) dal reato di simulazione di infermita’ aggravata, perche’ il fatto non sussiste.
Il Tribunale militare, premesso in fatto che il (OMISSIS) durante il periodo di congedo usufruito per motivi di salute dal (OMISSIS) risultava aver arbitrato una partita di calcio svoltasi a (OMISSIS) alle ore 15 del (OMISSIS), riteneva, in base alle risultanze processuali ed in particolare alle dichiarazioni testimoniali del medico curante del militare, che non sussistevano elementi per sostenere che il (OMISSIS) avesse simulato l’infermita’ certificata (virosi intestinale).
Ed invero, tenuto conto che il sanitario, che la mattina del (OMISSIS) aveva redatto il certificato medico che aveva indotto in errore i superiori del militare sulle reali condizioni di salute dello stesso, aveva sottoposto a visita medica l’imputato presso la sua abitazione e personalmente constato che il militare non era in condizione di intraprendere il servizio d’istituto per il quale era stato comandato quel giorno (attivita’ di pattuglia dalle ore 01,00 alle ore 07,00) doveva valutarsi come probabile che l’imputato – che gia’ il (OMISSIS) aveva contattato telefonicamente il medico, lamentato problemi di salute (diarrea) fosse stato relativamente meglio gia’ dal mattino successivo, in virtu’ dell’assunzione dei farmaci (fermenti lattici ed un medicinale antidiarroico) che gli erano stati prescritti telefonicamente.
Proposta tempestiva impugnazione avverso tale decisione dal Procuratore generale militare, la Corte militare di appello, con sentenza deliberata il 24 settembre 2013, dichiarava di non doversi procedere nei confronti del (OMISSIS) in ordine al delitto di “simulazione di infermita’ al fine di sottrarsi all’adempimento di alcuno dei doveri inerenti al servizio militare (articolo 161 c.p.m.p.), cosi’ modificata l’originaria qualificazione giuridica del fatto come “simulazione di infermita’ continuata” (articolo 159 c.p.m.p.), perche’ l’azione penale non doveva essere iniziata, per mancanza della richiesta di procedimento.
Secondo i giudici di appello, in estrema sintesi, l’avere il (OMISSIS) simulato un’infermita’ inesistente (almeno secondo l’accusa), mediante presentazione di certificazione medica consegnata al comando di appartenenza, non realizzava il reato di simulazione di infermita’ previsto dall’articolo 159 c.p.m.p., prima parte che prevede che la condotta fraudolenta del militare sia commessa al fine di sottrarsi all’obbligo del servizio militare, finalita’ che di fatto non era stata perseguita dall’imputato.
La condotta simulatoria addebitata al (OMISSIS) era piu’ correttamente ri’conducibile alla fattispecie criminosa di cui all’articolo 161 c.p.m.p., per la cui realizzazione l’agente e’ mosso dall’intenzione di “sfuggire alla contingente prestazione di un particolare servizio (nello specifico l’attivita’ di pattugliamento da svolgere la notte tra il sabato e la domenica) e non gia’ la prestazione del servizio nella sua globalita’”.
Ricorre per cassazione il procuratore militare presso la Corte militare di appello, contestando, sotto il profilo dell’erronea applicazione della legge penale militare e di altre norme di cui occorre tener conto nell’applicazione della legge penale, che il fatto ascritto all’imputato potesse farsi rientrare nella piu’ tenue fattispecie di cui all’articolo 161 c.p.m.p..
Secondo il P.M. ricorrente una corretta qualificazione del fatto contestato prescinde del tutto dagli aspetti temporali che possono caratterizzare la vicenda, nel senso che non assume alcuna influenza la durata degli effetti della condotta simulatoria sulla prestazione del servizio militare ovvero sull’adempimento di alcuno dei doveri ad esso inerenti.
Ad avviso del ricorrente, in altri termini, il fine perseguito dal (OMISSIS) non era quello di eludere semplicemente lo specifico (ed impegnativo) servizio notturno di pattuglia a cui era comandato – che costituirebbe un aspetto meramente accidentale della vicenda – ma era invece, precipuamente, quello di sottrarsi ad ogni tipo di impegno dai suoi obblighi militari che avrebbe potuto ostacolare lo svolgimento delle attivita’ preventivamente programmate.
Il ricorso e’ infondato e deve essere quindi essere rigettato.
La decisione impugnata si e’ infatti correttamente uniformata alle linee interpretative che questa Corte ha fissato in alcuni suoi arresti.
In particolare con sentenza Sez. 1, n. 458 del 26/10/1993 – dep. 19/01/1994, P.M. in proc. Forte, Rv. 196315, e’ stato affermato che in tema di reati contro il servizio militare, nell’articolo 159 c.p.m.p. – che punisce la simulazione di infermita’ – sono delineate due figure delittuose: per quanto concerne la prima parte di detto articolo, la simulazione d’infermita’ e’ diretta all’esenzione totale dal servizio, sicche’ trattasi di reato a dolo specifico per il quale l’azione del reo deve intenzionalmente dirigersi a tale fine e non ad una temporanea sottrazione ai doveri connessi alle mansioni svolte dal militare.
Mentre, per quanto riguarda la seconda parte del medesimo articolo, la simulazione e’ funzionale alla sottrazione a particolare servizio di corpo, arma o specialita’, di guisa che il dolo specifico dell’agente e’ diretto alla temporanea sottrazione all’obbligo del servizio militare per evitare i rischi o gli inconvenienti connessi all’espletamento di mansioni particolari d’arma o di specialita’ di corpo (servizio sui sommergibili, conduzione di autovetture e non d’autocarri, servizio in speciali reparti dell’aeronautica, incursori aviotrasportati e non autotrasportati “et similia”). In entrambe le ipotesi, peraltro, si tratta di simulazione diretta a sottrarsi a servizi, temporaneamente o definitivamente, inerenti allo “status” ricoperto all’interno dell’organizzazione militare.
Intendendosi per servizi le funzioni oggettive svolte da detta organizzazione a mezzo dei singoli militari. Allorquando invece l’agente e’ mosso dall’intenzione di sottrarsi, mediante simulazione di infermita’, all’adempimento di alcuno dei doveri inerenti al proprio “status” di militare, trattasi di condotta costitutiva della diversa fattispecie criminosa di cui all’articolo 161 c.p.m.p..
Tale lezione interpretativa, per altro, ha trovato sostanziale conferma, al di la’ dell’esito conclusivo delle specifiche vicende processuali, anche nella successiva giurisprudenza di questa Corte in argomento (Sez. 1, n. 5272 del 25/09/2000 – dep. 29/11/2000, Sisto, Rv. 217292).
Dunque l’incedere argomentativo sviluppato nella decisione impugnata deve ritenersi corretto, perche’ frutto di adeguato recepimento dei dati di fatto, avendo in particolare i giudici di appello ritenuto, con plausibile e logica valutazione, che “l’intento di non prestare il servizio nella giornata di domenica fosse alla base della condotta simulatoria contestata, della quale costituiva la motivazione essenziale ed esclusiva”.
La Corte militare escludeva in particolare che la mera indicazione di una prognosi di (soli) tre giorni sarebbe sufficiente a “ricondurre la condotta alla massima estensione dell’intento di sottrazione al servizio sul quale si impernia la previsione di cui all’articolo 159 c.p.m.p. e non a quella piu’ limitata, considerata dall’articolo 161 c.p.m.p.”.
In presenza di un percorso motivazionale, articolato, logico ed aderente alle risultanze processuali, solo sommariamente illustrato in questa sede, le argomentazioni sviluppate in ricorso, lungi dal segnalare un’effettiva violazione della legge penale, non superano la soglia della ricostruzione alternativa e meramente congetturale delle risultanze processuale.
Privo di mende e’ quindi il passaggio argomentativo secondo cui ricorrendo le ipotesi criminosa di cui all’articolo 161 c.p.m.p., l’azione penale non era procedibile per difetto di richiesta, atteso che la condotta contestata, non integrava il reato di simulazione d’infermita’ di cui all’articolo 191 c.p.m.p..
P.Q.M.
Rigetta il ricorso

Sentenza 22 ottobre 2014 – 13 febbraio 2015, n. 6408

(Presidente Ferrua – Relatore Guardiano)

Fatto e diritto

1. Con sentenza pronunciata il 3.7.2012 la corte di appello di Milano, in parziale riforma della sentenza con cui il tribunale di Milano, in data 16.1.2008, aveva condannato alle pene, principale ed accessoria, ritenute di giustizia ed al risarcimento dei danni derivanti da reato B.G., in relazione al delitto di bancarotta fraudolenta patrimoniale per dissipazione, con riferimento al fallimento della “Rimoldi Necchi s.r.l.”, di cui l’imputato era presidente del consiglio di amministrazione ed amministratore delegato, rideterminava in senso più favorevole al reo il trattamento sanzionatorio, confermando nel resto la sentenza impugnata.

A B. si contesta di avere proceduto ad un’articolata operazione di vendita del complesso immobiliare di (…), sede dell’attività produttiva della società, esposta pesantemente nei confronti dell’istituto bancario “San Paolo IMI”, conclusa la quale una parte del corrispettivo, al netto di quanto pagato per estinguere il “debito senior” con la banca, veniva impiegato per far fronte ad operazioni ritenute prive di logica aziendale, in quanto desinate all’assunzione di obblighi del tutto estranei all’interesse della società.

2. Avverso la sentenza della corte di appello di Milano, di cui chiede l’annullamento, ha proposto tempestivo ricorso per cassazione il B., a mezzo dei suoi difensori di fiducia, avv. Giuseppe Bana ed avv. Giacomo Gualtieri, del Foro di Milano, lamentando: 1) omessa motivazione della sentenza impugnata con riferimento al mancato accoglimento della richiesta di rinnovazione del dibattimento formulata allo scopo di sottoporre a nuovo esame il consulente della difesa prof. N.M., le cui osservazioni erano state “liquidate” dal tribunale in quanto apoditticamente definite come non condivisibili o non comprensibili, in modo che potesse essere affrontato con la dovuta completezza il tema della congruità del canone di sublocazione; 2) mancanza di motivazione in ordine a tutti i rilievi volti a far valere l’insussistenza della natura dissipativa dell’operazione, con riferimento all’estinzione del debito della “Rimoldi Componenti” (in relazione alla quale si invoca anche la violazione dell’art. 522, c.p.p.); alla entità del canone di sublocazione che la “Necchi s.p.a.” aveva praticato alla “Rimoldi Necchi”; al pagamento del diritto di prelazione per il riacquisto del complesso immobiliare, profili in relazione ai quali il ricorrente si sofferma riportando ampi stralci della consulenza tecnica del prof. N. , evidenziando peraltro come non rientri nell’imputazione la contestazione della costituzione di un deposito infruttifero che pure veniva considerato dalla corte territoriale, sintomo della dissipazione; 3) violazione di legge e difetto di motivazione, in quanto la corte territoriale ha omesso di considerare che ogni effetto della condotta dissipativa sul fallimento della società è stato escluso dai successivi finanziamenti ad opera della “Necchi s.p.a.” risalenti al 2000 e dai successivi aumenti di capitale del 2001, che precedono la dichiarazione di fallimento del 2003, come ammesso dallo stesso curatore fallimentare.

4. Il ricorso è fondato e va accolto.

5. Come è noto il vizio di mancanza della motivazione, a norma dell’articolo 606, co. 1, lett. e), c.p.p., deve risultare dal testo della motivazione e deve consistere nell’assenza di motivazione su un punto decisivo della causa sottoposto al giudice di merito, non già nella mancata confutazione di un argomento specifico relativo ad un punto della decisione che pur è stato trattato, sebbene in un’ottica diversa, dal giudice della sentenza impugnata, dando una risposta solo implicita all’osservazione della parte (cfr. Cass., sez. I, 12.5.1999, n. 9539, rv. 215132).

Orbene, in tale vizio è senza dubbio incorsa la corte di appello di Milano, in quanto, pur avendo l’imputato contestato specificamente il percorso argomentativo seguito dal giudice di primo grado per giungere alla conclusione della natura dissipativa delle singole operazioni economiche in contestazione, il giudice di secondo grado non ha fornito una puntuale risposta alle censure difensive sul punto, limitandosi ad un generico richiamo alla congruità della motivazione del tribunale ed al contenuto della relazione della società di revisione al bilancio 2001 (cfr. p. 7 della sentenza impugnata).

Ciò appare in evidente contrasto con il principio, affermato dall’orientamento dominante in sede di legittimità, secondo cui è viziata da difetto di motivazione la sentenza di appello che, in presenza di specifiche censure su uno o più punti della decisione impugnata, motivi “per relationem”, limitandosi a richiamare quest’ultima (cfr. ex plurimis, Cass., sez. III, 1.4.2014, n. 27416, rv. 259666).

Incorre, pertanto, nella violazione dell’obbligo di motivazione dettato dagli artt. 125, co. 3, c.p.p., e 111, co. 6, Cost. il giudice d’appello che, come nel caso in esame, nell’ipotesi in cui le soluzioni adottate dal giudice di primo grado siano state censurate dall’appellante con specifiche argomentazioni, confermi la decisione del primo giudice, dichiarando di aderirvi, senza però dare compiutamente conto degli specifici motivi d’impugnazione, così sostanzialmente eludendo le questioni poste dall’appellante (cfr. Cass., sez. IV, 18.12.2013, n. 6779, rv. 259316).

La corte territoriale ha, inoltre, omesso di considerare un profilo, che attiene alla corretta applicazione dell’art. 216, co. 1, n. 1), l. fall., in tema di bancarotta fraudolenta patrimoniale, risultante dagli atti, ed, in particolare, dalla relazione del curatore fallimentare, in ordine ai notevoli aumenti di capitale, deliberati il 4.12.2000, successivamente alla vendita del menzionato complesso immobiliare, che, come riconosciuto dallo stesso tribunale, escludono una diretta incidenza delle operazioni economiche oggetto di contestazione sullo stato di insolvenza della società fallita (cfr. p. 16 della sentenza di primo grado).

Se ciò è vero, come è vero, la conclusione cui è pervenuto il giudice di primo grado non appare in linea con quanto affermato sul punto dall’orientamento della Suprema Corte, condiviso, dal Collegio, in tema di bancarotta c.d. “riparata”, secondo cui, ai fini della configurabilità del reato di bancarotta fraudolenta, il pregiudizio ai creditori deve sussistere al momento della dichiarazione giudiziale di fallimento (nel caso in esame intervenuta il 28.11.2003), non già al momento della commissione dell’atto antidoveroso.

Con la conseguenza che non integra fatto punibile come bancarotta per distrazione la condotta, ancorché fraudolenta, la cui portata pregiudizievole risulti annullata per effetto di un atto o di un’attività di segno inverso, capace di reintegrare il patrimonio della fallita prima della soglia cronologica costituita dall’apertura della procedura, quantomeno, prima dell’insorgenza della situazione di dissesto produttiva del fallimento.

In applicazione del principio di cui in massima la Suprema Corte ha censurato la decisione del giudice di merito il quale aveva affermato la responsabilità dell’imputato a titolo di bancarotta per distrazione, omettendo di motivare in ordine all’effettivo rientro del denaro fuoriuscito dalla società e ai tempi di restituzione delle somme (cfr. Cass., sez. V, 03/02/2011, n. 8402, rv. 249721; Cass., sez. V, 23.4.2013, n. 28514, rv. 255576).

In questa prospettiva, l’affermazione del tribunale di Milano, secondo cui l’aumento di capitale sino a trentadue milioni di Euro deliberato il 4.12.2000, non esclude la configurabilità della condotta illecita”, “tenuto conto della destinazione obiettiva di somme per scopi diversi da quelli dell’impresa” (cfr. p. 16 della sentenza del tribunale), si appalesa del tutto insoddisfacente, perché non affronta il cuore della questione giuridica evidenziata dalla giurisprudenza di legittimità, sulla necessità, ai fini d

BANCAROTTA FRAUDOLENTA REATO R.D. 16 marzo 1942, n. 267, artt. 216 e 223 AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA PENALE AMBIENTALE AVVOCATO SERGIO ARMAROLI

BANCAROTTA FRAUDOLENTA REATO R.D. 16 marzo 1942, n. 267, artt. 216 e 223 AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA PENALE AMBIENTALE AVVOCATO SERGIO ARMAROLI

ella sussistenza del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale per distrazione o per dissipazione, che il pregiudizio per i creditori esista al momento della dichiarazione di fallimento e non all’atto del compimento dell’attività antidoverosa, questione che la corte territoriale non si è minimamente posta.

5. Sulla base delle svolte considerazioni la sentenza impugnata, deve essere, dunque, annullata con rinvio ad altra sezione della corte di appello di Milano, che procederà ad un nuovo esame, colmando le evidenziate lacune motivazionali.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata con rinvio per nuovo esame ad altra sezione della corte di appello di Milano.

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DETENZIONE ARMI DA GUERRA, RICETTAZIONE, PROVA, ELEMENTO SOGGETTIVO penalista Bologna, opposizione decreto penale condanna, appello penali, processo penale

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Con sentenza 29/9/11 il Gup del Tribunale Militare di Napoli dichiarava non doversi procedere nei confronti di P. M., App. della Guardia di Finanza in servizio presso il Comando di Gruppo di ********* in Campania, perchè il fatto non sussiste, dal reato continuato ((OMISSIS)) di disobbedienza aggravata e insubordinazione con ingiuria nei confronti del superiore, Lgt. ********* : al confermato ordine di costui di impiego in servizio di pattuglia (insieme ad un sottufficiale, il brig. *********), cui il ********* aveva opposto l’avaria dell’impianto frenante dell’autovettura Fiat Stilo targata (OMISSIS) con la quale il servizio avrebbe dovuto essere svolto, lo stesso ********* si rifiutava di obbedire all’ordine e rivolgeva al ********* l’espressione “Sta delirando”.

Certamente provati i fatti, il Gup rilevava come la reazione del ********* conseguisse tuttavia ad un comportamento gravemente riprovevole del superiore, che lo aveva invitato a svolgere comunque il servizio di pattuglia guidando a velocità  non sostenuta.

Irrilevante la plateale manomissione dell’ordine di uscita di tre giorni prima ((OMISSIS)), su cui ********* apponeva una annotazione sulla presunta avaria, ma che l’impianto frenante dell’autovettura fosse davvero guasto era dimostrato dal fatto che esso venne sostituito circa una settimana dopo l’episodio in contestazione.

L’illegittimità  è in concreto desunta da due sole circostanze:

l’invito del superiore a svolgere comunque il servizio di pattuglia guidando a velocità  non sostenuta e che, circa una settimana dopo l’episodio, l’impianto frenante dell’autovettura fu effettivamente sostituto. Ma entrambi i dati sono in sè equivoci (il primo, soggettivo, variando tra i due estremi della ovvietà  e della irresponsabilità , il secondo, oggettivo, dipendendo dalle ragioni dell’intervento tecnico e cioè dalla sua relazione con i rilievi del P.), la loro rilevanza (o irrilevanza) dipendendo dalla entità  dell’inconveniente e dai motivi tecnici della sostituzione dell’impianto. In ciò la sentenza è carente, non dando conto nè dell’uno nè dell’altro dei due dati, oggettivamente verificabili. Da ciò deriva anche la continenza o meno, nel contesto, della reazione verbale dell’imputato. Avara di dettagli la sentenza anche in ordine all’annotazione aggiunta quel giorno dal ********* sull’ordine di uscita di tre giorni prima circa la pretesa avaria dell’impianto frenante dell’auto con la quale aveva svolto il servizio.

Cass. pen. Sez. I, Sent., (ud. 28-09-2012) 15-10-2012, n. 40326

REATO MILITARE

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BARDOVAGNI Paolo – Presidente –

Dott. VECCHIO Massimo – Consigliere –

Dott. ROMBOLA’ Marcello – rel. Consigliere –

Dott. TARDIO Angela – Consigliere –

Dott. BONITO Francesco M. S – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da: PROCURATORE DELLA REPUBBLICA PRESSO IL TRIBUNALE PRESSO TRIBUNALE DI NAPOLI;

nei confronti di:

1) – avverso la sentenza n. 216/2011 GUP PRESSO TRIB. MILITARE di NAPOLI, del 29/09/2011;

sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. MARCELLO ROMBOLA’;

sentite le conclusioni del PG Dott. FLAMINI Luigi Maria che ha chiesto l’accoglimento del ricorso;

udito il difensore *********.

Svolgimento del processo

Con sentenza 29/9/11 il Gup del Tribunale Militare di Napoli dichiarava non doversi procedere nei confronti di P. M., App. della Guardia di Finanza in servizio presso il Comando di Gruppo di ********* in Campania, perchè il fatto non sussiste, dal reato continuato ((OMISSIS)) di disobbedienza aggravata e insubordinazione con ingiuria nei confronti del superiore, Lgt. ********* : al confermato ordine di costui di impiego in servizio di pattuglia (insieme ad un sottufficiale, il brig. *********), cui il ********* aveva opposto l’avaria dell’impianto frenante dell’autovettura Fiat Stilo targata (OMISSIS) con la quale il servizio avrebbe dovuto essere svolto, lo stesso ********* si rifiutava di obbedire all’ordine e rivolgeva al ********* l’espressione “Sta delirando”.

Certamente provati i fatti, il Gup rilevava come la reazione del ********* conseguisse tuttavia ad un comportamento gravemente riprovevole del superiore, che lo aveva invitato a svolgere comunque il servizio di pattuglia guidando a velocità  non sostenuta.

Irrilevante la plateale manomissione dell’ordine di uscita di tre giorni prima ((OMISSIS)), su cui ********* apponeva una annotazione sulla presunta avaria, ma che l’impianto frenante dell’autovettura fosse davvero guasto era dimostrato dal fatto che esso venne sostituito circa una settimana dopo l’episodio in contestazione.

Il primo reato di disobbedienza era pertanto scriminato dalla illegittimità  dell’ordine (pericoloso per l’incolumità  degli stessi addetti al servizio e l’incolumità  dei terzi) ed il secondo penalmente irrilevante per la continenza, vista la situazione, della reazione del subordinato.

Ricorreva per cassazione il Pm della Procura Militare in sede, deducendo: il Gup aveva ritenuto “gravemente riprovevole” e “addirittura manifestamente criminoso” il comportamento del Lgt. ********* senza dare alcun conto della gravità  della pretesa avaria, tale da imporre un immediato arresto del mezzo (nè si sa se fu utilizzato prima della sostituzione dell’impianto frenante). Per contro assai biasimevole l’altra condotta del *********, che apponeva una falsa annotazione (passibile di autonoma valutazione penale) su un ordine di uscita di tre giorni prima coll’intento di giustificare a posteriori il suo rifiuto; in ogni caso incontinente e contraria al regolamento di disciplina militare l’espressione verbale che metteva in dubbio il senno di chi aveva impartito l’ordine rifiutato (se avesse costituito reato, ********* avrebbe dovuto informarne al più presto i propri superiori). Chiedeva l’annullamento con rinvio della sentenza impugnata.

Il 21/9/12 era depositata per il ********* memoria difensiva, che contestava i vizi di legittimità  e di motivazione dedotti dal PG ricorrente e aderiva al giudizio di superfluità  del dibattimento, presupposto della sentenza di proscioglimento del Giudice dell’udienza preliminare.

All’udienza camerale fissata per la discussione delle parti il PG chiedeva l’accoglimento del ricorso, la difesa presente si riportava alla memoria depositata.

Motivi della decisione

Il ricorso è fondato e va accolto. Invero le affermazioni del Gup a sostegno della pronuncia di proscioglimento appaiono apodittiche e quindi immotivate: la sentenza giustifica la reazione verbale dell’imputato all’ordine del superiore (e comunque la sua continenza, data la situazione presupposta) con l’illegittimità  dell’ordine medesimo, ma ciò fa omettendo di accertare (come era doveroso) quest’ultimo punto e se cioè l’ordine fosse realmente illegittimo.

L’illegittimità  è in concreto desunta da due sole circostanze:

l’invito del superiore a svolgere comunque il servizio di pattuglia guidando a velocità  non sostenuta e che, circa una settimana dopo l’episodio, l’impianto frenante dell’autovettura fu effettivamente sostituto. Ma entrambi i dati sono in sè equivoci (il primo, soggettivo, variando tra i due estremi della ovvietà  e della irresponsabilità , il secondo, oggettivo, dipendendo dalle ragioni dell’intervento tecnico e cioè dalla sua relazione con i rilievi del P.), la loro rilevanza (o irrilevanza) dipendendo dalla entità  dell’inconveniente e dai motivi tecnici della sostituzione dell’impianto. In ciò la sentenza è carente, non dando conto nè dell’uno nè dell’altro dei due dati, oggettivamente verificabili. Da ciò deriva anche la continenza o meno, nel contesto, della reazione verbale dell’imputato. Avara di dettagli la sentenza anche in ordine all’annotazione aggiunta quel giorno dal ********* sull’ordine di uscita di tre giorni prima circa la pretesa avaria dell’impianto frenante dell’auto con la quale aveva svolto il servizio.

Le dette necessità  di approfondimento impongono l’annullamento della sentenza impugnata per insufficienza (mancanza) di motivazione (art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), con rinvio al Gup del TM di Napoli per nuovo giudizio.

P.Q.M.

annulla la sentenza impugnata e rinvia per nuovo giudizio al Gup del Tribunale Militare di Napoli.

Così deciso in Roma, il 28 settembre 2012.

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