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AVVOCATO APPELLO PENALE CORTE APPELLO BOLOGNA AVVOCATO PENALE PER APPELLO BOLOGNA CESENA FORLI RAVENNA

AVVOCATO APPELLO PENALE CORTE APPELLO BOLOGNA AVVOCATO PENALE BOLOGNA CESENA FORLI RAVENNA

AVVOCATO APPELLO PENALE CORTE APPELLO BOLOGNA AVVOCATO PENALE BOLOGNA CESENA FORLI RAVENNA Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno già chiarito, ad esempio, che la notificazione della citazione dell’imputato effettuata presso il domicilio reale a mani di persona convivente, anziché presso il domicilio eletto, non integra necessariamente una ipotesi di omissione della notificazione ex art. 179 cod. proc. pen., ma da luogo, di regola, ad una nullità di ordine generale a norma dell’art. 178 cod. proc. pen., lett. c), soggetta alla sanatoria speciale di cui all’art. 184 cod. proc. pen., comma 1, alle sanatorie generali di cui all’art. 183 e alle regole di deducibilità di cui all’art. 182 cod. proc. pen., oltre che ai termini di rilevabilità di cui all’art. 180 cod. proc. pen., sempre che non appaia in astratto o risulti in concreto inidonea a determinare la conoscenza effettiva dell’atto da parte del destinatario […].

AVVOCATO APPELLO PENALE CORTE APPELLO BOLOGNA AVVOCATO PENALE BOLOGNA CESENA FORLI RAVENNA

DOMANDA : IN MATERIA PENALE QUANDO PUO’ ESSERE PROPOSTO APPELLO?

Salvo quanto previsto dagli articoli 443, comma 3, 448, comma 2, 579 e 680, il pubblico ministero e l’imputato possono appellare contro le sentenze di condanna.

L’imputato e il pubblico ministero possono appellare contro le sentenze di proscioglimento nelle ipotesi di cui all’articolo 603, comma 2, se la nuova prova è decisiva. Qualora il giudice, in via preliminare, non disponga la rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale dichiara con ordinanza l’inammissibilità dell’appello. Entro quarantacinque giorni dalla notifica del provvedimento le parti possono proporre ricorso per cassazione anche contro la sentenza di primo grado.

Sono inappellabili le sentenze di condanna per le quali è stata applicata la sola pena dell’ammenda.

ACHIAMA AFFIDATI

DOMANDA :QUANDO E COME PUO’ ESSERE PROPOSTO APPELLO INCIDENTALE ?

La parte che non ha proposto impugnazione può proporre appello incidentale entro quindici giorni da quello in cui ha ricevuto la comunicazione o la notificazione previste dall’articolo 584.

L’appello incidentale è proposto, presentato e notificato a norma degli articoli 581, 582, 583 e 584.

L’appello incidentale del pubblico ministero produce gli effetti previsti dall’articolo 597 comma 2; esso tuttavia non ha effetti nei confronti del coimputato non appellante che non ha partecipato al giudizio di appello. Si osservano le disposizioni previste dall’articolo 587.

L’appello incidentale perde efficacia in caso di inammissibilità dell’appello principale o di rinuncia allo stesso.

DOMANDA : QUALE E’ IL GIUDICE COMPETENTE PER L’APPELLO PENALE?

Sull’appello proposto contro le sentenze pronunciate dal tribunale decide la corte di appello.

Sull’appello proposto contro le sentenze della corte di assise decide la corte di assise di appello.

Salvo quanto previsto dall’articolo 428, sull’appello contro le sentenze pronunciate dal giudice per le indagini preliminari, decidono, rispettivamente, la corte di appello e la corte di assise di appello, a seconda che si tratti di reato di competenza del tribunale o della corte di assise.

DOMANDA QUALE E’ LA COGNIZIONE DEL GIUDICE DI APPELLO PENALE?

 

L’appello attribuisce al giudice di secondo grado la cognizione del procedimento limitatamente ai punti della decisione ai quali si riferiscono i motivi proposti.

Quando appellante è il pubblico ministero:

  1. a) se l’appello riguarda una sentenza di condanna, il giudice può, entro i limiti della competenza del giudice di primo grado, dare al fatto una definizione giuridica più grave, mutare la specie o aumentare la quantità della pena, revocare benefici, applicare, quando occorre, misure di sicurezza e adottare ogni altro provvedimento imposto o consentito dalla legge;
  2. b) se l’appello riguarda una sentenza di proscioglimento, il giudice può pronunciare condanna ed emettere i provvedimenti indicati nella lettera a) ovvero prosciogliere per una causa diversa da quella enunciata nella sentenza appellata;
  3. c) se conferma la sentenza di primo grado, il giudice può applicare, modificare o escludere, nei casi determinati dalla legge, le pene accessorie e le misure di sicurezza.

Quando appellante è il solo imputato, il giudice non può irrogare una pena più grave per specie o quantità, applicare una misura di sicurezza nuova o più grave, prosciogliere l’imputato per una causa meno favorevole di quella enunciata nella sentenza appellata né revocare benefici, salva la facoltà, entro i limiti indicati nel comma 1, di dare al fatto una definizione giuridica più grave, purché non venga superata la competenza del giudice di primo grado.

In ogni caso, se è accolto l’appello dell’imputato relativo a circostanze o a reati concorrenti, anche se unificati per la continuazione, la pena complessiva irrogata è corrispondentemente diminuita.

Con la sentenza possono essere applicate anche di ufficio la sospensione condizionale della pena, la non menzione della condanna nel certificato del casellario giudiziale e una o più circostanze attenuanti; può essere altresì effettuato, quando occorre, il giudizio di comparazione a norma dell’articolo 69 del codice penale.

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA,AVVOCATO PENALISTA FORLI’,AVVOCATO PENALISTA RAVENNA,AVVOCATO PENALISTA CESENA

 AFOTOPROCESSOMANETTE SCRITTA

Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno già chiarito, ad esempio, che la notificazione della citazione dell’imputato effettuata presso il domicilio reale a mani di persona convivente, anziché presso il domicilio eletto, non integra necessariamente una ipotesi di omissione della notificazione ex art. 179 cod. proc. pen., ma da luogo, di regola, ad una nullità di ordine generale a norma dell’art. 178 cod. proc. pen., lett. c), soggetta alla sanatoria speciale di cui all’art. 184 cod. proc. pen., comma 1, alle sanatorie generali di cui all’art. 183 e alle regole di deducibilità di cui all’art. 182 cod. proc. pen., oltre che ai termini di rilevabilità di cui all’art. 180 cod. proc. pen., sempre che non appaia in astratto o risulti in concreto inidonea a determinare la conoscenza effettiva dell’atto da parte del destinatario […].

ABANCOSCERITTANel caso concreto, la censura risulta infondata perché il rapporto fiduciario esistente tra l’imputato ed il difensore, al quale la citazione è stata notificata, rendeva tale notificazione comunque idonea a determinare la conoscenza effettiva dell’atto da parte del destinatario; il profilo del rapporto fiduciario che lega l’imputato al suo difensore, tale da implicare il sorgere di un rapporto di continua e doverosa informazione da parte di quest’ultimo nei confronti del suo cliente, che riguarda ovviamente, in primo luogo, la comunicazione degli atti, è stato posto in rilievo in una pronuncia della Corte Costituzionale (n. 136 del 5 maggio 2008), così come ripetutamente nella giurisprudenza della Corte di legittimità è stato posto in rilievo l’onere di diligenza a carico del difensore che sia consegnatario delle notificazioni, sia pure con specifico riferimento all’onere del difensore di assicurare la funzionalità degli apparecchi di cui è dotato il suo studio professionale […]. Tale dovere di informazione da parte del difensore nei confronti del proprio assistito, sia pure riferito in generale alla illustrazione dei diritti e facoltà dell’imputato e degli atti che lo riguardano, era stato già affermato dalla Corte di Strasburgo (Corte EDU 18/10/2006 Hermi c. Italia; Corte EDU 28/02/2008 Demebukov c. Bulgaria), dovendosi fare affidamento anche su tale dovere nell’ottica di bilanciare il diritto di difesa con le esigenze di celerità del processo […]. Con specifico riguardo, poi, al bilanciamento tra il principio della ragionevole durata del processo ed il diritto di difesa, che trova il suo punto d’integrazione nell’accertamento della concreta lesività dell’atto asseritamente nullo in relazione all’interesse che la regola violata mira a tutelare, non può essere ignorato il particolare regime della sanatoria delle nullità non assolute concernenti citazioni, avvisi e notificazioni previsto dall’art. 184 cod. proc. pen., che permette di ritenere sanata la nullità sul mero presupposto che la parte interessata sia comparsa ovvero abbia rinunciato a comparire, privilegiando, tra i diversi scopi ai quali gli atti comunicatori sono destinati (che possono consistere anche nella predisposizione di una serie di attività difensive propedeutiche alla partecipazione all’udienza), quello della comparizione

Suprema Corte di Cassazione

sezione V

sentenza 5 febbraio 2016, n. 4828

Ritenuto in fatto 

Il difensore di C.O. e R.G. ricorre, con atto unico curato nell’interesse di entrambi gli assistiti, avverso la pronuncia indicata in epigrafe, recante la conferma della sentenza emessa dal Tribunale di Bologna in data 03/10/2011: gli imputati risultano essere stati condannati a pene ritenute di giustizia in ordine a un addebito di furto pluriaggravato.

La difesa lamenta:

– manifesta illogicità della motivazione della sentenza impugnata, nonché violazione dell’art. 157 cod. proc. pen..

Si fa presente nel ricorso che la notifica del decreto di citazione di entrambi gli imputati in vista del giudizio di appello era avvenuta presso il difensore, ai sensi dell’art. 157, comma 8-bis, del codice di rito, quando invece sarebbe stato doveroso effettuarla presso il domicilio eletto (stante il carattere suppletivo della norma appena richiamata). In ogni caso, risulterebbe erronea l’argomentazione della Corte territoriale secondo cui la prova della concreta conoscenza, da parte degli odierni ricorrenti, della data di fissazione dell’udienza derivava dalla circostanza che il difensore aveva formalizzato una espressa richiesta di rinvio in ragione del vizio anzidetto: nulla, infatti, imponeva alla difesa di documentare il venir meno di occasioni di contatto con gli assistiti, dal momento che il legale ben avrebbe potuto sollecitare la rinnovazione della notifica irrituale sulla base del solo esame degli atti, e senza confrontarsi con gli stessi imputati.

– mancanza della motivazione, nonché inosservanza ed erronea applicazione degli artt. 62, n. 4, e 62-bis cod. pen..

Nella fattispecie concreta il C. ed il R. avrebbero meritato la concessione delle circostanze attenuanti generiche, nonché dell’attenuante della particolare tenuità del danno patrimoniale arrecato, almeno con giudizio di equivalenza sulle aggravanti in rubrica: in particolare, non potrebbe condividersi l’assunto della Corte bolognese, secondo cui una borsa da viaggio contenente vestiario ed effetti personali ha sicuramente valore non modesto.

Considerato in diritto 

  1. Il ricorso è fondato, con riguardo al vizio processuale dedotto con il primo motivo di doglianza.

1.1 Deve innanzi tutto chiarirsi che, nella fattispecie concreta, sia il C. che il R. avevano dichiarato i rispettivi domicili presso luoghi determinati: il primo in (OMISSIS) presso la famiglia Ca. (in atti, peraltro, si rinviene a f. 23 una formale elezione di domicilio in quel recapito); il secondo al medesimo indirizzo (sempre al Blocco 4, ma alla Scala 10, interno 5). Tali dati risultano pacificamente attestati anche nell’intestazione della sentenza impugnata. È altrettanto indiscutibile:

– che i due imputati ricevettero la notifica del decreto di citazione per il processo di appello presso il loro comune difensore, con espresso richiamo alla norma di cui all’art. 157, comma 8-bis, del codice di rito;

– che la difesa, non comparendo gli imputati, eccepì il lamentato vizio già in limine all’udienza fissata per la trattazione del giudizio di secondo grado, rinnovando l’identica questione con gli odierni motivi di ricorso.

1.2 A sostegno della propria decisione, di ritenere valide le anzidette notifiche, la Corte territoriale invoca diffusamente un precedente giurisprudenziale di legittimità (Cass., Sez. IV, n. 16398 del 17/03/2015, rie. Gnudi), nella cui motivazione si legge: “occorre […] ricordare come la notificazione eseguita in luogo diverso dal domicilio eletto o dichiarato non sia per ciò solo equiparabile all’omessa notificazione. Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno già chiarito, ad esempio, che la notificazione della citazione dell’imputato effettuata presso il domicilio reale a mani di persona convivente, anziché presso il domicilio eletto, non integra necessariamente una ipotesi di omissione della notificazione ex art. 179 cod. proc. pen., ma da luogo, di regola, ad una nullità di ordine generale a norma dell’art. 178 cod. proc. pen., lett. c), soggetta alla sanatoria speciale di cui all’art. 184 cod. proc. pen., comma 1, alle sanatorie generali di cui all’art. 183 e alle regole di deducibilità di cui all’art. 182 cod. proc. pen., oltre che ai termini di rilevabilità di cui all’art. 180 cod. proc. pen., sempre che non appaia in astratto o risulti in concreto inidonea a determinare la conoscenza effettiva dell’atto da parte del destinatario […].

Nel caso concreto, la censura risulta infondata perché il rapporto fiduciario esistente tra l’imputato ed il difensore, al quale la citazione è stata notificata, rendeva tale notificazione comunque idonea a determinare la conoscenza effettiva dell’atto da parte del destinatario; il profilo del rapporto fiduciario che lega l’imputato al suo difensore, tale da implicare il sorgere di un rapporto di continua e doverosa informazione da parte di quest’ultimo nei confronti del suo cliente, che riguarda ovviamente, in primo luogo, la comunicazione degli atti, è stato posto in rilievo in una pronuncia della Corte Costituzionale (n. 136 del 5 maggio 2008), così come ripetutamente nella giurisprudenza della Corte di legittimità è stato posto in rilievo l’onere di diligenza a carico del difensore che sia consegnatario delle notificazioni, sia pure con specifico riferimento all’onere del difensore di assicurare la funzionalità degli apparecchi di cui è dotato il suo studio professionale […]. Tale dovere di informazione da parte del difensore nei confronti del proprio assistito, sia pure riferito in generale alla illustrazione dei diritti e facoltà dell’imputato e degli atti che lo riguardano, era stato già affermato dalla Corte di Strasburgo (Corte EDU 18/10/2006 Hermi c. Italia; Corte EDU 28/02/2008 Demebukov c. Bulgaria), dovendosi fare affidamento anche su tale dovere nell’ottica di bilanciare il diritto di difesa con le esigenze di celerità del processo […]. Con specifico riguardo, poi, al bilanciamento tra il principio della ragionevole durata del processo ed il diritto di difesa, che trova il suo punto d’integrazione nell’accertamento della concreta lesività dell’atto asseritamente nullo in relazione all’interesse che la regola violata mira a tutelare, non può essere ignorato il particolare regime della sanatoria delle nullità non assolute concernenti citazioni, avvisi e notificazioni previsto dall’art. 184 cod. proc. pen., che permette di ritenere sanata la nullità sul mero presupposto che la parte interessata sia comparsa ovvero abbia rinunciato a comparire, privilegiando, tra i diversi scopi ai quali gli atti comunicatori sono destinati (che possono consistere anche nella predisposizione di una serie di attività difensive propedeutiche alla partecipazione all’udienza), quello della comparizione.

amanette2SCRITTALa norma non descrive, dunque, una vera e propria ipotesi di sanatoria per il raggiungimento dello scopo dell’atto, come invece prevede in via generale per le altre nullità l’art. 183 cod. proc. pen., lett. b), ma consente all’interprete di escludere l’invalidità processuale sul mero presupposto che il destinatario sia stato messo in grado di partecipare all’udienza […]. Il compito dell’interprete è, dunque, quello di bilanciare esigenze di garanzia e celerità del processo, privilegiando l’accertamento della concreta lesività della violazione delle forme del processo, secondo un’interpretazione costituzionalmente orientata, dunque rispettosa dell’art. 111 Cost., comma 2, che stabilisce che la legge deve assicurare la durata ragionevole del processo, ed al contempo conforme al principio enunciato dall’art. 6 CEDU, che nella lettura della Corte di Strasburgo impone il bilanciamento di interessi contrapposti desumibili dalla complessità del caso concreto, dalla condotta del ricorrente e dal comportamento dell’Autorità […]. L’attuale disciplina delle notificazioni è indubbiamente ispirata all’obiettivo di evitare appesantimene procedurali e, in particolare, le norme in tema di sanatoria delle nullità delle notificazioni, in quanto prevedono che l’imputato, pur sanando con la propria comparizione l’invalidità dell’atto, possa chiedere un termine per la difesa, sono chiaramente orientate a bilanciare i suindicati contrapposti interessi, privilegiando la celerità del processo sull’invalidità di forme del procedimento che non si siano in concreto rivelate lesive dell’interesse che miravano a tutelare, imponendo all’interprete di valutarle in tal caso alla stregua di mere irregolarità […].

E poiché, in virtù del già richiamato rapporto fiduciario che lega l’imputato al suo difensore, è ricorrente nella giurisprudenza della Corte di legittimità la massima per cui nel caso di nomina di un difensore di fiducia, la notificazione presso quest’ultimo è del tutto equiparabile, ai fini della conoscenza effettiva dell’atto, alla notifica all’imputato personalmente […], in difetto di qualsivoglia riferimento nel ricorso a circostanze particolari che nel caso concreto abbiano impedito tale effettiva conoscenza, costituirebbe interpretazione non conforme ai principi costituzionali sottesi alla celerità del processo (si allude alla presunzione di non colpevolezza, di cui all’art. 27 Cost., comma 2, ed alla funzione di emenda della pena, così come richiamata dall’art. 27 Cost., comma 3) negare la sanatoria della nullità della notificazione eseguita presso il difensore sul mero rilievo del diverso luogo in cui la notificazione è stata effettuata […].

La Corte di Cassazione ha, inoltre, rimarcato in più occasioni la differenza tra la notifica presso il difensore di ufficio e quella presso il difensore di fiducia, avendo ad esempio affermato che la notifica della sentenza contumaciale effettuata nei confronti del difensore di fiducia costituisce prova di una conoscenza effettiva […], ulteriormente precisando che in tema di restituzione nel termine per impugnare la sentenza contumaciale, ai sensi del disposto di cui all’art. 175 cod. proc. pen., comma 2, come novellato dalla legge n. 60 del 2005, la notificazione presso il difensore di fiducia è del tutto equiparabile, ai fini della conoscenza effettiva dell’atto, alla notifica all’imputato personalmente […]. La citata equiparazione, lungi dal ridursi ad una mera fictio iuris, è ampiamente giustificata dalla natura e dalla sostanza del rapporto professionale che intercorre tra l’avvocato difensore nominato di fiducia dall’imputato e l’imputato stesso, il quale proprio nel momento in cui da il mandato al professionista con riguardo ad uno specifico procedimento, dimostra (o conferma) di essere effettivamente a conoscenza di tale procedimento. È, pertanto, del tutto ragionevole ritenere che, anche successivamente alla nomina, il perdurante rapporto professionale intercorrente tra l’imputato e il difensore di fiducia continui a consentire al primo di mantenersi informato sugli sviluppi del procedimento e di concordare con il difensore le scelte difensive ritenute più idonee (Cass., Sez. IV, n. 34377 del 13/07/2011, Bianco, Rv 251114)”.

1.3 Le pur in larga parte condivisibili, su un piano generale, argomentazioni esposte nella decisione appena richiamata risentono delle peculiarità di quella fattispecie concreta: fattispecie che, malgrado quanto evidenziato dalla Corte bolognese per ritenere qui applicabili i principi della sentenza Gnudi, risultava ben diversa rispetto al caso oggi in esame.

Mentre il C. ed il R. , come detto, ricevettero presso il difensore (dove mai avevano eletto domicilio) la notifica di atti che avrebbero dovuto essere inviati presso i domicili da loro dichiarati, nella sentenza Gnudi l’imputato aveva eletto domicilio presso il difensore, quindi – ferma restando la nomina – aveva inteso revocare l’elezione de qua, e non di meno la notifica dell’atto di interesse era avvenuta ancora presso il legale, piuttosto che alla sua residenza anagrafica.

Va altresì precisato che pure la sentenza Bianco, menzionata da ultimo nel passo della sentenza Gnudi espressamente riportato, afferisce ad un caso del tutto particolare (la ritenuta validità di una notifica effettuata presso il secondo difensore di fiducia di un imputato, a fronte del decesso del primo difensore, nel cui studio l’interessato aveva eletto domicilio).

Tanto premesso, non sembra al collegio che – pure in presenza di un rapporto fiduciario ancora in atto tra l’imputato ed il proprio difensore – il vigente dato normativo possa essere interpretato in termini tali da pervenire alla generalizzata conclusione che la notifica di un atto presso il difensore di fiducia sia comunque valida (conclusione che, pacificamente, il tenore delle norme processuali non consente): al di là del rilievo che possa presumersi di fatto, in termini di più o meno completa certezza, che un atto pervenuto all’avvocato nominato da Tizio sia noto a quest’ultimo, visto il dovere del professionista e l’interesse dell’assistito a mantenere costanti le reciproche comunicazioni, ove Tizio abbia eletto o dichiarato domicilio in un dato luogo è in quel luogo che egli ha diritto a ricevere gli atti del processo che lo riguarda. Non a caso, ed anzi in linea con tale rilievo, laddove la notifica pervenga a Tizio presso il suo difensore di fiducia si viene a realizzare pacificamente una ipotesi di nullità (come la stessa sentenza Gnudi ricorda): nullità che, per quanto sanabile, esclude a priori una qualsivoglia equiparazione tra notifica all’interessato secundum legem e notifica al suo difensore.

Secondo costante giurisprudenza, infatti, “la nullità conseguente alla notificazione all’imputato del decreto di citazione a giudizio presso lo studio del difensore di fiducia invece che presso il domicilio eletto è d’ordine generale a regime intermedio, perché idonea comunque a determinare una conoscenza effettiva dell’atto in ragione del rapporto fiduciario con il difensore, sicché é soggetta ai termini di deduzione di cui all’art. 182, comma secondo, cod. proc. pen.” (Cass., Sez. II, n. 35345 del 12/05/2010, Rummo, Rv 248401; negli stessi termini, v., da ultimo, Cass., Sez. IV, n. 40066 del 17/09/2015, Bellucci). Ergo, seppure la conoscenza effettiva dell’atto può concretamente dedursi da una notifica siffatta, la nullità rimane configurabile e ritualmente deducibile: come, nel caso oggi in esame, senz’altro avvenuto.

1.4 Certamente erroneo, del resto, appare l’assunto della Corte territoriale secondo cui le notifiche de quibus avrebbero dovuto intendersi valide perché effettuate ai sensi dell’art. 157, comma 8-bis, del codice di rito. Una parte della giurisprudenza, in vero, ha affermato che “in tema di notificazioni, è rituale la procedura di notifica mediante consegna al difensore di fiducia, prevista dall’art. 157, comma ottavo bis, cod. proc. pen., anche nel caso di imputato che abbia previamente dichiarato o eletto il domicilio per le notificazioni ai sensi dell’art. 161 cod. proc. pen.” (Cass., Sez. III, n. 6790 del 09/01/2008, Salvietti, Rv 238364); tale soluzione, tuttavia, non può essere condivisa, dovendosi piuttosto privilegiare l’interpretazione secondo cui “è nulla la notifica del decreto di fissazione dell’udienza per il giudizio di appello eseguita, ex art. 157, comma ottavo bis, cod. proc. pen., presso il difensore di fiducia dell’imputato, nonostante l’esistenza agli atti del domicilio ritualmente dichiarato dall’imputato, in quanto, in tal caso, il domicilio legale non può prevalere su quello dichiarato, considerato che l’art. 157, comma ottavo bis cod. proc. pen. è chiaramente riferibile, nell’organizzazione della norma in cui si inserisce, alle ipotesi considerate dai commi precedenti; ne consegue che tale nullità tempestivamente eccepita comporta la nullità del giudizio di appello e della sentenza impugnata” (Cass., Sez. V, n. 8108 del 25/01/2007, Landro, Rv 236522).

Nella motivazione della sentenza appena richiamata, ai cui principi il collegio presta piena adesione, viene più diffusamente spiegato che “l’art. 157, comma 8-bis, cod. proc. pen. è chiaramente riferibile, nell’organizzazione della norma in cui s’inserisce, alle ipotesi considerate dai commi precedenti. La stessa relazione al decreto chiariva che la norma regola esclusivamente le notificazioni all’imputato non detenuto che abbia nominato un difensore di fiducia senza provvedere a dichiarare o eleggere domicilio ai sensi dell’art. 161″. Il fatto poi che in sede di conversione sia stato eliminato, dell’art. 161 cod. proc. pen., il comma 4-bis precedentemente introdotto dal d.l. n. 17 del 2005, art. 2, comma 2, che prevedeva “in caso di nomina di difensore di fiducia le notificazioni alla persona sottoposta alle indagini o all’imputato, che non abbia eletto o dichiarato domicilio, sono eseguite mediante consegna al difensore”, rende evidente che il domicilio “legale”, che si determina soltanto nel caso in cui sia stato necessario espletare, per la prima notificazione, le procedure di cui ai precedenti commi dell’art. 157, non è comunque destinato ad operare nel caso di autonoma elezione o dichiarazione di domicilio” (l’orientamento di cui si è data ora contezza ha trovato recente conferma con la sentenza della Sezione Seconda n. 41735 del 22/09/2015, ric. Casali).

  1. Si impongono pertanto, dovendosi ritenere assorbite le questioni di cui al secondo motivo di ricorso, le determinazioni di cui al dispositivo che segue.

P.Q.M. 

Annulla la sentenza impugnata, con rinvio per nuovo giudizio ad altra sezione della Corte di appello di Bologna.

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Suprema Corte di Cassazione

sezione VI
Sentenza 14 gennaio 2014, n. 1286

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE SESTA PENALE
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. DE ROBERTO Giovanni – Presidente
Dott. LEO Guglielmo – Consigliere
Dott. CITTERIO Carlo – rel. Consigliere
Dott. DI STEFANO Pierluigi – Consigliere
Dott. VILLONI Orlando – Consigliere
ha pronunciato la seguente:

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
(OMISSIS) N. IL (OMISSIS);
avverso l’ordinanza n. 196/2013 TRIB. LIBERTA’ di CATANZARO, del 25/07/2013;
sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. CARLO CITTERIO;
sentite le conclusioni del PG Dott. Riello per l’inammissibilita’ in sub. Il rigetto;
Udito il difensore Avv. (OMISSIS) per l’accoglimento del ricorso.

CONSIDERATO IN FATTO

  1. Il Tribunale di Catanzaro ha dichiarato inammissibile il riesame proposto da (OMISSIS), non indagato e terzo sequestrato, avverso il decreto di sequestro preventivo emesso dal locale GIP il 29.6.13, perche’ la richiesta era stata presentata dal difensore privo di espressa e autonoma procura alle liti ex articolo 83 c.p.c.: in particolare, vi era solo un “mandato difensivo allegato al fascicolo che conferiva genericamente al legale ampi poteri non meglio specificati”, senza alcun “esplicito richiamo al tipico mezzo di impugnazione prescelto”, non venendo “menzionata l’attivita’ processuale da compiere ne’ il mezzo di gravame del riesame”, senza che potesse aver rilievo il riferimento “fatto approssimativamente ed immotivatamente all’articolo 322 c.p.p. con riferimento ad un apoditticamente dedotto diritto alla restituzione di quanto in sequestro”.
    2. Ricorre il (OMISSIS) a mezzo del difensore avv. (OMISSIS), enunciando due motivi:
    – violazione di legge in relazione agli articoli 83 e 84 c.p.c., articolo 122 c.p.p., articolo 322 c.p.p., comma 1 e articolo 125 c.p.p., comma 1: all’istanza di riesame sarebbe stata allegata rituale procura speciale rilasciata dal terzo sequestrato sotto forma di scrittura privata autenticata dal difensore, atto non costituente mero mandato difensivo. In particolare tale atto conterrebbe: l’espresso ed esclusivo riferimento al sequestro operato in via d’urgenza nell’ambito dell’individuato specifico procedimento penale, la designazione del difensore quale procuratore speciale “per il compimento di tutti gli atti nell’ambito dell’indicato procedimento”, l’indicazione della data di emissione del provvedimento impugnato e del numero identificativo del relativo procedimento; per l’indicazione dei poteri conferiti rileverebbe ex lege la disciplina dell’articolo 84 c.p.c., da intendersi riferita allo specifico grado e procedimento quando non diversamente precisato. Determinante a dirimere ogni eventuale incertezza sarebbe la constatazione che il terzo sequestrato puo’ agire solo per il rimedio effettivamente attivato, sicche’ appunto nessuna incertezza sarebbe anche astrattamente ipotizzabile;
    – violazione di legge in relazione all’articolo 182 c.p.c., comma 2 (come modificato dalla Legge n. 69 del 2009), articoli 24 e 113 Cost., per non avere il Tribunale assegnato termine perentorio per il rilascio al difensore di valida procura speciale.

RAGIONI DELLA DECISIONE

  1. E’ fondato il primo motivo di ricorso, il che assorbe la questione di diritto posta dal secondo motivo (sulla quale appare comunque opportuno ricordare che l’insegnamento richiamato in ricorso, confermato anche da Sez. 6, sent. 1289/2013, trova diversa soluzione in Sez. 5, ord. 10972/2013 e soprattutto Sez. 3, sent. 23107/2013).
    3.1 Tale primo motivo impone l’approfondimento di due aspetti.
    3.1.1 Il primo attiene alla funzione ed al contenuto della procura speciale prevista dall’articolo 100 c.p.p. rispetto alla (mera?) nomina.
    Secondo il codice di rito penale, l’imputato – che non puo’ difendersi da solo – deve essere assistito da difensore (non piu’ di due, articolo 96 c.p.p., comma 1 e articolo 24 disp. att. c.p.p.) nominato da lui con dichiarazione resa, consegnata o trasmessa all’autorita’ giudiziaria (articolo 96), o dall’ufficio che procede (articolo 97). Al difensore competono facolta’ e diritti che la legge riconosce all’imputato, salvo quelli che la legge riserva personalmente a quest’ultimo (articolo 99, comma 1). Solo per l’esercizio di questi ultimi (es. richiesta di rito alternativo, articolo 438, comma 3 e articolo 446, comma 3, e rinuncia all’impugnazione, articolo 589, comma 2) il difensore deve essere munito di un’autonoma e specifica procura speciale (quella disciplinata dall’articolo 122, il cui contenuto deve contenere le indicazioni richieste specificamente dalla legge nonche’ la determinazione dell’oggetto per cui e’ conferita e dei fatti ai quali si riferisce). Il difensore rappresenta l’imputato in udienza quando questi e’ stato dichiarato contumace (articolo 420 quater, comma 2) o dopo essere comparso si e’ allontanato dall’udienza (articolo 420 quinquies, comma 2).
    La parte privata diversa dall’imputato (articolo 100: parte civile, responsabile civile, persona civilmente obbligata per l’ammenda) “sta in giudizio col ministero di un difensore munito di procura speciale conferita con atto pubblico o scrittura privata autenticata dal difensore o da altra persona abilitata” (articolo 101). Secondo consolidata giurisprudenza di legittimita’, il terzo sequestrato quando agisce all’interno delle procedure incidentali penali e’ parificato alla parte privata diversa dall’imputato e quindi puo’ essere nel processo col ministero di un difensore munito di procura speciale (per tutte, Sez. 3, ord. 8942/2012).
    La “procura speciale” di cui all’articolo 100 e la “procura speciale” di cui all’articolo 122 c.p.p. sono atti del tutto diversi per funzione e contenuto.
    La “procura speciale” di cui all’articolo 100 altro non e’, in definitiva, che l’atto con cui la parte privata non imputato nomina il difensore che deve svolgere le sue difese nel processo penale. Essa si presume conferita soltanto per un determinato grado del processo, quando nell’atto non e’ espressa volonta’ diversa.
    La “procura speciale” di cui all’articolo 122 c.p.p., per quanto riguarda queste parti private, e’ invece l’atto con il quale viene attribuita anche la capacita’ di essere il soggetto del rapporto processuale, non solo quindi (come e’ nel caso dell’articolo 100) colui che assiste e svolge le difese del soggetto del rapporto processuale (che in questo caso rimane la parte privata).
    Solare e’ sul punto la sintesi contenuta nella motivazione di SU n. 44712/2004, secondo cui “conclusivamente, la procura di cui agli articoli 76 e 122 c.p.p. tende ad attribuire al procuratore la capacita’ di essere soggetto del rapporto processuale, al fine di promuovere l’istanza risarcitoria in nome e per conto del danneggiato; la procura ex articolo 100 mira a conferire un valido mandato defensionale della parte rappresentata, onde far valere in giudizio la pretesa di detta parte.

CIRCONVENZIONE DI INCAPACE-REATO-ELEMENTI –AVVOCATO PENALISTA BOLOGNALa differenza tra le due procure e’ dunque radicale e tale resta anche quando unitamente alla prima venga, con lo stesso atto, conferita alla stessa persona anche la seconda: la qual cosa e’ ben possibile in quanto, pur in presenza di distinte disposizioni normative, non si rinviene nell’ordinamento una disposizione che vieti il cumulo, in un unico atto, di tali distinte scritture”.
Nessun equivoco, rispetto a tale chiara distinzione, puo’ sorgere in ragione del richiamo all’articolo 83 c.p.c.. Questa norma, che disciplina la presenza della parte nel processo civile col ministero di un difensore (articolo 82, commi 1 e 2), dispone che in tal caso questi deve essere munito di “procura”; la rubrica dell’articolo 83 la qualifica come “procura alle liti”; il comma 2 la distingue in generale e speciale (ma sempre con riferimento alle liti, non “ad negotia”: Cass. civ. Sez. 3 sent. 11765/2002; la seconda, quella speciale, essendo comunque necessaria quando espressamente previsto dalla legge: Cass. civ. Sez. 3 sent. 7084/2006) e il quarto comma prevede che quella speciale si presume conferita solo per un determinato grado del processo, quando nell’atto non sia espressa volonta’ diversa. Secondo l’articolo 84 c.p.c., poi, quando la parte sta in giudizio col ministero del difensore, questi puo’ nel suo interesse compiere e ricevere tutti gli atti del processo che dalla legge non sono ad essa espressamente riservati.
E’ utile in proposito richiamare un altro passaggio della motivazione della ricordata SU sent. 44712/2004. Nel chiarire il contenuto normativo dell’istituto della procura speciale rilasciata ai sensi dell’articolo 100 c.p.p. dalla parte privata non imputato, le Sezioni unite evidenziano l’essenza del problema processuale: “la parte civile non puo’ difendersi da sola, ma deve stare in giudizio con il ministero di un difensore, munito di procura speciale”. Questa, prosegue la motivazione della sentenza, attribuisce esclusivamente lo jus postulandi, con il potere di compiere e ricevere tutti gli atti del procedimento necessari allo svolgimento dell’azione civile (nel processo penale): attribuisce, pertanto, “una capacita’ di schietto diritto processuale che risponde ad un’esigenza evidentemente pubblicistica, con l’evidente intenzione del legislatore di modellare questa “procura alle liti” sull’omologo istituto processual-civilistico disciplinato dall’articolo 83 c.p.c..
Ecco allora che il riferimento “diretto” agli articoli 83 e 84 c.p.c. mai potrebbe essere valorizzato per bypassare l’autonomo istituto processualpenalistico della “procura speciale” ex articolo 100 c.p.p., o per modificarne contenuto e rilevanza. In particolare, ad esempio, la specialita’ della disciplina processualpenalistica esclude che nel processo penale possa aver rilievo una “procura generale alle liti”, che invece e’ legittima ed efficace per la partecipazione attraverso il difensore (in tali termini generali incaricato) nel processo civile.
3.1.1.1 La conclusione cui si deve pervenire e’ pertanto che anche per il terzo sequestrato, in quanto soggetto portatore di interessi civilistici, la presenza processuale nei casi in cui cio’ e’ consentito avviene attraverso difensore nominato con atto denominato “procura speciale” (ex articolo 100), in luogo della “nomina” (di cui all’articolo 96 c.p.p.) come e’ per l’imputato.
In altri termini, pare davvero non individuabile, nell’ambito del rapporto professionale tra avvocato e parte privata non imputato che sia intenzionata a partecipare a momenti del procedimento penale per la tutela dei propri interessi civili, uno spazio logico-giuridico per configurare un atto di “nomina” che non sia per se’ “procura speciale” ex articolo 100 c.p.p., anche in ragione dell’assenza di alcuna formula sacramentale/costitutiva, della seconda rispetto alla prima, prevista o imposta dalla norma processuale.
Puo’ quindi affermarsi il principio di diritto che dal punto di vista funzionale, a cio’ che rappresenta l’atto di nomina ex articolo 96 c.p.p. per l’imputato, corrisponde la “procura speciale ex articolo 100 c.p.c.” per la parte privata che agisce per la tutela di interessi civili, e quindi anche per il terzo sequestrato.
Significativamente, infatti, ne’ l’articolo 96 ne’ l’articolo 100 disciplinano il contenuto formale del conferimento del mero incarico di difensore che a questi attribuisce la mera capacita’ processuale, cui ex lege conseguono gli effetti prima ricordati (a differenza di quanto ad esempio previsto per la procura speciale ex articolo 122 o per la dichiarazione di costituzione di parte civile, articolo 78).
E la parziale diversita’ di tali effetti (ad es. la domiciliazione ex lege della parte privata non imputato presso il difensore, articolo 100, comma 5; la presunzione di efficacia per il solo grado in cui e’ conferita, articolo 100, comma 3) attiene piuttosto al diverso ruolo ed all’accessorieta’ della parte privata non imputato nel processo penale, che non alla diversa denominazione degli atti di “incarico defensionale” dei rispettivi difensori. Diversa denominazione, ecco il punto, che invero non incide sul contenuto di tali atti, riguardante esclusivamente il conferimento del mero incarico defensionale da parte di soggetto che autonomamente non puo’ svolgere le proprie difese nel processo.
In definitiva, cio’ che solo rileva nell’atto che si limita a conferire l’incarico al difensore, tanto per l’imputato (ex articolo 96) quanto per la parte privata non imputato (ex articolo 100), e’ la chiara manifestazione di volonta’ (Sez. 5, sent. 5204/1998; Sez. 6, sent. 16114/2012) con l’individuazione della specifica procedura per la quale cio’ avviene (Sez. 1, sent. 17702/2010) e degli elementi identificativi del professionista (Sez. 5, sent. 34266/2009).
3.2 Il secondo aspetto, chiariti i termini in diritto che precedono (la nomina ex articolo 96 e la procura speciale ex articolo 100, come gia’ notato, non si differenziano per funzione, contenuto e tantomeno formule sacramentali/costitutive), occorre verificare se l’atto con cui (OMISSIS) ha incaricato un difensore per svolgere attivita’ defensionale nel procedimento incidentale che mirava a contestare la legittimita’ del sequestro disposto nei suoi confronti, per cui e’ processo, conteneva o meno una chiara manifestazione della volonta’ di affidare ad un determinato professionista l’incarico di svolgere le difese necessarie alla tutela delle proprie affermate ragioni in quella specifica procedura di riesame.
E’ opportuno richiamare il testo dell’atto. L’intestazione reca la dizione: “Mandato difensivo”. Di seguito, (OMISSIS) si qualifica destinatario di provvedimento di sequestro preventivo che individua specificamente e, in relazione a quel provvedimento, “dichiara di nominare, quale persona destinataria di sequestro ed avente diritto alla restituzione dei beni ablati, a mente dell’articolo 322 e ss. c.p.p. l’avv…., al quale conferisce ogni piu’ ampio potere connesso al mandato, con designazione altresi’ a procuratore speciale per il compimento di ogni atto del presente procedimento”.
Ora, al di la’ della confusa gestione terminologica che obiettivamente emerge per la sovrapposizione di termini e qualificazioni differenti, cio’ che si evince dalla lettura dell’atto in modo inequivoco e’ che (OMISSIS): si qualifica terzo sequestrato, richiama specificamente l’atto di sequestro che ha pregiudicato i suoi affermati diritti, incarica un difensore di svolgere le proprie difese, indica (attraverso il riferimento inequivoco all’articolo 322 c.p.p. che segue la dichiarazione di conferimento dell’incarico, delineandone quindi l’ambito) la procedura del riesame come quella nella quale l’attivita’ del difensore dovra’ compiersi, in un contesto sistematico nel quale effettivamente proprio la procedura di riesame e’ quella che con immediatezza risponde all’interesse sostanziale che si intende perseguire.
Vi e’ pertanto il contenuto essenziale di una “nomina/procura speciale ex articolo 100” (nei termini prima esposti) che non lascia per il vero alcun dubbio ne’ sulla chiara volonta’ del (OMISSIS) rispetto alle ragioni ed all’ambito dell’incarico conferito al difensore, ne’ sull’identificazione di questo, ne’ sulla specifica procedura da attivare ed al caso concreto cui questa deve riferirsi.
Risultano pertanto sostanzialmente assertive, in parte manifestamente illogiche e in parte intrinsecamente contraddittorie, le censure che sul punto rivolge all’atto di nomina/procura speciale l’ordinanza impugnata, laddove assemblano rilievi anche intrinsecamente contraddite, frazionano il contenuto complessivo dell’atto (negando valore all’indicazione specifica del procedimento per il quale la nomina e’ conferita e dello stato in cui esso di trova al momento della nomina), privano in modo assertivo e francamente non comprensibile di ogni rilevanza, l’invece inequivoco riferimento all’articolo 322 c.p.p. e, in definitiva e in un contesto privo di formule sacramentali, non osservano il principio generale dell’interazione di un atto secondo criteri che privilegino la loro conservazione, in coerenza alla oggettivamente evincibile volonta’ della parte (per tutte, Sez. 6, sent. 4327/1999) Sez. 4, sent. 14863/2004).
L’ordinanza va pertanto annullata e gli atti vanno trasmessi al Tribunale d. Catanzaro perche’ proceda alla richiesta deliberazione.

P.Q.M.

Annulla l’ordinanza impugnata e rinvia al Tribunale di Catanzaro per la deliberazione.

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA,AVVOCATO PENALISTA FORLI’,AVVOCATO PENALISTA RAVENNA,AVVOCATO PENALISTA CESENA

Suprema Corte di Cassazione

sezioni unite civili

sentenza 27 ottobre 2016, n. 21691

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE CIVILI

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. RORDORF Renato – Primo Presidente f.f.

Dott. AMOROSO Giovanni – Presidente di Sez.

Dott. NAPOLETANO Giuseppe – Presidente di Sez.

Dott. CURZIO Pietro – rel. Presidente di Sez.

Dott. AMENDOLA Adelaide – Presidente di Sez.

Dott. AMBROSIO Annamaria – Presidente di Sez.

Dott. GIANCOLA Maria Cristina – Consigliere

Dott. PETITTI Stefano – Consigliere

Dott. DE CHIARA Carlo – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA

avvocato penalista Bologna, ricorsi cassazione penale, cortesia e preparazione

sul ricorso 5937/2012 proposto da:

(OMISSIS) S.P.A., in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio degli avvocati (OMISSIS) e (OMISSIS), che la rappresentano e difendono, per delega a margine del ricorso;

– ricorrente –

(OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo (OMISSIS), rappresentata e difesa dagli avvocati (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS), per delega in calce al controricorso e ricorso incidentale condizionato;

– controricorrente e ricorrente incidentale –

contro

(OMISSIS) S.P.A., elettivamente domiciliata e difesa come sopra;

– controricorrente all’incidentale –

avverso la sentenza non definitiva n. 7139/2009 depositata il 10/06/2010 e la definitiva n. 8586/2010 depositata il 28/02/2011, entrambe della Corte di Appello di Roma;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 05/07/2016 dal Presidente Dott. PIETRO CURZIO;

uditi gli avvocati (OMISSIS) e (OMISSIS);

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. DE AUGUSTINIS Umberto, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

RAGIONI DELLA DECISIONE

  1. (OMISSIS) convenne in giudizio la (OMISSIS) dinanzi al Tribunale di Roma. Espose aver lavorato alle dipendenze della societa’ convenuta, nell’arco di tempo dal (OMISSIS) al (OMISSIS), con una serie di contratti di lavoro subordinato a tempo determinato, a volte con la qualifica di programmista regista, altre con quella di assistente ai programmi. Sostenne che tutti i contratti a tempo determinato erano stati stipulati in violazione della L. n. 230 del 1962, articolo 1 e chiese che venisse accertata la natura a tempo indeterminato del rapporto di lavoro a decorrere dal primo contratto ((OMISSIS)), con relativa reintegrazione nel posto di lavoro e risarcimento del danno subito nel periodo pregresso; chiese inoltre che venisse accertato il suo diritto al trattamento economico e normativo di programmista regista di 3 livello dal (OMISSIS) e di 2 livello dal (OMISSIS). La (OMISSIS) si costitui’ eccependo la piena legittimita’ di ciascun contratto e chiedendo il rigetto del ricorso.
  2. Il Tribunale dichiaro’ la nullita’ dei contratti stipulati dal (OMISSIS) in poi e la prosecuzione del rapporto dal (OMISSIS) con le mansioni di programmista regista; condanno’ la (OMISSIS) al pagamento delle retribuzioni maturate dalla notifica del ricorso. Tanto la convenuta che la ricorrente proposero appello.
  3. La Corte d’appello di Roma, con una prima sentenza non definitiva, pubblicata il 16 giugno 2010, ha rigettato l’appello della (OMISSIS), mentre ha accolto in parte l’appello incidentale della lavoratrice dichiarando la nullita’ anche dei contratti stipulati dal (OMISSIS) in poi. Con una seconda sentenza, definitiva, in accoglimento del relativo motivo di appello incidentale, respinti gli ulteriori motivi, ha dichiarato il diritto della (OMISSIS) al trattamento economico e normativo di programmista regista di III livello dal (OMISSIS) e di 2 livello dal (OMISSIS), condannando la societa’ alla corresponsione delle relative differenze retributive da liquidarsi in altro giudizio.
  4. La (OMISSIS) ha proposto ricorso per cassazione, articolato in cinque motivi, contro entrambe le sentenze. La ricorrente si e’ difesa con controricorso e ricorso incidentale condizionato costituito da un unico motivo. La (OMISSIS) ha depositato controricorso nei confronti del ricorso incidentale ed entrambe la parti hanno depositato memorie per l’udienza dinanzi alla sezione lavoro.
  5. Con ordinanza interlocutoria pubblicata il 27 luglio 2015 la sezione lavoro, ritenuto che la richiesta di applicazione da parte della (OMISSIS) della norma dettata dalla L. n. 183 del 2010, articolo 32, emanata dopo la pubblicazione della sentenza di appello e prima della notifica del ricorso per cassazione, desse luogo ad una problematica sulla quale nella giurisprudenza di Cassazione si registra un duplice contrasto di orientamenti, ha rimesso la controversia al primo presidente per l’eventuale assegnazione alle sezioni unite. Il primo presidente ha disposto l’assegnazione alle sezioni unite. Entrambe le parti hanno depositato una memoria per l’udienza.
  6. Con il quinto motivo, la (OMISSIS) chiede l’applicazione della L. 4 novembre 2010, n. 183, articolo 32, commi 5 – 7, che ha modificato la disciplina del risarcimento del danno in caso di contratto a termine illegittimo.
  7. Tale norma e’ entrata in vigore il 24 novembre 2010, quindi dopo la sentenza di appello che ha deciso sul risarcimento del danno e prima della richiesta di notifica del ricorso per cassazione.
  8. Il principio guida in materia di efficacia della legge nel tempo e’ fissato dall’articolo 11 delle disposizioni sulla legge in generale del codice civile, per il quale “La legge non dispone che per l’avvenire: essa non ha effetto retroattivo”. Il principio ammette deroghe. Nel caso specifico, la L. n. 183 del 2010, articolo 32, comma 7, prevede che “le disposizioni di cui ai commi 5 e 6 trovano applicazione a tutti i giudizi, ivi compresi quelli pendenti alla data di entrata in vigore della presente legge”. La seconda parte del comma aggiunge: “con riferimento a tali ultimi giudizi, ove necessario, ai soli fini della determinazione della indennita’ di cui ai commi 5 e 6, il giudice fissa alle parti un termine per l’eventuale integrazione della domanda e delle relative eccezioni ed esercita i poteri istruttori ai sensi dell’articolo 421 c.p.c.”.
  9. La Corte di cassazione ha affermato che, in linea generale, tale norma vale anche per i giudizi di legittimita’ a causa della sua specifica formulazione, in quanto nel concetto di giudizi pendenti rientrano anche quelli in cui la pendenza deriva dalla proposizione o proponibilita’ del ricorso per cassazione (ex plurimis, Cass., 31 gennaio 2012, n. 1409) e persino quelli in cui la Cassazione si e’ pronunciata con rinvio al giudice di merito e quest’ultimo non ha ancora definito il giudizio (Cass., 2 marzo 2012, n. 3305 e 4 febbraio 2015, n. 1995). L’interpretazione e’ stata pienamente condivisa dalla Corte costituzionale sin dalla sentenza n. 303 del 2011, emessa a seguito di una ordinanza di rimessione della Corte di cassazione basata sul presupposto dell’applicabilita’ della norma sopravvenuta al giudizio di legittimita’. Al contrario, per completezza, va ricordato che la retroattivita’ e’ stata esclusa con riferimento alle successive modifiche dell’articolo 32 introdotte dal Decreto Legislativo n. 81 del 2015, che, in mancanza di un’analoga espressa deroga al principio generale, si applicano solo ai contratti stipulati dopo l’entrata in vigore del provvedimento legislativo (Cass., 19 ottobre 2015, n. 21069).
  10. L’affermazione dell’applicabilita’ della normativa dettata dalla L. n. 183 del 2010, articolo 32 anche ai giudizi pendenti in cassazione non risolve pero’ tutti i problemi. Come ha rilevato l’ordinanza interlocutoria della sezione lavoro, sul tema si e’ determinato un duplice contrasto di orientamenti.
  11. Il primo concerne il seguente dilemma. Secondo un orientamento e’ possibile richiedere direttamente, con uno specifico motivo di ricorso, l’applicazione della nuova disciplina retroattiva. Secondo altro orientamento cio’ non sarebbe possibile in quanto la proposizione del ricorso per cassazione non e’ ammissibile per ipotesi diverse da quelle previste dall’articolo 360 c.p.c., che presuppongono necessariamente la denunzia di un vizio della sentenza di merito, vizio che non puo’ consistere nella violazione di una legge che al momento della sentenza non era stata ancora emanata.
  12. Il problema solo apparentemente attiene al tema della tipicita’ dei motivi di ricorso per cassazione. E’ fuori discussione che il ricorso per cassazione sia a critica vincolata e che i motivi indicati dall’articolo 360 c.p.c., comma 1, nn. 1 – 5, siano tassativi.
  13. In realta’, la questione e’ tutta interna al concetto di violazione di norme di diritto e si risolve nel problema di stabilire se la violazione di norme di diritto, cui fa riferimento il n. 3 dell’articolo 360 c.p.c., concerna solo quelle vigenti al momento della decisione impugnata o invece anche norme emanate in seguito ma dotate dal legislatore di efficacia retroattiva.
  14. Sul punto si sono contrapposte tesi che privilegiano la dimensione soggettiva del giudizio a tesi che privilegiano la dimensione oggettiva. Per le prime non puo’ esservi errore del giudice di merito quando la sua sentenza contrasti con una norma che non esisteva al momento della decisione. Ma il problema non e’ quello di stabilire se il giudice di merito abbia sbagliato, bensi’ di stabilire se la sentenza che egli ha emesso sia conforme o sia in contrasto con l’ordinamento giuridico. E la Corte di cassazione nello svolgere tale controllo non puo’ non tener conto di sviluppi normativi con efficacia retroattiva, che pongano quella pronuncia in contrasto con la volonta’ espressa dal Legislatore (cosi’ come non puo’ non tener conto delle conseguenze di interventi della Corte costituzionale o della Corte di giustizia dell’Unione Europea).

15.Autorevole dottrina, nel ricostruire i principi del diritto processuale, ritenne denunciabile (con ricorso per cassazione) anche la violazione di diritto “nuovo” cioe’ di diritto divenuto applicabile dopo la pubblicazione della sentenza impugnata (in quanto naturalmente i rapporti preesistenti vi siano soggetti), rilevando che “il giudice nel momento in cui pronunciava certamente non ebbe a violare la legge; ma cio’ non ha importanza: per la cassazione non si richiede un errore imputabile al giudice, ma una sentenza attualmente e oggettivamente contraria alla legge”.

  1. L’affermazione e’ pienamente condivisibile: il giudizio della Corte di cassazione non e’ sull’operato del giudice, ma ha per oggetto la conformita’ o meno all’ordinamento giuridico della decisione adottata. La violazione di legge non richiede necessariamente un errore imputabile al giudice, ma e’ un dato oggettivo che sussiste tutte le volte in cui vi e’ contrasto tra il provvedimento giurisdizionale e una norma di diritto applicabile ratione temporis al rapporto dedotto in giudizio. Di conseguenza, la parte interessata e’ legittimata a proporre un ricorso per cassazione anche contro una sentenza che abbia correttamente applicato la legge all’epoca vigente, qualora sia sopravvenuta una nuova legge dotata di efficacia retroattiva.
  2. Puo’ porsi in dubbio la legittimita’ costituzionale della legge retroattiva che interviene su processi in corso modificandone l’esito, ma quando, come in questo caso, il giudice delle leggi si e’ pronunciato escludendo il dubbio (Corte cost. n. 303 del 2011 cit., intervenuta, come si e’ visto, su questione sollevata dalla Corte di cassazione), la legge retroattiva costituisce il parametro del giudizio sulla violazione di legge ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., n. 3, e puo’ essere proposto ricorso per cassazione anche solo per denunziare la violazione della legge nuova.

18.La giurisprudenza della Corte, anche con riferimento all’applicazione della L. n. 183 del 2010, articolo 32, ha fatto un passo ulteriore, affermando che la nuova legge retroattiva deve essere applicata dalla Corte nei processi in corso anche qualora sia intervenuta dopo la notifica del ricorso per cassazione e quindi senza che il ricorrente abbia potuto formulare uno specifico motivo di ricorso, in quanto anche la Corte di cassazione deve applicare il principio iura novit curia. (In linea generale, cfr. Cass., 8 maggio 2006, n. 10547, nonche’, con specifico riferimento alla normativa sul contratto a tempo determinato, ex plurimis, Cass., 31 gennaio 2012, n. 1409). Sarebbe allora poco coerente ricostruire il sistema nel senso che la nuova legge retroattiva debba essere applicata anche in presenza di ricorsi privi di motivi specifici sul punto in quanto anteriori alla sua entrata in vigore, mentre debbano essere dichiarati inammissibili ricorsi che tale violazione abbiano denunziato con uno specifico motivo.

  1. Piu’ complessa e’ la soluzione del secondo punto di contrasto prospettato nell’ordinanza della sezione lavoro, attinente al rapporto tra legge retroattiva e giudicato. La riflessione concerne i limiti che la legge retroattiva sopravvenuta incontra a causa del giudicato.
  2. Cass., 17 marzo 2014, n. 6101 ha affermato che l’applicabilita’ della nuova legge retroattiva ai giudizi in corso, eventualmente anche d’ufficio, trova un limite nel giudicato interno sul capo della sentenza relativo al risarcimento del danno, che deve ritenersi formato qualora sul punto la sentenza di primo grado non sia stata oggetto di motivo di appello. Ha pertanto ritenuto inapplicabile la nuova norma dettata dalla L. n. 183 del 2010, articolo 32 a causa del giudicato sul capo della domanda relativa al risarcimento del danno. In senso conforme si sono espresse Cass., 5 gennaio 2015, n. 2 e Cass., 13 gennaio 2015, n. 359.
  3. Cass., 28 marzo 2012, n. 5001, al contrario, in un caso del tutto sovrapponibile, ha escluso che si sia formato il giudicato interno perche’, pur in assenza di una impugnazione in appello della statuizioni della sentenza di primo grado sulle conseguenze risarcitorie, l’eventuale accoglimento degli altri motivi di gravame, quali risultanti dalla sentenza impugnata, avrebbe comportato la caducazione anche di tali statuizioni. In senso conforme si espressa Cass., 8 gennaio 2015, n. 85.
  4. E’ questo secondo l’orientamento che deve essere condiviso.
  5. Prima di approfondire il tema processuale e’ opportuno ricostruire i profili lavoristici della materia.
  6. Nella controversie in materia di contratti a tempo determinato, qualora il ricorso con il quale il lavoratore sostiene l’illegittimita’ della apposizione del termine sia accolto, la relativa decisione, per giurisprudenza consolidata, si articola in tre capi collegati tra loro: 1) viene dichiarata l’illegittimita’ della clausola che ha apposto il termine, 2) viene disposta la riammissione in servizio del lavoratore con efficacia immediata dall’epoca della sentenza, 3) viene definito il risarcimento del danno.
  7. Su quest’ultimo punto la disciplina e’ cambiata a seguito dell’entrata in vigore della L. n. 183 del 2010, articolo 32. Prima il risarcimento del danno veniva determinato in misura pari alle retribuzioni dal momento della messa a disposizione delle energie lavorative al momento della sentenza. A seguito, invece, della L. n. 183 del 2010, articolo 32, comma 5, al lavoratore, per il periodo che precede la sentenza, spetta “un’indennita’ omnicomprensiva nella misura compresa tra un minimo di 2,5 ed un massimo di 12 mensilita’ dell’ultima retribuzione globale di fatto, avuto riguardo ai criteri indicati dalla L. 15 luglio 1966, n. 604, articolo 8”.
  8. Il problema su cui si e’ delineato il contrasto concerne situazioni che hanno avuto il seguente sviluppo processuale: in primo grado il Tribunale ha accolto il ricorso pronunciandosi su tutti e tre i capi, compreso il terzo, deciso nel senso previsto dalla disciplina precedente all’introduzione dell’articolo 32. L’appello e’ stato proposto sempre in vigenza di quel quadro normativo: l’appellante ha quindi censurato la decisione in ordine ai primi due capi della decisione, ma sul terzo capo non ha posto un problema concernente l’articolo 32 all’epoca inesistente e quindi o ha omesso qualsiasi censura o ha formulato censure di diverso contenuto, ad esempio sulla decorrenza della messa a disposizione delle energie lavorative o sull’aliunde perceptum.
  9. La nuova normativa sul risarcimento del danno e’ intervenuta dopo la sentenza di appello. Come si e’ visto e’ ammissibile un motivo di ricorso basato sulla norma sopravvenuta ed addirittura possibile che la Cassazione applichi tale norma qualora al momento del ricorso essa non era ancora entrata in vigore.
  10. Qui le strade si dividono, perche’ un orientamento sostiene che sul capo relativo al risarcimento del danno si e’ formato il giudicato sin dalla sentenza di primo grado qualora l’appellante non abbia formulato un motivo di appello su quel capo, mentre altro orientamento sostiene che l’appello contro il capo della decisione con il quale si nega la illegittimita’ del termine inibisce il passaggio in giudicato anche del capo, connesso, sul risarcimento.
  11. Piu’ analiticamente, il primo orientamento sostiene che deve essere esaminato l’atto di appello per verificare se, pur non essendo stato formulato un motivo con il quale si chiede l’applicazione dell’articolo 32 (all’epoca non ancora emanato), tuttavia il capo relativo al risarcimento sia stato comunque impugnato per altri motivi, mantenendo cosi’ fluida anche la questione risarcimento. L’altro orientamento sostiene che tale fluidita’ si determina comunque a causa dell’impugnazione del capo relativo alla illegittimita’ del termine, perche’ l’eventuale accoglimento dei motivi volti a negare l’illegittimita’ del termine avrebbe determinato il venir meno della parte della decisione sul risarcimento del danno.
  12. Questa seconda soluzione e’ preferibile, per varie ragioni.
  13. Una premessa fondamentale e’ costituita dal fatto che ci si trova in presenza di capi della domanda strettamente connessi, nel senso che vi e’ un capo, principale, dal cui accoglimento deriva la sorte degli altri capi, da esso dipendenti. Se il capo della domanda sull’illegittimita’ del termine viene accolto si puo’ passare a discutere della riammissione in servizio e del risarcimento del danno, se quel capo viene rigettato gli altri vengono a loro volta rigettati come conseguenza logica e necessaria.
  14. Il codice di procedura civile, nella parte dedicata alle impugnazioni in generale, dopo aver affermato che si intende passata in giudicato la sentenza che non e’ piu’ soggetta ad impugnazioni ed in particolare a ricorso per cassazione, considera, in alcune disposizioni, l’ipotesi di sentenze articolate in piu’ parti.
  15. Lo fa nella norma sull’acquiescenza parziale, affermando che “l’impugnazione parziale importa acquiescenza alle parti della sentenza non impugnata” (articolo 329, comma 2). Tale previsione pero’ presuppone che le parti della sentenza non siano collegate da un nesso per il quale l’impugnazione della parte principale se accolta comporta l’automatico e necessario venir meno di altre parti. In dottrina si sottolinea giustamente che il principio enunciato dall’articolo 329, comma 2, puo’ valere solo per i capi che siano autonomi e indipendenti dal quello impugnato. La giurisprudenza della Corte e’ nello stesso senso: cfr., ex plurimis, Cass., 23 ottobre 1998, n. 10550, 2 maggio 1967, n. 810, 9 aprile 1996, n. 3271, 18 ottobre 2005, n. 20143, 30 ottobre 2007, n. 22863, sez. un., 22 novembre 1994, n. 9872.
  16. Tornando al caso in esame, l’impugnazione della parte della sentenza che ha affermato l’illegittimita’ del termine esprime la volonta’ di caducare anche la parte, strettamente collegata da un nesso causale, sul risarcimento del danno derivante dall’illegittimita’. Il ricorrente esprime la volonta’ di non acquietarsi all’intera decisione di cui mira a scardinare la parte principale con i suoi corollari. Non vale invece l’inverso: qualora l’impugnazione sia volta solo contro uno dei corollari, deve ritenersi che vi sia acquiescenza sulla parte principale.
  17. Altra norma che considera le sentenze articolate in piu’ parti e’ l’articolo 336, che si occupa degli effetti della riforma o cassazione della sentenza impugnata. Questa previsione considera specificamente il caso in cui la sentenza consti di una parte principale e di una parte dipendente, e dispone che “la riforma o la cassazione parziale ha effetto anche sulle parti dipendenti dalla parte riformata o cassata”.
  18. Quindi, il legislatore ratifica che, qualora due o piu’ parti di una sentenza siano collegate da un nesso di dipendenza, l’accoglimento dell’impugnazione mirata sulla parte principale comporta la caducazione anche della parte dipendente. E’ una norma che da’ riconoscimento giuridico ad un criterio logico: se cade la parte principale di una decisione, cadono anche le parti consequenziali, quelle parti che venendo meno il fondamento non potrebbero reggersi da sole.
  19. Nel caso in esame, l’eventuale accoglimento dell’appello contro la parte della sentenza che aveva dichiarato l’illegittimita’ del termine avrebbe comportato l’automatico venir meno anche della parte sul risarcimento del danno.
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38.Nella prospettiva di chi propone l’impugnazione questo collegamento logico, riconosciuto e valorizzato dal legislatore, conferma che l’appello contro la parte della sentenza sull’illegittimita’ del termine esprime la volonta’ di chiedere al giudice anche la caducazione della parte dipendente della sentenza, cioe’ una chiara manifestazione di volonta’ contraria ad ogni acquiescenza alla parte principale della sentenza ed alle parti da essa dipendenti. Ma comporta anche l’effetto di mantenere fluida la questione, sino a che la decisione sull’impugnazione rimarra’ sub iudice, impedendo che si formi il giudicato sulla sentenza, tanto con riferimento alla parte principale, che alla parte dipendente.

  1. Il giudicato si forma quando una sentenza non e’ piu’ impugnabile (articolo 324 c.p.c.). Se l’impugnazione di una parte della sentenza mira a determinare l’annullamento della parte principale e, conseguentemente ed ineluttabilmente, delle parti dipendenti da essa, tale impugnazione impedisce il passaggio in giudicato anche delle parti dipendenti della sentenza, ed anche qualora queste parti non siano state oggetto di uno specifico motivo d’impugnazione.
  2. Cio’ vale a maggior ragione quando, come nel caso in esame, in sede di appello la Corte ha riformato il capo della decisione sulla illegittimita’ del termine spostando la declaratoria di nullita’ al primo contratto della serie, che invece il Tribunale aveva ritenuto legittimo. La modifica in appello della parte principale della decisione, puo’ comportare conseguenze sulla parte relativa al connesso risarcimento dei danni, il che accentua la condizione di dipendenza e quindi l’inidoneita’ di questa parte della decisione a passare in giudicato sino a che’ non si consolidi la pronuncia sulla parte principale.
  3. Ne’ puo’ ritenersi che le parti dipendenti della sentenza, sebbene rimaste fluide e non cristallizzate nel giudicato, siano comunque divenute intangibili a causa della maturazione di preclusioni e decadenze processuali. Nel sistema non vi e’ una disposizione che imponga l’impugnazione autonoma anche delle parti della sentenza esposte alla necessaria caducazione in caso di accoglimento della parte principale, e tanto meno che la imponga a pena di decadenza. Non rileva in questo caso l’articolo 346 c.p.c., che disciplina le decadenze nel giudizio di appello, prescrivendo che le domande e le eccezioni non accolte nella sentenza di primo grado, che non sono espressamente riproposte in appello, si intendono rinunciate. Nella situazione in esame la domanda, tanto con riferimento al capo principale che a quello dipendente, e’ stata accolta in primo grado e si e’ al di fuori del campo delle eccezioni: non si e’ in presenza di una eccezione in senso stretto formulata in primo grado dalla societa’ e non riproposta in appello, ma di una domanda, articolata in piu’ parti dipendenti l’una dall’altra, accolta dalla sentenza nei confronti della quale la convenuta soccombente ha proposto appello impugnando la parte principale della decisione con un atto il cui accoglimento comporterebbe la caducazione anche della parte dipendente.
  4. Traendo le fila di queste riflessioni, la ricostruzione del sistema processuale per cui l’impugnazione della parte principale della sentenza impedisce il passaggio in giudicato anche delle parti da essa dipendenti appare piu’ aderente al dettato normativo, che a sua volta, come si e’ detto, si basa su di un criterio difficilmente confutabile sul piano logico.
  5. La diversa opzione formulata in alcune decisioni comporta, al contrario, molteplici distonie.

44.La casistica sul tema propone ricorsi per cassazione contro decisioni delle Corti d’appello, che hanno dichiarato l’illegittimita’ del termine in alcuni casi confermando la sentenza di primo grado, in altri riformando sentenze di primo grado che avevano ritenuto legittimo il termine. Appare logico valutare il ricorso per cassazione contro tali decisioni di appello identiche (quanto all’esito) con gli stessi criteri. L’orientamento per il quale, in mancanza di specifico appello, la parte dipendente della sentenza passa in giudicato, porta a soluzioni differenti per le parti in causa derivanti dalla diversa decisione del giudice di primo grado.

45.In secondo luogo, come si e’ visto, l’orientamento che afferma il passaggio in giudicato della sentenza di primo grado quando non vi sia stato appello sul tema del risarcimento del danno, esclude tuttavia il formarsi del giudicato qualora vi siano stati motivi appello contro quella parte ma per ragioni diverse da quelle relative alla sopravvenienza dell’articolo 32, non ancora emanato. Ragioni che, anche se del tutto inconsistenti, risultano idonee a mantenere fluida la decisione su quella parte della sentenza. Ancora una volta, si introduce nel sistema una variabile poco razionale, premiando non solo chi, casualmente, aveva proposto motivi di impugnazione della parte della sentenza sul risarcimento dei danni, ma anche chi ha ecceduto nella proposizione di motivi di impugnazione a scapito di chi ha formulato impugnazioni mirate ed essenziali, omettendo di impugnare un capo della decisione che, prima della modifica legislativa retroattiva, non vi era motivo di impugnare.

  1. Uno degli effetti della scelta di ritenere che la mancata impugnazione delle parti dipendenti di una sentenza di cui si impugna la decisione principale comporti il passaggio in giudicato delle parti dipendenti, potrebbe essere quello di incentivare motivi di appello infondati, formulati solo per impedire il formarsi del giudicato, magari ipotizzando che cio’ potra’ tornare utile in caso di successive modifiche legislative, tutt’altro che infrequenti, durante i successivi sviluppi del processo, spesso tutt’altro che rapidi.
  2. Come spesso e’ accaduto, soluzioni interpretative che sembrerebbero volte a deflazionare il sistema con effetti di riduzione del contenzioso (in questo specifico caso anticipando il formarsi del giudicato sulle parti dipendenti della sentenza), finiscono per determinare l’effetto opposto, incrementando in realta’ i motivi di contenzioso, incentivando la proposizione di impugnazioni non essenziali, e creando problemi interpretativi dell’atto di impugnazione, spesso notevolmente complessi, per stabilire se esso comunque sia idoneo ad agitare questioni attinenti a parti dipendenti della sentenza.
  3. Tornando alla lettura del disposto legislativo costituito dalla L. n. 183 del 2010, articolo 32, comma 7, per il quale “le disposizioni di cui ai commi 5 e 6 trovano applicazione a tutti i giudizi, compresi quelli pendenti alla data di entrata in vigore della presente legge”, deve ritenersi che “pendenti” siano anche i giudizi in cui stato proposto appello contro la parte principale della decisione di primo grado, dalla quale dipende, in quanto legata da un nesso di causalita’ imprescindibile, la parte relativa al risarcimento del danno. Il concetto di “pendenza” indica che una controversia sia tutt’ora “sotto giudizio” e non puo’ negarsi che sino al momento in cui non diviene definitiva la decisione sulla parte principale rimanga sub iudice, e quindi sia pendente, anche la parte da essa dipendente della sentenza impugnata.
  4. Le due questioni sottoposte dalla sezione lavoro alla sezioni unite devono essere, pertanto, definite in base ai seguenti principi di diritto:
  5. “L’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3, deve essere interpretato nel senso che la violazione di norme di diritto puo’ concernere anche disposizioni emanate dopo la pubblicazione della sentenza impugnata, qualora siano applicabili al rapporto dedotto in giudizio perche’ dotate di efficacia retroattiva. In tal caso e’ ammissibile il ricorso per cassazione per violazione di legge sopravvenuta”.
  6. “Il ricorso per violazione di legge sopravvenuta incontra il limite del giudicato. Se la sentenza si compone di piu’ parti connesse tra loro in un rapporto per il quale l’accoglimento dell’impugnazione nei confronti della parte principale determinerebbe necessariamente anche la caducazione della parte dipendente, la proposizione dell’impugnazione nei confronti della parte principale impedisce il passaggio in giudicato anche della parte dipendente, pur in assenza di impugnazione specifica di quest’ultima”.
  7. L’applicazione di questi principi al caso in esame comporta l’accoglimento del motivo concernente la violazione della L. n. 183 del 2010, articolo 32, commi 5-7, e quindi la cassazione della sentenza sul punto, con rinvio al giudice di merito.
  8. Tutti gli altri motivi di ricorso, sono invece inammissibili o infondati, come del resto ha ritenuto implicitamente la sezione lavoro, nel momento in cui ha riconosciuto la rilevanza delle questioni rimesse alle sezioni unite, che sussiste solo se, affermata l’illegittimita’ della clausola di apposizione del termine, si passa a quantificare il danno.
  9. Le ragioni dell’infondatezza degli altri motivi sono cosi’ riassumibili.
  10. Con il primo motivo si denunzia violazione dell’articolo 1372 c.c., comma 1, per mancato accoglimento dell’eccezione di mutuo consenso sull’estinzione del rapporto.
  11. L’articolo 1372 c.c., comma 1, stabilisce che il contratto puo’ essere sciolto per mutuo consenso o per cause ammesse dalla legge. La Corte di cassazione ha costantemente affermato che il mutuo consenso sullo scioglimento del rapporto deve essere espresso, oppure, salvo che non sia richiesta la forma scritta ad substantiam, deve essere desumibile da comportamenti concludenti (Cass. 26 ottobre 2015, n. 21764, nonche’ Cass. 15264 del 2006).
  12. Con riferimento al caso dei contratti a tempo determinato, la mancata impugnazione della clausola che fissa il termine viene considerata indicativa della volonta’ di estinguere il rapporto di lavoro tra le parti a condizione che la durata di tale comportamento omissivo sia particolarmente rilevante e che concorra con altri elementi convergenti, ad indicare, in modo univoco ed inequivoco, la volonta’ di estinguere ogni rapporto di lavoro tra le parti. Il relativo giudizio attiene al merito della controversia (da ultime, Cass. 1 gennaio 2016, n. 1841 e 11 febbraio 2016, n. 2732, cui si rinvia anche per ulteriori riferimenti).
  13. Nel caso in esame la Corte d’appello ha applicato i principi di diritto fissati dalla giurisprudenza di legittimita’, considerando la durata del comportamento omissivo e la consistenza e convergenza degli altri elementi prospettati dalla societa’. In applicazione di questi principi ha ritenuto, con valutazione congruamente motivata, che non sia stata fornita la prova del mutuo consenso sullo scioglimento del rapporto. Il giudizio di merito si chiude qui.
  14. Con il secondo motivo la societa’ denunzia “violazione e falsa applicazione della L. n. 230 del 1962, articolo 1, lettera e)”. Nel corso dell’esposizione del motivo la societa’ ricorrente censura la sentenza di appello per aver applicato i principi fissati in una serie costante di decisioni di legittimita’ relative alla interpretazione della L. n. 230 del 1960, articolo 1, lettera e) nel testo modificato dalla L. n. 266 del 1977.
  15. Il testo originario della norma prevedeva un’eccezione al divieto di assunzioni a tempo determinato, consentendo di apporre il termine “nelle scritture del personale artistico e tecnico della produzione di spettacoli”. Questa dizione fu sostituita dalla legge del 1977 (applicabile ratione temporis), con la seguente formula: “nelle assunzioni di personale riferite a specifici spettacoli ovvero a specifici programmi radiofonici o televisivi”.
  16. La giurisprudenza di legittimita’ ha costantemente dato un’interpretazione puntuale del concetto di temporaneita’, che non puo’ riconoscersi a programmi presenti reiteratamente nel palinsesto, e rigorosa del concetto di specificita’, affermando che deve essere inteso non solo come unicita’ dello stesso, ancorche’ articolato in piu’ puntate, ma anche come specificita’ dell’apporto del lavoratore, delineando una connessione tra specificita’ dell’apporto e specificita’ del programma. Da tempo questa interpretazione rigorosa e’ considerata dalla Corte come giurisprudenza consolidata ai fini dell’articolo 360-bis c.p.c. (ex Cass., 6-L, 2 marzo 2012, n. 2012, la cui massima recita: “In tema di assunzioni a termine dei lavoratori dello spettacolo, ai fini della legittimita’ dell’apposizione del termine, e’ necessario che ricorrano la temporaneita’ della occasione lavorativa rappresentata dalla trasmissione o dallo spettacolo (che non devono essere necessariamente straordinari o occasionali, ma di durata limitata nell’arco di tempo della programmazione complessiva, e quindi destinati ad esaurirsi), la specificita’ del programma (che deve essere quantomeno unico, ancorche’ articolato in piu’ puntate o ripetuto nel tempo) e la connessione reciproca tra specificita’ dell’apporto del lavoratore e specificita’ del programma o spettacolo (per cui il primo concorre a formare la specificita’ del secondo o e’ reso necessario da quest’ultima specificita’), di modo che l’assunzione riguardi soggetti il cui apporto lavorativo sia tale da realizzare un peculiare contributo professionale, tecnico o artistico, che non sia facilmente fungibile con il contributo realizzabile dal personale a tempo indeterminato dell’impresa. (Principio affermato ai sensi dell’articolo 360-bis c.p.c., n. 1)” (da ultimo, sul punto, proprio con riferimento ad un analogo contratto (OMISSIS), cfr. Cass. 1841 del 2016, cit.).
  17. La Corte d’appello di Roma si e’ attenuta a questi principi ed, esaminando la lunga serie di contratti a termine tra la (OMISSIS) e la ricorrente, in qualita’ di programmista regista o assistente ai programmi, ha ritenuto non sussistente il requisito della temporaneita’ perche’ l’assunzione “ha riguardato programmi presenti stabilmente nel palinsesto della (OMISSIS) essendo stati ripetuti per anni”, nonche’ del requisito della specificita’ dell’apporto della lavoratrice nel senso indicato dalla giurisprudenza su richiamata.
  18. Nel motivo di ricorso la societa’, da un lato chiede alla Corte di rivedere il suo orientamento, senza pero’ fornire nuovi elementi idonei a mutarlo, dall’altro propone una serie di questioni attinenti al merito della decisione, che quindi non possono essere prese in considerazione nel giudizio di legittimita’.
  19. Con il terzo motivo la ricorrente denunzia il vizio di cui all’articolo 360 c.p.c., n. 5, per “illogica e contraddittoria motivazione” laddove la Corte d’appello ha affermato che “peraltro, anche se si dovesse ritenere la legittimita’ dei singoli contratti vi sarebbe la nullita’ per frode alla legge non potendosi dubitare che la lavoratrice abbia coperto esigenze permanenti di organico aziendale”. Questo motivo attiene ad una motivazione subordinata della sentenza che avrebbe potuto assumere rilievo solo se fosse stata accolta la censura nei confronti della motivazione principale. E’ quindi inammissibile.
  20. Con il quarto motivo si denunzia “omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio”. Il punto della decisione che viene attaccato e’ quello con il quale la Corte di merito ha riconosciuto alla ricorrente il trattamento economico e normativo di programmista regista di 3 livello dal (OMISSIS) e di 2 livello dal (OMISSIS), con le relative conseguenze retributive. La sentenza anche su tale tema e’ specificamente ed adeguatamente motivata, mentre il motivo di ricorso e’ inammissibile perche’ prospetta formalmente un vizio di motivazione, assumendo che la stessa sarebbe illogica e contraddittoria, ma propone censure, peraltro circoscritte ad uno solo degli elementi valutati (la pluralita’ e continuita’ delle riassunzioni, mentre la Corte ha anche valutato la qualita’ dei programmi), che attengono al merito della decisione. La motivazione e’ logicamente coerente e priva di contraddizioni. La censura esprime un dissenso su di uno (solo) degli argomenti relativi alla valutazione del merito della decisione. Il motivo e’ inammissibile.
  21. Il rigetto dei primi tre motivi di ricorso, comporta l’assorbimento del ricorso incidentale condizionato.

P.Q.M.

La Corte accoglie il quinto motivo di ricorso, concernente l’applicazione della L. n. 183 del 2010, articolo 32, e rigetta tutti gli altri motivi, assorbito il ricorso incidentale condizionato. Cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto con rinvio alla Corte d’appello di Roma in diversa composizione anche per la regolamentazione delle spese

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA,AVVOCATO PENALISTA FORLI’,AVVOCATO PENALISTA RAVENNA,AVVOCATO PENALISTA CESENA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

QUARTA SEZIONE PENALE

Composta dagli Ill.mi Sig.ri Magistrati

dott. Claudio D’Isa – Presidente –

dott. Umberto Massafra – Consigliere –

dott. Lucia Esposito – Consigliere –

dott. Giuseppe Grasso – Consigliere –

dott. Marco Dell’Utri – Consigliere rel.-

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

Omissis

avverso la sentenza n. 67/2011 pronunciata dalla Corte d’appello di Trento il 16.5.2012;

visti gli atri, la sentenza e il ricorso;

udita nell’udienza pubblica del 6.6.2013 la relazione fatta dal Cons. dott. Marco Dell’Utri;

udito il Procuratore Generale, in persona del dott. N. Lettieri, che ha concluso per il rigetto di entrambi i ricorsi;

udito, per … l’avv.to. … che ha concluso per l’accoglimento del ricorso;

udito, per … l’avv.to. … che ha concluso per l’accoglimento del ricorso;

Fatto

  1. Con sentenza resa in data 22.10.2010, il tribunale di Trento ha condannato (…) e (…) alla pena di euro 300,00 di multa ciascuno, in relazioneal reato di lesioni colpose commesso, in violazionedelle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro, ai danni di (…), in Borgo Valsugana il 20.11.2007.

Ai due imputati (nelle rispettive qualita’ di datore di lavoro l'(…) e di coordinatrice per la sicurezza in fase di esecuzione, la (…) ) era stata contestata la violazione, oltre ai tradizionali parametri della colpa generica, delle norme di colpa specifica partitamente indicate nei rispettivi capi d’imputazione; violazione, per effetto della quale si era verificalo l’incidente sul lavoro ai danni del lavoratore richiamato dipendente della ditta dell'(…), il quale, impegnato nello smontaggio di un ponteggio, era stato travolto dal crollo di quest’ultimo siccome privo di adeguati agganci alla struttura fissa cui accedeva, oltre che di essenziali componenti strutturali.

In particolare all'(…) era stato contestato di aver omesso di attivarsi affinché il ponteggio fosse installato in conformita’ alle istruzioni dal fabbricante, ovvero con idonei ancoraggi, nonché di aver omesso di disporre che lo smontaggio del parapetto del ponteggio avvenisse sotto il controllo di un preposto e da parte di lavoratori adeguatamente istruiti per l’esecuzione di detta operazione.

Alla (…) era stato viceversa contestato di aver omesso l’esecuzione delle opportune verifiche in ordine alla corretta realizzazione del ponteggio secondo le modalita’ prescritte dal costruttore, affinché lo stesso non venisse installato senza idonei ancoraggi e con elementi strutturali inidonei.

Con sentenza in data 16.5.2012, la corte d’appello di Trento, confermata integralmente nel resto la sentenza di primo grado, ha concesso all'(…) a sospensione condizionale della pena e ad entrambi gli imputati il beneficio della non menzione della condanna nei relativi certificati penali.

Avverso la sentenza d’appello, a mezzo dei propri difensori, hanno proposto ricorso per cassazione entrambi gli imputati,

  1. 1. – Con il proprio ricorso (…) censura la sentenza impugnata per vizio di motivazione e violazionedi legge in relazioneagli artt 40, comma, 2 e 431 comma 1, c.p.

In particolare, il ricorrente si duole che la corte d’appello abbia erroneamente ritenuto che la delega di funzioni rilasciata dall’imputato nei confronti del  direttore tecnico di cantiere fosse priva dei requisiti necessari al fine di trasferire integralmente le responsabilita‘ relative alla sicurezza all’interno del cantiere di lavoro dal datore di lavoro ano stesso direttore cosi delegato.

Al riguardo, lamenta l’imputato come la corte territoriale, benché avesse correttamente riscontrato la notevole dimensione del cantiere, nonché la pluralita’ dei cantieri aperti riconducibili all’impresa dello stesso imputato, abbia di seguito svalutato la portata della delega formalmente conferita al  direttore tecnico, espressamente comprensiva di ampi poteri di autonomia gestionale e finanziaria, idonei a consentire allo stesso l’adozione di tutte le misure necessarie o indi-spensabili al fine di prevenire ogni possibile inconveniente riguardante la sicurezza del lavoro all’interno del cantiere; svalutazione dalla quale la corte d’appello aveva tratto la conseguente esclusione dell’avvenuto trasferimento, in capo al richiamato direttore tecnico (peraltro dotato delle necessarie competenze in relazione ai compiti allo stesso delegati) della posizione di garanzia del datore di lavoro e conseguentemente di tutte le eventuali responsabilita‘ afferenti la sicurezzadei lavoratori.

Nel caso di specie, tale delega aveva ricevuto puntuale esecuzione sul piano pratico stante la concreta ed effettiva assunzione, da parte del direttore di  cantiere, del ruolo di punto di riferimento di tutti i’ lavoratori dell’impresa per tutte le necessita’ relative alla sicurezza sul luogo di lavoro, come puntualmente confermato dai testi escussi nel corso del processo.

2.2. (…) censura la sentenza impugnata per vizio di motivazione e violazione di legge in relazione agli artt 113, 590 e 41 cp, nonché in relazione all’art 5, comma 1, lett. a) d. lgs. n, 494/96.

Al riguardo, la ricorrente si duole che la corte territoriale abbia ascritto all’imputata un profilo di colpa omissiva del tutto privo d’inerenza causale con l’evento infortunistico verificatosi, peraltro, con modalita’ del tutto diverse da quelle espressamente indicate nel capo d’imputazione sollevato nei confronti dell’imputata.

Sotto altro profilo, la ricorrente evidenzia come la corte d’appello abbia contestato all’imputata la violazione di norme di prevenzione non riconducibili all’ambito delle responsabilita‘ del coordinatore per la sicurezza in fase di  esecuzione(positivamente confinato al livello di un’alta vigilanza sull’esecuzione dei lavori oltre che al controllo dei rischi interferenziali tra le imprese concorrenti nel medesimo cantiere), essendo stata in concreto contestata alla stessa la mancata verifica dell’integrita’ del ponteggio crollato sul lavoratore infortunato a seguito dell’imprevedibile e incontrollabile sottrazione di elementi strutturali da parte di altri lavoratori in epoca successiva all’avvenuta verifica, da parte della stessa (…) della regolare costruzione del punteggio de quo: circostanze di fatto rimaste tutte confermate ad esito dell’istruttoria testimoniale richiamata nello stesso ricorso.

Diritto

3.1. – Il ricorso dell'(…) tematizza la questione relativa alla trasferibilita’ della posizione di garanzia del datore di lavoro in ordine alla sicurezza lui luoghi di lavoro mediante delega al direttore tecnico di cantiere.

Sul punto, il consolidato insegnamento della giurisprudenza di legittimita’ sottolinea come, al fine di ritenere compiuto il richiamato trasferimento della  posizione di garanzia del datore di lavoro, e’ necessario che al direttore di  cantiere (cosi’ come a ogni altro preposto a tal fine) sia assicurata la disponibilita’ di tutti gli strumenti di autonomia operativa, gestionale e finanziaria indispensabili al fine di garantire l’adozione di tutte le misure precauzionali funzionali alla tutela piena e integrale della vita e dell’incolumita’ dei lavoratori occupati nell’azienda, e che il trasferimento attuato mediante la delega valga a individuare in modo preciso e determinato gli specifici poteri attribuiti al delegato, a sua volta da individuare, soggettivamente, in persone dotate della necessaria competenza a darvi attuazione.

Al riguardo, questa corte ha gia’ avuto modo di evidenziare come, in materia di  violazione della normativa antinfortunistica, gli obblighi di cui e’ titolare il datore di lavoro ben possono essere trasferiti ad altri sulla base di una delega, purché espressa, inequivoca e certa (Cass., Sez 4, n, 8604/2008, Rv, 238970; Cass., Sez. 4, n. 12800/2007, Rv. 236196; Cass., Sez. 4, n. 9343/2000, Rv, 216727); tale delega, inoltre, la dove rilasciata a soggetto privo di una particolare competenza in materia antinfortunistica e non accompagnata dalla dotazione del medesimo di mezzi finanziari idonei a consentirgli di fare fronte in piena autonomia alle esigenze di prevenzione degli infortuni, non e’ sufficiente a sollevare il datore di lavoro dai propri obblighi in materia e a liberarlo dalla responsabilita‘ per l’infortunio conseguito alla mancata predisposizione dei necessari presidi di sicurezza (cfr. Cass., Sez. 4, n, 7709/2007, Rv, 238526; Cass., Sez. 4, n. 38425/2006, Rv. 235184).

In particolare, in ipotesi di delega di funzioni spettanti al datore di lavoro, e’ necessario verificare in concreto che il delegato abbia effettivi poteri di decisione e di spesa in ordine alla messa in sicurezza dell’ambiente di lavoro, indipendentemente dal contenuto formale della nomina (Cass., Sez. 4, n. 47136/2007, Rv. 238350).

Nel caso di specie, la corte territoriale ha sottolineato come la delega rilasciata dall’imputato nei confronti del direttoredi cantiere fosse, con tutta evidenza una delega di carattere generale riferita in via esclusiva all’obiettivo della migliore conduzione dell’attivita’ produttiva; obiettivo, quest’ultimo, tele da assorbire in sé anche la gestione di compiti in tema di sicurezza, in tal senso genericamente contemplati, nel quadro di detta delega, al solo fine di rendere possibile quella preminente finalita’ di efficienza produttiva.

Tale delega, ad avviso della corte d’appello, deve ritenersi conseguentemente tale da non prevedere alcuno specifico trasferimento di poteri e responsabilita‘ in tema di sicurezza suscettibile di escludere la posizione di garanzia del datore di lavoro: trasferimento di poteri certamente non surrogabile dalla richiamata possibilita’ di “impartire istruzioni dettagliate” e di vigilare sulla loro osservanza, riferendosi, tali prerogative, non gia’ in modo certo e specifico all’ambito della sicurezza, bensi’ genericamente al ruolo del direttore tecnico di cantiere e alle relative funzioni di generale sovrintendente dell’attivita’ produttiva.

Sotto altro profilo, la stessa corte d’appello ha sottolineato come gli elementi istruttori complessivamente acquisiti nel corso del giudizio avessero evidenziato la sostanziale insussistenza, in capo al delegato, delle necessarie competenze tecnico-professionali idonee a consentirgli un adeguato assolvimento dei compiti allo stesso genericamente attribuiti in materia di sicurezza, come confermato dalle dichiarazioni dallo stesso rese, nel corso del giudizio (con “sorprendente superficialita’ e plateale leggerezza), sui temi della stabilita’ dei ponteggi, dell’osservanza delle prescrizioni relative alla loro costruzione, delle istruzioni da fornire agli operai e della scelta degli stessi per l’esecuzione dei delicati compiti di smontaggio, da ultimo caduta proprio sul lavoratore rimasto vittima dell’infortunio oggetto dell’odierno procedimento, del tutto privo di pregresse esperienze specifiche o formative.

Le motivazioni cosi complessivamente compendiate dalla corte d’appello appaiono dotate di adeguata coerenza sul piano logico e argomentate in termini di conseguente linearita’, tali da sfuggire alle censure sul punto illustrate dal ricorrente, segnatamente nella parte in cui ripropongono i contenuti della delega rilasciata al direttore tecnico di cantiere; contenuti da ritenere fedelmente interpretati dalla corte territoriale in assenza di alcuna forma di travisamento dei relativi significati.

3.2 – Quanto al ricorso della (…) rileva in primo luogo questa Corte l’infondatezza del motivo d’impugnazione riferito al preteso difetto di correlazione tra accusa e sentenza, avendo il giudice del merito espressamente sottolineato come le omissioni accertate a carico dell’imputata (segnatamente consistite nella mancata individuazione dei difetti di ancoraggio del ponteggio alla struttura stabile presso cui lo stesso era stato montato e nella mancata ammonizione degli operai incaricati dello smontaggio di accertarsi dell’integrita’ del ponteggio nelle sue componenti essenziali ai fini della relativa stabilita’) si fossero rivelate, secondo quanto emerso ad esito dell’istruttoria testimoniale, di tale macroscopicita’ e immediata visibilita’ da non poter ragionevolmente sfuggire al controllo dell’incaricata per la sicurezza presente in cantiereproprio presso il ponteggio crollato, dopo poche ore, sul lavoratore infortunato (pag. 11 della sentenza impugnata).

Circostanza, quest’ultima, certamente riconducibile (quantomeno) all’ambito delle contestazioni di colpa generica espressamente sollevate nei confronti della (…) nel capo d’imputazione alla stessa pertinente.

È appena il caso di rilevare, peraltro, in conformita’ alla ricostruzione coerentemente accreditata nella sentenza impugnata, il carattere evidentemente intuitivo del nesso di causalita’ tra le omissioni contestate all’imputata e l’evento infortunistico in concreto verificatosi, stante la ragionevole controllabilita’ logica dell’evitabilita’ dell’evento legata ai comportamenti alternativi corretti nella specie non tenuti dall’imputata.

In particolare, con riguardo alla prospettata interruzione del nesso di’ causalita’ tra il comportamento omissivo dell’imputata e l’evento infortunistico in esame, la corte d’appello ha espressamente sottolineato come, pur accedendo alla tesi sostenuta dall’imputato (secondo cui il crollo del ponteggio sarebbe stato determinato, non gia’ dal mancato ancoraggio dello stesso, bensi’ dalla sottrazione di fondamentali elementi strutturali da parte degli operai del  cantiere), l’evento infortunistico sarebbe stato in ogni caso ascrivibile alla  responsabilita‘ della (…) essendo inequivocamente emerso, dall’esito dell’istruzione condotta, la piena conoscenza, da parte dell’imputata, della consuetudine (ripetutamente verificata in cantiere dalla stessa coordinatrice per la sicurezza) di mantenere in piedi ponteggi privi di componenti essenziali perché prelevati per essere utilizzati nello stesso o in altri ponteggi: circostanza che avrebbe inevitabilmente imposto alla stessa imputata di procedere – oltre che a un’accurata verifica del ponteggio personalmente visitato la mattina stessa del suo crollo – a una specifica ammonizione degli operai addetti al relativo smontaggio al fine di impedire il compimento di tale operazione in assenza dei necessari presupposti di sicurezza.

Al riguardo, la corte territoriale, con motivazione dotata di adeguata linearita’ sul piano logico e del tutto conseguente in termini argomentativi, ha ragionevolmente ascritto alla posizione funzionale assunta dalla (…) (quale coordinatrice per la sicurezza in fase di esecuzione) la concreta sussistenza di precisi doveri d’iniziativa e di responsabilita‘, sul piano della conoscenza effettiva dei processi lavorativi da prevedere (oltre che di quelli in corso di  esecuzione) e dei necessari accorgimenti funzionali alla preservazione della tutela delle condizioni di salute e di sicurezza dei lavoratori impegnati nelle lavorazioni.

Giova, sul punto, osservare come, secondo il consolidato insegnamento della giurisprudenza di legittimita’, in tema di prevenzione antinfortunistica, al  coordinatore per la sicurezza dei lavori non e’ assegnato esclusivamente il compito di organizzare il lavoro tra le diverse imprese operanti nello stesso  cantiere, bensi’ anche quello di vigilare sulla corretta osservanza da parte delle stesse delle prescrizioni del piano di sicurezza e sulla scrupolosa applicazione delle procedure di lavoro a garanzia dell’incolumita’ dei lavoratori (Cass., Sez. 4, n. 27442/2008, Rv. 240961; Cass., Sez. 4, n. 32142/2011 Rv, 251177), spettando al ridetto coordinatore dei lavori la titolarita’ di un’autonoma posizione di garanzia che, nei limiti degli obblighi specificamente individuati dalla legge, si affianca a quelle degli altri soggetti destinatari delle norme antinfortunistiche (Cass., Sez, 4, n. 38002/2008, Rv. 241217; Cass., Sez. 4, n.18472/2008, Rv. 240393), e comprende, non solo l’istruzione dei lavoratori sui rischi connessi alle attivita’ lavorative svolte e la necessita’ di adottare tutte le opportune misure di sicurezza, ma anche la loro effettiva predisposizione, nonché il controllo continuo ed effettivo sulla concreta osservanza delle misure predisposte al fine di evitare che esse siano trascurate o disapplicate, nonché, infine, il  controllosul corretto utilizzo, in termini di sicurezza, degli strumenti di lavoro e sul processo stesso di lavorazione (Cass., Sez. 4, n. 46820/2011, Rv, 252139).

Il coordinatore per la sicurezza dei lavori e’ dunque tenuto a verificare, attraverso un’attenta e costante opera di vigilanza, l’eventuale sussistenza di obiettive situazioni di pericolo nel cantiere (Cass., Sez. 4, n. 46820/2011, ult cit.), e tanto, in relazione a ciascuna fase dello sviluppo dei lavori in corso di esecuzione (Cass., Sez. 4, n. 32142/2011, cit.)

Del tutto coerente, sul piano dello sviluppo logico delle linee argomentative seguite, deve pertanto ritenersi la motivazione della sentenza d’appello nella parte in cui ha escluso alcuna rilevanza alla pretesa mancata conoscenza, da parte della (…), dell’eventuale asportazione di componenti essenziali del  ponteggio de quo da parte di altri operai, stante l’assoluta prevedibilita’ in concreto di tate circostanza, da tempo nota e personalmente constatata dalla stessa coordinatrice in altre analoghe occasioni.

4 – Al riscontro dell’infondatezza dei motivi di doglianza avanzati dai ricorrenti segue il rigetto dei ricorsi e la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali.

Cosi’ deciso in Roma nella camera di consiglio del 6.6.2013

Per la determinazione del Giudice competente a decidere dell’impugnazione si dovrà fare riferimento all’art. 596 c.p.p. e al D.lgv 28 agosto 2000, n. 274. Per le sentenze rese dal Tribunale (art. 6 c.p.p.) sarà competente la Corte d’Appello. Per le sentenze rese dalla Corte d’Assise (art. 5 c.p.p.) sarà competente la Corte d’Assise d’appello. Per le sentenze rese dal Giudice di Pace in funzione penale sarà competente il Tribunale in composizione monocratica (art. 39, D.lgv 274/00). Se infine la sentenza è stata resa dal G.I.P. decidono rispettivamente la Corte d’Appello o la Corte d’Assise d’Appello, a seconda che si tratti di reato di competenza del Tribunale o della Corte d’Assise (art. 596 c.p.p.).

Art. 593.
Casi di appello.

  1. Salvo quanto previsto dagli articoli 443, comma 3, 448, comma 2, 579 e 680, il pubblico ministero e l’imputato possono appellare contro le sentenze di condanna.
  2. L’imputato e il pubblico ministero possono appellare contro le sentenze di proscioglimento nelle ipotesi di cui all’articolo 603, comma 2, se la nuova prova è decisiva. Qualora il giudice, in via preliminare, non disponga la rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale dichiara con ordinanza l’inammissibilità dell’appello. Entro quarantacinque giorni dalla notifica del provvedimento le parti possono proporre ricorso per cassazione anche contro la sentenza di primo grado.
  3. Sono inappellabili le sentenze di condanna per le quali è stata applicata la sola pena dell’ammenda.

_______________

[Art. 594.
Appello del pubblico ministero.(
1

  1. Nei casi consentiti, contro le sentenze del giudice per le indagini preliminari, della corte di assise e del tribunale possono appellare il procuratore generale presso la corte di appello e il procuratore della Repubblica presso il tribunale; contro le sentenze del giudice per le indagini preliminari presso la pretura e contro le sentenze del pretore possono appellare il procuratore generale presso la corte di appello e il procuratore della Repubblica presso la pretura].

(1) Articolo abrogato dall’art. 218 del D.Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51.

Art. 595.
Appello incidentale.

  1. La parte che non ha proposto impugnazione può proporre appello incidentale entro quindici giorni da quello in cui ha ricevuto la comunicazione o la notificazione previste dall’articolo 584.
  2. L’appello incidentale è proposto, presentato e notificato a norma degli articoli 581, 582, 583 e 584.
  3. L’appello incidentale del pubblico ministero produce gli effetti previsti dall’articolo 597 comma 2; esso tuttavia non ha effetti nei confronti del coimputato non appellante che non ha partecipato al giudizio di appello. Si osservano le disposizioni previste dall’articolo 587.
  4. L’appello incidentale perde efficacia in caso di inammissibilità dell’appello principale o di rinuncia allo stesso.

Art. 596.
Giudice competente.

  1. Sull’appello proposto contro le sentenze pronunciate dal tribunale decide la corte di appello.
  2. Sull’appello proposto contro le sentenze della corte di assise decide la corte di assise di appello.
  3. Salvo quanto previsto dall’articolo 428, sull’appello contro le sentenze pronunciate dal giudice per le indagini preliminari, decidono, rispettivamente, la corte di appello e la corte di assise di appello, a seconda che si tratti di reato di competenza del tribunale o della corte di assise.

Art. 597.
Cognizione del giudice di appello.

  1. L’appello attribuisce al giudice di secondo grado la cognizione del procedimento limitatamente ai punti della decisione ai quali si riferiscono i motivi proposti.
  2. Quando appellante è il pubblico ministero:
  3. a) se l’appello riguarda una sentenza di condanna, il giudice può, entro i limiti della competenza del giudice di primo grado, dare al fatto una definizione giuridica più grave, mutare la specie o aumentare la quantità della pena, revocare benefici, applicare, quando occorre, misure di sicurezza e adottare ogni altro provvedimento imposto o consentito dalla legge;
  4. b) se l’appello riguarda una sentenza di proscioglimento, il giudice può pronunciare condanna ed emettere i provvedimenti indicati nella lettera a) ovvero prosciogliere per una causa diversa da quella enunciata nella sentenza appellata;
  5. c) se conferma la sentenza di primo grado, il giudice può applicare, modificare o escludere, nei casi determinati dalla legge, le pene accessorie e le misure di sicurezza.
  6. Quando appellante è il solo imputato, il giudice non può irrogare una pena più grave per specie o quantità, applicare una misura di sicurezza nuova o più grave, prosciogliere l’imputato per una causa meno favorevole di quella enunciata nella sentenza appellata né revocare benefici, salva la facoltà, entro i limiti indicati nel comma 1, di dare al fatto una definizione giuridica più grave, purché non venga superata la competenza del giudice di primo grado.
  7. In ogni caso, se è accolto l’appello dell’imputato relativo a circostanze o a reati concorrenti, anche se unificati per la continuazione, la pena complessiva irrogata è corrispondentemente diminuita.
  8. Con la sentenza possono essere applicate anche di ufficio la sospensione condizionale della pena, la non menzione della condanna nel certificato del casellario giudiziale e una o più circostanze attenuanti; può essere altresì effettuato, quando occorre, il giudizio di comparazione a norma dell’articolo 69 del codice penale.

Art. 598.
Estensione delle norme sul giudizio di primo grado al giudizio di appello.

  1. In grado di appello si osservano, in quanto applicabili, le disposizioni relative al giudizio di primo grado, salvo quanto previsto dagli articoli seguenti.Art. 599.
    Decisioni in camera di consiglio.
  2. Quando l’appello ha esclusivamente per oggetto la specie o la misura della pena, anche con riferimento al giudizio di comparazione fra circostanze, o l’applicabilità delle circostanze attenuanti generiche, di sanzioni sostitutive, della sospensione condizionale della pena o della non menzione della condanna nel certificato del casellario giudiziale, la corte provvede in camera di consiglio con le forme previste dall’articolo 127.
  3. L’udienza è rinviata se sussiste un legittimo impedimento dell’imputato che ha manifestato la volontà di comparire.
  4. Nel caso di rinnovazione dell’istruzione dibattimentale, il giudice assume le prove in camera di consiglio, a norma dell’articolo 603, con la necessaria partecipazione del pubblico ministero e dei difensori. Se questi non sono presenti quando è disposta la rinnovazione, il giudice fissa una nuova udienza e dispone che copia del provvedimento sia comunicata al pubblico ministero e notificata ai difensori.

(…) (1)

 Art. 600.
Provvedimenti in ordine all’esecuzione delle condanne civili.

  1. Se il giudice di primo grado ha omesso di pronunciare sulla richiesta di provvisoria esecuzione proposta a norma dell’articolo 540 comma 1 ovvero l’ha rigettata, la parte civile può riproporla mediante impugnazione della sentenza di primo grado al giudice di appello il quale, a richiesta della parte, provvede con ordinanza in camera di consiglio.
  2. Il responsabile civile e l’imputato possono chiedere con le stesse forme la revoca o la sospensione della provvisoria esecuzione.
  3. Su richiesta delle stesse parti, il giudice di appello può disporre, con le forme previste dal comma 1, che sia sospesa l’esecuzione della condanna al pagamento della provvisionale quando possa derivarne grave e irreparabile danno.(1)

Art. 601.
Atti preliminari al giudizio.

  1. Fuori dei casi previsti dall’articolo 591, il presidente ordina senza ritardo la citazione dell’imputato appellante; ordina altresì la citazione dell’imputato non appellante se vi è appello del pubblico ministero, se ricorre alcuno dei casi previsti dall’articolo 587 o se l’appello è proposto per i soli interessi civili.
  2. Quando si procede in camera di consiglio a norma dell’articolo 599, ne è fatta menzione nel decreto di citazione.
  3. Il decreto di citazione per il giudizio di appello contiene i requisiti previsti dall’articolo 429 comma 1 lettere a), f), g) nonché l’indicazione del giudice competente. Il termine per comparire non può essere inferiore a venti giorni.
  4. E’ ordinata in ogni caso la citazione del responsabile civile, della persona civilmente obbligata per la pena pecuniaria e della parte civile; questa è citata anche quando ha appellato il solo imputato contro una sentenza di proscioglimento.
  5. Almeno venti giorni prima della data fissata per il giudizio di appello, è notificato avviso ai difensori.
  6. Il decreto di citazione è nullo se l’imputato non è identificato in modo certo ovvero se manca o è insufficiente l’indicazione di uno dei requisiti previsti dall’articolo 429 comma 1 lettera f).

Art. 602.
Dibattimento di appello.

  1. Nell’udienza, il presidente o il consigliere da lui delegato fa la relazione della causa.

  1. Nel dibattimento può essere data lettura, anche di ufficio, di atti del giudizio di primo grado nonché, entro i limiti previsti dagli articoli 511 e seguenti, di atti compiuti nelle fasi antecedenti.
  2. Per la discussione si osservano le disposizioni dell’articolo 523.

Art. 603.
Rinnovazione dell’istruzione dibattimentale.

  1. Quando una parte, nell’atto di appello o nei motivi presentati a norma dell’articolo 585 comma 4, ha chiesto la riassunzione di prove già acquisite nel dibattimento di primo grado o l’assunzione di nuove prove, il giudice se ritiene di non essere in grado di decidere allo stato degli atti, dispone la rinnovazione dell’istruzione dibattimentale.
  2. Se le nuove prove sono sopravvenute o scoperte dopo il giudizio di primo grado, il giudice dispone la rinnovazione dell’istruzione dibattimentale nei limiti previsti dall’articolo 495 comma 1.
  3. La rinnovazione dell’istruzione dibattimentale è disposta di ufficio se il giudice la ritiene assolutamente necessaria.
  4. (……) (1)
  5. Il giudice provvede con ordinanza, nel contraddittorio delle parti.
  6. Alla rinnovazione dell’istruzione dibattimentale, disposta a norma dei commi precedenti, si procede immediatamente. In caso di impossibilità, il dibattimento è sospeso per un termine non superiore a dieci giorni.

Art. 604.
Questioni di nullità.

  1. Il giudice di appello, nei casi previsti dall’articolo 522, dichiara la nullità in tutto o in parte della sentenza appellata e dispone la trasmissione degli atti al giudice di primo grado, quando vi è stata condanna per un atto diverso o applicazione di una circostanza aggravante per la quale la legge stabilisce una pena di specie diversa da quella ordinaria del reato o di una circostanza aggravante ad effetto speciale, sempre che non vengano ritenute prevalenti o equivalenti circostanze attenuanti.
  2. Quando sono state ritenute prevalenti o equivalenti circostanze attenuanti o sono state applicate circostanze aggravanti diverse da quelle previste dal comma 1, il giudice di appello esclude le circostanze aggravanti, effettua, se occorre, un nuovo giudizio di comparazione e ridetermina la pena.
  3. Quando vi è stata condanna per un reato concorrente o per un fatto nuovo, il giudice di appello dichiara nullo il relativo capo della sentenza ed elimina la pena corrispondente, disponendo che del provvedimento sia data notizia al pubblico ministero per le sue determinazioni.
  4. Il giudice di appello, se accerta una delle nullità indicate nell’articolo 179, da cui sia derivata la nullità del provvedimento che dispone il giudizio o della sentenza di primo grado, la dichiara con sentenza e rinvia gli atti al giudice che procedeva quando si è verificata la nullità. Nello stesso modo il giudice provvede se accerta una delle nullità indicate nell’articolo 180 che non sia stata sanata e da cui sia derivata la nullità del provvedimento che dispone il giudizio o della sentenza di primo grado.
  5. Se si tratta di altre nullità che non sono state sanate, il giudice di appello può ordinare la rinnovazione degli atti nulli o anche, dichiarata la nullità, decidere nel merito, qualora riconosca che l’atto non fornisce elementi necessari al giudizio.

5-bis. Nei casi in cui si sia proceduto in assenza dell’imputato, se vi è la prova che si sarebbe dovuto provvedere ai sensi dell’articolo 420-ter o dell’articolo 420-quater, il giudice di appello dichiara la nullità della sentenza e dispone il rinvio degli atti al giudice di primo grado. Il giudice di appello annulla altresì la sentenza e dispone la restituzione degli atti al giudice di primo grado qualora l’imputato provi che l’assenza è stata dovuta ad una incolpevole mancata conoscenza della celebrazione del processo di primo grado. Si applica l’articolo 489, comma 2. (1)

  1. Quando il giudice di primo grado ha dichiarato che il reato è estinto o che l’azione penale non poteva essere iniziata o proseguita, il giudice di appello, se riconosce erronea tale dichiarazione, ordina, occorrendo, la rinnovazione del dibattimento e decide nel merito.
  2. Quando il giudice di primo grado ha respinto la domanda di oblazione, il giudice di appello, se riconosce erronea tale decisione, accoglie la domanda e sospende il dibattimento fissando un termine massimo non superiore a dieci giorni per il pagamento delle somme dovute. Se il pagamento avviene nel termine, il giudice di appello pronuncia sentenza di proscioglimento.
  3. Nei casi previsti dal comma 1, se annulla una sentenza della corte di assise o del tribunale collegiale, il giudice di appello dispone la trasmissione degli atti ad altra sezione della stessa corte o dello stesso tribunale ovvero, in mancanza, alla corte o al tribunale più vicini. Se annulla una sentenza del tribunale monocratico o di un giudice per le indagini preliminari, dispone la trasmissione degli atti al medesimo tribunale; tuttavia il giudice deve essere diverso da quello che ha pronunciato la sentenza annullata.

Art. 605.
Sentenza.

  1. Fuori dei casi previsti dall’articolo 604, il giudice di appello pronuncia sentenza con la quale conferma o riforma la sentenza appellata.
  2. Le pronunce del giudice di appello sull’azione civile sono immediatamente esecutive.
  3. Copia della sentenza di appello, con gli atti del procedimento, è trasmessa senza ritardo, a cura della cancelleria, al giudice di primo grado, quando questi è competente per l’esecuzione e non è stato proposto ricorso per cassazione.

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AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA AVVOCATO PENALISTA FORLI AVVOCATO PENALISTA RAVENNA CASSAZIONE PENALE ARRESTI DOMICILIARI

 

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA AVVOCATO PENALISTA FORLI

AVVOCATO PENALISTA RAVENNA CASSAZIONE PENALE ARRESTI DOMICILIARI

In tema di arresti domiciliari, i criteri di particolare rigore che governano la concessione dell’autorizzazione ad allontanarsi dal domicilio per provvedere ad indispensabili esigenze di vita devono trovare applicazione anche nella valutazione della persistenza nel tempo dei presupposti e delle condizioni posti a base del provvedimento autorizzativo; ne consegue che, benché la prestazione di lavoro esterno non costituisca un vero e proprio obbligo per il soggetto che a tanto è stato autorizzato, detta autorizzazione ben possa essere revocata, nella ipotesi in cui si accerti la carenza — originaria o sopravvenuta —di tali condizioni e presupposti. (Fattispecie in cui è stata ritenuta legittima la revoca disposta a seguito dell’accertamento delle reiterate assenze dal lavoro del soggetto, il quale, essendo stato autorizzato all’attività lavorativa esterna in considerazione sia dell’assoluto stato di bisogno, sia delle sue condizioni di salute, si tratteneva, viceversa, nella sua abitazione, senza addurre valide giustificazioni).

AFOTOPROCESSOMANETTE SCRITTA

La Cassazione ha emesso una sentenza molto importante in tema di misure cautelari.

In poche parole, ha stabilito che la presunzione di adeguatezza della custodia in carcere in base a quanto stabilito dall’articolo 275, comma 3 c.p.p. opera sia in occasione dell’adozione del provvedimento della misura coercitiva sia nelle fasi successive che attengono alla permanenza delle esigenze cautelari.

Il principio dettato con la sentenza n. 34473/2012 depositata il 20 settembre 2012 dalle sezioni unite penali, permette quindi di eliminare ogni dubbio interpretativo sull’argomento in quanto si delinea la tesi giurisprudenziale da seguire mettendo fine, una volta per tutte, alla confusione generata nel tempo dalle pronuncia contrastanti.

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA -FORLI-CESENA -RAVENNAa favore dei soggetti indagati o imputati  (memorie difensive, richieste riti alternativi, richieste incidenti probatori, redazione denuncie o querele, redazione atti di costituzione di parte civile ACHIAMA PEN3ACPENGRANDE

In tema di arresti domiciliari, il giudice non può imporre all’indagato limitazioni per «ragioni di sicurezza» connesse alla sottoposizione dello stesso alle prescrizioni di cui all’art. 41 bis ord. pen., durante la custodia cautelare in carcere, giacché le restrizioni da quell’articolo consentite sono eccezionali e limitate al regime carcerario, cessato il quale non possono residuarne effetti fuori dell’istituto carcerario. Eventuali disposizioni aggravatorie della «ordinaria» disciplina degli arresti e, in particolare, l’imposizione di limiti o divieti alla facoltà di comunicare con persone diverse da quelle che con lui coabitano o lo assistono, può essere disposta soltanto «quando è necessario»: tale necessità deve essere collegata a motivate esigenze di cautela processuale. *

 

Cass. n. 14111/2015

Il divieto di concessione degli arresti domiciliari al condannato per evasione, previsto dall’art. 284, comma quinto, cod. proc. pen., ha carattere assoluto e, pertanto, prevale sulla disposizione di cui all’art. 275, comma secondo bis, cod. proc. pen., in base alla quale non può essere applicata la misura cautelare della custodia in carcere quando il giudice ritiene che la pena irrogata non sarà superiore a tre anni.

Cass. n. 4876/2015

In tema di disciplina degli arresti domiciliari, la condizione di assoluta indigenza dell’imputato, cui la legge subordina l’autorizzazione ad allontanarsi dal luogo di arresto per esercitare un’attività lavorativa, non può essere automaticamente esclusa nè a causa della nomina di un secondo difensore di fiducia, in quanto la limitazione della libertà personale può indurre l’interessato e la sua famiglia ad attivarsi (con ricorso a prestiti ecc.) in modo peculiare rispetto alle ordinarie esigenze di vita, onde garantire l’esercizio più ampio del diritto di difesa, né in ragione della astratta possibilità per il coniuge di trovare lavoro, avuto riguardo agli obblighi di assistenza materiale e di mantenimento, penalmente sanzionati, che gravano sull’imputato quale padre e marito.

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA -FORLI-CESENA -RAVENNAa favore dei soggetti indagati o imputati  (memorie difensive, richieste riti alternativi, richieste incidenti probatori, redazione denuncie o querele, redazione atti di costituzione di parte civile

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BOLOGNA PROCESSO MINORI ARRESTO MINORI AVVOCATO PENALISTA MINORI BOLOGNA

BOLOGNA PROCESSO MINORI ARRESTO MINORI AVVOCATO PENALISTA Tramite difensori F. C., minorenne e indagato per il delitto di tentativo di rapina impropria aggravata dalla circostanza delle più persone riunite- artt. 110,628 comma 2 e 3 n. 1 C.p.- ricorre per cassazione avverso l’ordinanza, in sede di riesame, del tribunale per i minorenni di Milano, in data 24.7.2012, di conferma del rigetto dell’ istanza volta alla revoca/sostituzione della misura della permanenza in casa disposta dal gip del predetto tribunale con ordinanza 16.7.2012, contestando, con l’unico motivo di ricorso, l’omessa motivazione in ordine alla possibilità di concedere la sospensione condizionale della pena, con la conseguente preclusione, ai sensi dell’art. 275, comma 2 bis codice di rito, di disporre la misura.

ì

APEN9

BOLOGNA  PROCESSO MINORI ARRESTO MINORI AVVOCATO PENALISTA

APEN6

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SECONDA SEZIONE PENALE

 

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

 

Dott. GIUSEPPE MARIA COSENTINO                 Presidente

Dott. ENZO IANNELLI                                          ReI. Consigliere

Dott. GIULIANO CASUCCI                                   Consigliere

Dott. MARGHERITA TADDEI                               Consigliere

Dott. GEPPINO RAGO                                         Consigliere

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

1) C. F. nato il xx/xx/1994

avverso l’ordinanza n. 2112012 Trib. Libertà Minori di Milano, del 24/07/2012

Letti gli atti, la ordinanza” il ricorso;

Udita la relazione del cons. Enzo Jannel1i;

Udite le richieste del S. Procuratore Generale, Antonio Gualanella, per la rimessione degli atti alle Sezioni Unite e in subordine per l’annullamento con rinvio del procedimento.

  • Tramite difensori F. C., minorenne e indagato per il delitto di tentativo di rapina impropria aggravata dalla circostanza delle più persone riunite- artt. 110,628 comma 2 e 3 n. 1 C.p.- ricorre per cassazione avverso l’ordinanza, in sede di riesame, del tribunale per i minorenni di Milano, in data 24.7.2012, di conferma del rigetto dell’ istanza volta alla revoca/sostituzione della misura della permanenza in casa disposta dal gip del predetto tribunale con ordinanza 16.7.2012, contestando, con l’unico motivo di ricorso, l’omessa motivazione in ordine alla possibilità di concedere la sospensione condizionale della pena, con la conseguente preclusione, ai sensi dell’art. 275, comma 2 bis codice di rito, di disporre la misura.
  • Non ignora il collegio le diverse posizioni culturali che sul tema proposto si registrano nella giurisprudenza di legittimità: da un lato, Sez. 2, 12.6/21.9.2007, Marcu, Rv 237852 e Cass Sez. 3, 3.11.1995/30.1.1996, P.M. in proc. Milavi, Rv 204162, hanno ritenuto che l’art. 275, comma secondo bis, cod. proc. pen., inserito dall’art. 4 legge 8 agosto 1995, n. 332, secondo cui “non può essere disposta la misura della custodia cautelare se il giudice ritiene che con la sentenza penale possa essere concessa la sospensione condizionale della pena” è riferibile anche alle misure introdotte dagli artt. 21 e 22 del rito minorile (d.P.R. 22 settembre 1988, n. 448) – e quindi, nella specie, alla misura cautelare del collocamento del minorenne in casa o in comunità – e non solo alla ipotesi della custodia cautelare in carcere. Infatti non potrebbe negarsi, nelle predette misure, un rilevante e decisivo carattere o contenuto di limitazione della libertà personale del minore che giustifica, ai fini dell’applicazione dell’art. 275, comma secondo bis, cod. proc. pen., un trattamento amanette2SCRITTAcomune alle altre “misure custodiali”. Di diverso avviso la Sez 4 di questa Corte – 22.2/22.3.2007,Materia Rv 236285; Sez. 4, 27.3/19.6.2003, Druiescu, Rv. 225126, ed ancora Sez. 4, 5.7.1999/13.3.2000, Vincente, Rv 215875- per una duplice ragione, formale l’una, sostanziale l’altra: da un lato, per il fatto che gli artt. 21 e 22 del rito minorile, il D.P.R. 22.9.1088, n. 488, considerano il minore, destinatario di una delle misure di permanenza in casa o in comunità, in stato di custodia cautelare ai soli fini della durata massima della misura e del calcolo della pena da scontare, mentre per il resto è considerato libero anche se sottoposto a prescrizioni ed obblighi, dall’altro per il fatto che le misure predette hanno struttura diversa da quella della detenzione domiciliare e della detenzione in carcere ed assolvono altresì ad una più complessa finalità coerente alle linee di trattamento dei minorenni voluto dal nostro ordinamento.
  • Non ritiene la Corte sostenibile la tesi alla cui stregua in materia di misure cautelari nei confronti di minorenni, l’articolo 275, comma secondo bis, cod.proc.pen., secondo cui non può essere disposta la misura della custodia cautelare se il giudice ritiene che con la sentenza penale possa essere concessa la sospensione condizionale della pena, non sia riferibile alle misure cautelari speciali apprestate per i minorenni dagli articoli 21 e 22 del d.P.R. 22 settembre 1988 n. 448. La tesi, per la verità, si richiama esplicitamente alla lettera dell’ art. 21 comma 4 cit. secondo cui una volta “ .. .imposta la permanenza in casa il minorenne è considerato in stato di custodia cautelare ai soli fini della durata massima della misura …. “, lettera corroborata dalla ritenuta ratio della disposizione attenta alla “— una più complessa finalità coerente alle linee di trattamento dei minorenni voluto dal nostro ordinamento …” (testualmente, Sez. 4, 22.2/23.22007, Materia cit.). Entrambi gli argomenti non si coniugano, però, con le regole della logica letterale interpretativa, con la più centrata finalità della disposizione, con la coerenza del sistema complessivo infine. Non con le regole della logica perché la non equiparazione alla custodia cautelare è un giudizio normativo che presuppone, per volontà di legge, la già avvenuta “imposizione della misura“, laddove la eventuale concessione del beneficio della sospensione condizionale della pena preclude la stessa “imposizione”. Non con la ratio immanente alle misure coercitive nei confronti. dei minori, vocate ad una attenuazione delle predette in vista di una finalità rieducativa e di inserimento nella società promossa per l’appunto da misure, che nella normalità dei casi, non li allontanino dall’ambiente familiare -art.21- o da una comunità curativa, educativa e socializzante- art. 22 – fermi restando, e non è il caso di specie, i casi eccezionali o per la gravità dei reati o per il periclum libertatis eccezionalmente grave – art.23- che impongono la misura cautelare in carcere. Ora, premesso che anche la misura cautelare personale della permanenza in casa, come del collocamento in comunità, presentano un rilevante e decisivo carattere o-contenuto della limitazione personale del minore, tale da giustificare di per sé un trattamento comune alle altre misure custodiali, la soluzione della problematica in esame dipende dalla risposta che si voglia dare alla domanda se la sospensione condizionale della pena persegua o meno una finalità incompatibile con il trattamento cautelare che il legislatore ha voluto riservare ai minori che commettano reati. E la risposta non può che essere, ad avviso della Corte, obbligata: l’istituto, specie in una prospettiva diacronica, consente di percorrere la via –dell’alternativa al carcere non già erga omnes, ma limitatamente ad alcune categorie di colpevoli. Tra i quali devono annoverarsi a pieno titolo i minori, per i quali il legislatore ha previsto misure cautelari solo in via eccezionale individuate nella custodia in vinculiis, ma di norma misure vocate ad una funzione preminentemente special-preventiva e risocializzante, della cui ratio partecipa a pieno la causa estintiva del reato che è l’istituto previsto dall’art. 163 e seg codice penale. Devesi ancora, rilevare che i contenuti promozionali propri della misura della permanenza in casa, tesi alla correzione ed al reinserimento del minore, potranno pur sempre essere disposti, “allorchè non risulta necessario far ricorso a …. misure cautelari“, quale quella del caso di specie, dal giudice disposti ed avere quel contenuto così socializzante e rieducativo proprio delle prescrizioni previste dall’art. 20 D.P.R. n. 448/1988 in funzione dello studio, del lavoro ovvero delle altre attività utili per la sua rieducazione. Peraltro, sul piano della coerenza del sistema, sarebbe irragionevole, ove si aderisse alla soluzione interpretativa che in questa sede non si condivide, non ammettere la sospensione condizionale della pena in presenza di misure cautelari ed invece ammetterla in sede di giudizio sulle sanzioni finali da assumere in sede di – sentenza di condanna. Come disarmonico sarebbe il sistema delle misure cautelari ai danni del minorenne che potenzialmente destinatario della custodia cautelare in carcere ai sensi dell’art. 23 D.P.R. n. 488/1988, sfugge in concreto alla predetta misura “se il giudice ritiene che con la sentenza possa essere concessa la sospensione condizionale della pena” ai sensi dell’art. 275,comma 2 bis c.p.p., mentre non sfugge, sempre il minorenne, alla misura cautelare minore, la permanenza in casa o il collocamento in comunità, pur in presenza dello stesso presupposto: la prognosi della concessione della causa estintiva del reato in sede di sentenza.

P.Q.M.

Annulla l’ordinanza impugnata con rinvio al tribunale dei minorenni di Milano per nuovo esame.

Così deciso in Roma il 29.11.2012.

Depositato il 17.12.2012ACHIAMA PEN3

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AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA PROCESSO PENALE MINORILE: la facoltà di disporre la sospensione del processo

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA PROCESSO PENALE MINORILE:

 APEN9

la facoltà di disporre la sospensione del processo al fine di valutare la personalità del minorenne, di cui al D.P.R. 22 settembre 1988, n. 448, art. 28,

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AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA PROCESSO PENALE MINORILE: la facoltà di disporre la sospensione del processo

la facoltà di disporre la sospensione del processo al fine di valutare la personalità del minorenne, di cui al D.P.R. 22 settembre 1988, n. 448, art. 28, non può essere esercitata dal giudice di secondo grado se non in sede di controllo della decisione del giudice di primo grado, il quale abbia erroneamente omesso l’indagine sulla personalità del minore impostagli dalla norma di cui al D.P.R. 22 settembre 1988, n. 448, art. 9 ed abbia ingiustificatamente rifiutato la sospensione del processo e la messa alla prova dell’imputato.

Pertanto, il mancato esercizio della facoltà di sollecitare la sospensione del processo per la messa alla prova nel corso del giudizio di primo grado e la mancata deduzione della omissione come vizio della decisione di primo grado, rende inammissibile la richiesta formulata per la prima volta nel giudizio di appello” (Sez. 1, sent. n. 8472 dep. il 01/08/1991; Sez. 2, sent. n. 7848 dep. il 02/06/1992; Sez. 5, sent. n. 21181 dep. il 20/06/2006). Da tale orientamento, che condivide, il Collegio non intende distaccarsi.

 

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA PROCESSO PENALE MINORILE:    la facoltà di disporre la sospensione del processo

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA PROCESSO PENALE MINORILE: la facoltà di disporre la sospensione del processo

 

 

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE II PENALE

Sentenza 8 – 21 marzo 2016, n. 11683

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GENTILE Mario – Presidente –

Dott. GALLO Domenico – Consigliere –

Dott. CERVADORO Mirella – Consigliere –

Dott. RAGO Geppino – Consigliere –

Dott. PELLEGRINO Andrea – est. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

I.C., n. a (OMISSIS), rappresentato e assistito dall’avv. CONCILIO Roberto, di fiducia, avverso la sentenza n. 22/2013, emessa dalla Corte d’appello di Napoli, sezione minorenni, in data 12.06.2014;

visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso;

preso atto della ritualità delle notifiche e degli avvisi;

sentita la relazione della causa fatta dal Consigliere Dott. PELLEGRINO Andrea;

udita la requisitoria del Sostituto Procuratore Generale Dott. BIRRITTERI Luigi che ha concluso chiedendo di dichiararsi l’inammissibilità del ricorso.

Svolgimento del processo

  1. Con sentenza in data 19.10.2012, il Tribunale per i Minorenni di Napoli condannava I.C. alla pena di anni uno e mesi due di reclusione ed Euro 400,00 di multa per i reati di ricettazione in concorso e guida senza patente, ritenuti avvinti dal vincolo della continuazione.
  2. A seguito di proposta impugnazione, la Corte d’appello di Napoli, in riforma della sentenza di primo grado, rideterminava la pena in anni uno, mesi uno di reclusione ed Euro 400,00 di multa, con conferma nel resto.
  3. Avverso detta sentenza, nell’interesse di I.C., viene proposto ricorso per cassazione lamentandosi, quale motivo unico, la violazione del D.P.R. n. 448 del 1988, art. 28 per omessa motivazione in ordine alla mancata concessione della messa alla prova, richiesta al giudice di primo grado che l’aveva negata senza rendere sul punto adeguata motivazione: statuizione puntualmente dedotta dal ricorrente nei motivi di gravame d’appello.
DIRITTO PENALE BOLOGNAAVVOCATO PENALISTA BOLOGNA PROCESSO PENALE MINORILE:    la facoltà di disporre la sospensione del processo

DIRITTO PENALE AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA PROCESSO PENALE MINORILE: la facoltà di disporre la sospensione del processo

Motivi della decisione

  1. Il ricorso è manifestamente infondato e, come tale, va dichiarato inammissibile.
  2. Invero, si è in presenza di una richiesta (sospensione del procedimento per la valutazione della personalità dell’imputato minorenne) che non risulta essere stata avanzata dalla parte nel corso del giudizio di primo grado: di tal che, la relativa censura di omessa valutazione, completamente infondata in fatto, formulata in sede di appello deve essere dichiarata inammissibile, secondo quanto disposto dal D.P.R. n. 448 del 1988, art. 28, potendo il giudice d’appello intervenire sul punto solo nell’esercizio del controllo della decisione appellata e, quindi, alla condizione che l’inerzia del giudice di primo grado abbia formato oggetto dei motivi d’impugnazione (cfr., da ultimo, Sez. 2, sent. n. 35937 del 21/05/2009, dep. 16/09/2009, S.I., Rv. 245592).

Ritiene il Collegio come del tutto correttamente la Corte territoriale abbia, pertanto, ritenuto di dover restringere le proprie possibilità di decisione alle richieste contenute nell’appello.

Invero, questa Suprema Corte ha ripetutamente stabilito che “la facoltà di disporre la sospensione del processo al fine di valutare la personalità del minorenne, di cui al D.P.R. 22 settembre 1988, n. 448, art. 28, non può essere esercitata dal giudice di secondo grado se non in sede di controllo della decisione del giudice di primo grado, il quale abbia erroneamente omesso l’indagine sulla personalità del minore impostagli dalla norma di cui al D.P.R. 22 settembre 1988, n. 448, art. 9 ed abbia ingiustificatamente rifiutato la sospensione del processo e la messa alla prova dell’imputato.

Pertanto, il mancato esercizio della facoltà di sollecitare la sospensione del processo per la messa alla prova nel corso del giudizio di primo grado e la mancata deduzione della omissione come vizio della decisione di primo grado, rende inammissibile la richiesta formulata per la prima volta nel giudizio di appello” (Sez. 1, sent. n. 8472 dep. il 01/08/1991; Sez. 2, sent. n. 7848 dep. il 02/06/1992; Sez. 5, sent. n. 21181 dep. il 20/06/2006). Da tale orientamento, che condivide, il Collegio non intende distaccarsi.

  1. Da qui l’inammissibilità del ricorso, senza alcuna pronuncia in ordine alle spese a ragione della minore età del ricorrente al momento del fatto. In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità o gli altri dati identificativi a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52 in quanto imposto dalla legge.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso.

In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità o gli altri dati identificativi a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52 in quanto imposto dalla legge.

Così deciso in Roma, nella Udienza pubblica, il 8 marzo 2016.

Depositato in Cancelleria il 21 marzo 2016

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Bologna processo minorile e perdono giudiziale Bologna processo penale minorile fasi Bologna processo minorile irrilevanza del fatto

  1. ATTENZIONE AL PROCESSO MINORILE E ALLE SUE SFUMATURE

  2. Bologna processo minorile e perdono giudiziale Bologna processo penale minorile fasi Bologna processo minorile irrilevanza del fattoBologna processo minorile messa alla prova

  3. Bologna processo minorile udienza preliminare

  4. Bologna processo minorile civile

  5. Bologna processo minorile costituzione parte civile

  6. Bologna processo minorile

  7. Bologna processo minorile penale

  8. Bologna bullismo processo minorile

  9. Bologna processo minorile risarcimento del danno

  10. Bologna processo minorile e perdono giudiziale

  11. Bologna processo penale minorile fasi

  12. Bologna processo minorile irrilevanza del fatto

  13. sergioarmaroli.jpg

Se, per il reato commesso dal minore degli anni diciotto, la legge stabilisce una pena restrittiva della libertà personale non superiore nel massimo a due anni, ovvero una pena pecuniaria non superiore nel massimo a cinque euro, anche se congiunta a detta pena, il giudice può astenersi dal pronunciare il rinvio a giudizio, quando, avuto riguardo alle circostanze indicate nell’articolo 133, presume che il colpevole si asterrà dal commettere ulteriori reati (1).

Qualora si proceda al giudizio, il giudice può, nella sentenza, per gli stessi motivi, astenersi dal pronunciare condanna.

Le disposizioni precedenti non si applicano nei casi preveduti dal numero 1 del primo capoverso dell’articolo 164.

Il perdono giudiziale non può essere conceduto più di una volta.

 

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA
AVVOCATO PENALISTA RIMINI
AVVOCATO PENALISTA RAVENNA

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  1. LA MESSA ALLA PROVA? NEL PROCESSO MINORILE

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    • Bologna processo minorile irrilevanza del fat

    to

sergioarmaroli

Corte Costituzionale

Sentenza 6-21 luglio 2016, n. 201

SENTENZA N. 201

ANNO 2016

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori:

– Paolo GROSSI Presidente

– Alessandro CRISCUOLO Giudice

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA AVVOCATO PENALISTA RIMINI AVVOCATO PENALISTA RAVENNA

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA
AVVOCATO PENALISTA RIMINI
AVVOCATO PENALISTA RAVENNA

– Giorgio LATTANZI ”

– Aldo CAROSI ”

– Marta CARTABIA ”

– Mario Rosario MORELLI ”

– Giancarlo CORAGGIO ”

– Giuliano AMATO ”

– Silvana SCIARRA ”

– Daria de PRETIS ”

– Nicolò ZANON ”

– Franco MODUGNO ”

– Augusto Antonio BARBERA ”

– Giulio PROSPERETTI ”

ha pronunciato la seguente

 

SENTENZA

nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 460, comma 1, lettera e), del codice di procedura penale, promosso dal Tribunale ordinario di Savona, in composizione monocratica, nel procedimento penale a carico di P.A., con ordinanza del 3 giugno 2015, iscritta al n. 201 del registro ordinanze 2015 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 41, prima serie speciale, dell’anno 2015.

Visto l’atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri;

udito nella camera di consiglio del 6 luglio 2016 il Giudice relatore Giorgio Lattanzi.

Ritenuto in fatto

1.– Il Tribunale ordinario di Savona, in composizione monocratica, con ordinanza del 3 giugno 2015 (r.o. n. 201 del 2015), ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione, una questione di legittimità costituzionale dell’art. 460, comma 1, lettera e), del codice di procedura penale, «nella parte in cui non prevede che il decreto penale di condanna debba contenere l’avviso all’imputato che ha facoltà di chiedere la sospensione del procedimento per messa alla prova unitamente all’atto di opposizione».

Il giudice a quo premette che nei confronti dell’imputato è stato emesso un decreto penale di condanna per il reato previsto dall’art. 44, comma 1, lettera c), del d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia – Testo A), e che l’imputato ha proposto opposizione senza chiedere i riti alternativi o la sospensione del procedimento con messa alla prova.

Nell’udienza del 12 maggio 2015 l’imputato ha chiesto la sospensione del procedimento con messa alla prova, allegando l’istanza di elaborazione del programma di trattamento presentata al competente ufficio di esecuzione penale esterna.

La messa alla prova dovrebbe essere dichiarata inammissibile, perché, trattandosi di un giudizio conseguente all’opposizione a un decreto penale di condanna, la richiesta avrebbe dovuto essere presentata con l’atto di opposizione. Però, secondo il giudice rimettente, se la questione di legittimità costituzionale sollevata fosse accolta, l’imputato sarebbe rimesso in termini per chiedere la messa alla prova. Di qui la rilevanza della questione nel giudizio a quo.

Ad avviso del giudice rimettente la norma censurata violerebbe l’art. 24 Cost., in quanto l’esigenza di tutela del diritto di difesa imporrebbe che «la scelta delle alternative procedimentali al giudizio dibattimentale ordinario, quando debba essere compiuta entro brevi termini di decadenza che maturino fuori udienza o in limine alla stessa, [sia] preceduta da uno specifico avviso».

In particolare il giudice rimettente ha rilevato che la sospensione del procedimento con messa alla prova è assimilabile ai riti alternativi e che per la sua richiesta il legislatore ha stabilito termini di decadenza ma non ha previsto «alcuno specifico avviso, nemmeno laddove la scelta debba essere compiuta al di fuori di un’udienza, come avviene nel caso di opposizione a decreto penale di condanna».

La norma censurata si porrebbe in contrasto anche con l’art. 3 Cost., perché darebbe luogo a una disparità di trattamento tra situazioni analoghe. Infatti, come rileva il giudice rimettente, diversamente da quanto avviene per la sospensione del procedimento con messa alla prova, «[s]econdo il vigente codice di rito, l’imputato deve essere avvisato, a pena di nullità, della facoltà di accedere ai riti alternativi ed all’oblazione: a) unitamente al decreto di citazione diretta a giudizio (art. 552 comma 1 lett. F e comma 2 c.p.p.); b) unitamente al decreto penale di condanna (art. 460 comma 1 lett. E c.p.p. e 141 comma 3 disp. att. c.p.p.); c) unitamente al decreto di giudizio immediato (art. 456 comma 2 c.p.p. che non fa menzione dell’oblazione trattandosi di giudizio applicabile a delitti per i quali la stessa non è ammessa)».

2.– È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, e ha chiesto che la questione sia dichiarata non fondata.

In primo luogo, ad avviso della difesa dello Stato, non sarebbe configurabile la violazione dell’art. 24 Cost., in quanto il legislatore può ben modulare le forme di esercizio del diritto di difesa secondo le caratteristiche dei vari riti e, quindi, stabilire diverse modalità di informazione in relazione ad essi.

L’indicazione contenuta nel decreto penale di condanna relativamente al termine per proporre opposizione sarebbe sufficiente a garantire il diritto di difesa dell’imputato, che può farsi assistere da un difensore e chiedere la sospensione del procedimento con messa alla prova ai sensi dell’art. 464-bis cod. proc. pen.

In secondo luogo, non sussisterebbe la denunciata disparità di trattamento, considerata l’eterogeneità del nuovo istituto «rispetto ai veri e propri riti alternativi». Si tratta, infatti, di «un procedimento che – lungi dall’esser preordinato all’emissione di un giudizio sulla responsabilità del fatto-reato contestato all’imputato, – è diretto alla verifica della inutilità di formulare siffatto giudizio, in caso di esito positivo della messa alla prova dell’imputato».

3.– Con memoria depositata in prossimità della camera di consiglio, l’Avvocatura generale dello Stato ha eccepito l’inammissibilità della questione per difetto di rilevanza, in quanto concerne «una norma che disciplina un atto (decreto penale di condanna) la cui adozione è rimessa al giudice per le indagini preliminari».

La questione sarebbe, comunque, infondata, sia con riferimento all’art. 24 Cost., perché il decreto penale di condanna va notificato al difensore dell’imputato, che può così avvalersi della sua assistenza, sia con riferimento all’art. 3 Cost., stante l’eterogeneità dell’istituto della sospensione del procedimento con messa alla prova «rispetto ai veri e propri riti alternativi».

Considerato in diritto

1.– Il Tribunale ordinario di Savona, in composizione monocratica, con ordinanza del 3 giugno 2015 (r.o. n. 201 del 2015), ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione, una questione di legittimità costituzionale dell’art. 460, comma 1, lettera e), del codice di procedura penale, «nella parte in cui non prevede che il decreto penale di condanna debba contenere l’avviso all’imputato che ha facoltà di chiedere la sospensione del procedimento per messa alla prova unitamente all’atto di opposizione».

Secondo il giudice a quo, la questione sarebbe non manifestamente infondata con riferimento all’art. 24 Cost., in quanto l’esigenza di tutela del diritto di difesa impone che «la scelta delle alternative procedimentali al giudizio dibattimentale ordinario, quando debba essere compiuta entro brevi termini di decadenza che maturino fuori udienza o in limine alla stessa, [sia] preceduta da uno specifico avviso».

Invece, nel caso della messa alla prova, benché il procedimento sia assimilabile ai riti alternativi, e per la sua richiesta siano stabiliti termini di decadenza, il legislatore non ha previsto «alcuno specifico avviso, nemmeno laddove la scelta debba essere compiuta al di fuori di un’udienza, come avviene nel caso di opposizione a decreto penale di condanna».

La norma censurata, inoltre, violerebbe l’art. 3 Cost. sotto il profilo della disparità di trattamento tra situazioni analoghe. Infatti l’imputato deve essere avvisato, a pena di nullità, della facoltà di chiedere, con l’atto di opposizione, il giudizio immediato, il giudizio abbreviato, l’applicazione della pena su richiesta e l’oblazione, ma non anche della facoltà di chiedere la sospensione del procedimento con messa alla prova.

2.– La difesa dello Stato ha eccepito l’inammissibilità della questione per difetto di rilevanza, in quanto, come avrebbe già rilevato questa Corte con l’ordinanza n. 485 del 1995, la questione si riferisce a «una norma che disciplina un atto (decreto penale di condanna) la cui adozione è rimessa al giudice per le indagini preliminari».

L’eccezione è infondata.

È vero che il decreto penale di condanna è emesso dal giudice per le indagini preliminari, e quindi in una fase processuale anteriore a quella dibattimentale nella quale si trova il giudizio a quo, ma è anche vero che, se la questione sollevata fosse accolta, in seguito all’opposizione proprio il giudice del dibattimento, davanti al quale l’imputato è stato citato, dovrebbe valutare, in base all’art. 178, comma 1, lettera c), cod. proc. pen., l’eventuale nullità determinata dalla mancanza dell’avviso in questione (sentenza n. 148 del 2004) e la possibilità di rimettere in termini l’imputato per formulare la richiesta, altrimenti tardiva, di messa alla prova.

3.– Nel merito, la questione è fondata.

L’istituto della messa alla prova, introdotto con gli artt. 168-bis, 168-ter e 168-quater cod. pen., «ha effetti sostanziali, perché dà luogo all’estinzione del reato, ma è connotato da un’intrinseca dimensione processuale, in quanto consiste in un nuovo procedimento speciale, alternativo al giudizio, nel corso del quale il giudice decide con ordinanza sulla richiesta di sospensione del procedimento con messa alla prova» (sentenza n. 240 del 2015).

L’art. 464-bis, comma 2, cod. proc. pen. stabilisce i termini entro i quali, a pena di decadenza, l’imputato può formulare la richiesta di messa alla prova. Sono termini diversi, articolati secondo le sequenze procedimentali dei vari riti, e la loro disciplina è «collegat[a] alle caratteristiche e alla funzione dell’istituto, che è alternativo al giudizio ed è destinato ad avere un rilevante effetto deflattivo» (sentenza n. 240 del 2015). Nel procedimento per decreto, la richiesta deve essere presentata con l’atto di opposizione.

Come negli altri riti, anche nel procedimento per decreto deve ritenersi che la mancata formulazione della richiesta nel termine stabilito dall’art. 464-bis, comma 2, cod. proc. pen., e cioè con l’atto di opposizione, determini una decadenza, sicché nel giudizio conseguente all’opposizione l’imputato che prima non l’abbia chiesta non può più chiedere la messa alla prova.

A differenza di quanto accade per gli altri riti speciali, l’art. 460, comma 1, cod. proc. pen. però, tra i requisiti del decreto penale di condanna, non prevede l’avviso all’imputato che ha facoltà, nel fare opposizione, di chiedere la messa alla prova.

4.– Secondo la costante giurisprudenza costituzionale, la richiesta di riti alternativi «costituisce anch’essa una modalità, tra le più qualificanti (sentenza n. 148 del 2004), di esercizio del diritto di difesa (ex plurimis, sentenze n. 219 del 2004, n. 70 del 1996, n. 497 del 1995 e n. 76 del 1993)» (sentenza n. 237 del 2012).

Di conseguenza si è ritenuto che l’avviso all’imputato della possibilità di richiedere i riti alternativi costituisca «una garanzia essenziale per il godimento di un diritto della difesa» (sentenza n. 497 del 1995), e che la sanzione della nullità ex art 178, comma 1, lettera e), cod. proc. pen., nel caso di omissione dell’avviso prescritto, trovi «la sua ragione essenzialmente nella perdita irrimediabile della facoltà di chieder[li]», se per la richiesta è stabilito un termine a pena di decadenza (sentenza n. 148 del 2004; nello stesso senso, sentenza n. 101 del 1997 e ordinanza n. 309 del 2005).

In particolare, come ha chiarito questa Corte, quando il termine entro cui chiedere i riti alternativi è anticipato rispetto alla fase dibattimentale, sicché la mancanza o l’insufficienza del relativo avvertimento può determinare la perdita irrimediabile della facoltà di accedervi, «[l]a violazione della regola processuale che impone di dare all’imputato (esatto) avviso della sua facoltà comporta […] la violazione del diritto di difesa» (sentenza n. 148 del 2004). Non è invece necessario alcun avvertimento quando il termine ultimo per avanzare tale richiesta viene a cadere «all’interno di una udienza a partecipazione necessaria, sia essa dibattimentale o preliminare, nel corso della quale l’imputato è obbligatoriamente assistito dal difensore» (ordinanza n. 309 del 2005).

Il complesso dei principi, elaborati da questa Corte, sulle facoltà difensive per la richiesta dei riti speciali non può non valere anche per il nuovo procedimento di messa alla prova. Per consentirgli di determinarsi correttamente nelle sue scelte difensive occorre pertanto che all’imputato, come avviene per gli altri riti speciali, sia dato avviso della facoltà di richiederlo.

Poiché nel procedimento per decreto il termine entro il quale chiedere la messa alla prova è anticipato rispetto al giudizio, e corrisponde a quello per proporre opposizione, la mancata previsione tra i requisiti del decreto penale di condanna di un avviso, come quello previsto dall’art. 460, comma 1, lettera e), cod. proc. pen. per i riti speciali, della facoltà dell’imputato di chiedere la messa alla prova comporta una lesione del diritto di difesa e la violazione dell’art. 24, secondo comma, Cost. L’omissione di questo avvertimento può infatti determinare un pregiudizio irreparabile, come quello verificatosi nel giudizio a quo, in cui l’imputato nel fare opposizione al decreto, non essendo stato avvisato, ha formulato la richiesta in questione solo nel corso dell’udienza dibattimentale, e quindi tardivamente.

Deve pertanto dichiararsi l’illegittimità costituzionale dell’art. 460, comma 1, lettera e), cod. proc. pen., nella parte in cui non prevede che il decreto penale di condanna contenga l’avviso della facoltà dell’imputato di chiedere mediante l’opposizione la sospensione del procedimento con messa alla prova.

La censura relativa all’art. 3 Cost. rimane assorbita.

per questi motivi

 

LA CORTE COSTITUZIONALE

 

dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 460, comma 1, lettera e), del codice di procedura penale, nella parte in cui non prevede che il decreto penale di condanna contenga l’avviso della facoltà dell’imputato di chiedere mediante l’opposizione la sospensione del procedimento con messa alla prova.

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 6 luglio 2016.

F.to:

Paolo GROSSI, Presidente

Giorgio LATTANZI, Redattore

Roberto MILANA, Cancelliere

Depositata in Cancelleria il 21 luglio 2016.

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AVVOCATO PROCESSO MINORI TRIBUNALE MINORENNI BOLOGNA TENUITA’ DEL FATTO Il giudizio di tenuità richiede che il fatto sia valutato globalmente, considerando una serie di parametri – quali la natura del reato e la pena edittale, l’allarme sociale provocato, la capacità a delinquere, le ragioni che hanno spinto il minore a compiere il reato e le modalità con le quali esso è stato eseguito -, così da stabilire se esso sia tale da determinare modeste reazioni e preoccupazioni nella comunità. Detta tenuità può essere ritenuta se il fatto sia oggetti va mente modesto e sia posto in essere con modalità che lo rendano ascrivibile alla naturale leggerezza delle persone di giovane età.

1#AVVOCATO PROCESSO MINORI TRIBUNALE MINORENNI BOLOGNA TENUITA’ DEL FATTO

2#Il giudizio di tenuità richiede che il fatto sia valutato globalmente, considerando una serie di parametri – quali la natura del reato e la pena edittale, l’allarme sociale provocato, la capacità a delinquere, le ragioni che hanno spinto il minore a compiere il reato e le modalità con le quali esso è stato eseguito -, così da stabilire se esso sia tale da determinare modeste reazioni e preoccupazioni nella comunità. Detta tenuità può essere ritenuta se il fatto sia oggetti va mente modesto e sia posto in essere con modalità che lo rendano ascrivibile alla naturale leggerezza delle persone di giovane età.

3#L’occasionalità indica un comportamento, non necessariamente unico, mentre il pregiudizio per le esigenze educative del minore comporta una prognosi negativa in ordine alla prosecuzione del processo, improntato, più che alla repressione, al recupero della devianza del minore.
L’occasionalità pertanto non coincide con l’incensuratezza dell’imputato, posto che tale interpretazione porterebbe di fatto ad escludere la ripetibilità del “beneficio”, della quale, però, il legislatore non ha fatto cenno.

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Sez. 6 Penale, Sentenza n. 27648 del 25 Maggio 2011 (Dep. 14 Luglio 2011)

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Udienza pubblica Dott. AGRÒ Antonio – Presidente – del 25/05/2011
Dott. SERPICO Francesco – Consigliere – SENTENZA
Dott. ROTUNDO Vincenzo – Consigliere – N. 912

Dott. FAZIO Anna Maria – Consigliere – REGISTRO GENERALE Dott. CALVANESE Ersilia – rel. Consigliere – N. 5356/2010
ha pronunciato la seguente:

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
S.G.D. , nato a (omesso) ;
avverso la sentenza del 28/10/2010 della Corte di appello di Ancona, sez. minorenni;
visti gli atti, il provvedimento denunziato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere Dr. Ersilia Calvanese;
udite le richieste del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dr. Delehaye Enrico, che ha concluso chiedendo che il ricorso sia dichiarato inammissibile.
udito per l’imputato l’avv. Mondozzi F., che ha concluso chiedendo l’annullamento della sentenza impugnata.
CONSIDERATO IN FATTO
1. La Corte di appello di Ancona, sez. per i minorenni, con la sentenza in epigrafe, ha confermato la sentenza del Tribunale per i minorenni della stessa città, che aveva condannato S.D.G. per il reato di furto aggravato e spaccio di sostanze stupefacenti alla pena di mesi nove di reclusione ed Euro 2.200 di multa. Al S. , all’epoca dei fatti minorenne, era addebitato, di essersi impossessato di cialde di caffè da una macchinetta distributrice (in parte utilizzzandole e in parte occultandole), sottraendole alla comunità dove costui era ospitato, e di aver ceduto dell’hashish a due ospiti della stessa comunità.
2. Avverso la suddetta sentenza ha proposto ricorso per cassazione il difensore dell’imputato, con cui denuncia:
– la violazione, l’inosservanza e l’erronea applicazione del D.P.R. n. 448 del 1988, art. 27, perché i giudici dell’appello non hanno emesso in relazione al furto delle cialde sentenza di non luogo a procedere per irrilevanza del fatto, ritenendo ostativa la non occasionalità del fatto, benché definito di “modestissima entità”. Il ricorrente lamenta che la Corte territoriale avrebbe adottato una nozione di occasionalità del comportamento che travalica l’episodio incriminato.
– la illogicità e la contraddizione della motivazione in ordine alla prova della sussistenza del reato di spaccio, la violazione e la mancata applicazione dell’art. 530 c.p.p., comma 2, ed il travisamento del fatto. Il ricorrente denuncia la contraddittorietà del quadro probatorio tracciato dalla sentenza, posto che solo un teste, M.H. , avrebbe dichiarato di aver ricevuto la droga dall’imputato e di averla consumata con lui e F.G. , mentre quest’ultimo avrebbe negato l’episodio, privando pertanto di attendibilità la testimonianza del primo. Risulterebbe inoltre travisata la testimonianza resa dall’educatore circa il rinvenimento nella disponibilità dell’imputato di una scatoletta: costui aveva dichiarato che il contenitore era sporco di sostanza marrone e di odore acre, senza far alcun riferimento all’hashish. Pertanto, l’affermazione della sentenza impugnata che la deposizione dell’H. aveva trovato riscontro nel rinvenimento della scatoletta risulterebbe del tutto congetturale.
– la violazione e la falsa applicazione dell’art. 169 c.p. in relazione alla negata concessione del perdono giudiziale, in considerazione di una precedente condanna. Evidenzia il ricorrente che tale circostanza non era di per sè ostativa, posto che la presente condanna, cumulata con la precedente, non superava i limiti del beneficio ex art. 164 c.p.. Inoltre la Corte, non attenendosi al giudizio prognostico imposto dall’art. 169 p.p., non avrebbe valutato che l’imputato non aveva alcuna pendenza giudiziaria. CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. Il ricorso è fondato nei termini di seguito esposti. 2. La ratio della previsione contenuta nel D.P.R. n. 448 del 1988, art. 27 è di consentire la estromissione immediata, o quanto meno la più possibile sollecita, dal circuito penale di condotte devianti, le quali siano prive di allarme sociale per la loro tenuità ed occasionalità ed appaiano destinate a rimanere nella vita del minore un fatto episodico e ad essere autonomamente riassorbite. A tal fine, la norma prevede che nel processo a carico di imputati minorenni vada emessa sentenza di non luogo a procedere per irrilevanza del fatto quando sussistano contemporaneamente tre requisiti: la tenuità del fatto, l’occasionalità del comportamento ed il pregiudizio per il minore derivante da un ulteriore corso del procedimento.

Il giudizio di tenuità richiede che il fatto sia valutato globalmente, considerando una serie di parametri – quali la natura del reato e la pena edittale, l’allarme sociale provocato, la capacità a delinquere, le ragioni che hanno spinto il minore a compiere il reato e le modalità con le quali esso è stato eseguito -, così da stabilire se esso sia tale da determinare modeste reazioni e preoccupazioni nella comunità. Detta tenuità può essere ritenuta se il fatto sia oggetti va mente modesto e sia posto in essere con modalità che lo rendano ascrivibile alla naturale leggerezza delle persone di giovane età.

L’occasionalità indica un comportamento, non necessariamente unico, mentre il pregiudizio per le esigenze educative del minore comporta una prognosi negativa in ordine alla prosecuzione del processo, improntato, più che alla repressione, al recupero della devianza del minore.
L’occasionalità pertanto non coincide con l’incensuratezza dell’imputato, posto che tale interpretazione porterebbe di fatto ad escludere la ripetibilità del “beneficio”, della quale, però, il legislatore non ha fatto cenno.

Orbene, nel caso in esame, la sentenza impugnata non ha fatto corretta applicazione di questi principi, là dove, nel valutare il furto delle cialde di modestissima entità, ha ritenuto il fatto non occasionale o sporadico, richiamando tout court i precedenti dell’imputato e la connotazione logistica in cui l’episodio si era realizzato, ovvero in una comunità dove i giovani devono tenere una condotta estremamente lineare ed aderente alla civile convivenza, dimostrando invece l’imputato noncuranza e superficialità. Pertanto, i Giudici dell’appello hanno adottato una nozione di occasionalità che non risponde al dettato della norma, ancorando il carattere non occasionale della condotta alla sola presenza di precedenti penali, senza verificare la natura delle condotte pregresse e, pertanto, la ripetitività dei medesimi comportamenti illeciti; ovvero introducendo valutazioni sul contesto dell’azione che dimostrano al contrario che il comportamento fu il frutto di particolari e momentanee condizioni psicologiche del minore a causa della sua immaturità. Pertanto, dal rilevato vizio argomentativo consegue per tale capo l’annullamento della gravata sentenza per nuovo giudizio. 3. Fondato è anche il secondo motivo di ricorso, nel quale si denuncia la carenza e la contraddittorietà della motivazione in ordine alla ritenuta responsabilità dell’imputato per il reato di spaccio di stupefacenti contestato nel capo e).

L’imputato, nei motivi inseriti nell’atto di appello, aveva invero denunziato l’inattendibilità delle dichiarazioni rese dall’unico teste, H.M. , poste a fondamento della ricostruzione accusatoria, poiché intrinsecamente non credibili e contraddette dalla testimonianza dell’altro teste G.F.R. e comunque non riscontrate dal rinvenimento nella camera dell’imputato di una scatoletta con forte odore acre, che poteva al più provare un uso personale di hashish e non l’attività di spaccio.

A tali specifiche censure, sorrette dalla dettagliata individuazione e rappresentazione degli elementi a sostegno, non può ritenersi risposta adeguata e logica la sbrigativa argomentazione che nulla provava la deposizione del teste G. , giustificabile con “una omertà di palese matrice delinquenziale”, in quanto l’attività di spaccio risultava confermata dal possesso da parte dell’imputato della suddetta scatoletta.

È evidente la insufficienza della risposta fornita dai Giudici di appello, posto che la valutazione di essere al cospetto di “omertà di palese matrice delinquenziale” risulta motivata da considerazioni generalizzanti ed estranee al fatto specifico in esame, mentre nessuna risposta è data al rilievo del carattere neutro del rinvenimento della scatoletta, di per sè non dimostrativa dello svolgimento da parte dell’imputato di un’attività di cessione della droga.

Pertanto, anche per tale capo si impone l’annullamento con rinvio della sentenza impugnata, per nuovo giudizio.
4. Deve ritenersi assorbita, dall’accoglimento dei suddetti motivi, la restante doglianza concernente la violazione e la falsa applicazione dell’art. 169 c.p., pur non senza osservare che una precedente condanna è ostativa al perdono giudiziale sempre che, cumulata con quella precedente, superi i limiti per l’applicabilità

del beneficio (cfr. Corte cost. sent. n. 154 del 1976). Conclusivamente, la sentenza impugnata deve essere annullata con rinvio alla Corte di appello di Perugia, sez. per i minorenni, che procederà ad un nuovo giudizio.
P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata e rinvia per nuovo giudizio alla Corte di appello di Perugia, sez. per i minorenni.
Così deciso in Roma, il 25 maggio 2011.
Depositato in Cancelleria il 14 luglio 2011

 

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TRIBUNALE DEI MINORI BOLOGNA AVVOCATO PENALISTA

 TRIBUNALE DEI MINORI BOLOGNA AVVOCATO PENALISTA

A seguito di impugnazione dell’imputato, la Corte di appello di Bologna, Sezione per i minorenni, con la sentenza in epigrafe, annullava l’indicata sentenza del Tribunale per i minorenni a norma dell’art. 604 cod. proc. pen., con rinvio degli atti al Giudice per le indagini preliminari in sede, ravvisando, nella particolare funzione esercitata (giudice chiamato a giudicare sulla richiesta di giudizio abbreviato instaurato a seguito di giudizio immediato), l’incompetenza del giudice nella composizione collegiale (un magistrato togato e due giudici onorari) prevista in genere per la udienza preliminare nel processo minorile dall’art. 50-bis, comma 2, r.d. 30 gennaio 1941, n. 12 (Ordinamento giudiziario), aggiunto dall’art. 14 d.P.R. 22 settembre 1988, n. 449 (Norme per l’adeguamento dell’ordinamento giudiziario al nuovo processo penale ed a quello a carico degli imputati minorenni), ritenendo competente, non trattandosi di funzione esercitata in udienza preliminare, il giudice per le indagini preliminari, che, anche nel processo minorile, a norma del comma 1 del medesimo art. 50-bis, è organo monocratico.

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La Corte bolognese precisava, sulla scorta anche di varie pronunce di legittimità, che, in forza del generale rinvio operato dall’art. 1 d.P.R. 22 settembre 1988, n. 448 (recante “Approvazione delle disposizioni sul processo penale a carico di imputati minorenni”), e in mancanza di previsioni specifiche inserite nella disciplina del processo minorile, alla fattispecie andava applicata la disposizione dell’art. 458 cod. proc. pen., che individua nel giudice per le indagini preliminari (organo monocratico) la competenza a decidere nell’ambito del giudizio abbreviato innestato su giudizio immediato.

 

Osservava ancora la Corte di appello che, pur non avendo l’appellante – che si era doluto solo della revoca della messa alla prova precedentemente disposta e della misura eccessiva della pena – proposto la questione della composizione dell’organo giudicante, questa doveva ritenersi rilevabile d’ufficio, inerendo alla competenza funzionale del giudice e comunque alle condizioni di capacità del giudice e al numero dei giudici necessario per costituire i collegi stabiliti dall’ordinamento giudiziario, ricadendosi così in una ipotesi di nullità insanabile e rilevabile d’ufficio in ogni stato e grado del procedimento a norma degli artt. 178, comma 1, lett. a), e 179 cod. proc. pen..

 

Non vale, poi, replicare che in alcuni casi a emettere sentenze di merito è un giudice minorile monocratico. Si tratta di competenze (peraltro non rimaste immuni da rilievi critici da parte della dottrina specialistica) relative alla declaratoria della non imputabilità o della irrilevanza del fatto che sfociano in provvedimenti liberatori per l’imputato che, lungi dall’implicare un giudizio di colpevolezza, sono tesi anzitutto ad assicurare, quando è possibile, l’anticipata fuoriuscita del minore dal procedimento (v. Corte cost., sent. n. 103 del 1997) e non sono, comunque, afflittivi; in cui è, perciò, meno forte (ed evidentemente recessiva rispetto all’interesse alla definizione anticipata) l’esigenza di un apporto qualificato di esperti, pur se in linea generale determinante nella elaborazione di programmi rieducativi adeguati alla personalità in formazione dell’imputato, che si affianca alla valutazione prevalentemente tecnico-giuridica del magistrato togato.

4.4. Mantenendosi, poi, sul piano strettamente esegetico, vale osservare che, in base all’art. 441, comma 1, cod. proc. pen., al giudizio abbreviato si estendono le disposizioni previste per la udienza preliminare: e posto che anche questa norma deve ritenersi richiamata dall’art. 1, comma 1, disp. proc. pen. min., potrebbe dunque dirsi che è alle norme della udienza preliminare minorile, in cui il giudice ha composizione integrata, che il rinvio deve intendersi essere fatto.

AS1

Va ancora considerato che nell’art. 458 cod. proc. pen., il quale, nella contrastata tesi, sarebbe indirettamente richiamato dalla equivoca disposizione dell’art. 1, comma 1, disp. proc. pen. min., non può evidentemente cogliersi una ratio di attribuzione di una competenza “speciale” al g.i.p. contrapposta a quella del g.u.p. (organi entrambi monocratici nel processo a carico dei maggiorenni), ma semplicemente quella di individuare l’organo che, non devolvendosi il processo alla fase dibattimentale, è chiamato a decidere sul giudizio abbreviato innestato sulla richiesta di giudizio immediato, con indicazione delle relative formalità procedimentali. Fermo restando che il g.i.p. che ha fissato l’udienza in cui si dovrà decidere circa la instaurazione del giudizio abbreviato deve comunque “passare la mano” ad altro organo appartenente al medesimo ufficio (si veda, tra le altre, Sez. U, n. 30200 del 28/04/2011, Ohonba, in motivazione).

Di contro, nel processo minorile, non sarebbe ragionevole che, per una scelta del p.m. – che può essere affatto discrezionale – circa le modalità di esercizio dell’azione penale (richiesta di decreto di giudizio immediato anziché emissione del decreto che dispone il giudizio, che da luogo alla udienza preliminare), possa mutare la individuazione, e con essa la composizione da collegiale a monocratica, del giudice chiamato a una stessa funzione, quella appunto del giudizio abbreviato, che si esplica secondo norme processuali del tutto analoghe e sfocia negli stessi esiti.

 

 

  1. Avverso tale decisione il Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte di appello di Bologna, conformandosi al tenore di precedenti impugnazioni proposte sulla medesima questione in altri procedimenti, ha presentato ricorso per cassazione, chiedendo l’annullamento della sentenza impugnata e deducendo che, diversamente da quanto affermato dal Giudice di appello, nel processo minorile deve essere il g.u.p. (collegiale), e non già il g.i.p. (monocratico), a giudicare in caso di giudizio abbreviato instaurato a seguito di giudizio immediato nei confronti di imputato minorenne.

 

 

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE PENALI

Sentenza 27 febbraio – 5 maggio 2014, n. 18292

(Presidente Santacroce – Relatore Conti)

Ritenuto in fatto

  1. Con sentenza del 10 maggio 2012 il Tribunale per i minorenni di Bologna, nella composizione prevista per la udienza preliminare (un magistrato in funzione di presidente e due giudici onorari a latere) condannava in sede di giudizio abbreviato, instaurato a seguito di giudizio immediato, B.H.A. alla pena di un anno e quattro mesi di reclusione e 300 Euro di multa per i reati di rapina aggravata, rapina impropria e porto ingiustificato di coltello (in (omissis)).

A seguito di impugnazione dell’imputato, la Corte di appello di Bologna, Sezione per i minorenni, con la sentenza in epigrafe, annullava l’indicata sentenza del Tribunale per i minorenni a norma dell’art. 604 cod. proc. pen., con rinvio degli atti al Giudice per le indagini preliminari in sede, ravvisando, nella particolare funzione esercitata (giudice chiamato a giudicare sulla richiesta di giudizio abbreviato instaurato a seguito di giudizio immediato), l’incompetenza del giudice nella composizione collegiale (un magistrato togato e due giudici onorari) prevista in genere per la udienza preliminare nel processo minorile dall’art. 50-bis, comma 2, r.d. 30 gennaio 1941, n. 12 (Ordinamento giudiziario), aggiunto dall’art. 14 d.P.R. 22 settembre 1988, n. 449 (Norme per l’adeguamento dell’ordinamento giudiziario al nuovo processo penale ed a quello a carico degli imputati minorenni), ritenendo competente, non trattandosi di funzione esercitata in udienza preliminare, il giudice per le indagini preliminari, che, anche nel processo minorile, a norma del comma 1 del medesimo art. 50-bis, è organo monocratico.

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La Corte bolognese precisava, sulla scorta anche di varie pronunce di legittimità, che, in forza del generale rinvio operato dall’art. 1 d.P.R. 22 settembre 1988, n. 448 (recante “Approvazione delle disposizioni sul processo penale a carico di imputati minorenni”), e in mancanza di previsioni specifiche inserite nella disciplina del processo minorile, alla fattispecie andava applicata la disposizione dell’art. 458 cod. proc. pen., che individua nel giudice per le indagini preliminari (organo monocratico) la competenza a decidere nell’ambito del giudizio abbreviato innestato su giudizio immediato.

 

Osservava ancora la Corte di appello che, pur non avendo l’appellante – che si era doluto solo della revoca della messa alla prova precedentemente disposta e della misura eccessiva della pena – proposto la questione della composizione dell’organo giudicante, questa doveva ritenersi rilevabile d’ufficio, inerendo alla competenza funzionale del giudice e comunque alle condizioni di capacità del giudice e al numero dei giudici necessario per costituire i collegi stabiliti dall’ordinamento giudiziario, ricadendosi così in una ipotesi di nullità insanabile e rilevabile d’ufficio in ogni stato e grado del procedimento a norma degli artt. 178, comma 1, lett. a), e 179 cod. proc. pen..

 

  1. Avverso tale decisione il Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte di appello di Bologna, conformandosi al tenore di precedenti impugnazioni proposte sulla medesima questione in altri procedimenti, ha presentato ricorso per cassazione, chiedendo l’annullamento della sentenza impugnata e deducendo che, diversamente da quanto affermato dal Giudice di appello, nel processo minorile deve essere il g.u.p. (collegiale), e non già il g.i.p. (monocratico), a giudicare in caso di giudizio abbreviato instaurato a seguito di giudizio immediato nei confronti di imputato minorenne.

2.1. L’Ufficio ricorrente denuncia, formalmente con un unico motivo di ricorso, la “violazione della legge penale”, osservando che il generico richiamo alle norme del codice di procedura penale operato, per quanto non espressamente previsto per i minorenni, dall’art. 1 disp. proc. pen. min., non consente di ritenere che possa pronunciarsi una sentenza in ambito minorile senza tenere conto della peculiarità della personalità in formazione dell’imputato, essendo sempre necessaria, ai fini della decisione, l’integrazione delle ordinarie conoscenze giuridiche con quelle proprie di altre discipline, di cui sono esperti i giudici onorari. Ogni diversa interpretazione, tendente a introdurre eccezioni all’indicato principio, contrasterebbe con la volontà legislativa di far giudicare il minore con le garanzie proprie del collegio previsto dall’art. 50-bis, comma 2, ord. giud., dato che un possibile esito di condanna, con la conseguente scelta demandata al giudice circa il tipo e la entità della pena, non può prescindere nel processo minorile dall’analisi puntuale e specialistica della personalità dell’imputato minorenne.

Il fatto che sia funzionalmente demandata al g.u.p. la competenza ad espletare l’attività di udienza, eventualmente anche pervenendosi alla definizione del giudizio, indurrebbe, inoltre, a ritenere che il giudizio abbreviato, pur se introdotto a seguito di decreto di giudizio immediato, debba essere necessariamente celebrato dal g.u.p., nella peculiare composizione collegiale prevista dall’ordinamento giudiziario per il processo minorile.

D’altro canto – si osserva ancora – quando il legislatore, nell’ambito del processo minorile, ha ritenuto di conferire al g.i.p. il potere di decidere il merito del giudizio lo ha fatto con espressa previsione normativa ed entro ben precisi limiti, come ad esempio nelle ipotesi di sentenza di non luogo a procedere per irrilevanza del fatto (art. 27 disp. proc. pen. min.) o di declaratoria di non luogo a procedere per difetto di imputabilità (art. 26 del medesimo testo normativo).

2.2. Si deduce poi nel ricorso – sotto altro profilo – che le figure di g.i.p. e g.u.p. appartengono organicamente all’unico ufficio del giudice per le indagini preliminari, tra loro distinguendosi solo in ragione della specifica attività di volta in volta espletata nei singoli procedimenti.

Tale aspetto implica che, anche se si volesse propendere per l’attribuzione di competenza, nel caso di specie, al giudice per le indagini preliminari monocratico, non sarebbe comunque ravvisabile alcuna lesione del principio del giudice naturale ovvero alcuna situazione di incompetenza funzionale, come invece ritenuto dalla Corte di appello nella impugnata sentenza.

  1. AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA AVVOCATO PENALISTA RIMINI AVVOCATO PENALISTA RAVENNA

    AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA
    AVVOCATO PENALISTA RIMINI
    AVVOCATO PENALISTA RAVENNA

    La Seconda Sezione penale, cui era stato assegnato il ricorso, con ordinanza dell’11 dicembre 2013, ne ha rimesso la trattazione alle Sezioni Unite, al fine di stabilire se nel procedimento a carico di imputati minorenni la competenza per il giudizio abbreviato, instaurato a seguito di giudizio immediato, appartenga al giudice per le indagini preliminari ovvero al giudice dell’udienza preliminare nella composizione collegiale prevista dall’art. 50-bis, comma 2, ord. giud.

Nell’ordinanza di rimessione, premessa la condivisione delle ragioni addotte dal Procuratore Generale ricorrente, si osserva che siffatta linea interpretativa si pone tuttavia in contrasto con la giurisprudenza di legittimità, orientatasi a riconoscere la competenza del g.i.p. minorile – organo monocratico – a celebrare il rito abbreviato instaurato a seguito di giudizio immediato (Sez. 4, n. 38481 del 16/09/2008, V.A., Rv. 241552; Sez. 6, n. 14389 del 05/02/2009, S.M., Rv. 243254; Sez. 2, n. 44617 del 12/07/2013, M.G.N., Rv. 257360).

Agli argomenti basati prevalentemente su considerazioni di tipo esegetico – formale su cui si fonda la consolidata giurisprudenza, la Seconda Sezione contrappone ragioni di ordine sistematico e di inquadramento degli istituti nei principi ispiratori della specialità della condizione dell’imputato minorenne, che fanno preferire la tesi sostenuta dall’Ufficio ricorrente.

Nella ordinanza si aggiunge peraltro che, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte di appello, la questione della incompetenza dell’organo giudicante di primo grado non era rilevabile d’ufficio, non potendosi ravvisare una nullità assoluta in relazione alle condizioni di capacità del giudice e al numero dei giudici necessario per costituire il collegio, posto che “nel caso di specie [aveva] giudicato il Tribunale per i minorenni di Bologna, in funzione di Giudice dell’udienza preliminare, perfettamente capace e costituito secondo quanto previsto dalle leggi e dall’ordinamento giudiziario” (citandosi, a conforto di questo assunto, Sez. 2, n. 35444 del 28/05/2013, n.m.).

Sulla base di tali considerazioni, nella prospettiva di un’auspicata revisione dell’indirizzo giurisprudenziale contrastato, la Sezione rimettente ha dunque sollecitato l’intervento delle Sezioni Unite.

  1. Il Primo Presidente, con decreto del 3 gennaio 2014, ha assegnato il ricorso alle Sezioni Unite, fissando per la trattazione l’odierna udienza pubblica.

Considerato in diritto

  1. La questione rimessa alle Sezioni Unite può essere così formulata: “Se, nel procedimento a carico di imputati minorenni, la competenza per il giudizio abbreviato, instaurato a seguito di giudizio immediato, spetti al giudice per le indagini preliminari (giudice monocratico) ovvero al giudice dell’udienza preliminare nella speciale composizione collegiale prevista dall’art. 50-bis, comma 2, r.d. 30 gennaio 1941, n. 12 (Ordinamento giudiziario), aggiunto dall’art. 14 d.P.R. 22 settembre 1988, n. 449 (Norme per l’adeguamento dell’ordinamento giudiziario al nuovo processo penale ed a quello a carico degli imputati minorenni)”.
  1. Preliminare all’esame dell’accennata questione è quella, di tipo strettamente processuale, della natura del vizio che, in ipotesi, deriverebbe dalla inosservanza delle regole sulla composizione del giudice che ha emesso la sentenza di primo grado.

Infatti, se il supposto vizio, come sostenuto dall’ordinanza di rimessione (oltre che dal Procuratore Generale ricorrente), sia pure come argomento di chiusura e quasi come obiter dictum, non fosse comunque idoneo a integrare una nullità assoluta rilevabile d’ufficio in ogni stato e grado del processo, la sentenza di annullamento emessa dalla Corte di appello – che su tale aspetto non era stata investita dall’impugnazione dell’imputato – dovrebbe essere annullata per la sola ragione che non sussistevano i presupposti formali per l’applicazione dell’art. 604, comma 5, cod. proc. pen., e non sarebbe quindi consentito entrare nel merito del quesito.

Invece, se il tema della composizione dell’organo giudicante minorile (monocratico o collegiale) attiene a profili che evocano una ipotesi di nullità assoluta, esso dovrebbe essere necessariamente affrontato, perché solo dopo la sua risoluzione potrebbe dirsi se è stato, o non, correttamente disposto da parte della Corte di appello l’annullamento della sentenza di primo grado ex art. 604 cod. proc. pen.

In altri termini, in tanto le Sezioni Unite sono abilitate a risolvere la questione rimessa dalla Seconda Sezione in quanto riconoscano che, ove dovesse riconoscersi validità alla linea interpretativa privilegiata dalla Corte di appello, si sarebbe prodotta una nullità assoluta tale da imporre l’annullamento d’ufficio della sentenza di primo grado.

  1. Ad avviso delle Sezioni Unite il tema attiene per l’appunto a un vizio che, ove fosse ritenuto sussistente, sarebbe idoneo a determinare una nullità assoluta.

3.1. In via di prima approssimazione, la fattispecie in esame potrebbe ritenersi toccare l’aspetto – cui anche si riferisce la Corte di appello – del “numero dei giudici necessari per costituire i collegi […] stabiliti dalle leggi di ordinamento giudiziario”, evocato dall’art. 33, comma 1, cod. proc. pen.: evenienza che ricorre sia quando il numero o (deve intendersi) anche la qualità dei componenti del collegio non corrispondano a quelli previsti dalla legge, sia quando a emettere il provvedimento è un giudice singolo invece di un giudice collegiale (contra, in questa ipotesi, Sez. 3, n. 18779 del 15/03/2012, Martino, Rv. 252642, per un caso di sequestro preventivo emesso dal g.i.p. monocratico in luogo di quello collegiale previsto dalla legislazione emergenziale in materia di rifiuti della Regione Campania), sia, ancora, per l’evidente analoga ratto, quando si verifica il caso inverso.

E se così fosse, il vizio ritenuto sussistente dalla Corte di appello integrerebbe certamente una nullità assoluta, insanabile e rilevabile di ufficio in ogni stato e grado del procedimento, a norma del combinato disposto degli artt. 33, comma 1, 178, comma 1, lett. a) e 179, comma 1, cod. proc. pen..

Ma questa ipotesi (ad eccezione di quanto stabilito specificamente per “l’attribuzione degli affari penali al tribunale collegiale o monocratico” dall’art. 33, comma 3, cod. proc. pen.) attiene a ben vedere al caso, invero piuttosto raro nella pratica, in cui l’organo giudicante, del quale non si discute la competenza, risulti irregolarmente composto.

Si veda, per un’applicazione in tema di composizione del tribunale di sorveglianza, Sez. 1, n. 1933 del 25/06/1990, Rossi, Rv. 184707, a proposito della disposizione dell’art. 70, comma 5, Ord. Pen., in una fattispecie – ritenuta integrare una nullità assoluta proprio per la violazione delle regole concernenti il numero dei giudici necessari per costituire i collegi – in cui il tribunale di sorveglianza era risultato composto da tre magistrati togati, oltre che dal presidente e da due esperti laici, e non, come previsto dalla riferita norma, dal presidente, da un magistrato di sorveglianza a da due esperti.

In altri casi la giurisprudenza si è occupata, con varie soluzioni, di evenienze simili riguardanti ad esempio la composizione della corte di assise (v. tra molte, Sez. 1, n. 8737 del 13/12/2002, dep. 2003, Bogdan, Rv. 223693; Sez. 6, n. 2892 del 04/02/1998, Ripa, Rv. 210337; Sez. 1, n. 1895 del 10/06/1987, dep. 1988, Masala, Rv. 177582), o la componente onoraria, necessariamente diversificata per genere in base all’art. 50 ord. giud. (e quindi incidente non sull’elemento numerico ma su quello qualitativo), relativa al tribunale per i minorenni (caso esaminato da Corte cost., ord. n. 172 del 2001), o ancora, nella vigenza del codice del 1930 – dove la norma di riferimento era quella dell’art. 185, comma primo, n. 1 – i provvedimenti di competenza del giudice istruttore (Sez. 1, n. 6944 del 04/03/1985, Trombini, Rv. 170080).

La previsione di nullità si riferisce dunque ai casi in cui, proprio per la composizione numerica (o qualitativa) alterata, non sia possibile la identificabilità dell’organo che esercita la giurisdizione alla stregua delle previsioni di ordinamento giudiziario, “non potendo la decisione di un organo di composizione numerica diversa da quella prescritta dalla legge costituire espressione di quella sovranità […] impersonata da quel giudice nell’esercizio del magistero giurisdizionale” (così, in un molto lontano precedente, relativo alla irregolare composizione dell’adunanza del Consiglio di Stato, Sez. U civ., n. 3008 del 11/10/1952, Tesauro c. Mortati, Rv. 880247).

Nel caso in esame, invece, venendo in questione organi del tribunale per i minorenni nettamente diversi e ai quali si riconnettono distinte competenze in relazione a determinate funzioni, non si discute se il giudice che ha emesso la sentenza in primo grado fosse irregolarmente composto a fronte delle previsioni di ordinamento giudiziario, essendo invece da stabilire quale sia l’organo competente per la funzione di giudice dell’abbreviato (innestato su un giudizio immediato), e cioè se il g.i.p. minorile (monocratico) o se il g.u.p. minorile (collegiale, nella speciale composizione di un magistrato togato e di due giudici-esperti onorari); e se queste regole di ripartizione di funzioni siano state osservate.

Non ricorre perciò – neppure in astratto – la ipotesi di nullità costituita dal mancato rispetto delle norme di ordinamento giudiziario che definiscono il numero dei giudici “necessario per costituire il collegio”.

3.2. Nel caso di specie è invece evocabile una ipotesi di violazione delle regole sulla competenza “funzionale”, che, come più volte detto, implica la risoluzione della questione se nel procedimento minorile appartenga alla competenza del g.i.p. (monocratico) ovvero al g.u.p. (collegiale) la specifica funzione di giudice del giudizio abbreviato nascente da giudizio immediato.

3.3. L’incompetenza funzionale – nozione di risalente elaborazione dottrinale e successivamente accettata definitivamente dalla giurisprudenza – implica il “disconoscimento della ripartizione delle attribuzioni del giudice in relazione allo sviluppo del processo e riflette i suoi effetti direttamente sulla idoneità specifica dell’organo all’adozione di un determinato provvedimento” (così Sez. U, n. 14 del 20/07/1994, De Lorenzo, Rv. 198219; cui adde, ex aliis, Sez. U, n. 4419 del 25/01/2005, Gioia, Rv. 229981, nonché, implicitamente, Sez. U, n. 3088 del 17/01/2006, Bergamasco, in motivazione); ovvero, secondo altra definizione, espressa da illustre dottrina, il discostamento dalle regole sulle attribuzioni che “l’ordinamento giuridico assegna a un determinato organo […] in considerazione della qualità della funzione che l’organo è chiamato a svolgere”.

Va sottolineato che le citate sentenze n. 3088 del 2006, Bergamasco e n. 4419 del 2005, Gioia, hanno affermato la rilevabilità di ufficio di una ipotesi di incompetenza funzionale riguardante proprio la materia della ripartizione di competenze (dettate dal codice di procedura penale) tra l’organo che dispone il giudizio immediato e l’organo che deve decidere su un rito speciale (in quei casi, un patteggiamento).

Che la violazione delle regole sulla competenza funzionale sia produttiva di nullità assoluta, rilevabile d’ufficio, deve considerarsi ormai, anche alla luce delle decisioni citate, jus receptum.

Si deve dunque concludere che se le regole sulla competenza funzionale previste dall’ordinamento processuale minorile fossero state nel caso in esame violate – sul presupposto che la sentenza nel giudizio abbreviato derivante da giudizio immediato non doveva essere emessa dal g.u.p. (collegiale) ma dal g.i.p. (monocratico) – a ragione la Corte di appello avrebbe annullato la decisione di primo grado, a norma dell’art. 604, comma 4, cod. proc. pen., in quanto inficiata da una nullità assoluta.

3.4. È il caso di segnalare che, proprio per il mancato rilievo che avrebbe dovuto essere dato al vizio invalidante che va riconnesso ai casi in cui non sono state rispettate le regole sulla competenza funzionale, Sez. 2, n. 3544 del 28/05/2013, V., Rv. 257106, ha – non condivisibilmente – ritenuto privo di interesse il ricorso del pubblico ministero che aveva dedotto la nullità della sentenza di abbreviato nascente da immediato a carico di un minorenne in quanto emessa dal g.u.p. collegiale in luogo del g.i.p. monocratico.

3.5. Va ancora puntualizzato che ai fini del rispetto della competenza funzionale non riveste alcun rilievo, contrariamente a quanto assunto dal Procuratore Generale ricorrente, la considerazione che il g.i.p. e il g.u.p. minorile appartengano “all’unico ufficio del giudice per le indagini preliminari”, dato che la competenza in questione si distingue appunto in base alle rispettive funzioni e non in base ai rispettivi uffici (si veda ad esempio, proprio in materia di ripartizione tra g.i.p. e g.u.p. della competenza – concepita come funzionale – ad emettere provvedimenti cautelari, nell’ambito del tribunale ordinario, tra le altre, Sez. 1, n. 5609 del 22/01/2008, Maggio, Rv. 238867); fermo restando che l’asserzione appare quanto meno inesatta, dato che se anche la rubrica dell’art. 50-bis è intitolata “Giudice per le indagini preliminari”, nel corpo dell’articolo si distinguono le funzioni del g.i.p. monocratico da quelle del g.u.p. collegiale (quest’ultimo, tra l’altro, fatto rientrare nella dizione “tribunale per i minorenni”); e dette funzioni in via generale sono state nettamente separate a livello tabellare a partire quanto meno dal d. lgs. 19 febbraio 1998, n. 51 (v. in particolare l’art. 7-bis, commi 2-bis e 1-ter, ord. giud.). Sicché non può affermarsi che il giudice della udienza preliminare minorile si identifica nel “giudice per le indagini preliminari”, al pari di quanto è da dire per il tribunale ordinario (v. art. 43-bis, comma 3, lett. b, ord. giud.); fermo restando che entrambi sono “organi” dello stesso tribunale per i minorenni (v. art. 2 disp. proc. pen. min.).

P

P

  1. Occorre di conseguenza passare al merito della questione su cui è incentrata l’ordinanza di rimessione.

Ritengono le Sezioni Unite che nel processo minorile è applicabile anche per il giudizio abbreviato innestato su un giudizio immediato la regola secondo cui il giudice deve avere la speciale composizione del g.u.p. prevista per la udienza preliminare dall’art. 50-bis, comma 2, ord. giud. (un magistrato e due giudici onorari, un uomo e una donna).

4.1. Nella giurisprudenza di legittimità questa linea interpretativa appare generalmente contrastata, essendo sostenuta soltanto, a quanto risulta, dalla ordinanza di rimessione della Seconda Sezione.

L’orientamento dominante parte dal rilievo che l’art. 50-bis ord. giud. (rubricato, come detto, “Giudice per le indagini preliminari”), relativo al processo minorile, individua come competente per l’adozione dei provvedimenti previsti per la fase delle indagini un giudice singolo (comma 1), prescrivendo una speciale composizione collegiale (un magistrato e due giudici onorari, un uomo e una donna) per la funzione di udienza preliminare (comma 2).

Considerato poi che la funzione di giudice dell’abbreviato nascente da decreto di giudizio immediato, da un lato, fuoriesce dalla fase delle indagini preliminari e, dall’altro lato, non trova collocazione nella udienza preliminare, e che non si rinvengono nell’art. 50-bis criteri di individuazione dell’organo preposto a tale specifica funzione nel processo minorile, varrebbe il generale rinvio operato dall’art. 1, comma 1, disp. proc. pen. min., “per quanto da esse non previsto”, alle disposizioni del codice di procedura penale (c.d. principio di sussidiarietà), e, quindi, anche all’art. 458 cod. proc. pen., non derogato dalle disposizioni minorili, il cui comma 2 dispone che sulla richiesta di giudizio abbreviato a seguito di decreto di giudizio immediato provvede, previa fissazione della udienza, lo stesso g.i.p. (monocratico), pur se impersonato da un magistrato diverso da quello che ha emesso il decreto di giudizio immediato, data la previsione di incompatibilità di cui all’art. 34, comma 2, cod. proc. pen.

In breve, il ricorso a detta norma di rinvio sarebbe necessario, non soccorrendo al riguardo, per le ragioni già dette, la previsione dell’art. 50-bis ord. giud.

Per tale orientamento, v. Sez. 2, n. 44617 del 12/07/2013, M., Rv. 257360; Sez. 2, n. 3335 del 08/01/2010, B.J., n.m.; Sez. 6, n. 14389 del 05/02/2009, S., Rv. 243254; Sez. 4, n. 38481 del 16/09/2008, V., Rv. 241552; Sez. 1, n. 14669 del 18/01/2007, T., Rv. 236573 (quest’ultima espressasi in un caso in cui dalla tesi della competenza dell’organo monocratico nella fattispecie di cui si è detto si è fatta discendere quella della competenza in capo allo stesso organo a decidere sulla richiesta del pubblico ministero di aggravamento della misura cautelare applicata all’imputato minorenne).

Non vi sarebbe poi alcuna inadeguatezza dell’organo monocratico a giudicare il minore, considerato che il g.i.p. minorile ha una particolare professionalità settoriale, tanto che in altri casi esso è espressamente abilitato a definire il giudizio nei confronti dell’imputato minorenne, come previsto dall’art. 26 (declaratoria di non imputabilità trattandosi di soggetto infraquattordicenne) o dall’art. 27 disp. proc. pen. min. (sentenza di non luogo a procedere per irrilevanza del fatto).

4.2. L’ordinanza di rimessione e la prevalente dottrina sono di opinione contraria, e il Collegio condivide questa diversa linea interpretativa, in base alle considerazioni che seguono.

4.3. In primo luogo, è proprio il dato formale privilegiato dalla giurisprudenza dominante che non sembra avere il significato univoco che ad esso si vuole attribuire.

Il generale rinvio operato dall’art. 1, comma 1, disp. proc. pen. min. alla disciplina codicistica rappresenta un argomento debole, sia per il carattere generale di chiusura di tale previsione sia perché, esso, come ogni disposizione, deve confrontarsi con il pacifico canone interpretativo secondo cui il senso di qualsivoglia norma, quando non assolutamente incontrovertibile, deve tenere conto del complesso della disciplina in cui trova collocazione.

D’altronde, il rinvio alle disposizioni del codice di procedura penale, su cui si fa generalmente leva, vale “per quanto non previsto” dalle disposizioni sul processo penale minorile, ma questa espressione non equivale a quella “per quanto non specificamente previsto”. Mentre va tenuto in conto che il secondo periodo del medesimo comma 1 dell’art. 1 prevede che le disposizioni codicistiche generali “sono applicate in modo adeguato alla personalità e alle esigenze educative del minorenne” (principio c.d. di adeguatezza applicativa).

Ora, non è dubbio che la funzione di giudizio nel processo minorile richiede specifiche indagini sulla personalità del minore che implicano l’intervento di un organo specializzato, integrato da esperti, diversificati per genere, che affiancano il giudice in quanto in possesso di particolari competenze (v. art. 50 ord.giud.).

Come espresso sub art. 2 disp. proc. pen. min. dalla Relazione al Testo Definitivo delle disposizioni sul processo penale a carico di imputati minorenni (p. 219), “se è vero che prontezza d’intervento e di presenza continua sono tipici requisiti del giudice per le indagini preliminari e militano a favore della monocraticità, è anche vero che esistono ragioni del massimo rilievo a favore della collegialità: prima fra tutte l’esigenza di mantenere la specialità dell’organo, determinata dalla presenza dei componenti privati accanto ai magistrati togati. E tale esigenza è ancor più viva quando si considerino i vari sbocchi dell’udienza preliminare minorile, nella quale la funzione di garanzia della legalità si accompagna a complesse valutazioni sulla personalità del minorenne che richiedono l’apporto della componente laica del collegio. Opportuna appare quindi la scelta effettuata nell’art. 14 delle Norme per l’adeguamento dell’ordinamento giudiziario [introduttivo dell’art. 50-bis], dove si rimettono a un collegio composto da un magistrato togato e da due giudici onorari i provvedimenti da assumere in udienza preliminare, limitando la monocraticità ai soli provvedimenti di competenza del giudice delle indagini preliminari”.

Va rimarcato che la previsione di una competenza collegiale per la funzione di udienza preliminare venne inserita su sollecitazione della Commissione bicamerale parlamentare (oltre che di vari organi istituzionali interpellati per il parere), che, in sede di esame del testo sul progetto preliminare (con specifico riferimento all’elencazione degli organi giudiziari minorili contenuta nell’art. 2 disp. proc. pen. min.) aveva segnalato l’opportunità “che il giudice nella udienza preliminare sia collegiale date le funzioni particolari che tale giudice si vede attribuire”.

Non può condividersi la tesi, sostenuta in alcune pronunce espressive dell’orientamento dominante, secondo cui la particolare specializzazione del giudice minorile sarebbe garanzia sufficiente per una adeguata valutazione da parte dell’organo monocratico della personalità del minore, giacché essa incontra inesorabilmente l’obiezione per cui, stando a un simile argomento, non si comprenderebbe la scelta del legislatore di affidare a un organo collegiale misto la funzione di udienza preliminare, sede ove non necessariamente si pronunciano sentenze sul merito della imputazione, come invece avviene all’esito di giudizio abbreviato, qualunque sia il percorso processuale che in esso confluisce.

Per di più il contenuto organico dei tribunali per i minorenni, con particolare riguardo a quelli numericamente più piccoli, determina non infrequentemente la necessità di sostituzione dei giudici togati, per situazioni di incompatibilità o di altro genere, con magistrati incardinati nei tribunali ordinari, mediante la procedura di supplenza esterna o di applicazione rispettivamente previste dagli artt. 97 e 110 ord. giud.; e tale ricorrente evenienza era stata alla base della questione costituzionalità decisa con ordinanza Corte cost. n. 330 del 2003, che, nel dichiarare la stessa manifestamente infondata, ha osservato che in simili situazioni “la specializzazione del giudice minorile, finalizzata alla protezione della gioventù sancita dalla Costituzione, è assicurata dalla struttura complessiva di tale organo giudiziario, qualificato dall’apporto degli esperti laici”.

Non vale, poi, replicare che in alcuni casi a emettere sentenze di merito è un giudice minorile monocratico. Si tratta di competenze (peraltro non rimaste immuni da rilievi critici da parte della dottrina specialistica) relative alla declaratoria della non imputabilità o della irrilevanza del fatto che sfociano in provvedimenti liberatori per l’imputato che, lungi dall’implicare un giudizio di colpevolezza, sono tesi anzitutto ad assicurare, quando è possibile, l’anticipata fuoriuscita del minore dal procedimento (v. Corte cost., sent. n. 103 del 1997) e non sono, comunque, afflittivi; in cui è, perciò, meno forte (ed evidentemente recessiva rispetto all’interesse alla definizione anticipata) l’esigenza di un apporto qualificato di esperti, pur se in linea generale determinante nella elaborazione di programmi rieducativi adeguati alla personalità in formazione dell’imputato, che si affianca alla valutazione prevalentemente tecnico-giuridica del magistrato togato.

4.4. Mantenendosi, poi, sul piano strettamente esegetico, vale osservare che, in base all’art. 441, comma 1, cod. proc. pen., al giudizio abbreviato si estendono le disposizioni previste per la udienza preliminare: e posto che anche questa norma deve ritenersi richiamata dall’art. 1, comma 1, disp. proc. pen. min., potrebbe dunque dirsi che è alle norme della udienza preliminare minorile, in cui il giudice ha composizione integrata, che il rinvio deve intendersi essere fatto.

Va ancora considerato che nell’art. 458 cod. proc. pen., il quale, nella contrastata tesi, sarebbe indirettamente richiamato dalla equivoca disposizione dell’art. 1, comma 1, disp. proc. pen. min., non può evidentemente cogliersi una ratio di attribuzione di una competenza “speciale” al g.i.p. contrapposta a quella del g.u.p. (organi entrambi monocratici nel processo a carico dei maggiorenni), ma semplicemente quella di individuare l’organo che, non devolvendosi il processo alla fase dibattimentale, è chiamato a decidere sul giudizio abbreviato innestato sulla richiesta di giudizio immediato, con indicazione delle relative formalità procedimentali. Fermo restando che il g.i.p. che ha fissato l’udienza in cui si dovrà decidere circa la instaurazione del giudizio abbreviato deve comunque “passare la mano” ad altro organo appartenente al medesimo ufficio (si veda, tra le altre, Sez. U, n. 30200 del 28/04/2011, Ohonba, in motivazione).

Di contro, nel processo minorile, non sarebbe ragionevole che, per una scelta del p.m. – che può essere affatto discrezionale – circa le modalità di esercizio dell’azione penale (richiesta di decreto di giudizio immediato anziché emissione del decreto che dispone il giudizio, che da luogo alla udienza preliminare), possa mutare la individuazione, e con essa la composizione da collegiale a monocratica, del giudice chiamato a una stessa funzione, quella appunto del giudizio abbreviato, che si esplica secondo norme processuali del tutto analoghe e sfocia negli stessi esiti.

4.5. In conclusione, alla via esegetica che contrappone la fisionomia monocratica del g.i.p. a quella collegiale del g.u.p. minorile nell’ambito dell’identico munus di giudizio si deve preferire quella che trae risolutiva ragione dalla simmetria della funzione che il giudice esplica in sede di giudizio abbreviato, che non vi è ragione che sia diversificata sulla base di accidenti procedurali che non incidono sui poteri decisori e per di più derivano da scelte che possono dipendere da valutazioni discrezionali del pubblico ministero.

È infatti il peculiare “contenuto decisorio” degli esiti del giudizio abbreviato che impone la composizione collegiale dell’organo giudicante, non la sede formale in cui questi si innestano.

  1. Va conseguentemente enunciato il seguente principio di diritto: “Nel processo penale a carico di imputati minorenni la competenza per il giudizio abbreviato, sia esso instaurato nell’ambito della udienza preliminare o a seguito di decreto di giudizio immediato, spetta al giudice nella composizione collegiale prevista dall’art. 50-bis, comma 2, dell’ordinamento giudiziario”.
  1. Da quanto sopra discende che la sentenza impugnata deve essere annullata senza rinvio, con trasmissione degli atti alla Sezione per i minorenni della Corte di appello di Firenze che, in sede di nuovo giudizio, dovrà procedere all’esame dei motivi di appello pretermessi dalla Corte bolognese.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata e dispone la trasmissione degli atti alla Sezione per i minorenni della Corte di appello di Firenze.

 

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Buongiorno avv., Mi sono rivolta a Lei xke’ ho alcune cose da sistemare in merito alla mia separazione. Dal colloquio ke abbiamo avuto posso dire di essere stata molto soddisfatta grazie alla sua competenza e disponibilita’ nel venire a capo alle grosse problematiche ke questa situazione crea. From Avvocato Penalista Bologna, post Sabrina Post Footer […]- Sabrina

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