Non perderti le ultime bancarotta fraudolenta- bancarotta documentale.- ricorsi cassazione per condanna bancarotta

Il consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità ritiene la sentenza dichiarativa di fallimento rientra tra gli elementi integranti la fattispecie di reato.
Tale affermazione trova la sua origine presso questa Corte nella sentenza di Sez. U, n. 2 del 25/01/1958, Mezzo, Rv. 980040, nella quale si legge che, a differenza delle condizioni obiettive di reato, che presuppongono un reato già strutturalmente perfetto, la sentenza dichiarativa di fallimento costituisce una condizione di esistenza del reato o, per meglio dire, un elemento al cui concorso è collegata l’esistenza del reato, relativamente a quei fatti commissivi od omissivi anteriori alla sua pronuncia.
La giurisprudenza successiva ha tratto da tale indicazione la conseguenza che la dichiarazione di fallimento, pur essendo elemento costitutivo della fattispecie di bancarotta fallimentare prevista dall’art. 216 L. Fall., non ne rappresenta l’evento e non deve necessariamente essere collegata da nesso psicologico al soggetto agente (Sez. 5, n. 15850 del 26/06/1990, Bordoni, Rv. 185883, la quale ha aggiunto che il principio della responsabilità personale in materia penale non presuppone che tutti gli elementi della fattispecie siano dipendenti dall’atteggiamento psichico dell’agente), come pure da un nesso eziologico con la condotta (v., ad es., Sez. 5, n. 36088 del 27/09/2006, Corsatto, Rv. 235481). Dall’orientamento indicato si è discostata la sentenza n. 47502 del 24/09/2012, Corvetta, citata dal ricorrente, la quale, muovendo dalla premessa che, nel reato di bancarotta fraudolenta per distrazione, lo stato di insolvenza che dà luogo al fallimento costituisce elemento essenziale del reato, in quanto evento dello stesso, ha ritenuto che esso deve porsi in rapporto causale con la condotta dell’agente e deve essere, altresì, sorretto dall’elemento soggettivo del dolo.
Siffatta ricostruzione è rimasta isolata nella giurisprudenza di legittimità, (si vedano, infatti, Sez. 5, n. 32352 del 07/03/2014, Tanzi, Rv. 261942; conf., ex plurimis, Sez. 5, n. 11095 del 13/02/2014, Ghirardelli, Rv. 262741; Sez. 5, n. 47616 del 17/07/2014, Simone, Rv. 261683; Sez. 5, n. 26542 del 19/03/2014, Riva, Rv. 260690; Sez. 5, n. 11793/14 del 05/12/2013, Marafioti, Rv. 260199; Sez. 5, n. 232 del 09/10/2012, Sistro, Rv. 254061).
In particolare, è stato reiteratamente affermato che il delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione è reato di pericolo a dolo generico per la cui sussistenza, pertanto, non è necessario che l’agente abbia consapevolezza dello stato di insolvenza dell’impresa, nè che abbia agito allo scopo di recare pregiudizio ai creditori (Sez. 5, n. 3229/13 del 14/12/2012, Rossetto, Rv. 253932; conf., ex plurimis, Sez. 5, n. 21846 del 13/02/2014, Bergamaschi, Rv. 260407).
La critica alle conclusioni raggiunte da Sez. 5, n. 47502 del 24/09/2012, Corvetta cit. possono sostanzialmente riassumersi nei seguenti rilievi: a) il dato normativo, per il quale la rilevanza del rapporto causale tra condotta e dissesto è previsto per le sole fattispecie di bancarotta impropria ex art. 223, comma 2, L. Fall.; b) il carattere di mero paralogismo dell’affermazione che il fallimento è l’evento del reato; c) la, del tutto problematica, ipotizzabilità di un rapporto causale tra dissesto e fatti di bancarotta documentale (cfr. tra le altre, Sez. 5, n. 32352 del 07/03/2014, Tanzi; Sez. 5, n. 32031 del 07/05/2014, Daccò, Rv. 261988, in motivazione; Sez. 5, n. 15613 del 05/12/2014, Geronzi, Rv. 263805, in motivazione).
In particolare, si è ritenuto, da parte della giurisprudenza di legittimità sinora largamente prevalente, che la sentenza dichiarativa di fallimento integra una condizione di esistenza del reato, che ne segna il momento consumativo, senza, tuttavia, che le si possa attribuire la qualifica di evento, come se non fosse data via di uscita rispetto all’alternativa tra condizione obiettiva di punibilità ed evento del reato: al contrario, può certamente affermarsi che è facoltà del legislatore inserire nella struttura dell’illecito penale elementi costitutivi estranei alla cennata dicotomia (Sez. 5, n. 32352 del 07/03/2014, Tanzi cit.). Sez. 5, n. 32031 del 07/05/2014, Daccò, cit., dal canto suo, ha osservato che la qualificazione, da parte della citata sentenza n. 2 del 25/01/1958, della dichiarazione di fallimento come ‘condizione di esistenza del reato’ manifesti chiaramente l’intento di denotare una realtà diversa da quella dell’elemento costitutivo del reato, quanto meno nel significato proprio del termine, indicando essa una componente necessaria perchè il fatto sia penalmente rilevante, ma, come evidenziato dal termine condizione, distinta dai dati costitutivi della struttura essenziale del reato: di qui il riferimento ad una nozione di elemento costitutivo in senso assolutamente improprio, riferimento, questo, ripreso anche da Sez. 5, n. 15613 del 05/12/2014, Geronzi cit.
3. Le conclusioni operative rivenienti dalla consolidata giurisprudenza di questa Corte sono state di recente ribadite, sia pure con la significativa precisazione concettuale della quale si dirà (v, infra, p. 6), da Sez. U, n. 22474 del 31/03/2016, Passarelli, Rv. 266804, le quali hanno rilevato che, ai fini della sussistenza del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale, non è necessaria l’esistenza di un nesso causale tra i fatti di distrazione ed il successivo fallimento, essendo sufficiente che l’agente abbia cagionato il depauperamento dell’impresa, destinandone le risorse ad impieghi estranei alla sua attività, sicchè, una volta intervenuta la dichiarazione di fallimento, i fatti di distrazione assumono rilievo in qualsiasi momento siano stati commessi e, quindi, anche se la condotta si è realizzata quando ancora l’impresa non versava in condizioni di insolvenza.
E’, dunque, l’effettiva offesa alla conservazione dell’integrità del patrimonio dell’impresa, costituente la garanzia per i creditori della medesima (Corte cost., ord. n. 268 del 1989) che funge da parametro della concreta applicazione della norma incriminatrice e consente di configurare il reato in esame come di pericolo concreto.
Conferma di tale conclusione si trae dalla costante giurisprudenza di legittimità in tema di bancarotta cd. ‘riparata’, che si configura, determinando l’insussistenza dell’elemento materiale del reato, quando la sottrazione dei beni venga annullata da un’attività di segno contrario, che reintegri il patrimonio dell’impresa prima della soglia cronologica costituita dalla dichiarazione di fallimento, così annullando il pregiudizio per i creditori o anche solo la potenzialità di un danno (Sez. 5, n. 52077 del 04/11/2014, Lelli, Rv. 261347).
Sempre nella prospettiva del reato di pericolo concreto, si apprezzano anche gli approdi in tema di elemento psicologico, la cui sussistenza richiede la rappresentazione da parte dell’agente della pericolosità della condotta distrattiva, da intendersi come probabilità dell’effetto depressivo sulla garanzia patrimoniale che la stessa è in grado di determinare e, dunque, la rappresentazione del rischio di lesione degli interessi creditori tutelati dalla norma incriminatrice (Sez. 5, n. 15613/15 del 05/12/2014, Geronzi, cit.).
In definitiva, il dolo di bancarotta investe anche la pericolosità di tale condotta rispetto alla preservazione della garanzia patrimoniale dei creditori, in tal modo rivelando la fraudolenza degli atti posti in essere (Sez. 5, n. 9807 del 13/02/2006, Caimmi, Rv. 234232, in motivazione).

diritto penale Bologna

VICENZA TREVISO BOLOGNA AVVOCATO PER DIFESA BANCAROTTA FRAUDOLENTA

VICENZA TREVISO BOLOGNA AVVOCATO PER DIFESA BANCAROTTA FRAUDOLENTA

 

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 AFOTOCASSAZIONESCRITTA

In ordine al contenuto della prima doglianza, ritiene questo Collegio giudicante che occorra fornire continuità applicativa al principio già fissato da questa Corte con il noto precedente rappresentato dalla sentenza n. 33774 del 16/06/2015 (dep. 30/07/2015, Crespi e altri, Rv. 264868). Ed invero, è stato convincentemente affermato, nel ricordato arresto giurisprudenziale, il principio interpretativo secondo il quale in tema di bancarotta fraudolenta impropria ‘da reato societario’, di cui all’art. 223, secondo comma, n. 1, R.D. 16 marzo 1942 n. 267, la nuova formulazione degli artt. 2621 e 2622 cod. civ., introdotta dalla L. 27 maggio 2015, n. 69, ha determinato eliminando l’inciso ‘ancorché oggetto di valutazioni’, ed inserendo il riferimento, quale oggetto anche della condotta omissiva, ai ‘fatti materiali non rispondenti al vero’ – una successione di leggi con effetto abrogativo, peraltro limitato alle condotte di errata valutazione di una realtà effettivamente sussistente (in applicazione del principio, la S.C. ha ritenuto escluse dall’effetto parzialmente abrogativo l’esposizione di crediti inesistenti perché originati da contratti fittizi, l’esposizione di crediti concernenti i ricavi di competenza dell’esercizio successivo, l’esposizione di crediti relativi ad una fattura emessa per operazioni inesistenti).

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I reati fallimentari sono contenuti nel r.d. 16 marzo 1942 n. 267.

L’’art. 216 L. Fall., incrimina le ipotesi di bancarotta fraudolenta patrimoniale, bancarotta documentale e bancarotta preferenziale.

La bancarotta fraudolenta patrimoniale tutela la garanzia dei creditori costituita dal patrimonio dell’imprenditore individuale.

L’oggetto materiale delle condotte è costituito dai beni dell’imprenditore dotati di valore economico, e dunque l’offesa si concretizza attraverso l’aggressione sul patrimonio del soggetto attivo, ivi ricompresi i diritti di proprietà, diritti reali, diritti sui beni immateriali, diritti di credito, diritti di godimento derivanti dai rapporti contrattuali, e così via. L’avvocato penalista Bologna  informa che la principale distinzione del reato di Bancarotta è tra bancarotta semplice (artt. 217 e 224, L. Fall.) e bancarotta fraudolenta (artt. 216, 223, L. Fall.), relativa ad una differente intensità della gravità oggettiva e soggettiva.

La bancarotta può essere propria o impropria, a seconda che il fatto di bancarotta semplice o fraudolenta sia commesso da un imprenditore individuale fallito o da un soggetto diverso dal fallito, come, ad esempio, un amministratore, un direttore generale, un sindaco o un liquidatore di una società commerciale.

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BANCAROTTA FRAUDOLENTA DOCUMENTALE

Ciò posto, deve osservarsi che, secondo la costante giurisprudenza della Corte Corte, dal punto di vista oggettivo sussiste il reato di bancarotta fraudolenta documentale non solo quando la ricostruzione del patrimonio si renda impossibile per il modo in cui le scritture contabili sono state tenute, ma anche quando gli accertamenti, da parte degli organi fallimentari, siano stati ostacolati da difficoltà superabili solo con particolare diligenza (Sez. 5, Sentenza n. 21588 del 19/04/2010 Ud. (dep. 07/06/2010) Rv. 247965; Conformi: N. 10423 del 2000 Rv. 218383, N. 24333 del 2005 Rv. 232212).

Dal punto di vista soggettivo, poi, è unanime la conclusione che il reato di bancarotta fraudolenta documentale, integrato nella forma della tenuta irregolare delle scritture, è a dolo generico e non specifico come sostenuto dal ricorrente.

L’integrazione del reato di bancarotta fraudolenta documentale di cui alla seconda ipotesi dell’art. 216, comma primo n. 2, L. fall., infatti, richiede il dolo generico, ossia la consapevolezza che la confusa tenuta della contabilità renderà o potrà rendere impossibile la ricostruzione delle vicende del patrimonio, in quanto la locuzione “in guisa da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari “connota la condotta e non la volontà dell’agente, sicché è da escludere che essa configuri il dolo specifico (Sez. 5, Sentenza n. 21872 del 25/03/2010 Ud. (dep. 08/06/2010) Rv. 247444; conformi: N. 31356 del 2001 Rv. 220167, N. 21075 del 2004 Rv. 229321, N. 46972 del 2004 Rv. 230482, N. 24328 del 2005 Rv. 232209, N. 6769 del 2006 Rv. 233997, N. 26807 del 2006 Rv. 235006, N. 1137 del 2009 Rv. 242550).

CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. V PENALE – SENTENZA 22 febbraio 2016, n.6916 – Pres. Zaza – est. Amatore

Ritenuto in fatto

  1. Con l’ordinanza impugnata il Tribunale del Riesame di Vicenza aveva respinto il ricorso presentato dall’istituto di credito sopra indicato, confermando il provvedimento di sequestro preventivo adottato dal Gip di Vicenza in data 24.7.2015 in relazione al reato di false comunicazioni sociali.

1.1 Avverso la detta ordinanza ricorre la BANCA POPOLARE DELL’ALTO ADIGE, affidando la sua impugnativa a due motivi di doglianza.

1.2 Il ricorso proposto nell’interesse dell’istituto di credito deduce violazione ed erronea applicazione degli artt. 2621 c.c., 2 cp e 3 D.lgs. n. 231/01 con conseguente violazione dell’art. 321 per assenza di astratta configurabilità di un reato punibile nel caso di specie. Deduce la parte ricorrente, più nel dettaglio, che, in seguito alla novella legislativa disposta con la l. 69/2015, si sono introdotte rilevanti modifiche nel tessuto normativo relativo all’art. 2621 c.c., prevedendosi, per quanto qui interessa, il requisito della rilevanza dei fatti materiali e l’omessa considerazioni delle valutazioni. Rileva il ricorrente che, secondo l’interpretazione prevalente invalsa sia in dottrina che nella recentissima giurisprudenza di questa Corte, i ‘fatti materiali’ contemplati nella nuova norma, così novellata, devono essere interpretati in senso necessariamente restrittivo, escludendo pertanto che nel predetto paradigma possano rientrare anche le valutazioni. Deduce pertanto la parte ricorrente che, sulla base della nuova normativa, devono essere considerati depenalizzati i falsi estimativi. Rileva inoltre che erroneamente il giudice impugnato, pur nella consapevolezza della portata delle innovazioni legislative sopra illustrate, aveva ritenuto che nel caso in esame non rilevassero falsi estimativi, non trattandosi, secondo il Tribunale del Riesame, di una errata stima delle partecipazioni, ma di una situazione fattuale in cui non si erano tenuti in considerazione elementi fattuali noti dai quali si evinceva che l’iscrizione in bilancio del valore delle quote acquistate dalla Carife non corrispondeva al valore reale della partecipazione. Osserva invece la parte ricorrente che pacificamente nel caso di specie si trattava di una valutazione quella operata dalla Banca ora incorporata, riguardando l’operazione di iscrizione del valore delle quote di partecipazione acquisite, valore che era stato peraltro correttamente fissato nel prezzo di acquisto delle quote, e cioè al valore di 38 milioni di Euro. Rileva inoltre la Banca ricorrente che altrettanto correttamente nel successivo bilancio del 2011 aveva ridotto il valore delle predette quote ad Euro 20,5 milioni di Euro, iscrivendo coerentemente il valore di 18 milioni di Euro quale credito nascente nei confronti della cessionaria delle quote Carife in seguito ad una svalutazione espressamente prevista in una clausola del contratto di cessione delle quote. Osserva inoltre la parte ricorrente che proprio la circostanza che sia stato iscritta in bilancio la cifra di 17,8 milioni di Euro come credito e non già, come rappresentato in tesi dall’accusa, come mera attività potenziale conferma la natura valutativa delle predetta iscrizione in bilancio e dunque l’insussistenza di una ipotesi criminosa contestabile secondo la nuova veste assunta dall’art. 2621 c.c.. Osserva inoltre la parte ricorrente che le medesime considerazioni possono essere ripetute per la successiva iscrizione nel bilancio 2012 del valore ulteriormente ridotto di Euro 7,72 milioni di Euro relativo alle predette quote sulla base dell’indicazione fornita dall’arbitratore KPMG, per il quale ugualmente l’ipotesi accusatoria evidenzia la mancata iscrizione come mera attività potenziale.

1.3 Con il secondo motivo di impugnativa si denunzia la violazione degli artt. 19 e 53 del D.lgs. 231/2001 in relazione al profilo della determinazione del profitto confiscabile. Evidenzia la parte ricorrente l’erroneità della decisione impugnata là dove aveva confuso il concetto di vantaggio con quello di profitto eventualmente confiscabile. Deduce la parte ricorrente che – affinché vi sia un profitto confiscabile – occorre l’esistenza di un incremento patrimoniale in favore dell’ente che peraltro si ponga in rapporto di derivazione causale con il fatto di reato contestato, e cioè nel caso di specie con il reato di false comunicazioni sociali. Osserva pertanto che l’individuazione dell’oggetto della confisca nell’utile non distribuito e destinato a riserva per gli anni 2010 e 2011 non rappresentava propriamente un incremento patrimoniale discendente dalla commissione del reato, ma al più un mero vantaggio economico.

1.4 Con successiva memoria ex art. 121 cpp datata 2.12.2015 il Pm procedente ha altresì evidenziato e ribadito, allegando un’annotazione della GdF della Compagnia di Vicenza, l’esistenza di un profitto confiscabile.

ABB2Considerato in diritto

  1. Il ricorso è infondato.

2.1 In ordine al contenuto della prima doglianza, ritiene questo Collegio giudicante che occorra fornire continuità applicativa al principio già fissato da questa Corte con il noto precedente rappresentato dalla sentenza n. 33774 del 16/06/2015 (dep. 30/07/2015, Crespi e altri, Rv. 264868). Ed invero, è stato convincentemente affermato, nel ricordato arresto giurisprudenziale, il principio interpretativo secondo il quale in tema di bancarotta fraudolenta impropria ‘da reato societario’, di cui all’art. 223, secondo comma, n. 1, R.D. 16 marzo 1942 n. 267, la nuova formulazione degli artt. 2621 e 2622 cod. civ., introdotta dalla L. 27 maggio 2015, n. 69, ha determinato eliminando l’inciso ‘ancorché oggetto di valutazioni’, ed inserendo il riferimento, quale oggetto anche della condotta omissiva, ai ‘fatti materiali non rispondenti al vero’ – una successione di leggi con effetto abrogativo, peraltro limitato alle condotte di errata valutazione di una realtà effettivamente sussistente (in applicazione del principio, la S.C. ha ritenuto escluse dall’effetto parzialmente abrogativo l’esposizione di crediti inesistenti perché originati da contratti fittizi, l’esposizione di crediti concernenti i ricavi di competenza dell’esercizio successivo, l’esposizione di crediti relativi ad una fattura emessa per operazioni inesistenti).

2.2 In termini ricostruttivi e per quanto interessa l’odierna vicenda processuale, occorre qui ricordare che il nuovo assetto dei reati di false comunicazioni sociali – a seguito dell’entrata in vigore della l. 27 maggio 2015, n. 69 – è costituito da due fattispecie incriminatrici (artt. 2621 e 2622), caratterizzate entrambe come reati di pericolo e differenziate alla luce della tipologia societaria, e da due norme (artt. 2621 bis e 2621 ter) riferite solo all’art. 2621 e contenenti una cornice di pena più mite per i fatti di ‘lieve entità’ e una causa di non punibilità per la loro ‘particolare tenuità’.

Si deve dunque precisare che è stata confermata l’architettura a ‘piramide punitiva’ degl’i illeciti in materia di false comunicazioni sociali, ma la struttura dell’impianto è fondata da soli delitti, essendosi abbandonato il modello contravvenzionale che caratterizzava la previgente incriminazione contenuta nell’art. 2621 cod. civ. per le aziende non quotate in borsa, nonché l’illecito amministrativo introdotto nel 2005 all’interno delle figure in questione (l. n. 262 del 2005).

La condotta del ‘nuovo’ art. 2621 cod. civ. consiste nella esposizione ‘nei bilanci, nelle relazioni o nelle altre comunicazioni sociali dirette ai soci o al pubblico, previste dalla legge, (…) fatti materiali rilevanti non rispondenti al vero’ o di omettere ‘fatti materiali rilevanti la cui comunicazione è imposta dalla legge sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale la stessa appartiene, in modo concretamente idoneo ad indurre altri in errore’.

In sintesi, può affermarsi che i “fatti materiali”, non ulteriormente qualificati, sono l’oggetto tipico della sola condotta di esposizione contemplata dall’art. 2622 cod. civ.; diversamente i “fatti materiali rilevanti” costituiscono l’oggetto tipico dell’omessa esposizione nel medesimo art. 2622 cod. civ. e rappresentano anche l’oggetto della condotta tipica – sia nella forma commissiva, sia nella forma omissiva – nell’art. 2621 cod. civ..

Sembra fondato ritenere che in posizione centrale delle condotte tipiche vi sia ancora il concetto di ‘fatti materiali’, ma, a differenza della previgente formulazione è venuto meno – come meglio si dirà nel prosieguo – l’inciso “ancorché oggetto di valutazioni”. I ‘fatti materiali’ – oggetto nei tre veicoli (bilanci, relazioni, comunicazioni sociali) della falsità nella forma commissiva od omissiva – devono essere connotati altresì sul piano oggettivo della tipicità dal requisito della ‘idoneità a indurre in errore’, e sul piano soggettivo della tipicità, dal requisito della ‘consapevolezza’ e dalla finalità di conseguire un ‘ingiusto profitto’.

2.3 Ebbene, il reato è tuttora previsto come realizzabile, come sopra accennato, con due modalità esecutive di condotta distinte ed alternative : l’una attiva, costituita dall’esposizione di fatti non rispondenti al vero sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale essa appartiene; l’altra prevalentemente di natura omissiva, integrata in quanto tale dalla mancata indicazione di fatti quali quelli sopra indicati, la cui comunicazione è imposta dalla legge.

2.4 Per quanto qui di interesse, occorre ricordare che la modifica di maggior spessore, introdotta dalla legge sopra menzionata con riguardo alla condotta del reato, è senza dubbio quella che ha investito la modalità oggettuale relativa ai fatti sui quali deve cadere la falsità penalmente rilevante. Ed invero, la precedente formulazione della norma individuava la condotta attiva nell’esposizione di ‘fatti materiali non rispondenti al vero, ancorché oggetto di valutazioni’, e la condotta omissiva nella mancata indicazione di ‘informazioni la cui comunicazione è imposta dalla legge’. Ebbene, per effetto della riforma, la condotta rileva ora in quanto concernente, per la condotta attiva, ‘fatti materiali rilevanti non rispondenti al vero’, e per quella omissiva ‘fatti materiali rilevanti la cui comunicazione è imposta dalla legge’.

2.5 Ne discende che le diversità testuali fra le due versioni sono evidenti : la modalità omissiva della condotta è stata uniformata a quella attiva nell’essere indirizzata su ‘fatti materiali’, e non più su ‘informazioni’; per entrambe le modalità esecutive è stato introdotto il requisito della rilevanza dei fatti sui quali incide il falso; e, per la modalità attiva, si registra la completa espunzione della qualificazione dei fatti come ‘ancorché oggetto di valutazioni’.

ABA22.6 In realtà, è proprio l’ultimo degli aspetti indicati, ossia la soppressione del riferimento alle valutazioni, che ha attirato l’attenzione dei primi commentatori della riforma.

Sul punto, giova ricordare che ancora prima della definitiva deliberazione della norma in esame, allorché la stessa aveva assunto la forma attuale nel corso dei lavori parlamentari, l’eliminazione dell’espressione indicata è stata letta nel senso della privazione di rilevanza penale delle falsità ricadenti su valutazioni estimative, con un effetto sostanzialmente abrogativo di una parte consistente della fattispecie incriminatrice. È stato, per contro, osservato da una parte della dottrina che alla resecazione dal testo normativo dell’espressione di cui qui si discute non sarebbe possibile attribuire un effetto abrogativo della portata di quello descritto, in quanto diretta su una parte di quel testo che già in precedenza era stata ritenuta sostanzialmente superflua. Si è affermato che il predetto inciso rappresentava un’inutile superfetazione, in realtà, finalizzata unicamente a rimarcare l’esito di un lungo dibattito, iniziato già sotto la vigenza della formulazione dell’art. 2621 c.c. precedente alla modifica del 2002, nel senso dell’inclusione dei fatti valutativi fra quelli la cui esposizione, in quanto connotata da difformità dal vero, integrava la fattispecie incriminatrice.

2.7 In tale contesto ricostruttivo, si colloca invero l’arresto giurisprudenziale sopra menzionato al quale convintamente anche questo Collegio intende fornire continuità interpretativa (Sez. V, 16 giugno 2015 n. 33774, cit.). In sintesi, può ricordarsi che la Corte ha affermato, in quella occasione, che ‘il dato testuale e il confronto con la previgente formulazione degli artt. 2621 e 2622, come si è visto in una disarmonia con il diritto penale tributario e con l’art. 2638 cod. civ., sono elementi indicativi della reale volontà legislativa di far venir meno la punibilità dei falsi valutativi’.

2.7.1 A fondamento di tale affermazione, si è ritenuto correttamente che il legislatore del 2015 ha ripreso la formula utilizzata dal legislatore del 2002 ‘fatti materiali’, diversa da quella ‘fatti’ contenuta nell’originario art. 2621 cod. civ., per circoscrivere l’oggetto della condotta attiva, privandola tuttavia del riferimento alle valutazioni e provvedendo contestualmente a replicarla anche nella definizione di quello della condotta omissiva, in relazione alla quale il testo previgente faceva invece riferimento, come detto, alle ‘informazioni’.

2.7.2 È stato altresì argomentato che il disegno di legge n. 19 prevedeva di attribuire, in un primo momento, rilevanza alle ‘informazioni’ false, adottando così un’espressione lessicale idonea a ricomprendere le valutazioni, sicché proprio tale mutamento sarebbe espressivo della intenzione del legislatore di escludere la rilevanza penale del c.d. falso valutativo. Peraltro, l’espressione ‘fatti materiali’ era stata già utilizzata dalla legge n. 154 del 1991 per circoscrivere l’oggetto del reato di frode fiscale di cui all’art. 4 lett. f) della legge n. 516 del 1982, con il chiaro intento di escludere dall’incriminazione le valutazioni relative alle componenti attive e passive del reddito dichiarato. Inoltre, il citato art. 4, lett. f), puniva l’utilizzazione di ‘documenti attestanti fatti materiali non corrispondenti al vero’, nonché il compimento di ‘comportamenti fraudolenti idonei ad ostacolare l’accertamento di fatti materiali’. È stato pertanto correttamente osservato che ‘Pacificamente una tale formulazione del dato normativo comportava l’irrilevanza penale di qualsiasi valutazione recepita nella dichiarazione dei redditi, in quanto ciò fu conseguenza di una scelta legislativa ben esplicitata nel disegno di legge e con la quale si vollero evitare conseguenze penali da valutazioni inadeguate o comunque in qualche modo discutibili alla luce della complessa normativa tributaria’.

2.7.3 Inoltre, è stato acutamente osservato che i testi riformati degli artt. 2621 e 2622 si inseriscono in un contesto normativo che vede ancora un esplicito riferimento alle valutazioni nell’art. 2638 cod. civ. (Ostacolo all’esercizio delle funzioni delle autorità pubbliche di vigilanza). Tale disposizione continua invero a punire i medesimi soggetti attivi (‘gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, i sindaci e i liquidatori di società….’) dei reati di cui agli artt. 2621 e 2622 che, nelle comunicazioni dirette alle autorità pubbliche di vigilanza, ‘espongono fatti materiali non rispondenti al vero, ancorché oggetto di valutazioni’. Secondo la esegesi fornita nell’arresto giurisprudenziale sopra menzionato ‘una lettura ancorata al canone interpretativo ubi lex voluit dixit, ubi noluit tacuit non può trascurare la circostanza dell’inserimento di modifiche normative in un sistema che riguarda la rilevanza penale delle attività societarie con una non giustificata differenziazione dell’estensione della condotta tipizzata in paralleli ambiti operativi, quali sono quelli degli articoli 2621 e 2622 cod. civ., da una parte, e art. 2638 cod. civ., dall’altra, norme che, sebbene tutelino beni giuridici diversi, sono tutte finalizzate a sanzionare la frode nell’adempimento dei doveri informativi’ (Sez. V, 16 giugno 2015 n. 33774, cit.).

2.8 Sul punto, anche questo Collegio giudicante ritiene che due siano le argomentazioni sulle quali occorra concentrare l’attenzione degli interpreti per riaffermare il principio sopra ricordato in massima.

2.8.1 Il primo di essi attiene a quella che può essere definita come l’emersione di un dato testuale che, nella precedente formulazione della norma, era ritenuto in qualche modo depotenziato dall’inciso soppresso con la riforma. Si tratta dell’attributo ‘materiali’, che già con la modifica legislativa del 2002 era stato associato ai fatti la cui falsa esposizione o omissione integrava il falso punibile; e, segnatamente, al significato di esclusione delle valutazioni, riferibile a tale attributo.

Sul punto, occorre precisare che la stessa locuzione ‘fatti materiali non rispondenti al vero’ era stata utilizzata dal legislatore della riforma del 2002, il quale, pure ricorrendo in maniera equivoca alla congiunzione ‘ancorché’, aveva espressamente precisato che oggetto dei ‘fatti materiali’ potessero essere anche le valutazioni, sostanzialmente recependo la consolidata interpretazione giurisprudenziale e dottrinaria del termine ‘fatti’ contenuto nell’originaria formulazione dell’art. 2621 c.c..

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Espresso riferimento alle ‘valutazioni estimative’, poi, si era fatto prevedendo le soglie di punibilità di cui al comma quarto dell’art. 2621 e al comma ottavo dell’art. 2622. Ne consegue che l’adozione dello stesso riferimento ai ‘fatti materiali non rispondenti al vero’, senza alcun richiamo alle valutazioni, e il dispiegamento della formula citata anche nell’ambito della descrizione della condotta omissiva, consente di ritenere ridotto l’ambito di operatività delle due nuove fattispecie di false comunicazioni sociali, con esclusione dei cosiddetti ‘falsi valutativi’. Ed invero, il significato di esclusione delle valutazioni era evidentemente eliso dall’espressa indicazione di rilevanza penale della valutazioni e una volta che quest’ultima è venuta a cadere, la previsione di necessaria materialità dei fatti riprende pertanto il proprio valore limitativo della punibilità ai fatti oggettivi, lasciando fuori dall’incriminazione le rappresentazioni valutative delle realtà economiche e finanziarie della società.

2.8.2 Il secondo ordine di considerazioni riguarda invece un profilo di natura sistematica. Si afferma nella sentenza più volte menzionata che ‘I testi riformati degli artt. 2621 e 2622 si inseriscono in un contesto normativo che vede ancora un esplicito riferimento alle valutazioni nell’art. 2638 c.c. (Ostacolo all’esercizio delle funzioni delle autorità pubbliche di vigilanza), peraltro proprio a precisazione contenutistica della stessa locuzione “fatti materiali non rispondenti al vero”. Tale disposizione continua infatti a punire i medesimi soggetti attivi (gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, i sindaci e i liquidatori di società) dei reati di cui agli artt. 2621 e 2622 che, nelle comunicazioni dirette alle autorità pubbliche di vigilanza, “espongono fatti materiali non rispondenti al vero, ancorché oggetto di valutazioni”. Una lettura ancorata al canone interpretativo ubi lex voluit dixit, ubi noluit tacuit non può trascurare la circostanza dell’inserimento di modifiche normative in un sistema che riguarda la rilevanza penale delle attività societarie con una non giustificata differenziazione dell’estensione della condotta tipizzata in paralleli ambiti operativi, quali sono quelli degli articoli 2621 e 2622 c.c., da una parte, e art. 2638 c.c., dall’altra, norme che, sebbene tutelino beni giuridici diversi, sono tutte finalizzate a sanzionare la frode nell’adempimento dei doveri informativi’.

Deve ritenersi convincente l’affermazione secondo cui l’intervento legislativo, eliminando il più volte citato riferimento alle valutazioni dalla fattispecie dell’art. 2621 c.c., lo ha invece lasciato inalterato in quella di ostacolo all’esercizio delle funzioni delle autorità pubbliche di vigilanza, prevista dall’art. 2638, 1 co., c.c., che, contemplava una condotta in larga parte coincidente con quella dell’art. 2621 c.c. nella precedente versione, coincidenza, peraltro, attualmente ancor più marcata nel momento in cui la mancata previsione di soglie di punibilità, che già caratterizzava l’art. 2638 c.c., connota ora anche l’art. 2621 c.c. Ebbene, deve ritenersi che la circostanza secondo cui la stessa espressione sia stata cancellata dal testo di quest’ultima norma e invece mantenuta in quello dell’art. 2638 c.c. è chiaramente dimostrativo di un intento legislativo mirato ad escludere effetti sostanziali dell’espressione, in termini di definizione della fattispecie incriminatrice, con specifico ed esclusivo riguardo al reato di false comunicazioni sociali e dunque a sottrarre a tale incriminazione i fatti valutativi.

2.9 Ciò detto, osserva la Corte come la discussione relativa all’effettiva incidenza della recente riforma sulla punibilità dei falsi valutativi non possa prescindere dal dato certo e ineludibile dell’eliminazione dal testo normativo del preesistente riferimento alle valutazioni.

2.9.1 Invero, ritenere questo dato irrilevante presuppone necessariamente che quel riferimento possa essere considerato come sostanzialmente superfluo nel complessivo significato della previgente formulazione della norma.

Ciò impone tuttavia di verificare quale fosse l’esatto contenuto da attribuire a quel testo nel suo richiamo ai ‘fatti materiali ancorché oggetto di valutazioni’ e segnatamente, all’effetto combinato dei predicati “materiali” e “oggetto di valutazioni” sulla definizione dell’estensione denotativa di un termine, quello di ‘fatti’, che compariva isolatamente nella ancora precedente formulazione della norma incriminatrice, ed alla funzione svolta a questi fini dalla locuzione ‘ancorché’.

Sul punto, occorre chiarire che a queste problematiche non era stata attribuita, tutto sommato, particolare rilevanza nella individuazione delle condotte punibili in base alla normativa previgente. E ciò costituisce in realtà la migliore dimostrazione della generalizzata consapevolezza di una sostanziale elisione reciproca dei due predicati, per effetto della quale l’identificazione del riferimento oggettuale di tali condotte rimaneva conclusivamente affidato al più ampio significato del concetto di ‘fatti’, comprendente anche le valutazioni.

Ne discende che al predicato della materialità dei fatti occorre conferire valenza opposta all’inclusione delle valutazioni fra i fatti stessi, operazione ermeneutica quest’ultima, peraltro, non incoerente con la significazione letterale del termine ‘materiale’. Ed invero, quest’ultimo, in effetti, non è leggibile solo come contrario a quello di ‘immateriale’, ma contiene anche un’accezione riconducibile all’oggettività dei fatti, in quanto tale estranea ai risultati valutativi.

Peraltro, occorre anche ricordare che, nei primi commenti alla riforma del 2002, era stato evidenziato come la previsione di materialità avrebbe di per sé escluso le valutazioni dai fatti punibili, se il successivo e per certi aspetti contraddittorio accenno normativo alle valutazioni stesse non le avesse espressamente reintrodotte nell’ambito operativo della condotta. Orbene, la diversa opzione interpretativa del termine ‘materiale’ quale sinonimo di ‘rilevante’, tratta dalla realtà anglosassone, trova un ostacolo difficilmente superabile proprio nella riforma qui esaminata, e in particolare nella precisazione per la quale la condotta deve riguardare ‘fatti’, oltre che ‘materiali’, anche ‘rilevanti’. Ne consegue che la detta precisazione sarebbe superflua ove quest’ultimo fosse il senso da assegnare all’attributo della materialità.

Deve ritenersi pertanto che il senso complessivo del riferimento normativo all’esposizione di ‘fatti materiali, ancorché oggetto di valutazioni’ era dunque tutt’altro che contraddittorio. Detto altrimenti, quello che si voleva intendere era che il falso punibile potesse ricadere anche su dati contabili costituenti il risultato di valutazioni, purché le stesse fossero state svolte partendo da fatti materiali, riferiti a realtà economiche oggettivamente determinate.

Ne consegue che la tesi della superfluità dell’accenno normativo alle valutazioni non è pertanto più sostenibile. È stato acutamente osservato in dottrina – con osservazioni che qui si condividono e si riprendono – che la detta tesi presupporrebbe, in buona sostanza, una diversa ricostruzione del contesto applicativo della norma, nella quale i fatti materiali si pongono “a valle” delle valutazioni, quali risultati delle stesse. Ed invero, in questa prospettiva, in effetti, ben poco avrebbe aggiunto l’espresso richiamo alle valutazioni, laddove la condotta sarebbe stata comunque riferita ai fatti contabili, a prescindere dalla loro origine. Tuttavia, tanto si sarebbe potuto fondatamente sostenere, se la norma avesse indicato i fatti materiali come ‘risultato delle valutazioni’. Nel momento in cui, invece, il dato letterale collocava i fatti materiali “a monte” delle valutazioni, designandoli quali oggetto delle stesse, l’espressa previsione di rilevanza penale di queste ultime era viceversa determinante nell’estendere la portata della norma incriminatrice alle registrazioni contabili non direttamente afferenti a fatti materiali, ma riconducibili agli stessi per il tramite delle valutazioni che le giustificano.

Ne discende, ancora, come ulteriore corollario del ragionamento che la soppressione di quel riferimento normativo ha effettivamente ridotto l’estensione incriminatrice della norma alle appostazioni contabili che attingono fatti economici materiali, escludendone quelle prodotte da valutazioni, pur se moventi da dati oggettivi.

Peraltro, non può essere sottaciuto che coerente con questa finalità legislativa è proprio la circostanza che l’iniziale richiamo dell’art. 4 del disegno di legge 15.3.2013, n. 19, all’esposizione di ‘informazioni false’, espressione tale da ricomprendere semanticamente anche i risultati di valutazioni, sia stato sostituito nel corso dei lavori parlamentari con il ripristino della precedente formulazione in termini di ‘fatti materiali’.

  1. Occorre, tuttavia, precisare, anche per quanto interessa la odierna vicenda processuale, che le voci direttamente riferibili a fatti materiali sono tutt’altro che esigue. Il citato e recente pronunciamento giurisprudenziale (Cass., Sez. V, 16 giugno 2015, Crespi, cit.) ne espone un catalogo generale ampio, che comprende i ricavi falsamente incrementati, i costi non appostati, le false attestazioni di esistenza di conti bancari, l’annotazione di fatture emesse per operazioni inesistenti, l’iscrizione di crediti non più esigibili per l’intervenuto fallimento dei debitori in mancanza di attivo, la mancata svalutazione di una partecipazione in una controllata della quale sia stato dichiarato il fallimento e l’omessa indicazione della vendita o dell’acquisto di beni o dell’esistenza di un debito per il quale sia in atto un contenzioso nel quale la società è soccombente; e, conformemente a queste indicazioni, individua come punibili, con specifico riguardo alla vicenda processuale trattata, l’iscrizione all’attivo di crediti derivanti da contratti fittizi, da fatture relative ad operazioni inesistenti o da fatture da emettere in violazione dei criteri sulla competenza.
  2. Peraltro, occorre anche concordare con il paradigma definitorio riportato nella sentenza c0d. Crespi in ordine al falso valutativo, e ciò nei termini dell’associazione di un dato numerico ad una realtà economica esistente, con la ulteriore precisazione tuttavia che occorrerebbe distinguere le situazioni nelle quali l’associazione di un valore numerico ad una determinata realtà può essere considerata come il risultato di una valutazione, da quelle in cui attraverso un’operazione di questo genere si fornisce di fatto una rappresentazione difforme dal vero della stessa realtà materiale.

arresto4.1 Determinante può essere in tal senso il riferimento all’oggettività giuridica del reato, ed alla preminenza assunta, nell’ambito dello stesso, dall’affidamento dei terzi sulla corretta informazione in ordine alle condizioni economiche della società. Qualora cioè il valore numerico sia esposto con modalità che ne escludano la percepibilità come esito di una valutazione, e siano pertanto idonee ad indurre in errore i terzi sulla stessa consistenza fisica del dato materiale, potrà ritenersi che il falso cada in realtà su quest’ultimo, venendo pertanto ad essere integrata, anche nella nuova formulazione, la fattispecie incriminatrice.

  1. Ciò posto in termini generali ed applicando proprio i principi interpretativi da ultimo ricordati, ritiene la Corte che già il primo motivo di doglianza sollevato dalla difesa della parte ricorrente è infondato giuridicamente, riguardando la fattispecie concreta ipotizzata nel capo di imputazione provvisorio una condotta riconducibile, anche nella nuova formulazione all’art. 2621 c.c., così come sopra ricostruita.

5.1 Ed invero, risultano circostanze accertate e peraltro neanche contestate in fatto da parte della ricorrente quelle secondo cui nel bilancio 2010 della Banca oggi incorporata (Banca Popolare di Marostica) il valore delle quote di partecipazione acquisite nella Banca di Treviso era stato fissato nel prezzo di acquisto delle quote, e cioè nel valore di 38 milioni di Euro ; nel successivo bilancio del 2011 tale valore era stato ridotto ad Euro 20,5 milioni di Euro, iscrivendo contemporaneamente il valore di 18 milioni di Euro quale credito nascente nei confronti della cessionaria delle quote (la Carife) in seguito ad una svalutazione prevista in una clausola dello stesso contratto di cessione delle quote; nel bilancio 2012 il valore delle quote di partecipazione al capitale sociale della Banca di Treviso era stato ulteriormente ridotto ad Euro 7,72 milioni di Euro sulla base dell’indicazione fornita dall’arbitratore KPMG.

5.2 Occorre tuttavia evidenziare come ulteriori elementi in fatto da tenere in considerazione che, nonostante il valore di acquisto della detta partecipazione societaria in Euro 38 milioni corrispondente al valore indicato nel contratto di cessione ed al prezzo effettivamente pagato dalla Banca Popolare di Marostica, la Banca di Treviso (delle cui quote qui si tratta) era fortemente indebitata (come emerge dalla Relazione della G.d.F richiamata in atti); che la Banca Popolare di Marostica, al momento della redazione del bilancio 2010, aveva avuto contezza della predetta situazione di forte indebitamento, tanto ciò è vero che in data 28.1.2011 (e dunque, in un momento che deve ritenersi cronologicamente precedente al deposito del bilancio d’esercizio 2010) aveva inviato a Carife una lettera di contestazione nella quale indicava ‘un aggiustamento in diminuzione del prezzo’ ad Euro 18.118.745; che nella successiva data del 9.2.2011 la Carife aveva risposta alla detta missiva, non approvando le modalità formali di contestazione e proponendo un aggiustamento del prezzo pari ad Euro 400.000; che, dunque, si apriva un contenzioso tra la società cedente (Carife) e la cessionaria (Banca Popolare di Marostica) in ordine all’effettivo valore di vendita della partecipazione nella Banca di Treviso, contenzioso sfociato nella nomina di un arbitratore; che pertanto anche il valore di partecipazione iscritto nei bilanci 2011 e 2011 non poteva considerarsi come un credito certo, quanto piuttosto come una mera attività potenziale, come peraltro correttamente ritenuto dal Pm e come recepito anche nel provvedimento impugnato.

5.3 Ciò detto, ritiene la Corte come non possano residuare dubbi sul fatto che le condotte materiali descritte nel capo di imputazione siano riconducibili ai ‘fatti materiali non rispondenti al vero’ punibili come false comunicazioni sociali anche nella nuova veste normativa assunta dall’art. 2621 c.c..

In realtà, ritiene il Collegio che, proprio facendo corretta applicazione dei principi interpretativi fissati nella sentenza n. 33774, cit., e ai quali si aderisce qui con convinzione, la condotta oggi in contestazione non può in alcun modo essere ricondotta ad un falso valutativo, come detto non più incriminabile, atteso che nel caso di specie si è assistito, nei tre bilanci compresi tra il 2010 ed il 2012, ad appostazioni in bilancio di valori oggettivamente e palesemente non corrispondenti al dato contabile sottostante oggetto di rappresentazione.

5.4 Invero, se occorre applicare il canone ermeneutico secondo cui il falso valutativo viene integrato allorquando si ricorre all’associazione di un dato numerico ad una realtà economica comunque esistente, e dunque in situazioni nelle quali l’associazione di un valore numerico ad una determinata realtà può essere considerata effettivamente come il risultato di una valutazione, ritenendosi al contrario che si rientra nel fuoco normativo della nuova norma incriminatrice nelle ipotesi in cui, attraverso un’operazione di questo genere, si fornisce di fatto una rappresentazione difforme dal vero della stessa realtà materiale, allora non vi è chi non veda come, nel caso di specie, si rientri in questa seconda ipotesi applicativa, atteso che è stata consapevolmente rappresentata in bilancio l’indicazione di un valore iniziale (quello di 38 milioni di Euro) oggettivamente non esistente e difforme dal dato reale (che era rappresentato – per la stessa prospettiva difensiva della Banca Popolare di Marostica: cfr. lettera del 28.1.2011 – da un valore decisamente più contenuto), nonché valori di crediti (il primo, nel bilancio 2011, rappresentato dalla somma di Euro 18 milioni ; ed il secondo, nel bilancio 2012, pari ad Euro 7,72 milioni) descritti come crediti certi e non già come mere attività potenziali, e dunque oggettivamente difformi dalla realtà sottostante che invece evidenziava la natura di meri crediti potenziali in quanto oggetto di contenzioso. Peraltro, va anche detto come la parte oggi ricorrente non abbia neanche fornito elementi di valutazioni (vedi note integrative dei bilanci) dai quali evincere una diversa descrizione dei predetti crediti.

5.5 Ne discende, in termini conclusivi, che nel caso di specie non si è trattata della rappresentazione nei bilanci di valori potenzialmente oggetto di possibili valutazioni opinabili, quanto piuttosto della rappresentazione in bilancio di fatti oggettivamente non esistenti e dunque falsi.

  1. Ma anche il secondo motivo di doglianza è infondato.

6.1 Sul punto, deve ritenersi condivisibile il ragionamento del tribunale impugnato in ordine alla esistenza di un profitto confiscabile nei termini indicati nel provvedimento genetico, e cioè nella misura dell’utile non distribuito e destinato a riserva per gli anni 2010 e 2011.

6.2 Risulta circostanza non dubitabile quella secondo cui la non corretta iscrizione in bilancio sopra descritta ha comportato la chiusura degli esercizi in contestazione in utile anziché in perdita, ciò comportando che la Banca Popolare di Marostica ha potuto disporre di risorse per lo svolgimento della sua attività che diversamente avrebbe dovuto utilizzare per ripianare le perdite accumulate e che pertanto il detto apporto non può che essere considerato come un apporto effettivo e non già meramente potenziale o contabile, e come tale in rapporto di causalità diretta con la commissione del reato. Ne consegue che, accertato il predetto nesso causale tra l’utile irregolarmente conseguito e la condotta di falsificazione del bilancio, l’oggetto del profitto confiscabile non può che essere individuato, come correttamente rilevato anche nel provvedimento ricorso, nell’utile non distribuito e destinato a riserva per gli esercizi sopra indicati.

Invero, se le iscrizioni in bilancio fossero state correttamente eseguite, i bilanci di esercizio qui in esame si sarebbero conclusi in perdita, ciò significando che la Banca Popolare di Marostica ha potuto contare su una disponibilità di risorse utili per la sua attività che diversamente non sarebbe stata presente.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

 

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L’ipotesi della Bancarotta documentale ha avuto diverse interpretazioni giurisprudenziali

Ciò posto, deve osservarsi che, secondo la costante giurisprudenza della Suprema Corte, dal punto di vista oggettivo sussiste il reato di bancarotta fraudolenta documentale non solo quando la ricostruzione del patrimonio si renda impossibile per il modo in cui le scritture contabili sono state tenute, ma anche quando gli accertamenti, da parte degli organi fallimentari, siano stati ostacolati da difficoltà superabili solo con particolare diligenza (Sez. 5, Sentenza n. 21588 del 19/04/2010 Ud. (dep. 07/06/2010) Rv. 247965; Conformi: N. 10423 del 2000 Rv. 218383, N. 24333 del 2005 Rv. 232212).

Dal punto di vista soggettivo, poi, è unanime la conclusione che il reato di bancarotta fraudolenta documentale, integrato nella forma della tenuta irregolare delle scritture, è a dolo generico e non specifico !!

 

L’integrazione del reato di bancarotta fraudolenta documentale di cui alla seconda ipotesi dell’art. 216, comma primo n. 2, L. fall., infatti, richiede il dolo generico, ossia la consapevolezza che la confusa tenuta della contabilità renderà o potrà rendere impossibile la ricostruzione delle vicende del patrimonio, in quanto la locuzione “in guisa da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari “connota la condotta e non la volontà dell’agente, sicché è da escludere che essa configuri il dolo specifico (Sez. 5, Sentenza n. 21872 del 25/03/2010 Ud. (dep. 08/06/2010) Rv. 247444; conformi: N. 31356 del 2001 Rv. 220167, N. 21075 del 2004 Rv. 229321, N. 46972 del 2004 Rv. 230482, N. 24328 del 2005 Rv. 232209, N. 6769 del 2006 Rv. 233997, N. 26807 del 2006 Rv. 235006, N. 1137 del 2009 Rv. 242550).

 Per affrontare, come è necessario, ab imis la problematica, occorre prendere le mosse dal consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità secondo il quale la sentenza dichiarativa di fallimento rientra tra gli elementi integranti la fattispecie di reato.

Tale affermazione trova la sua origine presso questa Corte nella sentenza di Sez. U, n. 2 del 25/01/1958, Mezzo, Rv. 980040, nella quale si legge che, a differenza delle condizioni obiettive di reato, che presuppongono un reato già strutturalmente perfetto, la sentenza dichiarativa di fallimento costituisce una condizione di esistenza del reato o, per meglio dire, un elemento al cui concorso è collegata l’esistenza del reato, relativamente a quei fatti commissivi od omissivi anteriori alla sua pronuncia.

La giurisprudenza successiva ha tratto da tale indicazione la conseguenza che la dichiarazione di fallimento, pur essendo elemento costitutivo della fattispecie di bancarotta fallimentare prevista dall’ art. 216 L. Fall., non ne rappresenta l’evento e non deve necessariamente essere collegata da nesso psicologico al soggetto agente (Sez. 5, n. 15850 del 26/06/1990, Bordoni, Rv. 185883, la quale ha aggiunto che il principio della responsabilità personale in materia penale non presuppone che tutti gli elementi della fattispecie siano dipendenti dall’atteggiamento psichico dell’agente), come pure da un nesso eziologico con la condotta (v., ad es., Sez. 5, n. 36088 del 27/09/2006, Corsatto, Rv. 235481). Dall’orientamento indicato si è discostata la sentenza n. 47502 del 24/09/2012, Corvetta, citata dal ricorrente, la quale, muovendo dalla premessa che, nel reato di bancarotta fraudolenta per distrazione, lo stato di insolvenza che dà luogo al fallimento costituisce elemento essenziale del reato, in quanto evento dello stesso, ha ritenuto che esso deve porsi in rapporto causale con la condotta dell’agente e deve essere, altresì, sorretto dall’elemento soggettivo del dolo.

Siffatta ricostruzione è rimasta isolata nella giurisprudenza di legittimità, (si vedano, infatti, Sez. 5, n. 32352 del 07/03/2014, Tanzi, Rv. 261942; conf., ex plurimis, Sez. 5, n. 11095 del 13/02/2014, Ghirardelli, Rv. 262741; Sez. 5, n. 47616 del 17/07/2014, Simone, Rv. 261683; Sez. 5, n. 26542 del 19/03/2014, Riva, Rv. 260690; Sez. 5, n. 11793/14 del 05/12/2013, Marafioti, Rv. 260199; Sez. 5, n. 232 del 09/10/2012, Sistro, Rv. 254061).

In particolare, è stato reiteratamente affermato che il delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione è reato di pericolo a dolo generico per la cui sussistenza, pertanto, non è necessario che l’agente abbia consapevolezza dello stato di insolvenza dell’impresa, nè che abbia agito allo scopo di recare pregiudizio ai creditori (Sez. 5, n. 3229/13 del 14/12/2012, Rossetto, Rv. 253932; conf., ex plurimis, Sez. 5, n. 21846 del 13/02/2014, Bergamaschi, Rv. 260407).

La critica alle conclusioni raggiunte da Sez. 5, n. 47502 del 24/09/2012, Corvetta cit. possono sostanzialmente riassumersi nei seguenti rilievi: a) il dato normativo, per il quale la rilevanza del rapporto causale tra condotta e dissesto è previsto per le sole fattispecie di bancarotta impropria ex art. 223, comma 2, L. Fall.; b) il carattere di mero paralogismo dell’affermazione che il fallimento è l’evento del reato; c) la, del tutto problematica, ipotizzabilità di un rapporto causale tra dissesto e fatti di bancarotta documentale (cfr. tra le altre, Sez. 5, n. 32352 del 07/03/2014, Tanzi; Sez. 5, n. 32031 del 07/05/2014, Daccò, Rv. 261988, in motivazione; Sez. 5, n. 15613 del 05/12/2014, Geronzi, Rv. 263805, in motivazione).

In particolare, si è ritenuto, da parte della giurisprudenza di legittimità sinora largamente prevalente, che la sentenza dichiarativa di fallimento integra una condizione di esistenza del reato, che ne segna il momento consumativo, senza, tuttavia, che le si possa attribuire la qualifica di evento, come se non fosse data via di uscita rispetto all’alternativa tra condizione obiettiva di punibilità ed evento del reato: al contrario, può certamente affermarsi che è facoltà del legislatore inserire nella struttura dell’illecito penale elementi costitutivi estranei alla cennata dicotomia (Sez. 5, n. 32352 del 07/03/2014, Tanzi cit.). Sez. 5, n. 32031 del 07/05/2014, Daccò, cit., dal canto suo, ha osservato che la qualificazione, da parte della citata sentenza n. 2 del 25/01/1958, della dichiarazione di fallimento come “condizione di esistenza del reato” manifesti chiaramente l’intento di denotare una realtà diversa da quella dell’elemento costitutivo del reato, quanto meno nel significato proprio del termine, indicando essa una componente necessaria perchè il fatto sia penalmente rilevante, ma, come evidenziato dal termine condizione, distinta dai dati costitutivi della struttura essenziale del reato: di qui il riferimento ad una nozione di elemento costitutivo in senso assolutamente improprio, riferimento, questo, ripreso anche da Sez. 5, n. 15613 del 05/12/2014, Geronzi cit.

  1. Le conclusioni operative rivenienti dalla consolidata giurisprudenza di questa Corte sono state di recente ribadite, sia pure con la significativa precisazione concettuale della quale si dirà (v, infra, p. 6), da Sez. U, n. 22474 del 31/03/2016, Passarelli, Rv. 266804, le quali hanno rilevato che, ai fini della sussistenza del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale, non è necessaria l’esistenza di un nesso causale tra i fatti di distrazione ed il successivo fallimento, essendo sufficiente che l’agente abbia cagionato il depauperamento dell’impresa, destinandone le risorse ad impieghi estranei alla sua attività, sicché, una volta intervenuta la dichiarazione di fallimento, i fatti di distrazione assumono rilievo in qualsiasi momento siano stati commessi e, quindi, anche se la condotta si è realizzata quando ancora l’impresa non versava in condizioni di insolvenza.

E’, dunque, l’effettiva offesa alla conservazione dell’integrità del patrimonio dell’impresa, costituente la garanzia per i creditori della medesima (Corte cost., ord. n. 268 del 1989) che funge da parametro della concreta applicazione della norma incriminatrice e consente di configurare il reato in esame come di pericolo concreto Continua a leggere

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MILANO BOLOGNA VARESE COMO MONZA PAVIA La Bancarotta Fraudolenta patrimoniale,

MILANO BOLOGNA VARESE COMO MONZA PAVIA La Bancarotta Fraudolenta patrimoniale, art. 216 comma 1 Legge Fallimentare

AAASTOCK3La Bancarotta Preferenziale, art 216 comma 3 Legge Fallimentare

 

Avvocato per reati fallimentari con studio a Bologna difende a Melano ,Monza, Bologna Varese e in tutti i Tribunali Italiani per reati fallimentari :

Occorre valutare quale sia il ruolo svolto dalla dichiarazione di fallimento nell’ambito del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale per distrazione: elemento costitutivo oppure condizione oggettiva di punibilità?

 La seconda soluzione appare prima facie maggiormente rispondente alla formulazione lessicale della norma, dal momento che la locuzione ‘..se è dichiarato fallito’ costituisce una protasi, in cui il ‘se’ assume valore condizionale del periodo che precede (‘E’ punito..’);

pur tuttavia, ritiene La Suprema Corte  di non discostarsi dall’indirizzo assunto dalle sezioni unite con la sentenza n. 2 del 25.01.1958 e poi consolidatosi nel tempo (cfr. Sez. 5, n. 6018 del 26/04/1985, Rv.Sez. 5, Sentenza n. 20736 del 25/03/2010, Rv. 247299), che considera il fallimento come elemento costitutivo del reato di bancarotta.

Oltre ai motivi indicati dalla predetta sentenza delle sezioni unite e da quelle che ad essa si sono successivamente uniformate (ed alle quali per brevità si rimanda), assume un peso notevole nell’attività interpretativa la considerazione, che trova spazio anche nel ricorso di C.D., sulla dubbia compatibilità costituzionale – nel caso in esame – di una condizione di punibilità di natura oggettiva.

. Il Giudice delle leggi ha percepito più volte questa potenziale distonia con riferimento al principio di personalità della pena, consacrato nell’art. 27 Cost., comma 1, il quale richiede che tutti gli elementi che concorrono a contrassegnare il disvalore della fattispecie siano soggettivamente collegati all’agente e siano quindi investiti del dolo o della colpa e siano allo stesso tempo rimproverabili all’agente (cfr. Corte cost, n. 1085 del 13 dicembre 1988, Ferracuti).

Mentre in alcuni casi la condizione di punibilità è esterna alla fattispecie di reato e rientra comunque nell’area di controllo e di volontà del soggetto (si pensi alle contravvenzioni in materia di igiene e sicurezza del lavoro, ove costituisce condizione di punibilità l’inottemperanza da parte del contravventore alle prescrizioni di regolarizzazione impartite dall’organo di vigilanza a norma del D.Lgs. 19 dicembre 1994, n. 758; sul punto v. Sez. 3, n. 8372 del 11/01/2008, Pirovano, Rv. 239279), nel caso in esame il fallimento (e cioè l’accertamento giudiziale dello stato di insolvenza dell’imprenditore) compartecipa intrinsecamente della fattispecie incriminatrice, conferendo disvalore ad una condotta – quella di disposizione dei beni per finalità estranee a quelle proprie dell’impresa – che sarebbe altrimenti penalmente irrilevante.

Ove, infatti, manchi il pregiudizio per i creditori, per essere l’impresa sana ed in grado quindi di sopportare il suo parziale impoverimento, il tutto si riduce – in mancanza di integrazione di altre specifiche figure di reato – ad una questione che può avere rilievo eventualmente in campo civile ed amministrativo.

Se è corretta questa ricostruzione della fattispecie di bancarotta per distrazione, allora non può da un lato ritenersi che qualsiasi atto distrattivo sia di per sè reato, dall’altro che la punibilità sia condizionata ad un evento che può sfuggire totalmente al controllo dell’agente, e dunque ritorcersi a suo danno senza una compartecipazione di natura soggettiva e, ancor peggio, senza che sia necessaria una qualche forma di collegamento eziologico tra la condotta e il verificarsi del dissesto.

La disposizione di cui all’art. 44, in definitiva, costituisce una eccezione ai principi ordinamentali del nostro diritto criminale contenuti negli artt. da 40 a 43 del codice (che sono diretta attuazione del principio costituzionale contenuto nell’art. 127, comma 1), e come tale va utilizzata con moderazione, limitatamente a quei reati nei quali la punibilità dipende dal verificarsi di un avvenimento che sta al di fuori del processo esecutivo del reato e si differenzia nettamente dall’evento criminoso (Cfr. Lav. prep. al codice penale); mal si attaglia, invece, tale disposizione a quelle fattispecie in cui l’evento, cui è collegata la rilevanza penale della condotta, sia intrinsecamente legato all’interesse protetto ed al disvalore complessivo della fattispecie.

Fatta questa premessa sul ruolo del fallimento nel reato di bancarotta e ribadito che lo stesso entra a pieno titolo nella fattispecie, quale elemento costitutivo, occorre ora approfondire le relazioni che devono sussistere tra la condotta dell’agente e l’evento di dissesto, proprio alla luce di quei principi generali in tema di elemento soggettivo ed attribuibilità causale già invocati in precedenza. Tale indagine si rivela necessaria perchè fino ad oggi questa Corte, pur affermando che il fallimento è elemento costitutivo del reato di bancarotta, ha però sostanzialmente ritenuto che non sia configurabile quale evento del reato o che configuri un evento sui generis, che non necessita di copertura nè da parte dell’elemento soggettivo, nè con riferimento al nesso causale con la condotta dell’imprenditore.

La Bancarotta semplice, documentale e patrimoniale, art. 217 Legge Fallimentare

Il primo comma regio decreto 1942 n. 267 sanziona penalmente la cd. bancarotta prefallimentare, in cui il fatto – reato viene commesso prima della dichiarazione di fallimento. Invece, il successivo secondo comma punisce la cd. bancarotta postfallimentare che si caratterizza dalla commissione del fatto – reato dopo la dichiarazione di fallimento dell’impresa commerciale.

Pertanto, fatte queste brevi ma significative riflessioni introduttive, si osserva che il testo normativo del sopraccitato articolo 216 (Bancarotta fraudolenta) è il seguente:

‘E’ punito con la reclusione da tre a dieci anni, se è dichiarato fallito, l’imprenditore che:

  1. ha distratto, occultato(2), dissimulato, distrutto o dissipato in tutto o in parte i suoi beni ovvero, allo scopo di recare pregiudizio ai creditori, ha esposto o riconosciuto passività inesistenti;

  2. ha sottratto, distrutto o falsificato, in tutto o in parte, con lo scopo di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto o di recare pregiudizio ai creditori, i libri o le altre scritture contabili o li ha tenuti in guisa da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari.

La stessa pena si applica all’imprenditore dichiarato fallito, che, durante la procedura fallimentare, commette alcuno dei fatti preveduti dal n. 1) del comma precedente ovvero sottrae, distrugge o falsifica i libri o le altre scritture contabili.

È punito con la reclusione da uno a cinque anni il fallito, che, prima o durante la procedura fallimentare, a scopo di favorire, a danno dei creditori, taluno di essi, esegue pagamenti o simula titoli di prelazione.

Quest’ultimo comma è stato inserito dal legislatore penale al fine di tutelare il regolare svolgimento della procedura concorsuale e, quindi, della corretta ed agevole esecuzione delle attività liquidatorie in riferimento all’impresa commerciale del fallito.

Infine, l’ultimo comma del sopraccitato articolo stabilisce che: “Salve le altre pene accessorie, di cui al capo III, titolo II, libro I del codice penale, la condanna per uno dei fatti previsti nel presente articolo importa per la durata di dieci anni l’inabilitazione all’esercizio di un’impresa commerciale e l’incapacità per la stessa durata ad esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa

Afferma  la costante giurisprudenza di questa Corte, dal punto di vista oggettivo sussiste il reato di bancarotta fraudolenta documentale non solo quando la ricostruzione del patrimonio si renda impossibile per il modo in cui le scritture contabili sono state tenute, ma anche quando gli accertamenti, da parte degli organi fallimentari, siano stati ostacolati da difficoltà superabili solo con particolare diligenza (Sez. 5, Sentenza n. 21588 del 19/04/2010 Ud. (dep. 07/06/2010) Rv. 247965; Conformi: N. 10423 del 2000 Rv. 218383, N. 24333 del 2005 Rv. 232212).

Dal punto di vista soggettivo, poi, è unanime la conclusione che il reato di bancarotta fraudolenta documentale, integrato nella forma della tenuta irregolare delle scritture, è a dolo generico e non specifico come sostenuto dal ricorrente.

L’integrazione del reato di bancarotta fraudolenta documentale di cui alla seconda ipotesi dell’art. 216, comma primo n. 2, L. fall., infatti, richiede il dolo generico, ossia la consapevolezza che la confusa tenuta della contabilità renderà o potrà rendere impossibile la ricostruzione delle vicende del patrimonio, in quanto la locuzione “in guisa da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari “connota la condotta e non la volontà dell’agente, sicché è da escludere che essa configuri il dolo specifico (Sez. 5, Sentenza n. 21872 del 25/03/2010 Ud. (dep. 08/06/2010) Rv. 247444; conformi: N. 31356 del 2001 Rv. 220167, N. 21075 del 2004 Rv. 229321, N. 46972 del 2004 Rv. 230482, N. 24328 del 2005 Rv. 232209, N. 6769 del 2006 Rv. 233997, N. 26807 del 2006 Rv. 235006, N. 1137 del 2009 Rv. 242550).

BANCAROTTA PRESCRIZIONE

La vigente normativa in tema di computo del termine di prescrizione è entrata in vigore l’8 dicembre 2005, e cioè quando era stata già emessa la sentenza di condanna di primo grado, che è del 18 ottobre 2005.

Per tale ragione, sulla base della normativa transitoria della stessa legge, così come anche riplasmata dalla Corte costituzionale, la nuova e più favorevole normativa in tema di prescrizione non si applica al caso di specie, in virtù di un bilanciamento effettuato dal legislatore e ritenuto costituzionalmente compatibile, tra l’esistenza di una norma più favorevole nella materia de qua e l’esigenza di economia processuale e di salvaguardia del risultato probatorio già formatosi.

Basterà qui ricordare il più recente degli interventi del Supremo Consesso della Cassazione (Sez. U, Sentenza n. 15933 del 24/11/2011 Ud. (dep. 24/04/2012) Rv. 252012), secondo cui ai fini dell’operatività delle disposizioni transitorie della nuova disciplina della prescrizione, la pronuncia della sentenza di primo grado, indipendentemente dall’esito di condanna o di assoluzione, determina la pendenza in grado d’appello del procedimento, ostativa all’applicazione retroattiva delle norme più favorevoli.

Delitti Contro La Persona Delitti Contro La P.A. Delitti Contro Il Patrimonio Reati Sessuali Reati Economici E Societari Reati Finanziari Reati Fallimentari Reati Contro La Salute E Sicurezza Sul Lavoro Reati Informatici Reati Ambientali Reati Urbanistici Reati Tributari Reati In Materia Di Stupefacenti Reati In Materia Di Privacy Responsabilità Professionale Medica

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Gli ambiti di operatività ricoprono tutti i settori del diritto penale ed in particolare:

  • Delitti Contro La Persona
  • Delitti Contro La P.A.
  • Delitti Contro Il Patrimonio
  • Reati Sessuali
  • Reati Economici E Societari
  • Reati Finanziari
  • Reati Fallimentari
  • Reati Contro La Salute E Sicurezza Sul Lavoro
  • Reati Informatici
  • Reati Ambientali
  • Reati Urbanistici
  • Reati Tributari
  • Reati In Materia Di Stupefacenti
  • Reati In Materia Di Privacy
  • Responsabilità Professionale Medica
DIRITTO PENALE BOLOGNA

DIRITTO PENALE BOLOGNA

La sentenza invocata dal ricorrente (SS.UU. sent. n. 21039 del 2011, ric. PM in proc. Loy, RV 249666) ha stabilito che la disciplina speciale sul concorso di reati prevista dall’art. 219, comma II n. 1, LF, si applica anche alle ipotesi di bancarotta impropria. Secondo una lettura del dictum della predetta sentenza, l’estensione sarebbe possibile in quanto si tratterebbe di analogia in bonam partem, di talché l’estensione alla bancarotta impropria della aggravante contenuta nel medesimo articolo non sarebbe consentita in quanto in malam partem. L’assunto è fallace perché fallace ne è il presupposto, vale a dire che venga in rilievo l’istituto della analogia. Si tratta, viceversa, di interpretazione sistematica. La differenza è nota: all’analogia (vietata nel diritto penale, se in malam partem) si fa ricorso quando si rileva una lacuna nel sistema, vale a dire la mancanza di una previsione normativa. In ragione del principio di stretta legalità che vige in diritto penale, l’interprete non può ‘inventarsi’ una norma incriminatrice (dunque una fattispecie criminosa o una circostanza aggravante). Alla interpretazione sistematica si ricorre quando la lacuna è meramente apparente e tale apparenza deriva solo da un imperfetto coordinamento di norme. Per venire al caso in esame, è di tutta evidenza che l’art. 223 LF, nella prima parte, fa riferimento, per descrivere la condotta e per individuare il trattamento sanzionatorio, all’art. 216 della medesima legge; nella seconda parte. Fermo il rinvio quoad poenam, descrive ulteriori condotte addebitabili ai soggetti di cui al I comma; orbene, poiché però, l’art. 216 rinvia – per quel che riguarda le specifiche attenuanti e aggravanti – all’art. 219 LF, è inevitabile che tale rinvio ‘interessi’ anche l’art. 223. Ragionare diversamente comporterebbe: a) una evidente violazione del principio di eguaglianza ex art. 3 Cost., b) una patente irragionevolezza del sistema sanzionatorio, atteso che la bancarotta societaria rappresenta – parlando in linea generale, come è ovvio – fenomeno criminale molto più grave di quello costituito dalla bancarotta individuale, atteso che, nella moderna economia, le più alte concentrazioni di capitali assumono, come è noto, forma societaria. D’altra parte, il I comma dell’art. 223 LF, nel far rinvio all’art. 216, indica i ‘fatti’ previsti nel detto articolo e il ‘fatto’ è quello che storicamente si connota, con tutte le sue eventuali circostanze. Né in senso contrario deve orientare l’ultimo comma del ricordato art. 223 (“si applica altresì in ogni caso la disposizione dell’ultimo comma dell’art. 216′), perché esso sta semplicemente a indicare che le pene accessorie si applicano con riferimento a tutte le ipotesi previste dall’art. 223 (dunque: al I comma e ai numeri 1 e 2 del II). Fondata è la quinta censura del P. . Invero, non essendo contestato che questo imputato provvide a riparare, sia pure parzialmente, il danno prodotto, è da rilevare, in accordo con quanto fa il suo Difensore, che di tale condotta il giudice di secondo grado sembra non tenere considerazione alcuna, quando affronta il tema del trattamento sanzionatorio. Naturalmente, lo stesso non era certo tenuto, in astratto, a conferire alla predetta condotta l’effetto di una mitigazione del trattamento, ma avrebbe dovuto prendere in considerazione la stessa e sviluppare, in ordine ad essa, le sue considerazioni, traendone le inevitabili conseguenze. Sul punto, dunque, si impone annullamento con rinvio ad altra sezione della medesima CdA

ABA2

CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. V PENALE – SENTENZA 9 gennaio 2011, n.121 – Pres. Ferrua – est. Fumo

Ritenuto in fatto La S.r.l. ELLISSE fu dichiarata fallita con sentenza in data 8/2/1995. In riferimento a detto fallimento, furono rinviati a giudizio per bancarotta fraudolenta aggravata distrattiva e documentale vari soggetti, i quali si erano succeduti in nella direzione dell’impresa: B.G. , B.G.L. , B.G.P. e quindi F.V. ed altri suoi congiunti. Furono chiamati a rispondere anche due consulenti, i quali avevano assistito la famiglia B. nella fase di ristrutturazione aziendale; costoro erano P.C. , commercialista, e S.G. , avvocato. Ai due predetti fu addebitato anche il delitto di cui agli articoli 223 comma II, n. 2, 216 comma I n. 1 e 2, 219 comma I e II LF, per avere, in concorso tra loro e con altri, cagionato, per effetto di operazioni dolose, il fallimento della predetta S.r.l.. Il Tribunale di Monza con sentenza 18/2/2005, dichiarò P. e S. colpevoli dei reati loro rispettivamente ascritti e, concesse le attenuanti generiche come equivalenti alla aggravante, ritenuta la continuazione, li condannò alle pene di giustizia, oltre pene accessorie. La Corte di appello di Milano, con la sentenza di cui in epigrafe, in parziale riforma della pronuncia di primo grado, ha ritenuto il reato da ultimo indicato (capo G) assorbito nell’imputazione di bancarotta distrattiva (capo A per P. , capo E per S. ), ha escluso la continuazione, ha rideterminato la pena per ciascuno degli imputati in anni tre di reclusione, ha revocato l’interdizione legale, ha sostituito l’interdizione perpetua dai pubblici uffici con l’interdizione temporanea dagli uffici per anni cinque, ha confermato nel resto. Ricorrono per cassazione, con motivi in parte comuni, tramite i difensori, i due imputati. P. deduce: 1) contraddittorietà e illogicità di motivazione con riguardo alla omessa disposizione di perizia. Le conclusioni cui è giunto il consulente tecnico dell’Accusa contrastano frontalmente con quelle dei consulenti della difesa, con particolare riferimento alla valutazione del valore dei rami d’azienda ceduti dalla S.r.l. ELLISSE alle società GIBI e NOVA. È ovvio che da ciò dipende la valutazione di congruità dei canoni di locazione e dei prezzi di cessione. Si tratta di una circostanza di indubbio rilievo e il contrasto tra le due posizioni valutative avrebbe dovuto essere risolto tramite il conferimento dell’incarico peritale. Pur in presenza di un consolidato orientamento giurisprudenziale che vede nella perizia un mezzo di prova neutro, è evidente che il giudicante ha comunque l’onere di indicare in sentenza le ragioni di un eventuale diniego dell’accoglimento della richiesta di perizia; sotto tale profilo, la sentenza è carente. Le conclusioni cui è giunto il consulente del PM vengono ritenute acriticamente una verità inconfutabile. Senza alcuna spiegazione, non viene preso in considerazione il fatto che la S.r.l. ELLISSE fosse ormai connotata da un avviamento negativo. Tale fatto non poteva non incidere sulla valutazione dei rami di azienda che la stessa S.r.l. cedette alle altre due società sopra indicate. Esse ereditarono anche la infelice dislocazione della ELLISSE e si fecero carico delle sue storiche diseconomie. E quindi evidente che la stima dell’avviamento fu, a dir poco, ottimistica. La Corte d’appello, dunque, non ha tenuto nel debito conto gli errori metodologici e di calcolo in cui è incorso il consulente del PM; 2) violazione degli articoli 43 cp e 216 LF, nonché carenza del relativo apparato motivazionale in ordine alla sussistenza dell’elemento psicologico. E stata omessa qualsiasi valutazione circa il reale ed effettivo grado di rappresentazione degli esatti termini del problema da parte del ricorrente con riferimento al momento della commissione del fatto. P. non era affatto al corrente delle reali condizioni della Ellisse e dunque la sua condotta non poteva manifestare una specifica volontà distrattiva, necessaria per la integrazione del reato di bancarotta fraudolenta. Sul punto, entrambe le sentenze di merito sorvolano. Il piano di ristrutturazione prevedeva il trasferimento del ramo produttivo in una nuova località e in un nuovo edificio da reperire e ciò avrebbe giovato alla produzione. In realtà i B. fornirono, tanto all’acquirente F. , quanto al consulente P. dati non veritieri; è quindi chiaro che questo ricorrente ben può essere incorso in errore di valutazione e in condotte di omesso controllo, ma, per ciò solo, non si può affermare che fosse sua intenzione danneggiare i creditori e, tra questi, i lavoratori dipendenti. In realtà, nessun elemento dimostra in capo a P. una intenzione diversa da quella di salvare l’azienda; 3) violazione degli articoli 110 cp, 216 LF e carenza del relativo apparato motivazionale in ordine al concorso dell’imputato nel reato di bancarotta fraudolenta documentale. Entrambi i giudici di merito riconoscono che P. consegnò al curatore i libri sociali dei quali era in possesso, entrambi i giudici di merito affermano che la contabilità era accantonata nell’alloggio dei custodi, entrambe le sentenze riferiscono che sia P. che S. avevano comunicato al curatore l’esatta ubicazione della documentazione predetta. Consapevole di ciò, la Corte milanese si riduce ad affermare la responsabilità del ricorrente in ordine alla bancarotta documentale, asserendo che egli non aveva tenuto la contabilità in modo da consentire la ricostruzione del patrimonio e dei movimenti, quasi che questa fosse un’incombenza del consulente. Peraltro esistono contributi testimoniali che documentano l’esistenza della contabilità. Tra questi, le dichiarazione della teste R. , che, tuttavia, secondo l’opinione della Corte d’appello, avrebbe rifiutato di stampare per il curatore l’intera contabilità perché a ciò indotta dal P. . Al proposito, si rileva che, mentre non vi è traccia di tale disposizione, non si capisce perché il curatore non si sia avvalso dei suoi poteri per richiedere detta documentazione. In realtà, la Corte territoriale si limita a supporre che la R. avesse ricevuto un ordine in tal senso dal P. e ciò in base al fatto che, secondo i predetti giudici, l’imputato gestiva la Ellisse. Di tale gestione, tuttavia, non è traccia in sentenza atteso che S. e P. gestivano in realtà la GIBI e la NOVA; 4) ancora violazione degli articoli 110 cp e 216 LF nonché carenza della motivazione con riguardo alla distrazione del magazzino. È la stessa Corte ad ammettere che il magazzino è stato sovrastimato; e tuttavia, contraddittoriamente, sostiene che gli imputati avrebbero acquistato sottocosto, ciò deducendo dal fatto che NOVA e GIBI versarono lire 500 milioni alla curatela; 5) violazione dell’articolo 219 LF e carenza di motivazione relativamente alla sussistenza dell’aggravante del danno di rilevante entità, atteso che, per recente orientamento giurisprudenziale tale aggravante non può essere applicata alla bancarotta impropria. In ogni caso, è da notare che il fallimento Ellisse ha potuto ‘recuperare’ molto, proprio in virtù del fatto che l’immobile era comunque rimasto in capo alla fallita; 6) violazione degli articoli 69 e 62 bis c.p., oltre a carenza e illogicità della motivazione in riferimento al mancato giudizio di prevalenza delle circostanze attenuanti generiche. Il P. ha concluso con la curatela una transazione avente ad oggetto la riparazione del danno, in conseguenza della quale è stata revocata la costituzione di parte civile. Ciò è avvenuto dopo la sentenza di primo grado e prima della conclusione del processo di secondo grado e la relativa documentazione è stata acquisita all’udienza del 2.2.2009. Di ciò la Corte d’appello non ha tenuto alcun conto ed anzi, in ordine al trattamento sanzionatorio, ha motivato per relationem, dimenticando che in primo grado l’accordo transattivo non si era ancora verificato. La discrezionalità nella determinazione della pena non può significare arbitrarietà e il giudice è tenuto a dar conto dell’iter argomentativo e dei fatti e delle circostanze che ha tenuto presenti nella concreta quantificazione della pena, cosa che, per i motivi appena indicati, non è stata fatta nel caso in esame; 7) violazione articoli 30 e 37 c.p. e carenza dell’apparato motivazionale in ordine alla mancata riduzione della durata della pena accessoria dell’interdizione professionale. La rideterminazione della pena principale avrebbe dovuto portare ad una rideterminazione, in diminuzione, della pena accessoria in modo da farla coincidere, quanto alla durata, con quella principale. Ciò si deduce dalla lettera dell’articolo 37 c.p. Esiste, per vero, una minoritaria corrente giurisprudenziale che ritiene la pena accessoria svincolata, quanto alla misura, da quella principale, ma, anche se si vuole aderire tale concezione, il giudice è tenuto a motivare la sua scelta; 8) violazione degli articoli 82, 538, 539, 541 cpp e travisamento del fatto con riguardo all’omesso riconoscimento dell’esclusione della parte civile con riferimento a quanto sopra illustrato. S. deduce: 1) omessa assunzione di una prova decisiva espressamente richiesta. Al proposito, il ricorrente formula censure analoghe rispetto a quelle sub 1) del P. , sottolineando peraltro che la stessa Corte milanese ammette l’errore di valutazione da parte del consulente tecnico del PM e, ciò nonostante, mantiene fermo l’assunto che il magazzino contenesse mercé di valore; e questo, ad onta delle dichiarazioni di alcuni testi (esempio: Bo. ), che parlano di un magazzino contenente mercé sostanzialmente inutilizzabile. La contraddittorietà della motivazione è palese e la ragione per cui non è stata disposta una perizia super partes rimane ignota; 2) manifesta contraddittorietà e illogicità della motivazione ancora in ordine al diniego dell’assunzione di perizia, atteso che S. è stato ritenuto concorrente sia morale che materiale dei B. e degli altri imputati perché avrebbe anche gestito la distrazione, attraverso le società NOVA e SIBI. La condotta è dettagliatamente elencata nel capo A), che si articola in numerosi sottocapi e tra questi vi è quello relativo magazzino; ebbene la Corte di merito prende atto del fatto, come anticipato, che lo stesso consulente del PM ritiene spropositata la valutazione del magazzino; ciò nonostante ne addebita la sottrazione a S. e a P. . Lo stesso giudice di appello, a pagina 21 della sentenza, da conto delle perplessità del consulente del PM. Ciò nonostante, mantiene ferma la condanna dei due imputati. Che sia stato fallace tal modo di procedere risulta evidente anche, ad esempio, se si fa riferimento alla valutazione dell’avviamento della ELLISSE. Il consulente del PM ritiene che esso possa essere valutato 1.900.000.000 di lire, nonostante la società fosse da anni in perdita. Nemmeno tale elementare considerazione ha indotto i giudici di secondo grado a disporre perizia. È poi il caso di rilevare che la curatela ha ceduto il marchio per il prezzo di 70 milioni di lire, orbene, cedere il marchio vuoi dire in pratica cedere l’avviamento e se la curatela lo ha stimato 70 milioni di lire, è evidente che il consulente del PM gli ha attribuito un valore astronomico. Anche per quel che riguarda la cessione di rami d’azienda, si deve notare che il prezzo concordato è stato ritenuto congruo dal curatore e dal giudice delegato i quali, se così non avessero opinato, avrebbero lasciato spazio all’azione revocatoria. 3) illogicità della motivazione per avere erroneamente ritenuto sussistente la bancarotta documentale e per averla inoltre ritenuta attribuibile a S. . In ordine a tale imputazione, la Corte territoriale ignora completamente le emergenze dibattimentali, che hanno dimostrato che la contabilità era stata regolarmente tenuta. Persino il tribunale e il consulente del PM elencano i documenti consegnati al curatore; il teste Sala, dipendente dell’ELLISSE, riferisce dell’esistenza della contabilità (sia cartacea, che informatica), la teste R. ammette di essere stata deputata alla mansione della tenuta dei libri, così come dichiara che la contabilità è stata correttamente tenuta; la circostanza è confermata anche da O. . A fronte di queste emergenze probatorie, la Corte milanese formula una presunzione in base alla quale R. avrebbe ricevuto ordine da S. e P. di non mostrare l’intera documentazione al curatore. Sotto altro aspetto, considerato che sia S. che P. non hanno avuto parte alcuna nella redazione dei bilanci, peraltro manifestamente falsi, né nella gestione dell’azienda, non si vede a che titolo avrebbero dovuto essere responsabili della tenuta dei libri contabili; 4) ancora illogicità e contraddittorietà della motivazione con riferimento all’addebito di cui al capo E), in relazione al quale non si può dire sussista una vera e propria motivazione. La Corte di appello si limita a citare due lettere: una di S. ai debitori ed una di B.G. a S. ; con la prima l’imputato rende noto i debitori e quindi ai vecchi clienti della famiglia B. che, ormai, i B. erano estranei alla compagine sociale e che dunque essi debitori avrebbero dovuto pagare ai nuovi titolari; quindi la lettera ha lo scopo di avvisare i debitori della nuova situazione e di scindere la figura dei B. da quella di nuovi esattori. Come questa lettera possa costituire la prova della complicità di S. con F. non è dato comprendere. Se F. , dopo la dichiarazione di fallimento, ha incassato i crediti della fallita, ovvero ha estinto il conto corrente, invece di ‘consegnarlo’ al curatore, non si vede come in questa attività possa essere coinvolto S. . Certo non in base al contenuto della lettera sopra ricordata. La seconda lettera, come anticipato, diretta da B. a S. , è in realtà un fax. Secondo la Corte territoriale, esso dimostrerebbe il fatto che S. non aveva preso iniziative per manifestare il suo dissenso nei confronti dell’attività di riscossione dei crediti operata dal F. . Ma non si vede perché avrebbe dovuto fare ciò e, meno che mai, si comprende perché da tale comunicazione potrebbe desumersi la complicità o la connivenza di S. con F. ; 5) mancanza totale motivazione in ordine alla sussistenza dell’elemento soggettivo. È noto che le fattispecie contestate presuppongono il dolo specifico e non si vede donde i giudici del merito abbiano tratto la convinzione che S. abbia agito per frodare i creditori e per rendere non possibile la ricostruzione del patrimonio aziendale e dei movimenti finanziari. S. fu semplicemente chiamato dal commercialista P. perché prestasse la sua assistenza tecnica all’operazione di salvataggio della ELLISSE S.r.l. Si mirò a preservare il patrimonio più importante dell’azienda, vale a dire la competenza delle maestranze, cui fu salvato il posto di lavoro. I beni dell’ELLISSE e la sua struttura produttiva furono, per il momento, messi in salvo e la valutazione del loro effettivo valore, più che dalle fantasie del consulente del PM, deve essere dedotta dei meccanismi di mercato; 6) violazione di legge e carenze l’apparato motivazionale in ordine al mancato riconoscimento di prevalenza delle attenuanti generiche. La Corte, con formula di stile, respinge la richiesta avanzata in tema di trattamento,sanzionatorio, salvo poi, contraddittoriamente, ridurre la pena al minimo edittale. Nessuna seria ragione viene esplicitata per negare la prevalenza delle attenuanti generiche. La giovane età e la inesperienza di S. avrebbero dovuto diversamente orientare il giudicante. Ammesso e non concesso che l’imputato abbia dolosamente perseguito le finalità contro legem di cui alla imputazione, certo non può intravvedersi in capo allo stesso una tale intensità di dolo da giustificare il mero giudizio di equivalenza delle circostanze attenuanti generiche. Considerato in diritto La prima censura, comune ad entrambi i ricorrenti, è inammissibile perché sostanzialmente articolata in fatto e, in parte generica, nella misura in cui non tiene conto di quanto evidenziato in sentenza. Lo stesso deve dirsi della seconda censura di S. , che fa corpo con la prima. La CdA motiva articolatamente in ordine alla validità della consulenza V. , la pone in relazione a quelle redatte da Bi. e Pi. e chiarisce per qual motivo opta (così come il giudicante di primo grado) per la correttezza della prima (pagg. 21-24-25), giungendo alla conclusione che i due rami di azienda, valutabili intorno ai 3.200.000.000 di lire furono ceduti in locazione per il modestissimo prezzo di 220.000.000 di lire. È pur vero, osserva la Corte, che oggetto di locazione sono singoli beni, ma è altrettanto vero che tali beni, guardati nella loro complessità, costituiscono veri e propri rami di azienda. Ed è su tali basi che il CT fonda la sua stima, stima che i giudicanti di merito motivatamente mostrano di condividere. Discorso a parte merita il magazzino, il cui valore lo stesso giudicante sospetta sia stato ‘gonfiato’, ma la cui vantazione non incide, se non in maniera marginale, sull’apprezzamento della condotta degli imputati, cui comunque è addebitata, anche e principalmente, la distrazione di beni sociali e di ricavi economici derivanti dalla alienazione di tali beni, nonché la distrazione dei predetti rami di azienda. Per altro, come si legge a pag. 24 della sentenza, fu lo stesso P. a indicare il valore del magazzino in circa lire 2.500.000.000. Dunque, se pure esso non poteva essere stimato lire 4.700.000.000, sta di fatto che fu ceduto per lire 500.000.000, vale a dire con un o ‘scarto’ di ben 2 miliardi rispetto alla cifra indicata da uno dei due imputati. La seconda censura del P. e la quinta dello S. sono infondate. Va innanzitutto ricordato che, come emerge dal capo di imputazione, come chiarito nelle sentenze di merito e come gli stessi imputati ammettono nei loro ricorsi, le società GIBI e NOVA furono costituite, organizzate e gestite proprio dagli attuali ricorrenti al precipuo scopo di ricevere i rami di azienda che la ELLISSE si accingeva a cedere; di talché dalla sentenza impugnata appare evidente il ‘doppio ruolo’ che P. e S. si erano riservati: da un lato, ciascuno di essi era (formalmente) consulente della cedente, dall’altro, dominus della cessionario. A pag. 24 della sentenza di appello si ricorda come P. abbia finito per ammettere di aver attivamente partecipato alla stesura dei contratti per la cessione. Tutto ciò premesso, se distrazione vi fu e se fu operata attraverso i ‘meccanismi’ descritti nel capo di imputazione e in sentenza, è ovvio che i due ricorrenti, essendo stati gli ideatori di tali ‘meccanismi’ (oltre ad avere in parte – ma attivamente – collaborato alla esecuzione del progetto), non possono poi dichiararsi estranei alla loro finalità truffaldina. S. e P. si trovano, per così dire, ‘a monte’ e ‘a valle’ della operazione di spoliazione della ELLISSE e, dunque, non si vede come possano dichiarasi inconsapevoli della reale natura e degli effettivi scopi della operazione. La terza censura dei ricorsi di entrambi gli imputati è inammissibile per manifesta infondatezza, atteso che ai due è contestato di aver sottratto o distrutto le scritture contabili o, comunque, di averle tenute in maniera tale da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio aziendale e del movimento di affari. Dunque, non vi è stato alcun mutamento della contestazione. Che la tenuta delle scritture (o almeno la sorveglianza su tale tenuta) competesse anche agli attuali ricorrenti deriva dal ruolo di co-amministratori di fatto che, in base alla ricostruzione operata dai giudici del merito, essi, a un certo punto, assunsero nell’ambito di ELLISSE srl. Alla quarta censura del P. , relativa alla ipervalutazione del magazzino si è già sopra fornita replica e spiegazione. La quinta censura di P. è infondata. La sentenza invocata dal ricorrente (SS.UU. sent. n. 21039 del 2011, ric. PM in proc. Loy, RV 249666) ha stabilito che la disciplina speciale sul concorso di reati prevista dall’art. 219, comma II n. 1, LF, si applica anche alle ipotesi di bancarotta impropria. Secondo una lettura del dictum della predetta sentenza, l’estensione sarebbe possibile in quanto si tratterebbe di analogia in bonam partem, di talché l’estensione alla bancarotta impropria della aggravante contenuta nel medesimo articolo non sarebbe consentita in quanto in malam partem. L’assunto è fallace perché fallace ne è il presupposto, vale a dire che venga in rilievo l’istituto della analogia. Si tratta, viceversa, di interpretazione sistematica. La differenza è nota: all’analogia (vietata nel diritto penale, se in malam partem) si fa ricorso quando si rileva una lacuna nel sistema, vale a dire la mancanza di una previsione normativa. In ragione del principio di stretta legalità che vige in diritto penale, l’interprete non può ‘inventarsi’ una norma incriminatrice (dunque una fattispecie criminosa o una circostanza aggravante). Alla interpretazione sistematica si ricorre quando la lacuna è meramente apparente e tale apparenza deriva solo da un imperfetto coordinamento di norme. Per venire al caso in esame, è di tutta evidenza che l’art. 223 LF, nella prima parte, fa riferimento, per descrivere la condotta e per individuare il trattamento sanzionatorio, all’art. 216 della medesima legge; nella seconda parte. Fermo il rinvio quoad poenam, descrive ulteriori condotte addebitabili ai soggetti di cui al I comma; orbene, poiché però, l’art. 216 rinvia – per quel che riguarda le specifiche attenuanti e aggravanti – all’art. 219 LF, è inevitabile che tale rinvio ‘interessi’ anche l’art. 223. Ragionare diversamente comporterebbe: a) una evidente violazione del principio di eguaglianza ex art. 3 Cost., b) una patente irragionevolezza del sistema sanzionatorio, atteso che la bancarotta societaria rappresenta – parlando in linea generale, come è ovvio – fenomeno criminale molto più grave di quello costituito dalla bancarotta individuale, atteso che, nella moderna economia, le più alte concentrazioni di capitali assumono, come è noto, forma societaria. D’altra parte, il I comma dell’art. 223 LF, nel far rinvio all’art. 216, indica i ‘fatti’ previsti nel detto articolo e il ‘fatto’ è quello che storicamente si connota, con tutte le sue eventuali circostanze. Né in senso contrario deve orientare l’ultimo comma del ricordato art. 223 (“si applica altresì in ogni caso la disposizione dell’ultimo comma dell’art. 216′), perché esso sta semplicemente a indicare che le pene accessorie si applicano con riferimento a tutte le ipotesi previste dall’art. 223 (dunque: al I comma e ai numeri 1 e 2 del II). Fondata è la quinta censura del P. . Invero, non essendo contestato che questo imputato provvide a riparare, sia pure parzialmente, il danno prodotto, è da rilevare, in accordo con quanto fa il suo Difensore, che di tale condotta il giudice di secondo grado sembra non tenere considerazione alcuna, quando affronta il tema del trattamento sanzionatorio. Naturalmente, lo stesso non era certo tenuto, in astratto, a conferire alla predetta condotta l’effetto di una mitigazione del trattamento, ma avrebbe dovuto prendere in considerazione la stessa e sviluppare, in ordine ad essa, le sue considerazioni, traendone le inevitabili conseguenze. Sul punto, dunque, si impone annullamento con rinvio ad altra sezione della medesima CdA. La settima e la ottava censura del P. restano assorbite a seguito dell’accoglimento della sesta. Ovviamente il giudice di rinvio terrà conto, in tema di pena accessoria, di quanto si scriverà a proposito del ricorso dell’altro imputato (sesta censura di S. ). La quarta cesura di S. è infondata, atteso che essa soffre di un approccio tendenziosamente atomistico alle evidenze probatorie. È chiaro che la condotta descritta al capo E), in sé considerata (scrivere lettere ai debitori per avvertirli che devono pagare al nuovo creditore), può apparire neutra; ma tale non è, nel caso di specie, se messa in relazione alla attività precedentemente svolta (costituzione delle nuove società destinatane dei rami di azienda, svendita/cessione dei beni e delle attività della ELLISSE), in quanto essa contribuisce a indirizzare i debitori verso i nuovi titolari di un’azienda ormai in palese difficoltà economiche, produttive e finanziarie, contribuendo, in tal modo, al compimento della condotta di distrazione. Va da sé che, se S. fosse stato ignaro dei ‘precedenti’, a lui nessun addebito, sul piano psicologico, avrebbe potuto essere mosso, ma, poiché, viceversa, egli è considerato uno dei principali artefici della spoliazione della ELLISSE, la conclusione cui giungono i giudici del merito è del tutto corretta. La sesta censura dello S. è infondata, atteso che non vi è contraddizione nell’avere, da un lato, ridotto la pena al minimo edittale, dall’altro, mantenuto fermo il giudizio di equivalenza tra le circostanze attenuanti, riconosciute dal primo giudice, e quelle aggravanti. Diversamente ragionando, si dovrebbe giungere, invero, alla conclusione per la quale, tutte le volte che il giudice intende applicare il minimo edittale, deve anche ‘in automatico’ riconoscere le attenuanti ex art. 62 bis cp come prevalenti; il che palesemente non è, sia perché, altrimenti, il legislatore avrebbe previsto tale ‘meccanismo sanzionatorio’, sia perché, come è noto, la funzione delle attenuanti generiche è quella di essere uno strumento in più nelle mani del giudice per adeguare la pena alle concrete condizioni dell’imputato, quando ricorre una ragione di attenuazione della pena, non prevista dalle circostanze ‘nominate’. Nondimeno, in relazione al trattamento sanzionatorio dello S. , deve operarsi una ‘correzione’ per quel che riguarda la pena accessoria, illegalmente fissata in anni 5 e che va, viceversa, determinata, secondo i più recenti orientamenti della giurisprudenza di questa Corte (tra le ultime: ASN 201013579-RV 246712), in un periodo di tempo eguale a quello della pena detentiva principale, dunque, nel caso in esame, in anni tre. Sul punto, pertanto, la sentenza impugnata va annullata senza rinvio, provvedendo direttamente questo Collegio alla rideterminazione della detta pena accessoria in anni tre. S. va condannato al ristoro delle spese sostenute in questo grado di giudizio dalla costituita PC, spese che si liquidano come da dispositivo.

P.Q.M. annulla senza rinvio la sentenza impugnata per S.G. , limitatamente alla inflitta pena accessoria, che ridetermina in anni tre; rigetta nel resto il ricorso di S. , che condanna alla rifusione delle spese sostenute dalla parte civile, che liquida in complessivi Euro milleottocento (1.800), oltre accessori come per legge; annulla la sentenza impugnata per P.C. , limitatamente al trattamento sanzionatorio, con rinvio, per nuovo esame, ad altra sezione della Corte di appello di Milano.

 

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avvocato penale Bologna

MILANO BOLOGNA PAVIA MONZA VARESE AVVOCATO DIFENDE PER BANCAROTTA FRAUDOLENTA La Bancarotta Fraudolenta patrimoniale, art. 216 comma 1 Legge Fallimentare La Bancarotta Preferenziale, art 216 comma 3 Legge Fallimentare La Bancarotta semplice, documentale e patrimoniale, art. 217 Legge Fallimentare

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La bancarotta fraudolenta ricorre nei casi in cui l’imprenditore distrae, occulta, dissimula, distrugge o dissipa in tutto o in parte i suoi beni ovvero, allo scopo di recare pregiudizio ai creditori, espone passività inesistenti (bancarotta fraudolenta patrimoniale); oppure quando sottrae, distrugge o falsifica, in tutto o in parte, in modo tale da procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto o di recare pregiudizio ai creditori, i libri o le altre scritture contabili o li tiene in modo da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari (bancarotta fraudolenta documentale), oppure ancora, a scopo di favorire taluni creditori rispetto ad altri esegue pagamenti o simula titoli di prelazione (è la bancarotta fraudolenta preferenziale).

 

 

 

La bancarotta fraudolenta patrimoniale tutela la garanzia dei creditori costituita dal patrimonio dell’imprenditore individuale.

 

L’oggetto materiale delle condotte è costituito dai beni dell’imprenditore dotati di valore economico, e dunque l’offesa si concretizza attraverso l’aggressione sul patrimonio del soggetto attivo, ivi ricompresi i diritti di proprietà, diritti reali, diritti sui beni immateriali, diritti di credito, diritti di godimento derivanti dai rapporti contrattuali, e così via. Parte della giurisprudenza sembra assimilare a questi anche i beni di provenienza delittuosa.

 

La condotta incriminata consiste quindi nell’impedimento all’utilizzazione dei beni dell’impresa fallita in vista del soddisfacimento dei diritti dei creditori.

 

 

 

 

 

 

Abbiamo invece il reato di bancarotta semplice  qualora siano imputabili all’imprenditore fallito  spese personali  eccessive rispetto alle proprie condizioni economiche, operazioni manifestamente imprudenti oppure di aver aggravato il proprio dissesto, astenendosi dal richiedere la dichiarazione del proprio fallimento.

 

L’avvocato penalista Bologna Sergio Armaroli fornisce inoltre assistenza anche prima che si verifichi lo stato di insolvenza dell’azienda.

 

 

La bancarotta fraudolenta preferenziale

 

Nella bancarotta fraudolenta preferenziale, l’interesse protetto dalla legge è ancora una volta la tutela dei creditori.

 

Viene punito il preferire alcuni creditori rispetto ad altri creando artefici per tale fine  

 

Secondo la legge fatte salve le cause legittime di prelazione (art. 2741 c.c.) e i crediti prededucibili (art. 111 l.fall.), i creditori hanno uguale diritto a essere soddisfatti  

 

MILANO BOLOGNA PAVIA MONZA VARESE AVVOCATO DIFENDE PER BANCAROTTA FRAUDOLENTA La Bancarotta Fraudolenta patrimoniale, art. 216 comma 1 Legge Fallimentare La Bancarotta Preferenziale, art 216 comma 3 Legge Fallimentare La Bancarotta semplice, documentale e patrimoniale, art. 217 Legge Fallimentare

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MILANO BOLOGNA PAVIA MONZA VARESE AVVOCATO DIFENDE PER BANCAROTTA FRAUDOLENTA

La Bancarotta Fraudolenta patrimoniale, art. 216 comma 1 Legge Fallimentare

La Bancarotta Preferenziale, art 216 comma 3 Legge Fallimentare

La Bancarotta semplice, documentale e patrimoniale, art. 217 Legge Fallimentare

 

ACHIAMA AFFIDATI

Gli ambiti di operatività ricoprono tutti i settori del diritto penale ed in particolare:

  • Delitti Contro La Persona

  • Delitti Contro La P.A.

  • Delitti Contro Il Patrimonio

  • Reati Sessuali

  • Reati Economici E Societari

  • Reati Finanziari

  • Reati Fallimentari

  • Reati Contro La Salute E Sicurezza Sul Lavoro

  • Reati Informatici

  • Reati Ambientali

  • Reati Urbanistici

  • Reati Tributari

  • Reati In Materia Di Stupefacenti

  • Reati In Materia Di Privacy

  • Responsabilità Professionale Medica

  • L’avvocato cassazionista Sergio Armaroli di Bologna puo’ assistervi nella preparazione della Vostra difesa nei casi di bancarotta fraudolenta patrimoniale (art. 216 n. 1 L.F.), documentale (art. 216 n. 2 L.F.) o preferenziale (art. 216, comma 3, L.F.) e nei casi di bancarotta semplice (art. 217 L.F.), e ai reati a carico degli amministratori, direttori generali, sindaci e liquidatori di società fallite (art. 223 e 224 L.F.) e aiutarVi a risolvere il Vostro problema giudiziario.

 ABA1SCRITTA

 

La giurisprudenza da tempo consolidata che le fattispecie penalmente sanzionate nella formulazione della norma fallimentare, si realizzino indipendentemente dalla eventuale successiva dichiarazione di fallimento: infatti, parificando il decreto di ammissione al concordato preventivo (e, prima della recente riforma di cui alla L. 14 maggio 2005, n. 80 ed al D.Lgs. 9 gennaio 2006, n. 5, all’amministrazione controllata), non si è voluto che gravi comportamenti verificatisi prima, e anche in assenza, del fallimento restassero impuniti, sicché esso viene ad assumere la stessa funzione e a svolgere la stessa efficacia della sentenza dichiarativa di fallimento nelle ipotesi ordinarie di bancarotta (v, di recente, Cass. Sez. V 18 settembre 2007 n. 39307 e 2 marzo 2011 n. 15061).

Infatti, il D.L. n. 35 del 2005, e la L. n. 80 del 2005, hanno eliminato dalla L. Fall., articolo 180, qualsiasi riferimento all’automatismo della conversione del concordato preventivo in fallimento (facendo però salve le ipotesi in qualche modo ‘sanzionatorio’ tuttora previste dalla L. Fall., articolo 173), affidando la stessa conversione all’iniziativa dei creditori o del Pubblico Ministero, nonché alla previa verifica dello stato d’insolvenza.

 

 

 

CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. V PENALE – SENTENZA 26 aprile 2012, n.16000 – Pres. Scalera – est. Sabeone

Ritenuto in fatto

  1. Il Tribunale di Milano, con ordinanza del 19 novembre 2011, ha convalidato il fermo, applicando contestualmente la misura cautelare personale della detenzione in carcere, di D.P. indagato, quale beneficiario economico di operazioni poste in essere da legali rappresentanti della Fondazione, per alcuni delitti di bancarotta fraudolenta per distrazione in danno della Fondazione San Raffaele del Monte Tabor, ammessa al concordato preventivo con decreto 27 ottobre 2011 del Tribunale di Milano.
  2. Avverso tale ordinanza ha proposto ricorso per cassazione l’indagato, a mezzo dei proprio difensore, lamentando:
  3. a) una violazione di legge e un vizio di motivazione in ordine alla ritenuta applicabilità delle norme penali in tema di bancarotta al concordato preventivo, a seguito della modifica di cui alla novella della legge 80/2005;
  4. b) una violazione di legge e un vizio di motivazione sul punto dell’applicabilità delle norme penali al concordato preventivo che abbia quale presupposto finanziario la mera crisi dell’impresa non derivante da insolvenza;
  5. c) una violazione di legge e un vizio di motivazione in ordine all’applicazione di una misura cautelare in costanza di concordato preventivo, in violazione della disposizione di cui all’articolo 238 L.Fall.;
  6. d) una violazione di legge e un vizio di motivazione in ordine alla omessa indicazione del delitto presupposto del delitto di cui all’articolo 648 bis cod.pen., contestazione alternativa effettuata dal GIP;
  7. e) una violazione di legge e un vizio di motivazione in ordine alla sussistenza delle esigenze cautelari nascenti dal pericolo di fuga e del pericolo di reiterazione del reato.
  8. Risulta, altresì, depositato un motivo aggiunto di ricorso che evidenzia una violazione di legge e una illogicità della motivazione in merito alla sussistenza degli indizi di un concorso nei contestati delitti di bancarotta.
  9. Risulta, infine, proposta all’udienza avanti questa Corte questione di legittimità costituzionale, per violazione dell’articolo 3 della Costituzione, della novella di cui alla legge 80/2005 nella parte in cui ha introdotto la possibilità di ricorrere alla procedura di concordato preventivo anche in caso di ‘crisi’ dell’azienda e non soltanto in caso d’insolvenza.

Considerato in diritto

  1. Il ricorso merita accoglimento per quanto di ragione.
  2. Alla luce di un recente intervento delle Sezioni Unite di questa Corte (v. Cass. Sez. Un. 30 settembre 2010 n. 43428) in tema di modifiche dell’istituto del concordato preventivo e loro incidenza in campo penale devono premettersi alcune considerazioni in punto di diritto.

La compresenza nell’istituto del concordato preventivo di componenti privatistiche e pubblicistiche non può dirsi superata a seguito delle sensibili modifiche della sua disciplina intervenute in anni recenti (in forza, in particolare, del D.L. 14 marzo 2005; n. 35, convertito in L 14 maggio 2005, n. 80, e del D.Lgs. 12 settembre 2007, n. 169).

Le principali novità progressivamente introdotte sono, innanzitutto, costituite dalla modificazione dei presupposto di accesso alla procedura, ora individuato nello stato di crisi dell’impresa, la cui nozione non è stata, peraltro, definita dal legislatore se non per la precisazione contenuta nell’inedito comma 2, del nuovo testo della L. Fall., articolo 160, introdotto dal D.L. n. 273 del 2005 (convertito in L. n. 51 del 2006), secondo il cui ultimo comma ‘per stato di crisi si intende anche lo stato di insolvenza’.

Lo stato d’insolvenza è rimasto, dunque, presupposto della procedura concorsuale, ancorché la suddetta allargata formula normativa lasci intendere che alla stessa possa accedere anche l’imprenditore che versi in una situazione di difficoltà non ancora identificabile con quella di dissesto.

Il che evoca sia situazioni in cui l’impresa versi nell’impossibilità di adempiere le obbligazioni in scadenza, sia situazioni di squilibrio irreversibile, sia situazioni in cui è agevolmente pronosticabile il verificarsi, nell’immediato, di uno di tali inconvenienti.

Ciò vale, incidenter tantum, a ritenere non condivisibile l’eccezione di non conformità della suddetta normativa al principio di uguaglianza di cui all’articolo 3 della Costituzione, sollevata nell’interesse del ricorrente, posto che rientra nei poteri discrezionali del legislatore equiparare quoad poenam situazioni concretamente diverse ma aventi in comune la medesima finalità della tutela dei creditori a fronte dell’attività del debitore non ancora impossibilitato del tutto alla fisiologica estinzione delle proprie obbligazioni.

L’amministrazione controllata aveva, a sua volta, come finalità primaria il risanamento dell’impresa e il ripristino della sua solvibilità o, meglio, il recupero della solvibilità in conseguenza del risanamento dell’impresa, non aveva natura liquidatoria né effetto immediatamente satisfattivo delle pretese creditorie ma, per così dire, dilatorio, nel senso che il debitore era obbligato a soddisfare integralmente tali pretese dopo la chiusura della procedura, se il risanamento finanziario fosse stato conseguito.

La struttura normativa del concordato preventivo, viceversa, prescinde da qualsiasi idea di necessaria protrazione dell’attività imprenditoriale ed è orientata ad assicurare effetti meramente liquidativi dei crediti attraverso qualsiasi forma ma in misura, di norma, falcidiata.

In secondo luogo, la riforma ha provveduto all’eliminazione, nell’articolo 160 L. Fall., dei requisiti di meritevolezza per l’ammissione alfa procedura, nonché all’esclusione di qualsiasi sindacato giudiziale sul merito della proposta di concordato preventivo, la cui omologazione, ai sensi del nuovo articolo 180 L. Fall., avviene ora per decreto sulla base della mera verifica del raggiungimento delle maggioranze prescritte nell’adunanza dei creditori e della regolarità formale della procedura seguita.

Al debitore viene concessa una più ampia autonomia nella scelta dei contenuti del piano concordatario e la possibilità di suddividere i creditori in classi omogenee (all’interno delle quali devono essere raggiunte autonome maggioranze in sede di deliberazione del concordato) cui proporre anche trattamenti differenziati e viene invece richiesto, dal nuovo testo dell’articolo 161 L. Fall., di asseverare la proposta attraverso la relazione di un professionista che attesti la veridicità dei dati aziendali e la fattibilità del piano concordatario.

La continuità tra concordato e fallimento, in qualche modo spezzata dal mutamento del presupposto per l’instaurazione della concorsualità, è stata poi ulteriormente ridimensionata.

Infatti, il D.L. n. 35 del 2005, e la L. n. 80 del 2005, hanno eliminato dalla L. Fall., articolo 180, qualsiasi riferimento all’automatismo della conversione del concordato preventivo in fallimento (facendo però salve le ipotesi in qualche modo ‘sanzionatorio’ tuttora previste dalla L. Fall., articolo 173), affidando la stessa conversione all’iniziativa dei creditori o del Pubblico Ministero, nonché alla previa verifica dello stato d’insolvenza.

Alla luce del contenuto delle modifiche illustrate non v’è dubbio che la riforma si sia mossa nella direzione dell’esaltazione del profilo negoziale dell’accordo intervenuto tra l’imprenditore e i suoi creditori e del contestuale ridimensionamento degli aspetti processuali dell’istituto.

La natura del concordato ‘riformato’ appare connotata ormai da una prevalenza di elementi privatistici, che denunciano la volontà di contrarre l’intervento statuale nella procedura anticipatola, rafforzando invece il ruolo di protagonisti di debitore e creditori.

Da ultimo va ricordato che la L. Fall., articolo 236, il cui comma 2, n. 1, estende, in caso di concordato preventivo agli amministratori; direttori generali, sindaci e liquidatori di società le incriminazioni di cui ai precedenti articoli 223 e 224 (relativi ai reati propri dei medesimi soggetti), non ha subito, per quanto qui interessa, modifica alcuna.

La lettura del R.D. 16 marzo 1942, n. 267, articolo 236, comma 2, n. 1, chiarisce che ‘nel caso di concordato preventivo, si applicano le disposizioni degli articoli 223 e 224 (della stessa legge) agli amministratori, direttori generali, sindaci e liquidatori di società’.

Norma che, quindi, rende applicabili le disposizioni sulla bancarotta impropria, quella commessa, cioè, dagli amministratori di società, alla ipotesi di concordato preventivo avendo parificato, quanto agli effetti penali, il decreto di ammissione al concordato preventivo alla sentenza dichiarativa di fallimento.

  1. È, inoltre, giurisprudenza da tempo consolidata che le fattispecie penalmente sanzionate nella formulazione della norma fallimentare, si realizzino indipendentemente dalla eventuale successiva dichiarazione di fallimento: infatti, parificando il decreto di ammissione al concordato preventivo (e, prima della recente riforma di cui alla L. 14 maggio 2005, n. 80 ed al D.Lgs. 9 gennaio 2006, n. 5, all’amministrazione controllata), non si è voluto che gravi comportamenti verificatisi prima, e anche in assenza, del fallimento restassero impuniti, sicché esso viene ad assumere la stessa funzione e a svolgere la stessa efficacia della sentenza dichiarativa di fallimento nelle ipotesi ordinarie di bancarotta (v, di recente, Cass. Sez. V 18 settembre 2007 n. 39307 e 2 marzo 2011 n. 15061).

Il legislatore, con norma espressa, ha poi consentito, ai soli fini procedimentali, di ‘anticipare’ l’iniziativa del Pubblico Ministero, rispetto ai termini ‘naturali’ propri del diritto penale sostanziale.

La L. Fall., articolo 238, comma 2 è, infatti, norma che permette (in deroga a quanto previsto dal precedente comma) uno scollamento tra la consumazione del reato e la sua persecuzione giudiziale.

L’esercizio ‘anticipato’ dell’attività processuale è, comunque, imposta al Pubblico Ministero, nell’ambito rigidamente circoscritto da tre limitazioni: tipologia della fattispecie (la norma accenna testualmente alla L. Fall., soli articoli 216, 217, 223, 224, riferimento che, per quanto riguarda i casi di restrizione della libertà, non può che avere carattere tassativo); le ipotesi della L. Fall., precedente articolo 7, o altro grave motivo; il già esistente o il contemporaneo inoltro dell’istanza di fallimento).

La norma, come riconosciuto dall’unanime dottrina, rappresenta una deroga ai principi generali, consentendo l’esercizio della attività repressiva penale prima della dichiarazione di fallimento e, quindi (per quanti aderiscono alla giurisprudenza della Corte di Cassazione) in epoca antecedente alla consumazione del delitto.

La ragione della disposizione è agevolmente rinvenibile nella esigenza di interrompere comportamenti la cui protrazione, alta luce della già maturata insolvenza, renda definitivo o più dannoso l’esito della condotta delittuosa, atteso quello che si prospetta come inevitabile ed imminente perfezionamento del momento consumativo.

Da tanto discende che il legislatore ha dato rilevanza, per i limitati (ma per nulla irrilevanti) fini di ordine processuale, non già al fatto illecito, completo in tutti i suoi elementi, bensì anche soltanto a meri profili di probabile lesione agli interessi dei creditori, in seno ad una condotta che è ancora carente del crisma giudiziale dichiarativo dell’insolvenza (ed indefettibile premessa alla procedura concorsuale).

Al contempo, questa Corte di Cassazione ha ritenuto ammissibile in siffatto contesto l’emissione di misure cautelari, non avendo evidentemente considerato che la mancata consumazione del delitto si risolvesse in una ostacolo incompatibile con la nozione di ‘gravi indizi di colpevolezza’, quali richiesti dall’articolo 273 cod. proc. pen., comma 1 (v. Cass. Sez. V 19 dicembre 2005 n. 8363 e 16 aprile 2007 n. 21288).

  1. Quanto fin qui espresso rende quasi integralmente condivisibile la motivazione del Giudice dell’impugnata ordinanza.

Infatti, anche la sussistenza delle esigenze cautelari è stata logicamente evidenziata nella parte finale della motivazione dell’impugnata ordinanza e corrisponde ai parametri fissati dalla legge (articolo 274 cod. proc. pen.), così come interpretati dalla pacifica giurisprudenza di questa Corte.

Invero, in tema di misure cautelari personali, le tre esigenze cautelari relative al pericolo di inquinamento delle prove, pericolo di fuga e di reiterazione del reato, non devono necessariamente concorrere, bastando anche l’esistenza di una sola di esse per fondare la misura (v. Cass. Sez. VI 12 dicembre 1995 n. 4829).

  1. Quello che la Corte ritiene, però, meritevole di un esame più approfondito è l’aspetto, che non risulta concretamente sviluppato dai Giudici del merito, dell’esistenza del dolo del concorrente extraneus nell’ambito del contestato reato proprio di bancarotta per distrazione.

Oggetto della presente vicenda è, infatti, la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza, in capo al percettore quale concorrente extraneus nel delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione, di determinate somme versate dall’imprenditore che, successivamente, sia stato ammesso al concordato preventivo.

Questa Corte ha già sottolineato che, se è di massima legittimo ipotizzare il concorso del terzo percipiente nel reato dell’imprenditore fallito, occorre, tuttavia, che non sia posta in dubbio la sua conoscenza dello stato di decozione dell’impresa da cui il denaro proviene (v. oltre le citate Cass. Sez. V 22 aprile 2004 n. 23675 e 27 ottobre 2006 n. 41333 da ultimo, sempre Cass. Sez. V 23 marzo 2011 n. 16388 e 26 aprile 2011 n. 27367).

Invero, il tratto saliente della nozione di ‘distrazione fraudolenta’ in sé comporta la consapevole ed ingiustificata esposizione a repentaglio delle ragioni dei creditori.

La configurazione dell’elemento psicologico è agevole se riferita alla posizione dell’imprenditore: per costui è del tutto logico supporre la conoscenza della consistenza dei proprio patrimonio: dunque, anche dei meccanismi produttivi di profitto nonché dei possibili benefici che l’impiego di denaro può procurare alle sorti dell’impresa, nonché del limite oltre il quale l’uscita di ricchezza rappresenta un serio rischio di insolvenza.

Per questo versante è corretto ritenere completa la rappresentazione della propria realtà economica e sufficiente ad integrare la penale responsabilità, pertanto, con la dimostrazione di un dolo generico.

Ma così non può dirsi per chi, non disponendo di una completa valutazione di questo compendio informativo, non necessariamente ricavi dal dato di uscita del denaro un giudizio di concreto e serio repentaglio agli interessi creditori, tanto più se il versamento sia finalizzato ad un (fondatamente) sperato e perseguito incremento della produttività e di profitto (esito che, se raggiunto, elide il danno da reato).

Dunque, per la corretta valutazione della posizione dell’extraneus, il Giudice deve giovarsi di una rigorosa dimostrazione del sufficiente contenuto rappresentativo dell’elemento psicologico, focalizzato sul concreto rischio di insolvenza, anche se non qualificato da una specifica volontà di cagionare danno ai creditori dell’imprenditore.

Il che non è avvenuto nel caso di specie, avendo il Tribunale a quo omesso di motivare in ordine alla consapevolezza in capo all’odierno ricorrente dello stato di ‘grave crisi’ della Fondazione da cui aveva ricevuto le cospicue somme di denaro indicate nel capo d’imputazione.

Il ricorso va, in definitiva, accolto, ogni altro motivo assorbito e l’impugnata ordinanza annullata con rinvio per nuovo esame al Tribunale di Milano.

P.T.M.

La Corte annulla l’ordinanza impugnata con rinvio per nuovo esame al Tribunale di Milano.

 

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BANCAROTTA FRAUDOLENTA TRIBUNALE PAVIA SENTENZA CASSAZIONE AVVOCATO REATI FALLIMENTARI

BANCAROTTA FRAUDOLENTA TRIBUNALE PAVIA SENTENZA CASSAZIONE AVVOCATO REATI FALLIMENTARI

BANCAROTTA FRAUDOLENTA MILANO PAVIA BERGAMO BRESCIA MONZA

BANCAROTTA FRAUDOLENTA MILANO PAVIA BERGAMO BRESCIA MONZA

L’avvocato penalista Bologna  fa presente come per una corretta difesa nel reato di bancarotta fraudolenta sia a volte necessario l’ausilio di valido commercialista o per analisi documenti contabili che hanno convinto il Pm a chiedere rinvio a giudizio dell’imputato per il reato di Bancarotta.

Ma quale è il presupposto della bancarotta ?

In particolare, si è ritenuto, da parte della giurisprudenza di legittimità sinora largamente prevalente, che la sentenza dichiarativa di fallimento integra una condizione di esistenza del reato, che ne segna il momento consumativo, senza, tuttavia, che le si possa attribuire la qualifica di evento, come se non fosse data via di uscita rispetto all’alternativa tra condizione obiettiva di punibilità ed evento del reato: al contrario, può certamente affermarsi che è facoltà del legislatore inserire nella struttura dell’illecito penale elementi costitutivi estranei alla cennata dicotomia (Sez. 5, n. 32352 del 07/03/2014, Tanzi cit.). Sez. 5, n. 32031 del 07/05/2014, Daccò, cit., dal canto suo, ha osservato che la qualificazione, da parte della citata sentenza n. 2 del 25/01/1958, della dichiarazione di fallimento come ‘condizione di esistenza del reato’ manifesti chiaramente l’intento di denotare una realtà diversa da quella dell’elemento costitutivo del reato, quanto meno nel significato proprio del termine, indicando essa una componente necessaria perchè il fatto sia penalmente rilevante, ma, come evidenziato dal termine condizione, distinta dai dati costitutivi della struttura essenziale del reato: di qui il riferimento ad una nozione di elemento costitutivo in senso assolutamente improprio, riferimento, questo, ripreso anche da Sez. 5, n. 15613 del 05/12/2014, Geronzi cit.

Secondo consolidata giurisprudenza  (v, infra, p. 6), da Sez. U, n. 22474 del 31/03/2016, Passarelli, Rv. 266804, le quali hanno rilevato che, ai fini della sussistenza del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale, non è necessaria l’esistenza di un nesso causale tra i fatti di distrazione ed il successivo fallimento, essendo sufficiente che l’agente abbia cagionato il depauperamento dell’impresa, destinandone le risorse ad impieghi estranei alla sua attività, sicchè, una volta intervenuta la dichiarazione di fallimento, i fatti di distrazione assumono rilievo in qualsiasi momento siano stati commessi e, quindi, anche se la condotta si è realizzata quando ancora l’impresa non versava in condizioni di insolvenza.

E’, dunque, l’effettiva offesa alla conservazione dell’integrità del patrimonio dell’impresa, costituente la garanzia per i creditori della medesima (Corte cost., ord. n. 268 del 1989) che funge da parametro della concreta applicazione della norma incriminatrice e consente di configurare il reato in esame come di pericolo concreto.

Conferma di tale conclusione si trae dalla costante giurisprudenza di legittimità in tema di bancarotta cd. ‘riparata’, che si configura, determinando l’insussistenza dell’elemento materiale del reato, quando la sottrazione dei beni venga annullata da un’attività di segno contrario, che reintegri il patrimonio dell’impresa prima della soglia cronologica costituita dalla dichiarazione di fallimento, così annullando il pregiudizio per i creditori o anche solo la potenzialità di un danno (Sez. 5, n. 52077 del 04/11/2014, Lelli, Rv. 261347).

Sempre nella prospettiva del reato di pericolo concreto, si apprezzano anche gli approdi in tema di elemento psicologico, la cui sussistenza richiede la rappresentazione da parte dell’agente della pericolosità della condotta distrattiva, da intendersi come probabilità dell’effetto depressivo sulla garanzia patrimoniale che la stessa è in grado di determinare e, dunque, la rappresentazione del rischio di lesione degli interessi creditori tutelati dalla norma incriminatrice (Sez. 5, n. 15613/15 del 05/12/2014, Geronzi, cit.).

In definitiva, il dolo di bancarotta investe anche la pericolosità di tale condotta rispetto alla preservazione della garanzia patrimoniale dei creditori, in tal modo rivelando la fraudolenza degli atti posti in essere (Sez. 5, n. 9807 del 13/02/2006, Caimmi, Rv. 234232, in motivazione).

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La bancarotta documentale, invece, tutela l’interesse a conoscere l’entità del patrimonio del fallito attraverso la corretta tenuta dei libri e delle scritture contabili, per cui vengono ad essere sanzionate la sottrazione e la falsificazione delle scritture, nonché la loro tenuta in guisa da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari.

la bancarotta preferenziale è il reato previsto dal comma terzo dell’art. 216 l. fall., un tempo noto come “favoreggiamento dei creditori”, per cui viene preferito il pagamento di un credito verso un determinato soggetto (c.d. pagamento preferenziale) o si simulano dei titoli di prelazione a carico di un creditore.

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La costante giurisprudenza di questa Corte è infatti orientata nel senso che «per la configurazione delle ipotesi di reato di sottrazione, distruzione o falsificazione di libri e scritture contabili, per espresso dettato dell’articolo 216, primo comma n. 2, della legge fallimentare, è necessario il dolo specifico, consistente nello scopo di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto o di recare pregiudizio ai creditori, mentre per le ipotesi di irregolare tenuta della contabilità, caratterizzate dalla tenuta delle scritture in maniera da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari, è richiesto invece il dolo intenzionale, perché la finalità dell’agente è riferita ad un elemento costitutivo della stessa fattispecie oggettiva – l’impossibilità di ricostruire il patrimonio e gli affari dell’impresa – anziché a un elemento ulteriore, non necessario per la consumazione del reato, quale è il pregiudizio per i creditori» (Cass., Sez. V, n. 5905 del 06/12/1999, Amata, Rv 216267; v. anche, nello stesso senso, Cass., Sez. V, n. 21075 del 25/03/2004, Lorusso).
Nell’analisi della fattispecie offerta dalla Corte territoriale, anche in relazione ai motivi di appello sviluppati nell’interesse dell’imputato, non si rinvengono invece indicazioni di sorta circa la ritenuta prova del dolo specifico – per quanto detto, volto ad arrecare pregiudizio ai creditori, ovvero a perseguire un ingiusto profitto – che avrebbe animato il T.: i giudici di secondo grado, come già il Tribunale, si limitano piuttosto ad evidenziare che l’imputato fu senz’altro consapevole delle conseguenze che la sua condotta avrebbe avuto in ordine alle possibilità di ricostruzione del movimento degli affari e del patrimonio della società nell’arco di tempo in cui egli ne era stato il liquidatore.

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 14 febbraio – 4 giugno 2014, n. 23220

Presidente Savani – Relatore Micheli

Ritenuto in fatto

Il difensore di S.T. ricorre avverso la pronuncia indicata in epigrafe, recante la conferma della sentenza emessa il 06/05/2009 dal Tribunale di Pavia nei confronti del suddetto imputato, ritenuto responsabile del delitto di bancarotta fraudolenta documentale: i fatti si riferiscono al fallimento della Europa Impianti s.r.l., dichiarato nel febbraio 2007, di cui il T. era stato liquidatore a far data dal 25/05/2005.
La difesa deduce:
1. inosservanza ed erronea applicazione dell’art. 216 legge fall., in ordine alla ritenuta sussistenza del delitto contestato sul piano dell’elemento materiale
Secondo il ricorrente, l’istruttoria dibattimentale non avrebbe dimostrato adeguatamente quali scritture contabili siano risultate mancanti od irregolari, al punto da rendere impossibile la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari della società: ciò, in particolare, tenendo conto della circostanza – sicuramente provata – dell’avvenuta consegna al curatore fallimentare, da parte del T., di tutta la documentazione fattagli pervenire dal professionista già incaricato della tenuta delle scritture
2. inosservanza ed erronea applicazione dell’art. 216 legge fall., in ordine alla ravvisabilità del dolo del reato medesimo

La tesi difensiva è che la prova dell’elemento psicologico del delitto di bancarotta fraudolenta documentale non possa derivare dalla mera presa d’atto della mancanza od irregolarità delle scritture; a riguardo, evidenzia ancora l’elemento della consegna dei libri agli organi della procedura da parte del T.
3. mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione della sentenza impugnata
Secondo il ricorrente, la ricostruzione della vicenda da parte dei giudici di merito sarebbe fondata su una serie di forzature, non essendosi tenuto conto della circostanza pacifica che l’imputato si era «affidato completamente a terze persone per la regolare tenuta della contabilità della società»; nel caso in esame, pertanto, sarebbe al più ravvisabile il diverso e meno grave reato di bancarotta semplice, giacché il T. poté essere consapevole della tenuta confusa delle scritture ma non del fatto che ne sarebbe derivata l’impossibilità di ricavarne elementi indicativi sul movimento degli affari dell’impresa
4. inosservanza ed erronea applicazione dell’art. 81 cpv. cod. pen.
Il difensore del T. si duole dell’omesso riconoscimento della continuazione fra il reato qui contestato e quello di cui ad una precedente sentenza di applicazione di pena emessa dal Gup del Tribunale di Vigevano nei confronti del medesimo, già passata in giudicato; contesta in particolare l’osservazione dei giudici di appello, secondo cui l’identità di disegno criminoso dovrebbe desumersi dalla mera presa d’atto che si trattava di fallimenti distinti ed autonomi, dichiarati in tempi diversi. Al contrario, il ricorrente segnala che ai fini della ravvisabilità della continuazione criminosa, in tema di reati fallimentari, deve aversi riguardo ai periodi in cui si assumono realizzate le condotte presupposte, piuttosto che alle formali sentenze dichiarative: nel caso di specie il T. aveva svolto in entrambe le occasioni funzioni identiche e «nell’esercizio di un’attività imprenditoriale sostanzialmente unitaria».
5. inosservanza ed erronea applicazione dell’art. 168 cod. pen.

La Corte di appello risulta avere revocato la sospensione condizionale della pena concessa al prevenuto con la sentenza di primo grado, nonché l’analogo beneficio riconosciutogli dalla richiamata pronuncia del Gup del Tribunale di Vigevano: a riguardo, fa presente che l’art. 168, comma primo, n. 2, cod. pen. richiede che, affinché una condanna per un reato anteriormente commesso comporti la revoca di una già disposta sospensione condizionale, detta condanna divenga irrevocabile entro il termine del periodo di esperimento della sospensione medesima, a decorrere dal passaggio in giudicato della prima pronuncia. Tale condizione non risulterebbe qui soddisfatta, atteso che la decisione impugnata non poteva avere ancora carattere di definitività.

Considerato in diritto

  1. Il ricorso è fondato, nei limiti di cui appresso.

    2. La prima ragione di doglianza non è condivisibile: le sentenze di merito risultano avere senz’altro chiarito che le scritture contabili la cui mancanza avrebbe reso impossibile la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari della Europa Impianti s.r.l. furono il libro giornale ed i registri IVA acquisti e vendite, né può assumere rilievo la circostanza che il T. avrebbe consegnato tempestivamente al curatore i documenti che chi si era occupato della tenuta della contabilità gli aveva fatto pervenire, atteso che l’addebito consiste proprio nell’avere egli, in ipotesi, messo a disposizione della procedura tutte le scritture ad eccezione di quelle, oggetto invece di sottrazione o parziale distruzione.

    La peculiarità della contestazione, appena ricordata, impone peraltro di prendere atto della carenza motivazionale della sentenza impugnata – non emendabile, sul punto, richiamando il contenuto della pronuncia del Tribunale di Pavia – quanto all’elemento psicologico. La costante giurisprudenza di questa Corte è infatti orientata nel senso che «per la configurazione delle ipotesi di reato di sottrazione, distruzione o falsificazione di libri e scritture contabili, per espresso dettato dell’articolo 216, primo comma n. 2, della legge fallimentare, è necessario il dolo specifico, consistente nello scopo di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto o di recare pregiudizio ai creditori, mentre per le ipotesi di irregolare tenuta della contabilità, caratterizzate dalla tenuta delle scritture in maniera da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari, è richiesto invece il dolo intenzionale, perché la finalità dell’agente è riferita ad un elemento costitutivo della stessa fattispecie oggettiva – l’impossibilità di ricostruire il patrimonio e gli affari dell’impresa – anziché a un elemento ulteriore, non necessario per la consumazione del reato, quale è il pregiudizio per i creditori» (Cass., Sez. V, n. 5905 del 06/12/1999, Amata, Rv 216267; v. anche, nello stesso senso, Cass., Sez. V, n. 21075 del 25/03/2004, Lorusso).

    Nell’analisi della fattispecie offerta dalla Corte territoriale, anche in relazione ai motivi di appello sviluppati nell’interesse dell’imputato, non si rinvengono invece indicazioni di sorta circa la ritenuta prova del dolo specifico – per quanto detto, volto ad arrecare pregiudizio ai creditori, ovvero a perseguire un ingiusto profitto – che avrebbe animato il T.: i giudici di secondo grado, come già il Tribunale, si limitano piuttosto ad evidenziare che l’imputato fu senz’altro consapevole delle conseguenze che la sua condotta avrebbe avuto in ordine alle possibilità di ricostruzione del movimento degli affari e del patrimonio della società nell’arco di tempo in cui egli ne era stato il liquidatore.

    3. Si impone pertanto l’annullamento della sentenza impugnata, per nuovo esame sul punto appena evidenziato; gli ulteriori motivi di ricorso debbono intendersi assorbiti.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata, con rinvio per nuovo esame ad altra sezione della Corte di appello di Milano.

 

 

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BANCAROTTA FRAUDOLENTA MILANO PAVIA BERGAMO BRESCIA MONZA

MILANO AVVOCATO PENALISTA PER BANCAROTTA MILANO MONZA LODI CREMONA Tale è infatti l’incidenza di dette distrazioni sulla causazione del dissesto, del quale il ricorrente lamenta l’omessa valutazione, nel momento in cui il fallimento, come recentemente affermato da questa Corte Suprema, costituisce una condizione obiettiva di punibilità, ed è pertanto estraneo all’offesa tipica del reato ed alla sfera di volizione del soggetto agente (Sez. 5, n. 13910 del 08/02/2017, Santoro, Rv. 269388); rimanendo di conseguenza irrilevanti, come peraltro già stabilito dalla giurisprudenza di legittimità (Sez. 5, n. 11095 del 13/02/2014, Ghirardelli, Rv. 262741; Sez. 5, n. 32352 del 07/03/2014, Tanzi, Rv. 261942; Sez. 5, n. 47616 del 17/07/2014, Simone, Rv. 261683; Sez. 5, n. 26542 del 19/03/2014, Riva, Rv. 260690; Sez. 5, n. 11793 del 05/12/2013, Marafiori, Rv. 260199), i profili della sussistenza o meno di un rapporto causale fra la condotta distrattiva ed il dissesto e della consapevolezza di ciò da parte dell’autore della condotta, la cui lesività è integrata dal depauperamento del patrimonio del ‘impresa

BANCAROTTA FRAUDOLENTA MILANO PAVIA BERGAMO BRESCIA MONZA

BANCAROTTA FRAUDOLENTA MILANO PAVIA BERGAMO BRESCIA MONZA

Avvocato penalista Bologna tratta in tutta Italia processi per bancarotta fraudolenta, reato assai complesso e alla cui base vi è una sentenza di fallimento

Avvocato penalista Bologna , cosa è la bancarotta per dissipazione.

Posto che quest’ultima fattispecie si configura in presenza di operazioni incoerenti con le esigenze dell’impresa, che ne riducono il patrimonio (Sez. 5, n. 47040 del 19/10/2011, Presutti, Rv. 251218), la condotta in concreto contestata nel mancato versamento di contributi previdenziali non appare in sé riconducibile a tale paradigma normativo.

 La stessa infatti, pur potendo espressamente essere qualificata come un’operazione, o per meglio dire una serie di operazioni, incoerenti con il legittimo esercizio dell’attività di impresa, non incide direttamente sulla consistenza patrimoniale dell’impresa stessa, viceversa esponendo quest’ultima all’eventuale insorgenza di un obbligo sanzionatorio nei confronti dell’erario.

A diverse conclusioni potrebbe giungersi laddove la condotta addebitata fosse delineata nella spendita ad altri fini di risorse destinate al pagamento dei contributi, o la cui uscita sia comunque contabilmente giustificata in questi termini; situazione nella quale, e solo nella quale, troverebbe peraltro applicazione l’ipotesi della bancarotta per distrazione nella quale il Procuratore generale in sede ha chiesto la riqualificazione della condotta in esame. La possibilità di riconoscere tale situazione nel caso concreto non è stata tuttavia considerata nella sentenza impugnata; essendosi la Corte territoriale limitata ad attribuire la diversa qualificazione giuridica della bancarotta per dissipazione alla mera omissione del versamento dei contributi, erroneamente contestata, per quanto detto in premessa, come bancarotta impropria per causazione del fallimento. La sentenza impugnata deve pertanto essere annullata sul punto, con rinvio ad altra Sezione della Corte di appello di Milano, per nuovo esame sulla ricorrenza delle condizioni per la configurabilità di ipotesi di bancarotta fraudolenta patrimoniale, nei termini appena esposti, rimanendo assorbiti gli ulteriori motivi di ricorso.

 

MILANO AVVOCATO PENALISTA PER BANCAROTTA MILANO MONZA LODI CREMONA

 

MILANO AVVOCATO PENALISTA PER BANCAROTTA MILANO MONZA LODI CREMONA Tale è infatti l’incidenza di dette distrazioni sulla causazione del dissesto, del quale il ricorrente lamenta l’omessa valutazione, nel momento in cui il fallimento, come recentemente affermato da questa Corte Suprema, costituisce una condizione obiettiva di punibilità, ed è pertanto estraneo all’offesa tipica del reato ed alla sfera di volizione del soggetto agente (Sez. 5, n. 13910 del 08/02/2017, Santoro, Rv. 269388); rimanendo di conseguenza irrilevanti, come peraltro già stabilito dalla giurisprudenza di legittimità (Sez. 5, n. 11095 del 13/02/2014, Ghirardelli, Rv. 262741; Sez. 5, n. 32352 del 07/03/2014, Tanzi, Rv. 261942; Sez. 5, n. 47616 del 17/07/2014, Simone, Rv. 261683; Sez. 5, n. 26542 del 19/03/2014, Riva, Rv. 260690; Sez. 5, n. 11793 del 05/12/2013, Marafiori, Rv. 260199), i profili della sussistenza o meno di un rapporto causale fra la condotta distrattiva ed il dissesto e della consapevolezza di ciò da parte dell’autore della condotta, la cui lesività è integrata dal depauperamento del patrimonio del ‘impresa

MILANO AVVOCATO PENALISTA PER BANCAROTTA MILANO MONZA LODI CREMONA Tale è infatti l’incidenza di dette distrazioni sulla causazione del dissesto, del quale il ricorrente lamenta l’omessa valutazione, nel momento in cui il fallimento, come recentemente affermato da questa Corte Suprema, costituisce una condizione obiettiva di punibilità, ed è pertanto estraneo all’offesa tipica del reato ed alla sfera di volizione del soggetto agente (Sez. 5, n. 13910 del 08/02/2017, Santoro, Rv. 269388); rimanendo di conseguenza irrilevanti, come peraltro già stabilito dalla giurisprudenza di legittimità (Sez. 5, n. 11095 del 13/02/2014, Ghirardelli, Rv. 262741; Sez. 5, n. 32352 del 07/03/2014, Tanzi, Rv. 261942; Sez. 5, n. 47616 del 17/07/2014, Simone, Rv. 261683; Sez. 5, n. 26542 del 19/03/2014, Riva, Rv. 260690; Sez. 5, n. 11793 del 05/12/2013, Marafiori, Rv. 260199), i profili della sussistenza o meno di un rapporto causale fra la condotta distrattiva ed il dissesto e della consapevolezza di ciò da parte dell’autore della condotta, la cui lesività è integrata dal depauperamento del patrimonio del ‘impresa

Tale è infatti l’incidenza di dette distrazioni sulla causazione del dissesto, del quale il ricorrente lamenta l’omessa valutazione, nel momento in cui il fallimento, come recentemente affermato da questa Corte Suprema, costituisce una condizione obiettiva di punibilità, ed è pertanto estraneo all’offesa tipica del reato ed alla sfera di volizione del soggetto agente (Sez. 5, n. 13910 del 08/02/2017, Santoro, Rv. 269388); rimanendo di conseguenza irrilevanti, come peraltro già stabilito dalla giurisprudenza di legittimità (Sez. 5, n. 11095 del 13/02/2014, Ghirardelli, Rv. 262741; Sez. 5, n. 32352 del 07/03/2014, Tanzi, Rv. 261942; Sez. 5, n. 47616 del 17/07/2014, Simone, Rv. 261683; Sez. 5, n. 26542 del 19/03/2014, Riva, Rv. 260690; Sez. 5, n. 11793 del 05/12/2013, Marafiori, Rv. 260199), i profili della sussistenza o meno di un rapporto causale fra la condotta distrattiva ed il dissesto e della consapevolezza di ciò da parte dell’autore della condotta, la cui lesività è integrata dal depauperamento del patrimonio del ‘impresa. Quanto alla distrazione della somma di C 250.000 in favore di Antonino Spampinato, la missiva di quest’ultimo allegata al ricorso, oggetto della dedotta censura di omessa valutazione, conferma per un verso la sussistenza di un prestito dello Spampinato per l’importo di cui sopra nei confronti del G., che in realtà la sentenza impugnata non poneva in discussione; ma attesta per altro che lo Spampinato effettuava detto prestito alla persona del G. e non all’impresa dello stesso, circostanza che invece costituisce l’aspetto per il quale la restituzione della somma, sottratta alle disponibilità dell’impresa, veniva correttamente ritenuta distrattiva. Nessuna illogicità è ravvisabile per il fatto che la dichiarazione dello A. S., in quanto precisamente diretta a rimarcare la natura personale del finanziamento erogato dal G., sia stata ritenuta probante in tale senso; e che, d’altra parte, tale dichiarazione sia stata ulteriormente valorizzata in quanto non smentita da una diversa indicazione della documentazione contabile in ordine alla destinazione del prestito alle necessità dell’impresa. Per ciò che riguarda infine la distrazione degli automezzi, il giudizio di inattendibilità della versione difensiva sul valore irrilevante dei beni non presenta alcun profilo di contraddittorietà, difformemente da quanto sostenuto nel ricorso, rispetto all’affermazione dei giudici di merito sull’impossibilità di determinare tale valore, che attiene al diverso aspetto della quantificazione del danno derivante dalla sottrazione dei beni. L’ulteriore censura di violazione dei principi sull’onere della prova, nel riferimento alla carenza di giustificazione difensiva sulla destinazione dei veicoli, è poi manifestamente infondata rispetto a quanto costantemente insegnato dalla giurisprudenza di legittimità in ordine alla validità probatoria dell’ingiustificata mancanza dei beni in assenza di precise allegazioni dell’imputato (Sez. 5, n. 8260 del 22/09/2015, dep. 2016, Aucello, Rv. 267710; Sez. 5, n. 11095 del 13/02/2014, Ghirardelli, Rv. 262740; Sez. 5, n. 22894 del 17/04/2013, Zanettin, Rv. 255385).

 

 

CORTE di CASSAZIONE, sezione penale, sentenza n. 34836 depositata il 17 luglio 2017

RITENUTO IN FATTO 

  1. L. G. ricorre avverso la sentenza del 6 aprile 2016 con la quale la Corte di appello di Milano, in parziale riforma della sentenza del Giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Milano del 16 gennaio 2013, confermava l’affermazione di responsabilità del G. per il reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale commesso quale titolare dell’omonima impresa dichiarata fallita in Milano il 23 aprile 2008. L’imputato era in particolare ritenuto responsabile della distrazione delle somme di € 20.000 a proprio favore, di € 8.000 in pagamento di spese di trasporto di un’imbarcazione della figlia E. G. e di € 250.000 in restituzione di un prestito personale ricevuto da A. S., della distrazione altresì di ventisette automezzi intestati alla fallita e non reperiti, della sottrazione delle scritture contabili e della dissipazione di somme corrispondenti a contributi previdenziali non versati che cagionavano esposizione verso l’erario per € 1.962.809, così riqualificata l’originaria imputazione di bancarotta impropria per causazione del fallimento con operazioni dolose, fattispecie incriminatrice prevista dall’art. 223 r.d. 16 marzo 1942, n. 267, per il fallimento delle società e pertanto non ravvisabile nel fallimento di un’impresa individuale. La sentenza di primo grado veniva riformata con la riduzione della pena, l’applicazione nei confronti dell’imputato delle pene accessorie previste dalla legge e la condanna dell’imputato al pagamento di una provvisionale in favore della parte civile.
  2. Il ricorrente propone cinque motivi.

2.1. Con il primo motivo deduce violazione di legge e vizio motivazionale sulle eccezioni di nullità proposte con la memoria difensiva depositata per il giudizio di appello. Su dette eccezioni, relative in particolare all’omessa notifica all’imputato dell’avviso del deposito della motivazione della sentenza di primo grado, avvenuto oltre il termine fissato con il dispositivo, e del decreto di citazione per il giudizio di appello, notificato presso un domicilio diverso da quello dichiarato, non vi sarebbe motivazione.

2.2. Con il secondo motivo deduce violazione di legge e vizio motivazionale sull’affermazione di responsabilità per i fatti di bancarotta per dissipazione. Tale fattispecie non sarebbe ravvisabile in una condotta omissiva quale quella del mancato versamento dei contributi previdenziali; la riqualificazione sarebbe stata peraltro operata impropriamente nella parte della sentenza impugnata riferita alla trattazione dell’appello della parte civile in tema di risarcimento del danno.

2.3. Con il terzo motivo deduce violazione di legge e vizio motivazionale sull’affermazione di responsabilità per i fatti di bancarotta per distrazione. Per le distrazioni delle somme di € 20.000 e € 8.000 difetterebbe la motivazione, al di là di un generico richiamo alla sentenza di primo grado, sui motivi di appello in ordine all’insussistenza dell’elemento psicologico del reato e alla configurabilità dell’ipotesi della bancarotta semplice, in considerazione dell’irrilevanza dei prelievi, nella determinazione del dissesto, in quanto riguardanti somme modeste rispetto ai crediti insoluti dell’impresa, la cui situazione patrimoniale era già a quel punto compromessa; per la distrazione della somma di € 250.000 in favore dello Spampinato, l’argomentazione della sentenza impugnata, secondo cui la tesi difensiva dell’esistenza di un precedente finanziamento dello stesso Spampinato in favore dell’impresa non era documentata per la mancata consegna della documentazione contabile, non terrebbe conto della missiva, allegata al ricorso e già presente fra gli atti acquisiti dal curatore del fallimento, con la quale lo A. S. ammetteva di aver erogato la somma al G., e dell’impossibilità che il finanziatore fosse a conoscenza della destinazione della somma alla persona del G. o all’impresa dello stesso attesa la commistione fra i due patrimoni, e sarebbe altresì illogica laddove il finanziamento, in quanto conseguito al di fuori dei canali ufficiali, non sarebbe comunque comparso nei libri contabili; per la distrazione degli automezzi, i rilievi della Corte territoriale, che disattendeva la versione difensiva sull’esportazione e la vendita dei veicoli per il mancato versamento di corrispettivi e l’assenza di prova che i mezzi fossero di valore irrilevante in quanto vetusti o usurati, sarebbero contraddittori rispetto a quanto osservato nella stessa sentenza in ordine all’impossibilità di determinare il valore degli automezzi ai fini del risarcimento del danno in favore della parte civile, e violerebbero inoltre i principi sull’onere probatorio nel ritenere i fatti provati dall’omessa giustificazione della destinazione dei beni.

2.4. Con il quarto motivo deduce violazione di legge e vizio motivazionale sull’affermazione di responsabilità per i fatti di bancarotta documentale. La sussistenza dell’elemento psicologico dell’ipotesi della bancarotta fraudolenta sarebbe stata illogicamente ritenuta provata dall’accertamento delle condotte distrattive; non vi sarebbe motivazione sulla denuncia di smarrimento delle scritture contabili, allegata alla memoria depositata dalla difesa.

2.5. Con il quinto motivo deduce violazione di legge e vizio motivazionale sul diniego delle attenuanti generiche. Non sarebbero stati valutati elementi favorevoli all’imputato indicati nel comportamento processuale dello stesso, nelle sue iniziative per il recupero dei crediti dell’impresa e nella sfavorevole congiuntura economica in cui i fatti si verificavano.

avvocato cassazionista bellaCONSIDERATO IN DIRITTO

  1. Il motivo dedotto sulle eccepite nullità del decreto di citazione per il giudizio di appello è inammissibile. Il lamentato vizio di carenza motivazionale sul punto è invero escluso dalla manifesta infondatezza delle questioni proposte. Con riguardo in primo luogo alla notifica del decreto, le problematiche denunciate dal ricorrente erano superate dalla presenza dell’imputato al giudizio, nel corso del quale nessuna eccezione veniva sollevata. Quanto poi all’omessa notifica dell’avviso di deposito della motivazione della sentenza di primo grado, la necessità della stessa è sostenuta dal ricorrente sul presupposto che tale deposito fosse tardivo in quanto eseguito al sessantunesimo giorno dalla pronuncia del dispositivo, con il quale era indicato un termine di sessanta giorni. Posto tuttavia che dal 16 gennaio 2013, data della decisione, il sessantesimo giorno cadeva al 17 marzo 2013, si omette di considerare nel ricorso che tale ultima data corrispondeva ad una domenica; per cui il deposito della motivazione, che risulta effettuato nella successiva giornata del 18 marzo, avveniva nel termine previsto.
  2. Il motivo proposto sull’affermazione di responsabilità per i fatti di bancarotta per distrazione è infondato.

Il vizio di carenza motivazionale, dedotto con riguardo alle contestate distrazioni delle somme di € 20.000 e € 8.000, è insussistente in quanto riferito ad un profilo inconferente rispetto alla configurabilità del reato. Tale è infatti l’incidenza di dette distrazioni sulla causazione del dissesto, del quale il ricorrente lamenta l’omessa valutazione, nel momento in cui il fallimento, come recentemente affermato da questa Corte Suprema, costituisce una condizione obiettiva di punibilità, ed è pertanto estraneo all’offesa tipica del reato ed alla sfera di volizione del soggetto agente (Sez. 5, n. 13910 del 08/02/2017, Santoro, Rv. 269388); rimanendo di conseguenza irrilevanti, come peraltro già stabilito dalla giurisprudenza di legittimità (Sez. 5, n. 11095 del 13/02/2014, Ghirardelli, Rv. 262741; Sez. 5, n. 32352 del 07/03/2014, Tanzi, Rv. 261942; Sez. 5, n. 47616 del 17/07/2014, Simone, Rv. 261683; Sez. 5, n. 26542 del 19/03/2014, Riva, Rv. 260690; Sez. 5, n. 11793 del 05/12/2013, Marafiori, Rv. 260199), i profili della sussistenza o meno di un rapporto causale fra la condotta distrattiva ed il dissesto e della consapevolezza di ciò da parte dell’autore della condotta, la cui lesività è integrata dal depauperamento del patrimonio del ‘impresa. Quanto alla distrazione della somma di C 250.000 in favore di Antonino Spampinato, la missiva di quest’ultimo allegata al ricorso, oggetto della dedotta censura di omessa valutazione, conferma per un verso la sussistenza di un prestito dello Spampinato per l’importo di cui sopra nei confronti del G., che in realtà la sentenza impugnata non poneva in discussione; ma attesta per altro che lo Spampinato effettuava detto prestito alla persona del G. e non all’impresa dello stesso, circostanza che invece costituisce l’aspetto per il quale la restituzione della somma, sottratta alle disponibilità dell’impresa, veniva correttamente ritenuta distrattiva. Nessuna illogicità è ravvisabile per il fatto che la dichiarazione dello A. S., in quanto precisamente diretta a rimarcare la natura personale del finanziamento erogato dal G., sia stata ritenuta probante in tale senso; e che, d’altra parte, tale dichiarazione sia stata ulteriormente valorizzata in quanto non smentita da una diversa indicazione della documentazione contabile in ordine alla destinazione del prestito alle necessità dell’impresa. Per ciò che riguarda infine la distrazione degli automezzi, il giudizio di inattendibilità della versione difensiva sul valore irrilevante dei beni non presenta alcun profilo di contraddittorietà, difformemente da quanto sostenuto nel ricorso, rispetto all’affermazione dei giudici di merito sull’impossibilità di determinare tale valore, che attiene al diverso aspetto della quantificazione del danno derivante dalla sottrazione dei beni. L’ulteriore censura di violazione dei principi sull’onere della prova, nel riferimento alla carenza di giustificazione difensiva sulla destinazione dei veicoli, è poi manifestamente infondata rispetto a quanto costantemente insegnato dalla giurisprudenza di legittimità in ordine alla validità probatoria dell’ingiustificata mancanza dei beni in assenza di precise allegazioni dell’imputato (Sez. 5, n. 8260 del 22/09/2015, dep. 2016, Aucello, Rv. 267710; Sez. 5, n. 11095 del 13/02/2014, Ghirardelli, Rv. 262740; Sez. 5, n. 22894 del 17/04/2013, Zanettin, Rv. 255385).

  1. Il motivo dedotto sull’affermazione di responsabilità per i fatti di bancarotta documentale è infondato.L’attribuzione di efficacia probatoria all’accertamento delle condotte distrattive di cui al punto precedente, ai fini della ritenuta sussistenza dell’elemento psicologico del reato di bancarotta fraudolenta documentale, non dà luogo all’illogicità dedotta dal ricorrente; essendo viceversa tale conclusione coerentemente tratta dall’interesse dell’imputato ad occultare le distrazioni mediante la sottrazione della possibilità di ricostruire compiutamente le movimentazioni finanziarie della fallita. E’ poi generica l’ulteriore deduzione del ricorso sull’asserita presentazione di una denuncia di smarrimento delle scritture contabili, che non costituiva oggetto dei motivi proposti con l’appello e per la quale non vengono precisati elementi circostanziali che consentano di apprezzarne la decisività.
  2. E’ invece fondato il motivo dedotto sull’affermazione di responsabilità per i fatti di omesso versamento di contributi previdenziali, qualificati come bancarotta per dissipazione. Posto che quest’ultima fattispecie si configura in presenza di operazioni incoerenti con le esigenze dell’impresa, che ne riducono il patrimonio (Sez. 5, n. 47040 del 19/10/2011, Presutti, Rv. 251218), la condotta in concreto contestata nel mancato versamento di contributi previdenziali non appare in sé riconducibile a tale paradigma normativo. La stessa infatti, pur potendo espressamente essere qualificata come un’operazione, o per meglio dire una serie di operazioni, incoerenti con il legittimo esercizio dell’attività di impresa, non incide direttamente sulla consistenza patrimoniale dell’impresa stessa, viceversa esponendo quest’ultima all’eventuale insorgenza di un obbligo sanzionatorio nei confronti dell’erario. A diverse conclusioni potrebbe giungersi laddove la condotta addebitata fosse delineata nella spendita ad altri fini di risorse destinate al pagamento dei contributi, o la cui uscita sia comunque contabilmente giustificata in questi termini; situazione nella quale, e solo nella quale, troverebbe peraltro applicazione l’ipotesi della bancarotta per distrazione nella quale il Procuratore generale in sede ha chiesto la riqualificazione della condotta in esame. La possibilità di riconoscere tale situazione nel caso concreto non è stata tuttavia considerata nella sentenza impugnata; essendosi la Corte territoriale limitata ad attribuire la diversa qualificazione giuridica della bancarotta per dissipazione alla mera omissione del versamento dei contributi, erroneamente contestata, per quanto detto in premessa, come bancarotta impropria per causazione del fallimento. La sentenza impugnata deve pertanto essere annullata sul punto, con rinvio ad altra Sezione della Corte di appello di Milano, per nuovo esame sulla ricorrenza delle condizioni per la configurabilità di ipotesi di bancarotta fraudolenta patrimoniale, nei termini appena esposti, rimanendo assorbiti gli ulteriori motivi di ricorso.
  3. Q. M.

Annulla la sentenza impugnata limitatamente alla condotta di omesso versamento dei contributi previdenziali con rinvio ad altra Sezione della Corte di appello di Milano per nuovo esame

 

MILANO AVVOCATO PENALISTA PER BANCAROTTA MILANO MONZA LODI CREMONA Tale è infatti l’incidenza di dette distrazioni sulla causazione del dissesto, del quale il ricorrente lamenta l’omessa valutazione, nel momento in cui il fallimento, come recentemente affermato da questa Corte Suprema, costituisce una condizione obiettiva di punibilità, ed è pertanto estraneo all’offesa tipica del reato ed alla sfera di volizione del soggetto agente (Sez. 5, n. 13910 del 08/02/2017, Santoro, Rv. 269388); rimanendo di conseguenza irrilevanti, come peraltro già stabilito dalla giurisprudenza di legittimità (Sez. 5, n. 11095 del 13/02/2014, Ghirardelli, Rv. 262741; Sez. 5, n. 32352 del 07/03/2014, Tanzi, Rv. 261942; Sez. 5, n. 47616 del 17/07/2014, Simone, Rv. 261683; Sez. 5, n. 26542 del 19/03/2014, Riva, Rv. 260690; Sez. 5, n. 11793 del 05/12/2013, Marafiori, Rv. 260199), i profili della sussistenza o meno di un rapporto causale fra la condotta distrattiva ed il dissesto e della consapevolezza di ciò da parte dell’autore della condotta, la cui lesività è integrata dal depauperamento del patrimonio del ‘impresa CASSAZIONISTA

MILANO AVVOCATO PENALISTA PER BANCAROTTA MILANO MONZA LODI CREMONA Tale è infatti l’incidenza di dette distrazioni sulla causazione del dissesto, del quale il ricorrente lamenta l’omessa valutazione, nel momento in cui il fallimento, come recentemente affermato da questa Corte Suprema, costituisce una condizione obiettiva di punibilità, ed è pertanto estraneo all’offesa tipica del reato ed alla sfera di volizione del soggetto agente (Sez. 5, n. 13910 del 08/02/2017, Santoro, Rv. 269388); rimanendo di conseguenza irrilevanti, come peraltro già stabilito dalla giurisprudenza di legittimità (Sez. 5, n. 11095 del 13/02/2014, Ghirardelli, Rv. 262741; Sez. 5, n. 32352 del 07/03/2014, Tanzi, Rv. 261942; Sez. 5, n. 47616 del 17/07/2014, Simone, Rv. 261683; Sez. 5, n. 26542 del 19/03/2014, Riva, Rv. 260690; Sez. 5, n. 11793 del 05/12/2013, Marafiori, Rv. 260199), i profili della sussistenza o meno di un rapporto causale fra la condotta distrattiva ed il dissesto e della consapevolezza di ciò da parte dell’autore della condotta, la cui lesività è integrata dal depauperamento del patrimonio del ‘impresa

L’integrazione del reato di bancarotta fraudolenta documentale di cui alla seconda ipotesi dell’art. 216, comma primo n. 2, L. fall., infatti, richiede il dolo generico, ossia la consapevolezza che la confusa tenuta della contabilità renderà o potrà rendere impossibile la ricostruzione delle vicende del patrimonio, in quanto la locuzione “in guisa da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari “connota la condotta e non la volontà dell’agente, sicché è da escludere che essa configuri il dolo specifico (Sez. 5, Sentenza n. 21872 del 25/03/2010 Ud. (dep. 08/06/2010) Rv. 247444; conformi: N. 31356 del 2001 Rv. 220167, N. 21075 del 2004 Rv. 229321, N. 46972 del 2004 Rv. 230482, N. 24328 del 2005 Rv. 232209, N. 6769 del 2006 Rv. 233997, N. 26807 del 2006 Rv. 235006, N. 1137 del 2009 Rv. 242550).
Nel caso di specie, tali principi sono sufficienti a definire le questioni poste al giudice dell’appello e riproposte, in analoghi termini, a questo giudice della legittimità. Ed infatti, si legge nella sentenza impugnata che la parte di contabilità regolarmente tenuta dall’imputato è stata soltanto quella dei registri Iva per gli acquisti e le vendite, relativamente agli anni 1997 e 1998 e quella costituita dalla dichiarazione dei redditi.
Tuttavia, essendo lo stato di insolvenza iniziato a partire dal 1992-1993, la mancanza, a partire da tali annualità, del libro giornale e, secondo quanto attestato in sentenza, la non presenza, per le stesse annualità, dei registri Iva (presenti invece soltanto “per le annualità successive” al 1996, vedi pagina 8) giustifica ampiamente, sul piano della completezza e della razionalità della motivazione, l’affermazione del giudice del merito secondo cui il curatore non è stato in grado di ricostruire il movimento degli affari con la necessaria precisione e tale caratteristica delle scritture tenute era evidentemente nota all’imputato con la conseguenza della integrazione dell’elemento soggettivo del reato.
Viceversa, diversamente da quanto sostenuto dal ricorrente, è del tutto irrilevante che l’imputato possa avere agito senza la finalità di recare pregiudizio ai creditori, dovendosi osservare che tale scopo integrerebbe una forma di dolo specifico, il quale, tuttavia, è circoscritto, dall’articolo 216, comma 1 n. 2 prima parte, della legge fallimentare, alla sola ipotesi in cui le scritture siano state sottratte, distrutte o falsificate: con esclusione dunque della ipotesi, ricorrente nel caso di specie, di tenuta irregolare delle medesime. Per converso, la suddetta affermazione dei giudici del merito non risulta neppure specificamente censurata dal difensore del ricorrente il quale allega del tutto genericamente, la presenza dei registri Iva per gli anni sopraindicati, senza invece indicare in quali termini e per quali concrete ragioni, la corretta tenuta dei registri Iva avrebbe potuto tenere luogo, ai fini ricostruttivi della contabilità, delle annotazioni, con partita doppia, che avrebbero dovuto costituire il contenuto del libro giornale.
Manifestamente infondato il terzo motivo di ricorso, atteso che la circostanza aggravante dell’articolo 219 legge fallimentare ha trovato operatività anche soltanto in ragione della ritenuta concorrenza fra il fatto-reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale e quello di bancarotta fraudolenta documentale, entrambi ascritti all’imputato.
 

Cassazione, sez. V Penale, sentenza 15 ottobre 2014 – 3 marzo 2015, n. 9250
Presidente Oldi – Relatore Vessichelli

Fatto e diritto

Propone ricorso per cassazione L.G. , avverso la sentenza della Corte d’appello di Milano, in data 4 ottobre 2012, con la quale è stata confermata quella di primo grado, del 18 ottobre 2005, di condanna – per quanto qui d’interesse – in ordine al reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale.
Tale reato gli è stato addebitato quale titolare della ditta individuale “L.G. “, che produceva sedie in stile, essendo stato, poi, egli dichiarato fallito l’I 1 novembre 1998. L’imputato è stato ritenuto colpevole di avere distratto taluni macchinari, l’avviamento “americano” (ossia la clientela degli Stati Uniti) e l’utilizzo del capannone, beni tutti ceduti – l’ultimo in locazione – alla società Refim S.r.l., senza peraltro che il controvalore corrisposto (apparentemente 270 milioni di lire sui 300 pattuiti per la cessione dell’avviamento oltre ai canoni di locazione pari a 10 milioni di lire annui), risultasse entrato nell’attivo della fallita.
Inoltre, all’imputato è stata ascritta la condotta di avere omesso di tenere il libro giornale, impedendo così l’esatta ricostruzione del movimento degli affari della impresa.
Gli sono state concesse le circostanze attenuanti generiche equivalenti alle aggravanti di cui all’articolo 219 legge fallimentare.
Deduce:
1) la prescrizione del reato, da computarsi nella misura di 12 anni e sei mesi, ossia un termine scaduto all’atto della emissione la sentenza di appello;
2) la violazione di legge e il travisamento dei fatti, relativamente all’ipotesi di bancarotta fraudolenta documentale.
Era stato sostenuto, in appello, che la mancata tenuta del libro giornale non configurasse l’ipotesi dolosa, dal momento che risultava regolarmente tenuto il registro Iva degli acquisti e delle vendite nonché regolarmente presentata la dichiarazione dei redditi.
In altri termini mancava la prova della finalità di creare pregiudizio ai creditori, cioè del dolo specifico del reato, atteso che la ricostruzione degli affari era stata realizzata dal curatore, sia pure in termini non precisi.
Era, al più, configurabile l’ipotesi di bancarotta semplice, in realtà prescritta nel 2002, ossia antecedentemente alla richiesta di rinvio a giudizio;
3) ad avviso del ricorrente sarebbe venuta meno l’aggravante dell’articolo 219 legge fallimentare, a seguito della sentenza di non doversi procedere pronunciata dal primo giudice (in relazione al reato di bancarotta semplice, ndr); su tale base si sarebbe dovuta riconoscere una maggior incidenza delle circostanze attenuanti generiche e dunque, per l’imputato, la possibilità di fruire dei benefici di legge;
4) il vizio della motivazione in relazione al reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale.
Tale reato era stato configurato, nella sentenza impugnata, in relazione al mancato rinvenimento del prezzo (circa 270 milioni di lire) che sarebbe stato ricevuto dall’imprenditore fallito, in cambio della cessione dell’azienda.
Tuttavia, era stato già eccepito che, così ragionando, i giudici avevano addebitato al ricorrente un fatto diverso da quello contestato che, invece, era stato calibrato sulla indebita cessione dell’azienda e non sulla sparizione del ricavato.
In altri termini, l’imputato doveva rispondere soltanto di quanto realmente contestato e cioè di una bancarotta consistita nella cessione, a titolo oneroso, dell’azienda: un fatto-reato insussistente, dal momento che quel negozio giuridico non risultava posto in discussione, quanto alla sua validità, neppure dal curatore.
Il difensore lamenta, più in particolare, che non è stata data risposta alla questione, rappresentata nei motivi d’appello, secondo cui non sarebbe stata acquisita una prova certa dell’effettivo pagamento del prezzo di 270 milioni di lire in favore del ricorrente e neppure la prova dell’effettiva cessione dell’azienda, posto che la somma in questione, rappresenterebbe il prezzo della cessione del solo avviamento americano;
5) la mancanza di prova della sussistenza di un danno capace di giustificare la provvisionale assegnata alla parte civile e, comunque, a causa della chiusura del fallimento, la mancanza di un soggetto legittimato alla riscossione del danno riconosciuto dal giudice.
Il ricorso è infondato e deve essere rigettato.
Il primo motivo è manifestamente infondato.
La vigente normativa in tema di computo del termine di prescrizione è entrata in vigore l’8 dicembre 2005, e cioè quando era stata già emessa la sentenza di condanna di primo grado, che è del 18 ottobre 2005.
Per tale ragione, sulla base della normativa transitoria della stessa legge, così come anche riplasmata dalla Corte costituzionale, la nuova e più favorevole normativa in tema di prescrizione non si applica al caso di specie, in virtù di un bilanciamento effettuato dal legislatore e ritenuto costituzionalmente compatibile, tra l’esistenza di una norma più favorevole nella materia de qua e l’esigenza di economia processuale e di salvaguardia del risultato probatorio già formatosi.
Basterà qui ricordare il più recente degli interventi del Supremo Consesso della Cassazione (Sez. U, Sentenza n. 15933 del 24/11/2011 Ud. (dep. 24/04/2012) Rv. 252012), secondo cui ai fini dell’operatività delle disposizioni transitorie della nuova disciplina della prescrizione, la pronuncia della sentenza di primo grado, indipendentemente dall’esito di condanna o di assoluzione, determina la pendenza in grado d’appello del procedimento, ostativa all’applicazione retroattiva delle norme più favorevoli.
In conclusione, la richiesta della difesa è evidentemente in contrasto con lo stato normativo come sopra specificato, essendo fondata su un calcolo del termine di prescrizione dipendente dal testo di una normativa che non si applica al caso di specie.
Infondato è anche il motivo concernente la asserita non configurabilità del reato di bancarotta fraudolenta documentale.
Il ricorrente lamenta la mancata considerazione dell’essere stati tenuti, regolarmente, i registri Iva degli acquisti e delle vendite, pur in mancanza del libro giornale: una situazione che avrebbe dovuto essere valorizzata, se non dal punto di vista oggettivo, quantomeno per configurare una situazione psicologica che non poteva essere quella della finalità di determinare un pregiudizio per i creditori.
Ciò posto, deve osservarsi che, secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, dal punto di vista oggettivo sussiste il reato di bancarotta fraudolenta documentale non solo quando la ricostruzione del patrimonio si renda impossibile per il modo in cui le scritture contabili sono state tenute, ma anche quando gli accertamenti, da parte degli organi fallimentari, siano stati ostacolati da difficoltà superabili solo con particolare diligenza (Sez. 5, Sentenza n. 21588 del 19/04/2010 Ud. (dep. 07/06/2010) Rv. 247965; Conformi: N. 10423 del 2000 Rv. 218383, N. 24333 del 2005 Rv. 232212).
Dal punto di vista soggettivo, poi, è unanime la conclusione che il reato di bancarotta fraudolenta documentale, integrato nella forma della tenuta irregolare delle scritture, è a dolo generico e non specifico come sostenuto dal ricorrente.
L’integrazione del reato di bancarotta fraudolenta documentale di cui alla seconda ipotesi dell’art. 216, comma primo n. 2, L. fall., infatti, richiede il dolo generico, ossia la consapevolezza che la confusa tenuta della contabilità renderà o potrà rendere impossibile la ricostruzione delle vicende del patrimonio, in quanto la locuzione “in guisa da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari “connota la condotta e non la volontà dell’agente, sicché è da escludere che essa configuri il dolo specifico (Sez. 5, Sentenza n. 21872 del 25/03/2010 Ud. (dep. 08/06/2010) Rv. 247444; conformi: N. 31356 del 2001 Rv. 220167, N. 21075 del 2004 Rv. 229321, N. 46972 del 2004 Rv. 230482, N. 24328 del 2005 Rv. 232209, N. 6769 del 2006 Rv. 233997, N. 26807 del 2006 Rv. 235006, N. 1137 del 2009 Rv. 242550).
Nel caso di specie, tali principi sono sufficienti a definire le questioni poste al giudice dell’appello e riproposte, in analoghi termini, a questo giudice della legittimità. Ed infatti, si legge nella sentenza impugnata che la parte di contabilità regolarmente tenuta dall’imputato è stata soltanto quella dei registri Iva per gli acquisti e le vendite, relativamente agli anni 1997 e 1998 e quella costituita dalla dichiarazione dei redditi.
Tuttavia, essendo lo stato di insolvenza iniziato a partire dal 1992-1993, la mancanza, a partire da tali annualità, del libro giornale e, secondo quanto attestato in sentenza, la non presenza, per le stesse annualità, dei registri Iva (presenti invece soltanto “per le annualità successive” al 1996, vedi pagina 8) giustifica ampiamente, sul piano della completezza e della razionalità della motivazione, l’affermazione del giudice del merito secondo cui il curatore non è stato in grado di ricostruire il movimento degli affari con la necessaria precisione e tale caratteristica delle scritture tenute era evidentemente nota all’imputato con la conseguenza della integrazione dell’elemento soggettivo del reato.
Viceversa, diversamente da quanto sostenuto dal ricorrente, è del tutto irrilevante che l’imputato possa avere agito senza la finalità di recare pregiudizio ai creditori, dovendosi osservare che tale scopo integrerebbe una forma di dolo specifico, il quale, tuttavia, è circoscritto, dall’articolo 216, comma 1 n. 2 prima parte, della legge fallimentare, alla sola ipotesi in cui le scritture siano state sottratte, distrutte o falsificate: con esclusione dunque della ipotesi, ricorrente nel caso di specie, di tenuta irregolare delle medesime. Per converso, la suddetta affermazione dei giudici del merito non risulta neppure specificamente censurata dal difensore del ricorrente il quale allega del tutto genericamente, la presenza dei registri Iva per gli anni sopraindicati, senza invece indicare in quali termini e per quali concrete ragioni, la corretta tenuta dei registri Iva avrebbe potuto tenere luogo, ai fini ricostruttivi della contabilità, delle annotazioni, con partita doppia, che avrebbero dovuto costituire il contenuto del libro giornale.
Manifestamente infondato il terzo motivo di ricorso, atteso che la circostanza aggravante dell’articolo 219 legge fallimentare ha trovato operatività anche soltanto in ragione della ritenuta concorrenza fra il fatto-reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale e quello di bancarotta fraudolenta documentale, entrambi ascritti all’imputato.
È poi da respingere il quarto motivo di ricorso.
Non si apprezza alcuna violazione del principio di correlazione fra accusa e sentenza. È stata, infatti, contestata, nel capo di imputazione, la distrazione in relazione alla avvenuta cessione, alla società Refim, di macchinari, di un ramo d’azienda e, infine, della materiale disponibilità di un capannone, senza che, tale cessione, abbia comportato un corrispondente ed effettivo introito di somme, a titolo di corrispettivo, nelle casse della società. Si tratta, all’evidenza, di una contestazione che conteneva la duplice prospettiva di una distrazione avente ad oggetto beni ceduti con vendita simulata- come poi affermato dai giudici a pagina sette della sentenza impugnata- ovvero, nel caso fosse emersa una vendita non simulata, del corrispettivo delle cessioni medesime.
I giudici, come detto, hanno accreditato la prima delle possibili ricostruzioni, contenuta nel capo d’imputazione, con la conseguenza della manifesta insussistenza della violazione di cui all’articolo 522 cpp.
Quanto alla motivazione esibita a sostegno della affermata responsabilità per tale fatto-reato, il giudice a quo ha fatto applicazione del principio, condiviso dalla costante giurisprudenza secondo, in materia di bancarotta fraudolenta patrimoniale, la presunzione di distrazione del bene può essere fondata sul rilievo che, in epoca anteriore e prossima al fallimento, la società avesse avuto il possesso di determinati beni, non rinvenuti all’atto della redazione dell’inventario. Viceversa, è l’imprenditore ad essere gravato, in presenza delle suddette condizioni, dell’onere di provare la concreta destinazione data ai beni, in conformità con gli interessi della società.
Nel caso in esame, proprio tale situazione si è verificata, posto che, da un lato i giudici hanno dato atto della sicura presenza dei beni sopra descritti, del patrimonio della società, in epoca prossima al fallimento e, dall’altro, gli stessi giudici hanno valorizzato la assenza di prova, proveniente dall’imputato, a proposito della destinazione impressa ai beni oppure al ricavato dalla loro cessione, in senso funzionale rispetto alle strategie di impresa.
Manifestamente infondato è l’ultimo motivo di ricorso posto che è costante la giurisprudenza di legittimità che osserva come non sia ammesso ricorso per cassazione in tema di riconoscimento della condanna ad una provvisionale immediatamente esecutiva. Esso costituisce un provvedimento per sua natura insuscettibile di passare in giudicato e destinato ad essere costituito dall’integrale risarcimento: il medesimo pertanto non è impugnabile per Cassazione. (Sez. 4, Sentenza n. 34791 del 23/06/2010 Ud. (dep. 27/09/2010 ) Rv. 248348; Conformi: N. 9266 del 1994 Rv. 199072, N. 6727 del 1995 Rv. 201775, N. 11984 del 1997 Rv. 209501, N. 4973 del 2000 Rv. 215770, N. 7031 del 2003 Rv. 223657, N. 36536 del 2003 Rv. 226454, N. 36760 del 2004 Rv. 230271, N. 40410 del 2004 Rv. 230105, N. 5001 del 2007 Rv. 236068).

P.Q.M.

rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento.

 

 

From Avvocato Penalista Bologna, post MILANO AVVOCATO PENALISTA PER BANCAROTTA MILANO MONZA LODI CREMONA Tale è infatti l’incidenza di dette distrazioni sulla causazione del dissesto, del quale il ricorrente lamenta l’omessa valutazione, nel momento in cui il fallimento, come recentemente affermato da questa Corte Suprema, costituisce una condizione obiettiva di punibilità, ed è pertanto estraneo all’offesa tipica del reato ed alla sfera di volizione del soggetto agente (Sez. 5, n. 13910 del 08/02/2017, Santoro, Rv. 269388); rimanendo di conseguenza irrilevanti, come peraltro già stabilito dalla giurisprudenza di legittimità (Sez. 5, n. 11095 del 13/02/2014, Ghirardelli, Rv. 262741; Sez. 5, n. 32352 del 07/03/2014, Tanzi, Rv. 261942; Sez. 5, n. 47616 del 17/07/2014, Simone, Rv. 261683; Sez. 5, n. 26542 del 19/03/2014, Riva, Rv. 260690; Sez. 5, n. 11793 del 05/12/2013, Marafiori, Rv. 260199), i profili della sussistenza o meno di un rapporto causale fra la condotta distrattiva ed il dissesto e della consapevolezza di ciò da parte dell’autore della condotta, la cui lesività è integrata dal depauperamento del patrimonio del ‘impresa

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MILANO Fallimento – Bancarotta fraudolenta – Operazioni infragruppo – Ricorso –

 

 

 

  1. Con la sentenza impugnata, la Corte d’Appello di Milano ha confermato la sentenza del Tribunale di Milano del 5.11.12 che aveva condannato V.F. alla pena di giustizia, ritenendolo responsabile di bancarotta fraudolenta per distrazione, nella sua qualità di amministratore unico della s.r.l. Gruppo Immobiliare T.C., dichiarata fallita con sentenza del Tribunale di Milano del 3.3.05.

1.1. I fatti addebitati all’imputato e ritenuti provati all’esito dei due gradi di giudizio di merito, attengono:

– alla stipula di un mutuo ipotecario contratto dalla società fallita destinato a beneficiare, senza alcuna contropartita, il Gruppo Saccarifero M.

– ad una garanzia ipotecaria contratta, nei medesimi termini, per finanziamenti erogati sempre in favore del Gruppo Saccarifero M.

– a due fideiussioni rilasciate a garanzia dei debiti del Gruppo Saccarifero M.

– all’acquisto dell’80% delle quote della s.r.l. G. immobiliare , in seguito rivendute ad ABL Invest SA, senza contabilizzazione del prezzo e della sua destinazione.

  1. Propone tempestivo ricorso il difensore dell’imputato deducendo violazione di legge e manifesta illogicità della motivazione.

ìSi evidenzia che il Gruppo Saccarifero M. era titolare di quote pari al 30% della società fallita e che vi era un unico centro direzionale (l’imputato era figlio dell’amministratore di fatto della controllante), sicchè le operazioni intervenute fra i due soggetti rientravano nel novero delle operazioni infragruppo.

La Corte d’Appello avrebbe omesso di considerare che i mezzi necessari per l’acquisizione delle unità immobiliari erano stati messi a disposizione dei soci sotto forma di prestito infruttifero e che né V.F. né il Gruppo Saccarifero M. si sono insinuati al passivo per tale credito nei confronti della fallita.

2.1. Quanto alla ritenuta sussistenza dell’elemento soggettivo del reato, si rileva che l’imputato risiedeva in altra città e che gli atti di gestione della società fallita erano fortemente condizionati dalla personalità del padre V.G., amministratore di fatto del Gruppo Saccarifero M..

Tali circostanze avrebbero dovuto essere considerate dalla Corte d’Appello, in applicazione del principio di diritto secondo cui, nel reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale per distrazione, lo stato di insolvenza che dà luogo al fallimento costituisce elemento essenziale del reato, in qualità di evento, e pertanto deve porsi in rapporto causale con la condotta dell’agente e deve essere altresì sorretto dal dolo.

  1. In una memoria depositata il 17.2.17, il difensore ribadisce i motivi dedotti ed evidenzia, inoltre, l’eccessività della durata della pena accessoria inflitta al V..

Considerato in diritto

  1. Il ricorso è inammissibile perché generico, dal momento che ripropone le medesime argomentazioni del gravame e non si confronta con la puntuale replica che, ad esse, è stata data dalla Corte d’Appello.

Quanto ai principi di diritto richiamati dal ricorrente, è ben vero che la giurisprudenza di legittimità riconosce un qualche valore alle operazioni infragruppo al fine di escludere la condotta distrattiva, ma lo fa dettando precise condizioni.

In particolare, si vedano:

Sez. 5, n. 30333 del 12/01/2016 Rv. 267883

“In tema di bancarotta fraudolenta patrimoniale, qualora il fatto si riferisca a rapporti fra società appartenenti al medesimo gruppo, il reato deve ritenersi insussistente se, operando una valutazione ex ante, i benefici indiretti per la società fallita si dimostrino idonei a compensare efficacemente gli effetti immediatamente negativi e siano tali da rendere il fatto incapace di incidere sulle ragioni dei creditori della società”

Sez. 5, Sentenza n. 29036 del 09/05/2012 Rv. 253031

“In tema di bancarotta fraudolenta, qualora il fatto si riferisca a rapporti intercorsi fra società appartenenti al medesimo gruppo, solo il saldo finale positivo delle operazioni compiute nella logica e nell’interesse del gruppo, può consentire di ritenere legittima l’operazione temporaneamente svantaggiosa per la società sacrificata, nel qual caso è l’interessato a dover fornire la prova di tale circostanza”.

Sez. 5, Sentenza n. 48518 del 06/10/2011 Rv. 251536

“In tema di bancarotta fraudolenta patrimoniale, per escludere la natura distrattiva di un’operazione infragruppo non è sufficiente allegare tale natura intrinseca, dovendo invece l’interessato fornire l’ulteriore dimostrazione del vantaggio compensativo ritratto dalla società che subisce il depauperamento in favore degli interessi complessivi del gruppo societario cui essa appartiene”.

Sez. 5, Sentenza n. 36595 del 16/04/2009 Rv. 245136

“In tema di reati fallimentari, integra la distrazione rilevante ai fini della bancarotta fraudolenta patrimoniale, il trasferimento di risorse infra-gruppo, ossia tra società appartenenti allo stesso gruppo imprenditoriale, effettuato, senza alcuna contropartita economica, da società che versi in gravi difficoltà finanziarie a vantaggio di società in difficoltà economiche, posto che, in tal caso, nessuna prognosi fausta dell’operazione può essere consentita”.

1.1. I giudici di merito ( e sul punto è legittimo il richiamo alle ampie motivazioni della sentenza di primo grado) hanno evidenziato come la causa del dissesto della società fallita fosse da individuare nel rapporto fra essa ed il Gruppo Saccarifero M., concretizzatosi nel trasferimento in favore di quest’ultimo di fondi liquidi e nella concessione di garanzie che, in conseguenza delle difficoltà finanziarie del GSM, hanno determinato l’aggressione del patrimonio immobiliare della fallita a garanzia disposizioni di debito estremamente rilevanti.

A fronte dell’articolata elencazione delle operazioni ritenute distrattive in favore di GSM, la difesa ha genericamente allegato che i mezzi finanziari per l’acquisto degli immobili ipotecati vennero forniti dai soci senza alcuna contropartita, ma non ha minimamente dimostrato se il vantaggio in tal modo procurato alla società Gruppo Immobiliare T.C. poi fallita, fosse tale da compensare il trasferimento di risorse alla società controllante.

  1. Anche con riguardo alla ritenuta sussistenza dell’elemento soggettivo del reato, il ricorso non fa che riproporre la tesi secondo cui l’imputato sarebbe stato manovrato dal padre, amministratore di fatto del GSM, senza considerare che la Corte d’Appello l’ha ritenuta improponibile, atteso il ruolo di amministratore unico ricoperto, non solo formalmente, dall’imputato nell’ambito della società fallita ed il suo curriculum professionale.
  2. Il principio enunciato nel ricorso secondo cui, nel reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale per distrazione, lo stato di insolvenza che dà luogo al fallimento costituisce elemento essenziale del reato in qualità di evento e deve, perciò, porsi in nesso causale con la condotta dell’agente, è stato ampiamente superato dalla giurisprudenza di legittimità successiva alla sentenza n.47502 del 6.12.12 citata dal ricorrente e, da ultimo, dalle Sezioni Unite con la pronuncia n. 22474 del 31/03/2016 Rv. 266804

“Ai fini della sussistenza del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale non è necessaria l’esistenza di un nesso causale tra i fatti di distrazione ed il successivo fallimento, essendo sufficiente che l’agente abbia cagionato il depauperamento dell’impresa, destinandone le risorse ad impieghi estranei alla sua attività. (In motivazione, la Corte ha precisato che i fatti di distrazione, una volta intervenuta la dichiarazione di fallimento, assumono rilievo in qualsiasi momento siano stati commessi e, quindi, anche se la condotta si è realizzata quando ancora l’impresa non versava in condizioni di insolvenza)”.

  1. La censura relativa alla eccessiva durata della sanzione accessoria dell’inabilitazione all’esercizio di un’impresa commerciale e dell’incapacità ad esercitare uffici direttivi presso le imprese, è inammissibile sotto un duplice profilo:

– il termine di quindici giorni per il deposito di memorie difensive, previsto dall’art. 611 cod. proc. pen., è da ritenersi applicabile anche ai procedimenti in udienza pubblica e la sua inosservanza esime la Corte di cassazione dall’obbligo di prenderle in esame (Sez. 6, n. 18453 del 28/02/2012 Rv. 252711 e giurisprudenza di legittimità conforme)

– la pena accessoria dell’inabilitazione all’esercizio di un’impresa commerciale e dell’incapacità di esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa prevista per il delitto di bancarotta fraudolenta ha la durata fissa ed inderogabile di dieci anni, diversamente dalle pene accessorie previste per il reato di bancarotta semplice, che devono essere commisurate alla durata della pena principale, in quanto, essendo determinate solo nel massimo, sono soggette alla regola di cui all’art. 37 cod. pen.. (v. Corte Cost. n. 134 del 2012) Sez. 5, n. 15638 del 05/02/2015 Rv. 263267, conformi n. 17690 del 2010 Rv. 247319, n. 269 del 2011 Rv. 249500, n. 30341 del 2012 Rv. 253318, n. 11257 del 2013 Rv. 254641, n. 51526 del 2013 Rv. 258665, n. 628 del 2014 Rv. 257947, n. 41035 del 2014 Rv. 260495.

  1. Alla declaratoria di inammissibilità del ricorso segue, per legge (art. 616 c.p.p.), la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali nonché, trattandosi di causa di inammissibilità determinata da profili di colpa emergenti dal ricorso (Sez. 2, n. 35443 del 06/07/2007 Rv. 237957), al versamento, a favore della cassa delle ammende, di una somma che si ritiene equo e congruo determinare in Euro 2.000.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro 2.000 in favore della Cassa delle Ammende.

 

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AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA RAVENNA FORLI CESENA APPELLO PENALE RICORSI PER CASSAZIONE PENALE di falso Querela per minacce o denuncia per offese verbali Denuncia per ingiuria Querela per truffa Querela per lesioni Querela per appropriazione indebita Querela per danneggiamento.

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA RAVENNA FORLI CESENA APPELLO PENALE RICORSI PER CASSAZIONE PENALE di falso Querela per minacce o denuncia per offese verbali Denuncia per ingiuria Querela per truffa Querela per lesioni Querela per appropriazione indebita Querela per danneggiamento.ABA2SCRITTA

Per  procedere in ordine ad alcuni reati specifici, la legge richiede una ulteriore condizione (c.d. condizione di procedibilità) che consiste frequentemente nella cosiddetta querela (ad esempio per i reati di lesioni, percosse, diffamazione, etc.). La querela è  la manifestazione di volontà della persona offesa che si proceda in ordine ad uno specifico reato e che venga punito l’autore dello stesso (artt. 336 e ss. c.p.p.).

Lo Studio Legale  AVVOCATO SERGIO ARMAROLI DI BOLOGNA offre la propria competenza nell’ambito del diritto penale, fornendo attività di consulenza in ordine alle molteplici fattispecie di reato contestate e attività di assistenza giudiziale nell’ambito del processo ordinario o nell’opportunità di scelta di riti alternativi.

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Per quali motivi si può presentare una querela?
I motivi per cui una persona si affida a un avvocato per redigere una querela e procedere con un’azione legale o penale sono svariati

  • Querela di falso

  • Querela per minacce o denuncia per offese verbali

  • Denuncia per ingiuria

  • Querela per truffa

  • Querela per lesioni

  • Querela per appropriazione indebita

  • Querela per danneggiamento.

Lo STUDIO LEGALE AVVOCATO PENALISTA SERGIO ARMAROLI

  • reati tributari e fallimentari;
  • illeciti amministrativi degli enti dipendenti da reato ex D. Lgs. 2001 n. 231;
  • reati societari e finanziari;
  • infortuni e tutela della sicurezza sui luoghi di lavoro ex D. Lgs. 2008 n. 81;
  • reati ambientali e violazioni edilizie;
  • contraffazione e tutela penale della proprietà industriale e intellettuale.

avvocato cassazionista bella

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA RAVENNA FORLI CESENA APPELLO PENALE RICORSI PER CASSAZIONE PENALE

  • reati tributari e fallimentari;
  • illeciti amministrativi degli enti dipendenti da reato ex Lgs. 2001 n. 231;
  • reati societari e finanziari;
  • infortuni e tutela della sicurezza sui luoghi di lavoro ex Lgs. 2008 n. 81;
  • reati ambientali e violazioni edilizie;
  • contraffazione e tutela penale della proprietà industriale e intellettuale.

– reati finanziari

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reati in materia di inquinamento

– diritto penale sportivo

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Lo Studio Legale dell’avvocato Sergio Armaroli di Bologna forte dell’esperienza maturata sul campo, offre dal 1991 consulenza ed assistenza legale, giudiziale e stragiudiziale nei diversi ambiti del diritto penale, svolgendo attività di consulenza ed assistenza legale nei confronti di persone giuridiche e di persone fisiche, avanti a tutti gli organi giurisdizionali italiani, ivi compresa la Suprema Corte di Cassazione.
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  1. L’imputato può proporre impugnazione personalmente o per mezzo di un procuratore speciale[122] nominato anche prima della emissione del provvedimento [att. 37].
    Il tutore [414 ss.] per l’imputato soggetto alla tutela e il curatore speciale [71] per l’imputato incapace di intendere o di volere, che non ha tutore, possono proporre l’impugnazione che spetta all’imputato (1) (2).
    3. Può inoltre proporre impugnazione il difensore dell’imputato al momento del deposito del provvedimento ovvero il difensore nominato a tal fine (3).
    4. L’imputato, nei modi previsti per la rinuncia [589], può togliere effetto all’impugnazione proposta dal suo difensore. Per l’efficacia della dichiarazione nel caso previsto dal comma 2, è necessario il consenso del tutore o del curatore speciale (4).
  2. In tema di impugnazioni del contumace, qualora il gravame venga proposto dal difensore cui la nomina sia stata conferita con dichiarazione posta in calce all’atto di impugnazione, detta nomina è equivalente allo specifico mandato di cui all’art. 571, comma terzo, cod. proc. pen. e vale anche come impugnazione personale dell’imputato. (In motivazione, la Corte ha osservato che tale modalità di conferimento dell’incarico comprova la volontà dell’imputato di farsi assistere dal difensore nella fase del giudizio successiva a quella in cui la contumacia è stata dichiarata e che, con la sottoscrizione, l’interessato ha inteso far proprio il contenuto dell’atto nella sua interezza, inclusa la parte contenente i motivi di gravame).
  3. Per la determinazione del Giudice competente a decidere dell’impugnazione si dovrà fare riferimento all’art. 596 c.p.p. e al D.lgv 28 agosto 2000, n. 274. Per le sentenze rese dal Tribunale (art. 6 c.p.p.) sarà competente la Corte d’Appello. Per le sentenze rese dalla Corte d’Assise (art. 5 c.p.p.) sarà competente la Corte d’Assise d’appello. Per le sentenze rese dal Giudice di Pace in funzione penale sarà competente il Tribunale in composizione monocratica (art. 39, D.lgv 274/00). Se infine la sentenza è stata resa dal G.I.P. decidono rispettivamente la Corte d’Appello o la Corte d’Assise d’Appello, a seconda che si tratti di reato di competenza del Tribunale o della Corte d’Assise (art. 596 c.p.p.).

RICORSO CASSAZIONE PENALE

Il procedimento:

Gli atti preliminari:

L’art. 610 co. 2 c.p.p. prevede, in relazione agli atti preliminari, che il Presidente della Corte provveda ad assegnare il ricorso ad una delle singole sezioni “secondo i criteri stabiliti dalle leggi dell’ordinamento giudiziario” e che, invece, lo assegni alle sezioni unite nel caso in cui le questioni proposte sono di particolare importanza o quando occorre risolvere contrasti insorti tra le decisioni delle sezioni singole.

Conseguentemente, il presidente della corte o il presidente della sezione – a seconda che il ricorso sia stato assegnato alle sezioni unite o ad una delle singole sezioni – fissa la data per la trattazione che avverrà in udienza pubblica o in camera di consiglio e designa il relatore (art. 610 co. 3 c.p.p.).

Sul presupposto della inammissibilità del ricorso, in quanto proposto da soggetto non legittimato (e cioè da difensore cassazionista nominato quale sostituto processuale dal difensore di ufficio non cassazionista), la Prima Sezione ha rimesso alle Sezioni Unite la questione (su cui sussiste contrasto interpretativo) se, in tal caso, alla dichiarazione di inammissibilità del ricorso per cassazione consegua, ed eventualmente a carico di chi, la condanna al pagamento delle spese del procedimento.

Nell’ordinanza di rimessione si è preliminarmente rilevata la inammissibilità del ricorso proposto nell’interesse del T., in quanto presentato dall’avv. Sergio Di Gerlando, difensore cassazionista designato quale sostituto processuale dall’avv. Loredana Culò, legale di ufficio del predetto T., non in possesso dell’abilitazione al patrocinio innanzi agli organi di giurisdizione superiore.

La designazione di un altro legale iscritto nell’apposito albo professionale, al fine di superare l’ostacolo esistente alla proposizione dell’impugnazione costituito dalla mancanza di abilitazione al patrocinio innanzi agli organi di giurisdizione superiore in capo all’originario difensore di ufficio, sarebbe in contrasto con le previsioni degli artt. 97 e 102 c.p.p., in quanto la possibilità per il difensore, sia di fiducia che di ufficio, di nominare un sostituto processuale, che esercita i diritti ed assume i doveri del difensore, non modificherebbe la titolarità dell’ufficio defensionale, che rimane pur sempre in capo all’originario difensore. Quest’ultimo, cessata la situazione che ha dato causa alla sostituzione, riprende il suo ruolo e ricomincia a svolgere le sue funzioni.

In definitiva, il sostituto interviene nel processo in forma estemporanea ed episodica in surroga del difensore assente, senza, però, esautorare in maniera definitiva il sostituito, che rimane il dominus della difesa. La facoltà per il difensore impedito di avvalersi della sostituzione di altro patrocinatore avviene, comunque, nel rispetto delle disposizioni che regolano i singoli istituti processuali. Così, con riferimento al caso di specie, assume rilievo il disposto dell’art. 613 c.p.p. , che ammette alla proposizione del ricorso per cassazione soltanto la parte che vi provveda personalmente oppure il difensore iscritto nell’albo speciale, specificando, al secondo periodo del comma 2, che il difensore può essere nominato appositamente per proporre il ricorso o in un momento successivo e che, in mancanza di nomina, il difensore è quello che ha assistito la parte nell’ultimo giudizio, a condizione che sia in possesso dei requisiti di abilitazione indicati al comma 1.

Il difetto di abilitazione professionale impedisce al difensore di proporre ricorso e di esercitare le facoltà che siano comunque riconducibili all’esplicazione del mandato difensivo nel giudizio di legittimità, inclusa quella di nominare un proprio sostituto processuale per attività che non è abilitato a svolgere in proprio. La stessa limitazione dei poteri processuali, quindi, si estenderebbe al sostituto del difensore, in applicazione di quanto disposto dall’art. 102 c.p.p. , comma 2.

L’indicata esegesi troverebbe compiuta applicazione nel caso di specie, in cui la designazione dell’avv. Di Gerlando in qualità di sostituto non ha riguardato una situazione temporanea e contingente, bensì il conferimento di un complesso di poteri da esercitarsi in riferimento ad un intero grado di giudizio. Non potrebbe che discenderne, dunque, l’inammissibilità del ricorso, in quanto proveniente da patrocinatore sfornito dei necessari poteri di legittimazione e non validamente officiato per esercitarli.

ACHIAMA PEN3ACHIAMAPEN2

Quanto al principio in base al quale il sostituto processuale esercita i diritti ed assume i doveri del difensore sostituito, sancito dall’art. 102 c.p.p. , comma 2, la giurisprudenza di questa Corte si è soffermata sulla problematica relativa ai poteri spettanti al sostituto del difensore e ha affermato che, siccome l’art. 102 non riconosce rilevanza ad eventuali limitazioni apposte dal difensore di fiducia alla designazione del sostituto, ne discende che quest’ultimo può esercitare tutti i diritti assumendo i doveri del titolare (Sez. 5, n. 14115 del 10 novembre 1999, Di Prenda, Rv. 216105; Sez. 3, n. 7458 del 15 gennaio 2008, Barranca, Rv. 239010; Sez. 6, n. 19677 del 31 marzo 2004, Foltran, Rv. 228229; Sez. 6, n. 20398 del 9 maggio 2014, Russi, Rv. 261478), ad eccezione dei poteri derivanti da una procura speciale, che pertengono, in maniera esclusiva, al difensore originariamente nominato (Sez. 1, n. 43240 del 4 novembre 2009, Barbini, Rv. 245081; Sez. 6, n. 4858 del 3 dicembre 1999, dep. 2000, Guarnieri, Rv. 217109; Sez. 5, n. 36641 del 26 maggio 2011, Giangrande, Rv. 251207; Sez. 4, n. 22601 del 13 maggio 2005, Fiorenzano, Rv. 231793).

Deve però rilevarsi che (come puntualizzato dalle Sezioni Unite, sent. n. 24486 del 11 luglio 2006, Lepido, Rv. 233919), nella disciplina generale delle impugnazioni dell’imputato dettata dall’art. 571 c.p.p. , è riconosciuto, oltre che all’imputato personalmente o a mezzo di procuratore speciale, anche al difensore dell’imputato il potere di proporre impugnazione indipendentemente da uno specifico mandato del suo assistito. Sicché si ritiene che, quando propone l’impugnazione, il difensore esercita un potere proprio, in qualche misura autonomo dal potere di impugnazione dell’imputato, tanto che il suo potere si aggiunge a quello del difensore eventualmente nominato dall’imputato allo specifico fine dell’impugnazione (Sez. U, n. 22 del 11 novembre 1994, Nicoletti, Rv. 199399; Sez. 1, n. 4561 del 30 giugno 1999, Lonoce, Rv. 214034; Sez. 1, n. 36417 del 21 maggio 2002, Porcaro, Rv. 222462; Sez. 5, n. 23415 del 2 maggio 2003, Piretto, Rv. 224554).

Il potere del difensore di proporre impugnazione in favore dell’imputato trova, infatti, nell’art. 571 c.p.p., comma 3, una fonte di legittimazione ben più forte e comunque autonoma rispetto a quella che potrebbe derivargli dall’art. 99 c.p.p., comma 1, che esclude dall’attribuzione al difensore i diritti riservati personalmente all’imputato, e dall’art. 165 c.p.p., comma 3, che tratta il difensore come mero rappresentante dell’imputato.

Anzi, come spiegato nella citata sentenza Lepido, la natura personale del diritto di impugnazione riconosciuto all’imputato dall’art. 571 c.p.p. , comma 1, esclude tale diritto di impugnazione dall’ambito dei diritti esercitabili dal difensore a norma dell’art. 99 c.p.p. , comma 1.

Ne discende che il difensore dell’imputato (latitante nel caso esaminato in quella sentenza) ha, in proprio, un autonomo diritto di impugnazione ed è privo della legittimazione a proporre ricorso per cassazione se non iscritto nell’albo speciale.

Il mancato titolo abilitativo rende il difensore privo di legittimazione a proporre ricorso in cassazione, sicchè il ricorso proposto nell’interesse dell’imputato irreperibile dal difensore non iscritto nell’albo speciale della Corte di cassazione è inammissibile (v., tra le tante, Sez. 6, n. 37534 del 21 settembre 2007, Brahim, Rv. 237607). Tuttavia, la sussistenza in capo al difensore (pur privo della legittimazione a ricorrere in cassazione per il mancato titolo abilitativo) di un autonomo diritto di impugnazione rende ammissibile il ricorso per cassazione proposto da avvocato iscritto nell’albo speciale, nominato quale sostituto dal difensore di ufficio dell’imputato non cassazionista. E ciò proprio in applicazione delle regole stabilite dall’art. 102 c.p.p. , là dove si prevede che il difensore di fiducia e il difensore di ufficio possono nominare un sostituto (comma 1) e che il sostituto esercita i diritti e assume i doveri del difensore (comma 2).

  1. ACPENGRANDE
  1. Il ricorso per cassazione [169 att.] può essere proposto per i seguenti motivi:
  2. a) esercizio da parte del giudice di una potestà riservata dalla legge a organi legislativi o amministrativi ovvero non consentita ai pubblici poteri [620];
  3. b) inosservanza o erronea applicazione della legge penale o di altre norme giuridiche, di cui si deve tener conto nell’applicazione della legge penale;
  4. c) inosservanza delle norme processuali stabilite a pena di nullità [177 s.], di inutilizzabilità [191], di inammissibilità o di decadenza [173];
  5. d) mancata assunzione di una prova decisiva, quando la parte ne ha fatto richiesta anche nel corso dell’istruzione dibattimentale limitatamente ai casi previsti dall’articolo 495, comma 2 ;
  6. e) mancanza [547], contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione [125, 192], quando il vizio risulta dal testo del provvedimento impugnato ovvero da altri atti del processo specificamente indicati nei motivi di gravame ).
  7. Il ricorso, oltre che nei casi e con gli effetti determinati da particolari disposizioni, può essere proposto contro le sentenze pronunciate in grado di appello [605] o inappellabili [593].
  8. Il ricorso è inammissibile [591] se è proposto per motivi diversi da quelli consentiti dalla legge o manifestamente infondati ovvero, fuori dei casi previsti dagli articoli 569 e 609, comma 2, per violazioni di legge non dedotte con i motivi di appello“.

achiama subitoAPEN5APEN9

 

 

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BANCAROTTA FRAUDOLENTA TRIB MILANO CORTE APPELLO MILANO AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA MILANO RIMINI VICENZA Anche con riguardo all’addebito di bancarotta documentale, gli argomenti del ricorso non contrastano adeguatamente le motivazioni della sentenza impugnata, in quanto non si dice in che termini le precisazioni svolte con riguardo alla mutevolezza del valore del magazzino incidano concretamente sui calcoli eseguiti dal consulente tecnico e ripresi a pagina 15 della sentenza d’appello. La difformità fra i valori delle rimanenze al dicembre 2002 e quelle degli anni precedenti — così come opportunamente sottolineata dalla Corte territoriale- è talmente elevata ( aumento di oltre i due terzi in presenza di calo di vendite) da indurre ad escludere la fondatezza dei rilievi genericamente svolti nel ricorso.

BANCAROTTA FRAUDOLENTA TRIB MILANO CORTE APPELLO MILANO AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA MILANO RIMINI VICENZA

Anche con riguardo all’addebito di bancarotta documentale, gli argomenti del ricorso non contrastano adeguatamente le motivazioni della sentenza impugnata, in quanto non si dice in che termini le precisazioni svolte con riguardo alla mutevolezza del valore del magazzino incidano concretamente sui calcoli eseguiti dal consulente tecnico e ripresi a pagina 15 della sentenza d’appello. La difformità fra i valori delle rimanenze al dicembre 2002 e quelle degli anni precedenti — così come opportunamente sottolineata dalla Corte territoriale- è talmente elevata ( aumento di oltre i due terzi in presenza di calo di vendite) da indurre ad escludere la fondatezza dei rilievi genericamente svolti nel ricorso.

3.1. Diversamente da quanto si sostiene nel ricorso, il reato di bancarotta documentale è configurabile con riferimento alla irregolare tenuta delle rilevazioni contabili di magazzino, in quanto il regime tributario di contabilità semplificata, previsto per le cosiddette imprese minori, non comporta l’esonero dall’obbligo, previsto dall’art. 2214 cod. civ., di tenuta dei libri e delle scritture contabili che siano richieste dalla natura e dalle dimensioni dell’impresa ( Sez. 5, n. 52219 del 30/10/2014 Rv. 262198). Il Tribunale ha ampiamente motivato il proprio convincimento circa la sussistenza di tale obbligo ( pagine 11 e 12), come pure la Corte d’Appello a pagina 16 e, sul punto, gli argomenti del ricorso sono assolutamente generici.

 

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AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA AVVOCATO PENALISTA RIMINI AVVOCATO PENALISTA RAVENNA

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA
AVVOCATO PENALISTA RIMINI
AVVOCATO PENALISTA RAVENNA

Il Tribunale, con giudizio confermato dalla Corte d’Appello, ha ritenuto provato che B., dapprima presidente del consiglio di amministrazione e poi amministratore unico della OCS s.r.I., dichiarata fallita dal Tribunale di Varese con sentenza del 5.11.04, avesse distratto disponibilità liquide per un importo di 48.654 euro derivante da anticipi bancari su fatture emesse e non contabilizzate ed avesse dissipato l’importo complessivo di 446.677 euro, erogati a partire dal 2001 a titolo di compenso agli amministratori, nonostante la conclamata situazione di dissesto. E’ stato ritenuto, parimenti, provato l’addebito di bancarotta fraudolenta documentale, con riferimento alla tenuta delle scritture contabili in modo da non consentire la corretta ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari, attesa la sopravvalutazione di voci di magazzino, destinata ad occultare perdite di bilancio .

 

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3.2. La condotta contestata, cioè l’avere tenuto le scritture contabili in guisa da non consentire la ricostruzione del patrimonio e del volume degli affari, è punita a titolo di dolo generico (Sez. 5, n. 5264 del 17/12/2013,03/02/2014, Rv. 258881 e conformi: N. 3951 del 1992„ N. 5905 del 2000 Rv. 216267, N. 31356 del 2001 Rv. 220167, N. 21075 del 2004 Rv. 229321, N. 1137 del 2009 Rv. 242550, N. 21872 del 2010 Rv. 247444), sicché non sono pertinenti le osservazioni della difesa circa il difetto di dolo specifico. 4. Il ricorso è, quindi, infondato e va rigettato con conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali ai sensi dell’art.616 c.p.p.

 

 

CORTE di CASSAZIONE  sentenza n. 16111 del 30 marzo 2017

RITENUTO IN FATTO 

  1. Con la sentenza impugnata, la Corte d’Appello di Milano, in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Varese del 21.6.12, che aveva condannato B. E. in ordine al reato di bancarotta fraudolenta per distrazione e dissipazione di beni e bancarotta documentale, ha rideterminato la pena, ritenendo la prevalenza delle già concesse circostanze attenuanti generiche rispetto all’aggravante di cui all’art.219 co.2 n.1.

1.1. Il Tribunale, con giudizio confermato dalla Corte d’Appello, ha ritenuto provato che B., dapprima presidente del consiglio di amministrazione e poi amministratore unico della OCS s.r.I., dichiarata fallita dal Tribunale di Varese con sentenza del 5.11.04, avesse distratto disponibilità liquide per un importo di 48.654 euro derivante da anticipi bancari su fatture emesse e non contabilizzate ed avesse dissipato l’importo complessivo di 446.677 euro, erogati a partire dal 2001 a titolo di compenso agli amministratori, nonostante la conclamata situazione di dissesto. E’ stato ritenuto, parimenti, provato l’addebito di bancarotta fraudolenta documentale, con riferimento alla tenuta delle scritture contabili in modo da non consentire la corretta ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari, attesa la sopravvalutazione di voci di magazzino, destinata ad occultare perdite di bilancio .

  1. Il ricorso, proposto personalmente dall’imputato, denunzia contraddittorietà e vizi motivazionali. Si rimprovera ai giudici di merito di avere recepito acriticamente le conclusioni del consulente del Pubblico Ministero senza tenere in alcun conto le dichiarazioni del curatore, teste ad escludere rilevanza penale nelle condotte tenute dall’imputato quale amministratore della fallita. Si sostiene, a proposito della asserita distrazione degli anticipi su fatture emesse e non contabilizzate, che:

– le fatture erano registrate in contabilità e di ciò ha dato atto il curatore, che ha anche provveduto a recuperare i relativi crediti

– gli anticipi erano stati impiegati per il pagamento degli stipendi e del TFR ai dipendenti, come pure risulta dalla deposizione del curatore fallimentare

Quanto all’addebito di dissipazione, si evidenzia, invece, che non vi è alcuna prova del fatto che lo stato di decozione risalisse al 2001, in quanto le perdite subite a seguito della diminuzione del fatturato erano sempre state ripianate dalla compagine sociale anche con finanziamenti da parte dei soci. Le somme liquidate a titolo di compenso per gli amministratori troverebbero giustificazione nel fatto che gli amministratori, come del resto i soci, fossero tutti impiegati a tempo pieno nell’impresa di famiglia, senza percepire emolumenti né utili, sicché i compensi destinati agli amministratori erano l’unica fonte di sostentamento dei soci lavoratori. Si contesta, infine, la motivazione riguardante l’addebito di bancarotta documentale, visto che la ritenuta sopravvalutazione delle rimanenze di magazzino per l’anno 2002 era stata fondata su risultanze matematiche ma non su dati oggettivi. La società non aveva un magazzino suddiviso fra materie prime, semilavorati e prodotti finiti e ciò condizionava la variabilità del valore di magazzino sia nel corso dell’anno che alla fine dello stesso. La produzione dell’azienda consisteva nell’acquisto della materia prima, la sua lavorazione e lo stoccaggio dei prodotti finiti. Durante la lavorazione, i pezzi di metallo acquistati venivano sottoposti a trattamenti piuttosto costosi, sicché aumentava il valore dei pezzi semilavorati mano a mano che le lavorazioni procedevano nelle diverse fasi, fino ad ottenere dei prodotti finiti che avevano un alto valore. Se in magazzino erano giacenti prodotti finiti o semilavorati, il valore era sensibilmente maggiore, così come si era verificato nel 2002, stando alle dichiarazioni dei testi escussi. Un riscontro a tale tesi sarebbe costituito, secondo la difesa, dalla constatazione che nessun rilievo era stato fatto con riguardo al valore del magazzino negli anni precedenti e successivi al 2002. Si sostiene, infine, che la mancata tenuta delle scritture di magazzino non vale ad integrare la fattispecie di bancarotta documentale, non trattandosi di scritture obbligatorie per imprese delle dimensioni della fallita. Sarebbe, poi, non configurabile il dolo specifico richiesto dalla norma.

CONSIDERATO IN DIRITTO 

  1. Il ricorso ripropone i medesimi argomenti svolti nell’atto di appello senza confrontarsi adeguatamente con le repliche contenute nel provvedimento impugnato. In particolare, quanto alla destinazione dell’importo di 48.654 euro, che secondo il ricorrente sarebbero stati impiegati per il pagamento degli ultimi stipendi e del TFR, la Corte ha ritenuto si tratti di giustificazione sfornita di prova e non credibile, in quanto, se così fosse stato, non vi sarebbe stata ragione di non indicare in contabilità né le somme né la loro destinazione. Si sostiene, nel ricorso, che la tesi difensiva è avvalorata dalla testimonianza del curatore fallimentare senza, tuttavia, indicarne il contenuto e così incorrendo nel vizio di genericità.
  2. Per quanto riguarda l’addebito di avere dissipato la somma erogata, a partire dal 2001, quale compenso agli amministratori, nonostante la conclamata situazione di dissesto, la sentenza impugnata rimanda alla relazione del consulente tecnico, secondo cui lo stato di decozione poteva essere fatto risalire appunto al 2001. Le obiezioni contenute nel ricorso sono del tutto generiche; si fa riferimento a finanziamenti da parte dei soci, che avrebbero provveduto a ripianare le perdite subite negli anni dal 2001 al 2003 a seguito della diminuzione del fatturato ed all’immutato credito che la società aveva conservato presso le banche. Si tratta di argomenti , come si è detto, generici, non documentati e contraddetti dalla minuziosa ricostruzione contenuta alle pagine 4 e 5 della sentenza di primo grado, la cui motivazione si salda con quella della sentenza di appello, trattandosi di doppia conforme quanto al riconoscimento della responsabilità. Risponde di bancarotta preferenziale e non di bancarotta fraudolenta per distrazione l’amministratore che, senza autorizzazione degli organi sociali, si ripaghi dei suoi crediti verso la società in dissesto relativi a compensi per il lavoro prestato, prelevando dalla cassa sociale una somma congrua rispetto a tale lavoro (Sez. 5, n. 21570 del 16/04/2010 Rv. 247964; Sez. 5, n. 48017 del 10/07/2015 Rv. 26631101); integra, invece, il delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione (art. 216, comma primo n.1, e 223 I. fall.) la condotta dell’amministratore unico di una società che effettui prelevamenti dalle casse sociali, provvedendo a determinare ed a liquidare in proprio favore tali somme come compenso per l’attività svolta, senza nemmeno indicarne il titolo giustificativo (delibera assembleare o norma statutaria) e per di più in epoca di grave dissesto per la società (Sez. 5, n. 4985 del 19/12/2006 dep. 07/02/2007 ,Rv. 236319). Nel caso che ci occupa, il compenso agli amministratori è stato regolarmente deliberato dagli organi sociali ma non è stato in alcun modo dimostrato che le somme percepite fossero congrue rispetto al lavoro svolto e, soprattutto, è stato provato che gli emolumenti vennero liquidati in un periodo caratterizzato da un vertiginoso calo del fatturato e da un andamento sconfortante degli investimenti, così da richiedere sforzi inusuali per procrastinare l’accesso alle procedure concorsuali ( si veda, in proposito, Sez. 5, n. 9188 del 14/02/2007 Rv. 23626301 ). In tal senso è corretta l’affermazione di penale responsabilità in ordine al reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale.
  3. Anche con riguardo all’addebito di bancarotta documentale, gli argomenti del ricorso non contrastano adeguatamente le motivazioni della sentenza impugnata, in quanto non si dice in che termini le precisazioni svolte con riguardo alla mutevolezza del valore del magazzino incidano concretamente sui calcoli eseguiti dal consulente tecnico e ripresi a pagina 15 della sentenza d’appello. La difformità fra i valori delle rimanenze al dicembre 2002 e quelle degli anni precedenti — così come opportunamente sottolineata dalla Corte territoriale- è talmente elevata ( aumento di oltre i due terzi in presenza di calo di vendite) da indurre ad escludere la fondatezza dei rilievi genericamente svolti nel ricorso.

3.1. Diversamente da quanto si sostiene nel ricorso, il reato di bancarotta documentale è configurabile con riferimento alla irregolare tenuta delle rilevazioni contabili di magazzino, in quanto il regime tributario di contabilità semplificata, previsto per le cosiddette imprese minori, non comporta l’esonero dall’obbligo, previsto dall’art. 2214 cod. civ., di tenuta dei libri e delle scritture contabili che siano richieste dalla natura e dalle dimensioni dell’impresa ( Sez. 5, n. 52219 del 30/10/2014 Rv. 262198). Il Tribunale ha ampiamente motivato il proprio convincimento circa la sussistenza di tale obbligo ( pagine 11 e 12), come pure la Corte d’Appello a pagina 16 e, sul punto, gli argomenti del ricorso sono assolutamente generici.

3.2. La condotta contestata, cioè l’avere tenuto le scritture contabili in guisa da non consentire la ricostruzione del patrimonio e del volume degli affari, è punita a titolo di dolo generico (Sez. 5, n. 5264 del 17/12/2013,03/02/2014, Rv. 258881 e conformi: N. 3951 del 1992„ N. 5905 del 2000 Rv. 216267, N. 31356 del 2001 Rv. 220167, N. 21075 del 2004 Rv. 229321, N. 1137 del 2009 Rv. 242550, N. 21872 del 2010 Rv. 247444), sicché non sono pertinenti le osservazioni della difesa circa il difetto di dolo specifico. 4. Il ricorso è, quindi, infondato e va rigettato con conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali ai sensi dell’art.616 c.p.p.

P.Q.M. 

rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

 

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BANCAROTTA FRAUDOLENTA

BANCAROTTA FRAUDOLENTA

ap1

  • BANCAROTTA FRAUDLENTA precisare che la configurazione nell’articolo 2639 cod. civ. della nozione di amministratore di fatto come colui che esercita in modo continuativo e significativo i poteri tipici inerenti alla qualifica o alla funzione e’ suscettibile di applicazione anche in riferimento ai reati fallimentari.
  • A tal proposito questa Corte ha avuto modo di precisare che la configurazione nell’articolo 2639 cod. civ. della nozione di amministratore di fatto come colui che esercita in modo continuativo e significativo i poteri tipici inerenti alla qualifica o alla funzione e’ suscettibile di applicazione anche in riferimento ai reati fallimentari. (Sez. 5, n. 39535 del 20/06/2012 – dep. 08/10/2012, Antonucci, Rv. 25336301).
  • Sul punto sussisteva specifico motivo di appello e la sentenza di primo grado, quand’anche integrabile con il tenore della conforme decisione di secondo grado, non reca sufficienti motivazioni in ordine al riconoscimento della figura in capo a (OMISSIS).
  • Questa Corte ha ritenuto che la prova della qualifica di amministratore di fatto potesse anche dal conferimento di una procura generale ad negotia, quando questa, per l’epoca del suo conferimento e per il suo oggetto, concernente l’attribuzione di autonomi e ampi poteri, fosse sintomatica della esistenza del potere di esercitare attivita’ gestoria in modo non episodico o occasionale. (Sez. 5, n. 2793 del 22/10/2014 – dep. 21/01/2015, Semeraro, Rv. 26263001). Nella specie, tuttavia, si fa riferimento ad una, pur ampia, procura speciale, in totale difetto di motivazione circa se, quando e come la stessa sia stata in qualche modo concretamente utilizzata da (OMISSIS).
  • Inoltre, effettivamente, nessun elemento circa la sussistenza di una effettiva condotta gestoria risulta emerso dall’istruttoria esperita e in particolare dalle deposizioni, rese peraltro da soggetti che hanno collaborato con la societa’ prima del rilascio della procura speciale, rese il 7/5/2009 dal dottor (OMISSIS), commercialista che aveva curato la pratica relativa al cambio di amministrazione, e il 28/2/2013 dal commercialista (OMISSIS), consulente della (OMISSIS) s.r.l. dal 2000 al 2004, richiamate da parte del ricorrente).
  •  
  • Suprema Corte di Cassazione

sezione V penale

sentenza 5 gennaio 2017, n. 547

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PALLA Stefano – Presidente

Dott. GORJAN Sergio – Consigliere

Dott. SCOTTI Umberto L. – rel. Consigliere

Dott. GUARDIANO Alfredo – Consigliere

Dott. AMATORE Roberto – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS), nato il (OMISSIS);

(OMISSIS), nato il (OMISSIS);

avverso la sentenza del 06/10/2015 della CORTE APPELLO di CATANZARO;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita in PUBBLICA UDIENZA del 05/12/2016, la relazione svolta dal Consigliere Dott. UMBERTO LUIGI SCOTTI;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott. CORASANITI Giuseppe, che ha concluso per il rigetto del ricorso;

udito il difensore, avv. (OMISSIS), giusta delega dell’avv. (OMISSIS), per l’imputato (OMISSIS), che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

apappapaRITENUTO IN FATTO

  1. La Corte d’appello di Catanzaro in data 6/10/2015 ha parzialmente riformato la sentenza di primo grado del Tribunale di Cosenza appellata degli imputati (OMISSIS) e (OMISSIS), escludendo la recidiva contestata al secondo, e confermando nel resto l’impugnata sentenza, che li aveva ritenuti responsabili del reato di bancarotta fraudolenta per distrazione per aver distratto dalla massa fallimentare della societa’, in concorso tra loro, il primo in qualita’ di amministratore di diritto e il secondo quale amministratore di fatto e procuratore speciale della S.r.l. (OMISSIS), dichiarata fallita con sentenza del 1/6/2005, la somma di Euro 382.400,00= (crediti della societa’ al 12/11/2003) e di Euro 532.483,00= (crediti della societa’ alla data del 31/5/2004), nonche’ mezzi industriali per un valore di Euro 367.487,17.

In primo grado (OMISSIS), previo riconoscimento delle attenuanti generiche ritenute prevalenti sulla contestata aggravante di cui all’articolo 219 cpv, n. 1 L. Fall., era stato condannato alla pena di anni due di reclusione e alle pene accessorie di legge con la sospensione condizionale della pena; l’imputato (OMISSIS), previo riconoscimento delle attenuanti generiche ritenute equivalenti alla contestata aggravante di cui all’articolo 219 cpv, n. 1 L.F. e alla recidiva contestatagli in dibattimento all’udienza del 24/9/2013, era stato condannato alla pena di anni tre di reclusione e alle pene accessorie di legge.

La Corte di appello, pur avendo ritenuto fondata l’eccezione relativa alla mancata notifica all’imputato contumace (OMISSIS) del verbale di udienza contenente la contestazione della recidiva e pur avendola conseguentemente esclusa, ha reputato la circostanza sostanzialmente ininfluente nell’intervenuto bilanciamento in equivalenza con le circostanze attenuanti generiche.

  1. Ricorre, nell’interesse dell’imputato (OMISSIS), il difensore di fiducia avvocato (OMISSIS), chiedendo di annullare, con o senza rinvio, l’impugnata sentenza, in subordine di ridurre la condanna inflitta in quanto eccessiva, in ulteriore subordine di concedere il beneficio dell’indulto, con il corredo di otto motivi.

2.1. Con il primo motivo di ricorso il ricorrente deduce nullita’ per violazione di legge in relazione all’articolo 606 c.p.p., comma 1, lettera c), per inosservanza delle norme processuali stabilite a pena di nullita’, inutilizzabilita’, inammissibilita’ o decadenza in relazione all’articolo 417 c.p.p., comma 1, lettera b).

Il ricorrente, riproponendo l’eccezione gia’ sollevata all’udienza preliminare, nel giudizio di primo grado e nei motivi d’appello, sostiene che la richiesta di rinvio a giudizio, quanto alla distrazione di beni consistenti in mezzi industriali per il valore di Euro 367.487,17=, non accompagnata da altre indicazioni idonee a consentirne la precisa individuazione, violava l’articolo 417 sopra citato, non contenendo l’enunciazione del fatto in forma chiara e precisa come richiesto dalla legge; al riguardo, la sentenza d’appello si era limitata ad affermare che l’editto imputativo conteneva una esaustiva e puntuale descrizione delle condotte tali da consentire il corretto e legittimo esercizio del diritto di difesa, con una conclusione di mero stile priva di concreta motivazione.

2.2. Con il secondo motivo il ricorrente deduce nullita’ dell’impugnata sentenza per violazione di legge ex articolo 606 c.p.p., lettera e) e vizio di motivazione in ordine alle prove della condotta tenuta da (OMISSIS); questi era stato ritenuto responsabile delle fattispecie delittuose a lui attribuite in virtu’ della mera esistenza in atti di una procura speciale che lo nominava institore e in difetto di una severa indagine che ne accertasse l’effettiva condotta gestoria. Inoltre nessun elemento circa tale effettiva condotta gestoria era emerso dall’istruttoria esperita, e in particolare dalle deposizioni rese il 7/5/2009 dal dottor (OMISSIS), commercialista che aveva curato la pratica relativa al cambio di amministrazione, e il 28/2/2013 dal commercialista (OMISSIS), consulente della (OMISSIS) s.r.l. dal 2000 al 2004. Erano totalmente assenti quindi i requisiti essenziali per la configurazione di un’amministrazione di fatto che richiede un’attivita’ esercitata in modo continuativo e non occasionale, con funzioni riservate alla competenza degli amministratori di diritto e l’autonomia decisionale non subordinata agli amministratori.

2.3. Con il terzo motivo il ricorrente deduce nullita’ dell’impugnata sentenza per violazione di legge in relazione all’articolo 606 c.p.p., comma 1, lettera e) per mancanza, contraddittorieta’ o manifesta illogicita’ della motivazione in relazione al mancato rinvenimento dei beni intestati alla societa’, poiche’ la corposa istruttoria non era stata in grado di individuare tutti i mezzi industriali intestati o in uso alla societa’ (OMISSIS) e tantomeno di stimarne il valore.

Il ricorrente richiama la deposizione resa dal signor (OMISSIS) il 24/9/2013, circa la presenza di due automezzi a Pontey e circa la sussistenza di un provvedimento penale di sequestro da cui si desumeva il ritrovamento di altri veicoli a Champagne di Verrayes; il ricorrente richiama altresi’ la deposizione del curatore (OMISSIS) da cui risulta un successivo ritrovamento di una parte dei mezzi intestati alla societa’ e l’ignoranza da parte sua dell’esistenza di tutta una serie di mezzi abbandonati presso alcuni cantieri edili. Le deposizioni dei testi (OMISSIS) e (OMISSIS) avevano inoltre evidenziato che alcuni beni erano stati riconsegnati alla societa’ di leasing concedente, come del resto risultava per alcuni altri veicoli; tali beni non rientravano nella nozione di beni appartenenti al fallito, che comprende le sole cose che abbiano effettivamente fatto ingresso nel suo patrimonio, concorrendo in tal modo a definire il contenuto della garanzia dei creditori.

2.4. Con il quarto motivo il ricorrente deduce nullita’ dell’impugnata sentenza per violazione di legge in relazione all’articolo 606 c.p.p., comma 1, lettera e) per mancanza, contraddittorieta’ o manifesta illogicita’ della motivazione in relazione alle contestate cessioni di credito. La motivazione addotta, secondo il ricorrente, era meramente apparente, limitandosi a una sintetica considerazione di irrilevanza della mancata riscossione delle somme da parte dell’amministrazione debitrice; il ricorrente sottolinea che era stata documentata la sussistenza di contratti di appalto con i Comuni di Saint Christophe e Charvensod e le anticipazioni erogate dalla Banca di credito cooperativo di (OMISSIS) in relazione agli stati avanzamento lavori relativi a tali appalti.

Inoltre tali operazioni non erano stati eseguite in prossimita’ della dichiarazione di fallimento (1 giugno 2005) ma ben prima, a novembre 2003 e maggio 2004.

2.5. Con il quinto motivo il ricorrente deduce nullita’ dell’impugnata sentenza per violazione di legge ex articolo 606 c.p.p., comma 1, lettera e), per mancanza, contraddittorieta’ o manifesta illogicita’ della motivazione in relazione alla contestata sottrazione della documentazione contabile e fiscale della societa’, ritenuta in sentenza nonostante l’accertata mancanza di qualsivoglia indagine o ricerca sul punto e l’assenza di qualsiasi invito mai inoltrato a (OMISSIS). Mancava inoltre il dolo specifico consistente nello scopo di arrecare pregiudizio ai creditori sociali, ragion per cui si poteva configurare tuttalpiu’ il reato di bancarotta semplice per la mancata regolare tenuta delle scritture contabili obbligatorie e quindi sussumere i fatti contestati nella fattispecie delittuosa di cui all’articolo 217 L. Fall., per cui comunque era spirato il termine prescrizionale.

2.6. Con il sesto motivo il ricorrente deduce nullita’ dell’impugnata sentenza per violazione di legge ex articolo 606, comma 1, lettera e) per mancanza, contraddittorieta’, manifesta illogicita’ della motivazione in relazione al capo 2 della richiesta di rinvio a giudizio, quanto cioe’ alla violazione del Decreto Legislativo n. 74 del 2000, articolo 5 in tema di mancata presentazione della dichiarazione annuale relativa alle imposte dirette e all’imposta sul valore aggiunto; sul punto mancava qualsiasi motivazione sia nella sentenza di primo grado, sia nella sentenza d’appello.

2.7. Con il settimo motivo il ricorrente denuncia nullita’ dell’impugnata sentenza per la manifesta illogicita’ in relazione alla pena irrogata e al severo trattamento sanzionatorio, non attestato sui minimi.

Inoltre l’accoglimento dell’eccezione sollevata nei motivi d’appello, quanto alla irregolare contestazione della recidiva, avrebbe dovuto riverberare anche sulla pena finale inflitta mentre la Corte, pur eliminando la recidiva, aveva mantenuto invariata la condanna, in assenza fra l’altro di appello da parte del Pubblico ministero, mentre avrebbe dovuto riconoscere maggiore incidenza alle circostanze attenuanti generiche.

Infine non era stato neppure tenuto conto della prescrizione maturata per il reato di cui al Decreto Legislativo n. 74 del 2000, articolo 5.

2.8. Con l’ottavo motivo il ricorrente denuncia nullita’ dell’impugnata sentenza in relazione all’articolo 606 c.p.p., comma 1, lettera b) per inosservanza o erronea applicazione della legge penale poiche’ i giudici del merito avrebbero dovuto concedere l’indulto ai sensi della L. n. 241 del 2006, articolo 1, trattandosi di condotte la cui contestazione risale al 1/6/2005.

  1. Ricorre, nell’interesse dell’imputato (OMISSIS), il difensore di fiducia avvocato (OMISSIS), chiedendo di annullare l’impugnata sentenza, con unico articolato motivo ai sensi dell’articolo 606, comma 1, lettera b) ed e) in relazione all’articolo 216, commi 1 e 3 e articolo 219, commi 1 e 2 L. Fall., nonche’ per mancanza e/o manifesta illogicita’ della motivazione.

3.1. Il ricorrente lamenta in primo luogo che (OMISSIS) sia stato condannato in primo grado ed in appello nonostante non avesse mai avuto alcun potere dispositivo nella societa’ fallita, come risultava dalla stessa sentenza di prime cure del Tribunale di Cosenza, che dava atto che l’imputato (OMISSIS) era stato nominato amministratore unico il 18 novembre del 2004 e che il successivo 13 dicembre 2004 (OMISSIS) era stato nominato procuratore speciale della societa’ con poteri sostanziali di amministratore. L’imputato non aveva mai avuto alcun potere gestionale e decisorio mentre la Corte gli aveva imputato responsabilita’ oggettive non provate e non sorrette dal necessario elemento soggettivo del dolo, avendo il ricorrente coperto la carica di amministratore per un solo mese prima della cessione di tali poteri a (OMISSIS).

3.2. Osserva ancora il ricorrente che secondo la giurisprudenza l’amministratore in carica risponde penalmente dei reati commessi dall’amministratore di fatto per non avere impedito l’evento che aveva l’obbligo giuridico di impedire. Tuttavia occorre distinguere tra le ipotesi di bancarotta documentale per sottrazione ovvero per omessa tenuta delle scritture contabili in frode ai creditori, per le quali esiste il diretto e personale obbligo dell’amministratore di diritto di tenere e conservare le scritture, e le altre ipotesi di bancarotta fraudolenta patrimoniale per le quali invece occorre la prova della consapevolezza dell’amministratore di diritto dei disegni criminosi perseguiti dall’amministratore di fatto; al proposito era mancata totalmente la prova nel giudizio in questione tanto in ordine alla volontarieta’ della condotta del (OMISSIS), tanto in ordine alla necessaria consapevolezza che la sua condotta determinasse un depauperamento del patrimonio sociale in danno al ceto creditorio.

3.3. Quanto alla bancarotta documentale, mancava nella sentenza qualsiasi riferimento al necessario aspetto dell’elemento psicologico di dolo generico relativamente alla consapevolezza che la determinata tenuta della contabilita’ potesse condurre alle lamentate conseguenze circa la difficoltosa e incompleta ricostruzione patrimoniale della societa’ fallita. Non consta poi che la documentazione predetta sia mai stata ricercata o richiesta presso il (OMISSIS), presso la sua abitazione o presso la sede sociale della societa’ all’epoca del suo breve interregno.

CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. Con il primo motivo il ricorrente (OMISSIS) deduce nullita’ per violazione di legge ex articolo 606 c.p.p., comma 1, lettera c), per inosservanza delle norme processuali stabilite a pena di nullita’, inutilizzabilita’, inammissibilita’ o decadenza in relazione all’articolo 417 c.p.p., comma 1, lettera b), riproponendo in tal modo l’eccezione effettivamente gia’ sollevata all’udienza preliminare, nel giudizio di primo grado e nei motivi d’appello.

Il ricorrente sostiene che la richiesta di rinvio a giudizio, quanto all’imputazione di distrazione di beni consistenti in mezzi industriali per il valore di Euro 367.487,17=, non accompagnata da altre indicazioni idonee a consentirne la precisa individuazione, violava l’articolo 417, non contenendo l’enunciazione del fatto in forma chiara e precisa come richiesto dalla legge.

1.1. Al riguardo, effettivamente la sentenza d’appello si e’ limitata ad affermare, piuttosto genericamente e senza concreta attinenza con la specifica fattispecie processuale proposta alla sua attenzione, che l’”editto imputativo” conteneva una esaustiva e puntuale descrizione delle condotte tale da consentire il corretto e legittimo esercizio del diritto di difesa.

1.2. In particolare, con la richiesta di rinvio a giudizio ex articolo 417 c.p.p. e conseguentemente con il decreto di citazione ex articolo 419 c.p.p. agli imputati era stato contestato di aver distratto dalla massa fallimentare (rectius, piu’ propriamente, dal patrimonio della societa’ confluente nell’attivo fallimentare) beni e cioe’ mezzi industriali, non individuati, ne’ per numero, ne’ per tipologia, ne’ per consistenza e caratteristiche e solamente oggetto di una complessiva valorizzazione monetaria in Euro 367.487,17=.

1.3. Tuttavia nel corso del giudizio di primo grado era stata acquisita, con il consenso delle parti all’udienza del 3/12/2009, la comunicazione di notizia di reato 10/5/2007 della Guardia di Finanza di Acri, che conteneva al § 6 “Cespiti e automezzi”, foglio 12 e seguenti, un cospicuo elenco di automezzi (autocarri e autovettura), compiutamente identificati e descritti, desunto dalle ricerche effettuate al P.R.A. e alla M.C.T.C. di Cosenza (fogli 13-14) e un ulteriore elenco di macchine operative, non risultanti dai pubblici registri, desunto da vari documenti e dal registro cespiti ammortizzabili (foglio 15), che comprendeva tre caterpillar, un stazione totale, un rullo vibrante, un compressore, uno smonta gomme e una pompa idrovora.

E’ a questi beni (individuati con puntuale riferimento alla predetta comunicazione di notizia di reato 10/5/2007 e alla deposizione resa a sua conferma dal M.llo (OMISSIS)) che si e’ riferita la sentenza di primo grado per basare la ravvisata distrazione di mezzi industriali.

1.4. Non vi e’ stata quindi lesione del diritto di difesa poiche’ l’imputato e’ stato posto in grado nel giudizio di primo grado, almeno a partire dalla citata udienza del 3/12/2009,di interloquire con riferimento agli specifici beni oggetto dell’imputata distrazione.

1.5. D’altro canto, la sentenza di primo grado, che aveva ravvisato la distrazione di mezzi industriali proprio con riferimento all’elenco di cui alla citata comunicazione del 10/5/2007, non e’ stata censurata in modo puntuale e specifico con il primo motivo di appello, che faceva riferimento al solo capo d’imputazione, senza tener conto di quanto affermato nella sentenza del Tribunale di Cosenza in ordine all’individuazione dei beni.

Il motivo di ricorso e’ quindi aspecifico, poiche’ la pur generica motivazione della sentenza di appello risponde a motivo di impugnazione in secondo grado a sua volta privo della necessaria specificita’.

  1. Con il secondo motivo il ricorrente (OMISSIS) deduce nullita’ dell’impugnata sentenza per violazione di legge ex articolo 606 c.p.p., lettera e) e vizio di motivazione in ordine alle prove della condotta da lui tenuta come amministratore di fatto, poiche’ la Corte di appello lo aveva ritenuto responsabile delle fattispecie delittuose a lui attribuite in virtu’ della mera esistenza in atti di una procura speciale che lo nominava institore e in difetto di una severa indagine che ne accertasse l’effettiva condotta gestoria.

2.1. La sentenza di appello non ha motivato adeguatamente circa il punto della decisione afferente all’esercizio della funzione di amministratore di fatto da parte di (OMISSIS), limitandosi ad approvare la valutazione del primo giudice di merito, sulla base di una considerazione manifestamente illogica e insufficiente, ossia l’esistenza di una procura speciale a favore di (OMISSIS) rilasciata a ridosso del fallimento (la procura e’ del 13/12/2004, il fallimento e’ stato dichiarato il 1/6/2005) e aggiungendo solo alcune osservazioni, peraltro riferite alla posizione del concorrente amministratore di diritto (OMISSIS).

Fa quindi totale difetto qualsiasi accertamento in ordine all’effettivo svolgimento da parte di (OMISSIS) delle attivita’ di gestione di (OMISSIS) s.r.l. nel periodo successivo al suo avvicendamento ad opera di (OMISSIS) nella posizione di amministratore di diritto: e’ ben noto infatti che per la configurabilita’ della veste di amministratore di fatto in capo ad un soggetto occorre l’esercizio, continuativo e non occasionale, da parte sua di funzioni riservate alla competenza tipica degli amministratori di diritto e il godimento di una autonomia decisionale.

A tal proposito questa Corte ha avuto modo di precisare che la configurazione nell’articolo 2639 cod. civ. della nozione di amministratore di fatto come colui che esercita in modo continuativo e significativo i poteri tipici inerenti alla qualifica o alla funzione e’ suscettibile di applicazione anche in riferimento ai reati fallimentari. (Sez. 5, n. 39535 del 20/06/2012 – dep. 08/10/2012, Antonucci, Rv. 25336301).

Sul punto sussisteva specifico motivo di appello e la sentenza di primo grado, quand’anche integrabile con il tenore della conforme decisione di secondo grado, non reca sufficienti motivazioni in ordine al riconoscimento della figura in capo a (OMISSIS).

Questa Corte ha ritenuto che la prova della qualifica di amministratore di fatto potesse anche dal conferimento di una procura generale ad negotia, quando questa, per l’epoca del suo conferimento e per il suo oggetto, concernente l’attribuzione di autonomi e ampi poteri, fosse sintomatica della esistenza del potere di esercitare attivita’ gestoria in modo non episodico o occasionale. (Sez. 5, n. 2793 del 22/10/2014 – dep. 21/01/2015, Semeraro, Rv. 26263001). Nella specie, tuttavia, si fa riferimento ad una, pur ampia, procura speciale, in totale difetto di motivazione circa se, quando e come la stessa sia stata in qualche modo concretamente utilizzata da (OMISSIS).

Inoltre, effettivamente, nessun elemento circa la sussistenza di una effettiva condotta gestoria risulta emerso dall’istruttoria esperita e in particolare dalle deposizioni, rese peraltro da soggetti che hanno collaborato con la societa’ prima del rilascio della procura speciale, rese il 7/5/2009 dal dottor (OMISSIS), commercialista che aveva curato la pratica relativa al cambio di amministrazione, e il 28/2/2013 dal commercialista (OMISSIS), consulente della (OMISSIS) s.r.l. dal 2000 al 2004, richiamate da parte del ricorrente).

2.3. E’ pur vero,poi, che dalla sentenza di primo grado risulta che (OMISSIS), socio al 90%, fosse stato amministratore della (OMISSIS) dal 24.7.2000 al 18.11.2004, prima di essere sostituito nella veste di amministratore di diritto da (OMISSIS). Manca tuttavia nella sentenza impugnata il benche’ minimo cenno che riferisca l’una o l’altra delle varie condotte di bancarotta contestate ad uno specifico momento temporale, in guisa tale da poterle ricondurre alla responsabilita’ di (OMISSIS) quale amministratore di diritto (sino al 18 /11/ 2004) o di amministratore di fatto (dal 13/12/2004), una volta accertati i presupposti per tale configurazione.

Sussiste quindi il vizio di motivazione lamentato.

  1. Il terzo motivo, con cui il ricorrente deduce nullita’ per violazione di legge in relazione all’articolo 606 c.p.p., comma 1, lettera e) per mancanza, contraddittorieta’ o manifesta illogicita’ della motivazione in relazione al mancato rinvenimento dei beni intestati alla societa’, risulta assorbito dalla statuizione emessa con riferimento all’accoglimento del secondo motivo di ricorso di (OMISSIS).

Pare evidente che ogni valutazione al proposito debba essere emessa solo all’esito dell’accertamento, debitamente motivato, circa la sussistenza in capo a (OMISSIS) della veste di amministratore di fatto nel periodo 13/12/20041/6/2005, specie in difetto di collocazione temporale del fatto distrattivo degli autoveicoli e mezzi industriali in un periodo anteriore.

Ovviamente tale valutazione si ripercuote automaticamente anche nella sfera dell’altro coimputato.

  1. Con il quarto motivo il ricorrente deduce nullita’ dell’impugnata sentenza per violazione di legge in relazione all’articolo 606 c.p.p., comma 1, lettera e) in relazione alle contestate cessioni di credito, poiche’ la motivazione addotta dalla Corte di appello sarebbe meramente apparente, limitandosi a una sintetica considerazione circa l’irrilevanza della mancata riscossione delle somme da parte dell’amministrazione debitrice; il ricorrente sottolinea che era stata documentata la sussistenza di contratti di appalto con i Comuni di Saint Christophe e Charvensod e le anticipazioni erogate dalla Banca di credito cooperativo di (OMISSIS) in relazione agli stati avanzamento lavori relativi a tali appalti.

In sostanza il ricorrente assume che tali cessioni avevano riguardato crediti verso amministrazioni comunali scaturenti dall’esecuzione di lavori d’appalto a loro favore, che tali amministrazioni non avevano pagato il corrispettivo e che la cessione si era resa necessaria perche’ in precedenza la Banca di Credito Cooperativo aveva eseguito a favore di (OMISSIS) delle anticipazioni sulla base degli stati di avanzamento lavori; in altri termini, non si tratterebbe di distrazione sine titulo ma di cessione avvenuta a fronte di un preciso corrispettivo, rifluito in precedenza nelle casse sociali.

4.1. Non e’ assolutamente chiaro il momento della ravvisata distrazione poiche’ l’imputazione sembrerebbe riferire gli atti rilevanti alle date del 12/11/2003 e del 31/5/2004 (e quindi in epoca anteriore alla nomina di (OMISSIS)) e individuare il contenuto lesivo nel mero trasferimento dei crediti verso le Amministrazioni comunali alla Banca di Credito Cooperativo; viceversa, la sentenza di appello coinvolge nella responsabilita’ anche (OMISSIS), nominato nel novembre del 2004 e ritiene provata la distrazione “non avendo gli interessati adeguatamente dimostrato la finale destinazione del cespite mancante”, cosi’ apparentementemente riferendosi non gia’ ai crediti ceduti, ma piuttosto alle somme anticipate dalla Banca a fronte della cessione.

Tanto basta a determinare la ripercussione anche su questo punto dell’accoglimento del secondo motivo, per le stesse considerazioni esposte con riferimento al terzo motivo.

4.2. In ogni caso, la risposta della Corte territoriale non e’ logica ne’ pertinente.

La Corte di Catanzaro ha definito irrilevante il mancato percepimento da parte della societa’ fallita dei corrispettivi da parte delle amministrazioni debitrici, stazioni appaltanti (al contrario, cio’ rappresenta il presupposto stesso dell’operazione, poiche’ non si puo’ certo cedere un credito gia’ pagato e quindi estinto); tuttavia l’appellante aveva anche sostenuto con specifico motivo che la cessione dei crediti era avvenuta pro solvendo e non pro soluto nel contesto del rapporto di finanziamento in atto con la Banca sotto forma di anticipazione dei crediti ceduti a stati d’avanzamento lavori. Al riguardo manca qualsiasi motivazione.ap7

  1. Con il quinto motivo il ricorrente deduce nullita’ dell’impugnata sentenza per violazione di legge ex articolo 606 c.p.p., comma 1, lettera e), per mancanza, contraddittorieta’ o manifesta illogicita’ della motivazione in relazione alla contestata sottrazione della documentazione contabile e fiscale della societa’, ritenuta in sentenza nonostante l’accertata mancanza di qualsivoglia indagine o ricerca sul punto e l’assenza di qualsiasi invito mai inoltrato a (OMISSIS). Mancava inoltre il dolo specifico consistente nello scopo di arrecare pregiudizio ai creditori sociali, ragion per cui si poteva configurare tuttalpiu’ il reato di bancarotta semplice per la mancata regolare tenuta delle scritture contabili obbligatorie e quindi sussumere i fatti contestati nella fattispecie delittuosa di cui all’articolo 217 L. Fall., per cui comunque era spirato il termine prescrizionale.

Dalla sentenza di primo grado, che integra sul punto il tenore della sentenza confermativa in grado di appello, emerge l’omessa regolare tenuta delle scritture contabili obbligatorie (mancanza di annotazione e aggiornamenti di libro giornale, registri IVA, libro cespiti ammortizzabili, libro assemblee, libro inventari, libro soci), l’omissione di deposito dei bilanci 2002-2003 -2004 la mancanza di documentazione commerciale di alcun tipo per il 2004.

(OMISSIS) non puo’ protestarsi estraneo, anche a prescindere dalla sua qualita’ di amministratore di fatto dal dicembre 2004, avendo rivestito dal 2000 sino al 18/11/2004, e quindi per quasi tutto l’ampio periodo coperto dalle contestate violazioni, la carica di amministratore unico.

Quanto all’elemento soggettivo, la giurisprudenza in tema di bancarotta fraudolenta documentale, richiede il dolo generico, costituito dalla consapevolezza nell’agente che la confusa tenuta della contabilita’ potra’ rendere impossibile la ricostruzione delle vicende del patrimonio, non essendo, per contro, necessaria la specifica volonta’ di impedirla.(Sez. 5, n. 5264 del 17/12/2013 – dep. 2014, Manfredini, Rv. 25888101).

L’accoglimento del secondo motivo si ripercuote anche a questo proposito solo con riferimento al periodo successivo al dicembre 2004.

  1. E’ chiaramente inammissibile il sesto motivo con cui il ricorrente deduce nullita’ dell’impugnata sentenza per violazione di legge ex articolo 606, comma 1, lettera e) per mancanza, contraddittorieta’, manifesta illogicita’ della motivazione in relazione al capo 2 della richiesta di rinvio a giudizio, quanto cioe’ alla violazione del Decreto Legislativo n. 74 del 2000, articolo 5 in tema di mancata presentazione della dichiarazione annuale Modello unico 760.

Il ricorrente lamenta che sul punto manchi qualsiasi motivazione sia nella sentenza di primo grado, sia nella sentenza d’appello; tuttavia nelle due sentenze di merito, che neppure riportano in rubrica tale imputazione, manca anche un provvedimento di condanna a tale titolo: e’ quindi palese il difetto di interesse ad impugnare in capo al ricorrente.

  1. Con il settimo motivo il ricorrente denuncia nullita’ dell’impugnata sentenza per la manifesta illogicita’ in relazione alla pena irrogata e al severo trattamento sanzionatorio, non attestato sui minimi.

Inoltre l’accoglimento dell’eccezione sollevata nei motivi d’appello, quanto alla irregolare contestazione della recidiva, avrebbe dovuto riverberare anche sulla pena finale inflitta mentre la Corte, pur eliminando la recidiva, aveva mantenuto invariata la condanna, in assenza fra l’altro di appello da parte del Pubblico ministero, mentre avrebbe dovuto riconoscere maggiore incidenza alle circostanze attenuanti generiche.afotocompressa 1

Il motivo resta assorbito dall’annullamento disposto con riferimento ai precedenti motivi di ricorso.

  1. Con l’ottavo motivo il ricorrente denuncia nullita’ dell’impugnata sentenza in relazione all’articolo 606 c.p.p., comma 1, lettera b) per inosservanza o erronea applicazione della legge penale poiche’ i giudici del merito avrebbero dovuto concedere l’indulto ai sensi della L. n. 241 del 2006, articolo 1, trattandosi di condotte da cui contestazione risale al 1/6/2005.

Il motivo e’ assorbito, anche se consolidata giurisprudenza ritiene inammissibile (per difetto di interesse, potendo ottenere l’applicazione del beneficio in sede esecutiva) il ricorso per cassazione nel caso di omessa pronuncia da parte del giudice d’appello, in ordine all’applicabilita’ o meno del condono, a meno che il giudice d’appello non ne abbia negato l’applicazione. (Sez. 2, n. 11186 del 09/02/2016, Dama, Rv. 26635301; Sez. 1, n. 2261 del 14/05/2014 – dep. 2015, Acconciaioco Pasquale Antonio, Rv. 26189401; Sez. 2, n. 710 del 01/10/2013 – dep. 2014, Forin, Rv. 25807301; Sez. 4, n. 7944 del 27/06/2013 – dep. 2014, Broccio e altri, Rv. 25931201).

  1. Ricorre, nell’interesse dell’imputato (OMISSIS), il difensore di fiducia avvocato (OMISSIS), chiedendo di annullare l’impugnata sentenza, con unico articolato motivo ai sensi dell’articolo 606, comma 1, lettera b) e e) in relazione all’articolo 216, commi 1 e 3 e articolo 219, commi 1 e 2 L. Fall., nonche’ per mancanza e/o manifesta illogicita’ della motivazione.

9.1. Il ricorrente lamenta in primo luogo che (OMISSIS) sia stato condannato in primo grado ed in appello nonostante non avesse mai avuto alcun potere dispositivo nella societa’ fallita, come risultava dalla stessa sentenza di prime cure del Tribunale di Cosenza che dava atto che l’imputato (OMISSIS) era stato nominato amministratore unico il 18 novembre del 2004 e che il successivo 13 dicembre (OMISSIS) era stato nominato procuratore speciale della societa’ con poteri sostanziali di amministratore. L’imputato non aveva mai della societa’ con poteri sostanziali di amministratore. L’imputato non aveva mai avuto alcun potere gestionale e decisorio mentre la Corte gli aveva imputato responsabilita’ oggettive non provate e non sorrette dal necessario elemento soggettivo del dolo, avendo il ricorrente coperto la carica di amministratore per un solo mese prima della cessione di tali poteri a (OMISSIS).

Al riguardo, la Corte di appello di Catanzaro, ha addebitato a (OMISSIS) il suo concorrente ruolo gestionale e decisionale, seppur di minor gravita’ e peso rispetto a quello del coimputato, amministratore unico dal 2000 al novembre del 2004, non escluso dalla ravvisata sussistenza in capo al (OMISSIS) della veste di amministratore di fatto a partire dal 13/12/2014.

Ogni valutazione al riguardo presuppone il preventivo accertamento, correttamente motivato, circa l’esistenza o meno di un’amministrazione di fatto da parte di (OMISSIS), a partire dal dicembre 2004, in concomitanza con l’amministrazione di diritto attribuita dal novembre del 2004 a (OMISSIS).

Solo sulla base di questo presupposto, logico e giuridico, sara’ possibile poi valutare se e in qual misura l’amministratore in carica debba rispondere penalmente dei reati eventualmente commessi dall’amministratore di fatto per non avere impedito l’evento che aveva l’obbligo giuridico di impedire.afotocompressa 2

9.2. Quanto alla bancarotta documentale (al cui proposito lo stesso ricorrente riconosce comunque il proprio obbligo di tenuta delle scritture contabili, a prescindere dalla affermata sussistenza di un’amministrazione di fatto da parte di (OMISSIS)) il ricorrente lamenta che mancava nella sentenza impugnata qualsiasi riferimento al necessario aspetto dell’elemento psicologico di dolo generico relativamente alla consapevolezza che la determinata tenuta della contabilita’ potesse condurre alle lamentate conseguenze circa la difficoltosa e incompleta ricostruzione patrimoniale della societa’ fallita.

Valgono al proposito le considerazioni esposte al punto 5. con riferimento all’analogo motivo proposto da (OMISSIS).

  1. La sentenza impugnata deve quindi essere annullata con rinvio ex articolo 623 c.p.p. per nuovo esame ad altra Sezione della Corte di appello di Catanzaro.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata con rinvio per nuovo esame ad altra Sezione della Corte di appello di Catanzaro.

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Avvocato Sergio Armaroli

Avvocato Cassazionista Sergio Armaroli

L'avvocato Sergio Armaroli ha fondato lo studio legale Armaroli a Bologna nel 1997.

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L'avvocato Armaroli riceve tutti i giorni nel suo studio dalle ore 9:00 alle ore 19:00 in via Solferino 30.

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Salve a tutti, mi sono trovato di recente a dover affrontare diverse problematiche relative al mondo del lavoro. Fortunatamente ho incontrato l’ Avv. Sergio Armaroli il quale ha saputo guidarmi nelle varie situazioni con grande calma e professionalità. La pratica è stata risolta in poco tempo e con soddisfazione di tutti. From Avvocato Penalista Bologna, […]- Utente Google
Cordialità e ottima accoglienza…Esprimo la mia totale soddisfazione nel servizio reso con professionalità,   esaudiente conoscenza del diritto e della legge in tutte le sue interpretazioni. Velata la sincerità e la schiettezza nelle probabili risoluzioni dei problemi di avversità penale . Determinazione e concretezza sono cornice della sua impeccabile figura  .Ringrazio l’avvocato Sergio Armaroli e consiglio vivamente […]- Federico : ringrazio l’avvocato Sergio Armaroli
Inconditi ne placute de viata am cunoscut av. SERGIO ARMAROLI o persoana minunata cu un caracter forte si determinat, pregatit profesional la un inalt nivel. Cu profesionalitatea sa m-a ajutat sa trec cu bine de probleme financiare cu banci in italia,de aceea il recomand la toate persoanele de origine romina care au probleme judiciare de […]- Utente Google
In un momento della mia vita mi sono trovata in difficoltà ma per fortuna ho conosciuto l’avvocato SERGIO ARMAROLI, il quale ha risolto i miei problemi dimostrando grande capacità e preparazione e grande senso di umanità e gentilezza. per questo raccomando a tutti i quali abbiano problemi di rivolgersi con fiducia all’avvocato SERGIO ARMAROLI Grazie […]- Elena
Buongiorno avv., Mi sono rivolta a Lei xke’ ho alcune cose da sistemare in merito alla mia separazione. Dal colloquio ke abbiamo avuto posso dire di essere stata molto soddisfatta grazie alla sua competenza e disponibilita’ nel venire a capo alle grosse problematiche ke questa situazione crea. From Avvocato Penalista Bologna, post Sabrina Post Footer […]- Sabrina

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