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Chiunque corrompe o adultera acqueo sostanze destinate all’alimentazione(1), prima che siano attinte o distribuite per il consumo (2), rendendole pericolose alla salute pubblica, è punito con la reclusione da tre a dieci anni.
La stessa pena si applica a chi contraffà, in modo pericoloso alla salute pubblica, sostanze alimentari destinate al commercio.

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA PENALE ALIMENTARE
La pena è aumentata [64] se sono adulterate o contraffatte sostanze medicinali 

La giurisprudenza, ormai granitica sul punto, non è più propensa ad addebitare tale responsabilità sic et simpliciteral legale rappresentante di una società gestrice di una catena di supermercati, bensì tende ad addossarla al direttore di ogni singola unità territoriale autonoma, infatti (come chiarito anche da Cass. Pen. Sez. III, n.44335 del 10.09.2015) incombe su quest’ultimo il dovere di effettuare controlli quotidiani, in quanto lo stesso è classificato tra il personale di primo livello, vale a dire “i lavoratori con funzioni ad alto contenuto professionale, anche con responsabilità di direzione esecutiva, che sovraintendono alle unità produttive o ad una funzione organizzativa con carattere di iniziativa e di autonomia operativa nell’ambito delle responsabilità ad essi delegate”.

legge 283/62 aggiornata
cattivo stato di conservazione alimenti + sentenze
vendita prodotti scaduti reato
legge 283/62 è ancora in vigore
art 5 lett b legge 283 62 pena
legge 283 del 1962 depenalizzazione
legge 283/62 depenalizzazione
reati agroalimentari

L’art. 1 legge 283/1962 disciplina la materia delle analisi, unitamente agli artt. 6-19 d.P.R. 327/1980.
Questa normativa, che ha carattere amministrativo, va poi coordinata con quella di indole più strettamente processuale penale, al fine di rendere direttamente utilizzabili in quella sede gli esiti delle analisi.

come ha precisato la Cassazione penale in diverse occasioni, la distribuzione di alimenti e bevande contraffatti o adulterati da terzi non sempre configura il reato. Infatti è necessaria la consapevolezza da parte di chi distribuisce le sostanze, ad esempio il ristoratore o l’esercente che somministra in un bar, che tali sostanze o bevande siano adulterate o contraffatte.

Cassazione Penale, Sez. 3, 23 gennaio 2014, n. 3107 – della delega di funzioni SICUREZZA ALIMENENTARE

Cassazione Penale, Sez. 3, 23 gennaio 2014, n. 3107 –

della delega di funzioni

Cassazione Penale, Sez. 3, 23 gennaio 2014, n. 3107 -  della delega di funzioni     SICUREZZA ALIMENENTARE penalista Bologna

Cassazione Penale, Sez. 3, 23 gennaio 2014, n. 3107 – della delega di funzioni SICUREZZA ALIMENENTARE

 

SICUREZZA ALIMENENTARE

Cassazione Penale, Sez. 3, 23 gennaio 2014, n. 3107 –

Vicenda processuale e provvedimento impugnato – Con la sentenza impugnata, il ricorrente è stato condannato alla pena di 10.000 Euro di ammenda perché, nella sua veste di direttore e legale rappresentante del punto vendita M.I. Cash & Carry S.p.a. di (omissis) , aveva consentito la detenzione per la vendita di 92 confezioni-regalo contenenti salmone affumicato e burro custodite al di fuori degli spazi frigoriferi e, quindi, ad una temperatura superiore a quella massima di conservazione prevista (di + 4 per il salmone e + 6 per il burro).

2. Motivi del ricorso – Avverso tale decisione, il condannato ha proposto ricorso, tramite difensore deducendo:
1) violazione dell’art. 42 c.p. dal momento che la responsabilità è personale e non può essere affermata – come fatto da parte del giudice in questo caso – attraverso una interpretazione analogica che estende alla materia alimentare principi asseriti per la sicurezza sul lavoro. In particolare, egli si riferisce al concetto secondo cui la delega di funzioni esonera dalla responsabilità penale laddove essa sia “scritta”. Ripercorrendo l’evoluzione della giurisprudenza sul punto, il ricorrente ricorda che la sentenza del 2011 citata dal giudice in cui è affermato tale principio, è stata pronunciata in materia ambientale e, comunque, è contrastata da altre di segno opposto sì da giustificare, eventualmente, un invio degli atti alle sezioni unite per dirimere il contrasto. Diversamente opinando, infatti, si incorre nella affermazione di una vera e propria responsabilità obiettiva;
2) vizio di motivazione in punto di responsabilità del C. il quale era in ferie all’epoca del rinvenimento della mercé in cattivo stato di conservazione.
In subordine:
Si invoca la revoca della sospensione condizionale in quanto si tratta di beneficio non richiesto.
Il ricorrente conclude invocando l’annullamento della sentenza impugnata.


Presidente Mannino – Relatore Mulliri

Fatto



1. Vicenda processuale e provvedimento impugnato – Con la sentenza impugnata, il ricorrente è stato condannato alla pena di 10.000 Euro di ammenda perché, nella sua veste di direttore e legale rappresentante del punto vendita M.I. Cash & Carry S.p.a. di (omissis) , aveva consentito la detenzione per la vendita di 92 confezioni-regalo contenenti salmone affumicato e burro custodite al di fuori degli spazi frigoriferi e, quindi, ad una temperatura superiore a quella massima di conservazione prevista (di + 4 per il salmone e + 6 per il burro).

2. Motivi del ricorso – Avverso tale decisione, il condannato ha proposto ricorso, tramite difensore deducendo:
1) violazione dell’art. 42 c.p. dal momento che la responsabilità è personale e non può essere affermata – come fatto da parte del giudice in questo caso – attraverso una interpretazione analogica che estende alla materia alimentare principi asseriti per la sicurezza sul lavoro. In particolare, egli si riferisce al concetto secondo cui la delega di funzioni esonera dalla responsabilità penale laddove essa sia “scritta”. Ripercorrendo l’evoluzione della giurisprudenza sul punto, il ricorrente ricorda che la sentenza del 2011 citata dal giudice in cui è affermato tale principio, è stata pronunciata in materia ambientale e, comunque, è contrastata da altre di segno opposto sì da giustificare, eventualmente, un invio degli atti alle sezioni unite per dirimere il contrasto. Diversamente opinando, infatti, si incorre nella affermazione di una vera e propria responsabilità obiettiva;
2) vizio di motivazione in punto di responsabilità del C. il quale era in ferie all’epoca del rinvenimento della mercé in cattivo stato di conservazione.
In subordine:
Si invoca la revoca della sospensione condizionale in quanto si tratta di beneficio non richiesto.
Il ricorrente conclude invocando l’annullamento della sentenza impugnata.

Diritto



3. Motivi della decisione – Il ricorso merita accoglimento.
Sebbene il giudicante si sia posto il problema della delega di funzioni alla luce delle pronunce di questa S.C., la conclusione cui è pervenuto è radicale e non in linea con i numerosi principi di diritto interpretativi offerti da questa Corte nella delicata materia.
Non vi è dubbio, infatti, che, per un esonero di responsabilità del preposto, deve essere raggiunta la prova “con atto certo ed in equivoco” della esistenza di una delega di funzioni. Tuttavia, se si esclude la decisione ricordata anche in sentenza (sez. III, 19.1.11, Trinca, rv. 249536) che afferma perentoriamente la necessità che la delega sia conferita in forma scritta, la gran parte delle altre decisioni (sia in materia di alimenti che in ambito antinfortunistico), afferma il diverso concetto – cui questo Collegio ritiene di uniformarsi – secondo cui la delega può anche essere conferita oralmente dal titolare dell’impresa, non essendo richiesta per la sua validità la forma scritta né “ad substantiam” né “ad probationem”, posto che l’efficacia devolutiva dell’atto di delega è subordinata all’esistenza di un atto traslativo delle funzioni delegate connotato unicamente dal requisito della certezza che prescinde dalla forma impiegata (salvo che per il settore pubblico in cui è invece richiesto l’atto scritto di delega), (Sez. III, 6.6.07, Cavallo, Rv. 237141; in tal senso, v. anche Sez. IV, 7.2.07, Ferrante, Rv. 236196; Sez. III, 13.7.04, Beltrami, Rv. 230088; Sez. IV, 28.9.06, Di Lorenzo, Rv. 235564).
Vi è da soggiungere, altresì, che questa Corte ha affrontato il tema della delega di responsabilità anche con riguardo specifico alle società di notevoli dimensioni arrivando ad affermare che, in dette situazioni, la delega di funzioni viene presunta in re ipsa (sez. III, 28.4.03, Rossetto, n. 19462).
Trasferendo tali principi nel caso in esame, appare evidente che l’approccio al tema da parte del giudicante è avvenuto in maniera eccessivamente formale e, soprattutto, non ha tenuto conto di obiettive emergenze (pure riportate in sentenza) e di deduzioni difensive meritevoli di considerazione.
Ci si riferisce, in particolare, al fatto che la stessa pronunzia impugnata da atto che il teste M. ha precisato che vi era un soggetto (tale Ca. ) che ricopriva l’incarico di “supervisore dei capi reparto per il settore dei freschi”. La cosa, unitamente alle ben più ampie illustrazioni offerte dal teste della difesa F.C. (circa la struttura gerarchico piramidale che caratterizzava il punto vendita in discussione nonché la sua estrema ampiezza “12 mila metri quadrati e 160 dipendenti”) avrebbe dovuto suggerire la necessità di un maggiore approfondimento circa la effettiva esistenza di una ripartizione di compiti e responsabilità all’interno del centro commerciale di cui C. era direttore e, quindi, circa l’asserita riferibilità a quest’ultimo del fatto illecito accertato in un settore molto specifico del supermercato.
Ancorché in materia infortunistica, infatti, è stato detto a chiare lettere che “il legale rappresentante di una società di notevoli dimensioni non è responsabile allorché l’azienda sia stata preventivamente suddivisa in distinti settori, rami o servizi ed a ciascuno di questi siano stati in concreto preposti soggetti qualificati ed idonei, nonché dotati della necessaria autonomia e dei poteri indispensabili per la completa gestione degli affari inerenti a determinati servizi (sez. IV, 28.9.06, di Lorenzo, rv. 235564).
Del resto, esiste anche una pronuncia assolutamente in termini di questa stessa sezione, proprio in tema di vendita di sostanze alimentari all’interno di un ipermercato, ove si afferma che “destinatario delle disposizioni impartite dal piano di autocontrollo relative alle attività di controllo e vigilanza preliminari alla messa in vendita del prodotto è il responsabile del relativo reparto, soggetto su cui grava anche l’obbligo di sorvegliare i sottoposti circa l’osservanza delle disposizioni medesime (sez. III, 8.4.08, Melidei, rv. 240045). Da annotare che tale decisione è stata assunta in una fattispecie in qualche modo assimilabile a quella odierna visto che si trattava di vendita di testine di agnello invase da parassiti all’interno di un reparto macelleria, il cui responsabile era stato, infatti, individuato nel soggetto preposto al predetto reparto.
Vi è, altresì, da segnalare una certa illogicità motivazionale della sentenza nella parte in cui introduce il concetto che il C. avrebbe potuto “strutturare diversamente la propria azienda” (f. 7). Fermi restando i pregressi rilievi a proposito della scarsa valutazione dell’organigramma e della ripartizione di compiti, si riscontra, in ogni caso, in tale affermazione l’introduzione di un concetto di culpa in vigilando che, però non tiene conto minimamente (registrandosi, anzi, a riguardo, un vero e proprio vuoto motivazionale) del fatto che, in ogni caso, a tutto concedere, la difesa dell’imputato aveva anche dedotto che, in occasione della verificazione del fatto illecito, il C. si trovava in ferie sì che è verosimile ritenere che, in

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LE NORME DEI REATI ALIMENTARI – – DIRITTO PENALE – AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA

LE NORME DEI REATI ALIMENTARI – – DIRITTO PENALE – AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA

 avvocato penale Bologna

COSA MANGIAMO?

DOVE E’ PRODOTTO IL CIBO CHE MANGIAMO?

PERCHE’ NON VI E’ TUTELA PER GLI ALIMENTI CHE MANGIAMO?

COME POSSIAMO TUTELARCI?

 

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art. 5 l. 283/62 che punisce con l’arresto fino ad un anno e l’ammenda da euro 309,00 a euro 30.987,00 (art. 6/4 l. 283/62) il divieto di mettere in commercio:

la Legge n. 283 del 30 aprile 1962in tema di produzione e vendita degli alimenti in generale, il cui articolo 5, in tema di divieti statuisce che:

È vietato impiegare nella preparazione di alimenti o bevande, vendere, detenere per vendere o somministrare come mercede ai propri dipendenti, o comunque distribuire per il consumo sostanze alimentari:a) private anche in parte dei propri elementi nutritivi o mescolate a sostanze di qualità inferiore o comunque trattate in modo da variarne la composizione naturale, salvo quanto disposto da leggi e regolamenti speciali;b) in cattivo stato di conservazione;c) con cariche microbiche superiori ai limiti che saranno stabiliti dal regolamento di esecuzione o da ordinanze ministeriali;d) insudiciate, invase da parassiti, in stato di alterazione o comunque nocive, ovvero sottoposte a lavorazioni o trattamenti diretti a mascherare un preesistente stato di alterazione;[e) adulterate, contraffatte o non rispondenti per natura, sostanza o qualità alla denominazione con cui sono designate o sono richieste];[f) colorate artificialmente quando la colorazione artificiale non sia autorizzata o, nel caso che sia autorizzata, senza l’osservanza delle norme prescritte e senza l’indicazione a caratteri chiari e ben leggibili, della colorazione stessa;Questa indicazione, se non espressamente prescritta da norme speciali, potrà essere omessa quando la colorazione è effettuata mediante caramello, infuso di truciolo di quercia, enocianina od altri colori naturali consentiti:g) con aggiunta di additivi chimici di qualsiasi natura non autorizzati con decreto del Ministro per la sanità o, nel caso che siano stati autorizzati, senza l’osservanza delle norme prescritte per il loro impiego. I decreti di autorizzazione sono soggetti a revisioni annuali;h) che contengano residui di prodotti, usati in agricoltura per la protezione delle piante e a difesa delle sostanze alimentari immagazzinate, tossici per l’uomo. Il Ministro per la sanità, con propria ordinanza, stabilisce per ciascun prodotto, autorizzato all’impiego per tali scopi, i limiti di tolleranza e l’intervallo per tali scopi, i limiti di tolleranza e l’intervallo minimo che deve intercorrere tra l’ultimo trattamento e la raccolta e, per le sostanze alimentari immagazzinate tra l’ultimo trattamento e l’immissione al consumo”.

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·         alimenti privati anche in parte dei propri elementi nutritivi o mescolati con sostanze di qualità inferiore o comunque trattate in modo da variarne la composizione naturale (lett. a)

·         in cattivo stato di conservazione (lett. b)

·         con cariche microbiche superiori ai limiti stabiliti dal regolamento di esecuzione o da ordinanze ministeriali (cfr. OM 11 ottobre 1978) (lett. c)

·         insudiciate, invase da parassiti, in stato di alterazione o comunque nocive, ovvero sottoposte a lavorazioni o trattamenti diretti a mascherare un preesistente stato di alterazione (lett. d)

·         con aggiunta di additivi chimici di qualsiasi natura non autorizzati con decreto del Ministero per la Sanità, o, nel caso che siano stati autorizzati, senza l’osservanza delle norme prescritte per il loro impiego (lett. g)

art. 444 c.p., che punisce con la reclusione da 6 mesi a 3 anni e la multa non inferiore a euro 51,00 chiunque metta in commercio sostanze non contraffatte, né adulterate, ma comunque pericolose per la salute pubblica.

art. 515 c.p. “Frode in commercio”, che prevede la pena della reclusione fino a 3 anni o la multa non inferiore a euro 103,00 nell’ipotesi di vendita di una cosa mobile (alimenti) per un’altra o di una cosa mobile per origine, provenienza, quantità e qualità diversa da quella dichiarata o pattuita.

art. 516 “Vendita di sostanze non genuine come genuine” , che vieta la vendita di sostanze alimentari non genuine come genuine, sanzionando i contravventori con la reclusione fino a 6 mesi o la multa fino a euro 1.032,00.

art. 13 l. 283/62 , che punisce con l’ammenda da euro 309,00 a euro 7.746,00 l’offerta in vendita o propaganda di sostanze alimentari, adottando denominazioni o nomi impropri, frasi pubblicitarie, marchi o attestati di qualità o genuinità, da chiunque rilasciati, nonché disegni illustrativi tali da sorprendere la buona fede o da indurre in errore gli acquirenti.

Sentenza – Frode alimentare, cibo congelato, ristorante

Suprema Corte di Cassazione – Terza Sezione Penale Sentenza 2 ottobre – 5 novembre 2013 n. 44643Presidente Mannino – Relatore Lombardi

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza in data 15/11/2012 la Corte di appello di Milano, in accoglimento dell’impugnazione del P.G. avverso la sentenza del Tribunale di Milano in data 13/03/2009, ha affermato la colpevolezza di P.M. e P.M. in ordine al reato di cui agli art. 110, 56 e 515 c.p., loro ascritto perché, in qualità di titolari di un esercizio per la somministrazione di cibi e bevande, denominato “Osteria Ilios”, compivano atti idonei univocamente diretti a consegnare agli acquirenti sostanze alimentari diverse da quelle indicate nelle lista delle vivande ed, in particolare, cibi congelati, benché detta qualità non fosse indicata nella predetta lista, condannandoli alla pena di mesi due di reclusione ciascuno.
In sintesi, il giudice di primo grado aveva escluso che la mera detenzione all’interno di un frigorifero di merce congelata e la mancata indicazione nella lista delle vivande di detta qualità integrasse la fattispecie degli atti idonei diretti in modo non equivoco alla vendita fraudolenta.
La Corte territoriale ha, invece, affermato che la descritta condotta integra l’ipotesi del tentativo di frode in commercio, osservando che l’inserimento degli alimenti congelati nel menù, senza la menzione della indicata qualità, costituisce un’offerta al pubblico, in quanto tale non revocabile, con la conseguente idoneità della stessa a determinare il conseguimento del risultato illecito.
2. Avverso la sentenza hanno proposto ricorso personalmente gli imputati, che la denunciano per vizi di motivazione e violazione di legge.
2.1. Mancanza e manifesta illogicità della motivazione con riferimento a quanto emerso dall’esame testimoniale all’esito del procedimento di primo grado.
In sintesi, si deduce, citando, oltre alle dichiarazioni dell’imputato P.M., le deposizioni di alcuni testi, tra i quali lo stesso verbalizzante, che dall’istruzione dibattimentale non era affatto emerso con certezza che gli alimenti citati in imputazione fossero congelati.
2.2. Errata applicazione degli art. 55 e 515 c.p.
La Corte territoriale ha erroneamente affermato che la indicazione nel menù di determinati alimenti costituisca un’offerta al pubblico non revocabile. Può, infatti, verificarsi che una determinata pietanza, anche se indicata nel menù, non sia di fatto disponibile con la conseguenza che il ristoratore non è obbligato a servirla. In tal caso in pratica si verserebbe in un’ipotesi di reato impossibile. Inoltre, la condotta descritta nell’imputazione, in assenza di un inizio di contrattazione, non integra la fattispecie del tentativo di frode in commercio. Peraltro, l’ispezione è stata effettuata in orario di chiusura del locale e non è neppure certo che il menù si riferisse alle pietanze disponibili al momento dell’accertamento.
2.3.4.5. Si denuncia, infine, violazione di legge e vizi di motivazione della sentenza in ordine al diniego delle attenuanti generiche, all’applicazione della pena detentiva, invece di quella pecuniaria, e alla mancata concessione del beneficio della sospensione della stessa.

 

 

 

1. Il ricorso non è fondato.
2. Stante il carattere pregiudiziale della questione di diritto occorre esaminare preliminarmente il secondo motivo di gravame.
Il contrasto interpretativo in ordine alla configurabilità del tentativo di frode in commercio nella fattispecie in esame, peraltro risalente nel tempo (cfr. per la tesi opposta: sez. 3, sentenza n. 37569 del 25/09/2002, RV 222556), risulta definitivamente superato dalla giurisprudenza più recente, ma ormai consolidata, di questa Suprema Corte, secondo la quale “anche la mera disponibilità di alimenti surgelati, non indicati come tali nel menu, nelle cucina di un ristorante, configura il tentativo di frode in commercio, indipendentemente dall’inizio di una concreta contrattazione con il singolo avventore”. (sez. 3, sentenza n. 6885 del 18/11/2008, Chen, Rv. 242736; sentenze precedenti conformi: n. 10145 del 2002 Rv. 221461, n. 19395 del 2002 Rv. 221958, n. 14806 del 2004 Rv. 227964, n. 24190 del 2005 Rv. 231946, n. 23099 del 2007 Rv. 237067).
Il Collegio non ravvisa ragioni per discostarsi dal più recente indirizzo interpretativo, in quanto lo stesso risulta conforme ai principi di diritto enunciati dalle Sezioni Unite di questa Corte in materia di tentativo del reato di cui all’art. 515 c.p., sia pure con riferimento fattispecie concreta diversa (cfr. Sez. Un. sentenza n. 28 del 25/10/2000, Morici, RV 217295).
In materia, inoltre, la questione civilistica della cosiddetta offerta al pubblico, non revocabile se non con le medesime forme, di cui trattano la sentenza impugnata ed il ricorso per contestarne le affermazioni, non appare affatto dirimente, né rilevante, ai fini della configurabilità del tentativo.
La questione della revocabilità dell’offerta contenuta nel menu, infatti, può assumere rilevanza solo ai fini della configurabilità della desistenza, atta ad escludere il reato nell’ipotesi in cui il ristoratore, a seguito della richiesta del cliente di una determinata pietanza, rifiuti di consegnare l’aliud pro alio, ma non incide sul perfezionamento della fattispecie del tentativo, che si consuma con la mancata indicazione nel menu della qualità degli alimenti surgelati o congelati.
3. Gli ulteriori motivi di ricorso sono infondati o manifestamente infondati.
Il primo motivo si risolve nella richiesta di rilettura del materiale probatorio e di una diversa valutazione dello stesso, inammissibile in sede di legittimità.
E’ noto sul punto che, secondo l’ormai consolidato indirizzo interpretativo di questa Corte, anche a seguito della modifica dell’art. 606 lett. e) cod. proc. pen. per effetto della legge n. 46 del 2006, al giudice di legittimità restano precluse la pure e semplice rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione o l’autonoma adozione di diversi parametri di ricostruzione dei fatti e il riferimento, contenuto nel nuovo testo dalla norma citata, agli “altri atti del processo specificamente indicati nei motivi di gravame” non vale a mutare la natura del giudizio di legittimità, il cui controllo rimane limitato alla struttura del discorso giustificativa del provvedimento impugnato e non può comportare una diversa lettura del materiale probatorio, anche se plausibile (sez. V, 22.3.2006 n. 19855, Blandino, RV 234095) (sez. III, 27.9.2006 n. 37006, Piras, RV 235508; sez. VI, 3.10.2006 n. 36546, Bruzzese, RV 735510).
Quanto alla determinazione della pena ed al diniego di benefici, infine, la sentenza risulta adeguatamente motivata mediante il riferimento ai parametri di cui all’art. 133 c.p. ed, in particolare, ai precedenti penali degli imputati.
Il ricorso, pertanto, deve essere rigettato con le conseguenze di legge.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali.

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Avvocato Sergio Armaroli

Avvocato Cassazionista Sergio Armaroli

L'avvocato Sergio Armaroli ha fondato lo studio legale Armaroli a Bologna nel 1997.

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