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REATI FALLIMENTARI AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA RAVENNA FORLI CESENA

REATI FALLIMENTARI AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA RAVENNA FORLI CESENA

Avvocato penale a Bologna reati contro l’onore:diffamazione

Avvocato penale a Bologna reati contro l’onore:diffamazione

Nell’ambito dei reati tributari è necessario distinguere i reati fallimentari che derivano da una dichiarazione di fallimento che può riguardare una società o un imprenditore. Gli aspetti civilistici e penali del fallimento sono normati dalla Legge Fallimentare: trovare un buon avvocato penalista a Bologna su cui fare affidamento in caso di necessità è il primo passo da compiere per evitare le conseguenze poco gradevoli dell’applicazione della legge penale . Perché si possa parlare di un reato tributario è sufficiente essere dei contribuenti; nel caso dei reati fallimentari, invece, la situazione è differente, dal momento che una condotta di questo tipo può essere addebitata unicamente a un imprenditore commerciale, a una società o a un soggetto che rappresenta una società, come per esempio il liquidatore o l’amministratore.

Se ci si ritrova coinvolti in una situazione del genere, sul sito avvocato-penalista-bologna.it si possono trovare numerose informazioni che potrebbero tornare utili per individuare una via di uscita. Vale la pena di ricordare, in ogni caso, che i liberi professionisti che sono titolari di partita Iva non possono essere imputati di reati fallimentari, ma unicamente di reati tributari. 

Il procedimento penale

Ma quando inizia il procedimento penale dopo un fallimento e si rende necessario ricorrere a un avvocato penalista a Bologna? Perché il procedimento possa essere avviato è necessario che il curatore fallimentare presenti una denuncia. Questo soggetto è chiamato dal giudice delegato a fare in modo che la società possa essere condotta verso la sua estinzione e poi liquidata: a lui spetta il compito di fornire al giudice una dettagliata relazione in cui siano spiegate in maniera approfondita le circostanze in cui il fallimento si è verificato e le cause che lo hanno determinato. La relazione deve illustrare anche il tenore della vita privata dell’imprenditore fallito e dei suoi familiari, specificando quali sono stati i suoi comportamenti nell’esercizio dell’impresa e quali responsabilità ha avuto. Insomma, devono essere forniti tutti i particolari che possano risultare significativi e preziosi per ciò che concerne l’istruttoria penale. Nel caso in cui a essere coinvolta da una procedura fallimentare sia una società, le informazioni e i fatti devono essere resi noti anche ai soci, ai sindaci e agli amministratori.

Quali sono i più importanti reati fallimentari?

I reati fallimentari principali sono quelli di bancarotta: essi non possono essere puniti in quanto tali, ma unicamente nel momento in cui l’imprenditore è dichiarato fallito. Dopo che il curatore fallimentare ha prodotto la relazione, questa viene trasmessa alla Procura della Repubblica: tale relazione deve includere anche gli avvenimenti che, a giudizio del curatore fallimentare, possono integrare gli estremi di un reato, così che gli stessi possano essere sottoposti al vaglio dell’autorità giudiziaria. L’elemento costitutivo dei reati fallimentari è la dichiarazione di fallimento: ciò non vuol dire che un imprenditore nella sua condotta non possa essere stato responsabile anche di altri illeciti, o che gli stessi non possano essere stati commessi da un imprenditore che pure non è stato raggiunto da una dichiarazione di fallimento.

La bancarotta fraudolenta

Si parla di bancarotta fraudolenta nel momento in cui un imprenditore dissipa, distrugge, nasconde, dissimula o distrae i propri beni, in misura parziale o totale, con l’obiettivo di recare pregiudizio ai creditori. L’esposizione di passività inesistenti comporta una bancarotta fraudolenta patrimoniale, mentre si parla di bancarotta fraudolenta preferenziale nel caso in cui l’imprenditore agisca in modo illecito per favorire alcuni creditori a discapito di altri, simulando – per esempio – titoli di prelazione. Esiste, in ogni caso, una terza tipologia di bancarotta fraudolenta, che è quella documentale: essa si concretizza quando vengono falsificati, distrutti o sottratti i libri contabili e le altre scritture, in maniera parziale o totale, per fare sì che sia possibile ottenere un ingiusto profitto. Risulta illecito anche il comportamento dell’imprenditore che tiene i libri contabili in maniera da rendere impossibile ricostruire il movimento degli affari o il patrimonio. Per questo reato non è necessario il dolo specifico: in pratica, non occorre che l’imprenditore si ponga lo scopo di impedire la ricostruzione del patrimonio sociale, ma è sufficiente che egli sia consapevole che ciò potrebbe accadere. 

Con la previsione della bancarotta fraudolenta preferenziale, il legislatore ha assicurato la par condicio tra la massa dei creditori anche sotto il profilo penale: ciò vuol dire che a ognuno dei creditori deve essere garantita la possibilità di venire soddisfatto nei propri crediti tramite la procedura fallimentare, che concerne l’intera situazione patrimoniale del soggetto fallito

 

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SPACCIO EX ART 73 LEGGE 309/90 .sentenza costituzionale n, 32 del 2014 che ha caducato la normativa del 2006, ripristinando quella originaria di otto anni di’ reclusione.

 

SPACCIO EX ART 73 LEGGE 309/90 .sentenza costituzionale n, 32 del 2014 che ha caducato la normativa del 2006, ripristinando quella originaria di otto anni di’ reclusione.

PATTEGGIAMENTO BOLOGNA AVVOCATO,

BANCAROTTA FRAUDOLENTA MILANO PAVIA BERGAMO BRESCIA MONZA

BANCAROTTA FRAUDOLENTA MILANO PAVIA BERGAMO BRESCIA MONZA

LA CASSAZIONE ANNULLA SU RICORSO PROCURATORE GENERALE UN PATTEGGIAMENTO CHE NON HA TENUTO CONTO DELLA SENTENZA costituzionale n, 32 del 2014

l’articolo 4 bis aveva riscritto il Decreto del Presidente della Repubblica n. 309 del 1990, articolo 73, eliminando la distinzione sul piano sanzionatorio, prevista dalla disciplina previgente, tra le sostanze stupefacenti incluse in differenti tabelle; ed introducendo un trattamento punitivo unitario che si e’ risolto nella diminuzione delle sanzioni previste per le cosiddette droghe “pesanti” e nell’incremento di quelle previste per le cosiddette droghe “leggere”. La caducazione della norma in questione comporta che, come espressamente enunciato dalla Corte costituzionale, tornano a ricevere applicazione il Decreto del Presidente della Repubblica n. 309 del 1990, articolo 73 e le relative tabelle, in quanto mai validamente abrogati, nella formulazione precedente le modifiche apportate con le disposizioni caducate.
La conseguenza e’, per quel che qui interessa, che dalla data di pubblicazione della detta sentenza costituzionale rivive il piu’ severo apparato sanzionatorio precedentemente previsto per la cocaina (reclusione da 8 a 20 anni e multa da 25.882 a 258.228 Euro).

ap6CORTE DI CASSAZIONE – SEZ. 4 PENALE – SENTENZA N. 40094 DEL 5.10.2015

“MOTIVI DELLA DECISIONE
1. Il Tribunale di Milano ha applicato la pena ex articolo 444 c.p.p., nei confronti degli imputati in epigrafe in ordine al reato di cui al Decreto del Presidente della Repubblica n. 309 del 1990, articolo 73 afferente a 702 grammi di cocaina, commesso il (OMISSIS).
2. Ricorre per cassazione il Procuratore generale. La pena e’ illegale, essendo stata determinata in sei anni di reclusione e 27,00 euro di multa sebbene il fatto sia successivo alla sentenza costituzionale n, 32 del 2014 che ha caducato la normativa del 2006, ripristinando quella originaria di otto anni di’ reclusione.
3. Il ricorso e’ fondato. La sentenza impugnata ha in effetti determinato la pena base nella misura di 6 anni di reclusione e 27.000 euro di multa, che e’ illegale. Come dedotto dal ricorrente, il fatto e’ del (OMISSIS) e quindi successivo alla richiamata sentenza costituzionale, emessa l’11 febbraio 2014 e pubblicata il successivo 5 marzo, che ha dichiarato l’illegittimita’ costituzionale del Decreto Legge 30 dicembre 2005, n. 272, articoli 4 bis e 4 vicier convertito, con modificazioni, dalla Legge 21 febbraio 2006, n. 49, articolo 1, comma 1.
In estrema sintesi, la Corte ha ritenuto che le norme impugnate, introdotte in sede di conversione del decreto legge, difettino manifestamente di ogni connessione logico-funzionale con le originarie disposizioni del decreto legge, e debbano per tale assorbente ragione ritenersi adottate in carenza dei presupposti per il legittimo esercizio del potere legislativo di conversione ai sensi dell’articolo 77 Cost., comma 2.
Rileva, in particolare, che l’articolo 4 bis aveva riscritto il Decreto del Presidente della Repubblica n. 309 del 1990, articolo 73, eliminando la distinzione sul piano sanzionatorio, prevista dalla disciplina previgente, tra le sostanze stupefacenti incluse in differenti tabelle; ed introducendo un trattamento punitivo unitario che si e’ risolto nella diminuzione delle sanzioni previste per le cosiddette droghe “pesanti” e nell’incremento di quelle previste per le cosiddette droghe “leggere”. La caducazione della norma in questione comporta che, come espressamente enunciato dalla Corte costituzionale, tornano a ricevere applicazione il Decreto del Presidente della Repubblica n. 309 del 1990, articolo 73 e le relative tabelle, in quanto mai validamente abrogati, nella formulazione precedente le modifiche apportate con le disposizioni caducate.
La conseguenza e’, per quel che qui interessa, che dalla data di pubblicazione della detta sentenza costituzionale rivive il piu’ severo apparato sanzionatorio precedentemente previsto per la cocaina (reclusione da 8 a 20 anni e multa da 25.882 a 258.228 Euro).
Dunque, conclusivamente, la pena e’ illegale e la sentenza va quindi annullata senza rinvio.

P.Q.M.

ap1Annulla senza rinvio la sentenza impugnata e dispone trasmettersi gli atti al Tribunale di Milano per l’ulteriore corso.”

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REATO DI BANCAROTTA E SENTENZA DI FALLIMENTO QUALE PRESUPPOSTO

 

REATO DI BANCAROTTA E SENTENZA DI FALLIMENTO QUALE PRESUPPOSTO

ABB2Avvocato penalista Bologna tratta in tutta Italia processi per bancarotta fraudolenta, reato assai complesso e alla cui base vi è una sentenza di fallimento

Avvocato penalista con sede a Bologna difende per reati fallimentari(quali Bancarotta Fraudolenta, Bancarotta documentale, bancarotta preferenziale, Bancarotta per distrazione ecc e cc)  in tutti i tribunali , , con attenzione massima ai nuovi orientamenti giurisprudenziali utili alla linea difensiva del cliente.

L’avvocato Penalista Sergio Armaroli difende anche presso le Corti di Appello di Milano, Venezia, Bologna ,Torino e anche presso la Suprema Corte di Cassazione .

Se sei imputato di Bancarotta Fraudolenta, Bancarotta documentale, bancarotta preferenziale, Bancarotta per distrazione o altri reati fallimentari chiama prendi un appuntamento, avrai una difesa tecnica e di ferro.

 

La difesa dei reati di Bancarotta Fraudolenta, Bancarotta documentale, bancarotta preferenziale, Bancarotta per distrazione comporta un’analisi attenta anche di tutta la documentazione probatoria e contabile attinente al reato che inzialmente prende di solito il via dalla relazione del curatore fallimentare alla procura della Repubblica competente

Che rapporti tra reato bancarotta  fraudolenta e fallimento ?

Secondo la cassazione in adesione all’opinione della prevalente dottrina, che la dichiarazione di fallimento costituisca, rispetto al reato di bancarotta patrimoniale pre-fallimentare, condizione obiettiva (estrinseca) di punibilità, ai sensi dell’art. 44 c.p..

  • la sentenza dichiarativa di fallimento rientra tra gli elementi integranti la fattispecie di reato.

Per affrontare, come è necessario, ab imis la problematica, occorre prendere le mosse dal consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità secondo il quale la sentenza dichiarativa di fallimento rientra tra gli elementi integranti la fattispecie di reato.

Tale affermazione trova la sua origine presso questa Corte nella sentenza di Sez. U, n. 2 del 25/01/1958, Mezzo, Rv. 980040, nella quale si legge che, a differenza delle condizioni obiettive di reato, che presuppongono un reato già strutturalmente perfetto, la sentenza dichiarativa di fallimento costituisce una condizione di esistenza del reato o, per meglio dire, un elemento al cui concorso è collegata l’esistenza del reato, relativamente a quei fatti commissivi od omissivi anteriori alla sua pronuncia.

ACHIAMA AFFIDATI

2) la dichiarazione di fallimento, pur essendo elemento costitutivo della fattispecie di bancarotta fallimentare prevista dall’art. 216 L. Fall., non ne rappresenta l’evento

La giurisprudenza successiva ha tratto da tale indicazione la conseguenza che la dichiarazione di fallimento, pur essendo elemento costitutivo della fattispecie di bancarotta fallimentare prevista dall’art. 216 L. Fall., non ne rappresenta l’evento e non deve necessariamente essere collegata da nesso psicologico al soggetto agente (Sez. 5, n. 15850 del 26/06/1990, Bordoni, Rv. 185883, la quale ha aggiunto che il principio della responsabilità personale in materia penale non presuppone che tutti gli elementi della fattispecie siano dipendenti dall’atteggiamento psichico dell’agente), come pure da un nesso eziologico con la condotta (v., ad es., Sez. 5, n. 36088 del 27/09/2006, Corsatto, Rv. 235481). Dall’orientamento indicato si è discostata la sentenza n. 47502 del 24/09/2012, Corvetta, citata dal ricorrente, la quale, muovendo dalla premessa che, nel reato di bancarotta fraudolenta per distrazione, lo stato di insolvenza che dà luogo al fallimento costituisce elemento essenziale del reato, in quanto evento dello stesso, ha ritenuto che esso deve porsi in rapporto causale con la condotta dell’agente e deve essere, altresì, sorretto dall’elemento soggettivo del dolo.

Siffatta ricostruzione è rimasta isolata nella giurisprudenza di legittimità, (si vedano, infatti, Sez. 5, n. 32352 del 07/03/2014, Tanzi, Rv. 261942; conf., ex plurimis, Sez. 5, n. 11095 del 13/02/2014, Ghirardelli, Rv. 262741; Sez. 5, n. 47616 del 17/07/2014, Simone, Rv. 261683; Sez. 5, n. 26542 del 19/03/2014, Riva, Rv. 260690; Sez. 5, n. 11793/14 del 05/12/2013, Marafioti, Rv. 260199; Sez. 5, n. 232 del 09/10/2012, Sistro, Rv. 254061).

ARRESTO IN FLAGRANZA ARRESTO IN QUASI FLAGRANZA AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA Violazione di legge penale e vizio di motivazione in relazione agli artt. 384-bis e 282-bis, comma 6

ARRESTO IN FLAGRANZA ARRESTO IN QUASI FLAGRANZA AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA Violazione di legge penale e vizio di motivazione in relazione agli artt. 384-bis e 282-bis, comma 6

3)delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione è reato di pericolo a dolo generico per la cui sussistenza,

In particolare, è stato reiteratamente affermato che il delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione è reato di pericolo a dolo generico per la cui sussistenza, pertanto, non è necessario che l’agente abbia consapevolezza dello stato di insolvenza dell’impresa, nè che abbia agito allo scopo di recare pregiudizio ai creditori (Sez. 5, n. 3229/13 del 14/12/2012, Rossetto, Rv. 253932; conf., ex plurimis, Sez. 5, n. 21846 del 13/02/2014, Bergamaschi, Rv. 260407).

La critica alle conclusioni raggiunte da Sez. 5, n. 47502 del 24/09/2012, Corvetta cit. possono sostanzialmente riassumersi nei seguenti rilievi: a) il dato normativo, per il quale la rilevanza del rapporto causale tra condotta e dissesto è previsto per le sole fattispecie di bancarotta impropria ex art. 223, comma 2, L. Fall.; b) il carattere di mero paralogismo dell’affermazione che il fallimento è l’evento del reato; c) la, del tutto problematica, ipotizzabilità di un rapporto causale tra dissesto e fatti di bancarotta documentale (cfr. tra le altre, Sez. 5, n. 32352 del 07/03/2014, Tanzi; Sez. 5, n. 32031 del 07/05/2014, Daccò, Rv. 261988, in motivazione; Sez. 5, n. 15613 del 05/12/2014, Geronzi, Rv. 263805, in motivazione).

 

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diritto penale Bologna

DIFFERENZE TRA REATO ASSOCIATIVO E CONCORSO DI PERSONE

 

DIFFERENZE TRA REATO ASSOCIATIVO E CONCORSO DI PERSONE

DIFFERENZE…Avvocato penalista Bologna Sergio Armaroli descrive ora  gli elementi costitutivi del reato associativo della cd “societas sceleris”,

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REATO ASSOCIATIVO E CONCORSO DI PERSONE … Cosa distingue  l’associazione e delinquere dal concorso di persone nel reato ?

Tanto premesso, non vi è dubbio che l’elemento discretivo tra il delitto associativo e il concorso di persone nel reato continuato sia costituito dalla circostanza che in quest’ultimo l’accordo criminoso è occasionale e limitato, in quanto diretto soltanto alla commissione di più reati determinati, ispirati da un unico disegno, che li prevede tutti, mentre ciò che rileva ai fini del delitto associativo è proprio la stabilità del vincolo associativo, trascendente la commissione dei singoli reati-fine, e l’indeterminatezza del programma criminoso (Sez. 2, n. 53000 del 04/10/2016, Basso ed altri, Rv. 268540; Sez. 6, n. 36131 del 13/05/2014, Torchia, Rv. 260292; Sez. 2, n. 933 del 11/10/2013, dep. 13/01/2014, Debbiche Helmi ed altri, Rv. 258009), senza che sia necessario, peraltro, che il vincolo associativo assuma carattere di stabilità, essendo sufficiente che esso non sia a priori circoscritto alla consumazione di uno o più reati predeterminati, con la conseguenza che non è richiesto un notevole protrarsi del rapporto nel tempo, bastando anche un’attività associativa che si svolga per un breve periodo (Sez. 5, n. 31149 del 05/05/2009, Occioni e altro, Rv. 244486). 

Nei reati associativi per l’elemento psicologico occorre permanente consapevolezza di ciascun associato di far parte del sodalizio criminoso e la volontà di rendersi disponibile a cooperare per l‘attuazione del comune programma delinquenziale.

Sul versante dell’elemento psicologico, infine, occorre la permanente consapevolezza di ciascun associato di far parte del sodalizio criminoso e la volontà di rendersi disponibile a cooperare per l’attuazione del comune programma delinquenziale (Sez. 1, n. 709 del 11/12/1992- dep. 26/01/1993, Beni ed altro, Rv. 192790; Sez. 1, n. 3402 del 11/10/1991 – dep. 24/03/1992, Niccolai ed altri, Rv. 191122). 

Rivolgendosi all’avvocato penalista Bologna avrete modo di chiarire i vostri dubbi e avere  una buona assistenza processuale, dettata da anni di esperienza, chiama l’ avvocato penalista Bologna senza indugiare!!

 

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AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA DEI DELITTI CONTRO L’ECONOMIA PUBBLICA, L’INDUSTRIA E IL COMMERCIO Capo I: DEI DELITTI CONTRO L’ECONOMIA PUBBLICA

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA DEI DELITTI CONTRO L’ECONOMIA PUBBLICA, L’INDUSTRIA E IL COMMERCIO 

Capo I: DEI DELITTI CONTRO L’ECONOMIA PUBBLICA 

Art. 499 Distruzione di materie prime o di prodotti agricoli o industriali ovvero di mezzi di produzione 

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA: QUESTO ARTICOLO PUNISCE CHI DISTRUGGE MATERIE PRIME E DANNEGGIA LA PRODUZIONE NAZIONALE

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Chiunque, distruggendo materie prime o prodotti agricoli o industriali, ovvero mezzi di produzione, cagiona un grave nocumento alla produzione nazionale o far venir meno in misura notevole merci di comune o largo consumo, e’ punito con la reclusione da tre a dodici anni e con la multa non inferiore a lire quattro milioni. 

Art. 500 Diffusione di una malattia delle piante o degli animali 

Chiunque cagiona la diffusione di una malattia alle piante o agli animali, pericolosa all’economia rurale o forestale, ovvero al patrimonio zootecnico della nazione, e’ punito con la reclusione da uno a cinque anni. Se la diffusione avviene per colpa, la pena e’ della multa da lire duecentomila a quattro milioni. 

Art. 501 Rialzo e ribasso fraudolento di prezzi sul pubblico mercato o nelle borse di commercio 

Avvocato penalista Bologna questo articolo punisce chi da’ notizie false e tendenziose al solo fine di aumentare o diminuire il prezzo delle merci o della azioni quotate al pubblico mercato di borsa .:

Chiunque, al fine di turbare il mercato interno dei valori o delle merci, pubblica o altrimenti divulga notizie false, esagerate o tendenziose o adopera altri artifici atti a cagionare un aumento o una diminuzione del prezzo delle merci, ovvero dei valori ammessi nelle liste di borsa o negoziabili nel pubblico mercato, e’ punito con la reclusione fino a tre anni e con la multa da uno a cinquanta milioni di lire. Se l’aumento o la diminuzione del prezzo delle merci o dei valori si verifica, le pene sono aumentate. Le pene sono raddoppiate: 1) se il fatto e’ commesso dal cittadino per favorire interessi stranieri; 2) se dal fatto deriva un deprezzamento della valuta nazionale o dei titoli dello Stato, ovvero il rincaro di merci di comune o largo consumo. Le pene stabilite nelle disposizioni precedenti si applicano anche se il fatto e’ commesso all’estero, in danno della valuta nazionale o di titoli pubblici italiani. La condanna importa l’interdizione dai pubblici uffici (1). (1) Articolo cosi’ sostituito dalla L. 27 novembre 1976, n. 787. 

Art. 501 bis Manovre speculative su merci 

 

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA: questo articolo punisce il cd mercato nero, cioè coloro che compiono manovre speculative al oslo fine di far aumenta reil prezzo delle materie prime

ap2Fuori dei casi previsti dall’articolo precedente, chiunque, nell’esercizio di qualsiasi attivita’ produttiva o commerciale, compie manovre speculative ovvero occulta, accaparra od incetta materie prime, generi alimentari di largo consumo o prodotti di prima necessita’, in modo atto a determinare la rarefazione o il rincaro sul mercato interno, e’ punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da uno a cinquanta milioni di lire. Alla stessa pena soggiace chiunque, in presenza di fenomeni di rarefazione o rincaro sul mercato interno delle merci indicate nella prima parte del presente articolo e nell’esercizio delle medesime attivita’, ne sottrae alla utilizzazione o al consumo rilevanti quantita’. L’autorita’ giudiziaria competente e, in caso di flagranza, anche gli ufficiali e agenti di polizia giudiziaria, procedono al sequestro delle merci, osservando le norme sull’istruzione formale. L’autorita’ giudiziaria competente dispone la vendita coattiva immediata delle merci stesse nelle forme di cui all’articolo 625 del codice di procedura penale. La condanna importa l’interdizione dall’esercizio di attivita’ commerciali o industriali per le quali sia richiesto uno speciale permesso o una speciale abilitazione, autorizzazione o licenza da parte dell’autorita’ e la pubblicazione della sentenza (1) . (1)Articolo aggiunto dalla L. 27 novembre 1976, n. 787. 

Art. 502 Serrata e sciopero per fini contrattuali 

Il datore di lavoro che, col solo scopo di imporre ai suoi dipendenti modificazioni ai patti stabiliti, o di opporsi a modificazioni di tali patti, ovvero di ottenere o impedire una diversa applicazione dei patti o usi esistenti, sospende in tutto o in parte il lavoro nei suoi stabilimenti, aziende o uffici, e’ punito con la multa non inferiore a lire due milioni (1). I lavoratori addetti a stabilimenti, aziende o uffici, che, in numero di tre o piu’, abbandonano collettivamente il lavoro, ovvero lo prestano in modo da turbarne la continuita’ o la regolarita’, col solo scopo di imporre ai datori di lavoro patti diversi da quelli stabiliti, ovvero di opporsi a modificazioni di tali patti o, comunque, di ottenere o impedire una diversa applicazione dei patti o usi esistenti, sono puniti con la multa fino a lire duecentomila (1). (1) Con sentenza n. 29 del 4 maggio 1960 la Corte cost. ha dichiarato l’illegittimita’ del primo e del secondo comma di questo articolo, in riferimento agli artt. 39 e 40 Cost. 

Art. 503 Serrata e sciopero per fini non contrattuali 

Il datore di lavoro o i lavoratori, che per fine politico commettono, rispettivamente, alcuno dei fatti preveduti dall’articolo precedente, sono puniti con la reclusione fino a un anno e con la multa non inferiore a lire due milioni, se si tratta di un datore di lavoro, ovvero con la reclusione fino a sei mesi e con la multa fino a lire duecentomila, se si tratta di lavoratori (1). (1) Con sentenza n. 290 del 27 dicembre 1974 la Corte cost. ha dichiarato l’illegittimita’ di questo articolo nella parte in cui punisce anche lo sciopero politico che non sia diretto a sovvertire l’ordinamento costituzionale ovvero ad impedire o ostacolare il libero esercizio dei poteri legittimi nei quali si esprime la sovranita’ popolare. 

Art. 504 Coazione alla pubblica Autorita’ mediante serrata o sciopero 

Quando alcuno dei fatti preveduti dall’articolo 502 e’ commesso con lo scopo di costringere l’Autorita’ a dare o ad omettere un provvedimento, ovvero con lo scopo di influire sulle deliberazioni di essa, si applica la pena della reclusione fino a due anni (1). (1) Con sentenza n. 165 del 13 giugno 1983 la Corte cost. ha dichiarato l’illegittimita’ di questo articolo nella parte in cui punisce lo sciopero il quale ha lo scopo di costringere l’autorita’ a dare o ad omettere un provvedimento o lo scopo di influire sulle deliberazioni di essa, a meno che non sia diretto a sovvertire l’ordinamento costituzionale ovvero ad impedire o ostacolare il libero esercizio dei poteri legittimi nei quali si esprime la sovranita’ popolare. 

Art. 505 Serrata o sciopero a scopo di solidarieta’ o di protesta 

Il datore di lavoro o i lavoratori, che, fuori dei casi indicati nei due articoli precedenti, commettono uno dei fatti preveduti dall’articolo 502 soltanto per solidarieta’ con altri datori di lavoro o con altri lavoratori ovvero soltanto per protesta, soggiacciono alle pene ivi stabilite. 

Art. 506 Serrata di esercenti di piccole industrie o commerci 

Gli esercenti di aziende industriali o commerciali, i quali, non avendo lavoratori alla loro dipendenza, in numero di tre o piu’ sospendono collettivamente il lavoro per uno degli scopi indicati nei tre articoli precedenti, soggiacciono alle pene ivi rispettivamente stabilite per i datori di lavoro, ridotte alla meta’ (1). (1) Con sentenza n. 222 del 17 luglio 1975 la Corte cost. ha dichiarato l’illegittimita’ di questo articolo in relazione all’art. 505, nella parte in cui punisce la sospensione del lavoro effettuata per protesta dagli esercenti di piccole aziende industriali o commerciali che non hanno lavoratori alla loro dipendenza. 

Art. 507 Boicottaggio 

Chiunque, per uno degli scopi indicati negli articoli 502, 503, 504 e 505, mediante propaganda o valendosi della forza e autorita’ di partiti, leghe o associazioni, induce una o piu’ persone a non stipulare patti di lavoro o a non somministrare materie o strumenti necessari al lavoro, ovvero a non acquistare gli altrui prodotti agricoli o industriali, e’ punito con la reclusione fino a tre anni. Se concorrono fatti di violenza o minaccia, si applica la reclusione da due a sei anni (1). (1) Con sentenza n. 84 del 17 aprile 1969 la Corte cost. ha dichiarato l’illegittimita’ di questo articolo per la parte relativa all’ipotesi della propaganda qualora questa non assuma dimensioni tali ne’ raggiunga un grado tale di intensita’ e di efficacia da risultare veramente notevole. 

Art. 508 Arbitraria invasione e occupazione di aziende agricole o industriali. Sabotaggio 

Chiunque, col solo scopo di impedire o turbare il normale svolgimento del lavoro, invade od occupa l’altrui azienda agricola o industriale, ovvero dispone di altrui macchine, scorte, apparecchi o strumenti destinati alla produzione agricola o industriale, e’ punito con la reclusione fino a tre anni e con la multa non inferiore a lire duecentomila. Soggiace alla reclusione da sei mesi a quattro anni e alla multa non inferiore a lire un milione, qualora il fatto non costituisca un piu’ grave reato, chi danneggia gli edifici adibiti ad azienda agricola o industriale, ovvero un’altra delle cose indicate nella disposizione precedente. 

Art. 509 Inosservanza delle norme disciplinanti i rapporti di lavoro (1) 

Il datore di lavoro o il lavoratore, il quale non adempie gli obblighi che gli derivano da un contratto collettivo o dalle norme emanate dagli organi corporativi, e’ punito con la sanzione amministrativa da lire duecentomila a lire un milione (2) . Il datore di lavoro o il lavoratore, il quale rifiuta o, comunque, omette di eseguire una decisione del magistrato del lavoro, pronunciata su una controversia relativa alla disciplina dei rapporti collettivi di lavoro, e’ punito, qualora il fatto non costituisca un piu’ grave reato, con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a lire due milioni (3) . 

(1) Rubrica cosi’ modificata dall’art. 1, lett. a) , D.Lgs. 19 dicembre 1994, n. 758 a decorrere dal 26 aprile 1995. Testo della rubrica prima della modifica apportata dall’art. 1, lett. a), D.Lgs. 19 dicembre 1994, n. 758 (Inosservanza delle norme disciplinanti i rapporti di lavoro e delle decisioni del magistrato del lavoro) 
(2) Comma cosi’ modificato dall’art. 1, lett. b), D.Lgs. 19 dicembre 1994, n. 758 a decorrere dal 26 aprile 1995. Testo del comma 1 prima della modificata apportata dall’art. 1, lett. b), D.Lgs. 19 dicembre 1994, n. 758 Il datore di lavoro o il lavoratore, il quale non adempie gli obblighi che gli derivano da un contratto collettivo o dalle norme emanate dagli organi corporativi, e’ punito con la multa fino a lire un milione. 
(3) Comma abrogato dall’art. 1, lett. c), D.Lgs. 19 dicembre 1994, n. 758 a decorrere dal 26 aprile 1995. 

Art. 510 Circostanze aggravanti 

Quando i fatti preveduti dagli articoli 502 e seguenti sono commessi in tempo di guerra, ovvero hanno determinato dimostrazioni, tumulti o sommosse popolari, le pene stabilite negli articoli stessi sono aumentate. 

Art. 511 Pena per i capi, promotori e organizzatori 

Le pene stabilite per i delitti preveduti dagli articoli 502 e seguenti sono raddoppiate per i capi, promotori od organizzatori; e, se sia stabilita dalla legge la sola pena pecuniaria, e’ aggiunta la reclusione da sei mesi a due anni. 

Art. 512 Pena accessoria 

La condanna per alcuno dei delitti preveduti dagli articoli 502 e seguenti importa l’interdizione da ogni ufficio sindacale per la durata di anni cinque. 

Capo II: DEI DELITTI CONTRO L’INDUSTRIA E IL COMMERCIO 

Art. 513 Turbata liberta’ dell’industria o del commercio 

Chiunque adopera violenza sulle cose ovvero mezzi fraudolenti per impedire o turbare l’esercizio di un’industria o di un commercio e’ punito, a querela della persona offesa, se il fatto non costituisce un piu’ grave reato, con la reclusione fino a due anni e con la multa da lire duecentomila a due milioni. 

Art. 513 bis Illecita concorrenza con minaccia o violenza 

Chiunque nell’esercizio di un’attivita’ commerciale, industriale o comunque produttiva, compie atti di concorrenza con violenza o minaccia, e’ punito con la reclusione da due a sei anni. La pena e’ aumentata se gli atti di concorrenza riguardano un’attivita’ finanziata in tutto o in parte ed in qualsiasi modo dallo Stato o da altri enti pubblici (1). (1)Articolo aggiunto dalla L. 13 settembre 1982, n. 646. 

Art. 514 Frodi contro le industrie nazionali 

Chiunque, ponendo in vendita o mettendo altrimenti in circolazione, sui mercati nazionali o esteri, prodotti industriali, con nomi, marchi o segni distintivi contraffatti o alterati, cagiona un nocumento all’industria nazionale, e’ punito con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa non inferiore a lire un milione. Se per i marchi o segni distintivi sono state osservate le norme delle leggi interne o delle convenzioni internazionali sulla tutela della proprieta’ industriale, la pena e’ aumentata e non si applicano le disposizioni degli articoli 473 e 474. 

Art. 515 Frode nell’esercizio del commercio 

Chiunque, nell’esercizio di una attivita’ commerciale, ovvero in uno spaccio aperto al pubblico, consegna all’acquirente una cosa mobile per un’altra, ovvero una cosa mobile, per origine, provenienza, qualita’ o quantita’, diversa da quella dichiarata o pattuita, e’ punito, qualora il fatto non costituisca un piu’ grave delitto, con la reclusione fino a due anni o con la multa fino a lire quattro milioni. Se si tratta di oggetti preziosi, la pena e’ della reclusione fino a tre anni o della multa non inferiore a lire duecentomila. 

Art. 516 Vendita di sostanze alimentari non genuine come genuine 

Chiunque pone in vendita o mette altrimenti in commercio come genuine sostanze alimentari non genuine e’ punito con la reclusione fino a sei mesi o con la multa fino a lire due milioni. 

Art. 517 Vendita di prodotti industriali con segni mendaci 

Chiunque pone in vendita o mette altrimenti in circolazione opere dell’ingegno o prodotti industriali, con nomi, marchi o segni distintivi nazionali o esteri, atti a indurre in inganno il compratore sull’origine, provenienza o qualita’ dell’opera o del prodotto, e’ punito, se il fatto non e’ preveduto come reato da altra disposizione di legge, con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a lire due milioni. 

Capo III: DISPOSIZIONE COMUNE AI CAPI PRECEDENTI 

Art. 518 Pubblicazione della sentenza 

La condanna per alcuno dei delitti preveduti dagli artt. 501, 514, 515, 516 e 517 importa la pubblicazione della sentenza.

 

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Codice penale e di procedura penale cosa cambia?

 

 

Codice penale e di procedura penale cosa cambia?

 

A partire dallo scorso 3 agosto è entrata in vigore la legge n. 103 del 23 giugno del 2017, che include le modifiche all’ordinamento penitenziario, al codice di procedura penale e al codice penale che sono state rese ufficiali dalla pubblicazione nella G.U. del 4 luglio del 2017: semplificando, quella che i mezzi di comunicazione hanno ribattezzato come riforma Orlando, dal cognome del Ministro della Giustizia. Attraverso questo provvedimento sono state introdotte delle modifiche di notevole importanza nell’ordinamento penale, non solo dal punto di vista del diritto processuale, ma anche dal punto di vista del diritto sostanziale.

Cosa cambia per il diritto penale sostanziale

Consultando il sito www.avvocato-penalista-bologna.it è possibile entrare in contatto con un l’avvocato Sergio Armaroli, professionista del settore in grado di fornire tutti i chiarimenti necessari a proposito delle modifiche che sono state introdotte con la riforma. Una panoramica generale può, comunque, essere utile a chiunque, nella speranza di non essere mai interessati direttamente da un processo.

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Sul piano del diritto penale sostanziale, è stata introdotta dalla riforma del codice penale una causa estintiva dei reati nuova a seguito di condotte riparatorie: in particolare per ciò che concerne i reati che sono perseguibili a querela è facoltà del giudice dichiarare estinto il reato dopo che il danno è stato interamente riparato dal soggetto imputato, con il risarcimento o con le restituzioni del caso. Affinché venga concessa l’estinzione del reato, il giudice, dopo aver sentito la persona offesa e le altre parti in causa, è tenuto ad accertare che l’imputato abbia eliminato le conseguenze pericolose o gli effetti dannosi del suo reato, per quanto possibile.

Un’altra novità derivante dalla riforma Orlando riguarda l’inasprimento del trattamento sanzionatorio per alcuni reati contro il patrimonio, e in particolare per il reato di rapina, per il reato di scambio elettorale politico mafioso e per il reato di furto. Sono stati aumentati sia i minimi edittali delle pene detentive che le pene pecuniarie sia per la rapina, disciplinata dall’articolo 628 del Codice Penale, che per il furto in abitazione e lo scippo. Per quanto attiene allo scambio elettorale politico mafioso, il reato d’ora in poi sarà punito con un periodo di reclusione compreso tra i 6 e i 12 anni.

Cosa cambia per il diritto processuale

La riforma codice penale è intervenuta anche sulla definizione del procedimento per incapacità dell’imputato, con l’entrata in vigore della distinzione tra incapacità irreversibile e incapacità reversibile. Nel dettaglio, nel caso in cui si verifichi, dopo gli accertamenti del caso, che lo stato mentale dell’imputato non consente la sua partecipazione cosciente al procedimento in maniera irreversibile, il giudice dopo avere revocato l’ordinanza di sospensione del procedimento è tenuto a pronunciare la sentenza di non doversi procedere.

Per quel che riguarda le indagini preliminari, dopo la riforma la persona offesa dal reato ha il diritto di chiedere e ottenere informazioni a proposito dello stato del procedimento penale in cui ha presentato la querela o la denuncia dopo che sono passati sei mesi dalla presentazione stessa. Naturalmente, la disponibilità di tali informazioni è vincolata alla necessità di non pregiudicare il segreto investigativo.

Concordato sui motivi d’appelloViene reintrodotto il cosiddetto «patteggiamento in appello». Le parti possono accordarsi sui motivi d’appello ed eventualmente sulla nuova pena chiedendo al giudice di accoglierne alcuni e rinunciando agli altri. Il giudice può recepire l’accordo o respingerlo disponendo che il processo prosegua. Il concordato è però escluso per i reati di particolare gravità (mafia, terrorismo, delitti sessuali etc.) e se si procede contro un delinquente abituale, professionale o per tendenza. E’ prevista l’emanazione di linee guida da parte del pg presso la Corte di appello per i pm di udienza.

 

Cosa cambia per i riti speciali

Non vanno dimenticate le novità per il giudizio abbreviato. La riforma del codice penale prevede, nel caso in cui la richiesta dell’imputato venga presentata immediatamente dopo che sono stati depositati gli esiti delle indagini difensive, che il giudice provveda dopo i sessanta giorni di termine chiesti dal pubblico ministero per le indagini suppletive in relazione ai temi che sono stati introdotti dalla difesa: in una circostanza del genere è diritto dell’imputato revocare la domanda di giudizio abbreviato.

Per i patteggiamenti, se in una sentenza è necessario correggere unicamente la quantità o la specie della pena a causa di un errore nel computo o nella denominazione, tale correzione può essere effettuata direttamente dal giudice da cui la sentenza è stata emessa.

 

Il ricorso per Cassazione da parte dell’imputato o del pubblico ministero contro la sentenza di accoglimento del patteggiamento, invece, in seguito all’entrata in vigore della riforma può essere avanzato unicamente per vizi della volontà, vale a dire ragioni che riguardano l’espressione della volontà dello stesso imputato, oppure per una qualificazione non corretta del fatto, per un difetto di correlazione tra la richiesta e la sentenza, per l’illegalità delle misure di sicurezza da applicare o per l’illegalità della pena.

 

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promotori finanziari danni arrecati a investitori risponde la Banca nello svolgimento delle incombenze affidate

promotori finanziari danni arrecati a investitori risponde la Banca nello svolgimento delle incombenze affidate  

ACONSU 

Occorre muovere dalla considerazione che la L. n. 1 del 1991, art. 5, comma 4 (poi sostituito dal D.Lgs. n. 415 del 1996, art. 23 e quindi dal D.Lgs. n. 58 del 1998, art. 31, comma 3, ma ancora applicabile ratione temporis ai fatti di causa) pone a carico dell’intermediario la responsabilità solidale per gli “eventuali danni arrecati a terzi nello svolgimento delle incombenze affidate ai promotori finanziari anche se tali danni siano conseguenti a responsabilità accertata in sede penale”.

Conviene invece sottolineare come la suindicata responsabilità dell’intermediario preponente, la quale pur sempre presuppone che il fatto illecito del promotore sia legato da un nesso di occasionalità necessaria all’esercizio delle incombenze a lui facenti capo (cfr.Cass. n. 20588 del 2004 e Cass. 10580 del 2002), trova la sua ragion d’essere, per un verso, nel fatto che l’agire del promotore è uno degli strumenti dei quali l’intermediario si avvale nell’organizzazione della propria impresa, traendone benefici cui è ragionevole far corrispondere i rischi; per altro verso, ed in termini più specifici, nell’esigenza di offrire una più adeguata garanzia ai destinatari delle offerte fuori sede loro rivolte dall’intermediario per il tramite del promotore, giacchè appunto per le caratteristiche di questo genere di offerte più facilmente la buona fede dei clienti può essere sorpresa.

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E tale garanzia il legislatore ha inteso rafforzare, tra l’altro, anche e proprio attraverso un meccanismo normativo volto a responsabilizzare l’intermediario nei riguardi dei comportamenti di soggetti – quali sono i promotori – che l’intermediario medesimo sceglie, nel cui interesse imprenditoriale essi operano e sui quali nessuno megliodell’intermediario è concretamente in grado di esercitare efficaci forme di controllo.

In questo quadro si collocano, ovviamente, anche le disposizioni regolamentari che la Consob è stata chiamata a dettare, in base al disposto della citata L. n. 1 del 1991, art. 5, comma 8, ed in particolare quelle menzionate nella lettera f) di detto comma, ossia le regole che i promotori debbono osservare “nei rapporti con la clientela al fine di tutelare l’interesse dei risparmiatori”. Tra esse rileva qui, specificamente, l’art. 14, comma 9, del regolamento emanato dalla Consob con Delib. n. 5388 del 2 luglio 1991 (vigente all’epoca dei fatti di causa), che fa obbligo al promotore di ricevere dal cliente esclusivamente: “1) titoli di credito che assolvono la funzione di mezzi di pagamento, purchè siano muniti di clausola di non trasferibilità e siano intestati al soggetto indicato nel prospetto informativo o nel documento contrattuale ove il prospetto non sia prescritto; 2) titoli di credito nominativi intestati al cliente e girati a favore di chi presta il servizio di intermediazione mobiliare offerto tramite il promotore”.

Nè il mero fatto che una corrispondente previsione sia eventualmente inserita nei moduli sottoscritti dal cliente può mutare la funzione di quella regola e trasformarla, da obbligo di comportamento del promotore in vista della tutela dell’investitore, in un onere gravante su quest’ultimo in funzione della tutela dell’intermediario rispetto ai rischi di comportamento infedele del promotore. A parte il rilievo che l’implicito presupposto dal quale muovono tutte le disposizioni volte a conformare a regole prefissate il comportamento di intermediari e promotori è proprio l’insufficienza delle tradizionali forme di autotutela dell’investitore affidate alla mera sottoscrizione di moduli e formulati, ove si ammettesse la possibilità per l’intermediario di scaricare in tutto o in parte sull’investitore il rischio della violazione di regole di comportamento gravanti sui promotori, si finirebbe evidentemente per vanificare lo scopo della normativa che, come s’è visto, per ragioni di carattere generale attinenti alla tutela degli investitori (e perciò del risparmio), mira invece proprio a responsabilizzare l’intermediario per siffatti comportamenti del promotore.

Al dovere di tutela reciproca dei contraenti, insito nel principio generale di buona fede, anche il cliente dell’intermediario è certamente tenuto. Per le ragioni dianzi chiarite, deve però escludersi che la mera allegazione del fatto che il cliente abbia consegnato al promotore finanziario somme di denaro con modalità difformi da quelle con cui quest’ultimo sarebbe stato legittimato a riceverle valga, in caso d’indebita appropriazione di dette somme da parte del promotore, ad interrompere il nesso di causalità esistente tra lo svolgimento dell’attività del promotore finanziario medesimo e la consumazione dell’illecito, e quindi precluda la possibilità d’invocare la responsabilità solidale dell’intermediario preponente; e deve parimenti escludersi che un tal fatto possa essere addotto dall’intermediario come concausa del danno subito dall’investitore in conseguenza dell’illecito consumato dal promotore al fine di ridurre l’ammontare del risarcimento dovuto.

L’enunciazione di tale principio, destinato evidentemente ad assorbire e rimpiazzare la motivazione dell’impugnata sentenza sul punto, rende superfluo l’esame delle considerazioni svolte dalla ricorrente in ordine al modo in cui si sono concretamente configurate le modalità di pagamento nei pregressi rapporti intercorsi con il sig. M., mai avendo la ricorrente dedotto che quest’ultimo fosse consapevole della violazione delle regole di condotta gravanti sul promotore.

 

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RESPONSABILITA’ CIVILE E PENALE CONSULENTE FINANZIARIO MILANO BOLOGNA

La L 2 gennaio 1991, n. 1, art. 5, co. 4 e il d.Lgs. 24 febbraio 1998, n.58, art. 31, co. 3 via via succedutisi nel tempo, pongono a carico dell’intermediario la responsabilità solidale per gli eventuali danni arrecati a terzi nello svolgimento delle incombenze affidate ai promotori finanziari anche se tali danni siano conseguenti a responsabilità accertata in sede penale.

Di conseguenza, perché sussista la responsabilità del preponente, è necessario (e sufficiente) che le attività svolte dal preposto abbiano determinato semplicemente una situazione tale da rendere possibile o comunque avere agevolato il comportamento produttivo di danno, a nulla rilevando che tale comportamento abbia esorbitato il limite delle mansioni o incombenze affidate o addirittura abbia integrato un’ipotesi di reato. Anche in questi casi, dunque, occorre accertare se l’esistenza del rapporto di preposizione abbia istituito quel nesso di occasionalità necessaria fra l’esercizio delle incombenze e il verificarsi del danno, su cui si fonda la responsabilità indiretta della preponente intermediaria.

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Detta responsabilità, la quale presuppone, pur sempre, che il fatto illecito del promotore sia legato da un nesso di occasionalità necessaria all’esercizio delle incombenze a lui facenti capo (cfr. Cass. n. 20588 del 2004 e Cass. 10580 del 2002), trova la sua ragion d’essere, per un verso, nel fatto che l’agire del promotore è uno degli strumenti dei quali l’intermediario si avvale nell’organizzazione della propria impresa, traendone benefici ai quali è ragionevole far corrispondere i rischi, secondo l’antica regola per cui ubi commoda et eius incommoda; per altro verso, e in termini più specifici, nell’esigenza di offrire una adeguata garanzia ai destinatari delle offerte fuori sede loro rivolte dall’intermediario per il tramite del promotore, giacché appunto per le caratteristiche di questo genere di offerte la buona fede dei clienti può più facilmente esserne sorpresa e aggirata (confr. Cass. civ. 7 aprile 2006, n. 8229).

Preme evidenziare che la norma, sebbene non circoscriva la responsabilità del preponente alle negoziazioni che abbiano ad oggetto prodotti finanziari del medesimo (cfr. Cass. n. 1741 del 2011), postula un nesso tra fatto illecito del preposto ed esercizio delle mansioni a lui affidate, che la giurisprudenza di questa Corte inquadra nell’ampio significato del rapporto di ‘occasionalità necessaria’, ponendo la previsione normativa in una relazione di continuità con l’art. 2049 cod. civ. e, nel contempo, cogliendone la portata di più efficace strumento di tutela degli interessi degli investitori.

La norma esclude, nella sostanza, che il comportamento doloso del preposto interrompa il nesso causale fra l’esercizio delle incombenze ed il danno, ancorché tale comportamento costituisca reato e rivesta, quindi, particolare gravità. Di conseguenza, perché sussista la responsabilità del preponente, è necessario (e sufficiente) che le attività svolte dal preposto abbiano determinato semplicemente una situazione tale da rendere possibile o comunque avere agevolato il comportamento produttivo di danno, a nulla rilevando che tale comportamento abbia esorbitato il limite delle mansioni o incombenze affidate o addirittura abbia integrato un’ipotesi di reato. Anche in questi casi, dunque, occorre accertare se l’esistenza del rapporto di preposizione abbia istituito quel nesso di occasionalità necessaria fra l’esercizio delle incombenze e il verificarsi del danno, su cui si fonda la responsabilità indiretta della preponente intermediaria.

 

 

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Violazione di legge; – (in ordine all’imputazione di usura ex art. 644 c.p., comma 3, ultima parte) violazione e falsa applicazione degli artt. 321 e 322 bis c.p.p. e art. 125 c.p.p., comma v3; nullità ex art. 606 c.p.p., comma 1; violazione e falsa applicazione dell’art. 644 c.p., comma 3, e L. n. 108 del 1996, art. 2.

Violazione di legge; II/III/IV – (in ordine all’imputazione di usura ex art. 644 c.p., comma 3, ultima parte) violazione e falsa applicazione degli artt. 321 e 322 bis c.p.p. e art. 125 c.p.p., comma v3; nullità ex art. 606 c.p.p., comma 1; violazione e falsa applicazione dell’art. 644 c.p., comma 3, e L. n. 108 del 1996, art. 2.

 aggiotaggioFOTO LIBRERIA AVVOCATO PENALISTA

Questa Corte Suprema ha, inoltre, già chiarito che, in tema di riesame delle misure cautelari reali, nella nozione di “violazione di legge” (per la quale soltanto può essere proposto ricorso per cassazione a norma dell’art. 325 c.p.p., comma 1) rientrano la mancanza assoluta di motivazione o la presenza di motivazione meramente apparente, in quanto correlate all’inosservanza di precise norme processuali, non anche l’illogicità manifesta e la contraddittorietà, le quali possono denunciarsi nel giudizio di legittimità soltanto tramite lo specifico ed autonomo motivo di ricorso di cui all’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. E), (così Sez. un., sentenza n. 5876 del 28 gennaio 2004, P.c. Ferazzi in proc. Bevilacqua, CED Cass. n. 226710 ss.; conforme, da ultimo, Sez. 5^, sentenza n. 35532 del 25 giugno 2010, CED Cass. n. 248129, per la quale, in tema di riesame delle misure cautelari, il ricorso per cassazione per violazione di legge, a norma dell’art. 325 c.p.p., comma 1, può essere proposto solo per mancanza fisica della motivazione o per la presenza di motivazione apparente, ma non per mero vizio logico della stessa

 

 

 

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE II PENALE

Sentenza 25 marzo – 7 maggio 2014, n. 18778

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ESPOSITO Antonio – Presidente –

Dott. IANNELLI Enzo – Consigliere –

Dott. IASILLO Adriano – Consigliere –

Dott. RAGO Geppino – Consigliere –

Dott. BELTRANI Sergio – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Siena nei confronti di:

M.G., nato a (OMISSIS);

V.A., nato a (OMISSIS);

B.G.L., nato a (OMISSIS);

S.S., nato in (OMISSIS);

R.R., nato a (OMISSIS);

indagati;

nonchè di:

NOMURA INTERNATIONAL PLC;

soggetto civilmente obbligato al pagamento della pena pecuniaria avverso l’ordinanza emessa in data 26 aprile 2013 dal Tribunale di Siena quale giudice del riesame;

Letti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere Dott. Sergio Beltrani;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale PRATOLA Gianluigi, che ha concluso chiedendo dichiararsi l’inammissibilità del ricorso;

udito per R.R. l’avv. MARKUS WERNER WIGET, che ha concluso chiedendo dichiararsi l’inammissibilità del ricorso;

udito per S.S. l’avv. GUGLIELMO GIORDANENGO, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso;

udito per NOMURA INTERNATIONAL PLC l’avv. GUIDO CARLO ALLEVA, che ha concluso riportandosi alla memoria depositata e chiedendo dichiararsi l’inammissibilità del ricorso;

rilevata la regolarità degli avvisi di rito.

Svolgimento del processo

1. Con l’ordinanza indicata in epigrafe, il Tribunale del riesame di Siena ha rigettato l’appello proposto dal P.M. c/o Tribunale di Siena contro il provvedimento con il quale in data 26 aprile 2013 il GIP dello stesso Tribunale non aveva convalidato il decreto di sequestro preventivo d’urgenza emesso dal P.M. procedente in data 15 aprile 2013, ed aveva rigettato la richiesta di emissione del decreto di sequestro preventivo depositata in data 17 aprile 2013.

1.1. Nell’atto di appello proposto ex art. 322 bis c.p.p., il P.M. territoriale aveva espressamente escluso dal devolutum i cespiti immobiliari e le liquidità degli indagati B., M. e V. (cfr. f. 12 dell’ordinanza impugnata).

L’appello cautelare del P.M. riguardava, pertanto, unicamente:

– le imputazioni di usura e truffa, che il P.M. aveva contestato agli indagati alternativamente;

– le sole utilità che NOMURA INTERNATIONAL PLC “illegittimamente avrebbe ricavato (e continuerebbe a ricavare) dalla contrattazione, oltre che le fonti di produzione di tali sproporzionati vantaggi”.

2. Contro tale provvedimento, il P.M. presso il Tribunale di Siena ha proposto ricorso per cassazione.

2.1. Premesso di voler richiamare integralmente il decreto di sequestro preventivo di urgenza emesso dal proprio ufficio in data 15 marzo 2013 e l’atto di appello cautelare reale, “alle cui argomentazioni in fatto ed in diritto si fa integrale rinvio”, nonchè un riepilogo di decisioni giurisprudenziali inerenti al problema dei limiti del sindacato di legittimità in materia di misure cautelari reali, il P.M. ricorrente ha dedotto i seguenti motivi, enunciati nei limiti strettamente necessari per la motivazione, come disposto dall’art. 173 disp. att. c.p.p., comma 1:

I – (in ordine all’imputazione di truffa pluriaggravata in concorso, mediante induzione in errore) iolazione di legge; II/III/IV – (in ordine all’imputazione di usura ex art. 644 c.p., comma 3, ultima parte) violazione e falsa applicazione degli artt. 321 e 322 bis c.p.p. e art. 125 c.p.p., comma v3; nullità ex art. 606 c.p.p., comma 1; violazione e falsa applicazione dell’art. 644 c.p., comma 3, e L. n. 108 del 1996, art. 2.

Ha concluso chiedendo l’annullamento dell’ordinanza impugnata con ogni conseguente statuizione.

3. Sono state depositate memorie:

– in data 18 marzo 2014 per conto di NOMURA INTERNATIONAL PLC (premesso un riepilogo delle complesse vicende de quibus, è stata formulata richiesta di declaratoria di inammissibilità del ricorso del P.M., in primis evocando il limite del sindacato di legittimità in materia di cautele reali, ex art. 325 c.p.p., consentito unicamente per violazione di legge, non essendo sindacabile la motivazione del provvedimento impugnato, poichè essa non risulta nè carente, nè meramente apparente; è stata comunque dedotta la manifesta infondatezza di tutti i motivi del ricorso del P.M., sia inerenti alla truffa che all’usura; a fondamento di entrambe le prospettazioni sono state poste copiose argomentazioni, elaborate in 53 pagine);

– in data 19 marzo 2014 per conto di R.R. (anche questa memoria contiene una dettagliata esposizione di copiose argomentazioni, elaborate in 46 pagine, a sostegno della tesi della integrale inammissibilità del ricorso, per le plurime cause dettagliatamente indicate).

4. All’odierna udienza camerale, dopo il controllo della regolarità degli avvisi di rito, le parti presenti hanno concluso come da epigrafe, e questa Corte Suprema, riunita in camera di consiglio, ha deciso come da dispositivo in atti.

Motivi della decisione

Il ricorso è fondato limitatamente all’imputazione di truffa, ed infondato quanto a quella di usura.

1. Deve premettersi che il ricorso per cassazione redatto interamente con la tecnica del rinvio per relationem ad uno o più atti distinti sarebbe inammissibile, in quanto privo del requisito della specificità.

L’atto di ricorso deve, infatti, essere autosufficiente, e cioè contenere la precisa indicazione dei punti del provvedimento impugnato censurati, e delle questioni di fatto e di diritto da sottoporre al giudice del gravame, al fine di consentire l’autonoma individuazione delle questioni che si assumono irrisolte o mal risolte, e sulle quali si sollecita il sindacato di legittimità (Sez. 5^, sentenza n. 116 del 19 gennaio 1995, CED Cass. n. 200661; Sez. 6^, sentenza n. 21858 del 19 dicembre 2006, dep. 5 giugno 2007, CED Cass. n. 236689; Sez. 6^, sentenza n. 43207 del 12 novembre 2010, CED Cass. n. 248823; Sez. 1^, sentenza n. 32993 del 22 marzo 2013, CED Cass. n. 256996).

1.1. Deve, peraltro, rilevarsi che, nel caso di specie, il P.M. ricorrente, pur avendo inammissibilmente premesso di voler richiamare integralmente il decreto di sequestro preventivo di urgenza emesso dal proprio ufficio in data 15 marzo 2013 e l’atto di appello cautelare reale, “alle cui argomentazioni in fatto ed in diritto si fa integrale rinvio”, ha poi dettagliatamente indicato in ricorso i punti del provvedimento impugnato censurati, e le questioni di fatto e di diritto che intendeva sottoporre a questa Corte Suprema, in tal modo consentendo l’autonoma individuazione delle questioni che si assumevano irrisolte o mal risolte, e sulle quali si sollecitava il sindacato di legittimità.

2. Questa Corte Suprema ha, inoltre, già chiarito che, in tema di riesame delle misure cautelari reali, nella nozione di “violazione di legge” (per la quale soltanto può essere proposto ricorso per cassazione a norma dell’art. 325 c.p.p., comma 1) rientrano la mancanza assoluta di motivazione o la presenza di motivazione meramente apparente, in quanto correlate all’inosservanza di precise norme processuali, non anche l’illogicità manifesta e la contraddittorietà, le quali possono denunciarsi nel giudizio di legittimità soltanto tramite lo specifico ed autonomo motivo di ricorso di cui all’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. E), (così Sez. un., sentenza n. 5876 del 28 gennaio 2004, P.c. Ferazzi in proc. Bevilacqua, CED Cass. n. 226710 ss.; conforme, da ultimo, Sez. 5^, sentenza n. 35532 del 25 giugno 2010, CED Cass. n. 248129, per la quale, in tema di riesame delle misure cautelari, il ricorso per cassazione per violazione di legge, a norma dell’art. 325 c.p.p., comma 1, può essere proposto solo per mancanza fisica della motivazione o per la presenza di motivazione apparente, ma non per mero vizio logico della stessa).

I FATTI OGGETTO DI INDAGINE. 3. Per un completo riepilogo delle vicende, estremamente complesse ed articolare, oggetto di indagine non può che farsi rinvio ai diffusi capi di imputazione provvisori (ff. 2-9 del ricorso), che si dilungano in ben otto fitte pagine per descriverle.

In questa sede appare sufficiente, in estrema sintesi, ricordare, ripercorrendo i tratti salienti della ricostruzione “storica” operata dal Tribunale nel provvedimento impugnato (cui è legittimo fare riferimento, in difetto – in parte qua – di apprezzabili contestazioni e/o documentati travisamenti), che:

A) – nel 2005 il MONTE DEI PASCHI DI SIENA aveva acquistato da NOMURA INTERNATIONAL PLC le cc.dd. notes ALEXANDRIA, strumento finanziario derivato, complesso, altamente aleatorio e speculativo, che nel corso del tempo si era drasticamente deprezzato, producendo perdite approssimativamente stimabili in circa 220 milioni di Euro;

B) – nel 2009, i due istituti avevano portato a compimento una ancor più complessa negoziazione, avente ad oggetto BTP in scadenza nel 2034, realizzata “mediante un groviglio di operazioni e strumenti derivati, tra loro collegati” (f. 2), ricostruita in dettaglio a f. 3 ss., e considerata dal Tribunale “talmente complicata e di estesa esecuzione, da richiedere una serie di garanzie e controgaranzie” (f. 6), anche questa volta altamente aleatoria e speculativa, ed anche questa volta rivelatasi – come si vedrà, quantomeno allo stato – particolarmente onerosa (immotivatamente e rovinosamente svantaggiosa, a parere del pubblico ministero) per il MONTE DEI PASCHI DI SIENA;

C) – il rinvenimento, in data 10 ottobre 2012, nei locali del MONTE DEI PASCHI DI SIENA di un mandate agreement datato 31 luglio 2009 (non esibito agli ispettori della BANCA D’ITALIA responsabili degli accertamenti condotti sul comparto finanza di MPS nel 2010 e nel 2011: cfr. comunicazione n. 0059210/13 del 18 gennaio 2013), intercorso tra i vertici dei due istituti, rivelava il collegamento tra la complessiva costruzione negoziale avviata nello stesso anno con oggetto BTP a scadenza 2034 e la ristrutturazione delle notes emesse attraverso il veicolo ALEXANDRIA, legittimando l’ipotesi che l’operazione avente ad oggetto i BTP 2034 fosse finalizzata “a spalmare nel tempo le passività di ALEXANDRIA, e a camuffare tali perdite nelle pieghe di bilancio” del MONTE DEI PASCHI DI SIENA (f. 1).

3.1. Secondo l’ipotesi accusatoria, lo scopo perseguito dagli odierni indagati attraverso l’operazione posta in essere nel 2009 sarebbe stato, quindi, quello di “nascondere” le perdite riportate per effetto del negativo andamento delle notes ALEXANDRIA, compensando NOMURA INTERNATIONAL PLC (che accettava di farsi carico della resa negativa delle predette notes, pari, come anticipato, a circa 220 milioni di Euro) attraverso la stipula – nell’ambito del nuovo strumento derivato – di clausole aleatorie nettamente ed ingiustificatamente sbilanciate in suo favore.

La stipula del complesso strumento derivato avente ad oggetto i BTP 2034, collegata all’esigenza di ristrutturazione delle notes ALEXANDRIA, sarebbe stata quindi ispirata “dall’intento di operare una cosmesi bilancistica, che eviti l’evidenza di una grave perdita gestionale, comunque dilazionata nel tempo, assicurando ai vertici MPS il mantenimento dei vantaggi e delle posizioni di privilegio fino ad allora godute”.

Il Tribunale ricorda, in proposito, che (f. 10 s.) “nell’aprile 2009 M. fu rieletto Presidente per un ulteriore triennio”, ed inoltre, che occorreva “rappresentare bilanci in salute per distribuire dividendi agli azionisti, pagare cedole agli obbligazionisti, in particolare quelli del fresh (emessi ai fini dell’aumento di capitale nel quadro dell’acquisto di ANTONVENETA), fra i quali figurava la FONDAZIONE MPS, azionista storico di controllo, per garantirsi bonus e preservare la posizione di potere e prestigio in seno a MPS”, concludendo che “evidentemente l’emersione di perdite sulle notes ALEXANDRIA avrebbe posto M. e V. in posizione problematica”, e che (f. 11) si sarebbe dovuto “rilevare a bilancio una perdita netta di 220 milioni correlata alla svalutazione di ALEXANDRIA, che avrebbe portato a modificare in modo radicale il risultato di esercizio, il quale, al lordo degli effetti economici prodotti dall’operazione, sarebbe stato negativo di 103 milioni sull’individuale e di 48 milioni sul consolidato”.

3.2. Il P.M. risulta, invero, procedere (cfr. provvedimento di non convalida e di rigetto della richiesta di sequestro preventivo emesso dal G.I.P. del Tribunale di Siena in data 26 aprile 2013) anche nei confronti dei soli B., M. e V.:

– per il reato di concorso in ostacolo aggravato all’esercizio delle funzioni delle pubbliche autorità di vigilanza (capo B – art. 110 c.p. – art. 61 c.p., n. 2 – art. 2638 c.c., commi 1 e 3);

– per il reato di concorso in infedeltà patrimoniale aggravata (capo C – art. 110 c.p. – art. 81 c.p., comma 2, – art. 61 c.p., n. 2 – art. 2634 c.c., comma 1);

– per il reato di concorso in false comunicazioni sociali aggravate (capo D – art. 110 c.p. – art. 81 c.p., comma 2, – art. 61 c.p., n. 2 – art. 2622 c.c., commi 1 e 3).

Ed è appena il caso di ricordare che integra il reato di false comunicazioni sociali ex art. 2622 c.c. l’omessa registrazione contabile di operazioni finanziarie ad oggetto la stipulazione di contratti derivati ad alto rischio che si rifletta sulla veridicità del bilancio di una società quotata, determinando un deprezzamento delle azioni dei soci al momento in cui la relativa notizia venga divulgata a seguito degli accertamenti compiuti in proposito dalle autorità di controllo (Sez. 5^, sentenza n. 14759 del 2 dicembre 2011, dep. 17 aprile 2012, CED Cass. n. 252301).

La richiesta cautelare reale in esame non riguarda, peraltro, tali fattispecie, nè coinvolge attualmente il patrimonio personale dei tre indagati intranei ad MPS, avendo il P.M., nell’atto di appello proposto ex art. 322 bis c.p.p., espressamente escluso dal devolutum i cespiti immobiliari e le liquidità degli indagati B., M. e V. (cfr. f. 12 dell’ordinanza impugnata), con opzione naturalmente in questa sede insindacabile.

L’USURA. 4. Ciò premesso, osserva il collegio che il ricorso, per quanto riguarda l’imputazione alternativa di usura ex art. 644 c.p., commi 1 e 3, secondo periodo – art. 5 c.p., n. 1, è infondato.

5. Con riguardo a detta imputazione, il P.M. ricorrente lamenta in primo luogo che il Tribunale del riesame non si sarebbe limitato ad una mera valutazione del fumus commissi delicti, avendo operato un sindacato valutativo ben più approfondito, sulla base di parametri propri del giudizio dibattimentale più che del subprocedimento cautelare, pervenendo ad un conclusivo giudizio sulla infondatezza dell’addebito di usura senz’altro esorbitante rispetto alla più ristretta valutazione che si imponeva ad cautelam.

5.1. La doglianza è manifestamente infondata.

5.2. La dedotta violazione di legge evoca una sorta di “eccesso di potere” in cui i giudici del riesame sarebbero incorsi nel determinare i confini del loro sindacato sul decreto di sequestro preventivo, fuoriuscendo dall’alveo di un mero riscontro circa la sussistenza del fumus, per giungere, invece, ad un giudizio “di merito” che avrebbe finito per snaturare il controllo del riesame.

L’assunto, fondato su una serie di massime giurisprudenziali tralatiziamente riportate, non appare pertinente al caso di specie – nel quale, come si vedrà, i giudici a quibus hanno fatto buon governo dei poteri di sindacato loro devoluti -, e risulta inoltre palesemente incongruo, giacchè confonde il presupposto “minimo”, che deve integrare la base fattuale necessaria e sufficiente per poter disporre la misura cautelare reale, rispetto al reale ambito del controllo giurisdizionale devoluto in sede di gravame all’organo giurisdizionale.

La “sufficienza” del requisito del mero fumus commissi delicti “si raccorda, concettualmente, al fatto che l’adozione della misura può presentarsi – e di regola, anzi, si presenta – allo stesso esordio della indagine, allorchè tutti gli accertamenti ancora devono essere compiuti: e quindi, la base fattuale su cui la misura stessa deve sostenersi, ben può essere rappresentata dalla configurabilità di un reato di cui ancora possono risultare nebulose tutte le interferenze in ordine alle varie responsabilità soggettive. Da qui, dunque, la certa non riferibilita al tema delle cautele reali del presupposto dei gravi indizi di colpevolezza, che, invece, caratterizza (per evidenti esigenze di garanzia, postulate come indispensabili dal nuovo codice, a differenza di quanto prevedeva il codice Rocco) le misure cautelari personale”.

Peraltro, “la “base” probatoria su cui si sostanzia il provvedimento di sequestro è “flessibile” in ragione dei diversi stadi di accertamento dei fatti: se a legittimare la misura è “sufficiente” il fumus, ciò non toglie che la relativa sussistenza può formare oggetto di scrutini “contenutisticamente” differenziati a seconda del materiale che il pubblico ministero ritiene di devolvere al giudice chiamato ad adottare la misura e, poi, a scrutinare la legittimità del provvedimento in sede di impugnazione” (Sez. 2^, sentenza n. 47421 del 16 dicembre 2011).

Nel caso in cui gli elementi prodotti dal pubblico ministero documentino la “sussistenza” del reato in termini congrui, potrà dirsi raggiunto il (necessario e sufficiente) fumus e, quindi, integrato il presupposto “minimo” per l’adozione della misura cautelare reale; tuttavia, nei casi in cui – come accaduto nel caso di specie – il materiale di indagine permetta al giudice di rilevare l’insussistenza di uno o più degli elementi essenziali per configurare la fattispecie di reato configurata ad cautelam, non può certo pretendersi che il giudice, cui il tema sia stato devoluto, sia obbligato a “degradare” il proprio potere di sindacato, limitandosi ad un accertamento “più superficiale”, sul rilievo che, altrimenti, il controllo proprio del subprocedimento cautelare risulterebbe snaturato.

In presenza di compiute indagini che abbiano consentito – come nella specie – l’acquisizione di articolate risultanze, dalle quali possa prima facie emergere il fumus di un determinato reato, ma anche, all’esito di una più penetrante disamina, la sua non configurabilità, sarebbe abnorme il comportamento del giudice che limiti la propria disamina all’apparente configurabilità del fumus, rinunciando ad operare il più penetrante sindacato che pure gli elementi acquisiti gli consentirebbero, poichè l’esercizio della giurisdizione cautelare è sempre finalizzato all’anticipazione degli effetti del futuro giudizio di merito, che in questo caso risulterebbero in contrasto rispetto agli effetti della misura cautelare in ipotesi disposta.

Va, in proposito, affermato il seguente principio di diritto: “Ai fini dell’adozione di un provvedimento di sequestro preventivo è sufficiente il mero “fumus commissi delicti”, perchè l’adozione della misura può intervenire nella fase iniziale dell’indagine preliminare, allorchè tutti gli accertamenti ancora devono essere compiuti. Tuttavia, in ragione della flessibilità della base probatoria su cui si sostanzia il provvedimento di sequestro in relazione ai diversi stadi di accertamento dei fatti, la sussistenza del “fumus” può formare oggetto di scrutini contenutisticamente differenziati, a seconda del materiale posto dal P.M. a sostegno della richiesta di emissione della misura, non potendo pretendersi che – in siffatta evenienza – il giudice sia obbligato a degradare il proprio potere di sindacato, limitandosi ad un accertamento più superficiale, sul rilievo che, altrimenti, il controllo proprio del subprocedimento cautelare risulterebbe snaturato”.

5.3. Nulla di tutto ciò è avvenuto con riguardo alla vicenda in esame, posto che il provvedimento impugnato, in termini assolutamente immuni da censure, ha evidenziato le ragioni per le quali, in relazione alla stipula dei contratti su derivati oggetto di contestazione, non è configurabile – come si vedrà – l’ipotizzata fattispecie di usura, limitandosi a valorizzare, per intero, il cospicuo materiale istruttorio prodotto dal P.M., puntualmente (come inevitabile) analizzato.

6. Con riguardo alla medesima imputazione, il P.M. ricorrente lamenta, inoltre, quanto segue:

– il Tribunale del riesame avrebbe ammesso (f. 22) che la fattispecie di cui all’art. 644 c.p., comma 3, ultima parte, potrebbe astrattamente attagliarsi ad ipotesi di esecuzione di complessi meccanismi finanziari anche tra banche, ma ciononostante non avrebbe poi indicato compiutamente le ragioni per le quali ha conclusivamente ritenuto mancante il fumus della predetta fattispecie di reato;

– l’ipotizzata fattispecie di usura sarebbe configurabile anche in presenza di un contratto civilisticamente lecito, e non potrebbe, pertanto, assumere alcun rilievo il fatto che le pattuizioni intercorse tra il MONTE DEI PASCHI DI SIENA e NOMURA INTERNATIONAL PLC consistessero in meccanismi finanziari di per sè legittimi e diffusi nella prassi bancaria: la verifica della legittimità civilistica del sinallagma e degli strumenti negoziali accessori impiegati sarebbe, pertanto, penalmente irrilevante;

– non sarebbe condivisibile la ritenuta non configurabilità del reato in difetto di un valido tertium comparationis (f. 33 del ricorso), che ha, al contrario, decisivamente condizionato il conclusivo giudizio espresso dal Tribunale quanto alla non configurabilità dell’ipotizzata usura in concreto;

– analoghe censure andrebbero mosse alla valutazione inerente al requisito della “sproporzione” tra le reciproche obbligazioni.

In conclusione, a parere del P.M., potrebbe “tranquillamente affermarsi che l’impugnata ordinanza merita di essere cassata per violazione dell’art. 644 c.p., comma 3 nella parte in cui non valuta, al fine di verificare la sproporzione tra le prestazioni corrispettive, tutte le componenti negoziali della complessa operazione economica posta in essere tra BMPS e NOMURA. Il dettato normativo, indipendentemente dalla complessità degli schemi negoziali adottati dai contraenti, invero esige che il giudice prima di emettere un giudizio di usurarietà (e in sede di procedimento cautelare reale una prognosi sul fumus commissi delicti debba considerare tutte le prestazioni e le controprestazioni in giuoco, compresi gli altri vantaggi o compensi, e solo successivamente, dopo averne analizzate le ricadute economico-patrimoniali, potrà valutare se sia stato consumato il delitto, ovvero nell’ipotesi in discorso se ve ne sia il fumus”).

6.1. Tali doglianze, che possono essere esaminate congiuntamente, attenendo tutte alla configurabilità della materialità del reato di cui all’art. 644 c.p., commi 1 e 3, secondo periodo – art. 5 c.p., n. 1 – (usura in concreto), risultano, nel complesso, infondate.

6.2. L’art. 644 c.p. (usura) costituisce norma a più fattispecie, incriminando le seguenti distinte condotte:

– “farsi dare o promettere, sotto qualsiasi forma, per sè o per altri, in corrispettivo di denaro c.d. usura pecuniaria o di altra utilità c.d. usura reale, interessi o altri vantaggi usurari” (art. 644, comma 1: c.d. prestazione usuraria);

– “procurare a taluno una somma di denaro od altra utilità facendo dare o promettere, a sè o ad altri, per la mediazione, un compenso usurario” (art. 644, comma 2: c.d. mediazione usuraria).

Il delitto di usura inteso in senso lato (ovvero comprensivo di entrambe le predette fattispecie), si configura come reato a schema duplice, poichè integrato da distinte condotte (destinate strutturalmente l’una – dazione – ad assorbire l’altra – promessa -, con l’esecuzione della pattuizione usuraria), aventi in comune l’induzione del soggetto passivo alla pattuizione di interessi od altri vantaggi usurari in corrispettivo di una prestazione di denaro o di altra cosa mobile, delle quali l’una è caratterizzata dal conseguimento del profitto illecito e l’altra dalla sola accettazione del sinallagma ad esso preordinato.

Con riguardo alla cd. prestazione usuraria (art. 644 c.p., comma 1), il limite oltre il quale gli interessi sono sempre considerati usurari è stabilito dalla legge (art. 644 c.p., comma 3, prima parte), ed è pari al tasso medio relativo alla categoria di operazioni in cui il credito di volta in volta accordato è ricompreso, aumentato della metà (c.d. tasso-soglia: la L. n. 108 del 1996, all’art. 2 indica analiticamente il procedimento per la determinazione dei tassi-soglia, affidando al Ministro del Tesoro solo il limitato ruolo di “fotografare”, secondo rigorosi criteri tecnici, l’andamento dei tassi finanziari).

Il legislatore ha precisato che, per la determinazione del tasso di interesse usurario, “si tiene conto delle commissioni, remunerazioni a qualsiasi titolo e delle spese, escluse quelle per imposte e tasse, collegate alla erogazione del credito” (art. 644 c.p., comma 4).

6.3. La fattispecie di usura sin qui descritta è la c.d. usura presunta: per la sua integrazione è sufficiente la pattuizione di un tasso di interessi che ecceda il limite consentito, ovvero il tasso- soglia, anche in difetto della prova che il soggetto attivo abbia approfittato di uno stato di difficoltà della vittima (la dottrina ha bene osservato, in relazione a tale fattispecie, che “si può anche ritenere che il legislatore presuma in maniera assoluta che il soggetto attivo profitti della condizione di bisogno e di difficoltà della vittima”).

6.4. Tuttavia sono espressamente considerati usurari anche “gli interessi, anche se inferiori a tale limite ovvero al c.d. tasso- soglia, e gli altri vantaggi o compensi che avuto riguardo alle concrete modalità del fatto e al tasso medio praticato per operazioni similari risultano comunque sproporzionati rispetto alla prestazione di denaro o di altra utilità, ovvero all’opera di mediazione, quando chi li ha dati o promessi si trova in condizioni di difficoltà economica o finanziaria” (art. 644 c.p., comma 3, secondo periodo).

Mosso dalla evidente finalità di “colmare possibili vuoti di tutela” (in relazione a casi nei quali la vittima, in stato di difficoltà, sia stata costretta ad accettare prestiti a tasso di interesse di poco inferiore a quello che per legge è usurario) il legislatore ha, pertanto, previsto, accanto alla usura presunta, una (distinta ed autonoma) fattispecie di cd. usura in concreto, collegata a quella presunta da un implicito nesso di sussidiarietà (essendo la cd. usura in concreto configurarle solo ove non sia configurabile quella presunta).

6.5. Perchè sia integrata la c.d. usura in concreto (ipotizzata dal P.M. territoriale ricorrente, alternativamente alla truffa, nell’ambito del presente procedimento, e relativamente alla quale non risultano decisioni edite di questa Corte Suprema, che, pertanto, sembrerebbe chiamata ad occuparsene per la prima volta), occorre che:

– il soggetto passivo versi in condizioni di difficoltà economica o finanziaria;

– gli interessi pattuiti (pur se inferiori al tasso-soglia usurario ex lege) ed i vantaggi e i compensi risultino, avuto riguardo alle “concrete modalità del fatto e al tasso medio praticato per operazioni similari”, comunque “sproporzionati rispetto alla prestazione di denaro o di altra utilità, ovvero all’opera di mediazione”.

Trattasi di elementi il cui accertamento in concreto (diversamente dai casi di usura cd. presunta) è rimesso alla discrezionalità del giudice.

6.5.1. La condizione di “difficoltà economica” si distingue da quella di “difficoltà finanziaria” in quanto:

– la prima consiste in una carenza, anche solo momentanea, di liquidità, a fronte di una condizione patrimoniale di base nel complesso sana;

– la seconda investe, più in generale, l’insieme delle attività patrimoniali del soggetto passivo, ed è caratterizzata da una complessiva carenza di risorse e di beni.

6.5.2. Pur essendo innegabile che le “difficoltà economiche o finanziarie” costituiscano concetto affine allo “stato di bisogno” (art. 644 c.p., comma 5, n. 3), nondimeno è evidente l’intenzione del legislatore di attribuire ad essi significati differenti: a ciò induce già il dato letterale, ovvero la diversa terminologia adoperata nel medesimo contesto (le distinte nozioni sono, infatti, evocate dalla stessa norma, l’art. 644 c.p.), che rivela, a parere del collegio, la trasparente intenzione del Legislatore di fare riferimento a situazioni diverse, poichè, in caso contrario, sarebbe davvero incomprensibile l’impiego, in una stessa norma, di distinti termini per indicare il medesimo concetto.

Alle medesime conclusioni induce la considerazione della diversa natura giuridica a ciascuno riconosciuta (le “difficoltà economiche o finanziarie” contribuiscono a integrare la materialità della c.d. usura in concreto; lo “stato di bisogno” costituisce oggi mera circostanza aggravante).

La dicotomia era già esistente in passato, vigenti il vecchio testo dell’art. 644 c.p. (che richiedeva la sussistenza dello stato di bisogno della vittima ai fini dell’integrazione dell’elemento materiale del reato di usura) e l’abrogato art. 644 bis c.p. (c.d. usura impropria, che richiedeva, quale elemento costitutivo, l’approfittamento delle condizioni di difficoltà economica o finanziaria della vittima).

In questa sede, appare sufficiente precisare unicamente che la condizione di difficoltà economica o finanziaria consiste in una situazione meno grave (tale da privare la vittima di una piena libertà contrattuale, ma in astratto reversibile) del vero e proprio stato di bisogno (al contrario, consistente in uno stato di necessità tendenzialmente irreversibile, non tale da annientare in modo assoluto qualunque libertà di scelta, ma che comunque, comportando un impellente assillo, compromette fortemente la libertà contrattuale del soggetto, inducendolo a ricorrere al credito a condizioni sfavorevoli).

6.5.3. Deve, inoltre, ritenersi che la situazione di “difficoltà economica o finanziaria” vada valutata in senso (non meramente soggettivo, ovvero sulla base delle valutazioni personali della vittima, opinabili e di difficile accertamento ex post, bensì) oggettivo, ovvero valorizzando parametri desunti dal mercato.

A ciò induce la necessità, sempre cogente per l’interprete, di ridurre i già ampi margini di indeterminatezza della fattispecie.

6.6. Per quanto riguarda l’elemento psicologico, l’usura è un delitto a dolo generico, nel cui “fuoco” rientrano la coscienza e volontà di concludere un contratto sinallagmatico con interessi, vantaggi o compensi usurari.

Con specifico riferimento alla c.d. usura in concreto, il dolo include anche la consapevolezza della condizione di difficoltà economica o finanziaria del soggetto passivo e la sproporzione degli interessi, vantaggi o compensi pattuiti rispetto alla prestazione di denaro o di altra utilità, ovvero all’opera di mediazione.

6.7. Vanno, conclusivamente sul punto, affermati i seguenti principi di diritto:

“Ai fini dell’integrazione dell’elemento materiale della c.d. usura in concreto (art. 644 c.p., commi 1 e 3, seconda parte) occorre che il soggetto passivo versi in condizioni di difficoltà economica o finanziaria e che gli interessi (pur inferiori al tasso-soglia usurario ex lege) ed i vantaggi e i compensi pattuiti, risultino, avuto riguardo alle concrete modalità del fatto e al tasso medio praticato per operazioni similari, sproporzionati rispetto alla prestazione di denaro o di altra utilità, ovvero all’opera di mediazione”.

“In tema di c.d. usura in concreto (art. 644 c.p., commi 1 e 3, seconda parte) la “condizione di difficoltà economica” della vittima consiste in una carenza, anche solo momentanea, di liquidità, a fronte di una condizione patrimoniale di base nel complesso sana; la “condizione di difficoltà finanziaria” investe, invece, più in generale l’insieme delle attività patrimoniali del soggetto passivo, ed è caratterizzata da una complessiva carenza di risorse e di beni”.

“In tema di c.d. usura in concreto (art. 644 c.p., commi 1 e 3, seconda parte) le “condizioni di difficoltà economica o finanziaria” della vittima (che integrano la materialità del reato) si distinguono dallo “stato di bisogno” (che integra la circostanza aggravante di cui all’art. 644 c.p., comma 5, n. 3) perchè le prime consistono in una situazione meno grave (tale da privare la vittima di una piena libertà contrattuale, ma in astratto reversibile) del secondo (al contrario, consistente in uno stato di necessità tendenzialmente irreversibile, non tale da annientare in modo assoluto qualunque libertà di scelta, ma che comunque, comportando un impellente assillo, compromette fortemente la libertà contrattuale del soggetto, inducendolo a ricorrere al credito a condizioni sfavorevoli)”.

“In tema di c.d. usura in concreto (art. 644 c.p., commi 1 e 3, seconda parte) le “condizioni di difficoltà economica o finanziaria” della vittima (che integrano la materialità del reato) vanno valutate in senso oggettivo, ovvero valorizzando parametri desunti dal mercato, e non meramente soggettivo, ovvero sulla base delle valutazioni personali della vittima, opinabili e di difficile accertamento ex post”.

“In tema di cd. usura in concreto (art. 644 c.p., commi 1 e 3, seconda parte) il dolo generico, oltre alla coscienza e volontà di concludere un contratto sinallagmatico con interessi, vantaggi o compensi usurari, include anche la consapevolezza della condizione di difficoltà economica o finanziaria del soggetto passivo e la sproporzione degli interessi, vantaggi o compensi pattuiti rispetto alla prestazione di denaro o di altra utilità, ovvero all’opera di mediazione”.

7. Ciò premesso in diritto, ed evidenziata (come dedotto anche dalle difese nelle memorie in atti) la parziale intrinseca contraddittorietà delle doglianze del P.M., che lamenta, ad un tempo, un eccesso ed una carenza motivazionale, deve rilevarsi che risultano del tutto insussistenti le dedotte violazioni di legge, poichè il Tribunale del riesame ha correttamente identificato – in difetto di una previa elaborazione giurisprudenziale – gli elementi costitutivi del reato de quo, determinandosi di conseguenza nella concreta valutazione delle acquisite risultanze istruttorie.

A ben vedere, lo stesso P.M., più che vere e proprie violazioni di legge (neanche compiutamente indicate, ma più che altro enunciate), lamenta vizi della motivazione che, tuttavia, richiamati i rilievi di cui al 2 di queste Considerazioni in diritto, appare in parte qua certamente non mancante nè meramente apparente.

7.1. Il Tribunale (con motivazione esauriente, nel complesso incensurabile in questa sede) ha, infatti, escluso la configurabilità dell’ipotizzata usura in concreto, ritenendo (f. 2 ss.) che non sussistesse l’oggettiva evidenza di una sproporzione delle prestazioni corrispettive delle parti, nè avendo riguardo alle concrete modalità delle intercorse pattuizioni, nè avendo riguardo al tasso medio praticato con riferimento ad operazioni similari.

7.1.1. Quanto al difetto dell’oggettiva evidenza di una sproporzione delle prestazioni corrispettive delle parti, avuto riguardo alle concrete modalità delle intercorse pattuizioni, è stata valorizzata la circostanza fattuale certa che, nell’ambito della successiva operazione di ristrutturazione delle notes culminata nell’acquisto dei BTP 2034, “realizzato mediante un groviglio di operazioni e strumenti derivati, tra loro collegati”, sia stata ammortizzata dal MONTE DEI PASCHI DI SIENA (la presunta vittima) la perdita – stimata più o meno in 220 milioni di Euro – correlata al cattivo rendimento delle ALEXANDRIA notes, il che ha certamente prodotto un rilevante vantaggio in favore della presunta vittima della configurata usura, e, dal punto di vista contrattuale, doveva necessariamente avere un costo, più o meno ingente, atteso che la controparte aveva accettato di assumere il relativo onere.

Osserva, in proposito, il Tribunale, che “il superamento delle passività determinate dalle notes ALEXANDRIA, attraverso la sostituzione con derivati più sicuri, si è risolto in un beneficio per la banca. La stessa colossale operazione del BTP 2034 non è altro che un sistema per sostituire a tale perdita un onere, certamente maggiore in termini quantitativi (proprio perchè occorreva pagare un costo), ma con il vantaggio della dilazione del tempo” (f. 6).

Inoltre, richiamato (f. 19 s.) il contenuto della Relazione redatta dalla Banca d’Italia a seguito della disposta ispezione dell’Ispettorato di Vigilanza, si è concluso sul punto che, nel caso di specie, “l’apprezzamento di uno squilibrio tra le prestazioni è difficilmente ancorabile a dati certi ed oggettivi, e qualunque valutazione sia prospettata, essa presenti notevoli margini di opinabilità”.

7.1.2. Nè il requisito della “sproporzione” emergeva avendo riguardo al tasso medio praticato con riferimento ad operazioni similari.

La sua insussistenza è stata motivatamente argomentata (f. 22 ss.), evidenziando che l’anomalo obbligo di overcollateralization (15%, rispetto ad una prassi che può arrivare tra il 5 e l’8%) trovava “un’astratta giustificazione nella circostanza che il rischio sulla garanzia si sommava al “rischio controparte”, in quanto è largamente ipotizzabile che in caso di default del sistema Italia sarebbero venute meno anche le garanzie offerte da una controparte banca italiana”, e valorizzando la necessità di non analizzare l’operazione riguardante i BTP 2034 nei suoi singoli aspetti (rendimento, per MPS, dei BTP 2034, nettamente inferiore alla cedola nominale; individuazione di commissioni occulte), ma tenendo anche conto del vantaggio conseguito per effetto della ristrutturazione delle notes ALEXANDRIA, in virtù dell’inscindibile collegamento esistente tra le due operazioni negoziali.

Il Tribunale ha, inoltre, riproposto la considerazione del G.I.P. che, in assenza di elementi obiettivi per ritenere come indebiti e sproporzionati i vantaggi economici conseguiti da NOMURA INTERNATIONAL PLC per effetto della complessiva negoziazione conclusa con MPS, aveva evocato le trattative intercorse con una diversa banca di affari (JP MORGAN), con la quale si era prospettata una trattativa più o meno analoga a quella in esame (“identico era il costo di ristrutturazione; uguale sarebbe stato lo strumento utilizzato (Repo a 30 anni) con riconoscimento di un margine di profitto per il finanziatore JPM; l’affare non andò in porto non già per le inadeguate condizioni negoziali della transazione, ma perchè la banca americana richiese che i termini dell’accordo venissero riportati in bilancio, quantomeno in una nota integrativa e sottoposti al controllo del revisore. Ma ciò, come già sottolineato, non rispondeva ai veri intenti dei vertici MPS, di occultare le perdite maturate sul veicolo ALEXANDRIA”: f. 24).

Ha, infine, rilevato (f. 24 s.) che “nel documento depositato dalla Procura, tratto dal proc. collegato n. 845/12, trasmesso da BI. D. a B.C. il 17.11.2009, di apparente provenienza Area Bilancio, Area ARM, Area Finanza, si attesta altresì l’offerta di altra controparte, la NATIXIS, di finanziamento su titoli italiani a scadenza più breve ad uno spread “ben peggiore del finanziamento ottenuto per 25 anni allo spread di EURIBOR + 59 bps”.

Ed ha concluso (f. 25) che “l’unico parametro concreto che gli atti processuali offrono è quello delle condizioni (analoghe) offerte da altra banca, con l’unica differenza della trasparenza di bilancio, che però, a parte il fatto di confermare l’intento degli indagati MPS, poco ha a che fare con l’usura”.

7.2. Tali considerazioni (f. 21) sono state dal Tribunale motivatamente considerate assorbenti.

7.3. In verità, il G.I.P. (i cui rilievi sono riportati a f. 13 dell’impugnata ordinanza) aveva anche rilevato “la non apprezzabilita di uno stato di difficoltà finanziaria dell’Istituto vittima della pretesa usura”.

7.3.1. Il Tribunale, pur in difetto di un sistematico riferimento al requisito (avendo, come anticipato, ritenuto assorbenti i rilievi inerenti al ritenuto difetto dell’oggettiva evidenza di una sproporzione delle prestazioni corrispettive delle parti, ed all’impossibilità di operare positivamente, ai fini de quibus, la verifica del requisito della “sproporzione” con riferimento ad operazioni similari), in più punti della motivazione ha, a sua volta, implicitamente mostrato di ritenere insussistente, o comunque privo di rilievo ai fini de quibus, l’eventuale stato di difficoltà economico-finanziaria del MONTE DEI PASCHI DI SIENA (in dipendenza della ingente perdita prodotta dalla passata stipula delle notes ALEXANDRIA), valorizzando piuttosto, quale “motore” della complessa operazione finanziaria a lungo termine posta in essere, non l’esigenza dei vertici di MPS di ovviare ad un tale stato di difficoltà, bensì quella di alcuni tra gli indagati di nascondere la predetta perdita (e con essa la propria avventatezza nella stipula del derivato che detta perdita aveva originato), nell’imminenza del rinnovo delle cariche sociali.

7.4. Ne consegue che non potrebbe dirsi accertato, pur allo stadio del necessario fumus, che la complessa operazione avente ad oggetto i BTP 2034 abbia visto, “sulla base di parametri desunti dal mercato”, uno dei contraenti (ovvero, naturalmente, il MONTE DEI PASCHI DI SIENA) agire in “carenza, anche solo momentanea, di liquidità”, ovvero “in complessiva carenza di risorse e di beni”, nè “privato di una piena libertà contrattuale” (cfr. principi di diritto riepilogati nel 6.7. di queste Considerazioni in diritto).

7.4.1. In considerazione dell’insieme delle ragioni sin qui riepilogate, correttamente il Tribunale ha ritenuto non configurabile il fumus della ipotizzata usura reale in concreto.

7.4.2. Il ricorso del P.M. è, pertanto, in parte qua, infondato.

LA TRUFFA. 8. Diversamente, con riguardo all’imputazione alternativa di concorso in truffa pluriaggravata mediante induzione in errore, il ricorso è fondato.

9. Il Tribunale del riesame ha escluso la configurabilita del fumus del predetto reato essenzialmente per due ragioni, ovvero:

– in difetto della emergenza ex actis delle ipotizzate condotte di induzione in errore e, comunque, della loro efficacia causale in ordine al danno lamentato;

– in difetto di un danno per MPS. 9.1. In sintesi, il P.M. lamenta che, sul punto, la motivazione del Tribunale del riesame sia “talmente povera da risultare apparente se non del tutto carente”, ripercorrendola e censurandone la congruità sotto più profili, in particolare lamentando l’omessa considerazione delle dichiarazioni rese dal teste MO.MA. e la solo parziale valutazione delle dichiarazioni del teste C.G. (f. 16 del ricorso: trattasi di due alti funzionari del MPS).

E conclude che gli organi interni del MONTE DEI PASCHI DI SIENA non conoscevano la reale portata dell’operazione, come confermato anche dal conclusivo documento redatto dalla BANCA D’ITALIA, in particolare con riguardo al collegamento tra le notes ALEXANDRIA e l’operazione avente ad oggetto i BTP 2034.

10. La fattispecie tratta al vaglio di questa Corte Suprema integra una ipotesi di cd. truffa contrattuale.

10.1. Questa Corte Suprema ha già chiarito – per quanto in questa sede rileva – che la c.d. truffa contrattuale ricorre in tutti i casi nei quali l’agente abbia posto in essere artifici e raggiri al momento della conclusione del negozio giuridico, traendo in inganno il soggetto passivo, indotto a prestare un consenso che altrimenti non avrebbe prestato (così, per prima, Sez. 2^, sentenza n. 441 del 16 marzo 1966, CED Cass. n. 102034; in senso conforme, più recentemente, ex multis, Sez. 2^, sentenza n. 3538 del 7 novembre 1980, dep. 17 aprile 1981, CED Cass. n. 148455, e Sez. 2^, sentenza n. 47623 del 29 ottobre 2008, CED Cass. n. 242296).

Ed è idoneo ad integrare il delitto di truffa contrattuale anche l’artificio o raggiro avente ad oggetto aspetti negoziali collaterali, accessori o esecutivi del contratto principale, se la conoscenza degli stessi avrebbe indotto la persona offesa a non concludere l’affari (Sez. 2^, sentenza n. 34908 del 7 maggio 2013, CED Cass. n. 257103).

La truffa contrattuale è configurabile indipendentemente dallo squilibrio oggettivo nelle rispettive controprestazioni, poichè l’ingiusto profitto del deceptor ed il correlativo danno del deceptus consistono essenzialmente nel fatto costituito dalla stipulazione del contratto (Sez. 2^, sentenza n. 6557 del 13 dicembre 1982, dep. 14 luglio 1983, CED Cass. n. 159923; Sez. 2^, sentenza n. 51760 del 3 settembre 2013, CED Cass. n. 258068): a nulla rileva, quindi, che venga in ipotesi pagato dal deceptus un giusto corrispettivo in cambio della prestazione truffaldinamente conseguita, posto che il reato si realizza per il solo fatto che la parte sia addivenuta alla stipulazione del contratto, che altrimenti non avrebbe stipulato, in ragione degli artifici e dei raggiri posti in essere dall’agente (Sez. 2^, sentenza n. 12027 del 23 settembre 1997, CED Cass. n. 210456).

10.2. Va, in proposito, ribadito il seguente principio di diritto:

“La c.d. truffa contrattuale – che ricorre in tutti i casi nei quali l’agente abbia posto in essere artifici e raggiri (aventi ad oggetto anche aspetti negoziali collaterali, accessori od esecutivi del contratto principale, risultati rilevanti ai fini della prestazione del consenso) al momento della conclusione del negozio giuridico, traendo in inganno il soggetto passivo, indotto a prestare un consenso che altrimenti non avrebbe prestato – è configurabile indipendentemente dallo squilibrio oggettivo delle rispettive controprestazioni, poichè l’ingiusto profitto del deceptor ed il correlativo danno del deceptus consistono essenzialmente nel fatto costituito dalla stipulazione del contratto”.

11. A parere de Tribunale, “l’interrogativo fondamentale che sta alla base delle valutazioni necessarie circa il fumus che deve rinvenirsi nell’ipotesi cautelare è se il prezzo pagato da MPS (ove si ipotizzi) la truffa, rappresenti (…) un danno” (così, inequivocabilmente, a f. 7).

A tale interrogativo ha risposto in senso negativo.

11.1. A sostegno di tale affermazione, il Tribunale ha, in primo luogo, posto il rilievo della asserita non valutabilità – allo stato – della eventuale sussistenza di profili di danno per il MONTE DEI PASCHI DI SIENA, in considerazione delle connotazioni strutturali intrinseche del derivato avente ad oggetto i BTP 2034.

Sono stati, in proposito, adesivamente richiamati i principi affermati da Sez. 2^, sentenza n. 47421 del 16 dicembre 2011 (“qualora l’oggetto materiale del reato sia costituito da titoli di credito, il momento della sua consumazione è quello della acquisizione da parte dell’autore del reato, della relativa valuta, attraverso la loro riscossione o utilizzazione, poichè solo per mezzo di queste si concreta il vantaggio patrimoniale dell’agente e nel contempo diviene definitiva la potenziale lesione del patrimonio della persona offesa”; per poter stabilire se il derivato ha prodotto effetti a vantaggio oppure in danno dei singoli contraenti, “occorre procedere ad una disamina a posteriori, allorchè, cioè, il contratto abbia raggiunto la sua normale scadenza, visto che, tra l’altro, prima di tale evento sono previsti meccanismi di aggiustamento destinati proprio ad operare un bilanciamento fra le posizioni dei contraenti, e non cadere entro meccanismi o clausole vessatorie”).

E si è, sul punto, concluso che l’esito della complessa operazione sui BTP 2034, avente natura di strumento derivato altamente aleatorio, potrà essere valutato soltanto alla scadenza, sottolineando esemplificativamente (f. 15) che già successivamente all’emissione del decreto di sequestro di urgenza da parte del P.M. la situazione, per effetto dell’andamento dei mercati internazionali, era parzialmente mutata in favore di MPS. 11.2. Il Tribunale ha, inoltre, più in generale osservato che nella fattispecie concreta risulterebbero non configurabili veri e propri profili di danno oggettivamente rilevabile per MPS, dovendo tenersi conto – per valutare la proficuità o meno dell’intera operazione – anche degli effetti favorevoli immediatamente conseguiti, attraverso la neutralizzazione di una grave perdita gestionale, con dilazione della – pur gravosissima – controprestazione nel tempo, in 25 anni.

11.2.1. I rilievi separatamente dedicati alle possibili intenzioni degli indagati intranei ad MPS potrebbero, peraltro, evocare l’ulteriore illecito, ma pur sempre soggettivamente rilevante, vantaggio di riuscire a nascondere – proprio in virtù della predetta dilazione – nelle pieghe del bilancio le nefaste conseguenze della cattiva gestione delle notes ALEXANDRIA, altrimenti prima facie rilevabile, e proprio nell’imminenza del rinnovo delle cariche societarie.

Ma tutto ciò si risolverebbe a vantaggio dei soli B., M. e V., non certo del MONTE DEI PASCHI DI SIENA. 11.3. Il Tribunale ha, inoltre, considerato “assodato”> (f. 17) che “in ambiente MPS fosse noto ed accettato che l’operazione avrebbe avuto un costo, la cui quantificazione era stata oggetto di ripetuti scambi di opinioni”, aggiungendo (f. 25 s.) che “se anche qualcuno dei funzionari tecnici abbia nutrito qualche dubbio sulla economicità e correttezza dell’operazione, le eventuali rimostranze non ebbero, e non potevano avere, alcun peso nelle decisioni assunte”.

Ha richiamato, peraltro, le sole dichiarazioni di BI. (“secondo cui pur avendo MO.MA., capo dell’Area Amministrazione e Bilancio di MPS, assunto un atteggiamento fermo, rappresentando che a suo parere l’operazione “non doveva essere assolutamente fatta”, il Direttore Generale V., come in altre occasioni, non rispose alle obiezioni tecniche argomentando la sua convinzione circa la bontà dell’operazione la quale doveva essere realizzata per il “bene della Banca”) e di C.G. (capo della Risk Contrai Unit di MPS), alle cui perplessità lo stesso V. avrebbe risposto che “lui non poteva perdere tempo ad implementare le formule matematiche del sistema perchè il mercato “scappa” e le occasioni vanno colte al volo”.

Ed ha conclusivamente (f. 26) espresso “forti dubbi sul profilo della induzione in errore, necessaria ai fini della configurabilità della fattispecie di truffa”, affermando che quanto posto a fondamento dell’impostazione dell’accusa (secondo la quale “almeno tre alti funzionari, MO., BI. e C., non sapevano che l’operazione ALEXANDRIA del 2005 e poi l’operazione NOMURA erano collegate, cioè “leggendole” insieme acquisivano un significato ben diverso e quindi proprio per impedire questa lettura sinottica il Mandate agreement del 31.7.2009 era stati tenuto nascosto”) non sarebbe esatto, perchè “a BI. era stato inviato da B. con una mail del 26.6.2009 il testo della conference call nel quale si faceva espresso riferimento al Mandate agreement. C. a sua volta sapeva tanto da dichiarare a s.i.t. di essere stato contrario alla ristrutturazione di ALEXANDRIA proprio perchè aumentava l’esposizione in BTP per un arco temporale di 30 anni”.

12. Può convenirsi, in diritto, con il Tribunale che “ricorrono gli estremi della truffa contrattuale quando uno dei contraenti tace o dissimula circostanze (…) che, ove conosciute, avrebbero indotto l’altro contraente ad astenersi dal concludere il contratto” (così testualmente in motivazione – con affermazione di principio in parte non coincidente con la citazione del Tribunale – Sez. 2^, sentenza n. 47623 del 29 ottobre 2008, non massimata sul punto).

La stessa decisione prosegue, peraltro, aggiungendo, sempre in motivazione, che “Sussistono gli elementi dell’ingiusto profitto e del danno anche in assenza di squilibrio tra i valori delle controprestazioni, in quanto ingiusto profitto e danno sono costituiti dal vantaggio e dal pregiudizio rispettivamente derivanti alle parti dalla stipula del contratto (Cass. 2^ 14.7.83 n. 6557, ud.

13.12.82, Gava). Sussiste il reato di truffa “contrattuale” anche se si sia pagato il giusto corrispettivo della controprestazione effettivamente fornitagli (nella fattispecie non vi sono stati indennizzi di sinistri), realizzandosi l’illecito per il solo fatto che si sia addivenuti alla stipulazione di un contratto che, senza gli artifici e raggiri posti in essere dall’agente, non sarebbe stato stipulato (Cass. 2^ 23.9.97 n. 12027, depositata il 23.12.97, rv. 210456)”.

A tale ultimo principio, che il collegio condivide e ribadisce, il Tribunale, come si vedrà, non si è correttamente conformato.

12.1. Il Tribunale cita, inoltre, Sez. 2^, sentenza n. 1539 del 15 dicembre 2005 (dep. 16 gennaio 2006) nei seguenti termini: “in tema di truffa dell’amministratore unico di una società per azioni, l’induzione in errore degli organi societari di controllo deve essere tale da avere impedito il loro intervento, che altrimenti potrebbe sostanziarsi nella revoca dell’amministratore e dell’atto di disposizione patrimoniale” (f. 26).

La citata decisione è stata così massimata (CED Cass. n. 232861):

“Integra il delitto di truffa, fuori dall’ipotesi dell’amministratore unico di una società per azioni che ne sia anche unico azionista, il compimento da parte dell’amministratore di una S.p.A., in accordo col soggetto estraneo alla società, di un atto di disposizione patrimoniale in danno della società, seguito dall’induzione in errore degli organi societari di controllo (consiglio di amministrazione, collegio sindacale, collegio dei revisori e assemblea dei soci), impediti dagli artifici e raggiri nel loro intervento, che altrimenti potrebbe sostanziarsi nella revoca dell’amministratore e dell’atto di disposizione patrimoniale.

(Fattispecie in cui l’amministratore delegato di una società di leasing finanziario, in complicità con il soggetto contraente, ha erogato somme di denaro per l’acquisto di beni da concedere in leasing, e poi ha indotto in errore gli organi societari con gli artifici e raggiri consistiti nel simulare l’esistenza dei beni oggetto del contratto di leasing, causando alla società il danno patrimoniale dell’erogazione di una somma di denaro per l’acquisto di beni appunto inesistenti)”.

In motivazione (la sola che in realtà rileva ai fini del riepilogo di un orientamento giurisprudenziale, assolvendo la massima, anche quella ufficiale, a funzioni meramente strumentali), la citata decisione osservava quanto segue:

“correttamente il Giudice d’appello ha rilevato che la sentenza di questa Corte, Sez. 2^, n. 13241 del 07/05/1976 dep. 11/12/1976 rv 134922 riguarda solo l’ipotesi in cui l’amministratore unico sia anche l’unico socio: “l’amministratore unico di una società per azioni che ne sia anche unico azionista non può rendersi responsabile del reato di truffa in danno della società, in quanto, pur potendo egli disporre solo delle azioni, non avendo la titolarità del patrimonio sociale, che spettano pur sempre solo alla società, quale soggetto dotato di personalità giuridica propria e distinta da quella del socio; manca, però la possibilità stessa dell’induzione in errore degli organi sociali, data la identificazione di questi nella persona dell’agente”. Fuori da tale ipotesi, quand’anche l’atto di disposizione patrimoniale sia posto in essere dall’amministratore di una società che sia anche complice del reato, è configurabile il delitto di t����

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CALUNNIA REATO ,ASSOLUZIONE AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA Non integra pertanto il delitto di calunnia la denuncia di un fatto realmente accaduto, ma non riconducibile ad alcuna norma incriminatrice, nonostante l’eventuale qualificazione

CALUNNIA REATO ,ASSOLUZIONE AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA

 

Non integra pertanto il delitto di calunnia la denuncia di un fatto realmente accaduto, ma non riconducibile ad alcuna norma incriminatrice, nonostante l’eventuale qualificazione

prospettata dal denunciante in relazione a specifiche fattispecie di reato (Sez. 6, n. 34825 del 01/07/2009, Rocchetta, Rv. 244767; Sez. 6, n. 37795 del 10/06/2010, Lelli, Rv. 248512; Sez. 6, n. 26542 del 16/06/2015, Carignano, Rv. 263918).

Manca in tali casi un’alterazione della realtà suscettibile di determinare l’indebita incolpazione dell’accusato (Sez. 6, n. 1638 del 07/11/2002, dep. 2003, Volonterio, Rv. 223246).

3. Nell’atto dì querela incriminato, il prevenuto ha esposto che l’amministratore del condominio presso il quale egli svolgeva l’attività di portiere e custode aveva inserito in uno deipunti posti all’ordine del giorno dell’assemblea convocata per i giorni 23 e 24 marzo

 

 

 

Cassazione penale, sez. VI, 29/01/2016, (ud. 29/01/2016, dep.11/02/2016), n. 5740

Intestazione

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE SESTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. IPPOLITO Francesco Dott. CARCANO Domenico Dott. TRONCI Andrea Dott. CALVANESE Ersilia – Presidente – – Consigliere – – Consigliere – – Consigliere – Dott. SCALIA Laura – rel. Consigliere – ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da: A.A., nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 25/03/2015 della Corte di appello di Milano; visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere Dott. SCALIA Laura;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott. SPINACI Sante, che ha concluso per il rigetto del ricorso;

udito l’avv. SPEZZIGA V. che insiste per l’accoglimento.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

  1. La Corte di appello di Milano, parzialmente riformando, in punto di concessione del beneficio della non menzione, la sentenza resa in primo grado dal Tribunale di Milano, che per il resto è stata confermata, ha ritenuto A.A. colpevole del reato di calunnia (art. 368 c.c.) per aver egli incolpato, con denuncia – querela sporta

alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano, D.R.U., amministratore del condominio corrente in (OMISSIS),

 

di diffamazione, aggravata dall’attribuzione di un fatto determinato e dall’abuso della relazione di ufficio (art. 595 c.p., comma 2 e art. 61 c.p., n. 11) reato che il denunciante sapeva non essere stato commesso.

  1. Avverso la sentenza di appello ricorre la difesa del prevenuto che propone sei motivi, i cui contenuti possono sintetizzarsi nei termini che seguono.

2.1. Con il primo motivo, che deduce vizi di motivazione e violazione di legge (art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b) ed e) la difesa evidenzia che l’ A. presentò querela avverso l’amministratore del condominio, ritenendo che l’inserimento all’ordine del giorno della futura assemblea delle determinazioni da adottarsi per la contestatagli condotta di occultamento della posta del condominio, lo esponesse personalmente al sospetto ed alla curiosità altrui, mettendo in dubbio la sua reputazione.

Sottolinea che i comportamenti denunciati erano realmente accaduti e furono attribuiti a chi ne era stato l’autore, spettando poi all’autorità giudiziaria verificare se il comportamento descritto in denuncia costituisca o meno reato.

2.2. Con il secondo motivo, il ricorrente denuncia violazionedella legge penale (art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b) nonchè mancanza ed illogicità della motivazione (art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e) nella ricostruzione all’elemento soggettivo del reato di calunnia e ciò anche per un errato governo degli esiti probatori (art. 192 c.p.p., comma 2).

Questi ultimi, invero, erano stati ritenuti dalla Corte territoriale, e prima ancora dal Tribunale rilevanti pur in difetto dei necessari indici di gravita, precisione e concordanza.

Era stato infatti ritenuto che l’imputato avesse denunciato per diffamazione l’amministratore del condominio – costituitosi parte civile – accusandolo, nella piena consapevolezza della sua innocenza, al fine di precostituirsi un supporto nella causa civile dal prevenuto intrapresa

per opporsi a quel licenziamento, nel frattempo intimatogli in esito ai fatti in imputazione. La difesa contesta ogni collegamento tra la denuncia e l’impugnazione del licenziamento non risultando la prima utilizzata nel giudizio civile e non essendo il prevenuto, quando sporse denuncia, ancora a conoscenza dell’esatta contestazione che allo stesso sarebbe poi stata mossa per l’intimato licenziamento.

2.3. Con il terzo motivo, il ricorrente lamenta violazione di legge (art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b) quanto ai condotti accertamentidegli elementi costitutivi oggettivi e soggettivi del reato di calunnia e ancora quanto alla violazione delle regole di valutazione della prova (art. 192 c.p.p.).

2.4. Con il quarto motivo, la parte censura ancora la sentenza per mancanza e contraddittorietà della motivazione e violazione di legge per errata valutazione delle prove (art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b) ed e), anche in relazione all’art. 192 c.p.p.) e per violazione del principio della necessità del superamento del ragionevole dubbio necessario per pervenire a giudizio di colpevolezza (art. 533 c.p.p.).

2.5. Con il quinto motivo, il ricorrente fa valere violazione di legge e vizio di motivazione per contraddittorietà (art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b) ed e) per avere il Tribunale, dapprima, e quindi la Corte di appello, escluso la configurabilità dell’attenuante di cui all’art. 62 c.p., n. 2, erroneamente stimando i rapporti esistenti tra querela sporta dal prevenuto e l’intimato licenziamento.

2.6. Infine la difesa lamenta mancanza di motivazione (art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e)

quanto alle adottate statuizioni civili, censurando l’intervenuto riconoscimento del pregiudizio morale in capo alla costituita parte civile in difetto di prova.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

1.Il ricorso è fondato per i motivi di seguito indicati, motivi enunciati nei termini strettamente necessari a sostenere la decisione adottata (art. 173 disp. att. c.p.p., comma 1).

  1. Per la configurabilità del delitto di calunnia è richiesta, nella consapevolezza dell’agente dell’ innocenza dell’incolpato, l’attribuzione di un reato integrato nei suoi elementi costitutivi, che sono innanzitutto, quelli obiettivi, consistendo la calunnia nell’incolpare taluno di un reato.

Non integra pertanto il delitto di calunnia la denuncia di un fatto realmente accaduto, ma non riconducibile ad alcuna norma incriminatrice, nonostante l’eventuale qualificazione

prospettata dal denunciante in relazione a specifiche fattispecie di reato (Sez. 6, n. 34825 del 01/07/2009, Rocchetta, Rv. 244767; Sez. 6, n. 37795 del 10/06/2010, Lelli, Rv. 248512; Sez. 6, n. 26542 del 16/06/2015, Carignano, Rv. 263918).

Manca in tali casi un’alterazione della realtà suscettibile di determinare l’indebita incolpazione dell’accusato (Sez. 6, n. 1638 del 07/11/2002, dep. 2003, Volonterio, Rv. 223246).

3. Nell’atto dì querela incriminato, il prevenuto ha esposto che l’amministratore del condominio presso il quale egli svolgeva l’attività di portiere e custode aveva inserito in uno deipunti posti all’ordine del giorno dell’assemblea convocata per i giorni 23 e 24 marzo

2011 la “Valutazione dei provvedimenti da intraprendere nei confronti del Sig. A. a seguito dell’occultamento/apertura della posta di proprietà del condominio” (Capo A della rubrica), riferendo, altresì, il querelante di essere venuto a conoscenza che in quella occasione venne deliberato il suo licenziamento ®in seguito alla reiterazione delle accuse nei miei confronti da parte dell’amministratore”.

Avendo il denunciante, per i riportati contenuti dell’ atto di accusa, esposto un fatto realmente verificatosi, come indicato dalla stessa Corte di appello nell’impugnata sentenza, per i richiamati principi egli non può essere ritenuto colpevole di calunnia.

Nè, d’altro canto, può integrare il contestato reato la qualificazione portata del fatto operata nell’atto di querela, spettando ogni valutazione sulla rilevanza penale dì quanto descritto all’autorità giudiziaria.

4. Il ricorso va pertanto accolto e la sentenza della Corte territoriale annullata senza rinvio per insussistenza del fatto.

 

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata perchè il fatto non sussiste. Così deciso in Roma, il 29 gennaio2016.

Depositato in Cancelleria il 11 febbraio 2016

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Avvocato Sergio Armaroli

Avvocato Cassazionista Sergio Armaroli

L'avvocato Sergio Armaroli ha fondato lo studio legale Armaroli a Bologna nel 1997.

Da allora ha assistito centinaia di clienti in ambito civile e penale, in tutti i gradi di giudizio, sempre con l'attenzione e l'impegno che lo contraddistinguono, conseguendo numerosi successi e soddisfazioni.

L'avvocato Armaroli riceve tutti i giorni nel suo studio dalle ore 9:00 alle ore 19:00 in via Solferino 30.

Dicono di me i clienti

Salve a tutti, mi sono trovato di recente a dover affrontare diverse problematiche relative al mondo del lavoro. Fortunatamente ho incontrato l’ Avv. Sergio Armaroli il quale ha saputo guidarmi nelle varie situazioni con grande calma e professionalità. La pratica è stata risolta in poco tempo e con soddisfazione di tutti. From Avvocato Penalista Bologna, […]- Utente Google
Cordialità e ottima accoglienza…Esprimo la mia totale soddisfazione nel servizio reso con professionalità,   esaudiente conoscenza del diritto e della legge in tutte le sue interpretazioni. Velata la sincerità e la schiettezza nelle probabili risoluzioni dei problemi di avversità penale . Determinazione e concretezza sono cornice della sua impeccabile figura  .Ringrazio l’avvocato Sergio Armaroli e consiglio vivamente […]- Federico : ringrazio l’avvocato Sergio Armaroli
Inconditi ne placute de viata am cunoscut av. SERGIO ARMAROLI o persoana minunata cu un caracter forte si determinat, pregatit profesional la un inalt nivel. Cu profesionalitatea sa m-a ajutat sa trec cu bine de probleme financiare cu banci in italia,de aceea il recomand la toate persoanele de origine romina care au probleme judiciare de […]- Utente Google
In un momento della mia vita mi sono trovata in difficoltà ma per fortuna ho conosciuto l’avvocato SERGIO ARMAROLI, il quale ha risolto i miei problemi dimostrando grande capacità e preparazione e grande senso di umanità e gentilezza. per questo raccomando a tutti i quali abbiano problemi di rivolgersi con fiducia all’avvocato SERGIO ARMAROLI Grazie […]- Elena
Buongiorno avv., Mi sono rivolta a Lei xke’ ho alcune cose da sistemare in merito alla mia separazione. Dal colloquio ke abbiamo avuto posso dire di essere stata molto soddisfatta grazie alla sua competenza e disponibilita’ nel venire a capo alle grosse problematiche ke questa situazione crea. From Avvocato Penalista Bologna, post Sabrina Post Footer […]- Sabrina

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