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GIORNALISTI CASSAZIONE NO AL SEQUESTRO COMPUTER E CELLULARI

1#GIORNALISTI CASSAZIONE  NO AL SEQUESTRO COMPUTER E CELLULARI

GIORNALISTI CASSAZIONE  NO AL SEQUESTRO COMPUTER E CELLULARI  avvocato penalista Bologna

Con ordinanza del 30 settembre 2013 il Tribunale del riesame di Reggio Calabria ha confermato il provvedimento di sequestro probatorio emesso dal P.M. presso il Tribunale di Reggio Calabria in data 12 settembre 2013, nell’ambito di un procedimento penale iscritto nei confronti di ignoti per i delitti di cui agli artt. 416-bis, 326 c.p. e 7 della L. n. 203/91, con riferimento alla propalazione dei verbali delle riunioni tenutesi presso la D.N.A. il 19 ed il 27 giugno 2013, rigettando l’istanza di riesame presentata nell’interesse di M.C. , giornalista del quotidiano (OMISSIS) e di S.P. , quale direttore responsabile del medesimo.

avvocato penale bologna

Violazione degli artt. 252, 253, 370, 256 e 200 c.p.p., in relazione alla fattispecie di cui all’art. 326 c.p., non essendo possibile assoggettare a sequestro computer e agende dei giornalisti al fine di individuare la fonte anonima di notizie segrete che, nel caso di specie, non può che essere un intraneus alla pubblica amministrazione, e non certamente il capo servizio e il direttore responsabile del predetto quotidiano. Il M. , infatti, non risulta destinatario di alcuna ipotesi di concorso punibile ex art. 110 c.p., quale istigatore del pubblico ufficiale a fare la rivelazione della notizia segreta, in ordine al paradigma normativo dell’art. 326 c.p.. Il provvedimento gravato, in particolare, risulta invasivo di posizioni soggettive costituzionalmente tutelate ex art. 21 Cost., cui sono connesse la garanzia del segreto professionale e la riservatezza delle fonti di informazione, imponendo sostanzialmente un vincolo di indisponibilità sui computers utilizzati dal giornalista e sull’area server dallo stesso gestita. Esso, inoltre, pur ipotizzando genericamente il fumus commissi delicti, non indica neanche marginalmente il rapporto intercorrente fra le cose sottratte alla disponibilità del ricorrente ed il reato oggetto di contestazione, per il quale si procede contro ignoti. L’istituto di cui agli artt. 250 – 252 c.p.p., in definitiva, avrebbe dovuto essere utilizzato secondo un criterio fondamentale di proporzionalità, facendolo precedere da doverosi e preliminari accertamenti esplorativi.

2.3. Violazione dell’art. 10 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, avuto riguardo alla giurisprudenza della Corte EDU sulla non sequestrabilità di computer ed agende dei giornalisti al fine di individuare la fonte anonima di notizie segrete.

 

 

Va altresì ricordato che lo stesso Patto internazionale sui diritti civili e politici, adottato dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York il 16 dicembre 1966 e reso esecutivo nel nostro ordinamento con I. 25 ottobre 1977, n. 881, prevede al riguardo un’ampia tutela per le attività di informazione e ricerca delle fonti, stabilendo, all’art. 19, comma 2, che “ogni individuo ha il diritto alla libertà di espressione; tale diritto comprende la libertà di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee di ogni genere, senza riguardo a frontiere, oralmente, per iscritto, attraverso la stampa, in forma artistica o attraverso qualsiasi altro mezzo di sua scelta”. La stessa disposizione, inoltre, prevede, nel terzo

 

Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 15 aprile – 18 luglio 2014, n. 31735

Presidente Garribba – Relatore De Amicis

 

Ritenuto in fatto

 

1. Con ordinanza del 30 settembre 2013 il Tribunale del riesame di Reggio Calabria ha confermato il provvedimento di sequestro probatorio emesso dal P.M. presso il Tribunale di Reggio Calabria in data 12 settembre 2013, nell’ambito di un procedimento penale iscritto nei confronti di ignoti per i delitti di cui agli artt. 416-bis, 326 c.p. e 7 della L. n. 203/91, con riferimento alla propalazione dei verbali delle riunioni tenutesi presso la D.N.A. il 19 ed il 27 giugno 2013, rigettando l’istanza di riesame presentata nell’interesse di M.C. , giornalista del quotidiano (OMISSIS) e di S.P. , quale direttore responsabile del medesimo.

1.1. Il decreto di sequestro probatorio aveva ad oggetto beni specificamente indicati nel relativo verbale di sequestro eseguito dalla P.G. a carico del M. , e segnatamente fogli dattiloscritti, in formato A4, recanti l’intestazione in prima pagina “Direzione Nazionale Antimafia”, relativi a riunioni tenutesi il 19 ed il 27 giugno 2013 presso gli uffici della D.N.A., nonché il personal computer fisso ed il “net book” in uso al M. , oltre a DVD, block notes, pen drive, un lettore “MP3”, una scheda telefonica, un registratore portatile, cellulari ed un biglietto manoscritto.

2. Avverso la su indicata ordinanza del Tribunale del riesame ha proposto ricorso per cassazione il difensore di fiducia del M. e del S. , deducendo tre motivi di doglianza.

2.1. Violazione dell’art. 21, comma 2, c.p.p., in relazione alla competenza “ratione loci”, non avendo il Tribunale motivato riguardo all’eccezione difensiva incentrata sui dubbi avanzati circa la corretta individuazione del giudice naturale, tenuto conto del fatto che il luogo ove si sarebbe verificata la fuga delle notizie relative ai verbali delle riunioni svoltesi presso gli uffici della D.N.A. è necessariamente identificabile in XXXX.

2.2. Violazione degli artt. 252, 253, 370, 256 e 200 c.p.p., in relazione alla fattispecie di cui all’art. 326 c.p., non essendo possibile assoggettare a sequestro computer e agende dei giornalisti al fine di individuare la fonte anonima di notizie segrete che, nel caso di specie, non può che essere un intraneus alla pubblica amministrazione, e non certamente il capo servizio e il direttore responsabile del predetto quotidiano. Il M. , infatti, non risulta destinatario di alcuna ipotesi di concorso punibile ex art. 110 c.p., quale istigatore del pubblico ufficiale a fare la rivelazione della notizia segreta, in ordine al paradigma normativo dell’art. 326 c.p.. Il provvedimento gravato, in particolare, risulta invasivo di posizioni soggettive costituzionalmente tutelate ex art. 21 Cost., cui sono connesse la garanzia del segreto professionale e la riservatezza delle fonti di informazione, imponendo sostanzialmente un vincolo di indisponibilità sui computers utilizzati dal giornalista e sull’area server dallo stesso gestita. Esso, inoltre, pur ipotizzando genericamente il fumus commissi delicti, non indica neanche marginalmente il rapporto intercorrente fra le cose sottratte alla disponibilità del ricorrente ed il reato oggetto di contestazione, per il quale si procede contro ignoti. L’istituto di cui agli artt. 250 – 252 c.p.p., in definitiva, avrebbe dovuto essere utilizzato secondo un criterio fondamentale di proporzionalità, facendolo precedere da doverosi e preliminari accertamenti esplorativi.

2.3. Violazione dell’art. 10 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, avuto riguardo alla giurisprudenza della Corte EDU sulla non sequestrabilità di computer ed agende dei giornalisti al fine di individuare la fonte anonima di notizie segrete.

 

Considerato in diritto

 

3. I ricorsi sono parzialmente fondati e vanno pertanto accolti entro i limiti e per gli effetti di seguito esposti e precisati.

4. Infondato, preliminarmente, deve ritenersi il primo motivo di ricorso, in quanto aspecificamente formulato, per non essere la correlativa doglianza attualmente basata su elementi di fatto in concreto valutabili in questa Sede. Soccorrono, al riguardo, in ogni caso, le regole suppletive enunciate, ai fini della determinazione della competenza territoriale, nel disposto di cui all’art. 9 c.p.p..

In relazione a tale specifico profilo, dunque, i ricorsi non sono meritevoli di accoglimento e devono essere rigettati.

5. Nel merito, deve richiamarsi il quadro di principii da tempo affermato da questa Suprema Corte (Sez. 6, n. 40380 del 31/05/2007, dep. 31/10/2007, Rv. 237917; Sez. 2, n. 48587 del 09/12/2011, dep. 29/12/2011, Rv. 2520549), secondo cui il sequestro probatorio disposto nei confronti di un giornalista professionista deve rispettare con particolare rigore il criterio di proporzionalità tra il contenuto del provvedimento ablativo di cui egli è destinatario e le esigenze di accertamento dei fatti oggetto delle indagini, evitando quanto più è possibile indiscriminati interventi invasivi nella sua sfera professionale.

La stessa giurisprudenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo ha in più occasioni avuto modo di sottolineare come la libertà di espressione costituisca uno dei fondamenti essenziali di una società democratica, precisando che le garanzie da accordare alla stampa rivestono una importanza particolare (Corte EDU, Grande Camera, 14 settembre 2010, Sanoma Uitgevers B.V. e. Paesi Bassi).

Entro tale prospettiva, si è ritenuto che il diritto del giornalista di proteggere le proprie fonti rientra nella libertà di “ricevere o di comunicare informazioni o idee senza ingerenza alcuna da parte delle autorità pubbliche”: una garanzia, questa, assicurata direttamente dall’art. 10 della Convenzione dei diritti dell’uomo, con la conseguenza che il provvedimento di un’Autorità giudiziaria che dispone il sequestro di materiale posseduto da un giornalista rischia di condurre alla individuazione delle fonti alle quali il reporter aveva garantito l’anonimato, e può costituire una violazione della libertà di espressione garantita dalla Convenzione, pregiudicando anche la futura attività del giornalista e del giornale, la cui reputazione rischierebbe di appannarsi anche in relazione alla possibile attività di acquisizione di ulteriori fonti informative.

Un provvedimento di tal genere, si è affermato, non sarebbe compatibile con la Convenzione neanche nei casi in cui l’acquisizione di documenti possa condurre alla individuazione degli autori di altri reati. Ne consegue che qualsiasi ingerenza nel diritto alla tutela delle fonti giornalistiche e delle informazioni atte a condurre alla loro identificazione, per non vulnerare la Convenzione, in quanto “prevista dalla legge”, deve essere accompagnata da garanzie proporzionate all’importanza del principio in questione, e, in primo luogo, dalla garanzia del controllo da parte di un organo terzo ed imparziale, investito del potere di determinare se il requisito dell’interesse pubblico, prevalente sul principio della protezione delle fonti giornalistiche, possa ritenersi sussistente prima della consegna del materiale pertinente, impedendo, in caso contrario, ogni accesso non necessario ad informazioni idonee a rivelare l’identità delle fonti. (Corte EDU, Grande Camera, sentenza del 14 settembre 2010, Sanoma Uitgevers B.V. contro Paesi Bassi, cit.).

Va altresì ricordato che lo stesso Patto internazionale sui diritti civili e politici, adottato dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York il 16 dicembre 1966 e reso esecutivo nel nostro ordinamento con I. 25 ottobre 1977, n. 881, prevede al riguardo un’ampia tutela per le attività di informazione e ricerca delle fonti, stabilendo, all’art. 19, comma 2, che “ogni individuo ha il diritto alla libertà di espressione; tale diritto comprende la libertà di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee di ogni genere, senza riguardo a frontiere, oralmente, per iscritto, attraverso la stampa, in forma artistica o attraverso qualsiasi altro mezzo di sua scelta”. La stessa disposizione, inoltre, prevede, nel terzo comma, che “l’esercizio delle libertà previste al paragrafo 2 del presente articolo comporta doveri e responsabilità speciali. Esso può essere pertanto sottoposto a talune restrizioni che però devono essere espressamente stabilite dalla legge ed essere necessarie: a) al rispetto dei diritti o della reputazione altrui – b) alla salvaguardia della sicurezza nazionale, dell’ordine pubblico, della sanità o della morale pubbliche”.

Anche di recente, peraltro, la Corte EDU ha ribadito il quadro di principii su delineato, stabilendo che nei casi di ispezione presso abitazioni o luoghi di lavoro appartenenti a giornalisti con l’intento di raccogliere prove o indizi di violazione del segreto professionale, si è in presenza di una violazione della libertà dei giornalisti, protetta dall’articolo 10, di ricevere o comunicare informazioni (Corte EDU, Sezione V, 20 marzo 2012 – 12 aprile 2012, Martin e altri c. Francia). In tal caso, in particolare, la Corte di Strasburgo ha stabilito che le perquisizioni nel domicilio e nell’ufficio di un giornalista, il sequestro di supporti informatici e documenti disposti dall’Autorità giudiziaria per individuare la fonte del giornalista che ha chiesto l’anonimato sono in contrasto con la su indicata disposizione convenzionale. Se il giornalista, dunque, agisce nel rispetto delle norme deontologiche e fornisce informazioni di interesse generale, il suo diritto alla libertà di espressione non può subire limitazioni, quand’anche la sua fonte abbia violato un obbligo di segretezza consegnandogli, o trasmettendogli, documenti riservati o coperti da segreto.

L’attività di ispezione, pertanto, è stata ritenuta sproporzionata, mentre le ragioni addotte dalle competenti autorità per giustificarne l’esecuzione sono state ritenute pertinenti, ma non sufficienti, muovendo dal rilievo che gli interessi concorrenti – ossia la protezione delle fonti giornalistiche e la prevenzione e repressione dei crimini – non erano stati oggetto di un adeguato bilanciamento.

Nella prospettiva ermeneutica seguita dalla Corte EDU, infatti, la protezione delle fonti costituisce “una delle pietre angolari della libertà di stampa”: non assicurare tale forma di tutela “potrebbe dissuadere le fonti dei giornalisti dall’aiutare la stampa ad informare il pubblico su questioni di interesse generale”, non permettendo ai giornalisti di svolgere in modo effettivo il ruolo di “cani da guardia” proprio dei mezzi di comunicazione di massa.

Ne consegue che è compito del giudice, come già stabilito in questa Sede, procedere ad un cauto, ed al tempo stesso rigoroso, bilanciamento fra le contrapposte esigenze rappresentate, da un lato, dal doveroso accertamento dei fatti e delle responsabilità in presenza di accadimenti che integrino una ipotesi di reato, e, dall’altro lato, dalla necessità di preservare il diritto del giornalista a cautelare le proprie fonti, in vista dell’espletamento della funzione informativa, considerata uno dei pilastri fondamentali delle libertà in una società democratica (Sez. 2, n. 48587 del 09/12/2011, dep. 29/12/2011, cit.).

Nel nostro ordinamento processuale, del resto, i limiti legali che devono preservare la legittimità degli atti di “interferenza” che l’Autorità giudiziaria è abilitata ad esercitare sono fissati nell’art. 200, comma 3, c.p.p., in base al quale il giudice può ordinare al giornalista di indicare la fonte delle sue informazioni solo in presenza delle due condizioni ivi tassativamente previste: a) che la rivelazione della fonte sia indispensabile per la prova del reato per il quale si procede, prendendo a riferimento fatti specifici in ordine ai quali si sviluppa l’attività di indagine, e non semplicemente riconducibili all’astratto nomen iuris; b) che le notizie non possano essere altrimenti accertate.

Non basta, dunque, un semplice nesso di “pertinenzialità” tra le notizie ed il generico tema dell’indagine, ma occorre che l’ingerenza rispetto alle fonti rappresenti la extrema ratio cui ricorrere per poter conseguire la prova necessaria per perseguire il reato (Sez. 2, n. 48587 del 09/12/2011, dep. 29/12/2011, cit.).

6. Nel caso in esame, vi è stata una indiscriminata estensione del mezzo di ricerca della prova, che ha lasciato in ombra sia l’esigenza di una preventiva individuazione della cosa da acquisire a scopo probatorio, sia quella di una chiara e precisa indicazione dello stretto collegamento che deve esservi tra le res oggetto di apprensione ed i reati oggetto delle attività di indagine preliminare.

Il decreto di perquisizione, emesso ex artt. 250 ss. c.p.p., con il conseguente sequestro, ex art. 252 c.p.p., di quanto rinvenuto ed in ogni caso ritenuto utile ai fini delle indagini, pur contenendo un sommario riferimento al fumus commissi delicti, non spiega in alcun modo quale sia il rapporto intercorrente tra le cose sottratte alla disponibilità del ricorrente ed i reati per cui si procede: profilo, questo, che, di contro, doveva essere posto in particolare rilievo, proprio in ragione della peculiare posizione del destinatario del provvedimento, che non poteva subire, quale persona non indagata, rilevanti intrusioni, sia pure a soli fini esplorativi, nella sfera personale della sua attività di giornalista, attraverso l’acquisizione di tutto il materiale informatico e cartaceo posseduto ed attinente alla sua professione, ma doveva essere destinatario di un provvedimento “mirato”, ossia diretto a soddisfare la tutela inerente alla effettiva necessità di un’acquisizione probatoria, attraverso la compiuta indicazione dell’esistenza di uno stretto collegamento tra la res e le ipotizzate condotte delittuose oggetto d’indagine.

Né è registrabile, nel percorso motivazionale dell’impugnato provvedimento del Tribunale del riesame, alcuna specifica ragione giustificativa dell’esistenza di quel nesso.

Difetta, inoltre, nel corpo del provvedimento, qualsiasi cenno al tema del segreto professionale e delle altre garanzie che devono essere in concreto assicurate al giornalista professionista.

Le norme di cui agli artt. 200 e 256 c.p.p., invero, disegnano un particolare modus procedendi nel tutelare il segreto giornalistico ed impongono la massima cautela nell’utilizzazione degli strumenti della perquisizione e del sequestro nei confronti dei giornalisti, in considerazione della particolare delicatezza dell’attività da costoro svolta e delle potenziali limitazioni che alla libertà di stampa potrebbero derivare da iniziative immotivatamente invasive. Una ricerca incontrollata delle fonti rischia di dar luogo ad un sostanziale aggiramento del principio di cui all’art. 200, comma 3, c.p.p. e della disciplina contenuta nella successiva disposizione di cui all’art. 256 c.p.p. (Sez. 6, n. 40380 del 31/05/2007, dep. 31/10/2007, cit.).

L’originario provvedimento ablativo, e l’attività esecutiva che ne è seguita, hanno sostanzialmente vanificato l’esercizio della facoltà, pur riconosciuta al giornalista dalle su indicate disposizioni processuali, di consegnare il documento ricercato o di opporre il segreto.

Il procedimento ablatorio nei confronti del giornalista, come anche dei soggetti espressamente indicati negli artt. 200 e 201 c.p.p., non si sostanzia, a differenza della generalità dei casi, in una diretta ed immediata apprensione, ma presuppone, prima, una richiesta di esibizione.

I diritti costituzionali sottesi alla tutela del segreto impongono, dunque, un modus operandi diverso rispetto alle perquisizioni ed ai “sequestri ordinari”. La richiesta di esibizione della cosa, infatti, deve riguardare un quid espressamente indicato dall’Autorità giudiziaria e che, riconducibile al “corpo del reato o alle cose pertinenti al reato”, abbia una spiccata idoneità alla ricostruzione dei fatti. La res, pertanto, deve essere necessaria ai fini dell’accertamento, poiché la lesione dei diritti costituzionali coinvolti (diritto all’informazione, riservatezza del domicilio e della corrispondenza) non potrebbe giustificarsi se il contributo conoscitivo risultasse aliunde acquisibile.

L’art. 256 c.p.p., inoltre, in simmetria con quanto previsto dall’art. 200 c.p.p., stabilisce che, in caso di opposizione del segreto, l’autorità giudiziaria, se ha motivo di dubitare della fondatezza di quanto allegato, provvede agli accertamenti necessari e, se questi danno esito negativo, dispone il sequestro.

Conclusivamente deve ritenersi, con riferimento alla posizione del giornalista professionista, cui l’ordinamento assicura la garanzia del segreto professionale non quale privilegio personale, ma quale ineludibile presidio posto a tutela della libera ed incondizionata attività di informazione, che il rispetto del criterio di proporzionalità tra il contenuto di una misura invasiva della libertà personale di cui egli sia fatto destinatario e le esigenze di accertamento dei fatti oggetto d’indagine costituisca oggetto di un particolare e specifico onere motivazionale da parte dell’Autorità giudiziaria, al fine di evitare quanto più è possibile il rischio di una pericolosa compressione delle forme e modalità di esercizio di un diritto costituzionalmente tutelato.

In tal senso è necessaria, dunque, un’accurata motivazione, sia del provvedimento di sequestro che dell’ordine di esibizione, sì da porre in evidenza non solo la presenza del nesso di collegamento tra le notizie ed il tema d’indagine, ma anche lo specifico oggetto dell’apprensione e la necessità delle informazioni desumibili dalla res ai fini dell’accertamento dei fatti.

7. Sulla base delle su esposte considerazioni, pertanto, il provvedimento impugnato, nonché l’originario decreto di sequestro emesso dal P.M. in data 12 settembre 2013, devono essere annullati senza rinvio, con la conseguente restituzione di quanto in sequestro in favore dell’avente diritto, fatta eccezione dei documenti in dispositivo meglio indicati.

La Cancelleria curerà l’espletamento degli incombenti di cui all’art. 626 c.p.p..

 

P.Q.M.

 

Annulla senza rinvio l’ordinanza impugnata nonché il decreto di sequestro emesso il 12 settembre 2013 dal Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Reggio Calabria e dispone la restituzione agli aventi diritto delle cose sequestrate fatta eccezione dei documenti intestati D.N.A.; rigetta i ricorsi nel resto.

Manda alla Cancelleria per gli adempimenti di cui all’art. 626 c.p.p.archiviazione indagine penale archiviazione indagine penale avvocato Bologna avvocato penalista avvocato penalista a Bologna avvocato penalista Bologna codice penale codice penale ingiuria codice penale lesioni gravi codice penale avvocato Bolognaavvocato penalistaavvocato penalista Bologna Bologna codice penale ingiuria codice penale lesioni gravi codice penale omicidio difesa penalediritto penale fasi indagine penaleindagine penale durata indagine per reato penale indagini penale interrogatorio avviso conclusione indagini penali segretezza penalista esperto difensa penale reati graviavvocati penalisti Bolognaavvocati penalisti bolognaavvocato penalista esperto difesna penale vicenzaavvocato penalista studio legale diritto penale Bologna reato reato abituale reato ambientale reato appropriazione indebita reato associativo reato bigamia reato bancarotta fraudolenta prescrizionereato banconote false reato denunciareato estinto casellario giudiziale reato estorsione reato falso ideologico reato falso in bilancio reato favoreggiamento immigrazione clandestina reato guida senza patente reato furto reato guida in stato di ebbrezza reato informatico reato ingiuria reato lesioni reato maltrattamenti in famiglia reato minaccia reato molestie sessuali reato omicidio stradale reato penale reato penale reato querelareato tentata truffa reato violenza privata prescrizione reato xenofobia rinvio a giudizioAvvocati penalisti di Bolognapenalistiavvocato penalista in Bolognaavvocato penalista Bologna studio legale penale Bologna

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RIABILITAZIONE REATI FISCALI TRIBUNALE SORVEGLIANZA.AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA

in tema di riabilitazione l’adempimento dell’obbligo non e’ condizionato alla proposizione della richiesta della persona danneggiata spettando all’interessato l’iniziativa della consultazione con quest’ultima per l’individuazione di una adeguata offerta riparatoria. 

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RIABILITAZIONE REATI FISCALI TRIBUNALE SORVEGLIANZA.AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA

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. Con ordinanza emessa il 10 luglio 2013, il Tribunale di sorveglianza di Ancona, in funzione di giudice dell’esecuzione, rigettava l’istanza proposta da (OMISSIS) volta a ottenere la riabilitazione in relazione al decreto penale di condanna emessa il (OMISSIS), esecutivo il (OMISSIS), per il reato di omesso versamento delle ritenute previdenziali e assistenziali continuato, in quanto non era stato adempiuto il debito previdenziale. Il Tribunale dava atto che il condannato aveva depositato la sentenza della corte di appello di Ancona che aveva revocato la dichiarazione di fallimento nei suoi confronti e la sentenza della stessa corte che lo aveva assolto dal reato di omessa tenuta delle scritture contabili obbligatorie e da reati fiscali avendo accertato che egli aveva operato nella societa’ come semplice dipendente e non come amministratore, ma ne riteneva l’irrilevanza rispetto all’obbligo sancito dalla legge di risarcire i danni civili derivanti dal reato.

2. Ricorre per Cassazione il

 

Suprema Corte di Cassazione

sezione I

sentenza 29 ottobre 2014, n. 44998

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CORTESE Arturo – Presidente

Dott. NOVIK Adet Ton – rel. Consigliere

Dott. DI TOMASSI Maria Stefani – Consigliere

Dott. BONITO Francesco Mar – Consigliere

Dott. SANDRINI Enrico Giusep – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS) N. IL (OMISSIS);

avverso l’ordinanza n. 691/2013 TRIB. SORVEGLIANZA di ANCONA, del 10/07/2013;

sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. NOVIK ADET TONI;

lette le conclusioni del PG Dott. D’ANGELO Giovanni che ha chiesto il rigetto del ricorso.

 

RILEVATO IN FATTO

1. Con ordinanza emessa il 10 luglio 2013, il Tribunale di sorveglianza di Ancona, in funzione di giudice dell’esecuzione, rigettava l’istanza proposta da (OMISSIS) volta a ottenere la riabilitazione in relazione al decreto penale di condanna emessa il (OMISSIS), esecutivo il (OMISSIS), per il reato di omesso versamento delle ritenute previdenziali e assistenziali continuato, in quanto non era stato adempiuto il debito previdenziale. Il Tribunale dava atto che il condannato aveva depositato la sentenza della corte di appello di Ancona che aveva revocato la dichiarazione di fallimento nei suoi confronti e la sentenza della stessa corte che lo aveva assolto dal reato di omessa tenuta delle scritture contabili obbligatorie e da reati fiscali avendo accertato che egli aveva operato nella societa’ come semplice dipendente e non come amministratore, ma ne riteneva l’irrilevanza rispetto all’obbligo sancito dalla legge di risarcire i danni civili derivanti dal reato.

2. Ricorre per Cassazione il difensore di (OMISSIS), deducendo con un primo motivo violazione di legge e violazione del giudicato derivante dalle sentenze emesse in sede civile e penale dalla corte di appello di Ancona. Ad avviso della parte, il giudice dell’esecuzione non aveva tenuto conto che il decreto penale non faceva stato ai fini del risarcimento del danno verso l’Inps e che nel dibattimento penale era emerso che l’imputato non aveva avuto un ruolo gestionale, avendo operato nella societa’ come mero dipendente.

Con un secondo motivo il ricorrente censura la decisione impugnata laddove ricollega l’obbligo risarcitorio alla qualita’ di socio responsabile di (OMISSIS), mutando quindi il titolo della responsabilita’.

Concludeva chiedendo l’annullamento del provvedimento.

3. Il Procuratore generale presso questa Corte, nella sua requisitoria scritta ha chiesto il rigetto del ricorso, rilevando che l’obbligo risarcitorio e’ una conseguenza diretta del reato.

 

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso e’ infondato e deve essere rigettato con ogni conseguenza di legge. E’ principio affermato da questa corte quello secondo cui iNe’, si e’ aggiunto, rileva l’intervenuta prescrizione del reato dal momento che la ratio che informa l’istituto della riabilitazione attribuisce rilievo all’adempimento delle obbligazioni derivanti dal reato “in funzione del suo valore dimostrativo della emenda voluta dalla legge, in relazione alla condotta successiva successiva alla condanna che sia stata tenuta dal condannato”. L’obbligo di adempiere le obbligazioni civili derivanti da reato trova ragione d’essere nella intervenuta condanna con decreto penale esecutivo, la cui efficacia non puo’ venir meno per effetto delle sentenze indicate dal ricorrente. A nulla rileva infatti che in altro processo penale egli sia stato assolto non avendo esercitato attivita’ gestorie o che sia stata revocata la sentenza di fallimento. Il contrasto di giudicati trova la sua composizione nell’istituto della revisione.

Corretta quindi e’ stata la decisione del Tribunale di sorveglianza che, sull’assunto che l’istante non aveva adempiuto le obbligazioni civili derivanti da reato, ha rigettato la richiesta di riabilitazione.

 

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali.

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ISEE FALSE DICHIARAZIONI REDDITI REATO LIMITI .AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA

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QUANDO E’ REATO?

FOTO LIBRERIA AVVOCATO PENALISTACome affermato recentemente dalle Sezioni unite nella sentenza n. 16568 del 19 aprile 2007, ric. Carchivi, cui questo Collegio presta adesione, la linea di discrimine tra il reato di cui all’art. 316 ter c.p. e quello di cui all’art. 640 bis c.p., che hanno in comune l’elemento della indebita percezione di contributi da parte dello Stato o altri enti pubblici o dalle Comunità europee, va ravvisato nella mancata inclusione tra gli elementi costitutivi del primo reato dell’effetto della induzione in errore del soggetto passivo, presente invece nel secondo.

aggiotaggioOccorre dunque guardare alle regole formali del procedimento di concessione del contributo (o di altra erogazione comunque denominata):

se il contributo consegue alla mera presentazione di dichiarazioni o documenti falsi o attestanti cose non vere o all’omissione di informazioni dovute, senza che rilevi che l’ente pubblico possa essere tratto in errore da tale condotta, è integrato il reato di cui all’art. 316 ter;

se invece la erogazione del contributo da parte dell’ente pubblico è l’effetto di una induzione in errore circa i presupposti che lo legittimano, dato che le regole del relativo procedimento amministrativo non fanno derivare dalla presentazione della dichiarazione un’automatica conseguenza circa l’erogabilità di esso, è integrato il reato di cui all’art. 640 bis c.p..

Nella specie non risulta dagli atti, nè è stato dedotto dal ricorrente, che, stando alle regole del relativo procedimento amministrativo, l’assegnazione del computer sia dipesa da un’induzione in errore degli organi della regione, essendo invece da ritenere che essa conseguisse automaticamente per il solo fatto di una auto-dichiarazione da parte del richiedente di un reddito rientrante nei limiti previsti.

Giustamente dunque è stata ritenuta sussistente la fattispecie di cui all’art. 316 bis c.p., e, trattandosi di una erogazione di valore inferiore alla soglia di punibilità ragguagliata al valore di Euro 3.999,96, integrata la violazione amministrativa a norma del comma 2 del predetto articolo.

Anche la seconda censura è infondata.

 sergioarmaroli

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE VI PENALE

Sentenza 26 luglio 2007, n. 30528

(Presidente B. Oliva, Relatore G. Conti)

Svolgimento del processo

Con la sentenza in epigrafe, il Tribunale di Tempio Pausania assolveva B.A.M. dal reato di cui all’art. 316 ter c.p., così qualificata l’originaria imputazione di cui all’art. 483 c.p., perchè il fatto non è previsto dalla legge come reato, in relazione a un finanziamento regionale ottenuto per l’acquisto di un computer, sulla base di una dichiarazione attestante un reddito imponibile non corrispondente a quello reale, trattandosi di somma indebitamente percepita inferiore alla soglia di punibilità ragguagliata al valore di Euro 3.999,96 e quindi costituente violazione amministrativa a norma del comma 2 del predetto articolo (fatto accertato in …omissis… il 23 ottobre 2001).

Ricorre il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Tempio Pausania, deducendo:

1. Inosservanza ed erronea applicazione degli artt. 316 ter e 640 bis c.p., nonchè illogicità della motivazione, atteso che secondo la più recente giurisprudenza della Corte di cassazione, l’utilizzo di una falsa autocertificazione finalizzata all’ottenimento di contributi pubblici integra gli estremi del reato di truffa aggravata ex art. 640 bis c.p..

2. Inosservanza ed erronea applicazione degli artt. 15 e 483 c.p., dato che nel capo di imputazione era stato contestato il confezionamento di una falsa autocertificazione, che non poteva ritenersi assorbito nella fattispecie di cui all’art. 316 ter c.p., mentre il Tribunale ha erroneamente ritenuto che la condotta consistesse nel mero utilizzo di una falsa autocertificazione.

123penaleDiversamente opinando, si giungerebbe al paradosso per cui la formazione dell’atto falso sarebbe sanzionata a norma dell’art. 483 c.p. se non accompagnata dal suo utilizzo fraudolento mentre sarebbe esente da sanzione penale qualora attraverso la falsa attestazione si siano indebitamente percepiti contributi.

La inapplicabilità del principio di specialità si ricava del resto dalla diversità del bene giuridico tutelato dalla due norme.

Ricorre altresì il Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Cagliari, sezione distaccata di Sassari, che denuncia la erronea applicazione della legge penale non avendo il Tribunale disposto la trasmissione degli atti all’autorità amministrativa per l’irrogazione della relativa sanzione.

Hanno presentato memoria i difensori della B., avvocati Sanguineti Luigi Maria e Mura Giovanni Angelo, sollecitando il rigetto del ricorso del Procuratore della Repubblica e la declaratoria di inammissibilità del ricorso del Procuratore generale.

Motivi della decisione

Va preliminarmente osservato che le censure, anche se presentate in parte sotto l’aspetto del vizio di motivazione, attengono a profili strettamente giuridici, sicchè i ricorsi possono essere considerati come proposti per saltum, e ciò impedisce la loro qualificazione come appelli, pur tenendo conto degli effetti della sentenza della Corte costituzionale n. 26 del 2007, che ha dichiarato l’incostituzionalità della L. 20 febbraio 2006, n. 46, art. 1 nella parte in cui esclude che il pubblico ministero possa appellare contro le sentenze di proscioglimento.

Il ricorso del Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Tempio Pausania è infondato.

Come affermato recentemente dalle Sezioni unite nella sentenza n. 16568 del 19 aprile 2007, ric. Carchivi, cui questo Collegio presta adesione, la linea di discrimine tra il reato di cui all’art. 316 ter c.p. e quello di cui all’art. 640 bis c.p., che hanno in comune l’elemento della indebita percezione di contributi da parte dello Stato o altri enti pubblici o dalle Comunità europee, va ravvisato nella mancata inclusione tra gli elementi costitutivi del primo reato dell’effetto della induzione in errore del soggetto passivo, presente invece nel secondo.

Occorre dunque guardare alle regole formali del procedimento di concessione del contributo (o di altra erogazione comunque denominata):

se il contributo consegue alla mera presentazione di dichiarazioni o documenti falsi o attestanti cose non vere o all’omissione di informazioni dovute, senza che rilevi che l’ente pubblico possa essere tratto in errore da tale condotta, è integrato il reato di cui all’art. 316 ter;

se invece la erogazione del contributo da parte dell’ente pubblico è l’effetto di una induzione in errore circa i presupposti che lo legittimano, dato che le regole del relativo procedimento amministrativo non fanno derivare dalla presentazione della dichiarazione un’automatica conseguenza circa l’erogabilità di esso, è integrato il reato di cui all’art. 640 bis c.p..

Nella specie non risulta dagli atti, nè è stato dedotto dal ricorrente, che, stando alle regole del relativo procedimento amministrativo, l’assegnazione del computer sia dipesa da un’induzione in errore degli organi della regione, essendo invece da ritenere che essa conseguisse automaticamente per il solo fatto di una auto-dichiarazione da parte del richiedente di un reddito rientrante nei limiti previsti.

Giustamente dunque è stata ritenuta sussistente la fattispecie di cui all’art. 316 bis c.p., e, trattandosi di una erogazione di valore inferiore alla soglia di punibilità ragguagliata al valore di Euro 3.999,96, integrata la violazione amministrativa a norma del comma 2 del predetto articolo.

Anche la seconda censura è infondata.

La condotta contestata attiene alla falsa auto-dichiarazione di un reddito imponibile inferiore al limite massimo cui era condizionata l’assegnazione regionale del computer, che corrisponde appieno a quella descritta dall’art. 316 ter c.p., dato che l’utilizzazione o presentazione di auto-dichiarazioni false presuppone necessariamente la loro previa (o contestuale) formazione da parte di chi richiede il contributo o la erogazione.

Non è dato cogliere dunque, con riferimento alla fattispecie dedotta, la distinzione fatta dall’Ufficio ricorrente tra utilizzo di una falsa auto-dichiarazione e confezionamento di essa, dato che esse nella specie coincidono, a livello sia di previsione normativa sia di condotta concretamente accertata; questa distinzione avrebbe invece senso ove si riferisse alla utilizzazione o presentazione di documenti falsi non costituenti auto-dichiarazioni, dato che in questo caso la falsificazione preesiste al suo utilizzo e deve ritenersi autonomamente punibile, ove rientrante in una della fattispecie di reati di falso (in questo senso la sentenza delle Sezioni unite, ric. Carchivi, cit.).

Ciò posto, deve ribadirsi, in conformità alla giurisprudenza di legittimità di gran lunga prevalente, avallata dalla recente sentenza delle Sezioni unite sopra richiamata, che il reato di cui all’art. 483 c.p. è assorbito nella fattispecie di cui all’art. 316 ter c.p., trattandosi di reato complesso ex art. 84 c.p., e non valendo, proprio per tale motivo, il rilievo della diversità del bene giuridico tutelato dalle due norme, dato che in ogni reato complesso si ha per definizione pluralità di beni giuridici protetti, a prescindere dalla collocazione sistematica della fattispecie incriminatrice.

E’ appena il caso di notare come a tale conclusione debba pervenirsi anche nella ipotesi in cui, per il non superamento della soglia minima del valore economico del contributo o della erogazione, sia configurabile una mera violazione amministrativa, perchè rientra nelle valutazioni discrezionali del legislatore la scelta della natura e qualità delle risposte sanzionatorie a condotte antigiuridiche, e quindi l’assoggettabilità dell’autore, in una determinata fattispecie, a sanzioni amministrative, pur se frammenti di queste condotte, ove non sussistesse la fattispecie complessa, sarebbero sanzionabili con autonomo titolo di reato, dovendosi fare applicazione anche in questa ipotesi del principio di specialità intercorrente tra fattispecie penali e violazioni amministrative stabilito dalla L. 24 novembre 1981, n. 689, art. 9.

Consegue il rigetto del ricorso.

Il ricorso del Procuratore generale della Corte di Appello di Cagliari, sez. dist. di Sassari, è inammissibile.

La trasmissione degli atti all’autorità amministrativa per i provvedimenti di sua competenza a norma dell’art. 316 ter c.p., comma 2 è adempimento meramente esecutivo che non deve necessariamente trovare collocazione nella sentenza liberatoria che definisce il procedimento penale (v. Cass. Sez. 6^, 21 giugno 2004, Mele; Id., 16 gennaio 2007, Demartis).

P.Q.M.

Rigetta il ricorso del Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Tempio Pausania.

Dichiara inammissibile il ricorso del Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte di Appello di Cagliari, sez. dist. di Sassari.

Così deciso in Roma, il 17 maggio 2007.

Depositato in Cancelleria il 26 luglio 2007.

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Avvocato per reato insider trading L’Avvocato Armaroli assiste chiunque sia risulti indagato o sia accusato di aver commesso reato di insider trading

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L’Avvocato Armaroli assiste chiunque sia risulti indagato o sia accusato di aver commesso reato di insider trading, ovvero di abuso di informazioni privilegiate.

Lo studi legale Armaroli offre consulenza e assistenza legale affiancando il cliente fin dalle prime fasi del processo, suggerendo le strategie difensive più opportune da adottare per determinare un favorevole esito del procedimento giudiziario.

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Il reato di insider trading

L’art. 180 del codice penale sancisce che commette reato di insider trading:

chiunque, essendo in possesso di informazioni privilegiate in ragione della partecipazione al capitale di una società, ovvero dell’esercizio di una funzione, anche pubblica, di una professione o di un ufficio:

a) acquista, vende o compie altre operazioni, anche per interposta persona, su strumenti finanziari avvalendosi delle informazione medesime

b) senza giustificato motivo, dà comunicazioni delle informazioni, ovvero consiglia ad altri, sulla base di esse, il compimento di taluna delle operazioni indicate nella lettera a).

Il presupposto quindi per commettere il reato di insider trading è il possesso di informazioni privilegiate, dove:

per informazione privilegiata si intende un’informazione di carattere preciso, non ancora resa pubblica, concernente, direttamente o indirettamente, uno o più emittenti strumenti finanziari o uno o più strumenti finanziari, che se resa pubblica potrebbe influire in modo sensibile sui prezzi dei predetti strumenti

ABANCOSCERITTAavvocato cassazionista bellaAccertamento del reato di insider trading

Come avviene in tutti gli ordinamenti dei paesi a capitalismo avanzato, l’autorità di vigilanza sui mercati finanziari è il soggetto che ha maggiori possibilità, sulla scorta dell’attività svolta e dei suoi poteri, di venire a conoscenza di ipotesi di insider trading o aggiotaggio su strumenti finanziari. Per l’Italia l’Autorità designata è la CONSOB .

I poteri a cui si fa riferimento includono il diritto di:

  • avere accesso a qualsiasi documento sotto qualsiasi forma e ottenerne copia;
  • richiedere informazioni a qualsiasi persona, incluse quelle che intervengono successivamente nella trasmissione degli ordini o nell’esecuzione delle operazioni in questione, e ai loro mandanti e, se necessario, convocare e procedere all’audizione di una persona;
  • eseguire ispezioni in loco;
  • richiedere le registrazioni telefoniche esistenti e le informazioni esistenti relative al traffico;
  • richiedere la cessazione di qualsiasi prassi contraria alle disposizioni adottate in attuazione della presente direttiva;
  • sospendere la negoziazione degli strumenti finanziari in questione;
  • richiedere il congelamento ovvero il sequestro dei beni;
  • richiedere la temporanea interdizione dall’esercizio dell’attività professionale.

 

Le pene per il reato di insider trading

Le pene previste per il reato di insider trading sono:

  • reclusione da uno a sei anni e con la multa da euro ventimila a euro tre milioni;
  • multa fino al triplo o fino al maggiore importo di dieci volte il prodotto o il profitto conseguito dal reato quando, per la rilevante offensività del fatto, per le qualità personali del colpevole o per l’entità del prodottoo del profitto conseguito dal reato, la pena appare inadeguata anche se applicata nel massimo.

AMANETTE SCRITTALa prescrizione del reato di insider trading

La regola generale dettata dall’art. 157 del c. p. prevede al punto 4) che il tempo di prescrizione è di:

cinque anni se si tratta di delitto per cui la legge stabilisce la pena della reclusione inferiore a 5 anni

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DIRITTO PENALE MILITARE ,REATO DI PECULAO AGGRAVATO CASSAZIONE SEZIONI UNITE PENALI penale bologna

Avvocato per reato di aggiotaggio

Avvocato per reato di aggiotaggio

L’avvocato Armaroli dello studio legale Armaroli offre assistenza legale a persone indagate o accusate di aver commesso reato di aggiotaggio.

Lo studio legale Armaroli vanta un’esperienza decennale nella trattazione di delicati casi di aggiotaggio, e può offrire consulenza e assistenza legale sin dalla fase delle indagini preliminari ed in tutti i gradi di giudizio, finanche in Corte di Cassazione, essendo egli avvocato cassazionista.

Il reato di aggiotaggio

Sul reato di aggiotaggio il codice penale recita all’art 501:

Chiunque, al fine di turbare il mercato interno dei valori o delle merci, pubblica o altrimenti divulga notizie false, esagerate o tendenziose o adopera altri artifizi atti a cagionare un aumento o una diminuzione del prezzo delle merci, ovvero dei valori ammessi nelle liste di borsa o negoziabili nel pubblico mercato

Anche il codice civile prevede all’art. 2637:

Chiunque diffonde notizie false, ovvero pone in essere operazioni simulate o altri artifizi concretamente idonei a provocare una sensibile alterazione del prezzo di strumenti finanziari non quotati o per i quali non è stata presentata una richiesta di ammissione alle negoziazioni in un mercato regolamentato ovvero ad incidere in modo significativo sull’affidamento che il pubblico ripone nella stabilità patrimoniale di banche o di gruppi bancari, è punito con la reclusione da uno a cinque anni

Quindi per incorrere nel reato di aggiotaggio si devono pubblicare o divulgare notizie false con l’intento di influenzare i corsi borsistici di azioni o merci quotate o non quotate. Inoltre il reato è previsto anche per chi diffonde informazioni atte ad alterare la percezione di salute finanziaria di una società, una banca o altro soggetto economico-finanziario.

Le pene previste

L’ordinamento giuridico prevede per chi commette reato di aggiotaggio:

la reclusione fino a tre anni e con la multa da euro 516 a 25.822

Se l’aumento o la diminuzione del prezzo delle merci o dei valori si verifica, le pene sono aumentate. Le pene sono raddoppiate:

  1. se il fatto è commesso dal cittadino per favorire interessi stranieri;
  2. se dal fatto deriva un deprezzamento della valuta nazionale o dei titoli dello Stato, ovvero il rincaro di merci di comune o largo consumo.

Le pene stabilite nelle disposizioni precedenti si applicano anche se il fatto è commesso all’estero, in danno della valuta nazionale o di titoli pubblici italiani.

La condanna importa l’interdizione dai pubblici uffici

Pertanto il reato è considerato più grave quando dal fatto vengono compromessi gli interessi nazionali, pensiamo ad esempio al caso di diffusione di informazioni finanziarie false al fine di realizzare operazioni speculative che danneggiano la moneta nazionale, i titoli di stato oppure merci di grande diffusione ed importanza strategica nazionale.

La prescrizione del reato di aggiotaggio

Il periodo di prescrizione per il reato di aggiotaggio è di 6 anni in caso di reclusione e di 3 anni in caso di multa.

La prescrizione può altresì essere estesa di un quarto, può arrivare cioè a sette anni e mezzo, nel caso che sia intervenuto uno degli atti interruttivi della prescrizione previsti dall’art. 160 c.p., ovvero:

  1. sentenza di condanna [c.p.p. 533] o dal decreto di condanna[c.p.p. 459, 565].
  2. l’ordinanza che applica le misure cautelari personali e quella di convalida del fermo o dell’arresto
  3. l’interrogatorio reso davanti al pubblico ministero o al giudice
  4. l’invito a presentarsi al pubblico ministero per rendere l’interrogatorio,
  5. il provvedimento del giudice di fissazione dell’udienza in camera di consiglio per la decisione sulla richiesta di archiviazione
  6. la richiesta di rinvio a giudizio
  7. il decreto di fissazione della udienza preliminare
  8. l’ordinanza che dispone il giudizio abbreviato
  9. il decreto di fissazione della udienza per la decisione sulla richiesta di applicazione della pena
  10. la presentazione o la citazione per il giudizio direttissimo
  11. il decreto che dispone il giudizio immediato
  12. il decreto che dispone il giudizio
  13. il decreto di citazione a giudizio

 

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Avvocato Sergio Armaroli

Avvocato Cassazionista Sergio Armaroli

L'avvocato Sergio Armaroli ha fondato lo studio legale Armaroli a Bologna nel 1997.

Da allora ha assistito centinaia di clienti in ambito civile e penale, in tutti i gradi di giudizio, sempre con l'attenzione e l'impegno che lo contraddistinguono, conseguendo numerosi successi e soddisfazioni.

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