Non perderti le ultime @separazione @divorzio@Bologna

AVVOCATO MATRIMONIALISTA BOLOGNA ABBANDONO TETTO CONIUGALE REATO O NO?

 

 

AVVOCATO MATRIMONIALISTA BOLOGNA ABBANDONO TETTO CONIUGALE REATO O NO?

 

Violazione degli obblighi di assistenza familiare” è punito con la reclusione fino ad anno o con la multa da 103 a 1032 euro chiunque, abbandonando il
domicilio familiare, o comunque serbando una condotta
contraria all’ordine o alla morale delle famiglie, si
sottrae agli obblighi di assistenza inerenti alla potestà
dei genitori o alla qualità di coniuge.

 

avvocato cassazionista bella

La Corte di Appello di Catanzaro con l’indicata sentenza del 19.5.2011 ha confermato la decisione, impugnata dall’imputato, emessa il 22.9.2008 dal Tribunale di Castrovillari, con la quale all’esito di giudizio ordinario la cittadina russa B.E. è stata riconosciuta colpevole del reato di abbandono ingiustificato del domicilio coniugale (art. 570 c.p., comma 1), perchè il 31.3.2005 si allontanava dall’abitazione familiare senza farvi più ritorno, così sottraendosi agli obblighi di assistenza morale nei confronti del marito V.L. con cui aveva contratto matrimonio il (OMISSIS). Responsabilità sanzionata con la condanna, previa concessione di attenuanti generiche, alla pena condizionalmente sospesa di due mesi di reclusione.

 

La Corte territoriale, disattendendo le doglianze espresse con l’atto di appello dell’imputata, ha condiviso la ricostruzione e la valutazione della vicenda processuale sviluppate dalla decisione di primo grado. Alla luce delle dichiarazioni del coniuge V.L., costituitosi parte civile, risultano accertate, secondo la Corte di Appello, sia l’abbandono della casa coniugale da parte dell’imputata, riferito in denuncia e confermato in dibattimento dal V., sia l’assenza di qualunque ragionevole spiegazione di tale condotto.

Condotto da ricondursi alla deliberata volontà della B. e non a supposte cause di forza maggiore o a fatti costrittivi subiti dalla donna, atteso che – come si evince dalle relazioni delle indagini di p.g. acquisite in atti sull’accordo delle parti – l’imputata è stata identificata a (OMISSIS) presso la Questura, dove si era recata per rinnovare il suo permesso di soggiorno lavorativo, svolgendo attività di domestica alle dipendenze di un’anziana signora romana (come confermato in quell’occasione dalla figlia della signora, che accompagnava la B. per l’incombenza burocratica).

 

AMA9

. Ora è agevole osservare che, come già chiarito da questa Corte regolatrice, il reato di cui all’art. 570 c.p., comma 1, nella forma dell’abbandono del domicilio domestico, non può ritenersi configurabile per il solo fatto storico dell’avvenuto allontanamento di uno dei coniugi dalla casa coniugale (v.: Cass. Sez. 6, 14.7.1989 n. 13724, Chianta, rv. 182278 Cass. Sez. 6, 12.3.1999 n. 11064, Innamorato, rv. 214330). Posto che la fattispecie criminosa si perfeziona soltanto se e quando il contegno del soggetto agente si traduca in un’effettiva sottrazione agli obblighi di assistenza materiale e morale nei confronti del coniuge “abbandonato” (del che, nel caso oggetto di ricorso, nessuna prova è individuata nè dall’impugnata sentenza di appello, nè da quella di primo grado), occorre ribadire che – alla luce della normativa regolante i rapporti di famiglia e della stessa evoluzione del costume sociale e relazionale – la qualità di coniuge non è più uno stato permanente, ma una condizione modificabile per la volontà, anche di uno solo, di rompere o sospendere il vincolo matrimoniale. Volontà la cui autonoma manifestazione, pur se non perfezionata nelle specifiche forme previste per la separazione o lo scioglimento del vincolo coniugale, può essere idonea ad interrompere senza colpa e senza effetti penalmente rilevanti taluni obblighi, tra i quali quello della coabitazione. La logica ulteriore conseguenza, ignorata dalla sentenza impugnata, è che la condotta tipica di abbandono del domicilio domestico è integrata soltanto se l’allontanamento risulti privo di una giusta causa, connotandosi di reale disvalore dal punto di vista etico e sociale (Cass. Sez. 6, 14.10.2004 n. 44614, Romeo, rv. 230523).

Nella vicenda per cui è processo il Tribunale prima e la Corte distrettuale poi si sono limitati ad accertare il mero dato oggettivo dell’allontanamento della B. dal domicilio familiare, senza alcuna indispensabile verifica dell’esistenza di ragioni idonee a giustificare tale condotta materiale, quali – in ipotesi – l’impossibilità, intollerabilità o estrema penosità della convivenza

 

 

 

Cass. pen. Sez. VI, Sent., (ud. 28-03-2012) 02-04-2012, n. 12310

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

  1. La Corte di Appello di Catanzaro con l’indicata sentenza del 19.5.2011 ha confermato la decisione, impugnata dall’imputato, emessa il 22.9.2008 dal Tribunale di Castrovillari, con la quale all’esito di giudizio ordinario la cittadina russa B.E. è stata riconosciuta colpevole del reato di abbandono ingiustificato del domicilio coniugale (art. 570 c.p., comma 1), perchè il 31.3.2005 si allontanava dall’abitazione familiare senza farvi più ritorno, così sottraendosi agli obblighi di assistenza morale nei confronti del marito V.L. con cui aveva contratto matrimonio il (OMISSIS). Responsabilità sanzionata con la condanna, previa concessione di attenuanti generiche, alla pena condizionalmente sospesa di due mesi di reclusione.

La Corte territoriale, disattendendo le doglianze espresse con l’atto di appello dell’imputata, ha condiviso la ricostruzione e la valutazione della vicenda processuale sviluppate dalla decisione di primo grado. Alla luce delle dichiarazioni del coniuge V.L., costituitosi parte civile, risultano accertate, secondo la Corte di Appello, sia l’abbandono della casa coniugale da parte dell’imputata, riferito in denuncia e confermato in dibattimento dal V., sia l’assenza di qualunque ragionevole spiegazione di tale condotto.

Condotto da ricondursi alla deliberata volontà della B. e non a supposte cause di forza maggiore o a fatti costrittivi subiti dalla donna, atteso che – come si evince dalle relazioni delle indagini di p.g. acquisite in atti sull’accordo delle parti – l’imputata è stata identificata a (OMISSIS) presso la Questura, dove si era recata per rinnovare il suo permesso di soggiorno lavorativo, svolgendo attività di domestica alle dipendenze di un’anziana signora romana (come confermato in quell’occasione dalla figlia della signora, che accompagnava la B. per l’incombenza burocratica).

  1. Avverso l’illustrata sentenza di appello ha proposto ricorso per cassazione il difensore dell’imputata, deducendo violazione dell’art. 192 c.p.p. e carenza di motivazione con riferimento alla mancanza di idonee prove della sussistenza del reato contestato alla B. segnatamente sotto il profilo dell’elemento soggettivo. In vero sono rimaste oscure le ragioni per cui la donna si è allontanata dalla casa coniugale, non emergendo la reale ingiustificabilità di tale condotta, desunta dalle sole dichiarazioni del marito, persona offesa costituitasi parte civile. Dichiarazioni che la sentenza di appello, al pari del giudice di primo grado, gratifica di piena credibilità, senza tuttavia fornire indicazioni sui riscontri acquisiti a sostegno dell’assunto accusatorio e senza fornire adeguata risposta ai rilievi formulati con il gravame.
  2. Il ricorso è fondato.

3.1. Con argomento solo in apparenza lineare i giudici di secondo grado, sulla scia della confermata decisione del Tribunale, hanno ritenuto che le dichiarazioni del denunciante marito dell’imputata, asseveranti la mancanza di ragionevoli spiegazioni dell’abbandono del “tetto” coniugale da parte della consorte, sono state riscontrate, sotto il profilo della volontarietà del contegno antigiuridico della donna, dalle emergenze delle indagini di polizia giudiziaria.

Indagini che hanno accertato il trasferimento o comunque la presenza della B. a Roma per svolgervi attività lavorativa e, quindi, la sottostante non giustificata volontarietà del suo abbandono del coniuge e della dimora coniugale (OMISSIS).

Ma tale motivazione è in tutta evidenza contraddittoria e tautologica, poichè da un lato si inserisce in un quadro di totale carenza di accertamenti coevi al momento dell’abbandono della dimora da parte dell’imputata (non risultando effettuato, alla luce della motivazione delle due sentenze contumaciali di merito, alcun genere di verifica o controllo per ricomporre sul piano fenomenico il contegno della donna, benchè lo stesso marito abbia – ad esempio – narrato che la B. sarebbe uscita, senza ritornare più a casa, per incontrarsi con alcune amiche ucraine residenti in (OMISSIS)) e poichè, d’altro lato, nulla sulle reali cause dell’allontanamento è dato inferire dalla sola evenienza per cui la donna, ad un anno e mezzo di distanza dal denunciato episodio, si sarebbe trovata a Roma, ivi svolgendo attività lavorativa come badante.

3.2. Ora è agevole osservare che, come già chiarito da questa Corte regolatrice, il reato di cui all’art. 570 c.p., comma 1, nella forma dell’abbandono del domicilio domestico, non può ritenersi configurabile per il solo fatto storico dell’avvenuto allontanamento di uno dei coniugi dalla casa coniugale (v.: Cass. Sez. 6, 14.7.1989 n. 13724, Chianta, rv. 182278 Cass. Sez. 6, 12.3.1999 n. 11064, Innamorato, rv. 214330). Posto che la fattispecie criminosa si perfeziona soltanto se e quando il contegno del soggetto agente si traduca in un’effettiva sottrazione agli obblighi di assistenza materiale e morale nei confronti del coniuge “abbandonato” (del che, nel caso oggetto di ricorso, nessuna prova è individuata nè dall’impugnata sentenza di appello, nè da quella di primo grado), occorre ribadire che – alla luce della normativa regolante i rapporti di famiglia e della stessa evoluzione del costume sociale e relazionale – la qualità di coniuge non è più uno stato permanente, ma una condizione modificabile per la volontà, anche di uno solo, di rompere o sospendere il vincolo matrimoniale. Volontà la cui autonoma manifestazione, pur se non perfezionata nelle specifiche forme previste per la separazione o lo scioglimento del vincolo coniugale, può essere idonea ad interrompere senza colpa e senza effetti penalmente rilevanti taluni obblighi, tra i quali quello della coabitazione. La logica ulteriore conseguenza, ignorata dalla sentenza impugnata, è che la condotta tipica di abbandono del domicilio domestico è integrata soltanto se l’allontanamento risulti privo di una giusta causa, connotandosi di reale disvalore dal punto di vista etico e sociale (Cass. Sez. 6, 14.10.2004 n. 44614, Romeo, rv. 230523).

Nella vicenda per cui è processo il Tribunale prima e la Corte distrettuale poi si sono limitati ad accertare il mero dato oggettivo dell’allontanamento della B. dal domicilio familiare, senza alcuna indispensabile verifica dell’esistenza di ragioni idonee a giustificare tale condotta materiale, quali – in ipotesi – l’impossibilità, intollerabilità o estrema penosità della convivenza.

E’ evidente che il compito del giudicante non può esaurirsi nell’accertamento del solo fatto storico dell’abbandono, ma include l’ineludibile ricostruzione del contesto concreto in cui esso si è verificato. Ricostruzione in difetto della quale rimane inesplorata la necessaria verifica dell’elemento soggettivo del reato.

Nell’ambito delle lacunose indagini della pubblica accusa (nulla è dato sapere sul rapporto coniugale della parte civile e dell’imputata, nè se vi siano figli della coppia o prossimi congiunti dei coniugi) i giudici di merito, neppure ponendosi un problema di più approfondita conoscenza (con gli strumenti di cui agli artt. 507 e 603 c.p.p.), si sono limitati ad osservare che l’imputata ebbe a lasciare la dimora familiare. Su tale esclusivo dato si è ravvisato il reato contestato alla B., giudicandosi appagante la verosimile inesistenza di cause di forza maggiore sottese a tale allontanamento domiciliare per la sola emersa presenza, ad oltre un anno di distanza dal fatto, dell’imputata a (OMISSIS) per motivi di lavoro. Nè, diversamente da quanto paiono supporre le due conformi decisioni di merito, può farsi carico all’imputato di offrire dimostrazione delle ragioni della propria scelta, essendo dovere del p.m. prima e del giudice poi l’accertamento completo degli elementi costitutivi, materiale e soggettivo, della fattispecie criminosa.

Se ne inferisce allora che, nel vuoto probatorio (non altrimenti colmabile a distanza di anni dal fatto) caratterizzante la vicenda processuale, la sentenza di appello impugnata deve essere annullata senza rinvio perchè il fatto criminoso attribuito alla ricorrente non costituisce reato.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata perchè il fatto non costituisce reato.

 

archiviazione indagine penale archiviazione indagine penale avvocato Bologna avvocato penalista avvocato penalista a Bologna avvocato penalista Bologna codice penale codice penale ingiuria codice penale lesioni gravi codice penale avvocato Bolognaavvocato penalistaavvocato penalista Bologna Bologna codice penale ingiuria codice penale lesioni gravi codice penale omicidio comma 1 comma 2difesa penale diritto penale fasi indagine penale indagini penale interrogatorio avviso conclusione infattipenalista esperto difensa penale reati graviavvocati penalisti Bolognaavvocati penalisti bolognaavvocato penalista esperto difesna penale vicenzaavvocato penalista studio legale diritto penale Bologna reato reato abituale reato ambientale reato appropriazione indebita reato associativo reato bigamia reato bancarotta fraudolenta prescrizionereato banconote false reato denunciareato estinto casellario giudiziale reato estorsione reato falso ideologico reato falso in bilancio reato favoreggiamento immigrazione clandestina reato guida senza patente reato furto reato guida in stato di ebbrezza reato informatico reato ingiuria reato lesioni reato maltrattamenti in famiglia reato minaccia reato molestie sessuali reato omicidio stradale reato penale reato penale reato querelareato tentata truffa reato violenza privata prescrizione reato xenofobia rinvio a giudizioAvvocati penalisti di Bolognapenalistiavvocato penalista in Bolognaavvocato penalista Bolognastudio legale penale Bologna

Post Footer automatically generated by wp-posturl plugin for wordpress.

SEPARAZIONE BOLOGNA SOTTRAZIONE DI MINORI REATO CHIAMAMI SUBITO L’AVVOCATO Sez. V, 8 luglio 2008, n. 37321, Sailis; Sez. VI, 18 febbraio 2008, n. 21441, C; Sez. VI, 4 marzo 2002, n. 11415, Staller

SEPARAZIONE BOLOGNA SOTTRAZIONE DI MINORI REATO CHIAMAMI SUBITO L’AVVOCATO Sez. V, 8 luglio 2008, n. 37321, Sailis; Sez. VI, 18 febbraio 2008, n. 21441, C; Sez. VI, 4 marzo 2002, n. 11415, StallerSEPARAZIONE BOLOGNA SOTTRAZIONE DI MINORI REATO CHIAMANì SUBITO L’AVVOCATO Sez. V, 8 luglio 2008, n. 37321, Sailis; Sez. VI, 18 febbraio 2008, n. 21441, C; Sez. VI, 4 marzo 2002, n. 11415, Staller

 

apappapa

 

. Il reato previsto dall’art. 574 c.p. punisce la condotta del genitore che, contro la volontà dell’altro, sottragga il figlio per un periodo di tempo rilevante, impedendo l’esercizio della potestà genitoriale e allontanando il minore dall’ambiente d’abituale dimora (tra le tante, Sez. V, 8 luglio 2008, n. 37321, Sailis; Sez. VI, 18 febbraio 2008, n. 21441, C; Sez. VI, 4 marzo 2002, n. 11415, Staller). In altri termini, perché il reato sia integrato è richiesto che l’azione posta in essere dall’agente determini un impedimento per l’esercizio delle diverse manifestazioni della potestà del genitore. Ed infatti è stato sostenuto che solo se la condotta posta in essere da uno dei coniugi porta ad una globale sottrazione del minore alla vigilanza del coniuge affidatario, così da impedirgli non solo la funzione educativa ed i poteri insiti nell’affidamento, ma da rendergli impossibile quell’ufficio che gli è stato conferito dall’ordinamento nell’interesse del minore e della società, ricorre il reato di cui all’art. 574 c.p. (Sez. VI, 25 giugno 1986, n. 12950, Ratiu). Tale norma incriminatrice tutela il legame tra minore e genitore e si incentra sulla cesura di tale legame che può realizzarsi mediante una condotta di sottrazione e non a caso la giurisprudenza riconosce configurabile il concorso formale tra questo reato e quello di elusione di provvedimenti del giudice concernenti l’affidamento dei minori (art. 388 comma 2 c.p.), che invece è posto a tutela del provvedimento giudiziario.

 

 

¥ Avvocati Bologna Avvocato Bologna ¥ Avvocati Penalisti Bologna ¥ avvocato penalista Bologna ¥ Avvocato per abuso su minori ¥ Avvocato per droga ¥ Avvocato per processo penale ¥ Avvocato per stalking ¥ Avvocato per stupefacenti ¥ avvocato per violenza sessuale ¥ processo penale minorile ¥ processo penale per abuso su minore ¥ processo penale per diffamazione ¥ processo penale per direttissima ¥ processo penale per droga ¥ processo penale per violenza sessuale ¥ Studio Legale ¥ Studio legale penale Bologna ¥ Studio legale penalista Bologna

¥ Avvocati Bologna Avvocato Bologna
¥ Avvocati Penalisti Bologna
¥ avvocato penalista Bologna
¥ Avvocato per abuso su minori
¥ Avvocato per droga
¥ Avvocato per processo penale
¥ Avvocato per stalking
¥ Avvocato per stupefacenti
¥ avvocato per violenza sessuale
¥ processo penale minorile
¥ processo penale per abuso su minore
¥ processo penale per diffamazione
¥ processo penale per direttissima
¥ processo penale per droga
¥ processo penale per violenza sessuale
¥ Studio Legale
¥ Studio legale penale Bologna
¥ Studio legale penalista Bologna

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE VI PENALE

Sentenza 19 febbraio – 27 maggio 2013, n. 22911

 

(Presidente Agrò – Relatore Fidelbo)

Ritenuto in fatto

  1. Con la decisione in epigrafe indicata la Corte d’appello di Milano ha confermato la sentenza del 4 aprile 2008 con cui il Tribunale di Como aveva ritenuto M.E.I. responsabile del reato di cui all’art. 574 c.p., condannandolo alla pena di otto mesi di reclusione, oltre al risarcimento dei danni in favore della costituita parte civile, da liquidarsi in separato giudizio.

 

Secondo l’accusa l’imputato avrebbe prelevato la figlia al rientro da una gita scolastica e l’avrebbe tenuta con sé per due settimane, senza alcuna autorizzazione e contro la volontà del proprio coniuge separato, a cui la minore era stata affidata con provvedimento dell’autorità giudiziaria elvetica, per poi restituirla solo a seguito dell’intervento della polizia cantonale.

 

  1. L’imputato ha proposto ricorso per cassazione.

 

Deduce l’abnormità e la manifesta illogicità della motivazione della sentenza per avere omesso di considerare che con decreto 9 maggio 2006 il Pretore di Mendrisio Sud aveva riconosciuto il reciproco diritto di visita tra padre e figlia e, inoltre, per avere affermato che il periodo di sottrazione è stato di quindici giorni, nonostante la stessa madre della minore avesse parlato di soli otto giorni.

 

Con distinti motivi denuncia, da un lato, l’erronea applicazione dell’art. 574 c.p.; in quanto non vi sarebbe stata alcuna volontà di sottrarre la minore, tanto è vero che il coniuge affidatario era a perfetta conoscenza del suo domicilio e, inoltre, si recava ogni giorno a scuola della figlia con la quale si intratteneva, dall’altro, la mancata assunzione di una prova decisiva, per non avere ascoltato la minore.

 

Infine, contesta le disposizioni sulle spese e la giurisdizione dell’autorità giudiziaria di Como.

Considerato in diritto

  1. Preliminarmente deve dichiararsi inammissibile l’eccezione di giurisdizione in quanto del tutto immotivata. Peraltro, non vi è dubbio che il reato contestato risulta commesso in Italia, nella città di Como.

 

  1. Per il resto il ricorso è fondato nei limiti di seguito indicati.

 

4.1. Il reato previsto dall’art. 574 c.p. punisce la condotta del genitore che, contro la volontà dell’altro, sottragga il figlio per un periodo di tempo rilevante, impedendo l’esercizio della potestà genitoriale e allontanando il minore dall’ambiente d’abituale dimora (tra le tante, Sez. V, 8 luglio 2008, n. 37321, Sailis; Sez. VI, 18 febbraio 2008, n. 21441, C; Sez. VI, 4 marzo 2002, n. 11415, Staller). In altri termini, perché il reato sia integrato è richiesto che l’azione posta in essere dall’agente determini un impedimento per l’esercizio delle diverse manifestazioni della potestà del genitore. Ed infatti è stato sostenuto che solo se la condotta posta in essere da uno dei coniugi porta ad una globale sottrazione del minore alla vigilanza del coniuge affidatario, così da impedirgli non solo la funzione educativa ed i poteri insiti nell’affidamento, ma da rendergli impossibile quell’ufficio che gli è stato conferito dall’ordinamento nell’interesse del minore e della società, ricorre il reato di cui all’art. 574 c.p. (Sez. VI, 25 giugno 1986, n. 12950, Ratiu). Tale norma incriminatrice tutela il legame tra minore e genitore e si incentra sulla cesura di tale legame che può realizzarsi mediante una condotta di sottrazione e non a caso la giurisprudenza riconosce configurabile il concorso formale tra questo reato e quello di elusione di provvedimenti del giudice concernenti l’affidamento dei minori (art. 388 comma 2 c.p.), che invece è posto a tutela del provvedimento giudiziario.

 

Nella specie, la responsabilità dell’imputato è stata affermata con esclusivo riferimento alla circostanza che la minore è stata “trattenuta” per circa due settimane dal padre presso la sua abitazione, nonostante fosse stata affidata alla madre, ma omettendo ogni accertamento in ordine all’effettivo ostacolo che tale condotta ha avuto sull’esercizio della potestà genitoriale da parte della madre. In particolare, non risulta se il “trattenimento” abbia causato una radicale interruzione del rapporto della madre con la figlia, impedendo l’esercizio della potestà ovvero se, come assume il ricorrente, vi sia stata solo un’inosservanza del provvedimento giudiziario in ordine ai tempi del diritto di visita riconosciuto al padre. Del resto, sembra pacifico che S.R.C. conoscesse la residenza del marito presso cui si trovava la minore e che, durante il periodo in cui la figlia è rimasta presso il padre, abbia incontrato ogni giorno la figlia, con la quale si intratteneva a parlare, circostanza questa che addirittura escluderebbe la sottrazione e comunque ogni ipotesi di ostacolo all’esercizio della potestà genitoriale, dal momento che la minore non è mai stata allontanata dalla vigilanza della madre.

 

4.2. D’altra parte, la sentenza non ha motivato in ordine all’elemento soggettivo del reato che consiste nella coscienza e volontà di sottrarre il minore, nel senso che l’agente deve avere la consapevolezza che il suo comportamento realizza una situazione antigiuridica mediante il trattenimento del minore, attuato con un comportamento sempre attivo, diretto a mantenere l’esclusivo suo controllo sullo stesso (Sez. VI, 8 aprile 1999, n. 7836, Barbieri).

 

Sotto questo profilo si osserva che i fatti si sono svolti a ridosso dell’emanazione dei provvedimenti con cui veniva disposto l’affidamento della minore alla madre, sicché l’accertamento in ordine all’elemento soggettivo avrebbe consentito di verificare se la condotta posta in essere dall’imputato fosse diretta ad impedire l’esercizio della potestà genitoriale all’affidatario ovvero rivolta a eludere il provvedimento giudiziario, con diverse conseguenze anche sulla qualificazione giuridica del fatto.

 

  1. Le rilevate carenze della motivazione determinano l’annullamento della sentenza impugnata, con rinvio per nuovo giudizio ad altra sezione della Corte d’appello di Milano.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata e rinvia per nuovo giudizio ad altra sezione della Corte d’appello di Milano.

 

archiviazione indagine penale archiviazione indagine penale avvocato Bologna avvocato penalista avvocato penalista a Bologna avvocato penalista Bologna codice penale codice penale ingiuria codice penale lesioni gravi codice penale avvocato Bolognaavvocato penalistaavvocato penalista Bologna Bologna codice penale ingiuria codice penale lesioni gravi codice penale omicidio comma 1 difesa penalediritto penale fasi indagine penaleindagine penale durata indagini penale interrogatorio avviso conclusione infattipenalista esperto difensa penale reati graviavvocati penalisti Bolognaavvocati penalisti bolognaavvocato penalista esperto difesna penale vicenzaavvocato penalista studio legale diritto penale Bologna reato reato abituale reato ambientale reato appropriazione indebita reato associativo reato bigamia reato bancarotta fraudolenta prescrizionereato banconote false reato denunciareato estinto casellario giudiziale reato estorsione reato falso ideologico reato falso in bilancio reato favoreggiamento immigrazione clandestina reato guida senza patente reato furto reato guida in stato di ebbrezza reato informatico reato ingiuria reato lesioni reato maltrattamenti in famiglia reato minaccia reato molestie sessuali reato omicidio stradale reato penale reato penale reato querelareato tentata truffa reato violenza privata prescrizione reato xenofobia rinvio a giudizioAvvocati penalisti di Bolognapenalistiavvocato penalista in Bolognaavvocato penalista Bolognastudio legale penale Bologna

Nel procedimento in tema di sottrazione internazionale del minore, previsto dalla Convenzione de L’Aja del 25 ottobre 1980, resa esecutiva con la legge di autorizzazione alla ratifica 15 gennaio 1994, n. 64, l’art. 13 del testo internazionale introduce alcune deroghe al dovere dello Stato, che ne sia richiesto, di ordinare l’immediato rientro del minore nel proprio Stato di residenza abituale, concernenti, tra l’altro, l’ipotesi in cui la persona o l’ente che si oppone al ritorno dimostri che esiste un rischio grave per il minore, implicando il relativo accertamento un’indagine di fatto, riservata al giudice del merito, censurabile in sede di legittimità soltanto se non congruamente e logicamente motivata.

A tale proposito, contrariamente a quanto prospettato dal ricorrente nella formulazione del quesito di diritto, deve escludersi che l’art. 13 citato imponga al giudice di disporre in ogni caso una consulenza tecnica d’ufficio o di chiedere informazioni all’Autorità centrale o ad ogni altra Autorità competente dello Stato di residenza del minore, riguardo alla sua situazione sociale, essendo egli tenuto esclusivamente a considerare adeguatamente le eventuali informazioni fornite dalle Autorità dello Stato di residenza del minore, senza peraltro attribuire a tali informazioni un valore peculiare o addirittura poziore rispetto alle prove raccolte nel procedimento diretto ad accertare la sussistenza delle condizioni per l’emanazione dell’ordine di ritorno (Cass., Sez. 1^, 19 dicembre 2003, n. 19544; Cass., Sez. 1^, 18 marzo 2006, n. 6081).

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE I CIVILE

Sentenza 27 luglio 2007, n. 16753

Svolgimento del processo

1. – Con ricorso ai sensi della L. 15 gennaio 1994, n. 64, art. 7, il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni di Venezia, attivato dall’Autorità centrale presso il Ministero della giustizia, chiese, in applicazione della Convenzione de L’Aja del 25 ottobre 1980, il rimpatrio in Slovacchia presso la madre O. B. del minore M.M., nato il …omissis… a …omissis…, in quanto trattenuto illecitamente in Italia dal padre naturale M.M..

2. – Nella resistenza del padre naturale, l’adito Tribunale per i minorenni di Venezia, con decreto depositato il 13 ottobre 2006, ha ordinato il ritorno immediato del minore in Slovacchia presso il domicilio della madre.

Ha premesso il Tribunale per i minorenni: che M.M. era vissuto in Slovacchia dalla sua nascita e fino alla sottrazione da parte del padre, salvo brevi periodi di vacanza in Italia; che in particolare il minore dal 2001, dopo la rottura della relazione tra i genitori, aveva abitato a …omissis… con la madre, incontrando con una certa regolarità il padre che aveva mantenuto una propria abitazione nella medesima città; che il …omissis… il padre ed il minore erano partiti per una vacanza in Italia, dove avrebbero dovuto restare per quattro settimane per rientrare in Slovacchia il …omissis…, rientro poi concordemente con la madre procrastinato al …omissis…; che in data …omissis… il padre aveva comunicato alla madre che il minore non avrebbe fatto ritorno in Slovacchia, trattenendolo effettivamente presso di sè in Italia; che il padre aveva presentato ricorso ex artt. 317 bis e 336 cod. civ. avanti al Tribunale per i minorenni di Venezia, chiedendo l’emissione di provvedimenti temporanei ed urgenti, ma tale richiesta era stata rigettata dal Tribunale con decreto depositato l’11 agosto 2006; che la madre aveva contemporaneamente presentato ricorso per l’affidamento esclusivo del figlio al Tribunale provinciale di Zvolen, il quale con proprio provvedimento preventivo del 21 agosto 2006 aveva affidato il minore alla cura personale della madre.

Il Tribunale per i minorenni ha quindi dichiarato l’illiceità del trattenimento compiuto dal padre e sussistenti i presupposti per ordinare il rientro del minore presso la madre, rilevando:

– che – premesso che la decisione in ordine al trasferimento all’estero del minore doveva essere presa di comune accordo tra i genitori o, in caso di contrasto, dall’autorità giudiziaria – il mancato rientro del minore in Slovacchia presso la madre era avvenuto in violazione dell’esercizio della potestà genitoriale alla stessa spettante e doveva pertanto considerarsi illecito, avendo il padre violato l’accordo di ricondurre il minore in Slovacchia entro il 1 agosto 2006;

– che non sussisteva il fondato rischio per il minore di essere esposto, per il fatto del suo rientro, a pericoli fisici o psichici, o comunque di trovarsi in una situazione intollerabile, tale non potendosi considerare il progettato trasferimento della madre, e della conseguente residenza del minore, nella città di …omissis… nell’est della Slovacchia, anche se tale trasferimento poteva rendere più difficile l’esercizio del diritto di divisità del padre;

– che, infine, non poteva ritenersi ostativa la volontà del minore (non ancora undicenne) di rimanere con il padre e di opporsi al rientro, avendo egli addotto motivazione e ragioni (“la scuola è migliore in Italia”; …omissis… è luogo “poco attrezzato per lo sport”) che apparivano riconducibili a quelle udite dagli adulti, piuttosto che frutto di un proprio autonomo convincimento;

– che al volere del minore poteva essere dato il giusto peso, avanti al giudice naturale, nel giudizio relativo alla determinazione dell’affidamento del minore e nella decisione circa le concrete modalità dello stesso, ma esso non appariva, tuttavia, tale da fondare da solo, in presenza di un comportamento di sottrazione illecita da parte del padre ed in assenza di pericolo di grave pregiudizio, una decisione di rigetto del ricorso.

3. – Per la cassazione del decreto del Tribunale per i minorenni ha interposto ricorso il M. con atto notificato il 16 dicembre 2006, svolgendo cinque motivi di censura, illustrati con memoria.

L’intimata O.B. ha resistito con controricorso, proponendo a sua volta ricorso incidentale, sulla base di un unico motivo, censurando la mancata statuizione di condanna del M. alle spese da lei sostenute in primo grado.

Motivi della decisione

1. – Preliminarmente, il ricorso principale del M. ed il ricorso incidentale della O. devono essere riuniti, ai sensi dell’art. 335 cod. proc. civ., essendo entrambe le impugnazioni relative al medesimo decreto.

2. – Sempre in via preliminare, deve essere dichiarata irricevibile la documentazione (ricevuta di pagamento del volo aereo Venezia- Vienna, fatture e relazione del servizio di psichiatria infantile) prodotta unitamente al controricorso e al ricorso incidentale, atteso che tali documenti non riguardano nè la nullità del provvedimento impugnato, nè l’ammissibilità del ricorso o del controricorso.

Per lo stesso motivo, non può trovare ingresso nel giudizio di legittimità la relazione del consulente tecnico ausiliario della polizia giudiziaria, prodotta dal ricorrente in via principale al momento del deposito della memoria illustrativa ex art. 378 cod. proc. civ..

3. – Passando all’esame del ricorso principale, con il primo motivo si denuncia violazione ed erronea applicazione dell’art. 13, comma 1, lettera b), e comma 3, della Convenzione de L’Aja 25 ottobre 1980, per omessa valutazione dei rischi connessi al rientro del minore in Slovacchia e per omessa richiesta e valutazione delle informazioni fornite dalle Autorità competenti dello Stato di provenienza del minore.

Ad avviso del ricorrente, il Tribunale per i minorenni non deve basare il giudizio sulla sussistenza delle condizioni ostative al rientro solo sulle proprie autonome sommarie valutazioni e sulle prove fornite dalla parte che si oppone al rientro, ma deve decidere sulla base di una approfondita istruttoria del caso che dovrà necessariamente tenere conto anche delle informazioni sulla situazione sociale del minore fornite dall’autorità centrale o da qualsiasi altra autorità competente dello Stato di residenza abituale (forze di polizia, assistenti sociali), tali informazioni costituendo una indicazione di natura processuale vincolante per il giudice, ancorchè non esclusiva.

Nel caso di specie, non vi sarebbe stato alcun accertamento d’ufficio, da parte del Collegio giudicante, della presenza di eventuali rischi psico-fisici connessi al rimpatrio di M. in Slovacchia. il Tribunale per i minorenni non avrebbe assunto alcuna informazione dallo Stato di residenza del minore volta ad accertare l’idoneità dell’ambiente sociale in cui lo stesso avrebbe fatto rientro, nè ha disposto, d’ufficio, alcun mezzo istruttorio (ad esempio, una c.t.u.) al fine di valutare l’incidenza che il rimpatrio in Slovacchia avrebbe avuto sulla psiche del minore.

Del resto, il padre aveva rappresentato al Collegio veneziano che M., se fosse stato costretto a far ritorno in Slovacchia dalla madre avrebbe dovuto trasferirsi presso l’abitazione del nuovo compagno di quest’ultima – con il quale non aveva un rapporto positivo – nella lontana …omissis…, nell’est della Slovacchia, quasi ai confini con l’Ucraina, in una terra sperduta dove il tasso di disoccupazione supera soglie del 50% e non vi sono prospettive per una equilibrata crescita educativa, intellettuale ed affettiva di un bambino. Inoltre, il trasferimento del minore nella nuova realtà, distante oltre 300 km. di strade impervie e disagiate dal paese di origine di M., avrebbe reso oltremodo difficile, se non impossibile, la frequentazione di quest’ultimo con il padre.

Infine, nel valutare l’opportunità di disporre il rientro del minore in Slovacchia, il Tribunale per i minorenni avrebbe dovuto tenere in debito conto il fatto che M., che già conosceva bene l’Italia per averci sempre trascorso ampi periodi di vacanza e le festività insieme al padre, si era ormai perfettamente inserito nella realtà patavina (frequentando la parrocchia, praticando sport di gruppo e iscrivendosi alla quinta elementare).

Conclusivamente, il ricorrente formula il seguente quesito di diritto: “Qualora sussista per il minore il fondato rischio di essere esposto, per il fatto del suo ritorno nel paese di origine, a pericoli psichici o comunque di trovarsi in una situazione di intollerabile disagio, l’Autorità giudiziaria dello Stato richiesto può prescindere dalle informazioni fornite dalle Autorità competenti dello Stato di residenza del minore e dal compimento di una c.t.u. per valutare il complesso degli elementi offerti dalle parti e acquisiti d’ufficio a tali, scopo?”. 3.1. – Il motivo è privo di fondamento.

Nel procedimento in tema di sottrazione internazionale del minore, previsto dalla Convenzione de L’Aja del 25 ottobre 1980, resa esecutiva con la legge di autorizzazione alla ratifica 15 gennaio 1994, n. 64, l’art. 13 del testo internazionale introduce alcune deroghe al dovere dello Stato, che ne sia richiesto, di ordinare l’immediato rientro del minore nel proprio Stato di residenza abituale, concernenti, tra l’altro, l’ipotesi in cui la persona o l’ente che si oppone al ritorno dimostri che esiste un rischio grave per il minore, implicando il relativo accertamento un’indagine di fatto, riservata al giudice del merito, censurabile in sede di legittimità soltanto se non congruamente e logicamente motivata.

A tale proposito, contrariamente a quanto prospettato dal ricorrente nella formulazione del quesito di diritto, deve escludersi che l’art. 13 citato imponga al giudice di disporre in ogni caso una consulenza tecnica d’ufficio o di chiedere informazioni all’Autorità centrale o ad ogni altra Autorità competente dello Stato di residenza del minore, riguardo alla sua situazione sociale, essendo egli tenuto esclusivamente a considerare adeguatamente le eventuali informazioni fornite dalle Autorità dello Stato di residenza del minore, senza peraltro attribuire a tali informazioni un valore peculiare o addirittura poziore rispetto alle prove raccolte nel procedimento diretto ad accertare la sussistenza delle condizioni per l’emanazione dell’ordine di ritorno (Cass., Sez. 1^, 19 dicembre 2003, n. 19544; Cass., Sez. 1^, 18 marzo 2006, n. 6081).

Conclusivamente, deve affermarsi il seguente principio di diritto.

“In tema di sottrazione internazionale del minore, ai fini dell’accertamento delle condizioni ostative all’emanazione dell’ordine di ritorno, ai sensi dell’art. 13 della Convenzione de L’Aja 25 ottobre 1980, l’inopportunità, discrezionalmente ponderata dal giudice di merito, di assumere – attesi anche i ritmi serrati in cui il procedimento è scandito, essendo la materia caratterizzata dall’urgenza di provvedere – ulteriori informazioni e di disporre consulenza tecnica d’ufficio, è incensurabile in sede di ricorso per Cassazione. Al medesimo fine, il giudice dello Stato richiesto non è tenuto a chiedere informazioni all’Autorità centrale o ad ogni altra Autorità competente dello Stato di residenza del minore, riguardo alla sua situazione sociale, ma deve valutare anche dette informazioni, sempre che esse siano state fornite dalle Autorità dello Stato richiedente”. 4. – Il secondo mezzo del ricorso principale – con cui si denuncia violazione ed erronea applicazione dell’art. 13, comma 2, della citata Convenzione de L’Aja per errata valutazione ed interpretazione della volontà del minore – pone il seguente interrogativo: “In presenza di una volontà del minore espressa anche per iscritto e confermata da entrambi i genitori di opporsi al rientro, a quali condizioni l’Autorità giudiziaria dello Stato richiesto può disattendere la volontà del minore, il cui stato evolutivo sia risultato consono rispetto alla vicenda (nella fattispecie trattandosi di adolescente e non di infante)?”.

In sede di illustrazione del motivo, si rileva che il Tribunale per i minorenni si è limitato a verificare per quali motivi M. desiderava rimanere in Italia con il padre, senza poi accertare se tale desiderio si traducesse in una effettiva opposizione a ritornare in Slovacchia. In secondo luogo, il Collegio a quo avrebbe erroneamente interpretato e valutato le dichiarazioni rese da M., ritenendo che nel caso di specie non fosse opportuno tenerne conto, siccome provenienti da un bambino di soli undici anni e in quanto probabilmente influenzate dall’ambiente familiare in cui lo stesso era vissuto negli ultimi mesi.

Sostiene il ricorrente che, in sede di audizione, a M. sarebbero state chieste soltanto informazioni generiche sulla sua vita in Slovacchia e in Italia e sulla sua famiglia, nonchè spiegazioni sul perchè desiderava rimanere in Italia con il padre, mentre non gli sarebbero state chieste le ragioni per le quali non voleva ritornare in Slovacchia con la madre e con il suo compagno a lui estraneo.

Da parte del Tribunale per i minorenni non vi sarebbe stato una chiaro ascolto della volontà del minore. L’istruttoria, anche sotto tale profilo, sarebbe stata carente in quanto non integrata da nessuna approfondita perizia da parte di professionisti competenti ai fini dello svolgimento di una audizione protetta, con i noti canoni della psicopedagogia infantile.

Il Tribunale avrebbe errato nel ritenere di non dovere tenere conto della volontà espressa da M. che all’epoca aveva solo undici anni; nonchè nel non considerare le dichiarazioni rese dalla stessa madre all’udienza del 5 ottobre 2006, avendo la stessa riferito che a febbraio il minore aveva manifestato la sua paura di non poter vedere più il suo papà una volta effettuato il cambio di residenza, mostrando così la sua contrarietà al cambiamento. Tali affermazioni – unitamente ad ulteriori documenti – proverebbero che il minore aveva maturato e consolidato dentro di sè già da tempo la volontà di vivere in Italia con il padre e che, pertanto, la sua volontà non era frutto di un convincimento repentino, coartato dall’ambiente in cui lo stesso era vissuto negli ultimi mesi.

4.1. – Il motivo, scrutinabile esclusivamente nei limiti della violazione di legge denunciata con il quesito di diritto formulato ex art. 366 bis cod. proc. civ., è infondato.

L’art. 13, comma 2, della Convenzione de L’Aja riguarda un’ipotesi di esclusione dell’ordine di rimpatrio (per la quale non è richiesto il rischio di pericolo fisico o psichico o, comunque, di trovarsi in una situazione intollerabile), che ricorre allorchè il minore vi si oppone, sempre che costui abbia raggiunto “un’età ed un grado di maturità” tali da giustificare il rispetto della sua opinione.

L’indagine sulla maturità del minore è testualmente subordinata al compimento di una certa età del soggetto, al di sotto della quale – secondo comuni nozioni di esperienza e prudenza, apprezzabili dal Giudice del merito – è sconsigliabile dar peso decisivo al suo parere, se contrastante con la presunzione, sulla quale è fondata la Convenzione, di prevalente interesse del minore illecitamente sottratto a tornare presso l’affidatario.

Nella specie il Tribunale per i minorenni, considerando l’età del minore (che avrebbe compiuto undici anni il successivo 4 novembre), ha motivatamente escluso le ragioni per cui alla dichiarata volontà del minore di rimanere con il padre non poteva riconnettersi una valenza di per sè ostativa all’emanazione dell’ordine di rientro.

Inoltre, ha tenuto conto dell’opinione (negativa) espressa dal minore ai fini della valutazione della sussistenza o meno del fondato rischio di cui all’art. 13, comma 1, lettera b), della Convenzione;

ed ha – ancora motivatamente – escluso la ricorrenza di tale situazione, perchè la decisione del minore non era frutto di una elaborazione maturata nel tempo da parte dello stesso, bensì era stata adottata repentinamente, durante le vacanze estive passate in compagnia del padre, non era fondata su gravi ragioni, ed era ancorata a motivazioni riconducibili a quelle udite dagli adulti, piuttosto che a un proprio, autonomo convincimento (“la scuola è migliore in Italia”; …omissis… è un posto “poco attrezzato per lo sport”).

Il decreto del Tribunale si sottrae pertanto alla censura del ricorrente, giacchè ai sensi dell’art. 13 della Convenzione de L’Aja 25 ottobre 1980, la volontà del minore di opporsi al rientro non integra una condizione di per sè preclusiva dell’emanazione dell’ordine di rimpatrio da parte del Giudice dello Stato richiesto quando essa provenga da un minore che – secondo il motivato apprezzamento del Tribunale per i minorenni – non abbia ancora raggiunto l’età ed il grado di maturità tali da giustificare il rispetto della sua opinione; in tal caso, l’ascolto del minore, avente capacità di discernimento, ha una rilevanza cognitiva, in quanto l’esito di quel colloquio consente al giudice di valutare direttamente se sussista o meno il fondato rischio, per il minore medesimo, di essere esposto, per il fatto del suo ritorno, a pericoli fisici e psichici, o comunque di trovarsi in una situazione intollerabile”. 5. – Il terzo mezzo del ricorso principale (violazione ed erronea applicazione dell’art. 3 della Convenzione di Strasburgo 25 gennaio 1996) pone il quesito se “Nell’ambito di un procedimento che riguarda un minore degli anni diciotto, avente sufficiente capacità di comprensione, l’Autorità giudiziaria dello Stato richiesto è tenuta a fornire al minore tutte le informazioni pertinenti al caso”, chiedendo alla Corte di stabilire, “In caso di omissione, quali sono le conseguente processuali sul decreto di rimpatrio”.

Si sostiene che il Tribunale per i minorenni avrebbe violato l’art. 3 della Convenzione di Strasburgo, giacchè M., in sede di audizione avanti il Tribunale per i minorenni, non sarebbe stato informato dal Collegio circa il significato degli atti in corso, nè sarebbe stato avvertito delle conseguenze derivanti dall’eventuale attuazione del provvedimento di rimpatrio. La carenza di informazioni a M., da parte del Tribunale, circa i risvolti del procedimento in corso renderebbe illegittima l’impugnata decisione per violazione dei principi consacrati nella Convenzione di Strasburgo a difesa dei diritti processuali del fanciullo.

5.1. – Il motivo non è meritevole di accoglimento.

5.1.1. – Nei procedimenti di sottrazione internazionale, l’ascolto del minore rinviene la propria disciplina nella L. 15 gennaio 1994, n. 64, la quale, nel rendere esecutiva e nell’autorizzare la ratifica della citata Convenzione de L’Aja, impone al Tribunale per i minorenni (art. 7, comma 3) di sentire, oltre al Pubblico Ministero e agli altri interessati, il minore medesimo “se del caso”, ossia quando ne ritiene l’opportunità, in relazione alle diverse circostanze, a nozioni di comune esperienza e prudenza, come quelle riferibili all’età del soggetto ed alla necessità di evitargli ulteriori traumi psichici. Una formula analoga si rinviene nell’art. 11, comma 2, del regolamento CE 27 novembre 2003, n. 2201/2003, relativo alla competenza, al riconoscimento e all’esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e in materia di responsabilità genitoriale, prevedendosi che “Nell’applicare gli artt. 12 e 13 della Convenzione de L’Aja del 1980, si assicurerà che il minore possa essere ascoltato durante il procedimento se ciò non appaia inopportuno in ragione della sua età o del suo grado di maturità”.

Un diritto di espressione e di ascolto del minore da parte delle istituzioni è sancito altresì dalla Convenzione sui diritti del fanciullo, fatta a New York il 20 novembre 1989 e resa esecutiva con la Legge di autorizzazione alla ratifica 27 maggio 1991, n. 176, il cui art. 12, dotato di immediata efficacia imperativa nell’ordinamento interno (cfr. Corte Cost., sentenza n. 1 del 2002, punto n. 8 del Considerato in diritto), dopo avere disposto, al comma 1, che il fanciullo capace di discernimento ha diritto di esprimere liberamente la sua opinione su ogni questione che lo interessa, soggiunge, al comma 2, che “A tal fine, si darà in particolare al fanciullo la possibilità di essere ascoltato in ogni procedura giudiziaria o amministrativa che lo concerne, sia direttamente, sia tramite un rappresentante o un organo appropriato, in maniera compatibile con le regole di procedura della legislazione nazionale”.

Le citate previsioni, tanto della legge n. 64 del 1994 quanto della Convenzione di New York, sono state ulteriormente rafforzate dalla Convenzione europea sull’esercizio dei diritti dei fanciulli, fatta a Strasburgo il 25 gennaio 1996, resa esecutiva con la legge di autorizzazione alla ratifica 20 marzo 2003, n. 77. In base a questa Convenzione, nei procedimenti dinanzi ad un’autorità giudiziaria che lo riguardano, al minore che sia considerato secondo il diritto interno come avente una capacità di discernimento sufficiente vengono riconosciuti, come diritti di cui egli stesso può chiedere di beneficiare, quelli di ricevere ogni informazione pertinente, di essere consultato ed esprimere la propria opinione, di essere informato delle eventuali conseguenze dell’attuazione della sua opinione e delle eventuali conseguenze di qualunque decisione;

inoltre l’autorità giudiziaria, prima di giungere a una decisione e quando il diritto interno ritiene che il minore abbia una capacità di discernimento sufficiente, deve, nei casi che lo richiedono, consultare il minore personalmente con una forma adeguata alla sua maturità, a meno che ciò non sia manifestamente contrario agli interessi superiori del minore, consentire al fanciullo di esprimere la sua opinione e tenere debitamente conto dell’opinione da lui espressa (artt. 3 e 6).

Quantunque lo Stato italiano, al momento del deposito dello strumento di ratifica, esercitando il dovere di designare “almeno tre categorie di controversie familiari dinnanzi ad un’autorità giudiziaria cui la presente Convenzione può applicarsi” (art. 1, comma 4), abbia elencato come campo di applicazione della Convenzione di Strasburgo (come risulta dal comunicato del Ministero degli affari esteri 10 settembre 2003, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 210 del 10 settembre 2003) soltanto quattro procedimenti (quelli di cui:

all’art. 145 cod. civ., in materia di intervento del Giudice in caso di disaccordo tra i genitori, all’art. 244 c.c., u.c., e art. 247 c.c., u.c., in tema di azione di disconoscimento di paternità;

all’art. 264 cod. civ., comma 2, in tema di autorizzazione ad impugnare il riconoscimento, e all’art. 274 cod. civ., poi dichiarato costituzionalmente illegittimo con la sentenza n. 50 del 2006;

nonchè agli artt. 322 e 323 cod. civ., in materia di amministrazione dei beni del minore da parte dei genitori), senza includervi i procedimenti di sottrazione internazionale dei minori e, in genere, di controllo della potestà genitoriale, nondimeno le disposizioni di detta Convenzione relative all’ascolto del minore, per la loro valenza di principio e per il loro significato promozionale, sono suscettibili di influenzare l’attività interpretativa anche nei procedimenti che si collocano al di fuori dell’elenco delle categorie di controversie formulato dallo Stato italiano al momento del deposito dello strumento di ratifica, orientando il senso delle disposizioni di cui il Giudice è chiamato a fare diretta applicazione.

Del resto, questa Corte (Sez. 1^, 16 aprile 2007, n. 9094), proprio in relazione ad un procedimento di sottrazione internazionale di minori, ha avuto occasione di precisare che l’audizione del minore riceve una consacrazione normativa indiscutibile nell’art. 6 della citata Convenzione di Strasburgo, e la sua esclusione, oltre che per la valutazione di non idoneità del minore a renderla (per età o stati psichici particolari), deve essere correlata soltanto al rischio che la stessa audizione, per quanto protetta, rechi danni gravi alla serenità del destinatario. E nello stesso modo – questa volta nell’ambito di un procedimento di adozione in casi particolari – l’essenzialità della previsione dell’audizione dell’adottando è stata colta (Cass., Sez. 1^, 26 novembre 2004, n. 22350) anche alla luce dei “principi sanciti dalla Convenzione di New York sui diritti del fanciullo del 20 novembre 1989 e ribaditi dalla Convenzione di Strasburgo del 25 gennaio 1996 sull’esercizio dei diritti del fanciullo”.

Se ne trae che – pur involgendo l’aspetto delle modalità dell’ascolto del minore profili inevitabilmente rimessi alla discrezionalità del giudice del merito procedente (Cass., Sez. 1^, 4 aprile 2007, n, 8481) l’audizione, intesa come strumento per raccogliere le opinioni del minore avente un discernimento sufficiente e per dare forma al diritto dello stesso di partecipare alla sua tutela attraverso un interlocutore che lo ascolta e che lo considera in ciò che dice, postula che il minore riceva le informazioni pertinenti ed appropriate con riferimento alla sua età e al suo grado di sviluppo, a meno che tali informazioni nuocciano al suo benessere.

5.1.2. – Nella specie, il ricorrente in via principale si duole in effetti del come dell’ascolto: il minore, benchè udito dal Tribunale, non avrebbe ricevuto le informazioni pertinenti al caso, e questa violazione della legge processuale – si sostiene – avrebbe conseguenze invalidanti sul decreto di rimpatrio emesso dal primo Giudice.

A prescindere da ogni ulteriore considerazione, è sufficiente rilevare che la censura muove da un’inesatta premessa in fatto.

Dalla lettura del verbale dell’udienza del 5 ottobre 2006 – al quale è possibile accedere, essendo denunciato un vizio in procedendo – risulta infatti che al minore, ascoltato direttamente dal Collegio (in una stanza diversa dall’aula d’udienza), è stato spiegato il significato dell’incontro e del colloquio e che allo stesso è stata fornita, compatibilmente con la sua tenera età ed il suo grado di discernimento, ogni informazione pertinente al caso.

Lo si ricava, implicitamente ma inequivocabilmente, dal fatto che il giudice minorile, dopo avere conosciuto il bambino e messo lo stesso in condizione di parlare a proprio agio, ha rivolto allo stesso domande sul suo contesto di vita, in Slovacchia ed in Italia, e sul suo rapporto con la mamma e con il papa, con gli altri parenti, con gli amici ed i compagni di scuola, offrendogli la piena possibilità di esprimere emozioni e di manifestare desideri in relazione alla specifica vicenda giudiziaria che lo riguarda.

6. – Il quarto motivo del ricorso principale (nullità del decreto impugnato per violazione dell’art. 6 della Convenzione di Strasburgo 25 gennaio 1996) censura che il Tribunale per i minorenni non abbia previamente accertato che al minore fossero state date tutte le informazioni pertinenti al caso, non abbia richiesto informazioni supplementari (ad esempio provenienti dalle Autorità dello Stato slovacco) al fine di prendere una decisione nel superiore interesse del fanciullo, e non abbia comunque valutato correttamente e tenuto in debito conto l’opinione espressa da M..

L’illustrazione del motivo si conclude con la formulazione del seguente quesito di diritto; “Nelle procedure riguardanti i fanciulli, l’Autorità giudiziaria dello Stato richiesto può adottare una decisione se non dispone di informazioni sufficienti a decidere nel superiore interesse del fanciullo?”. 6.1. il motivo reitera, senza ulteriori argomentazioni, censure già sollevate con il primo e con il terzo mezzo.

Esso, pertanto, è infondato per le ragioni esposte retro, sub 3.1. e sub 5.1.2. 7. – Il quinto mezzo del ricorso del M. denuncia violazione dell’art. 3, comma 1, art. 9, comma 1, e art. 12 della Convenzione di New York 20 novembre 1989, giacchè gli effetti del provvedimento sarebbero concretamente ed irreversibilmente pregiudizievoli per il minore e il suo allontanamento dal positivo ambiente familiare del padre avrebbe provocato una situazione intollerabile per il bambino e un disastroso contraccolpo psicologico che difficilmente potrà essere lenito. “Quali conseguenze ha sulla decisione dell’Autoritàdello Stato richiesto – si chiede conclusivamente il ricorrente – il fatto che la stessa decida senza tenere in considerazione il preminente superiore interesse del fanciullo garantendogli, al contempo, il diritto di esprimere liberamente la sua opinione su ogni questione che lo interessa?”. 7.1. – Il motivo è inammissibile.

Occorre premettere che, in tema di illecita sottrazione internazionale di minori, ai sensi della Convenzione de L’Aja 25 ottobre 1980, il giudizio sulla domanda di rimpatrio non investe il merito della controversia relativa alla migliore sistemazione possibile del minore; cosicchè tale domanda può essere respinta, nel superiore interesse del minore, solo in presenza di una delle circostanze ostative indicate dagli artt. 12, 13 e 20 della Convenzione, fra le quali non è compresa alcuna controindicazione di carattere comparativo che non assurga – nella valutazione di esclusiva competenza del giudice di merito – al rango di vero e proprio rischio, derivante dal rientro, di esposizione a pericoli fisici e psichici o ad una situazione intollerabile (da ultimo, Cass., Sez. 1^, 7 marzo 2007, n. 5236).

Ora, il ricorrente in via principale, dietro l’apparente prospettazione di un vizio di violazione di legge, censura in realtà le conclusioni cui è pervenuto il Tribunale per i minorenni nell’escludere la sussistenza di alcuna delle condizioni ostative all’emanazione dell’ordine di rientro.

L’accertamento relativo alla presenza del rischio, derivante dal rientro, di esposizione a pericoli psichici o ad una situazione intollerabile esige la valutazione di elementi probatori, attraverso un’indagine di fatto sottratta al controllo di legittimità (Cass., Sez. 1^, 25 settembre 2001, n. 11999).

A tale proposito occorre dare atto che il decreto impugnato ha congruamente motivato, con argomentazioni immuni da vizi logici e giuridici, l’ordine di rimpatrio: evidenziando che un’eccezione al meccanismo di reazione al comportamento illecito (il mancato rimpatrio) non poteva configurarsi nel progettato trasferimento della residenza del minore da una città all’altra all’interno del medesimo Stato, anche se tale trasferimento, giustificato in concomitanza con la formazione di un nuovo nucleo familiare della madre, era suscettibile di rendere più difficile l’esercizio del diritto di visita da parte del padre; rilevando che la volontà del minore di rimanere in Italia era fortemente influenzata dall’ambiente familiare in cui egli era vissuto negli ultimi mesi e dalla sua difficoltà di rapportarsi con le recenti decisioni personali e familiari della madre; e precisando che la valutazione comparativa dei potenziali affidatari non rientra tra i compiti affidati all’autorità adita in sede di sottrazione internazionale.

Sotto questo motivo il mezzo di ricorso si risolve nella sollecitazione ad un – non consentito – riesame degli elementi probatori acquisiti al giudizio di merito, sui quali il Tribunale per i minorenni ha espresso la sua ponderata valutazione.

8. – L’unico motivo del ricorso incidentale, con cui la O. si duole della mancata statuizione di condanna del M. alle spese da lei sostenute dinanzi al Tribunale per i minorenni di Venezia, è inammissibile, perchè la censura non è accompagnata dalla formulazione di un esplicito quesito di diritto, prescritto dall’art. 366 bis cod. proc. civ., introdotto dal D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, art. 6. 9. – Conclusivamente, il ricorso principale è rigettato e quello incidentale è inammissibile.

La natura della controversia, la complessità delle questioni trattate e l’esito delle contrapposte impugnazioni giustificano la compensazione tra le parti delle spese del giudizio di Cassazione.

P.Q.M.

La Corte, riuniti i ricorsi, rigetta il principale e dichiara inammissibile l’incidentale, compensando tra le parti le spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 3 luglio 2007.

Depositato in Cancelleria il 27 luglio 2007.

Post Footer automatically generated by wp-posturl plugin for wordpress.

@SEPARAZIONE BOLOGNA @DIVORZIO BOLOGNA @AFFIDO BOLOGNA @SEPARAZIONE TRADIMENTO –

 @SEPARAZIONE BOLOGNA @DIVORZIO BOLOGNA @AFFIDO BOLOGNA  @SEPARAZIONE TRADIMENTO – INFEDELTÀ DEL MARITO – INCIDENZA SULLA PERSONA DEL MARITO COME “PADRE” – ESCLUSIONE – MOGLIE CHE “UTILIZZI” L’INFEDELTÀ COMMESSA DAL MARITO COME ARGOMENTO PER IMPEDIRGLI DI VEDERE I FIGLI – GRAVE VIOLAZIONE DEI DOVERI GENITORIALI – SUSSISTE (ART. 337-TER C.C.)

Con riguardo all’esercizio della responsabilità genitoriale,

avvocato penale Bologna

avvocato penalista Bologna, ricorsi cassazione penale, cortesia e preparazione

  1. in via preliminare, occorre prendere atto dell’accordo raggiunto dai genitori, dando atto dell’impegno profuso dai difensori, senza la cui attività di mediazione, il patto stesso non sarebbe stato possibile.

  1. Il patto stabilisce l’affidamento condiviso dei figli e il loro collocamento prevalente presso la casa familiare, assegnata alla madre. Si tratta di accordo che si stima conforme all’interesse dei bambini.

  1. Sul punto, giova ricordare, infatti, come anche ha affermato la Suprema Corte (Cass. Civ., sez. I, 4 giugno 2010 n. 13619), che allorché sussista conflitto genitoriale e il giudice sia chiamato a stabilire il luogo in cui i minori debbano fissare la propria residenza, deve in particolare tenersi conto del tempo trascorso dall’eventuale avvenuto trasferimento, dell’acquisito delle nuove abitudini di vita, di cui è sconsigliabile il repentino mutamento, a maggior ragione se questo debba comportare un distacco dall’uno dei genitori con cui sia pregressa la convivenza stabile (Corte App. Catania, sez. famiglia, persona, minori, decreto 16 agosto 2013, Pres. Quartararo, est. Russo).

  1. Inconferente è invece il richiamo della parte convenuta alla decisione n. 4537 del 2014. Infatti, la decisione citata (Cass. Civ., sez. VI-1, ordinanza 26 febbraio 2014 n. 4537, Pres. Di Palma, est. Dogliotti) si limita ad affermare: “è bensì vero che la casa coniugale viene assegnata di preferenza al genitore collocatario di figli minori, ma è necessario comunque che convivenza vi sia, nella casa, al momento della separazione”.

  1. 6.   

  2. 7.    SEPARAZIONE BOLOGNA- DIVORZIO BOLOGNA,AFFIDO BOLOGNASEPARAZIONE TRADIMENTO – INFEDELTÀ DEL MARITO – INCIDENZA SULLA PERSONA DEL MARITO COME “PADRE” – ESCLUSIONE – MOGLIE CHE “UTILIZZI” L’INFEDELTÀ COMMESSA DAL MARITO COME ARGOMENTO PER IMPEDIRGLI DI VEDERE I FIGLI – GRAVE VIOLAZIONE DEI DOVERI GENITORIALI – SUSSISTE (ART. 337-TER C.C.)

  3. Trib. Milano, sez. IX civ., ordinanza 9 luglio 2015 (Est. Giuseppe Buffone) SEPARAZIONE – INFEDELTÀ DEL MARITO – INCIDENZA SULLA PERSONA DEL MARITO COME “PADRE” – ESCLUSIONE – MOGLIE CHE “UTILIZZI” L’INFEDELTÀ COMMESSA DAL MARITO COME ARGOMENTO PER IMPEDIRGLI DI VEDERE I FIGLI – GRAVE VIOLAZIONE DEI DOVERI GENITORIALI – SUSSISTE (ART. 337-TER C.C.)

  1. Non è sostenibile che un marito eventualmente fedifrago sia consequenzialmente un padre inadatto: la violazione degli obblighi nascenti dal matrimonio è certamente sanzionabile con l’addebito e finanche con l’azione risarcitoria; ma non giustifica affatto un affido monogenitoriale o una limitazione del diritto di visita del padre.

Handshake - Hand holding on black background

Handshake – Hand holding on black background

  1. Non solo: la madre che utilizzi l’infedeltà del marito come argomento per incidere sul rapporto genitoriale tra padre e figli, pone in essere una condotta scorretta e non allineata ai doveri genitoriali, come tale valutabile anche ai fini degli artt. 337-quater c.c. e 709-ter c.p.c.

  1. Con riguardo all’esercizio della responsabilità genitoriale, in via preliminare, occorre prendere atto dell’accordo raggiunto dai genitori, dando atto dell’impegno profuso dai difensori, senza la cui attività di mediazione, il patto stesso non sarebbe stato possibile. Il patto stabilisce l’affidamento condiviso dei figli e il loro collocamento prevalente presso la casa familiare, assegnata alla madre. Si tratta di accordo che si stima conforme all’interesse dei bambini.

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA AVVOCATO PENALISTA RIMINI AVVOCATO PENALISTA RAVENNA

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA
AVVOCATO PENALISTA RIMINI
AVVOCATO PENALISTA RAVENNA

  1. Sul punto, giova ricordare, infatti, come anche ha affermato la Suprema Corte (Cass. Civ., sez. I, 4 giugno 2010 n. 13619), che allorché sussista conflitto genitoriale e il giudice sia chiamato a stabilire il luogo in cui i minori debbano fissare la propria residenza, deve in particolare tenersi conto del tempo trascorso dall’eventuale avvenuto trasferimento, dell’acquisito delle nuove abitudini di vita, di cui è sconsigliabile il repentino mutamento, a maggior ragione se questo debba comportare un distacco dall’uno dei genitori con cui sia pregressa la convivenza stabile (Corte App. Catania, sez. famiglia, persona, minori, decreto 16 agosto 2013, Pres. Quartararo, est. Russo). Inconferente è invece il richiamo della parte convenuta alla decisione n. 4537 del 2014. Infatti, la decisione citata (Cass. Civ., sez. VI-1, ordinanza 26 febbraio 2014 n. 4537, Pres. Di Palma, est. Dogliotti) si limita ad affermare: “è bensì vero che la casa coniugale viene assegnata di preferenza al genitore collocatario di figli minori, ma è necessario comunque che convivenza vi sia, nella casa, al momento della separazione”.

  1. Quindi, si occupa di un argomento diverso dal collocamento e non afferma il principio di diritto per cui un allontanamento dalla casa coniugale comporti una (inammissibile) decadenza dal diritto ad ottenere il preminente collocamento dei figli, ove ciò rispondente al loro preminente interesse. Nel caso di specie, dunque, dovendo assumere una decisione provvisoria e interlocutoria, privilegiandosi lo “stato di fatto” esistente al momento della pronuncia e, soprattutto, l’accordo dei genitori, si provvede come da dispositivo.

  1. Non sussistono, allo stato, ragioni per derogare alla regola dell’affidamento condiviso. Al riguardo, è opportuno allontanare la decisione da due sillogismi non condivisibili: il primo, che la madre con problemi psicologici non possa essere una madre adeguata. Come ha già osservato questo Ufficio (v. Trib. Milano, sez. IX civ., ordinanza 27 novembre 2013), non è ammissibile ipotizzare una inadeguatezza del genitore solo perché “malato”. Il fatto che un paziente sia “malato” a causa di un disturbo psichiatrico non è elemento sufficiente per escluderlo dalla responsabilità genitoriale.

  1. Ancora oggi, il malato psichiatrico accusa le conseguenze negative che derivano dallo «stigma» ovvero l’insieme di pregiudizi sociali e preconcetti che circondano la malattia mentale, specie nei rapporti interpersonali e relazionali, e creano una sorta di “marchio” invisibile attorno al paziente, visto – sovente e senza ragione – come socialmente pericoloso, aggressivo o non curabile. Lo stigma tende a creare un impoverimento dei rapporti personali del malato e, soprattutto, la sua alienazione dal contesto sociale, cosicché i danni alla persona derivano non dalla patologia ma, paradossalmente, dal modo in cui la società la ripudia, la stigmatizza. Da ciò consegue che la misura dell’affidamento monogenitoriale dei minori – se giustificata per la sola patologia del genitore – costituirebbe non espressione dell’art. 337-quater c.c., bensì applicazione mera dello “stigma”.

  1. Il secondo rilievo riguarda il rapporto tra il legame orizzontale di coniugio e quello verticale di filiazione. Non è sostenibile che un marito eventualmente fedifrago sia consequenzialmente un padre inadatto: la violazione degli obblighi nascenti dal matrimonio è certamente sanzionabile con l’addebito e finanche con l’azione risarcitoria; ma non giustifica affatto un affido monogenitoriale o una limitazione del diritto di visita del padre. Non solo: la madre che utilizzi l’infedeltà del marito come argomento per incidere sul rapporto genitoriale tra padre e figli, pone in essere una condotta scorretta e non allineata ai doveri genitoriali, come tale valutabile anche ai fini degli artt. 337-quater c.c. e 709-ter c.p.c. Per le ragioni sin qui esposte, è del tutto inammissibile la richiesta della madre di far vedere i bambini, allo X, solo nella casa coniugale. In regime di affidamento condiviso, con la scelta in ordine ai tempi di permanenza dei figli presso l’uno e l’altro genitore, il giudice si limita a fissare la “cornice minima” dei tempi di permanenza. Tuttavia la cornice minima data dal giudice deve essere pienamente adeguata alle esigenze delle famiglia e all’interesse dei minori, poiché deve potersi consentire ai figli di trascorrere con il genitore non collocatario dei tempi adeguati e segnatamente dei fine settimana interi, e tempi infrasettimanali, garantendo una certa continuità di vita in questi periodi, nei limiti in cui ciò non interferisca con una normale organizzazione di vita domestica e consenta la conservazione dell’habitat principale dei minori presso il genitore domiciliatario (così: Corte App. Catania, Sez. Famiglia e Persona, decreto 16 ottobre 2013, Pres. Francola, est. Russo; conforme: Trib. Milano, sez. IX, 3 giugno 2014)

UN MARITO INFEDELE PUO’ ESSERE UN OTTIMO PADRE!! AVVOCATO MATRIMONIALISTA BOLOGNA

la madre che utilizzi l’infedeltà del marito come argomento per incidere sul rapporto genitoriale tra padre e figli, pone in essere una condotta scorretta e non allineata ai doveri genitoriali, come tale valutabile anche ai fini degli artt. 337-quater c.c. e 709-ter c.p.c.

SEPARAZIONE BOLOGNA- DIVORZIO BOLOGNA,AFFIDO BOLOGNASEPARAZIONE TRADIMENTO – INFEDELTÀ DEL MARITO – INCIDENZA SULLA PERSONA DEL MARITO COME “PADRE” – ESCLUSIONE – MOGLIE CHE “UTILIZZI” L’INFEDELTÀ COMMESSA DAL MARITO COME ARGOMENTO PER IMPEDIRGLI DI VEDERE I FIGLI – GRAVE VIOLAZIONE DEI DOVERI GENITORIALI – SUSSISTE (ART. 337-TER C.C.)

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA - DECRETO PENALE DI CONDANNA ART 459 CPP LIBRO SESTO - PROCEDIMENTI SPECIALI TITOLO V - Procedimento per decreto

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA – DECRETO PENALE DI CONDANNA ART 459 CPP LIBRO SESTO – PROCEDIMENTI SPECIALI TITOLO V – Procedimento per decreto

 

Non è sostenibile che un marito eventualmente fedifrago sia consequenzialmente un padre inadatto: l

]. Con riguardo all’esercizio della responsabilità genitoriale, in via preliminare, occorre prendere atto dell’accordo raggiunto dai genitori, dando atto dell’impegno profuso dai difensori, senza la cui attività di mediazione, il patto stesso non sarebbe stato possibile. Il patto stabilisce l’affidamento condiviso dei figli e il loro collocamento prevalente presso la casa familiare, assegnata alla madre. Si tratta di accordo che si stima conforme all’interesse dei bambini. Sul punto, giova ricordare, infatti, come anche ha affermato la Suprema Corte (Cass. Civ., sez. I, 4 giugno 2010 n. 13619), che allorché sussista conflitto genitoriale e il giudice sia chiamato a stabilire il luogo in cui i minori debbano fissare la propria residenza, deve in particolare tenersi conto del tempo trascorso dall’eventuale avvenuto trasferimento, dell’acquisito delle nuove abitudini di vita, di cui è sconsigliabile il repentino mutamento, a maggior ragione se questo debba comportare un distacco dall’uno dei genitori con cui sia pregressa la convivenza stabile (Corte App. Catania, sez. famiglia, persona, minori, decreto 16 agosto 2013, Pres. Quartararo, est. Russo). Inconferente è invece il richiamo della parte convenuta alla decisione n. 4537 del 2014. Infatti, la decisione citata (Cass. Civ., sez. VI-1, ordinanza 26 febbraio 2014 n. 4537, Pres. Di Palma, est. Dogliotti) si limita ad affermare: “è bensì vero che la casa coniugale viene assegnata di preferenza al genitore collocatario di figli minori, ma è necessario comunque che convivenza vi sia, nella casa, al momento della separazione”.

SEPARAZIONE BOLOGNA- DIVORZIO BOLOGNA,AFFIDO BOLOGNASEPARAZIONE TRADIMENTO – INFEDELTÀ DEL MARITO – INCIDENZA SULLA PERSONA DEL MARITO COME “PADRE” – ESCLUSIONE – MOGLIE CHE “UTILIZZI” L’INFEDELTÀ COMMESSA DAL MARITO COME ARGOMENTO PER IMPEDIRGLI DI VEDERE I FIGLI – GRAVE VIOLAZIONE DEI DOVERI GENITORIALI – SUSSISTE (ART. 337-TER C.C.)

SEPARAZIONE BOLOGNA- DIVORZIO BOLOGNA,AFFIDO BOLOGNASEPARAZIONE TRADIMENTO – INFEDELTÀ DEL MARITO – INCIDENZA SULLA PERSONA DEL MARITO COME “PADRE” – ESCLUSIONE – MOGLIE CHE “UTILIZZI” L’INFEDELTÀ COMMESSA DAL MARITO COME ARGOMENTO PER IMPEDIRGLI DI VEDERE I FIGLI – GRAVE VIOLAZIONE DEI DOVERI GENITORIALI – SUSSISTE (ART. 337-TER C.C.)

 

Trib. Milano, sez. IX civ., ordinanza 9 luglio 2015 (Est. Giuseppe Buffone) SEPARAZIONE – INFEDELTÀ DEL MARITO – INCIDENZA SULLA PERSONA DEL MARITO COME “PADRE” – ESCLUSIONE – MOGLIE CHE “UTILIZZI” L’INFEDELTÀ COMMESSA DAL MARITO COME ARGOMENTO PER IMPEDIRGLI DI VEDERE I FIGLI – GRAVE VIOLAZIONE DEI DOVERI GENITORIALI – SUSSISTE (ART. 337-TER C.C.) Non è sostenibile che un marito eventualmente fedifrago sia consequenzialmente un padre inadatto: la violazione degli obblighi nascenti dal matrimonio è certamente sanzionabile con l’addebito e finanche con l’azione risarcitoria; ma non giustifica affatto un affido monogenitoriale o una limitazione del diritto di visita del padre. Non solo: la madre che utilizzi l’infedeltà del marito come argomento per incidere sul rapporto genitoriale tra padre e figli, pone in essere una condotta scorretta e non allineata ai doveri genitoriali, come tale valutabile anche ai fini degli artt. 337-quater c.c. e 709-ter c.p.c. O S S E R V A [1]. Con riguardo all’esercizio della responsabilità genitoriale, in via preliminare, occorre prendere atto dell’accordo raggiunto dai genitori, dando atto dell’impegno profuso dai difensori, senza la cui attività di mediazione, il patto stesso non sarebbe stato possibile. Il patto stabilisce l’affidamento condiviso dei figli e il loro collocamento prevalente presso la casa familiare, assegnata alla madre. Si tratta di accordo che si stima conforme all’interesse dei bambini. Sul punto, giova ricordare, infatti, come anche ha affermato la Suprema Corte (Cass. Civ., sez. I, 4 giugno 2010 n. 13619), che allorché sussista conflitto genitoriale e il giudice sia chiamato a stabilire il luogo in cui i minori debbano fissare la propria residenza, deve in particolare tenersi conto del tempo trascorso dall’eventuale avvenuto trasferimento, dell’acquisito delle nuove abitudini di vita, di cui è sconsigliabile il repentino mutamento, a maggior ragione se questo debba comportare un distacco dall’uno dei genitori con cui sia pregressa la convivenza stabile (Corte App. Catania, sez. famiglia, persona, minori, decreto 16 agosto 2013, Pres. Quartararo, est. Russo). Inconferente è invece il richiamo della parte convenuta alla decisione n. 4537 del 2014. Infatti, la decisione citata (Cass. Civ., sez. VI-1, ordinanza 26 febbraio 2014 n. 4537, Pres. Di Palma, est. Dogliotti) si limita ad affermare: “è bensì vero che la casa coniugale viene assegnata di preferenza al genitore collocatario di figli minori, ma è necessario comunque che convivenza vi sia, nella casa, al momento della separazione”. Quindi, si occupa di un argomento diverso dal collocamento e non afferma il principio di diritto per cui un allontanamento dalla casa coniugale comporti una (inammissibile) decadenza dal diritto ad ottenere il preminente collocamento dei figli, ove ciò rispondente al loro preminente interesse. Nel caso di specie, dunque, dovendo assumere una decisione provvisoria e interlocutoria, privilegiandosi lo “stato di fatto” esistente al momento della pronuncia e, soprattutto, l’accordo dei genitori, si provvede come da dispositivo. Non sussistono, allo stato, ragioni per derogare alla regola dell’affidamento condiviso. Al riguardo, è opportuno allontanare la decisione da due sillogismi non condivisibili: il primo, che la madre con problemi psicologici non possa essere una madre adeguata. Come ha già osservato questo Ufficio (v. Trib. Milano, sez. IX civ., ordinanza 27 novembre 2013), non è ammissibile ipotizzare una inadeguatezza del genitore solo perché “malato”. Il fatto che un paziente sia “malato” a causa di un disturbo psichiatrico non è elemento sufficiente per escluderlo dalla responsabilità genitoriale. Ancora oggi, il malato psichiatrico accusa le conseguenze negative che derivano dallo «stigma» ovvero l’insieme di pregiudizi sociali e preconcetti che circondano la malattia mentale, specie nei rapporti interpersonali e relazionali, e creano una sorta di “marchio” invisibile attorno al paziente, visto – sovente e senza ragione – come socialmente pericoloso, aggressivo o non curabile. Lo stigma tende a creare un impoverimento dei rapporti personali del malato e, soprattutto, la sua alienazione dal contesto sociale, cosicché i danni alla persona derivano non dalla patologia ma, paradossalmente, dal modo in cui la società la ripudia, la stigmatizza. Da ciò consegue che la misura dell’affidamento monogenitoriale dei minori – se giustificata per la sola patologia del genitore – costituirebbe non espressione dell’art. 337-quater c.c., bensì applicazione mera dello “stigma”. Il secondo rilievo riguarda il rapporto tra il legame orizzontale di coniugio e quello verticale di filiazione. Non è sostenibile che un marito eventualmente fedifrago sia consequenzialmente un padre inadatto: la violazione degli obblighi nascenti dal matrimonio è certamente sanzionabile con l’addebito e finanche con l’azione risarcitoria; ma non giustifica affatto un affido monogenitoriale o una limitazione del diritto di visita del padre. Non solo: la madre che utilizzi l’infedeltà del marito come argomento per incidere sul rapporto genitoriale tra padre e figli, pone in essere una condotta scorretta e non allineata ai doveri genitoriali, come tale valutabile anche ai fini degli artt. 337-quater c.c. e 709-ter c.p.c. Per le ragioni sin qui esposte, è del tutto inammissibile la richiesta della madre di far vedere i bambini, allo X, solo nella casa coniugale. In regime di affidamento condiviso, con la scelta in ordine ai tempi di permanenza dei figli presso l’uno e l’altro genitore, il giudice si limita a fissare la “cornice minima” dei tempi di permanenza. Tuttavia la cornice minima data dal giudice deve essere pienamente adeguata alle esigenze delle famiglia e all’interesse dei minori, poiché deve potersi consentire ai figli di trascorrere con il genitore non collocatario dei tempi adeguati e segnatamente dei fine settimana interi, e tempi infrasettimanali, garantendo una certa continuità di vita in questi periodi, nei limiti in cui ciò non interferisca con una normale organizzazione di vita domestica e consenta la conservazione dell’habitat principale dei minori presso il genitore domiciliatario (così: Corte App. Catania, Sez. Famiglia e Persona, decreto 16 ottobre 2013, Pres. Francola, est. Russo; conforme: Trib. Milano, sez. IX, 3 giugno 2014). Vi è invero una sensibile differenza tra regolare i tempi di permanenza e limitarli significativamente: e per adottare limitazioni al diritto e dovere dei genitori di intrattenere con i figli un rapporto continuativo, è necessario dimostrare che da ciò può derivare pregiudizio al minore. Il preminente interesse del minore, infatti, cui deve essere conformato il provvedimento del giudice, può considerarsi composto essenzialmente da due elementi: mantenere i legami con la famiglia, a meno che non sia dimostrato che tali legami siano particolarmente inadatti, e potersi sviluppare in un ambiente sano (CEDU: Neulinger c. Svizzera, 6.7.2010; CEDU: Sneersone e Kampanella c. Italia, 12.7.2011). Nel caso di specie, non si rintracciano, invero, elementi sufficienti per una restrizione del diritto di visita del padre. Tutto ciò conferma la adeguatezza dell’accordo concluso dai genitori, dopo l’attenta e seria attività di mediazione degli Avvocati. In merito ai presunti nuovi partners, in particolare per quanto riguarda il padre, va invece precisato che, nell’imminenza della separazione, è bene che il papà dedichi ai figli dei tempi esclusivi, gradualmente introducendo le figure affettive nella loro vita, altrimenti essendo possibile (se non probabile) il fatto che essi possano associare proprio a queste terze figure la fine del matrimonio e quindi iniziare a maturare rancori o risentimento verso il genitore. Non valga qui il Diritto o la psicologia: è sufficiente il buon senso. Si recepisce, dunque, anche l’impegno del padre a trascorrere con i figli le vacanze, da solo, senza persone che non siano i parenti stretti. [2]. Allo stato va esclusa l’audizione dei minori. YY ha appena compiuto 10 anni e YYY ne ha appena compiuti 6. Si tratta, quindi, di cd. petit enfants per cui non opera la presunzione di capacità di discernimento di cui all’art. 336-bis c.c. Nel caso di specie, tenuto conto delle specifiche circostanze allo stato in atti, appare opportuno rimettere al giudice istruttore di valutare, in itinere, la necessità dell’ascolto e le modalità per realizzarlo (ad es., nell’ambito di una consulenza tecnica d’Ufficio). Anche perché i genitori hanno raggiunto accordi sulla responsabilità genitoriale. [3]. In ordine ai rapporti economici, va rilevato quanto segue. La …. è proprietaria, assieme alla sorella, di un immobile sito in …, alla via .. E’ anche proprietaria, al 50%, dell’immobile ad uso negozio sito in … alla via .. (assieme al marito). Dalle dichiarazioni dei redditi, emerge una condizione economica non vitale (redditi 2015: pari ad euro 0; redditi del 2014, pari ad euro 16150; redditi 2013, pari ad euro 13.327), in coincidenza con la rottura della relazione affettiva con il marito. Appare pertanto verosimile quanto dichiarato dalla ..: che, cioè, durante il matrimonio, collaborasse con il marito e percepisse emolumenti minimi da questa collaborazione; ora venuta meno. Sullo sfondo del matrimonio e, duque, in costanza di unione, vanno allora collocati pure i documenti prodotti in udienza dal marito: si riferiscono al periodo in costanza dell’unione. Deve però aggiungersi che si tratta di persona che gode di giovane età, avendo appena compiuto 39 anni. Lo … è proprietario della casa familiare sita in .., alla via … E’ anche proprietario, al 50%, dell’immobile ad uso negozio sito in .. alla via ..(assieme alla moglie). E’ anche proprietrio dell’immobile in .. n.. dove esercita la propria professione. Dal PF2014 emergono ricavi per euro 75.588,00 annuali con spese/costi pari ad euro 41220, con un reddito d’impresa di euro 30.869,00. Il reddito complessivo emergente è di euro 33.818,00 con una imposta netta di euro 4.769,00 (pari ad un reddito mensile netto di circa euro 2500 per 12 mensilità). La difesa di parte convenuta “ipotizza” – ma senza alcun elemento certo o almeno attendibile – che il ricorrente non abbia dichiarato “tutte le provvigioni” (v. memoria, pag. 13): questa circostanza potrà essere dimostrata in corso di causa ma allo stato non ha alcun riscontro probatorio. Anzi, è smentita, allo stato, dal volume di affari dello … (2014: 7558; 2013: 50868; 2012: 63456). E’ persona che ha appena compiuto 39 anni e sostiene un canone di locazione (dichiarato allo stato) di circa euro 600,00 mensili. Ciò premesso, allo stato, pare del tutto congruo e adeguato un mantenimento per i figli di euro 700,00 mensili, se non altro perché è la stessa somma che il padre ha dichiarato di essre disponibile, peraltro, a sostenere (mantenimento tuttora in corso). Quest’importo, comunque, è da stimarsi proporzionale e adeguato. Sulla scorta delle specifiche allegazioni della madre (v. comparsa, pag. 17), emerge che i bambini avrebbero una spesa mensile (per abbigliamento e di tipo alimentare) di circa 1000 euro mensili (le altre spese allegate dalla mamma non costituiscono una parte dell’assegno di mantenimento cd. ordinario). Una ulteriore somma non è allo stato giustificata, se non altro dovendosi tenere conto del fatto che madre e figli occupano, senza spese locative, l’immobile dello … Ebbene, il godimento della casa familiare costituisce un valore economico corrispondente, di regola, al canone ricavabile dalla locazione dell’immobile – del quale il giudice deve tener conto ai fini dell’assegno dovuto all’altro coniuge per il suo mantenimento o per quello dei figli (Cass. Civ., sez. I, sentenza 24 febbraio 2006 n. 4203). Quanto alla moglie, allo stato, tenuto conto di tutti i dati sin qui considerati, deve ritenersi che il godimento dell’immobile del marito, in via eslcusiva, già realizzi un adeguato contemperamento delle condizioni economiche dei due genitori, aggiungendo, come ulteriore correttivo, il porre, per ora, a carico dello …, anche un assegno di mantenimento in moneta, per la moglie, di euro 300,00 mensili e oltre il 70% delle spese straordinarie sostenute per i figli. Entro questa cornice va fissato, quindi, in favore della moglie un assegno di mantenimento mensile di euro 300,00 tenuto conto anche del fatto che si tratta di somma “lorda” per l’avente diritto e di importo su cui l’onerato può vantare benefici fiscali. Come noto, infatti, l’onerato può dedurre ai fini fiscali dal proprio reddito la quota corrispondente all’assegno di mantenimento pagata al coniuge (vedi art. 10, lett. c, T.U.I.R. L. 22/12/1986 n. 917); mentre il coniuge deve corrispondere, detraendolo dallo stesso, la quota di tassazione ex lege. Queste misure, in questa fase sommaria, paiono realizzare un contemperamento in relazione al presumibile tenore di cita. Al riguardo, per ora, indice sufficiente per la determinazione del tenore di vita è l’attuale disparità di redditi. Come noto, l’assegno di separazione deve tendere a ricostituire il tenore di vita goduto in costanza di convivenza di matrimonio. Indice di tale tenore di vita può essere anche solo il divario reddituale attuale tra i coniugi (Cass. Civ., sez. I, sentenza 30 gennaio 2013 n. 2186 e 2187 (Pres. Carnevale, rel. Dogliotti). [4]. Vanno sin da ora rilevate d’ufficio le seguenti questioni: – secondo il recente indirizzo della Corte, il giudice non ha la facoltà di imporre “prescrizioni” ai genitori, trattandosi di limitarne i diritti fondamentali: si tratta della recente presa di posizione della Suprema Corte (v. Cass. civ., sez. I, sentenza 1 luglio 2015 n. 13506, Pres. Forte, rel. Bisogni); l’argomento potrà essere oggetto di discussione con le parti, posto che, ad oggi, la giurisprudenza del Tribunale di Milano è, invece, favorevole alle prescrizioni; – appare inammissibile la domanda di condanna del marito al pagamento del 50% della rata del mutuo sulla casa adibita a negozio: è questione non connessa con il rito ex art. 40 c.p.c.; – appare inammissibile la richiesta di ordinare alla Agenzia delle Entrate le informazioni sullo .. utili per la situazione economica: come noto, la moglie stessa può accedere a quelle informazioni e quindi l’istanza ex art. 210 c.p.c. non potrebbe trovare accoglimento. Giova ricordare, infatti, che secondo la Cassazione e la Commissione per l’accesso agli atti, i documenti fiscali e reddituali presentati all’Erario possono essere conosciuti dall’altro coniuge al fine dell’azione diretta ad ottenere il mantenimento. Si tratta di documenti custoditi da pubbliche amministrazioni (v. ad es., Commissione per l’accesso, 23 giugno 2011, 13 settembre 2011). [5]. Corre dare atto della natura provvisoria dei provvedimenti interlocutori qui assunti: essi traggono linfa da un accertamento sommario fondato, in gran parte, su indici presuntivi e circostanze ancora non chiaramente acclarate. E’ all’evidenza necessario coltivare una adeguata attività istruttoria per porre mano a misure definitive che, conseguentemente, vengono rimesse al Collegio, passando per le scelte che saranno condotte dal giudice istruttore, su sollecito delle parti. Il G.I., peraltro, ben potrà apportare le modifiche necessarie, ex art. 709 ultimo comma, c.p.c., in caso di accertate sopravvenienze fatte valere in sede di revisione dall’una o dall’altra parte. In merito alla situazione reddituale risultante dalle dichiarazioni fiscali (sia per la moglie che per il marito), allo stato non può sostenersi, tout court, che esse siano infedeli (le une e le altre) dovendo la parte che le contesta allegare specifici elementi in fatto per provocare un accertamenti istruttorio da parte del giudice: tale accertamento, se sollecitato dalle parti, potrà essere condotto dal giudice istruttore. D’altro canto, il provvedimento presidenziale ha per sua vocazione natura sommaria e ben potrà essere quindi modificato nel corso del procedimento. PER QUESTI MOTIVI letto ed applicato l’art. 708 c.p.c. 1. AUTORIZZA i coniugi a vivere separatamente, con facoltà di interrompere la convivenza e la coabitazione, ma pur sempre con l’obbligo del reciproco rispetto. Ricorda ai coniugi che, anche in caso di separazione personale dei genitori, la prole ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di essi, di ricevere cura, educazione e istruzione da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale. 2. AFFIDA i figli minori .. a entrambi i genitori i quali, limitatamente alle decisioni su questioni di ordinaria amministrazione, potranno esercitare la responsabilità genitoriale separatamente; con collocamento prevalente presso la madre in .., via .., nella casa familiare di proprietà esclusiva di .., dove la prole avrà residenza anagrafica. 3. DISPONE che il padre possa tenere con sé il figlio con i seguenti tempi e con le seguenti modalità… (OMISSIS) 4. ASSEGNA la casa coniugale sita in … alla madre, inclusi gli arredi e le pertinenze, 5. PONE a carico del padre, a titolo di contributo al mantenimento della prole, l’assegno di euro 700,00 mensili, da versarsi in via anticipata entro il giorno 5 di ogni mese. La somma è soggetta a rivalutazione monetaria secondo gli indici ISTAT (FOI) dal mese di luglio del 2016. 6. PONE a carico del padre l’obbligo di corrispondere alla madre il 70%: delle spese mediche non coperte dal SSN e dentistiche, documentate e previamente concordate salvo l’urgenza o la prescrizione del medico curante per le specialistiche; delle spese sportive pure previamente concordate, nonché delle spese scolastiche (tasse per istituto pubblico o privato se concordato, corredo scolastico di inizio anno, libri di testo ed eventuali gite scolastiche concordate se superiore alla giornata). 7. DISPONE che il marito versi alla moglie, l’importo di euro 300,00 a titolo di contributo per il suo mantenimento, da versarsi in via anticipata entro il giorno 5 di ogni mese. La somma è soggetta a rivalutazione monetaria secondo gli indici ISTAT (FOI). Fermi Prima rivalutazione: luglio 2016 SOLLEVA d’ufficio ex art. 101 comma II c.p.c. le questioni di cui in parte motiva (par. 4); NOMINA giudice istruttore, il dott. GIUSEPPE BUFFONE e FISSA udienza di comparizione e trattazione davanti a questi in data 1 dicembre 2015, alle ore …. L’udienza si terrà presso il Tribunale di Milano, sezione IX civile, …. ASSEGNA al ricorrente termine sino al 30 settembre 2015 per il deposito in cancelleria di memoria integrativa, che deve avere il contenuto di cui all’articolo 163, terzo comma, numeri 2), 3), 4), 5), 6) ASSEGNA al convenuto termine sino al 30 ottobre 2015 per la costituzione in giudizio ai sensi degli articoli 166 e 167, primo e secondo comma, nonché per la proposizione delle eccezioni processuali e di merito che non siano rilevabili d’ufficio, con l’avvertimento che la costituzione oltre il suddetto termine implica le decadenze di cui agli artt. 38 e 167 c.p.c. e che oltre il termine stesso non potranno più essere proposte le eccezioni processuali e di merito non rilevabili d’ufficio. Visti gli artt. 175 c.p.c., 111 Cost. INVITA le parti a rispettare il principio di sobrietà e sinteticità degli atti, in quanto «la particolare ampiezza degli atti certamente non pone un problema formale di violazione di prescrizioni formali ma non giova alla chiarezza degli atti stessi e concorre ad allontanare l’obiettivo di un processo celere che esige da parte di tutti atti sintetici, redatti con stile asciutto e sobrio» (Cass. Civ., sez. II, sentenza 4 luglio 2012, n. 11199, Pres. Rovelli, Rel. Giusti; Trib. Milano, sez. IX, 1 ottobre 2013). MANDA alla cancelleria per quanto di competenza Milano, lì 9 luglio 2015 Il Presidente del Tribunale f.f. dott. Giuseppe Buffone –

Post Footer automatically generated by wp-posturl plugin for wordpress.

Cambiare residenza al figlio senza informare l’altro coniuge e’ reato art 574 cp(sottrazione minori), avvocato penalista separazioni

Cambiare residenza al figlio senza informare l’altro coniuge e’ reato art 574 FOTO LIBRERIA AVVOCATO PENALISTAJudge's gavelcp(sottrazione minori),  avvocato penalista separazioni

574. Sottrazione di persone incapaci.

Chiunque sottrae un minore degli anni quattordici, o un infermo di mente, al genitore esercente la responsabilità genitoriale [316-320 c.c.], al tutore [346 c.c, o al curatore [o a chi ne abbia la vigilanza o la custodia, ovvero lo ritiene contro la volontà dei medesimi, è punito, a querela del genitore esercente la responsabilità genitoriale, del tutore o del curatore [120], con la reclusione da uno a tre anni (1).

Alla stessa pena soggiace, a querela delle stesse persone, chi sottrae o ritiene un minore che abbia compiuto gli anni quattordici, senza il consenso di esso, per fine diverso da quello di libidine  o di matrimonio

avvocato penalista bologna avvocati penalisti bologna
cerco avvocato penalista bologna
sito avvocato penalista bologna
studio avvocato penale bologna
avvocato penale minorile bologna
avvocato diritto penale bologna
avvocati penalisti bologna avvocato penalista bologna
avvocati penalisti di bologna
lista avvocati penalisti bologna
avvocati penalisti provincia di bologna
Svolgimento del processo
1. Con sentenza del 23 maggio 2013 la Corte d’appello di Roma, in riforma della sentenza emessa in data 6 luglio 2012 dal Tribunale di Roma, ha concesso ad A.O. le attenuanti generiche, riducendo la pena a mesi nove di reclusione – con la non menzione della condanna e la riduzione delle provvisionali nei confronti delle parti civili P.G. (ad Euro 2.000,00) e V.S. (ad Euro 10.000,00) – e confermando nel resto l’impugnata sentenza, che l’aveva condannata alla pena di anno uno e mesi sei di reclusione, con il beneficio della sospensione condizionale e la condanna al risarcimento dei danni in favore delle predette parti civili, per i reati, unificati ex art. 81 c.p., di sottrazione di minore (ex art. 574 c.p.) e di elusione del provvedimento emesso dal Tribunale civile di Roma in data 23 settembre 2005 (ex art. 388 c.p., commi 1 e 2), commessi in (OMISSIS), perchè, separata già da alcuni anni, si allontanava dalla casa coniugale nella notte tra l'(OMISSIS) di quell’anno, portando con sè la figlia F., di circa dieci anni, all’insaputa e contro la volontà del marito, V.S., nel luogo di sua origine in provincia di (OMISSIS) al mare, ove viveva la madre.

 

precisa la Corte

Entrambi i coniugi, infatti, sono contitolari dei poteri-doveri disciplinati dall’art. 316 cod. civ., ma affinchè la condotta di uno di essi possa integrare l’ipotesi criminosa prevista dall’art. 574 c.p., è necessario che il comportamento dell’agente porti ad una globale sottrazione del minore alla vigilanza dell’altro genitore, sì da impedirgli l’esercizio della funzione educativa ed i poteri inerenti all’affidamento, rendendogli impossibile l’ufficio che gli è stato conferito dall’ordinamento nell’interesse del minore stesso e della società (Sez. 6, n. 7836 del 08/04/1999, dep. 16/06/1999, Rv. 214761; Sez. 5, n. 37321 del 08/07/2008, dep. 01/10/2008,Rv.

241637; Sez. 6, n. 22911 del 19/02/2013, dep. 27/05/2013, Rv.

255621).

Entro tale prospettiva ermeneutica, deve rilevarsi come entrambe le decisioni di merito abbiano congruamente ed esaustivamente argomentato nel senso che il definitivo allontanamento della minore dal suo abituale contesto di vita ha in effetti comportato per il padre la materiale impossibilità, quanto meno lungo il dispiegarsi di tutto il rilevante lasso temporale sopra indicato, di fruire del regime di visite predisposto secondo le modalità e con le scansioni temporali puntualmente stabilite dall’Autorità giudiziaria in sede di separazione.

Al riguardo, pertanto, deve ritenersi che la Corte territoriale si sia pienamente uniformata alla linea interpretativa che questa Suprema Corte ha da tempo tracciato (Sez. 6, n. 21441 del 18/02/2008, dep. 28/05/2008, Rv. 239880; Sez. 6, n. 11415 del 04/03/2002, dep. 20/05/2002, Rv. 221931), allorquando ha stabilito che risponde del delitto di sottrazione di persona incapace il genitore che, senza il consenso dell’altro, porta via con sè il figlio minore, allontanandolo dal domicilio stabilito, ovvero lo trattiene presso di sè, quando tale condotta determina un impedimento per l’esercizio delle diverse manifestazioni della potestà dell’altro genitore, come le attività di assistenza e di cura, la vicinanza affettiva, la funzione educativa, identificandosi nel regolare svolgimento della funzione genitoriale il principale bene giuridico tutelato dalla norma.

6.2. Invero, per integrare la fattispecie incriminatrice in esame è necessario che, per effetto della sottrazione, l’esercizio della potestà genitoriale venga reso – temporaneamente o definitivamente – impossibile, ovvero talmente difficoltoso, da risultare praticamente tale. Occorre cioè che l’agente, con la propria condotta, interrompa il rapporto che deve intercorrere tra minore e genitore – rapporto che è condizione indispensabile affinchè egli possa esercitare la sua potestà nei confronti di quello – e che il minore venga allontanato dalla sfera di accessibilità del genitore, in modo che risulti frapposto un impedimento all’efficace esercizio della sua potestà.

Il determinarsi di tale situazione da luogo di per sè all’evento tipico del reato, nel cui disvalore non ricade propriamente la realizzazione di un concreto nocumento arrecato alla persona del minore.

L’oggettività giuridica del reato, infatti, è da ritenere oggi calibrata su una nozione funzionale della potestà genitoriale, vista quale ufficio di diritto privato, quale mezzo, cioè, attraverso il quale il titolare è messo nelle condizioni di adempiere al meglio i propri obblighi di assistenza nei confronti del figlio. La tutela della potestà parentale deve dunque declinarsi non in senso statico, per il prestigio che si pretende riconnesso alla figura/istituzione genitoriale o tutoria, ma in senso dinamico, ossia in quanto funzionale alla realizzazione di interessi del minore e, in subordine, all’adempimento degli obblighi che gravano sullo stesso genitore o tutore.

Il contenuto dell’illecito, in definitiva, ruota, oltre che su una compromissione degli affetti familiari, sulla capacità della condotta di pregiudicare in misura rilevante, come avvenuto nel caso in esame, la funzionalità propria della potestà dall’ordinamento riconosciuta al genitore, rimanendo l’offesa circoscritta in una dimensione solo simbolica quando la sottrazione sia durata pochi istanti, ovvero per un tempo talmente limitato che nessuno degli interessi coinvolti possa considerarsi seriamente compromesso.

 

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE VI PENALE

Sentenza 29 luglio 2014, n. 33452

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DE ROBERTO Giovanni – Presidente –

Dott. CONTI Giovanni – Consigliere –

Dott. FIDELBO Giorgio – Consigliere –

Dott. DE AMICIS Gaetano – rel. Consigliere –

Dott. BASSI Alessandra – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

A.O. N. IL (OMISSIS);

avverso la sentenza n. 2558/2013 CORTE APPELLO di ROMA, del 23/05/2013;

visti gli atti, la sentenza e il ricorso;

udita in PUBBLICA UDIENZA del 08/05/2014 la relazione fatta dal Consigliere Dott. GAETANO DE AMICIS;

Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. Paolo Canevelli, che ha concluso per il rigetto del ricorso;

Udito, per le parti civili, l’Avv. Antonio Franco Todaro che si riporta alle conclusioni depositate in udienza;

Udito il difensore Avv. Bruno Ferrari, che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

Svolgimento del processo
1. Con sentenza del 23 maggio 2013 la Corte d’appello di Roma, in riforma della sentenza emessa in data 6 luglio 2012 dal Tribunale di Roma, ha concesso ad A.O. le attenuanti generiche, riducendo la pena a mesi nove di reclusione – con la non menzione della condanna e la riduzione delle provvisionali nei confronti delle parti civili P.G. (ad Euro 2.000,00) e V.S. (ad Euro 10.000,00) – e confermando nel resto l’impugnata sentenza, che l’aveva condannata alla pena di anno uno e mesi sei di reclusione, con il beneficio della sospensione condizionale e la condanna al risarcimento dei danni in favore delle predette parti civili, per i reati, unificati ex art. 81 c.p., di sottrazione di minore (ex art. 574 c.p.) e di elusione del provvedimento emesso dal Tribunale civile di Roma in data 23 settembre 2005 (ex art. 388 c.p., commi 1 e 2), commessi in (OMISSIS), perchè, separata già da alcuni anni, si allontanava dalla casa coniugale nella notte tra l'(OMISSIS) di quell’anno, portando con sè la figlia F., di circa dieci anni, all’insaputa e contro la volontà del marito, V.S., nel luogo di sua origine in provincia di (OMISSIS) al mare, ove viveva la madre.

2. Avverso la su indicata pronuncia della Corte d’appello ha proposto ricorso per cassazione il difensore di fiducia dell’imputata, deducendo sei motivi di doglianza il cui contenuto viene qui di seguito sinteticamente riassunto.

2.1. Violazioni di legge in relazione all’art. 51 c.p., art. 155 quater c.c., comma 2, artt. 574 e 388 c.p., art. 16 Cost., atteso che il disposto di cui all’art. 155 quater c.c., comma 2, non impone affatto che sia il coniuge affidatario a rivolgersi al giudice per la ridefinizione delle condizioni prima di trasferire la residenza, nè che egli debba attendere che l’abbia fatto l’altro coniuge, per il quale a sua volta non è previsto che debba o possa farlo prima o dopo il cambio di residenza. Nel caso di specie, peraltro, ciò è avvenuto qualche giorno dopo, dinanzi al Tribunale di Imperia, ed in ogni caso non risulta che l’imputata abbia volutamente impedito al coniuge la possibilità di fare visita alla minore, poichè il V. già la mattina del (OMISSIS) aveva sentito telefonicamente l’ A. e ben conosceva il luogo dove si trovavano la moglie e la figlia, con la quale inoltre si è trovato in costante contatto telefonico anche nei giorni successivi.

2.2. Vizi di violazioni di legge ed omessa motivazione in relazione all’art. 2 c.p., art. 155 quater c.c., comma 2, artt. 574 e 388 c.p., avendo la Corte d’appello omesso di pronunziarsi sul fatto che il disposto di cui al su citato art. 155 quater, ha la funzione di integrare i precetti penali di cui agli artt. 574 e 388 c.p., fissandone un diverso contenuto e limite di estensione, con il completamento della previsione nel caso in cui il coniuge affidatario eserciti il diritto di trasferire la residenza, ipotesi in cui si ridefiniscono gli accordi o i provvedimenti adottati in ordine alle modalità dell’affidamento, nelle quali rientrano le condizioni di visita, di frequentazione e di contatti del coniuge non affidatario con il minore.

2.3. Violazione dell’art. 574 c.p., in relazione all’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b), avendo la Corte d’appello erroneamente interpretato il concetto di impedimento dell’esercizio della potestà genitoriale, atteso che: a) il V. ebbe sin dall’inizio la possibilità di esercitare senza ostacolo i suoi diritti-doveri di genitore; b) sin da subito egli se ne avvalse; c) la lontananza da (OMISSIS) non rese impossibili i suoi trasferimenti, non precludendo, l’oggettiva distanza tra le residenze dei coniugi, di per sè sola, la possibilità di un affidamento condiviso. Non è stato reso impossibile, dunque, l’esercizio della potestà genitoriale, nè risulta provata la lesione dell’ulteriore bene giuridico protetto dall’art. 574 c.p., ossia il fatto che la minore abbia subito un danno per essere stata privata del suo normale contesto di vita, apparendo estremamente riduttivo e superficiale equiparare lo sconvolgimento del patrimonio di relazioni affettive, familiari e sociali del minore al solo mutamento di residenza da una città all’altra, o da una scuola elementare all’altra. Al riguardo, infatti, tutti i testimoni escussi hanno riferito l’esatto contrario, per il periodo sia anteriore che posteriore alla data dell’ (OMISSIS).

2.4. Violazione di legge in relazione all’art. 190 c.p.p., comma 1, e art. 526 c.p.p., comma 1, per avere la Corte d’appello utilizzato frasi contenute negli scritti della minore (copie di pagine del suo diario e copie di lettere dalla stessa inviate al padre), senza che tale documentazione fosse stata ritualmente acquisita e sottoposta a verifiche circa l’effettiva provenienza e datazione nel corso del giudizio di primo grado. Tali verifiche non sono state mai disposte nè esperite e la stessa difesa della parte civile non le ha mai richieste.

2.5. Violazione dell’art. 388 c.p., avendo la Corte d’appello erroneamente definito come fraudolenti o simulati gli atti compiuti dall’imputata, che non ha impedito al marito di raggiungere la figlia nel luogo dove si trovava, ma ha solo posto in essere una situazione di cui non ha parlato con il marito, se non, telefonicamente, la mattina successiva al trasferimento suo e della figlia, senza però indirizzarlo verso altre, non vere, direzioni.

Motivi della decisione
3. Il ricorso è infondato e deve essere pertanto rigettato per le ragioni qui di seguito esposte e precisate.

4. Preliminarmente, deve rilevarsi l’inammissibilità, ex art. 606 c.p.p., comma 3, del motivo di doglianza su indicato al p.2.4., trattandosi di una questione per la prima volta prospettata in questa Sede, e non preventivamente dedotta nei motivi di gravame sottoposti alla cognizione della Corte d’appello.

5. Per quel che attiene ai primi tre gruppi di censure difensive, è necessario ribadire, sul piano generale ed al fine della verifica della consistenza dei rilievi mossi alla sentenza della Corte d’appello, che tale decisione non può essere isolatamente valutata, ma deve essere esaminata in stretta correlazione con la sentenza di primo grado, dal momento che l’iter motivazionale di entrambe sostanzialmente si dispiega secondo l’articolazione di sequenze logico-giuridiche pienamente convergenti (Sez. 4, n. 15227 del 14/02/2008, dep. 11/04/2008, Rv. 239735; Sez. 6, n. 1307 del 14 gennaio 2003, Rv. 223061). Siffatta integrazione tra le due motivazioni si verifica non solo allorchè i giudici di secondo grado abbiano esaminato le censure proposte dall’appellante con criteri omogenei a quelli usati dal primo giudice e con frequenti riferimenti alle determinazioni ivi prese ed ai passaggi logico-giuridici della decisione, ma anche, e a maggior ragione, quando i motivi di appello non abbiano riguardato elementi nuovi, ma si siano limitati a prospettare circostanze già esaminate ed ampiamente chiarite nella decisione di primo grado (da ultimo, Sez. 3, n. 13926 del 01/12/2011, dep. 12/04/2012, Rv. 252615).

Nel caso portato alla cognizione di questa Suprema Corte, in particolare, ci si trova di fronte a due pronunzie, di primo e di secondo grado, che concordano nell’analisi e nella valutazione degli elementi di prova posti a fondamento delle conformi rispettive decisioni, con una struttura motivazionale della sentenza di appello che viene a saldarsi perfettamente con quella precedente, sì da costituire un corpo argomentativo uniforme e privo di lacune, in considerazione del fatto che l’impugnata pronunzia ha comunque offerto una congrua e ragionevole giustificazione del finale giudizio di colpevolezza formulato nei confronti dell’odierna ricorrente.

Discende da tale evenienza, secondo la linea interpretativa in questa Sede da tempo tracciata, che l’esito del giudizio di responsabilità non può certo essere invalidato da prospettazioni alternative, risolventisi in una “mirata rilettura” degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione, ovvero nell’autonoma assunzione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti, da preferirsi a quelli adottati dal giudice del merito, perchè illustrati come maggiormente plausibili, o perchè assertivamente dotati di una migliore capacità esplicativa nel contesto in cui la condotta delittuosa si è in concreto realizzata (Sez. 6, n. 22256 del 26/04/2006, dep. 23/06/2006, Rv. 234148; Sez. 1, n. 42369 del 16/11/2006, dep. 28/12/2006, Rv. 235507).

6. Nel merito, sulla base delle numerose emergenze probatorie offerte dall’istruzione dibattimentale, la Corte d’appello ha ricostruito analiticamente l’intera vicenda storico-fattuale oggetto della regiudicanda, ripercorrendo il tracciato argomentativo già sviluppato dal Giudice di primae curae ed evidenziando, in particolare: a) che l’allontanamento della minore dal suo luogo di residenza abituale – ossia da (OMISSIS) – ed il suo spostamento in un piccolo centro della provincia di (OMISSIS), a distanza di oltre 600 km dalla capitale, furono il frutto di una decisione unilaterale dell’imputata, che mise in atto tale proposito all’insaputa e contro la volontà dell’altro genitore; b) che presso tale località la minore fu iscritta a scuola e fu trasferita anche la sua residenza;

c) che il V. ebbe notizia dell’avvenuto trasferimento della minore nella località ligure e del fatto che si trattava non di una permanenza limitata, ma di un cambiamento durevole, solo ex post, ossia dopo aver tentato inutilmente di rintracciare per via telefonica la minore nei giorni (OMISSIS); d) che l’allontanamento avvenne la sera dell'(OMISSIS), con modalità ingannevoli, avendo l’imputata indotto il coniuge a credere che avrebbe visto la figlia a scuola in occasione della cerimonia di apertura dell’anno scolastico, prevista per il successivo (OMISSIS); e) che la sentenza pronunciata in sede di separazione coniugale prevedeva una serie di incontri tra padre e figlia, modulati sul presupposto del comune luogo di residenza e programmati sia per fine-settimana alternati, che nel corso di pomeriggi infrasettimanali; f) che dal (OMISSIS) di quell’anno il V. ha avuto conoscenza della scuola frequentata dalla figlia solo il (OMISSIS) successivo, ed ha potuto incontrarla verso la metà di ottobre, vedendola sino al (OMISSIS) una sola volta al mese; g) che, infatti, solo il (OMISSIS) il Tribunale di Imperia rivedeva, sia pure provvisoriamente, le modalità di frequentazione della minore con il padre, con la conseguenza che la condotta dell’imputata è stata valutata limitatamente al periodo antecedente, escludendosi la rilevanza degli avvenimenti successivi.

6.1. In tal guisa ricostruito il contesto storico-fattuale della regiudicanda, è d’uopo rilevare come i Giudici di merito abbiano fatto buon governo del quadro di principii che regolano la materia, disattendendo le obiezioni e gli argomenti difensivi, sostanzialmente riproposti anche in questa Sede, ed osservando come la condotta posta in essere dall’imputata non solo abbia impedito all’altro coniuge, per un arco temporale rilevante, l’esercizio delle diverse manifestazioni della potestà genitoriale, estromettendolo dalle scelte fondamentali riguardanti l’esistenza della figlia e mettendolo in condizioni di non poter mantenere con lei consuetudini e comunanza di vita, ma abbia anche determinato, al di fuori di situazioni imprevedibili e di carattere cogente, un improvviso stravolgimento del normale contesto di vita in cui la minore si trovava inserita.

Entrambi i coniugi, infatti, sono contitolari dei poteri-doveri disciplinati dall’art. 316 cod. civ., ma affinchè la condotta di uno di essi possa integrare l’ipotesi criminosa prevista dall’art. 574 c.p., è necessario che il comportamento dell’agente porti ad una globale sottrazione del minore alla vigilanza dell’altro genitore, sì da impedirgli l’esercizio della funzione educativa ed i poteri inerenti all’affidamento, rendendogli impossibile l’ufficio che gli è stato conferito dall’ordinamento nell’interesse del minore stesso e della società (Sez. 6, n. 7836 del 08/04/1999, dep. 16/06/1999, Rv. 214761; Sez. 5, n. 37321 del 08/07/2008, dep. 01/10/2008,Rv.

241637; Sez. 6, n. 22911 del 19/02/2013, dep. 27/05/2013, Rv.

255621).

Entro tale prospettiva ermeneutica, deve rilevarsi come entrambe le decisioni di merito abbiano congruamente ed esaustivamente argomentato nel senso che il definitivo allontanamento della minore dal suo abituale contesto di vita ha in effetti comportato per il padre la materiale impossibilità, quanto meno lungo il dispiegarsi di tutto il rilevante lasso temporale sopra indicato, di fruire del regime di visite predisposto secondo le modalità e con le scansioni temporali puntualmente stabilite dall’Autorità giudiziaria in sede di separazione.

Al riguardo, pertanto, deve ritenersi che la Corte territoriale si sia pienamente uniformata alla linea interpretativa che questa Suprema Corte ha da tempo tracciato (Sez. 6, n. 21441 del 18/02/2008, dep. 28/05/2008, Rv. 239880; Sez. 6, n. 11415 del 04/03/2002, dep. 20/05/2002, Rv. 221931), allorquando ha stabilito che risponde del delitto di sottrazione di persona incapace il genitore che, senza il consenso dell’altro, porta via con sè il figlio minore, allontanandolo dal domicilio stabilito, ovvero lo trattiene presso di sè, quando tale condotta determina un impedimento per l’esercizio delle diverse manifestazioni della potestà dell’altro genitore, come le attività di assistenza e di cura, la vicinanza affettiva, la funzione educativa, identificandosi nel regolare svolgimento della funzione genitoriale il principale bene giuridico tutelato dalla norma.

6.2. Invero, per integrare la fattispecie incriminatrice in esame è necessario che, per effetto della sottrazione, l’esercizio della potestà genitoriale venga reso – temporaneamente o definitivamente – impossibile, ovvero talmente difficoltoso, da risultare praticamente tale. Occorre cioè che l’agente, con la propria condotta, interrompa il rapporto che deve intercorrere tra minore e genitore – rapporto che è condizione indispensabile affinchè egli possa esercitare la sua potestà nei confronti di quello – e che il minore venga allontanato dalla sfera di accessibilità del genitore, in modo che risulti frapposto un impedimento all’efficace esercizio della sua potestà.

Il determinarsi di tale situazione da luogo di per sè all’evento tipico del reato, nel cui disvalore non ricade propriamente la realizzazione di un concreto nocumento arrecato alla persona del minore.

L’oggettività giuridica del reato, infatti, è da ritenere oggi calibrata su una nozione funzionale della potestà genitoriale, vista quale ufficio di diritto privato, quale mezzo, cioè, attraverso il quale il titolare è messo nelle condizioni di adempiere al meglio i propri obblighi di assistenza nei confronti del figlio. La tutela della potestà parentale deve dunque declinarsi non in senso statico, per il prestigio che si pretende riconnesso alla figura/istituzione genitoriale o tutoria, ma in senso dinamico, ossia in quanto funzionale alla realizzazione di interessi del minore e, in subordine, all’adempimento degli obblighi che gravano sullo stesso genitore o tutore.

Il contenuto dell’illecito, in definitiva, ruota, oltre che su una compromissione degli affetti familiari, sulla capacità della condotta di pregiudicare in misura rilevante, come avvenuto nel caso in esame, la funzionalità propria della potestà dall’ordinamento riconosciuta al genitore, rimanendo l’offesa circoscritta in una dimensione solo simbolica quando la sottrazione sia durata pochi istanti, ovvero per un tempo talmente limitato che nessuno degli interessi coinvolti possa considerarsi seriamente compromesso.

7. Fondamentale rilievo assumono, ai fini della corretta individuazione della dimensione offensiva della fattispecie in una prospettiva ermeneutica costituzionalmente orientata, le norme civilistiche di cui agli artt. 143, 147, 155 ss. (queste ultime poi confluite, con modifiche, nelle nuove disposizioni di cui agli artt. 337 bis e 337 octies c.c., a seguito della riforma della disciplina della filiazione introdotta dal D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, entrato in vigore dal 7 febbraio 2014) e art. 316 c.c., che individuano l’insieme degli obblighi attinenti alla potestà dei genitori, facendo riferimento al diritto-dovere di cura, di istruzione, educazione ed assistenza morale, nonchè di intervento sulle scelte riguardanti il minore, con riferimento alla sua educazione, alla salute, alla cura e allo sviluppo della sua personalità.

Esse delineano, infatti, un quadro di posizioni soggettive connotate dal fondamentale dovere di solidarietà che deve ispirare i rapporti tra persone legate dal vincolo coniugale, collegandone l’ambito e le modalità di esplicazione all’esercizio della potestà genitoriale, in quanto strettamente correlate all’incapacità giuridica del soggetto beneficiario del rapporto educativo (al riguardo v., in motivazione, Sez. 6, del 24/10/2013, dep. 19/12/2013, n. 51488).

In tal senso, la fondamentale disposizione contenuta nell’art. 30, comma primo, Cost., secondo cui “è dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio”, assolve la funzione di garantire la situazione familiare elementare del rapporto di filiazione, quale ne sia il titolo, richiamando i genitori alle loro responsabilità nei confronti dei figli senza distinguere in base al vincolo coniugale eventualmente insorto fra loro.

Il ruolo educativo affidato ai genitori, pertanto, consiste nell’assicurare al figlio uno sviluppo ed una maturazione integrale della personalità, conformemente ai precetti fissati negli artt. 2 e 3 Cost., e deve essere inteso in una prospettiva “funzionalista”, che l’art. 30 Cost., commi 1 e 2, costruisce non come frutto dell’esercizio di una loro libertà personale, ma come un diritto- dovere che trova proprio nell’interesse del figlio la sua funzione ed il suo limite (C. Cost., 16 marzo 1992, n. 132).

A tale quadro costituzionale si conforma l’attuale disciplina dell’istituto della potestà genitoriale, in quanto strettamente finalizzato alla protezione dell’interesse del minore ed alla formazione della sua personalità, e da considerare, dunque, sempre meno come “diritto”, e sempre più come “dovere” posto a presidio di diritti fondamentali della persona.

Anche in caso di separazione personale dei genitori, del resto, il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di essi, di ricevere cura, educazione e istruzione da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale (ex art. 155 c.c., comma 1, come sostituito, prima, dalla L. 8 febbraio 2006, n. 54, art. 1, e, poi, dal su citato D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, che ha fatto confluire la disposizione, con qualche modifica, nei nuovi artt. 337 bis e 337 ter c.c.).

Nel caso in esame, dunque, l’imputata, proprio per non ledere il corrispondente diritto dell’altro genitore alla visita ed alla frequentazione della minore nel quadro delle disposizioni già dettate in sede di separazione, avrebbe dovuto preventivamente rivolgersi al Giudice civile, sollecitando l’eventuale modifica del contenuto delle precise statuizioni al riguardo adottate.

In tal senso deponeva, del resto, la disposizione di cui all’art. 155 quater c.c., comma 2, – poi abrogata per effetto dell’art. 106 su citato D.Lgs. n. 154 del 2013 – che non a caso prevedeva “la ridefinizione degli accordi o dei provvedimenti adottati” nelle ipotesi, come quella qui considerata, in cui il cambiamento della residenza o del domicilio da parte di uno dei coniugi integrasse un mutamento in grado di interferire con le modalità dell’affidamento.

Un quadro di regole, quello or ora indicato, che appare non solo ribadito, ma ulteriormente rafforzato dalle nuove disposizioni di cui agli artt. 337 bis e 337 ter c.c. – inserite dal su citato D.Lgs. n. 154 del 2013, art. 55, comma 1, – nel cui testo sono sostanzialmente confluite, con modifiche, le norme precedentemente in vigore.

Nell’art. 337 bis c.c., comma 3, infatti, si prevede che le decisioni di maggior interesse per i figli – ivi comprese quelle relative alla scelta della residenza abituale del minore – “sono assunte di comune accordo”, tenendo conto di una serie di parametri legati alle capacità, all’inclinazione naturale ed alle aspirazioni dei figli, mentre “in caso di disaccordo la decisione è rimessa al giudice”.

8. Parimenti infondato, infine, sino a lambire i margini dell’inammissibilità, deve ritenersi anche l’ultimo motivo di ricorso, in quanto fortemente orientato verso una rivalutazione dei correlativi profili di merito, in quanto tale incompatibile con i tratti dell’odierno scrutinio di legittimità.

Al riguardo, invero, l’adeguatezza delle ragioni giustificative illustrate nell’impugnata sentenza non è stata validamente censurata dalla ricorrente, limitatasi a riproporre, per lo più, una serie di obiezioni già esaustivamente disattese dai Giudici di merito ed a formulare critiche e rilievi sulle valutazioni espresse in ordine alle risultanze offerte dal materiale probatorio sottoposto alla loro cognizione, prospettandone, tuttavia, una diversa ed alternativa lettura, in questa Sede, evidentemente, non assoggettabile ad alcun tipo di verifica, per quanto sopra evidenziato.

Il tessuto motivazionale della sentenza in esame, dunque, non presenta affatto quegli aspetti di carenza, contraddittorietà o macroscopica illogicità del ragionamento del giudice di merito che, alla stregua del consolidato insegnamento giurisprudenziale da questa Corte elaborato, potrebbero indurre a ritenere sussistente il vizio di cui all’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e) (anche nella sua nuova formulazione), nel quale sostanzialmente si risolvono le doglianze dal ricorrente ivi prospettate.

Sul punto, infatti, la Corte di merito, confermando in toto le valutazioni già motivatamente espresse dal Giudice di primo grado, ha richiamato il ricorso alle modalità ingannevoli della condotta posta in essere dall’imputata, ed ha quindi evidenziato come gli incontri del padre con la minore siano ripresi solo un mese dopo l’improvviso della minore dal suo consueto ambiente di vita, rendendo in tal guisa impossibile, nel periodo sopra considerato, la corretta esecuzione del contenuto e delle finalità delle disposizioni impartite dall’Autorità giudiziaria in tema di affidamento della minore.

Anche sotto tale profilo, per vero, deve ritenersi che la Corte distrettuale abbia fatto buon governo del quadro di principii ormai da tempo pacificamente delineati da questa Suprema Corte (da ultimo, Sez. 6, n. 43292 del 09/10/2013, dep. 23/10/2013, Rv. 257450; Sez. 6, n. 33719 del 11/05/2010, dep. 16/09/2010, Rv. 248157), secondo cui l’elusione dell’esecuzione di un provvedimento del giudice civile che riguardi l’affidamento di minori può concretarsi in qualunque comportamento, anche omissivo, da cui derivi la “frustrazione” delle legittime pretese altrui.

Siffatta “frustrazione” ben può ritenersi integrata, come ritenuto dai Giudici di merito, dalla condotta posta in essere dall’imputata, la quale, senza proporre alcuna impugnazione al Giudice civile, si è arbitrariamente attivata per disattendere i provvedimenti giudizialmente impostile, trasferendosi assieme alla minore a lei affidata in una località distante circa 600 km. dal luogo ove da tempo viveva, senza preoccuparsi di cercare un accordo con il coniuge al fine di ottemperare, sia pure parzialmente, alle correlative statuizioni giudiziali.

Al riguardo, infine, v’è da considerare, sotto altro ma connesso profilo, che è pienamente configurabile il concorso formale tra il reato di sottrazione di minori, previsto dall’art. 574 c.p., e quello di elusione di provvedimenti del giudice concernenti l’affidamento di minori, attesa la differenza dei rispettivi elementi strutturali che esclude il rapporto di specialità, dal momento che la prima delle suindicate fattispecie, mirando a tutelare il legame fra minore e genitore, si incentra sulla cesura di tale legame che si realizza mediante la sottrazione, mentre l’altra ha il suo “accento” sulla elusione del provvedimento del giudice (Sez. 6, n. 8577 del 07/02/2006, dep. 10/03/2006, Rv. 233500; v., inoltre, Sez. 6, n. 19520 del 19/03/2003, dep. 24/04/2003, Rv. 225738).

9. Al rigetto del ricorso, conclusivamente, consegue la condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali, ex art. 616 c.p.p..

Da tale pronuncia discendono, altresì, le correlative statuizioni di seguito espresse in ordine alla rifusione delle spese del grado in favore delle costituite parti civili, la cui liquidazione viene operata secondo l’importo in dispositivo meglio enunciato.

P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali. Condanna altresì la ricorrente a rimborsare alle parti civili le spese di questo grado che liquida in complessivi Euro 3.500,00 oltre spese generali, IVA e CPA. Così deciso in Roma, il 8 maggio 2014.

Depositato in Cancelleria il 29 luglio 2014

 archiviazione indagine penale archiviazione indagine penale avvocato Bologna avvocato penalista avvocato penalista a Bologna avvocato penalista Bologna codice penale codice penale ingiuria codice penale lesioni gravi codice penale avvocato Bologna avvocato penalista avvocato penalista Bologna codice penalecodice penale ingiuria codice penale lesioni gravicodice penale omicidio difesa penale diritto penale fasi indagine penaleimputazione indagine penale durataindagine per reato penaleindagini penale interrogatorio avviso conclusione indagini penali segretezza penalista esperto difensa penale reati graviavvocati penalisti Bolognaavvocati penalisti bolognaavvocato penalista esperto difesna penale vicenzaavvocato penalista studio legale diritto penale Bologna reato reato abitualereato ambientale reato appropriazione indebita reato associativo reato bigamia reato bancarotta fraudolenta prescrizione reato banconote false reato denuncia reato estinto casellario giudiziale reato estorsionereato falso ideologico reato falso in bilancio reato favoreggiamento immigrazione clandestina reato guida senza patentereato furto reato guida in stato di ebbrezza reato informaticoreato ingiuria reato lesioni reato maltrattamenti in famiglia reato minaccia reato molestie sessualireato omicidio stradale reato penale reato penale reato querela reato tentata truffa reato violenza privata prescrizione reato xenofobiarinvio a giudizioAvvocati penalisti di Bolognapenalistiavvocato penalista in Bolognaavvocato penalista Bologna

Post Footer automatically generated by wp-posturl plugin for wordpress.

Avvocato Sergio Armaroli

Avvocato Cassazionista Sergio Armaroli

L'avvocato Sergio Armaroli ha fondato lo studio legale Armaroli a Bologna nel 1997.

Da allora ha assistito centinaia di clienti in ambito civile e penale, in tutti i gradi di giudizio, sempre con l'attenzione e l'impegno che lo contraddistinguono, conseguendo numerosi successi e soddisfazioni.

L'avvocato Armaroli riceve tutti i giorni nel suo studio dalle ore 9:00 alle ore 19:00 in via Solferino 30.

Dicono di me i clienti

Salve a tutti, mi sono trovato di recente a dover affrontare diverse problematiche relative al mondo del lavoro. Fortunatamente ho incontrato l’ Avv. Sergio Armaroli il quale ha saputo guidarmi nelle varie situazioni con grande calma e professionalità. La pratica è stata risolta in poco tempo e con soddisfazione di tutti. From Avvocato Penalista Bologna, […]- Utente Google
Cordialità e ottima accoglienza…Esprimo la mia totale soddisfazione nel servizio reso con professionalità,   esaudiente conoscenza del diritto e della legge in tutte le sue interpretazioni. Velata la sincerità e la schiettezza nelle probabili risoluzioni dei problemi di avversità penale . Determinazione e concretezza sono cornice della sua impeccabile figura  .Ringrazio l’avvocato Sergio Armaroli e consiglio vivamente […]- Federico : ringrazio l’avvocato Sergio Armaroli
Inconditi ne placute de viata am cunoscut av. SERGIO ARMAROLI o persoana minunata cu un caracter forte si determinat, pregatit profesional la un inalt nivel. Cu profesionalitatea sa m-a ajutat sa trec cu bine de probleme financiare cu banci in italia,de aceea il recomand la toate persoanele de origine romina care au probleme judiciare de […]- Utente Google
In un momento della mia vita mi sono trovata in difficoltà ma per fortuna ho conosciuto l’avvocato SERGIO ARMAROLI, il quale ha risolto i miei problemi dimostrando grande capacità e preparazione e grande senso di umanità e gentilezza. per questo raccomando a tutti i quali abbiano problemi di rivolgersi con fiducia all’avvocato SERGIO ARMAROLI Grazie […]- Elena
Buongiorno avv., Mi sono rivolta a Lei xke’ ho alcune cose da sistemare in merito alla mia separazione. Dal colloquio ke abbiamo avuto posso dire di essere stata molto soddisfatta grazie alla sua competenza e disponibilita’ nel venire a capo alle grosse problematiche ke questa situazione crea. From Avvocato Penalista Bologna, post Sabrina Post Footer […]- Sabrina

Categorie