Art. 609-bis.
Violenza sessuale. Chiunque, con violenza o minaccia ….

Art. 609-bis.Violenza sessuale.

Chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità, costringe taluno a compiere o subire atti sessuali è punito con la reclusione da cinque a dieci anni.

Alla stessa pena soggiace chi induce taluno a compiere o subire atti sessuali:

1) abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa al momento del fatto;

2) traendo in inganno la persona offesa per essersi il colpevole sostituito ad altra persona.

Nei casi di minore gravità la pena è diminuita in misura non eccedente i due terzi.

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Art. 609-ter.Circostanze aggravanti.

La pena è della reclusione da sei a dodici anni se i fatti di cui all’articolo 609-bis sono commessi:

1) nei confronti di persona che non ha compiuto gli anni quattordici;

2) con l’uso di armi o di sostanze alcoliche, narcotiche o stupefacenti o di altri strumenti o sostanze gravemente lesivi della salute della persona offesa;

3) da persona travisata o che simuli la qualità di pubblico ufficiale o di incaricato di pubblico servizio;

4) su persona comunque sottoposta a limitazioni della libertà personale;

5) nei confronti di persona che non ha compiuto gli anni sedici della quale il colpevole sia l’ascendente, il genitore anche adottivo, il tutore.

5 bis) all’interno o nelle immediate vicinanze di istituto d’istruzione o di formazione frequentato dalla persona offesa. (1)

5-ter) nei confronti di donna in stato di gravidanza; (2)

5-quater) nei confronti di persona della quale il colpevole sia il coniuge, anche separato o divorziato, ovvero colui che alla stessa persona è o è stato legato da relazione affettiva, anche senza convivenza (2);

5-quinquies) se il reato è commesso da persona che fa parte di un’associazione per delinquere e al fine di agevolarne l’attività; (3)

5-sexies) se il reato è commesso con violenze gravi o se dal fatto deriva al minore, a causa della reiterazione delle condotte, un pregiudizio grave (3).

La pena è della reclusione da sette a quattordici anni se il fatto è commesso nei confronti di persona che non ha compiuto gli anni dieci.

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Art. 609-quater.Atti sessuali con minorenne.

Soggiace alla pena stabilita dall’articolo 609-bis chiunque, al di fuori delle ipotesi previste in detto articolo, compie atti sessuali con persona che, al momento del fatto:

1) non ha compiuto gli anni quattordici;

2) non ha compiuto gli anni sedici, quando il colpevole sia l’ascendente, il genitore, anche adottivo, o il di lui convivente, il tutore, ovvero altra persona cui, per ragioni di cura, di educazione, di istruzione, di vigilanza o di custodia, il minore è affidato o che abbia, con quest’ultimo, una relazione di convivenza. (1)

Fuori dei casi previsti dall’articolo 609-bis, l’ascendente, il genitore, anche adottivo, o il di lui convivente, il tutore, ovvero altra persona cui, per ragioni di cura, di educazione, di istruzione, di vigilanza o di custodia, il minore è affidato, o che abbia con quest’ultimo una relazione di convivenza, che, con l’abuso dei poteri connessi alla sua posizione, compie atti sessuali con persona minore che ha compiuto gli anni sedici, è punito con la reclusione da tre a sei anni. (2)

Non è punibile il minorenne che, al di fuori delle ipotesi previste nell’articolo 609-bis, compie atti sessuali con un minorenne che abbia compiuto gli anni tredici, se la differenza di età tra i soggetti non è superiore a tre anni.

Nei casi di minore gravità la pena è diminuita in misura non eccedente i due terzi. (3)

Si applica la pena di cui all’articolo 609-ter, secondo comma, se la persona offesa non ha compiuto gli anni dieci.

 

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Cfr. Cassazione penale, sez. III, sentenza 4 ottobre 2007, n. 36389 e Tribunale di Enna, sentenza 21 maggio 2008 in Altalex Massimario.

 

Art. 609-quinquies.Corruzione di minorenne. (1)

Chiunque compie atti sessuali in presenza di persona minore di anni quattordici, al fine di farla assistere, è punito con la reclusione da uno a cinque anni.

Salvo che il fatto costituisca più grave reato, alla stessa pena di cui al primo comma soggiace chiunque fa assistere una persona minore di anni quattordici al compimento di atti sessuali, ovvero mostra alla medesima materiale pornografico, al fine di indurla a compiere o a subire atti sessuali.

La pena è aumentata.

  1. a) se il reato è commesso da più persone riunite;
  2. b) se il reato è commesso da persona che fa parte di un’associazione per delinquere e al fine di agevolarne l’attività;
  3. c) se il reato è commesso con violenze gravi o se dal fatto deriva al minore, a causa della reiterazione delle condotte, un pregiudizio grave. (2)

La pena è aumentata fino alla metà quando il colpevole sia l’ascendente, il genitore, anche adottivo, o il di lui convivente, il tutore, ovvero altra persona cui, per ragioni di cura, di educazione, di istruzione, di vigilanza o di custodia, il minore è affidato, o che abbia con quest’ultimo una relazione di stabile convivenza.

 

(1) L’articolo che recitava: “Chiunque compie atti sessuali in presenza di persona minore di anni quattordici, al fine di farla assistere, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni.” è stato così sostituito dall’art. 4, L. 1 ottobre 2012, n. 172.

(2) Comma inserito dall’art. 1, comma 3, D.Lgs. 4 marzo 2014, n. 39.

 

Art. 609-sexies.Ignoranza dell’età della persona offesa. (1)

Quando i delitti previsti negli articoli 609-bis, 609-ter, 609-quater, 609-octies e 609-undecies sono commessi in danno di un minore degli anni diciotto, e quando è commesso il delitto di cui all’articolo 609-quinquies, il colpevole non può invocare a propria scusa l’ignoranza dell’età della persona offesa, salvo che si tratti di ignoranza inevitabile.

 

STALKING ART 612 BIS CP : sufficiente che gli atti persecutori abbiano un effetto destabilizzante della serenità dell’equilibrio psicologico della vittima

STALKING ART 612 BIS CP : sufficiente che gli atti persecutori abbiano un effetto destabilizzante della serenità dell’equilibrio psicologico della vittima

Art. 609-septies.Querela di parte.

I delitti previsti dagli articoli 609-bis, 609-ter e 609-quater sono punibili a querela della persona offesa.

Salvo quanto previsto dall’articolo 597, terzo comma, il termine per la proposizione della querela è di sei mesi.

La querela proposta è irrevocabile.

Si procede tuttavia d’ufficio:

1) se il fatto di cui all’articolo 609-bis è commesso nei confronti di persona che al momento del fatto non ha compiuto gli anni diciotto; (1)

2) se il fatto è commesso dall’ascendente, dal genitore, anche adottivo, o dal di lui convivente, dal tutore ovvero da altra persona cui il minore è affidato per ragioni di cura, di educazione, di istruzione, di vigilanza o di custodia o che abbia con esso una relazione di convivenza; (2)

3) se il fatto è commesso da un pubblico ufficiale o da un incaricato di pubblico servizio nell’esercizio delle proprie funzioni;

4) se il fatto è connesso con un altro delitto per il quale si deve procedere d’ufficio;

5) se il fatto è commesso nell’ipotesi di cui all’articolo 609-quater, ultimo comma.

 

(1) La parola: “quattordici” è stata così sostituita dall’art. 7, co. 1, lett. a), della L. 6 febbraio 2006, n. 38.

(2) Numero così sostituito dall’art. 7, co. 1, lett. b) della L. 6 febbraio 2006, n. 38.

 

 

Art. 609-octies.Violenza sessuale di gruppo.

La violenza sessuale di gruppo consiste nella partecipazione, da parte di più persone riunite, ad atti di violenza sessuale di cui all’articolo 609-bis.

 

Chiunque commette atti di violenza sessuale di gruppo è punito con la reclusione da sei a dodici anni.

 

La pena è aumentata se concorre taluna delle circostanze aggravanti previste dall’articolo 609-ter.

 

La pena è diminuita per il partecipante la cui opera abbia avuto minima importanza nella preparazione o nella esecuzione del reato. La pena è altresì diminuita per chi sia stato determinato a commettere il reato quando concorrono le condizioni stabilite dai numeri 3) e 4) del primo comma e dal terzo comma dell’articolo 112.

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Art. 609-nonies.Pene accessorie ed altri effetti penali.

La condanna o l’applicazione della pena su richiesta delle parti ai sensi dell’articolo 444 del codice di procedura penale (1) per alcuno dei delitti previsti dagli articoli 609-bis, 609-ter, 609-quater, 609-quinquies, 609-octies e 609-undecies (2) comporta:

1) la perdita della responsabilità genitoriale, quando la qualità di genitore è elemento costitutivo o circostanza aggravante del reato; (8)

2) l’interdizione perpetua da qualsiasi ufficio attinente alla tutela, alla curatela e all’amministrazione di sostegno; (4)

3) la perdita del diritto agli alimenti e l’esclusione dalla successione della persona offesa;

4) l’interdizione temporanea dai pubblici uffici; l’interdizione dai pubblici uffici per la durata di anni cinque in seguito alla condanna alla reclusione da tre a cinque anni, ferma restando, comunque, l’applicazione dell’articolo 29, primo comma, quanto all’interdizione perpetua;

5) la sospensione dall’esercizio di una professione o di un’arte. (5)

La condanna o l’applicazione della pena su richiesta delle parti a norma dell’articolo 444 del codice di procedura penale, per alcuno dei delitti previsti dagli articoli 609-bis, 609-ter, 609-octies e 609-undecies, (2) se commessi nei confronti di persona che non ha compiuto gli anni diciotto, 609-quater e 609-quinquies, comporta in ogni caso l’interdizione perpetua da qualunque incarico nelle scuole di ogni ordine e grado nonché da ogni ufficio o servizio in istituzioni o in altre strutture pubbliche o private frequentate prevalentemente da minori. (6)

La condanna per i delitti previsti dall’articolo 600-bis, secondo comma, dall’articolo 609-bis, nelle ipotesi aggravate di cui all’articolo 609-ter, dagli articoli 609-quater, 609-quinquies e 609-octies, nelle ipotesi aggravate di cui al terzo comma del medesimo articolo, comporta, dopo l’esecuzione della pena e per una durata minima di un anno, l’applicazione delle seguenti misure di sicurezza personali:

1) l’eventuale imposizione di restrizione dei movimenti e della libera circolazione, nonché il divieto di avvicinarsi a luoghi frequentati abitualmente da minori;

2) il divieto di svolgere lavori che prevedano un contatto abituale con minori;

3) l’obbligo di tenere informati gli organi di polizia sulla propria residenza e sugli eventuali spostamenti. (7)

Chiunque viola le disposizioni previste dal terzo comma è soggetto alla pena della reclusione fino a tre anni. (7)

 

 

 

Art. 609-decies.Comunicazione dal tribunale per i minorenni.

Quando si procede per alcuno dei delitti previsti dagli articoli 600, 600-bis, 600-ter, 600-quinquies, 601, 602, 609-bis, 609-ter, 609-quinquies, 609-octies e 609-undecies commessi in danno di minorenni, ovvero per il delitto previsto dall’articolo 609-quater o per i delitti previsti dagli articoli 572 e 612-bis, se commessi in danno di un minorenne o da uno dei genitori di un minorenne in danno dell’altro genitore, il procuratore della Repubblica ne dà notizia al tribunale per i minorenni. (1)

Qualora riguardi taluno dei delitti previsti dagli articoli 572, 609-ter e 612-bis, commessi in danno di un minorenne o da uno dei genitori di un minorenne in danno dell’altro genitore, la comunicazione di cui al primo comma si considera effettuata anche ai fini dell’adozione dei provvedimenti di cui agli articoli 155 e seguenti, nonché 330 e 333 del codice civile. (3)

Nei casi previsti dal primo comma l’assistenza affettiva e psicologica della persona offesa minorenne è assicurata, in ogni stato e grado di procedimento, dalla presenza dei genitori o di altre persone idonee indicate dal minorenne, nonché di gruppi, fondazioni, associazioni od organizzazioni non governative di comprovata esperienza nel settore dell’assistenza e del supporto alle vittime dei reati di cui al primo comma e iscritti in apposito elenco dei soggetti legittimati a tale scopo, con il consenso del minorenne, e ammessi dall’autorità giudiziaria che procede. (2)

In ogni caso al minorenne è assicurata l’assistenza dei servizi minorili dell’Amministrazione della giustizia e dei servizi istituiti dagli enti locali.

Dei servizi indicati nel terzo comma si avvale altresì l’autorità giudiziaria in ogni stato e grado del procedimento.

 

Art. 609-undecies.Adescamento di minorenni. (1)

Chiunque, allo scopo di commettere i reati di cui agli articoli 600, 600-bis, 600-ter e 600-quater, anche se relativi al materiale pornografico di cui all’articolo 600-quater.1, 600-quinquies, 609-bis, 609-quater, 609-quinquies e 609-octies, adesca un minore di anni sedici, è punito, se il fatto non costituisce più grave reato, con la reclusione da uno a tre anni. Per adescamento si intende qualsiasi atto volto a carpire la fiducia del minore attraverso artifici, lusinghe o minacce posti in essere anche mediante l’utilizzo della rete internet o di altre reti o mezzi di comunicazione.

(1) Articolo aggiunto dall’art. 4, L. 1 ottobre 2012, n. 172.

Art. 609-duodeciesCircostanze aggravanti (1)

Le pene per i reati di cui agli articoli 609-bis, 609-quater, 609-quinquies, 609-octies e 609-undecies, sono aumentate in misura non eccedente la metà nei casi in cui gli stessi siano compiuti con l’utilizzo di mezzi atti ad impedire l’identificazione dei dati di accesso alle reti telematiche.

(1) Articolo inserito dall’art. 1, comma 4, D.Lgs. 4 marzo 2014, n. 39.

Sezione IIIDei delitti contro la libertà morale

 

Art. 610.Violenza privata

Chiunque, con violenza o minaccia, costringe altri a fare, tollerare, od omettere qualche cosa è punito con la reclusione fino a quattro anni.

La pena è aumentata se concorrono le condizioni prevedute dall’articolo 339.

 

Art. 611.Violenza o minaccia per costringere a commettere un reato

Chiunque usa violenza o minaccia per costringere o determinare altri a commettere un fatto costituente reato è punito con la reclusione fino a cinque anni.

La pena è aumentata se concorrono le condizioni prevedute dall’articolo 339.

 

 

CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. III PENALE , SENTENZA 22 settembre 2016, n.39378 – Pres. Grillo – est. LiberatiGIURISPRUDENZA

Ritenuto in fatto

 

  1. Con sentenza del 11 novembre 2014 la Corte d’appello di Milano ha confermato la sentenza del 7 aprile 2009 del Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Como, che, in esito a giudizio abbreviato, aveva condannato C.C. alla pena di anni due e mesi quattro di reclusione in relazione a vari episodi di violenza sessuale tentata e consumata in danno di persona in condizioni di inferiorità fisica e psichica (artt. 81 cpv., 56, 609 bis commi 1 e 2, n. 1, cod. pen.).

Nel disattendere l’impugnazione dell’imputato in ordine alla qualificazione giuridica degli episodi, alla sussistenza della aggravante di cui all’art. 609 bis, comma 2, n. 1, cod. pen., alla consumazione del reato di cui al capo B ed alla utilizzabilità della intercettazione ambientale posta a base della affermazione di responsabilità dell’imputato in ordine al capo C, la Corte territoriale ha ritenuto sussistente l’abuso delle condizioni di inferiorità psichica della vittima, anche sulla base della consulenza tecnica disposta dal Pubblico Ministero (da cui era emersa l’esistenza di un disturbo da stress post traumatico della parte offesa posto in relazione ai fatti contestati ed un disturbo della personalità di Tipo Dipendente, derivante dalla patologia fisica della vittima, che sin dall’infanzia aveva avuto una incidenza negativa sul suo sviluppo psicofisico). La Corte d’appello ha poi ritenuto che le modalità e le circostanze dell’episodio di cui al capo B fossero assolutamente idonee a porre in pericolo la sfera di libertà sessuale della vittima, non essendovi dubbi circa il dolo dell’agente e le sue finalità, ed ha escluso l’eccepita inutilizzabilità della registrazione della conversazione tra la vittima e l’imputato eseguita mediante apparecchiature fornite dalla polizia giudiziaria, trattandosi della documentazione di attività di indagine, che non richiede l’osservanza delle forme di cui agli artt. 266 e ss. cod. proc. pen. Infine è stato condiviso il trattamento sanzionatorio, evidenziando la parzialità del risarcimento del danno e la mancanza dei presupposti per ricondurre i fatti alla ipotesi lieve di cui all’ultimo comma dell’art. 609 bis cod. pen. (di cui peraltro non era stata fatta richiesta in sede di conclusioni in primo grado).

  1. Avverso tale sentenza ha proposto ricorso l’imputato, mediante il suo difensore, affidato a due motivi.

2.1. Con il primo motivo ha denunciato violazione di norme processuali, per la mancanza di autorizzazione alla esecuzione della intercettazione della conversazione tra la vittima e l’imputato mediante apparecchio di fonoregistrazione fornito alla parte offesa dalla polizia giudiziaria su autorizzazione del Pubblico Ministero, non essendo state osservate le forme stabilite dagli artt. 266 e 267 cod. proc. pen. ed essendo di conseguenza stata utilizzata una prova illegalmente acquisita.

2.2. Con un secondo motivo ha lamentato vizio di motivazione in ordine alla contestata esistenza di una situazione di inferiorità psicofisica della parte offesa, per il mancato espletamento della necessaria comparazione tra le condizioni dell’agente e della vittima onde accertare la inferiorità di quest’ultima rispetto al primo.

2.3 Con memoria depositata il 7 marzo 2016 ha prospettato un nuovo motivo di ricorso, lamentando mancanza di motivazione in ordine alla riconducibilità dei fatti alla ipotesi di cui all’ultimo comma dell’art. 609 bis cod. pen., oggetto di specifico motivo di appello, in ordine al quale la Corte territoriale aveva omesso del tutto di motivare.

 

Considerato in diritto

 

Il ricorso è infondato.

  1. Per quanto riguarda il primo motivo, mediante il quale è stata denunciata violazione di legge processuale per l’indebito utilizzo delle registrazioni delle intercettazioni delle conversazioni tra l’imputato e la persona offesa, eseguite mediante apparecchio di fonoregistrazione fornito dalla polizia giudiziaria alla persona offesa su autorizzazione del Pubblico Ministero ma in mancanza di autorizzazione del Giudice per le indagini preliminari, va evidenziato, in linea di fatto, che, secondo quanto risulta dal testo della sentenza impugnata, il 23 agosto 2008 il Pubblico Ministero aveva autorizzato la polizia giudiziaria a fornire alla persona offesa un apparecchio trasmettitore, collegato a due ricetrasmittenti in dotazione alla polizia, attraverso le quali era stata eseguita la registrazione della conversazione svoltasi all’interno della automobile dell’imputato tra costui e la persona offesa.

1.1. Va dunque rilevato che a proposito del regime di utilizzabilità delle registrazioni di conversazioni eseguite da uno dei partecipanti al colloquio, qualora, come nel caso di specie, effettuate in assenza di un provvedimento autorizzativo del Giudice per le indagini preliminari ai sensi degli artt. 266 e ss. cod. proc. pen., vi sono differenti orientamenti nella giurisprudenza di questa Corte.

1.2. Secondo un primo orientamento, la registrazione fonografica di una conversazione telefonica effettuata da uno dei partecipi al colloquio costituisce una forma di memorizzazione fonica di un fatto storico, utilizzabile in dibattimento quale prova documentale, rispetto alla quale la trascrizione rappresenta una mera trasposizione del contenuto del supporto magnetico contenente la registrazione (da ultimo, Sez. 5, n. 4287 del 29/09/2015, Pepi, Rv. 265624, che in motivazione ha precisato che la registrazione della conversazione tra presenti è qualificabile quale prova documentale anche nell’ipotesi in cui sia stata effettuata su suggerimento o incarico della polizia giudiziaria; conf., Sez. 1, n. 6339 del 22/01/2013, Pagliaro, Rv. 254814, nella quale, nel ribadire che non è riconducibile alla nozione di intercettazione la registrazione fonografica di un colloquio svoltosi tra presenti o mediante strumenti di trasmissione, operata, sebbene clandestinamente, da un soggetto che ne sia partecipe o, comunque, sia ammesso ad assistervi, costituendo, invece, una forma di memorizzazione fonica di un fatto storico, della quale l’autore può disporre legittimamente, anche a fini di prova, è stato ulteriormente chiarito che tale principio non viene meno per la circostanza che l’autore della registrazione abbia previamente denunciato fatti di cui sia vittima; conf. Sez. 6, n. 31342 del 16/03/2011, Renzi, Rv. 250534).

1.3. Secondo altro orientamento (tra cui, da ultimo, a Sez. 2, n. 7035 del 29/01/2014, Polito, Rv. 258551), la registrazione fonografica occultamente eseguita da uno degli interlocutori d’intesa con la polizia giudiziaria e con apparecchiature da questa fornite non costituisce documento, utilizzabile ai sensi dell’art. 234 cod. proc. pen., ma rappresenta la documentazione di un’attività di indagine, che non implica la necessità di osservare le forme previste dagli artt. 266 e ss. cod. proc. pen., richiedendo comunque un provvedimento motivato di autorizzazione del Pubblico Ministero.

A sostegno di tale interpretazione è stato, in particolare, sottolineato, richiamando la nozione di documento di cui alla pronuncia delle Sezioni Unite nella sentenza n. 26795/2006 (Sez. U, n. 26795 del 28/03/2006, Prisco, Rv. 234267, nella quale, con riferimento alla materia delle videoregistrazioni, è stata rimarcata la distinzione esistente tra “documento” e “atto del procedimento” oggetto di documentazione, chiarendo che le norme sui documenti, contenute nel codice di procedura penale, sono state concepite e formulate con esclusivo riferimento ai documenti formati fuori, anche se non necessariamente prima, e, comunque, non in vista e in funzione del processo nel quale si chiede o si dispone che essi facciano ingresso), che la registrazione fonografica occultamente eseguita da uno degli interlocutori d’intesa con la polizia giudiziaria e con apparecchiature da questa fornite, non costituisce un “documento” formato fuori del procedimento, utilizzabile ai fini di prova ai sensi dell’art. 234 cod. proc. pen., ma rappresenta, piuttosto, la “documentazione di un’attività d’indagine”, dato l’uso investigativo dello strumento di captazione che in tal caso viene realizzato.

Se ne è tratta la conseguenza che una simile attività, venendo ad incidere sul diritto alla segretezza delle conversazioni e delle comunicazioni, tutelato dall’art. 15 Cost., a differenza della registrazione effettuata d’iniziativa di uno degli interlocutori, richiede un controllo dell’autorità giudiziaria, che non implica, tuttavia, la necessità di osservare le disposizioni relative all’intercettazione di conversazioni o comunicazioni di cui agli artt. 266 e ss. cod. proc. pen., in quanto le registrazioni fonografiche, per il diverso livello di intrusione nella sfera di riservatezza che ne deriva, non possono essere assimilate, nemmeno nell’ipotesi considerata, alle intercettazioni telefoniche o ambientali e non possono, quindi, ritenersi sottoposte alle limitazioni ed alle formalità proprie di queste ultime, ritenendosi pertanto sufficiente un livello di garanzia minore, rappresentato da un provvedimento motivato dell’autorità giudiziaria, che può essere costituito anche da un decreto del Pubblico Ministero (conf. Sez. 2, n. 42939 del 10/10/2012, Zupo, Rv. 253819; Sez. 6, n. 23742 del 07/04/2010, Angelini, Rv. 247384).

Tale orientamento è stato ulteriormente sviluppato nella sentenza n. 19158 del 2015 (Sez. 2, n. 19158 del 20/03/2015, Pitzulu, Rv. 263526), nella quale è stato affermato che la registrazione di conversazioni effettuata da un privato su impulso della polizia giudiziaria non costituisce una forma di documentazione dei contenuti del dialogo, ma una vera e propria attività investigativa che comprime il diritto alla segretezza con finalità di accertamento processuale, con la conseguente necessità di un provvedimento dell’autorità giudiziaria, ovvero un decreto motivato del pubblico ministero, in forma scritta, con conseguente ostensione e fruibilità processuale della motivazione.

1.4. Benché, dunque, si versi in una ipotesi di contrasto tra difformi orientamenti interpretativi, tra i quali il Collegio ritiene, per le considerazioni riportate a proposito della distinzione tra “documento” e “atto del procedimento” oggetto di documentazione, di aderire a quello che richiede un provvedimento motivato di autorizzazione per disporre la registrazione fonografica occultamente eseguita da uno degli interlocutori d’intesa con la polizia giudiziaria e con apparecchiature da questa fornite, non ricorrono nella specie i presupposti per rimettere la questione alle Sezioni Unite, in quanto nella specie ricorre una ipotesi di vera e propria intercettazione di conversazione da parte di terzi, giacché l’apparecchio trasmettitore fornito alla persona offesa, da questa utilizzato per registrare la conversazione con l’imputato, era collegato a due ricetrasmittenti in dotazione alla polizia giudiziaria, attraverso le quali era stata eseguita la registrazione della conversazione svoltasi all’interno della automobile dell’imputato tra costui e la persona offesa: poiché detta conversazione non venne solamente registrata dalla persona offesa (utilizzando l’apparecchiatura ad essa fornita dalla polizia giudiziaria successivamente alla denuncia), ma anche ascoltata e registrata dagli agenti di polizia giudiziaria, che sulla base di quanto ascoltato provvidero ad arrestare l’imputato in flagranza, è configurabile una vera e propria intercettazione di conversazione da parte di terzi estranei ad essa, che la ascoltarono e registrarono, come tale soggetta alla disciplina autorizzativa dettata dagli artt. 266 e ss. cod. proc. pen., nella specie pacificamente non osservata.

Ne consegue la fondatezza della censura e l’inutilizzabilità dell’elemento probatorio costituito dalla registrazione della conversazione avvenuta nella automobile dell’imputato tra questi e la persona offesa il 23 agosto 2008.

1.5. L’esclusione di tale elemento non determina, però, insufficienza od illogicità della motivazione, in quanto i giudici di merito hanno fondato l’affermazione di responsabilità dell’imputato anche su altri elementi, di per se soli sufficienti a ritenere accertate le condotte ed integrati i reati contestati, tra cui: le dichiarazioni rese dalla persona offesa alla polizia giudiziaria ed al Pubblico Ministero (ritenute intrinsecamente attendibili per la loro spontaneità, genuinità ed assenza di interesse, ed in ordine alle quali non sono stati sollevati rilievi di sorta dal ricorrente); le dichiarazioni del convivente della madre della persona offesa, con cui la vittima si era confidata il giorno successivo al primo episodio di violenza verificatosi nel maggio 2008; le annotazioni di servizio dei Carabinieri della Stazione di Menaggio e del posto di frontiera di Oria Valsolda (uffici presso i quali la persona offesa aveva tentato di presentare querela il 16 agosto 2008, successivamente al secondo episodio di violenza); le dichiarazioni rese dalle persone informate sui fatti in ordine alla personalità dell’imputato ed alla fragilità della persona offesa; la consulenza tecnica svolta su quest’ultima (che ha concluso per la sussistenza di un disturbo post traumatico da stress, riconducibile ad una violenza sessuale subita, e per la individuazione di una personalità debole, dipendente, con un difetto organico, che aveva inciso sul suo sviluppo psichico).

Sulla base di tale complesso di elementi i giudici di merito sono pervenuti ad affermare la responsabilità dell’imputato, con argomenti non espressamente censurati dal ricorrente e di per se sufficienti a giustificare la decisione di condanna.

Ciò comporta l’inammissibilità del motivo di ricorso in esame, a causa della mancanza del necessario requisito di specificità, giacché quando, come nel caso in esame, con il ricorso per cassazione si lamenti l’inutilizzabilità di un elemento a carico, il motivo di impugnazione deve illustrare l’incidenza dell’eventuale eliminazione del predetto elemento ai fini della cosiddetta “prova di resistenza”, in quanto gli elementi di prova acquisiti illegittimamente diventano irrilevanti ed ininfluenti se, nonostante la loro espunzione, le residue risultanze risultino, come nel caso in esame, sufficienti a giustificare l’identico convincimento (Sez. 3, n. 3207 del 02/10/2014, Calabrese, Rv. 262011; Sez. 4, n. 24455 del 22/04/2015, Plataroti, Rv. 263731).

  1. Il secondo motivo, mediante il quale è stato denunciato vizio di motivazione, a proposito della sussistenza dell’abuso delle condizioni di inferiorità psichica o fisica di cui all’art. 609 bis, comma 2, n. 1, cod. pen., è infondato.

2.1. La Corte d’appello ha al riguardo, anzitutto, sottolineato, sulla base degli esiti della consulenza tecnica disposta dal Pubblico Ministero e delle dichiarazioni rese da parenti, amici e conoscenti della vittima, lo stato di grave fragilità e debolezza psichica della persona offesa, conseguente alla patologia fisica (labiopalatoschisi) di cui è portatrice, evidenziando come tale patologia sin dall’infanzia aveva avuto una ricaduta negativa sul suo sviluppo psico-fisico, determinando anche una condizione di emarginazione del ragazzo e di discriminazione all’interno del gruppo dei suoi coetanei, ed anche il bisogno di una figura carismatica maschile in funzione di padre, che lo aveva portato ad un atteggiamento di eccessiva sottomissione a figure adulte maschili ed aveva caratterizzato questa patologica ed ossessiva dipendenza.

Di tale condizione, qualificata dal consulente tecnico come disturbo della personalità, nota nell’ambiente circoscritto in cui vivevano l’imputato e la persona offesa, ebbe a profittare il ricorrente, ingenerando nel giovane quel senso di fiducia e di affidamento di cui aveva bisogno (presentandosi come amico dei genitori), reiterando le condotte dopo il primo episodio, avendo verificato la debolezza e la fragilità della persona offesa, che non aveva denunciato i fatti.

2.2. Tali considerazioni risultano del tutto adeguate ed immuni dai vizi di contraddittorietà ed illogicità denunciati dal ricorrente, perché sono stati evidenziati i tratti della personalità della vittima che ne determinano una condizione di particolare fragilità e soggezione, qualificata come disturbo della personalità in senso tecnico, specie nei confronti di figure adulte maschili, ed è stato operato il raffronto tra tali condizioni e la condotta dell’imputato, sottolineando come questi fosse a conoscenza di tale stato del ragazzo, del suo difetto fisico e della sua fragilità emotiva (conseguente a tale difetto ed alla sua condizione generale), e ne abbia approfittato, soprattutto dopo aver constatato la sua scarsa resistenza in occasione del primo episodio di violenza e l’assenza di reazioni da parte della vittima.

È stato, dunque, operato dai giudici di merito il raffronto, di cui il ricorrente lamenta invece l’omissione, tra le condizioni della vittima e quelle dell’agente, pervenendo, all’esito di tale giudizio, alla affermazione dell’abuso di tali condizioni da parte dell’imputato, sul corretto rilievo che la nozione di tale abuso presuppone, appunto, la consapevolezza di una condizione di inferiorità o, comunque, di debolezza della vittima nei confronti dell’agente, ed il consapevole approfittamento di tale condizione, mediante comportamenti subdoli (cfr., Sez. 3, n. 38787 del 23/06/2015, P., Rv. 264699), o l’induzione indebita al compimento di atti ai quali altrimenti la vittima non avrebbe consentito (cfr. Sez. 3, n. 9442 del 18/03/2015, C., Rv. 266451; Sez. 3, n. 16899 del 27/11/2014, I., Rv. 263344; Sez. 3, n. 44978 del 22/10/2010, C., Rv. 249111), o, comunque, il doloso sfruttamento della menomazione della vittima, mediante la strumentalizzazione delle sue condizioni, allo scopo di accedere alla sfera intima della persona che, versando in uno stato di difficoltà, viene ridotta ad un mezzo per l’altrui soddisfacimento sessuale (Sez. 3, n. 20766 del 14/04/2010, T., Rv. 247655).

Ne consegue, in definitiva, l’infondatezza della censura, risultando del tutto insussistente il vizio di motivazione al riguardo denunciato dal ricorrente mediante detto motivo.

  1. La doglianza formulata con la memoria depositata il 7 marzo 2016, mediante la quale è stata denunciata mancanza di motivazione in ordine alla configurabilità della ipotesi attenuata di cui all’ultimo comma dell’art. 609 bis cod. pen., oggetto di specifica doglianza formulata con l’atto d’appello che la Corte d’appello avrebbe omesso di considerare, è inammissibile a cagione della sua novità.

Costituisce, invero, principio consolidato nella giurisprudenza di questa Corte quello secondo cui con i motivi nuovi non è consentito dedurre violazioni in precedenza non prospettate, in quanto i motivi nuovi presentati a sostegno dell’impugnazione devono avere ad oggetto, a pena di inammissibilità, solo i capi o i punti della decisione impugnata che sono stati già enunciati nei motivi originariamente proposti a norma dell’art. 581, comma primo, lett. a), cod. proc. pen. (così Sez. 3, n. 18293 del 20/11/2013, G., Rv. 259740, che in motivazione ha evidenziato che l’ammissibilità di censure non tempestivamente formalizzate entro i termini per l’impugnazione determinerebbe una irragionevole estensione dei tempi di definizione del processo oltre che lo scardinamento del sistema dei termini per impugnare; conf., ex plurimis, Sez. 2, n. 1417 del 11/10/2012, Platamone, Rv. 254301; Sez. 5, n. 14991 del 12/01/2012, Strisciuglio, Rv. 252320); analogamente, del resto, a quanto è da dirsi con riferimento all’ambito dell’appello incidentale in rapporto a quello dell’appello principale, aspetto esaurientemente sviluppato da Sez. U, n. 10251 del 17/10/2006, Michaeler, Rv. 235699.

Ora, nella specie, con il ricorso per cassazione l’imputato ha lamentato esclusivamente l’indebita utilizzazione della registrazione della conversazione con la persona offesa e l’insufficienza della motivazione in ordine alla condizione di inferiorità psicofisica della persona offesa, con la conseguenza che risulta evidente l’assoluta novità della doglianza relativa alla configurabilità della attenuante di cui all’ultimo comma dell’art. 609 bis cod. pen., estranea ai motivi di ricorso, che hanno ad oggetto altri punti della sentenza impugnata (e cioè l’utilizzabilità di una prova e la sussistenza dell’abuso delle condizioni di inferiorità psicofisica della vittima) ed anche alle doglianze formulate con i motivi principali dell’atto d’appello, con la conseguente inammissibilità della censura a causa della sua novità, essendo estranea alle censure formulate con i motivi di ricorso.

  1. In conclusione il ricorso deve essere respinto, stante l’inammissibilità del primo motivo e del motivo nuovo e l’infondatezza del secondo motivo, con la conseguente condanna dell’imputato al pagamento delle spese processuali.

 

P.Q.M.

 

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

 

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