DIFENDITI DAL BULLISMO!! CONTRO OGNI DISCRIMINAZIONE BASTA BULLISMO !!!

COME DIFENDERCI DAL BULLISMO?  GR AVVOCATO PENALISTA

  1. 1.   Definizione di bullismo

 

  1. Il bullismo è una particolare manifestazione di aggressività, perpetrata da uno o più individui (bulli o bulle) ai danni di uno o più individui (vittime). Un bullo può aggredire la vittima in modo diretto (picchiandola o insultandola) o in modo indiretto (escludendola, diffondendo calunnie sul suo conto).

 

 

 

  1. BULLISMO e SCUOLA
Tribunale di Milano, Sezione Decima Civile, Sentenza 8081/13

  2. Il Ministero è responsabile, per culpa in vigilando per fenomeni di bullismo verificatisi a scuola, i quali abbiano causato lesioni a un minore.

  3. La presunzione di responsabilità è superabile solo dimostrando di aver adottato un sistema di misure preventive idoneo appunto ad evitare tali episodi di violenza minorile.

 

 

Che cos’è il bullismo? Rivolgi ti all’avvocato Sergio Armaroli studio legale a Bologna ,se tuo figlio e’ vittima di Bullismo, chiederemo l’intervento dell’autorità, mai fari giustizia da soli.

Il  termine bullismo descrive la condizione di sofferenza, svalutazione ed emarginazione che vive un bambino o un’adolescente ad opera di un suo compagno O di un gruppo di compagni e non solo nell’ambiente scolastico.

 L’avvocato Sergio Armaroli, studio legale a Bologna condanna apertamente il bullismo.

Il bullismo e’ l’anticamera della discriminazione. Ho difeso diverse famiglie i cui figli erano vittime di Bullismo,

Il bullismo  una forma i prepotenza  continuativa la vittima prova sentimenti dolorosi e angoscianti  perché perseguitata da parte di uno o più compagni.

Appare ad avviso dello scrivente avvocato utile  incrementare le pene e il risarcimento a favore delle vittime di Bullismo

Chi ne e’ vittima oltre a vivere un drammatico senso di impotenza, poiché non sa come potersi difendere, il ragazzo subisce emarginazione da parte del gruppo dei coetanei.

L’età in cui il fenomeno del bullismo è più frequente è quella della preadolescenza e dell’adolescenza.

 

Alcuni studiosi considerano IL Bullismo  una sorta di mobbing che avrebbe però luogo tra i banchi di scuola anziché nell’ambiente lavorativo.

Olweus, studioso norvegese che negli anni ‘70 per primo denunciò il problema definì il fenomeno con le seguenti parole:

“Uno studente è oggetto di azioni di bullismo, ovvero è prevaricato o vittimizzato, quando viene esposto, ripetutamente nel corso del tempo, alle azioni offensive messe in atto da parte di uno o di più compagni”.

 FD15

 La Suprema <Corte di Cassazione ritiene responsabile l’insegnate per il reato base e non per l’aggravante ove in effetti annulla

 

“Costituisce abuso punibile, a norma dell’art. 571 c. p., anche il comportamento doloso che umilia, svaluta, denigra o violenta psicologicamente un bambino, causandogli pericoli per la salute, anche se è compiuto con soggettiva intenzione educativa o di disciplina. (Caso in cui una professoressa aveva costretto un alunno a scrivere per 100 volte sul quaderno la frase “sono un deficiente”, e per avere adoperato nei suoi confronti un comportamento palesemente vessatorio, rivolgendogli espressioni che ne mortificavano la dignità, rimproverandolo e minacciandolo di sottrarlo alla tutela dei genitori, così causandogli un disagio psicologico per il quale fu necessario sottoporlo a cure mediche e a un percorso di psicoterapia.)

 

Con la pronuncia del 10 settembre u.s., la S.C. ha condannato un’insegnante per aver imposto ad un alunno di anni 11 di scrivere una frase, ritenuta offensiva della dignità del medesimo, per reagire ad un atto di bullismo perpetrato dall’alunno nei confronti di un compagno di classe.

Una insegnante è stata condannata per reagire ad episodi di bullismo, costringendo un alunno a scrivere per 100 volte sul proprio quaderno la frase “sono un deficiente” e rivolgendogli espressioni in grado di mortificarlo, minacciandolo, altresì, di sottrarlo alla tutela genitoriale causandogli, in tal modo, un forte disagio psicologico che necessitava di cure mediche e a un corso di psicoterapia.

.Con primo grado di giudizio all’esito di giudizio abbreviato, il giudice dell’udienza preliminare del tribunale di Palermo assolse l’imputata per insussistenza dei fatti contestati.

”Ritenne il giudicante che il singolare “compito” assegnato dalla professoressa V. all’alunno C. fosse stato motivato dall’intento dell’insegnante di interrompere, con un intervento tempestivo ed energico, una condotta “bullistica” del C., che aveva tenuto un atteggiamento derisorio ed emarginante nei confronti dei compagno di classe A.G.

La punizione inflitta dall’insegnate , «di per sé potenzialmente anche suscettibile di integrare gli estremi del mezzo educativo sproporzionato e come tale abusivo», fu ritenuta adeguata rispetto alla finalità pedagogica “concretamente” da perseguire, tenuto conto della necessità di un tempestivo intervento «per la realizzazione di plurimi obiettivi pedagogico-disciplinari, delle caratteristiche della persona a cui il mezzo di disciplina e correzione si rivolgeva, del modo in cui l’iniziativa dell’imputata veniva percepita dall’intera classe».

In conclusione, il giudicante valutò che non sussistesse l’abuso di mezzi di correzione suscettibile di ingenerare un pericolo concreto di malattia nel corpo o nella mente, in relazione alla dinamica dell’intervento educativo, al contesto in cui l’azione della docente si era inserita, alle finalità della condotta dell’insegnante, al modo in cui essa era stata percepita dall’allievo e dai compagni di classe.
”

 

Il pubblico ministero propose appello avverso la sentenza del GUP

“In accoglimento dell’impugnazione del Pubblico Ministero e in riforma della prima sentenza, la Corte d’appello di Palermo ha dichiarato l’imputata colpevole del reato di abuso dei mezzi di disciplina, di cui all’art. 571, commi primo e secondo, cod. pen., ritenendo assorbito nell’aggravante del secondo comma il reato di lesioni contestato al capo B) e, concesse le attenuanti generiche ritenute equivalenti alla detta aggravante, l’ha condannata alla pena di un mese di reclusione (pena base: un mese e quindici giorni, ridotta di un terzo per il rito), con i doppi benefici di legge, nonché al risarcimento del danno in favore della parte civile costituita, da liquidarsi in separata sede.

I giudici d’appello, ricostruendo la vicenda, hanno innanzitutto messo in discussione la situazione di bullismo evocata nella sentenza di primo grado e hanno escluso in fatto che a C. «potesse essergli addebitata un’azione di “sistematica derisione” né “un tentativo di emarginazione” in danno del compagno», aggiungendo poi che G.C. «non era un ragazzino problematico», bensì «un alunno intelligente, vivace, ubbidiente, che non creava problemi particolari … In sostanza, un minore con una personalità che non presentava alcun tratto negativo, e non necessitava di interventi particolarmente rigorosi».

La Corte territoriale ha concluso rilevando che l’imputata «ha manifestato nei rapporti con il minore un comportamento particolarmente afflittivo e umiliante, trasmodante l’esercizio della sua funzione educativa, sanzionando davanti la classe con una frase contenente una qualificazione offensiva nei confronti del medesimo, costringendolo ad insultarsi scrivendo cento volte la frase in questione ed imponendogli di fare firmare il compito dai genitori».”

Nel ricorso alla Corte di Cassazione, il difensore dell’insegnante ha prospettato un triplice ordine di motivi di censura nei confronti della sentenza emessa dalla Corte territoriale: di questi, la S.C. ha preso in considerazione ed esaminato soltanto quello relativo al profilo attinente la configurabilità dell’aggravante di cui al comma 2 dell’art. 571c.p., rigettando i profili riguardanti l’elemento soggettivo e la responsabilità dell’imputata per il delitto di abuso dei mezzi di correzione o di disciplina.

Secondo La Corte d’appello palermitana, in adesione ai principi di diritto sopra indicati, la condotta dell’imputata ha integrato oggettivamente la fattispecie del delitto in esame. Dalle motivazioni della sentenza impugnata, deve particolarmente sottolinearsi l’affermata necessità che la risposta educativa dell’istituzione scolastica sia sempre proporzionata alla gravità del comportamento deviante dell’alunno e che, in ogni caso, essa non può mai consistere in trattamenti lesivi dell’incolumità fisica o afflittivi della personalità dei minore.

Opportunamente la Corte territoriale evidenzia la severa presa di distanza dalla condotta tenuta dall’imputata operata dalla preside. A commento di tale lucida consapevolezza da parte del dirigente dell’istituzione scolastica in cui la presente vicenda ebbe luogo, si può soltanto aggiungere che, nel processo educativo, essenziale è la congruenza tra mezzi e fini, tra metodi e risultati, cosicché diventa contraddittoria la pretesa di contrastare il bullismo con metodi che finiscono per rafforzare il convincimento che i rapporti relazionali (scolastici o sociali) sono decisi dai rapporti di forza o di potere.

La costrizione a scrivere cento volte la frase sopra riportata, lesiva della dignità dell’alunno e umiliante per le modalità di esecuzione (in classe, alla presenza dei compagni e con richiesta di sottoscrizione dei genitore per presa conoscenza), lungi da indurre nel C. sentimenti di solidarietà verso i soggetti vulnerabili, era obiettivamente idonea a rafforzare nel ragazzo il convincimento che i rapporti relazionali sono regolati dalla forza, quella sua verso i compagni più deboli, quella dell’insegnante verso di lui.

“Ricorre per cassazione il difensore dell’imputata, che deduce: a) violazione dell’art. 606.1 lett. e) c.p.p. in relazione alla motivazione sulla sussistenza dell’elemento soggettivo del reato previsto e punito dall’art. 571 cod. pen.; b) violazione dell’art. 606.1 lett. b) c.p.p. in relazione all’art. 571, comma primo, cod. pen.; c) violazione dell’art. 606.1 lett. e) c.p.p. in relazione all’art. 571, comma secondo, cod. pen.”

in diritto la Suprema Corte circa il ricorso del difensore ha precisato e osservato in modo molto puntuale:

“Il ricorso deve essere accolto limitatamente al terzo dei motivi sopra elencati, relativo alla circostanza aggravante di cui all’art. 571, comma secondo, cod. pen., mentre va rigettato nel resto, ossia sui punti concernenti la responsabilità dell’imputata per il delitto di abuso dei mezzi di correzione o di disciplina.

2. Rileva li Collegio che le premesse generali in diritto da cui hanno preso avvio i giudici del merito, di primo grado e di secondo grado, giungendo però ad opposte conclusioni, sono in linea con la “rilettura” che questa Corte ha fatto della fattispecie prevista dall’art. 571 c.p. (abuso dei mezzi di correzione o di disciplina), alla luce della Costituzione, del diritto di famiglia (introdotto dalla legge n. 151/1975 e succ. modd.), della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del bambino (approvata a New York il 20 novembre 1989 e ratificata dall’Italia con legge n. 176/1991), a cominciare dalla reinterpretazione del termine ‘correzione’ nel senso di educazione, con riferimento ai connotati intrinsecamente conformativi di ogni processo educativo in cui è coinvolto un bambino (per tale dovendo intendersi un soggetto in evoluzione, ossia una persona sino all’età di 18 anni, secondo la definizione della predetta Convenzione ONU).

Come è stato già affermato in una risalente sentenza di legittimità (Cass. n. 4904/1996, Rv. 205033), dal processo educativo va bandito ogni elemento contraddittorio rispetto allo scopo e al risultato che il nostro ordinamento persegue, in coerenza con i valori di fondo assunti e consacrati nulla Costituzione della Repubblica.

Non può ritenersi lecito l’uso della violenza, fisica o psichica, distintamente finalizzata a scopi ritenuti educativi: e ciò sia per il primato attribuito alla dignità della persona del minore, ormai soggetto titolare di diritti e non più, come in passato, semplice oggetto di protezione (se non addirittura di disposizione) da parte degli adulti; sia perché non può perseguirsi, quale meta educativa, un risultato di armonico sviluppo di personalità, sensibile ai valori di pace, tolleranza, convivenza e solidarietà, utilizzando mezzi violenti e costrittivi che tali fini contraddicono.

Come ha esattamente sottolineato il Tribunale, l’abuso ha per presupposto logico e necessario l’esistenza di un uso lecito: l’abuso del mezzo di correzione si pone come abuso di un potere di cui alcuni soggetti sono titolari nell’ambito di determinati rapporti (di educazione, istruzione, curva, custodia, etc.), potere che deve essere esercitato nell’interesse altrui, ossia di coloro che possono diventare soggetti passivi della condotta.

Con più particolare riferimento all’ambito scolastico, il concetto di abuso presuppone l’esistenza in capo al soggetto agente di un potere educativo o disciplinare che deve essere usato con mezzi consentiti in presenza delle condizioni che ne legittimano l’esercizio per le finalità ad esso proprie e senza superare i limiti tipicamente previsti dall’ordinamento.

Ne consegue che, da un lato, non ogni intervento correttivo o disciplinare può ritenersi lecito sol perché soggettivamente finalizzato a scopi educativi o disciplinari; e, d’altro lato, può essere abusiva la condotta, di per sé non illecita, quando il mezzo è usato per un interesse diverso da quello per cui è strato conferito, per esempio a scopo vessatorio, di punizione esemplare, per umiliare la dignità della persona sottoposta, per mero esercizio d’autorità o di prestigio dell’agente, etc.

Sotto altra profilo, la nozione giuridica di abuso dei mezzi di correzione o di disciplina non può ignorare l’evoluzione del concetto di “abuso sul minore”, che si è andato evolvendo e specificando nel tempo.”

Osserva il Collegio che per l’integrazione della fattispecie delineata dall’art. 571, comma 1, c.p., è sufficiente che dalla condotta dell’agente derivi il pericolo di una malattia fisica o psichica, che può essere desunto anche dalla natura stessa dell’abuso, secondo le regole della comune esperienza (Cass. pen. n. 6001/1998) ovvero della scienza medica o psicologica, senza necessità, trattandosi di tipico reato di pericolo, che questa si sia realmente verificata.

Sussiste il pericolo di malattia nella mente ogni qualvolta ricorre il concreto rischio di rilevanti conseguenze sulla salute psichica del soggetto passivo. “

Ecco la sentenza per esteso.

 

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE VI PENALE

Sentenza 14 giugno – 10 settembre 2012, n. 34492

(Presidente Milo – Relatore Ippolito)

Ritenuto in fatto

1. La professoressa G.V., insegnante presso la Scuola media statale **** di Palermo, fu tratta a giudizio per rispondere del reato di cui agli artt. 81 cpv., 571 e 582 cod. pen. per avere abusato dei mezzi di correzione e di disciplina in danno dell’alunno G.C., di 11 anni, costringendolo a scrivere per 100 volte sul quaderno la frase “sono un deficiente”, e per avere adoperato nei suoi confronti un comportamento palesemente vessatorio, rivolgendogli espressioni che ne mortificavano la dignità, rimproverandolo e minacciandolo di sottrarlo alla tutela dei genitori, così causandogli un disagio psicologico per il quale fu necessario sottoporlo a cure mediche e a un percorso di psicoterapia (in Palermo sino al 7 marzo 2006).

2. All’esito di giudizio abbreviato, il giudice dell’udienza preliminare del tribunale di Palermo assolse l’imputata per insussistenza dei fatti contestati.

Ritenne il giudicante che il singolare “compito” assegnato dalla professoressa V. all’alunno C. fosse stato motivato dall’intento dell’insegnante di interrompere, con un intervento tempestivo ed energico, una condotta “bullistica” del C., che aveva tenuto un atteggiamento derisorio ed emarginante nei confronti dei compagno di classe A.G.

L’imposizione dell’insegnante, «di per sé potenzialmente anche suscettibile di integrare gli estremi del mezzo educativo sproporzionato e come tale abusivo», fu ritenuta adeguata rispetto alla finalità pedagogica “concretamente” da perseguire, tenuto conto della necessità di un tempestivo intervento «per la realizzazione di plurimi obiettivi pedagogico-disciplinari, delle caratteristiche della persona a cui il mezzo di disciplina e correzione si rivolgeva, del modo in cui l’iniziativa dell’imputata veniva percepita dall’intera classe».

In conclusione, il giudicante valutò che non sussistesse l’abuso di mezzi di correzione suscettibile di ingenerare un pericolo concreto di malattia nel corpo o nella mente, in relazione alla dinamica dell’intervento educativo, al contesto in cui l’azione della docente si era inserita, alle finalità della condotta dell’insegnante, al modo in cui essa era stata percepita dall’allievo e dai compagni di classe.

3. In accoglimento dell’impugnazione del Pubblico Ministero e in riforma della prima sentenza, la Corte d’appello di Palermo ha dichiarato l’imputata colpevole del reato di abuso dei mezzi di disciplina, di cui all’art. 571, commi primo e secondo, cod. pen., ritenendo assorbito nell’aggravante del secondo comma il reato di lesioni contestato al capo B) e, concesse le attenuanti generiche ritenute equivalenti alla detta aggravante, l’ha condannata alla pena di un mese di reclusione (pena base: un mese e quindici giorni, ridotta di un terzo per il rito), con i doppi benefici di legge, nonché al risarcimento del danno in favore della parte civile costituita, da liquidarsi in separata sede.

I giudici d’appello, ricostruendo la vicenda, hanno innanzitutto messo in discussione la situazione di bullismo evocata nella sentenza di primo grado e hanno escluso in fatto che a C. «potesse essergli addebitata un’azione di “sistematica derisione” né “un tentativo di emarginazione” in danno del compagno», aggiungendo poi che G.C. «non era un ragazzino problematico», bensì «un alunno intelligente, vivace, ubbidiente, che non creava problemi particolari … In sostanza, un minore con una personalità che non presentava alcun tratto negativo, e non necessitava di interventi particolarmente rigorosi».

La Corte territoriale ha concluso rilevando che l’imputata «ha manifestato nei rapporti con il minore un comportamento particolarmente afflittivo e umiliante, trasmodante l’esercizio della sua funzione educativa, sanzionando davanti la classe con una frase contenente una qualificazione offensiva nei confronti del medesimo, costringendolo ad insultarsi scrivendo cento volte la frase in questione ed imponendogli di fare firmare il compito dai genitori».

4. Ricorre per cassazione il difensore dell’imputata, che deduce: a) violazione dell’art. 606.1 lett. e) c.p.p. in relazione alla motivazione sulla sussistenza dell’elemento soggettivo del reato previsto e punito dall’art. 571 cod. pen.; b) violazione dell’art. 606.1 lett. b) c.p.p. in relazione all’art. 571, comma primo, cod. pen.; c) violazione dell’art. 606.1 lett. e) c.p.p. in relazione all’art. 571, comma secondo, cod. pen.

 

Considerato in diritto

 

1. Il ricorso deve essere accolto limitatamente al terzo dei motivi sopra elencati, relativo alla circostanza aggravante di cui all’art. 571, comma secondo, cod. pen., mentre va rigettato nel resto, ossia sui punti concernenti la responsabilità dell’imputata per il delitto di abuso dei mezzi di correzione o di disciplina.

2. Rileva li Collegio che le premesse generali in diritto da cui hanno preso avvio i giudici del merito, di primo grado e di secondo grado, giungendo però ad opposte conclusioni, sono in linea con la “rilettura” che questa Corte ha fatto della fattispecie prevista dall’art. 571 c.p. (abuso dei mezzi di correzione o di disciplina), alla luce della Costituzione, del diritto di famiglia (introdotto dalla legge n. 151/1975 e succ. modd.), della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del bambino (approvata a New York il 20 novembre 1989 e ratificata dall’Italia con legge n. 176/1991), a cominciare dalla reinterpretazione del termine ‘correzione’ nel senso di educazione, con riferimento ai connotati intrinsecamente conformativi di ogni processo educativo in cui è coinvolto un bambino (per tale dovendo intendersi un soggetto in evoluzione, ossia una persona sino all’età di 18 anni, secondo la definizione della predetta Convenzione ONU).

Come è stato già affermato in una risalente sentenza di legittimità (Cass. n. 4904/1996, Rv. 205033), dal processo educativo va bandito ogni elemento contraddittorio rispetto allo scopo e al risultato che il nostro ordinamento persegue, in coerenza con i valori di fondo assunti e consacrati nulla Costituzione della Repubblica.

Non può ritenersi lecito l’uso della violenza, fisica o psichica, distintamente finalizzata a scopi ritenuti educativi: e ciò sia per il primato attribuito alla dignità della persona del minore, ormai soggetto titolare di diritti e non più, come in passato, semplice oggetto di protezione (se non addirittura di disposizione) da parte degli adulti; sia perché non può perseguirsi, quale meta educativa, un risultato di armonico sviluppo di personalità, sensibile ai valori di pace, tolleranza, convivenza e solidarietà, utilizzando mezzi violenti e costrittivi che tali fini contraddicono.

Come ha esattamente sottolineato il Tribunale, l’abuso ha per presupposto logico e necessario l’esistenza di un uso lecito: l’abuso del mezzo di correzione si pone come abuso di un potere di cui alcuni soggetti sono titolari nell’ambito di determinati rapporti (di educazione, istruzione, curva, custodia, etc.), potere che deve essere esercitato nell’interesse altrui, ossia di coloro che possono diventare soggetti passivi della condotta.

Con più particolare riferimento all’ambito scolastico, il concetto di abuso presuppone l’esistenza in capo al soggetto agente di un potere educativo o disciplinare che deve essere usato con mezzi consentiti in presenza delle condizioni che ne legittimano l’esercizio per le finalità ad esso proprie e senza superare i limiti tipicamente previsti dall’ordinamento.

Ne consegue che, da un lato, non ogni intervento correttivo o disciplinare può ritenersi lecito sol perché soggettivamente finalizzato a scopi educativi o disciplinari; e, d’altro lato, può essere abusiva la condotta, di per sé non illecita, quando il mezzo è usato per un interesse diverso da quello per cui è strato conferito, per esempio a scopo vessatorio, di punizione esemplare, per umiliare la dignità della persona sottoposta, per mero esercizio d’autorità o di prestigio dell’agente, etc.

Sotto altra profilo, la nozione giuridica di abuso dei mezzi di correzione o di disciplina non può ignorare l’evoluzione del concetto di “abuso sul minore”, che si è andato evolvendo e specificando nel tempo. Da una sorpassata e limitativa nozione di abuso, inteso come comportamento attivo dannoso sul piano fisico per il bambino, l’attuale cultura giuridica e quella medica e psicologica qualificano come abuso anche quello psicologico, correlato allo sviluppo di numerosi e diversi disturbi psichiatrici.

Costituisce abuso punibile a norma dell’art 571 cod. pen. (e che, nella ricorrenza dell’abitualità e del necessario elemento soggettivo, può integrare arche il delitto di maltrattamenti) anche il comportamento doloso che umilia, svaluta, denigra o violenta psicologicamente un bambino, causandogli pericoli per la salute, anche se è compiuto con soggettiva intenzione educativa o di disciplina (3. Tanto premesso, osserva il Collegio che in questa sede non può essere posta in discussione – salvo quanto si dirà con riferimento alla circostanza aggravante di cui all’art. 571 comma secondo cod. pen. – la ricostruzione della vicenda operata dalla Corte d’appello, a rettifica di quanto ritenuto dal giudice di primo grado, in considerazione della completezza, coerenza e logicità della motivazione della sentenza impugnata.

La Corte palermitana, in adesione ai principi di diritto sopra indicati, ha ritenuto che la condotta dell’imputata ha integrato oggettivamente la fattispecie del delitto in esame.

Manifestamente infondato è, pertanto, il secondo motivo di ricorso. Delle lucide argomentazioni della sentenza impugnata (che dà atto delle perspicue considerazioni generali svolte dal Tribunale, evidenziandone l’incoerenza delle conclusioni), deve particolarmente sottolinearsi l’affermata necessità che, la risposta educativa dell’istituzione scolastica sia sempre proporzionata alla gravità del comportamento deviante dell’alunno e che, in ogni caso, essa non può mai consistere in trattamenti lesivi dell’incolumità fisica o afflittivi della personalità dei minore.

Opportunamente la Corte territoriale evidenzia la severa presa di distanza dalla condotta tenuta dall’imputata operata dalla preside, che ammonì per iscritto l’insegnante per quanto aveva fatto e rimarcò, a presidio della missione della scuola, che «certe espressioni nei confronti degli: alunni noi non possiamo permettercele […]. Altrimenti abbiamo fallito nel nostro ruolo».

A commento di tale lucida consapevolezza da parte del dirigente dell’istituzione scolastica in cui la presente vicenda ebbe luogo, si può soltanto aggiungere che, nel processo educativo, essenziale è la congruenza tra mezzi e fini, tra metodi e risultati, cosicché diventa contraddittoria la pretesa di contrastare il bullismo con metodi che finiscono per rafforzare il convincimento che i rapporti relazionali (scolastici o sociali) sono decisi dai rapporti di forza o di potere.

La costrizione a scrivere cento volte la frase sopra riportata, lesiva della dignità dell’alunno e umiliante per le modalità di esecuzione (in classe, alla presenza dei compagni e con richiesta di sottoscrizione dei genitore per presa conoscenza), lungi da indurre nel C. sentimenti di solidarietà verso i soggetti vulnerabili, era obiettivamente idonea a rafforzare nel ragazzo il convincimento che i rapporti relazionali sono regolati dalla forza, quella sua verso i compagni più deboli, quella dell’insegnante verso di lui.

4. Con il primo motivo il ricorrente contesta la sussistenza dell’elemento soggettivo del reato, assumendo che la scelta dell’insegnante di modificare la punizione inflitta all’alunno (riducendola, dall’iniziale ordine di scrivere cento volte la frase “sono un emerito deficiente” all’espressione “sono deficiente”, dopo che il ragazzo aveva domandato se doveva scrivere anche il termine “emerito”) ha un’importanza fondamentale per valutare favorevolmente la condotta dell’insegnante, escludendone l’intento abusivo.

A prescindere dalla considerazione che per l’integrazione dell’elemento soggettivo del reato in esame è sufficiente il dolo generico, senza necessità di dolo specifico (Cass. n. 18289/2010, Rv. 247368; n. 45467/2010, Rv. 249216; n. 4904/1996, Rv. 205033), rileva il Collegio che il votivo è inammissibile, integrando una censura all’apprezzamento di fatto operato dai giudici, di cui in sentenza si da conto con motivazione giuridicamente corretta e indenne da vizi logici.

La Corte territoriale ha dedotto dalle dichiarazioni rese dalla stessa insegnante «la dimostrazione della sua consapevolezza d’offendere il minore», avendo l’imputata precisato in dibattimento «di avere usato la parola “deficiente” perché gli alunni la “usavano tra di loro” e riteneva, quindi, che fosse comprensibile”».

Tenuto conto del difficile ambiente circostante e del livello culturale della scuola, la Corte palermitana ha condivisibilmente tratto la conclusione che il termine ‘deficiente non fu usato, come l’insegnante aveva inizialmente preteso di giustificare alla polizia giudiziaria, nel senso etimologico dì “carente, scarso o manchevole”, bensì in quello corrente e spregiativo di “imbecille, cretino o stupido”.

Conferma di tale intento la Corte d’appello ha individuato nella condotta successiva dell’imputata, che – dopo che il padre del C. aveva protestato per la punizione inflitta al figlio – aveva richiesto agli alunni di esprimere su bigliettini le valutazioni sull’accaduto. Plausibilmente, i giudici d’appello annotano che «l’iniziativa dei bigliettini può essere considerata un atto ulteriormente vessatorio nei confronti del C., in contrasto con i più elementari principi in materia di scienza pedagogica, giacché ha di fatto determinato, anche per la messa in discussione dell’intervento tutelante del padre del minore, una situazione di contrapposizione e di conflitto tra il medesimo e la quasi totalità dei compagni, col conseguente suo isolamento rispetto al gruppo”. A tali condivisibili considerazioni, il giudice d’appello, aggiunge anche le minacce rivolte al C. di allontanarlo dai genitori.

5. Va accolto, invece, l’ultimo motivo formulato dal difensore ricorrente, che censura la sentenza per avere «ritenuto provato il disturbo del comportamento causato dalla condotta dell’insegnante attraverso la probabilità” avanzata dallo psicologo.

Osserva il Collegio che per l’integrazione della fattispecie delineata dall’art. 571, comma 1, cod. pen. è sufficiente che dalla condotta dell’agente derivi il pericolo di una malattia fisica o psichica, che può essere desunto anche dalla natura stessa dell’abuso, secondo le regole della comune esperienza (Cass. n. 6001/1998, Rv. 210535) ovvero della scienza medica o psicologica, senza necessità, trattandosi di tipico reato di pericolo, che questa si sia realmente verificata.

Sussiste il pericolo di malattia nella mente ogni qualvolta ricorre il concreto rischio di rilevanti conseguenze sulla salute psichica del soggetto passivo. Ed è opinione comune nella letteratura scientifico-psicologica che metodi di educazione rigidi ed autoritari, che utilizzino comportamenti punitivi violenti o costrittivi, come quelli realizzati dall’imputata, siano pericolosi e talora e, in determinate condizioni anche dannosi per la salute psichica. Per l’integrazione dell’ipotesi aggravata prevista dal secondo comma dell’art. 571 cod. pen. occorre, invece, la sicura prova della lesione fisica o psichica, che non può ritenersi raggiunta dalla probabilità e tanto meno dalla mera possibilità di essa.

La sentenza in esame ha valorizzato la diagnosi (“disturbo acuto da stress”) formulata dallo psicologo dr C. che, sentito dalla polizia giudiziaria, affermò che «tale disturbo poteva essere stato causato dal comportamento dell’insegnante” (pag. 29 della sentenza impugnata).

Non essendo, dunque, stata raggiunta la prova della lesione, la sentenza deve essere annullata sul punto, senza necessità, tuttavia, di annullamento con rinvio. Adottando, infatti, gli stessi parametri della Corte d’appello, la pena può essere determinata da questa Corte in 15 giorni di reclusione (pena base giorni 23, meno un terzo per il rito abbreviato).

P.Q.M.

La Corte annulla senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente alla ritenuta aggravante, che esclude, rideterminando la pena in 15 giorni di reclusione. Rigetta nel resto il ricorso.

È vietato vendicarsi per atti di bullismo, anche se a farlo è il genitore della vittima. È quanto chiarisce la Cassazione, che ha confermato una condanna a tre mesi di reclusione (convertita in pena pecuniaria) inflitta nei confronti di un padre che aveva usato violenza nei confronti di un giovane di 13 anni reo di aver vessato il figlio con atti di bullismo.

Un genitore non puo’ farsi giustizia da se’ per gli atti di bullismo subiti dal figlio, occorre denunciare l’espisodio alle autorità.

Autorità:  Cassazione penale  sez. II  N. 36659

Il carcere preventivo per i minori accusati a scuola di atti di bullismo deve essere considerata come l’estrema ratio. Pertanto, il giudice deve valutare la possibilità di adottare altre misure cautelari meno “afflittive”: come ad esempio gli arresti domiciliari o l’obbligo di dimora nel Comune di residenza oppure il divieto di frequentare le lezioni e di avvicinarsi all’istituto scolastico.

Le misura della custodia cautelare in carcere deve essere data solo come misura eccezionale, trattandosi pur sempre di minori anche se colpevoli di Bullismo

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA AVVOCATO PENALISTA RIMINI AVVOCATO PENALISTA RAVENNA

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6. DIFENDIAMO I NOSTRI FIGLI DAL BULLISMO, CONTRO OGNI DISCRIMINIAZIONE

 

 

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE VI PENALE

Sentenza 14 giugno – 10 settembre 2012, n. 34492

(Presidente Milo – Relatore Ippolito)

Ritenuto in fatto

1. La professoressa G.V., insegnante presso la Scuola media statale **** di Palermo, fu tratta a giudizio per rispondere del reato di cui agli artt. 81 cpv., 571 e 582 cod. pen. per avere abusato dei mezzi di correzione e di disciplina in danno dell’alunno G.C., di 11 anni, costringendolo a scrivere per 100 volte sul quaderno la frase “sono un deficiente”, e per avere adoperato nei suoi confronti un comportamento palesemente vessatorio, rivolgendogli espressioni che ne mortificavano la dignità, rimproverandolo e minacciandolo di sottrarlo alla tutela dei genitori, così causandogli un disagio psicologico per il quale fu necessario sottoporlo a cure mediche e a un percorso di psicoterapia (in Palermo sino al 7 marzo 2006).

2. All’esito di giudizio abbreviato, il giudice dell’udienza preliminare del tribunale di Palermo assolse l’imputata per insussistenza dei fatti contestati.

Ritenne il giudicante che il singolare “compito” assegnato dalla professoressa V. all’alunno C. fosse stato motivato dall’intento dell’insegnante di interrompere, con un intervento tempestivo ed energico, una condotta “bullistica” del C., che aveva tenuto un atteggiamento derisorio ed emarginante nei confronti dei compagno di classe A.G.

L’imposizione dell’insegnante, «di per sé potenzialmente anche suscettibile di integrare gli estremi del mezzo educativo sproporzionato e come tale abusivo», fu ritenuta adeguata rispetto alla finalità pedagogica “concretamente” da perseguire, tenuto conto della necessità di un tempestivo intervento «per la realizzazione di plurimi obiettivi pedagogico-disciplinari, delle caratteristiche della persona a cui il mezzo di disciplina e correzione si rivolgeva, del modo in cui l’iniziativa dell’imputata veniva percepita dall’intera classe».

In conclusione, il giudicante valutò che non sussistesse l’abuso di mezzi di correzione suscettibile di ingenerare un pericolo concreto di malattia nel corpo o nella mente, in relazione alla dinamica dell’intervento educativo, al contesto in cui l’azione della docente si era inserita, alle finalità della condotta dell’insegnante, al modo in cui essa era stata percepita dall’allievo e dai compagni di classe.

3. In accoglimento dell’impugnazione del Pubblico Ministero e in riforma della prima sentenza, la Corte d’appello di Palermo ha dichiarato l’imputata colpevole del reato di abuso dei mezzi di disciplina, di cui all’art. 571, commi primo e secondo, cod. pen., ritenendo assorbito nell’aggravante del secondo comma il reato di lesioni contestato al capo B) e, concesse le attenuanti generiche ritenute equivalenti alla detta aggravante, l’ha condannata alla pena di un mese di reclusione (pena base: un mese e quindici giorni, ridotta di un terzo per il rito), con i doppi benefici di legge, nonché al risarcimento del danno in favore della parte civile costituita, da liquidarsi in separata sede.

I giudici d’appello, ricostruendo la vicenda, hanno innanzitutto messo in discussione la situazione di bullismo evocata nella sentenza di primo grado e hanno escluso in fatto che a C. «potesse essergli addebitata un’azione di “sistematica derisione” né “un tentativo di emarginazione” in danno del compagno», aggiungendo poi che G.C. «non era un ragazzino problematico», bensì «un alunno intelligente, vivace, ubbidiente, che non creava problemi particolari … In sostanza, un minore con una personalità che non presentava alcun tratto negativo, e non necessitava di interventi particolarmente rigorosi».

La Corte territoriale ha concluso rilevando che l’imputata «ha manifestato nei rapporti con il minore un comportamento particolarmente afflittivo e umiliante, trasmodante l’esercizio della sua funzione educativa, sanzionando davanti la classe con una frase contenente una qualificazione offensiva nei confronti del medesimo, costringendolo ad insultarsi scrivendo cento volte la frase in questione ed imponendogli di fare firmare il compito dai genitori».

4. Ricorre per cassazione il difensore dell’imputata, che deduce: a) violazione dell’art. 606.1 lett. e) c.p.p. in relazione alla motivazione sulla sussistenza dell’elemento soggettivo del reato previsto e punito dall’art. 571 cod. pen.; b) violazione dell’art. 606.1 lett. b) c.p.p. in relazione all’art. 571, comma primo, cod. pen.; c) violazione dell’art. 606.1 lett. e) c.p.p. in relazione all’art. 571, comma secondo, cod. pen.

Considerato in diritto

1. Il ricorso deve essere accolto limitatamente al terzo dei motivi sopra elencati, relativo alla circostanza aggravante di cui all’art. 571, comma secondo, cod. pen., mentre va rigettato nel resto, ossia sui punti concernenti la responsabilità dell’imputata per il delitto di abuso dei mezzi di correzione o di disciplina.

2. Rileva li Collegio che le premesse generali in diritto da cui hanno preso avvio i giudici del merito, di primo grado e di secondo grado, giungendo però ad opposte conclusioni, sono in linea con la “rilettura” che questa Corte ha fatto della fattispecie prevista dall’art. 571 c.p. (abuso dei mezzi di correzione o di disciplina), alla luce della Costituzione, del diritto di famiglia (introdotto dalla legge n. 151/1975 e succ. modd.), della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del bambino (approvata a New York il 20 novembre 1989 e ratificata dall’Italia con legge n. 176/1991), a cominciare dalla reinterpretazione del termine ‘correzione’ nel senso di educazione, con riferimento ai connotati intrinsecamente conformativi di ogni processo educativo in cui è coinvolto un bambino (per tale dovendo intendersi un soggetto in evoluzione, ossia una persona sino all’età di 18 anni, secondo la definizione della predetta Convenzione ONU).

Come è stato già affermato in una risalente sentenza di legittimità (Cass. n. 4904/1996, Rv. 205033), dal processo educativo va bandito ogni elemento contraddittorio rispetto allo scopo e al risultato che il nostro ordinamento persegue, in coerenza con i valori di fondo assunti e consacrati nulla Costituzione della Repubblica.

Non può ritenersi lecito l’uso della violenza, fisica o psichica, distintamente finalizzata a scopi ritenuti educativi: e ciò sia per il primato attribuito alla dignità della persona del minore, ormai soggetto titolare di diritti e non più, come in passato, semplice oggetto di protezione (se non addirittura di disposizione) da parte degli adulti; sia perché non può perseguirsi, quale meta educativa, un risultato di armonico sviluppo di personalità, sensibile ai valori di pace, tolleranza, convivenza e solidarietà, utilizzando mezzi violenti e costrittivi che tali fini contraddicono.

Come ha esattamente sottolineato il Tribunale, l’abuso ha per presupposto logico e necessario l’esistenza di un uso lecito: l’abuso del mezzo di correzione si pone come abuso di un potere di cui alcuni soggetti sono titolari nell’ambito di determinati rapporti (di educazione, istruzione, curva, custodia, etc.), potere che deve essere esercitato nell’interesse altrui, ossia di coloro che possono diventare soggetti passivi della condotta.

Con più particolare riferimento all’ambito scolastico, il concetto di abuso presuppone l’esistenza in capo al soggetto agente di un potere educativo o disciplinare che deve essere usato con mezzi consentiti in presenza delle condizioni che ne legittimano l’esercizio per le finalità ad esso proprie e senza superare i limiti tipicamente previsti dall’ordinamento.

Ne consegue che, da un lato, non ogni intervento correttivo o disciplinare può ritenersi lecito sol perché soggettivamente finalizzato a scopi educativi o disciplinari; e, d’altro lato, può essere abusiva la condotta, di per sé non illecita, quando il mezzo è usato per un interesse diverso da quello per cui è strato conferito, per esempio a scopo vessatorio, di punizione esemplare, per umiliare la dignità della persona sottoposta, per mero esercizio d’autorità o di prestigio dell’agente, etc.

Sotto altra profilo, la nozione giuridica di abuso dei mezzi di correzione o di disciplina non può ignorare l’evoluzione del concetto di “abuso sul minore”, che si è andato evolvendo e specificando nel tempo. Da una sorpassata e limitativa nozione di abuso, inteso come comportamento attivo dannoso sul piano fisico per il bambino, l’attuale cultura giuridica e quella medica e psicologica qualificano come abuso anche quello psicologico, correlato allo sviluppo di numerosi e diversi disturbi psichiatrici.

Costituisce abuso punibile a norma dell’art 571 cod. pen. (e che, nella ricorrenza dell’abitualità e del necessario elemento soggettivo, può integrare arche il delitto di maltrattamenti) anche il comportamento doloso che umilia, svaluta, denigra o violenta psicologicamente un bambino, causandogli pericoli per la salute, anche se è compiuto con soggettiva intenzione educativa o di disciplina (Cass. n. 16491/2005).

3. Tanto premesso, osserva il Collegio che in questa sede non può essere posta in discussione – salvo quanto si dirà con riferimento alla circostanza aggravante di cui all’art. 571 comma secondo cod. pen. – la ricostruzione della vicenda operata dalla Corte d’appello, a rettifica di quanto ritenuto dal giudice di primo grado, in considerazione della completezza, coerenza e logicità della motivazione della sentenza impugnata.

La Corte palermitana, in adesione ai principi di diritto sopra indicati, ha ritenuto che la condotta dell’imputata ha integrato oggettivamente la fattispecie del delitto in esame.

Manifestamente infondato è, pertanto, il secondo motivo di ricorso. Delle lucide argomentazioni della sentenza impugnata (che dà atto delle perspicue considerazioni generali svolte dal Tribunale, evidenziandone l’incoerenza delle conclusioni), deve particolarmente sottolinearsi l’affermata necessità che, la risposta educativa dell’istituzione scolastica sia sempre proporzionata alla gravità del comportamento deviante dell’alunno e che, in ogni caso, essa non può mai consistere in trattamenti lesivi dell’incolumità fisica o afflittivi della personalità dei minore.

Opportunamente la Corte territoriale evidenzia la severa presa di distanza dalla condotta tenuta dall’imputata operata dalla preside, che ammonì per iscritto l’insegnante per quanto aveva fatto e rimarcò, a presidio della missione della scuola, che «certe espressioni nei confronti degli: alunni noi non possiamo permettercele […]. Altrimenti abbiamo fallito nel nostro ruolo».

A commento di tale lucida consapevolezza da parte del dirigente dell’istituzione scolastica in cui la presente vicenda ebbe luogo, si può soltanto aggiungere che, nel processo educativo, essenziale è la congruenza tra mezzi e fini, tra metodi e risultati, cosicché diventa contraddittoria la pretesa di contrastare il bullismo con metodi che finiscono per rafforzare il convincimento che i rapporti relazionali (scolastici o sociali) sono decisi dai rapporti di forza o di potere.

La costrizione a scrivere cento volte la frase sopra riportata, lesiva della dignità dell’alunno e umiliante per le modalità di esecuzione (in classe, alla presenza dei compagni e con richiesta di sottoscrizione dei genitore per presa conoscenza), lungi da indurre nel C. sentimenti di solidarietà verso i soggetti vulnerabili, era obiettivamente idonea a rafforzare nel ragazzo il convincimento che i rapporti relazionali sono regolati dalla forza, quella sua verso i compagni più deboli, quella dell’insegnante verso di lui.

4. Con il primo motivo il ricorrente contesta la sussistenza dell’elemento soggettivo del reato, assumendo che la scelta dell’insegnante di modificare la punizione inflitta all’alunno (riducendola, dall’iniziale ordine di scrivere cento volte la frase “sono un emerito deficiente” all’espressione “sono deficiente”, dopo che il ragazzo aveva domandato se doveva scrivere anche il termine “emerito”) ha un’importanza fondamentale per valutare favorevolmente la condotta dell’insegnante, escludendone l’intento abusivo.

A prescindere dalla considerazione che per l’integrazione dell’elemento soggettivo del reato in esame è sufficiente il dolo generico, senza necessità di dolo specifico (Cass. n. 18289/2010, Rv. 247368; n. 45467/2010, Rv. 249216; n. 4904/1996, Rv. 205033), rileva il Collegio che il votivo è inammissibile, integrando una censura all’apprezzamento di fatto operato dai giudici, di cui in sentenza si da conto con motivazione giuridicamente corretta e indenne da vizi logici.

La Corte territoriale ha dedotto dalle dichiarazioni rese dalla stessa insegnante «la dimostrazione della sua consapevolezza d’offendere il minore», avendo l’imputata precisato in dibattimento «di avere usato la parola “deficiente” perché gli alunni la “usavano tra di loro” e riteneva, quindi, che fosse comprensibile”».

Tenuto conto del difficile ambiente circostante e del livello culturale della scuola, la Corte palermitana ha condivisibilmente tratto la conclusione che il termine ‘deficiente non fu usato, come l’insegnante aveva inizialmente preteso di giustificare alla polizia giudiziaria, nel senso etimologico dì “carente, scarso o manchevole”, bensì in quello corrente e spregiativo di “imbecille, cretino o stupido”.

Conferma di tale intento la Corte d’appello ha individuato nella condotta successiva dell’imputata, che – dopo che il padre del C. aveva protestato per la punizione inflitta al figlio – aveva richiesto agli alunni di esprimere su bigliettini le valutazioni sull’accaduto. Plausibilmente, i giudici d’appello annotano che «l’iniziativa dei bigliettini può essere considerata un atto ulteriormente vessatorio nei confronti del C., in contrasto con i più elementari principi in materia di scienza pedagogica, giacché ha di fatto determinato, anche per la messa in discussione dell’intervento tutelante del padre del minore, una situazione di contrapposizione e di conflitto tra il medesimo e la quasi totalità dei compagni, col conseguente suo isolamento rispetto al gruppo”. A tali condivisibili considerazioni, il giudice d’appello, aggiunge anche le minacce rivolte al C. di allontanarlo dai genitori.

5. Va accolto, invece, l’ultimo motivo formulato dal difensore ricorrente, che censura la sentenza per avere «ritenuto provato il disturbo del comportamento causato dalla condotta dell’insegnante attraverso la probabilità” avanzata dallo psicologo.

Osserva il Collegio che per l’integrazione della fattispecie delineata dall’art. 571, comma 1, cod. pen. è sufficiente che dalla condotta dell’agente derivi il pericolo di una malattia fisica o psichica, che può essere desunto anche dalla natura stessa dell’abuso, secondo le regole della comune esperienza (Cass. n. 6001/1998, Rv. 210535) ovvero della scienza medica o psicologica, senza necessità, trattandosi di tipico reato di pericolo, che questa si sia realmente verificata.

Sussiste il pericolo di malattia nella mente ogni qualvolta ricorre il concreto rischio di rilevanti conseguenze sulla salute psichica del soggetto passivo. Ed è opinione comune nella letteratura scientifico-psicologica che metodi di educazione rigidi ed autoritari, che utilizzino comportamenti punitivi violenti o costrittivi, come quelli realizzati dall’imputata, siano pericolosi e talora e, in determinate condizioni anche dannosi per la salute psichica (Cass. n. 16491/2005, Rv. 231452).

Per l’integrazione dell’ipotesi aggravata prevista dal secondo comma dell’art. 571 cod. pen. occorre, invece, la sicura prova della lesione fisica o psichica, che non può ritenersi raggiunta dalla probabilità e tanto meno dalla mera possibilità di essa.

La sentenza in esame ha valorizzato la diagnosi (“disturbo acuto da stress”) formulata dallo psicologo dr C. che, sentito dalla polizia giudiziaria, affermò che «tale disturbo poteva essere stato causato dal comportamento dell’insegnante” (pag. 29 della sentenza impugnata).

Non essendo, dunque, stata raggiunta la prova della lesione, la sentenza deve essere annullata sul punto, senza necessità, tuttavia, di annullamento con rinvio. Adottando, infatti, gli stessi parametri della Corte d’appello, la pena può essere determinata da questa Corte in 15 giorni di reclusione (pena base giorni 23, meno un terzo per il rito abbreviato).

P.Q.M.

La Corte annulla senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente alla ritenuta aggravante, che esclude, rideterminando la pena in 15 giorni di reclusione. Rigetta nel resto il ricorso.

 

 

 

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SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE II PENALE

Sentenza 30 settembre – 13 ottobre 2010, n. 36659

Svolgimento del processo

Con ordinanza in data 12 maggio 2010, il Tribunale per i Minorenni di Potenza, in funzione di Tribunale per il riesame, accoglieva l’appello proposto dal P.M. avverso il provvedimento, in data 4/10/2006, con il quale il Gip aveva respinto la richiesta di applicazione della misura cautelare in IPM nei confronti di S. D. e Sc.Mo. indagati per reati vari connessi ad atti di “bullismo” posti in essere nell’Istituto ****), e, per l’effetto, disponeva l’applicazione della misura della custodia cautelare nei confronti di entrambi gli indagati.

Il Tribunale osservava che le modalità e le circostanze dei fatti- reati denotavano una spiccata pericolosità sociale, tale da rendere assai probabile la reiterazione di analoghi comportamenti delittuosi.

In particolare osservava che il pericolo concreto di reiterazione dei comportamenti criminosi era desumibile dalle dichiarazioni rese dallo studente Sa.Vi., il quale aveva riferito di minacce rivolte in classe agli studenti che avevano sporto denunzia. Il Tribunale quindi escludeva che misuremneno afflittive della custodia cautelare potessero rivelarsi adeguate a neutralizzare il pericolo concreto per l’assenza di comportamenti collaborativi negli indagati.

Avverso tale sentenza propongono ricorso entrambe gli indagati per mezzo del rispettivi difensori.

S.D. propone due motivi di ricorso con i quali deduce:

1) Inosservanza di norme processuali stabilite a pena di nullità in relazione agli artt. 274 e 275 c.p.p.;

2) Mancanza, manifesta illogicità e contraddittorietà della motivazione in relazione all’art. 275 c.p.p., comma 5.

Al riguardo osserva che, trattandosi di atti di bullismo verificatisi in ambito scolastico, il Tribunale aveva completamente omesso di motivare sulla inadeguatezza di altre misure meno afflittive quali gli arresti domiciliari o l’obbligo di dimora nel comune di residenza, ovvero il divieto di avvicinarsi all’****) ai sensi dell’art. 282 ter c.p.p. in relazione al reato di cui all’art. 612 bis c.p. Sc.Mo. propone un unico motivo di ricorso con il quale deduce la manifesta illogicità della motivazione in relazione alla sussistenza delle esigenze cautelari di cui all’art. 274 c.p.p.. Al riguardo deduce che la pistola sequestrata allo Sc. non è stata mai usata per minacciare o intimidire gli altri studenti. E che dopo l’intervento della Polizia il comportamento scolastico dei due indagati era cambiato, come rilevato dalla relazione della Dirigente scolastica e dalle dichiarazioni degli operatori dell’azienda sanitaria ASP. Successivamente il difensore di Sc. ha depositato memoria ex art. 611 c.p.p..

Motivi della decisione

Entrambi i ricorsi sono fondati.

Se appare incontestabile, nella fattispecie, la sussistenza della gravità del quadro indiziario e delle esigenze cautelari, come emerge dalla motivazione del provvedimento impugnato, congrua e priva di vizi logici, altrettanto non può dirsi in ordine all’esigenza di disporre la custodia cautelare in IPM per l’inadeguatezza di ogni altra misura.

Al riguardo il provvedimento impugnato appare affetto dal vizio di motivazione apparente, in quanto esclude l’adeguatezza di ogni altra misura cautelare senza una specifica indagine sugli effetti che l’allontanamento dei prevenuti dall’ambiente scolastico, con altre misure cautelari, potrebbe produrre in ordine al pericolo concreto di reiterazione delle condotte criminose.

Di conseguenza si impone l’annullamento del provvedimento impugnato con rinvio al Tribunale per i Minorenni di Potenza per una nuova valutazione delle esigenze cautelari.

P.Q.M.

Annulla l’impugnata ordinanza con rinvio al Tribunale per i Minorenni di Potenza.

reato abituale , reato ambientale, reato appropriazione indebita reato associativo reato bigamia, reato bancarotta fraudolenta prescrizione, reato banconote false, reato estorsione, reato estinto casellario giudiziale, reato furto, reato falso in bilancio, reato falso ideologico, reato favoreggiamento immigrazione clandestina

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