FACEBOOK DIFFAMAZIONE –REATO DIFFAMAZIONE AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA

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FACEBOOK DIFFAMAZIONE –REATO DIFFAMAZIONE AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA

 

 

FACEBOOK DIFFAMAZIONE –REATO DIFFAMAZIONE AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA

 

FACEBOOK DIFFAMAZIONE –REATO DIFFAMAZIONE AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA

FACEBOOK DIFFAMAZIONE –REATO DIFFAMAZIONE AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA

 

il reato di diffamazione può essere commesso a mezzo di internet (cfr. Sez. 5, 17 novembre 2000, n. 4741; 4 aprile 2008 n. 16262; 16 luglio 2010 n. 35511 e, da ultimo, 28 ottobre 2011 n. 44126), sussistendo, in tal caso, l’ipotesi aggravata di cui al terzo comma della norma incriminatrice (cfr. altresì sui punto, Cass., Sez. 5, n. 44980 del 16/10/2012, Rv. 254044), dovendosi presumere la ricorrenza del requisito della comunicazione con più persone, essendo per sua natura destinato ad essere normalmente visitato in tempi assai ravvicinati da un numero indeterminato di soggetti (Sez. 5, n. 16262 del 04/04/2008). In particolare, anche la diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l’uso di una bacheca “facebook” integra un’ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell’art. 595, comma terzo, cod. pen., poiché la diffusione di un messaggio con le modalità consentite dall’utilizzo per questo di una bacheca facebook, ha potenzialmente la capacità di raggiungere un numero indeterminato di persone, sia perché, per comune esperienza, bacheche di tal natura racchiudono un numero apprezzabile di persone (senza le quali la bacheca facebook non avrebbe senso), sia perché l’utilizzo di facebook integra una delle modalità attraverso le quali gruppi di soggetti socializzano le rispettive esperienze di vita, valorizzando in primo luogo il rapporto interpersonale, che, proprio per il mezzo utilizzato, assume il profilo del rapporto interpersonale allargato ad un gruppo indeterminato di aderenti al fine di una costante socializzazione (Sez. 1, n. 24431 del 28/04/2015). Pertanto, la condotta di postare un commento sulla bacheca facebook realizza la pubblicizzazione e la diffusione di esso, per la idoneità del mezzo utilizzato a determinare la circolazione del commento tra un gruppo di persone, comunque, apprezzabile per composizione numerica, di guisa che, se offensivo tale commento, la relativa condotta rientra nella tipizzazione codicistica descritta dall’art. 595 c.p.p., comma (Sez. 1, n. 24431 del 28/04/2015).

 

 

 

 

 

 

 

PROVOCAZIONE ATRTENUANTE AVVOCATO PENBALE BOLOGNA AVVOCATO PENALE RIMINI AVVOCATO PENALE RAVENNA L’imputabilità, infatti, è il presupposto soggettivo indispensabile per affermare la responsabilità dell’agente e presuppone l’accertamento di una condizione di rimproverabilità verificabile processualmente (cfr. Sez. U, n. 9163 del 21/05/2005, Raso, Rv. 230317).

PROVOCAZIONE ATRTENUANTE AVVOCATO PENBALE BOLOGNA AVVOCATO PENALE RIMINI AVVOCATO PENALE RAVENNA
L’imputabilità, infatti, è il presupposto soggettivo indispensabile per affermare la responsabilità dell’agente e presuppone l’accertamento di una condizione di rimproverabilità verificabile processualmente (cfr. Sez. U, n. 9163 del 21/05/2005, Raso, Rv. 230317).

il reato di diffamazione può essere commesso a mezzo di internet (cfr. Sez. 5, 17 novembre 2000, n. 4741; 4 aprile 2008 n. 16262; 16 luglio 2010 n. 35511 e, da ultimo, 28 ottobre 2011 n. 44126), sussistendo, in tal caso, l’ipotesi aggravata di cui al terzo comma della norma incriminatrice (cfr. altresì sui punto, Cass., Sez. 5, n. 44980 del 16/10/2012, Rv. 254044), dovendosi presumere la ricorrenza del requisito della comunicazione con più persone, essendo per sua natura destinato ad essere normalmente visitato in tempi assai ravvicinati da un numero indeterminato di soggetti (Sez. 5, n. 16262 del 04/04/2008). In particolare, anche la diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l’uso di una bacheca “facebook” integra un’ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell’art. 595, comma terzo, cod. pen., poiché la diffusione di un messaggio con le modalità consentite dall’utilizzo per questo di una bacheca facebook, ha potenzialmente la capacità di raggiungere un numero indeterminato di persone, sia perché, per comune esperienza, bacheche di tal natura racchiudono un numero apprezzabile di persone (senza le quali la bacheca facebook non avrebbe senso), sia perché l’utilizzo di facebook integra una delle modalità attraverso le quali gruppi di soggetti socializzano le rispettive esperienze di vita, valorizzando in primo luogo il rapporto interpersonale, che, proprio per il mezzo utilizzato, assume il profilo del rapporto interpersonale allargato ad un gruppo indeterminato di aderenti al fine di una costante socializzazione (Sez. 1, n. 24431 del 28/04/2015). Pertanto, la condotta di postare un commento sulla bacheca facebook realizza la pubblicizzazione e la diffusione di esso, per la idoneità del mezzo utilizzato a determinare la circolazione del commento tra un gruppo di persone, comunque, apprezzabile per composizione numerica, di guisa che, se offensivo tale commento, la relativa condotta rientra nella tipizzazione codicistica descritta dall’art. 595 c.p.p., comma (Sez. 1, n. 24431 del 28/04/2015).

 

 

che la divulgazione di un messaggio tramite facebook, ha, per la natura di questo mezzo, potenzialmente la capacità di raggiungere un numero indeterminato di persone, che, del resto, si avvalgono del social network proprio allo scopo di instaurare e coltivare relazioni interpersonali allargate ad un gruppo di frequentatori non determinato; pertanto se il contenuto della comunicazione in siffatto modo trasmessa è di carattere denigratorio, la stessa è idonea ad integrare il delitto di diffamazione. In tal senso Sez. 1, Sentenza n. 24431 del 28/04/2015 Cc. (dep. 08/06/2015) Rv. 264007: La diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l’uso di una bacheca “facebook” integra un’ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell’art. 595, comma terzo, cod. pen., poiché trattasi di condotta potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato o comunque quantitativamente apprezzabile di persone

 

 

 

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 7 ottobre 2016 – 20 gennaio 2017, n. 2723

Presidente Nappi – Relatore De Gregorio

 

Ritenuto in fatto

 

Con la sentenza impugnata la Corte di Appello di Trieste ha parzialmente riformato la decisione di primo grado nei confronti dell’imputata O. , che l’aveva condannata alla pena di giustizia per il reato di diffamazione, riqualificandolo ai sensi del comma 3 dell’art 595 cp, riconoscendo le attenuanti generiche, rideterminando la pena in Euro 350 di multa e confermando la condanna al risarcimento danni. Epoca del fatto (omissis) .

1.Avverso la decisione ha proposto ricorso la difesa, che ha lamentato col primo motivo il vizio di motivazione circa l’individuazione dell’imputata come autrice degli sms ritenuti diffamatori, apparentemente provenienti da tale M.M. . La Corte aveva confermato la statuizione del primo Giudice sul punto, trascurando di considerare che l’indirizzo IP riferibile al predetto pseudonimo poteva essere in realtà in uso anche alle persone che abitavano con l’imputata.

1.1 Nel secondo articolato motivo è stata dedotta l’errata applicazione dell’art 595 cp, poiché il Giudice di appello avrebbe giudicato integrata la diffamazione, avvenuta tramite l’inserimento del messaggio offensivo sul profilo Facebook della persona offesa, D.L. , che in quel periodo era accessibile a tutti, come riferito dalla stessa al processo. Secondo il ricorrente la sentenza sarebbe, così, fondata su una valutazione soggettiva e non su un accertamento obbiettivo, come avrebbe dovuto essere in considerazione del fatto che la comunicazione con più persone è il presupposto del reato.

1.2 Per altro verso la motivazione non avrebbe esaminato specificamente l’elemento soggettivo del reato, omettendo di considerare che, dato il contesto in cui i fatti si erano verificati, l’imputata avrebbe potuto avere solo l’intenzione di chiarire con la persona offesa il suo destino sentimentale e non di offenderla, né ridicolizzarla.

  1. Con motivi aggiunti depositati in Cancelleria il 20 Settembre la difesa ha lamentato la mancata applicazione della causa di non punibilità di cui all’art 131 bis cp, che la Corte territoriale avrebbe potuto applicare, essendo intervenuta la sua decisione dopo l’entrata in vigore della legge.

2.1 Sotto altro profilo ed in relazione al secondo motivo è stata posta la questione dell’uso della parola cornuta e del suo reale significato offensivo se rivolto nei confronti di una donna, essendo tradizionalmente rivolto agli uomini, e, perdendo – secondo il ricorrente – il consueto contenuto offensivo, che comunemente coinvolge il maschio, nel caso che destinataria ne sia una donna. All’odierna udienza il PG,dr D., ha concluso per l’annullamento senza rinvio e l’avvocato S. per l’imputata si è riportato ai motivi.

 

Considerato in diritto

 

Il ricorso è infondato.

  1. Il primo motivo di ricorso solo in apparenza si riferisce al denunziato vizio di motivazione mentre in realtà svolge censure sul merito dell’apprezzamento probatorio effettuato dai Giudici di appello. La motivazione resa è pienamente plausibile ed ineccepibile sotto il profilo logico, avendo valorizzato lo stringente argomento per cui la mittente dei messaggi incriminati, in cui D.L. era definita cornuta, aveva una relazione sentimentale, come in realtà capitava all’imputata O. , col fidanzato della destinataria delle espressioni offensive; inoltre, è stato sottolineato il valore probante del messaggio in cui era stato chiesto all’amica della parte civile di intercedere presso di lei per la rimessione della querela, che era partito dal profilo facebook della giudicabile, persona che a tale atto aveva un chiaro interesse. Sulle base di tali inequivocabili elementi l’autrice delle comunicazioni denigratorie è stata coerentemente individuata nell’attuale imputata.
  2. Quanto al secondo motivo, occorre premettere che la giurisprudenza di questa Corte ha ritenuto – in base a dati di comune esperienza – che la divulgazione di un messaggio tramite facebook, ha, per la natura di questo mezzo, potenzialmente la capacità di raggiungere un numero indeterminato di persone, che, del resto, si avvalgono del social network proprio allo scopo di instaurare e coltivare relazioni interpersonali allargate ad un gruppo di frequentatori non determinato; pertanto se il contenuto della comunicazione in siffatto modo trasmessa è di carattere denigratorio, la stessa è idonea ad integrare il delitto di diffamazione. In tal senso Sez. 1, Sentenza n. 24431 del 28/04/2015 Cc. (dep. 08/06/2015) Rv. 264007: La diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l’uso di una bacheca “facebook” integra un’ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell’art. 595, comma terzo, cod. pen., poiché trattasi di condotta potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato o comunque quantitativamente apprezzabile di persone.

2.1 L’accessibilità del profilo facebook perlomeno da parte delle persone autorizzate ad entrare in relazione con il suo titolare, di regola in numero consistente per le caratteristiche intrinseche dello strumento di comunicazione, è stato il dato di fatto sul quale la Corte triestina ha fondato l’esistenza del presupposto della diffusione dei messaggi di cui alle imputazioni tra più soggetti e non, come vorrebbe il ricorso, la parola della teste persona offesa.

2.2 Quanto alla doglianza circa la dedotta mancata analisi dell’elemento soggettivo del reato, va osservato che la sentenza risulta, in diritto, in armonia col consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, secondo il quale per il delitto di diffamazione è necessario e sufficiente il dolo generico, che si verifica tramite l’uso consapevole di espressioni che nel contesto sociale di riferimento sono ritenute offensive, per il significato che oggettivamente assumono. Così, Sez. 5, Sentenza n. 8419 del 16/10/2013 Ud. (dep. 21/02/2014) Rv. 258943; Sez. 5, Sentenza n. 4364 del 12/12/2012 Ud. (dep. 29/01/2013) Rv. 254390. In fatto la spiegazione circa l’esistenza del dolo in capo all’imputata appare perfettamente congrua, avendo la Corte tenuto conto dell’intero compendio probatorio emerso e del rapporto sentimentale che univa O. al compagno della persona offesa, per cui l’imputata era da ritenersi ben consapevole, date le peculiarità della situazione che stava vivendo, non solo dell’efficacia denigratoria dell’espressione “cornuta” ma anche delle conseguenze devastanti sul piano della relazione interpersonale tra i due fidanzati.

2.3. La versione proposta dalla difesa implica un’interpretazione alternativa sul fatto – come tale non ammissibile in questa fase – ed è stata adeguatamente confutata in sentenza, con la perspicua osservazione che se l’intenzione dell’imputata fosse stata quella di informare la donna tradita, lo avrebbe fatto in ogni altro possibile modo riservato e non tramite il social network, per definizione mezzo divulgativo di informazioni verso una quantità indeterminabile di persone.

3.Riguardo al motivo aggiunto col quale è stata lamentata la mancata applicazione della causa di non punibilità di cui all’art 131 bis cp, deve rispondersi che proprio perché la decisione di appello è intervenuta dopo l’entrata in vigore della legge con la quale è stata introdotta, sarebbe stato onere del ricorrente sollecitarla al Giudice di merito come motivo o anche in fase di conclusioni, ostando alla sua adozione nella presente fase il divieto di cui agli artt 606, comma terzo e 609 comma secondo cpp. In tal senso Sez. 6, Sentenza n. 20270 del 27/04/2016 Ud. (dep. 16/05/2016) Rv. 266678: In tema di esclusione della punibilità per la particolare tenuità del fatto, la questione dell’applicabilità dell’art. 131-bis cod. pen. non può essere dedotta per la prima volta in cassazione, ostandovi il disposto di cui all’art. 609 comma secondo cod. proc. pen., se il predetto articolo era già in vigore alla data della deliberazione della sentenza d’appello. (In motivazione, la S.C. ha precisato che la questione postula un apprezzamento di merito precluso in sede di legittimità, ma che poteva essere proposto al giudice procedente al momento dell’entrata in vigore della nuova disposizione, come motivo di appello ovvero almeno come sollecitazione in sede di conclusioni del giudizio di secondo grado).

3.1 Quanto all’aspetto col quale il ricorrente ha proposto una diversa interpretazione della parola incriminata, che perderebbe il contenuto offensivo se rivolta ad una donna in quanto comunemente diretta con significato dispregiativo e ridicolizzante verso il maschio, deve osservarsi che, trattandosi di una rivisitazione nel merito di un giudizio dato nei precedenti gradi del processo, esso è inammissibile in questa fase.

3.2 D’altra parte non può fare a meno di cogliersi il senso discriminate nei confronti del genere femminile ed in contrasto col principio di uguaglianza tra i sessi di cui all’art 3 Costituzione, dal quale il discorso difensivo sembra ispirato, potendo sottendere il presupposto di una diversa considerazione culturale e sociale tra uomo e donna.

 

P.Q.M.

 

Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali.

 

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE QUINTA PENALE
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. GRASSI Aldo – Presidente –
Dott. VESSICHELLI Maria – rel. Consigliere –
Dott. LAPALORCIA Grazia – Consigliere –
Dott. GUARDIANO Alfredo – Consigliere –
Dott. DE MARZO Giuseppe – Consigliere –
ha pronunciato la seguente:
sentenza
sul ricorso proposto da:
1) M.L.;
2) M.P.M. quali PPCC nel proc. C/;
G.I. ;
I.B.;
avverso la sentenza n. 912/2009 Corte Appello di Lecce, del 04/04/2011;
visti gli atti, la sentenza e il ricorso;
udita in pubblica udienza del 12/12/2012 la relazione fatta dal Consigliere Dott. Maria Vessichelli; Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. G. Fodaroni, che ha concluso per il rigetto. Udito, per la parte civile, l’Avv. D. Terlizzi;
Udito il difensore Avv. Casellato

DirittoItaliano.com – Tutti i diritti riservati – Autorità: Corte di Cassazione Quinta penale Data: 27.02.2013 Numero: 9337

Motivazione

Propongono ricorso per cassazione M.L. e M. P. M., quali parti civili nel procedimento iscritto a carico di G.J. e J.B., concluso, nelle fasi di merito, con sentenza di assoluzione dal reato di diffamazione in concorso, commesso il _____.
G. era stata accusata di avere, quale autrice e conduttrice del programma televisivo intitolato “_____”, offeso la reputazione di M.P., nella qualità di Presidente della Casa Olearia Italiana S.p.A., consentendo la messa in onda di una frase ritenuta lesiva della reputazione del querelante, pronunciata fuori campo da J.B. Costui, curatore del servizio di intervista a M.L., aveva cioè detto: “senza giri di parole si sospetta proprio della più grande raffineria italiana di Monopoli: abbiamo girato la domanda al Presidente”.
Il Tribunale di Brindisi – sezione distaccata di Ostuni – aveva assolto gli imputati perchè il fatto non costituisce reato, riconoscendo in loro favore la causa di giustificazione del diritto di critica nella forma putativa e cioè ritenendo che avessero agito nella convinzione che quel sospetto fosse fondato.
La Corte d’appello di Lecce, adita dalle parti civili, ha confermato il giudizio di primo grado.
Deducono le parti civili:
la violazione dell’art. 597 c.p.p. e art. 595 c.p. e il vizio di motivazione.
Ad avviso dei ricorrenti il servizio giornalistico televisivo in questione aveva leso la reputazione della società Casa olearia italiana e del suo Presidente, attraverso un collage di interviste e dichiarazioni assai suggestivo nell’instillare nel telespettatore la convinzione che la ditta, all’epoca dei fatti, fosse autrice di sofisticazioni dell’olio extravergine di oliva.
Era indubbio, in quanto sostanzialmente ricavabile dalla analitica esposizione dei fatti contenuta nella sentenza di primo grado, che il montaggio delle interviste e delle dichiarazioni, nonchè delle inquadrature, così come realizzato nei servizio, inducesse alla conclusione di cui sopra pur in assenza di qualsivoglia elemento che potesse essere oggettivamente riferito allo stabilimento diretto del querelante: lo stesso giudice era infatti pervenuto alla conclusione che sussistesse l’elemento oggettivo del reato. Aveva tuttavia ritenuto operativa la causa di giustificazione del diritto di critica nella forma putativa, osservando che la buona fede degli imputati appariva possibile.
Tuttavia la Corte d’appello, adita dalle sole parti civili sul punto della esimente putativa, aveva motivato ultra petita, evidenziando addirittura l’assenza di portata diffamatoria della trasmissione in quanto in essa non era stata attribuita allo stabilimento del querelante la produzione e vendita di olio sofisticato, ma era stato soltanto elevato un sospetto in tal senso.
E tale sospetto era stato ricavato addirittura dalle stesse parole dell’intervistato nonchè querelante M.L. che aveva negato che l’olio di nocciole, mischiato quello di oliva, potesse risultare un prodotto non buono.
In tal modo la Corte d’appello aveva deciso su un tema non devolutole e coperto da preclusione processuale.
In secondo luogo la difesa contestava la logicità dell’assunto dei giudici di appello i quali avevano accreditato la tesi che la trasmissione avesse soltanto inteso inoculare un sospetto mentre l’esito della sua visione era quello della certezza della sofisticazione alimentare, attribuita all’azienda che vendeva all’estero e che veniva fatta erroneamente apparire presieduta da M.L. (essendo diretta invece da M. P.), autore delle suddette dichiarazioni. In sostanza, si trattava di fare applicazione della giurisprudenza secondo cui anche le espressioni dubitative, le insinuazioni o le prospettazioni alternative dei fatti non consentono di applicare la scriminante dell’esercizio di critica poichè sono mancanti del requisito della verità dei fatti esposti. Anche l’operazione della messa in onda della intervista a M.L., tagliata per far risaltare la sola frase di cui sopra, faceva uno scorretto servizio alla verità della notizia.
In data 7 dicembre 2012 – per la udienza del 12 dicembre – è stata depositata una memoria nell’interesse degli imputati, con la quale si chiede, tra l’altro, la declaratoria di inammissibilità dei ricorsi delle parti civili, non contenente la specificazione degli effetti di carattere civile, che da essi, quelle si attendono.

I ricorsi sono infondati e devono essere rigettatati.

Occorre in primo luogo dare atto della evidente infondatezza della richiesta contenuta nella memoria di replica degli imputati, tenuto conto che, a pag. 1 del ricorso, si legge senza ombra di equivoci che le parti ricorrenti hanno chiesto il riconoscimento del diritto al risarcimento del danno materiale e morale subito, così risultando perfettamente in linea anche con la più rigorosa giurisprudenza di legittimità che pretende, per la ammissibilità del ricorso della parte civile, che la sua richiesta, in sede di impugnazione, faccia riferimento specifico e diretto agli effetti di carattere civile che si intendono conseguire (N. 7241 del 1999 Rv. 213698, N. 11863 del 2003 Rv. 225023, N. 897 del 2004 Rv. 227966, N. 9374 del 2005 Rv. 233888, N. 5072 del 2006 Rv. 233273, N. 35224 del 2007 Rv. 237399, N. 25525 del 2008 Rv. 240646, N. 9072 del 2010 Rv. 246168).

Deve poi darsi atto, dal punto di vista delle parti ricorrenti, della manifesta infondatezza della doglianza con la quale esse eccepiscono la violazione dell’articolo 597 cpp ossia del principio devolutivo, dovuta al fatto che la Corte d’appello, investita dalla parte civile appellante sul solo punto della (in)sussistenza della già riconosciuta causa di giustificazione, avrebbe affermato l’insussistenza, a monte, dell’elemento oggettivo della fattispecie contestata.

Invero, va osservato, in linea generale, che l’articolo 129 comma 1 cpp prevede ed anzi impone al giudice il quale, in qualsiasi stato e grado del processo, riconosca che il fatto non sussiste, di dichiararlo anche d’ufficio con sentenza: una evenienza che nel caso di specie, sulla base del materiale già acquisito e nel contraddittorio delle parti, ben avrebbe potuto essere resa operativa.

Ad ogni buon conto non può non evidenziarsi che, nel caso in esame, la motivazione adottata a sostegno della sentenza impugnata non ha comportato un mutamento sostanziale del ragionamento seguito dal primo giudice, come si ricava innanzitutto dalla circostanza che la insussistenza del reato non è proclamata nè nel dispositivo, nè nella motivazione.

In questa, si legge che la trasmissione televisiva incriminata non ha mandato in onda la notizia che lo stabilimento oleario riferibile alle parti civili vendesse come olio extravergine d’oliva un olio mescolato a quello di nocciole, ma ha esposto il – peraltro motivato ed argomentato – sospetto che lo facesse.
In altri termini, il giudice dell’appello ha, con tali osservazioni, inteso superare la questione posta dalla difesa circa l’ampiezza del dovere di controllo sulla verità della notizia, incombente sul giornalista, evidenziando che, nella specie, la trasmissione si era mossa, piuttosto, nell’ambito del diritto di critica mediante un servizio di denuncia di situazioni oscure, rivolto, tra l’altro, agli organi dello Stato deputati ai relativi chiarimenti e cioè alla magistratura e ai titolari dei poteri normativi.
In altri termini, la Corte d’appello non ha affatto escluso che il contenuto della trasmissione potesse produrre effetti indiretti e negativi sulla reputazione dello stabilimento oleario dei querelanti, ed in tal senso è errata l’affermazione del difensore secondo cui sarebbe stata negata lo offensività della condotta degli imputati e, in definitiva l’elemento oggettivo del reato.
Piuttosto, la Corte territoriale ha evidenziato come lo scopo primario del servizio fosse stato quello di segnalare il fenomeno della sofisticazione dell’olio di oliva sul territorio pugliese e di evidenziare i dati obiettivi- compreso quello costituito dalla intervista ad uno dei principali protagonisti della produzione, M.L. – a sostegno del rilievo che la questione non fosse per nulla infondata. Con tali notazioni deve ritenersi risolto, sfavorevolmente ricorrenti, anche il secondo profilo dell’unico motivo di ricorso.
La difesa evoca la giurisprudenza secondo cui, in tema di diffamazione a mezzo stampa, la pubblicazione di una notizia falsa ancorchè espressa in forma dubitativa, può ledere l’altrui reputazione allorchè le espressioni utilizzate nel contesto dell’articolo siano ambigue, allusive, insinuanti ovvero suggestionanti, e perciò idonee ad ingenerare nella mente del lettore il convincimento della effettiva rispondenza a verità dei fatti narrati (Sez. 5, Sentenza n. 45910 del 04/10/2005 Ud la corte d’appello ha infatti (dep. 19/12/2005) Rv. 233039; conforme Sez. 5, Sentenza n. 6062 del 04/04/1995 Ud. (dep. 25/05/1995) Rv. 201762).
Tuttavia la stessa difesa trascura di apprezzare la condizione alla quale è subordinata, dalla stessa giurisprudenza, l’operatività del principio enunciato e cioè che l’indagine sulla concreta capacità offensiva delle espressioni ambigue e insinuanti è rimessa al giudice di merito e se giustificata da adeguata motivazione è incensurabile in sede di legittimità.
Nello stesso senso, infatti, si è pure affermato che il solo fatto che una notizia sia stata riferita in forma dubitativa non è sufficiente ad escludere l’idoneità a ledere la reputazione altrui.

Anche le espressioni dubitative, come quelle insinuanti, allusive, sottintese, ambigue, suggestionanti,

possono, infatti, essere idonee ad integrare il reato di diffamazione, quando, per il modo con cui sono poste all’attenzione del lettore, fanno sorgere in quest’ultimo un atteggiarsi della mente favorevole a ritenere l’effettiva rispondenza a verità dei fatti narrati. Trattasi di indagine da effettuarsi caso per caso (Sez. 5, Sentenza n. 8848 del 08/06/1992 Ud. (dep. 05/08/1992) Rv. 191621).

Orbene, nel caso in esame l’indagine e l’analisi concreta effettuate sul punto dalla Corte d’appello sono esaustive e logiche – contrariamente a quanto sostenuto dalla difesa – e pertanto non si espongono all’ulteriore sindacato di questa Corte.
La Corte d’appello ha infatti compiuto la valutazione di merito che le competeva ed ha evidenziato correttamente come il giornalismo di denuncia, quale è quello praticato nel caso di specie, è tutelato dal principio costituzionale in materia di diritto alla libera manifestazione del pensiero, quando indichi motivatamente e argomentatamente un sospetto di illeciti, con il suggerimento di una direzione di indagine agli organi inquirenti o una denuncia di situazioni oscure che richiedono interventi normativi per potere essere chiarite.
In tale evenienza, escluso il caso in cui il sospetto sia obiettivamente del tutto assurdo, razionalmente ha ritenuto la Corte che, sempre che sussista anche il requisito dell’interesse pubblico all’oggetto della indagine giornalistica, l’operato dell’autore è destinato a ricevere una tutela primaria rispetto all’interesse dell’operatore economico su cui il sospetto è destinato eventualmente a ricadere: e ciò perchè il risvolto del diritto all’espressione del pensiero del giornalista, costituito dal diritto della collettività ad essere informata non solo sulle notizie di cronaca ma anche sui temi sociali di particolare rilievo attinenti alla libertà, alla sicurezza, alla salute e agli altri diritti di interesse generale, sia operativo in concreto: operativo, evidentemente, alla condizione che, come anticipato, il sospetto e la denuncia siano esternati sulla base di elementi obiettivi e rilevanti.
E, per quanto qui d’interesse, tali elementi sono stati individuati dal giudice dell’appello non solo nelle dichiarazioni di un giornalista della Gazzetta del mezzogiorno ma anche e soprattutto nelle dichiarazioni rilasciate, all’interno del servizio giornalistico, dallo stesso querelante M.L., valorizzate, peraltro, sia per la parte nella quale quello aveva posto in evidenza i risultati regolarmente negativi delle ispezioni compiute dal NAS sulla sua attività produttiva, sia nella parte ammissiva del fatto che il tema della sofisticazione mediante miscela con olio di nocciola non è per nulla astratto ma concreto e, per giunta, non verificabile con le metodiche a disposizione.
Non può dirsi, in altri termini, capziosa e suggestiva, nonchè volta a spacciare un sospetto per verità conclamata, l’affermazione, attribuita a J.B., e mandata in onda nell’ambito della trasmissione diretta dalla G., circa la esistenza di un sospetto che ricadeva sulla raffineria olearia di Monopoli, un sospetto che, proprio per tale sua natura, è stato girato e sottoposto all’intervistato M., interessato dal sospetto stesso.
Ragionare diversamente e pretendere, come fa il difensore, la censura a priori dei giornalismo esplicato mediante la denuncia di sospetti di illeciti, significherebbe degradare fino ad annullarlo, il concetto stesso di sospetto e di giornalismo di inchiesta: dovendo, piuttosto, il sospetto che non sia meramente congetturale o peggio ancora calunniatorio, mantenere il proprio carattere propulsivo e induttivo di approfondimenti, essendo autonomo e, di per sè, ontologicamente distinto dalla nozione di attribuzione di un fatto non vero.

PQM

Rigetta i ricorsi e condanna ciascun ricorrente al pagamento delle spese del procedimento. Così deciso in Roma, il 12 dicembre 2012.
Depositato in Cancelleria il 27 febbraio 2013

 

II ricorrente contesta, innanzitutto, che le frasi in contestazione siano state effettivamente appostate su Facebook e, comunque, che tali frasi siano riconducibili alla sua persona. Tali doglianze, tuttavia, vengono svolte con visione parcellizzata degli elementi acquisiti, dando rilievo esclusivamente al fatto che il CTU, incaricato di accertare la titolarità dell’account Facebook, dal quale erano stati diramati in rete i messaggi a contenuto diffamatorio, attribuiti ai M., nonché di verificare l’integrità/autenticità delle copie di pagine Facebook, allegate alla denuncia della parte offesa e di stabilire se l’indirizzo IP dal quale era stata effettuata la connessione, fosse riconducibile ad utenza telefonica mobile, ovvero ad utenza fissa, ha evidenziato che le copie stampate di pagine internet, allegate alla querela sporta dalla parte offesa, non offrivano da sole garanzie certe, né sull’autenticità e integrità dei messaggi, né sulla loro data, né sulla loro provenienza da un eventuale sito effettivamente intestato all’odierno imputato e ciò in considerazione del fatto che qualsiasi copia cartacea che riproduca una pagina Facebook, se recuperata senza il rispetto delle procedure standard che ne garantiscono la corretta acquisizione, potrebbe anche costituire (in assenza di opportune modalità di protezione dell’account, che in questo caso non sono state riscontrate con certezza), il risultato di operazioni dì adattamento o rielaborazione di pagine effettivamente esistenti, ma dì contenuto differente. Il ricorrente, in proposito, omette di confrontarsi però con quanto evidenziato dal G.u.p., secondo cui sebbene le indagini e gli accertamenti tecnici svolti sono inidonei a comprovare singolarmente considerati l’effettiva corrispondenza tra tali messaggi e quanto rilevabile in rete sull’account, intestato a nome di M. M., tuttavia non escludono in modo definitivo e preclusivo, che quanto lamentato dalla parte offesa si sia in effetti verificato, né la possibilità che ciò sia comprovabile aliunde, atteso che risulta confermato dagli stessi accertamenti tecnici, che un account a nome di M. M., era stato in effetti operativo in rete, durante il periodo segnalato dal R., per essere disattivato soltanto in seguito. Inoltre, ha evidenziato il giudicante, che lo stesso R. ha dichiarato che – prima di procedere all’acquisizione dal web su carta, tramite stampante, senza, tuttavia, adottare quelle procedure standard che ne avrebbero garantito l’autenticità – aveva avuto modo di riscontrare sull’account Facebook in questione la diffusione dei messaggi a contenuto diffamatorio, che lo riguardavano.

 

 

 

A ciò va aggiunto che nel contesto degli elementi acquisiti, la sentenza impugnata ha dato significativo risalto, al fine della riferibilità del reato all’imputato, al fatto che quest’ultimo – informato dell’esistenza dei predetti messaggi a contenuto illecito, immessi sul sito web intestato a suo nome, nell’ambito dell’inchiesta disciplinare avviata nei suoi confronti, non ha mai denunciato o segnalato abusi da parte di eventuali ignoti, responsabili di aver usato, senza il suo consenso, le sue generalità come semplice nickname, allo scopo di celare la propria, vera identità, nonché al fatto che nella memoria a sua firma, depositata sempre nell’ambito del procedimento disciplinare, questi non ha mai negato la paternità di quelle frasi, né il fatto queste fossero state da lui immesse in rete, sull’account intestato a suo nome.

3.2.2. In tale memoria, in particolare, l’imputato ha senz’altro ammesso i fatti, precisando che si trattava delle prime infrazioni a lui ascritte (a fronte degli elogi ricevuti per l’attività svolta nell’ambito della CRI) e che le frasi e le espressioni contestate erano state in effetti immesse nella sua pagina Facebook personale, accessibile esclusivamente ad un numero ristretto di utenti, senza manifestare alcun intento di screditare l’istituzione, costituendo un mero sfogo personale contro un unico, singolo individuo, sfogo, peraltro, provocato da presunte ingiustizie che egli aveva dovuto subire, a causa della reiterata condotta di R..

3.2.3. In merito all’inutilizzabilità di tale memoria le censure del ricorrente si presentano dei tutto infondate. Correttamente, infatti, il G.u.p. ha ritenuto che la memoria in questione – acquisita al processo ai sensi dell’art. 237 c.p.p., trattandosi di documento a firma dell’imputato e, quindi, di sua provenienza- fosse pienamente utilizzabile e valutabile ai fini del giudizio, atteso che per documento proveniente dall’imputato si intende senz’altro il documento dei quale è autore l’imputato (Sez. 5, n. 33243 del 09/02/2015). Questa Corte, invero, ha più volte rilevato che le dichiarazioni contenute in un memoriale proveniente dall’imputato acquisito agli atti dei processo sono utilizzabili (Sez. 5, n. 28036 del 04/04/2013) nei suoi confronti secondo le regole di cui all’art. 192, comma primo, cod. proc. pen, (Sez. 4, n. 9174 del 08/11/2011).

3.2.4. Inoltre, contrariamente a quanto sostenuto dal ricorrente, le dichiarazioni confessorie o le ammissioni contenute in un documento proveniente dall’imputato non incontrano il limite alla loro utilizzabilità stabilito dall’art. 63, comma primo, cod. proc. pen., in quanto la norma si riferisce solo alle dichiarazioni rese dinanzi all’autorità giudiziaria, o alla polizia giudiziaria, nel corso delle indagini preliminari (Sez. 4, n. 27173 del 26/05/2015), anche se queste ultime non riguardano la persona del dichiarante (Sez. 3, n. 46767 del 23/11/2011). Pertanto, dei tutto legittimamente, il Tribunale ha utilizzato la memoria a firma dell’imputato – ammissiva dei fatti – in uno agli altri elementi deponenti convergentemente per la responsabilità dell’imputato in ordine al reato ascrittogli.

 apappapa

CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE V PENALE

Sentenza 25 agosto 2015 – 1 marzo 2016, n. 8328

Ritenuto in fatto

1.Con sentenza in data 18.12.2013 il G.U.P. del Tribunale di Palermo -revocato il decreto penale di condanna emesso nei confronti di M.M. in data 3.8.2012 – lo condannava alla pena di euro 1.500,00 di multa, con la diminuente del rito abbreviato, per il delitto di cui all’art. 595 cod. pen., commi 1 e 3 cod. pen., per avere, offeso la reputazione di R.F.,commissario Straordinario della Croce Rossa Italiana, comunicando con più persone, mediante la pubblicazione sul suo profilo Facebook, di alcune frasi, associandole – in taluni casi – all’immagine del predetto: tra cui – “…per pararsi il culo, il parassita è capace anche di questo”, con associata immagine del R.;- “… eroe del risanamento, o parassita del sistema clientelare? Quando i cialtroni diventano parassiti, vengono sputtanati dai giornali… “, con associata immagine del R.;- “… devo andare a pescare, mi serve un verme, quale mi consigliate ?”, con associata immagine dei R.;- “… io la farei mangiare a quel parassita di F. R., che vale quanto una fava masticata…- a’… F. R. è solo un mercenario ultra-pagato, che non gli frega un cazzo dei vulnerabili, tanto lui, ai mese, lo stipendio lo prende ….”.

2.Avverso tale sentenza l’imputato ha proposto ricorso per cassazione, a mezzo del suo difensore, affidato ad un unico motivo, con il quale lamenta, la ricorrenza dei vizi di cui all’art. 606, primo comma, lett. b), c) ed e) c.p.p., per inosservanza o erronea applicazione della legge penale, in relazione agli artt. 595 c.p. e 192, 64 e 63 c.p.p., per difetto di motivazione e manifesta illogicità della stessa; in particolare, il giudice di prime cure si è limitato ad esporre sinteticamente, nella sentenza impugnata, i motivi su cui ha basato la decisione relativa alla sussistenza del reato e la riferibilità di esso al ricorrente, senza però seguire un iter logico­motivazionale corretto e adottando un giudizio di verifica della prova, in violazione della norma processuale di cui all’art. 192 c.p.p. e della logica di garanzia pretesa dagli artt. 63 e 64 c.p.p.; non emergono nella vicenda in esame elementi probatori univoci e concordanti dai quali poter trarre la certezza dell’attribuzione dei fatti di reato all’imputato, né emerge la certezza che tali fatti si siano realmente verificati; secondo quanto denunciato dalla parte offesa la diffamazione sarebbe stata perpetuata dall’imputato sulla bacheca virtuale dei social network “facebook” ed a riprova di quanto asserito, la parte offesa ha stampato in proprio una presunta conversazione, che non ha valore probatorio, stante l’assoluta riproducibilità o la producíbilità ex novo della stessa da un qualunque PC che abbia un programma di videoscrittura e, comunque, non hanno accertato la riferibilità di essa all’imputato; il Giudice, inoltre, non avendo la certezza sul reale accadimento di quei fatti di reato, non ha avuto possibilità di vagliare l’identità del reo laddove, nel caso di specie, è possibile individuare inconsistenti elementi indiziari, che, a norma del 2° comma dell’art. 192 c.p.p., non possono in alcun modo dar vita ad una sentenza di condanna; il G.u.p. non ha, poi, considerato il disaccordo esistente tra la p.o. e l’imputato, il quale tempo addietro si è visto costretto a querelare la parte offesa, vittima, a sua volta, di una precedente diffamazione (il R. risulta indagato per diffamazione a mezzo stampa in un procedimento pendente dinanzi il Tribunale di Catania); il G.u.p. ha utilizzato, poi, ai fini della riconducibilità dei fatti all’imputato una memoria presentata in un procedimento dinanzi al TAR avente come oggetto le medesime circostanze, ma tale elemento costituisce prova assolutamente non acquisibile e non valutabile ai fini della decisione, perchè risulterebbe lesivo di ogni principio di garanzia previsto dal codice di rito a vantaggio dell’imputato il quale, invece, con riferimento ad ogni dichiarazione che potrebbe fare a suo svantaggio, deve essere reso edotto della possibilità di utilizzo di quella dichiarazione contro se stesso in sede di procedimento penale, nonché della facoltà di non dire nulla che possa compromettere la sua posizione; le dichiarazioni rese da persona che sin dall’inizio avrebbe dovuto essere ascoltata con le garanzie di cui all’art. 63 c.p.p. sono viziate da inutilizzabilità e da tale vizio è affetta la memoria acquisita, unico elemento probatorio a carico dell’imputato.

Considerato in diritto

II ricorso non merita accoglimento, essendo in più punti generico e, comunque, infondato.

  1. La sentenza impugnata, contrariamente a quanto dedotto ìn ricorso, senza incorrere in vizi, dopo aver ricostruito compiutamente la vicenda oggetto di giudizio, ha analizzato specificamente gli elementi di responsabilità a carico dell’imputato, pervenendo alla conclusione che i dati acquisiti- obiettivi, specifici e di indubbio spessore indiziario- letti e coordinati globalmente fra loro, conducono univocamente all’individuazione dell’imputato, quale autore dei messaggi dal contenuto pregiudizievole oggetto di contestazione.
  2. I giudici di merito hanno ricostruito la vicenda nel senso che, la p.o., R.F., Commissario Straordinario della Croce Rossa Italiana, denunciava in data 30.12.2010 di essere stato diffamato da vari soggetti, nell’ambito di un dibattito fra utenti web, avviato sulle pagine del social network Facebook in quel mese di dicembre; inizialmente il dibattito avrebbe dovuto riguardare scelte e iniziative da lui adottate, negli ultimi anni, nella qualità di amministratore del predetto ente, ma alcuni messaggi avevano travalicato i limiti dell’ordinario diritto di critica, per sfociare in palesi offese al suo decoro personale; a riprova della sua tesi, l’imputato allegava una copia, da lui direttamente stampata, di alcune pagine rintracciate nello stesso periodo sul predetto sito web, in cui erano state inserite le espressioni lesive della sua reputazione: in molti casi, ai messaggi erano state accoppiate pure riproduzioni fotografiche della sua persona. I dati immessi in rete – almeno, a prima vista – risultavano provenire soprattutto dai profili Facebook di soggetti, da lui conosciuti come componenti in congedo del Corpo Militare della Croce Rossa Italiana e fra questi, da quello dell’ imputato. Nel corso del processo veniva disposta CTU al fine di accertare, tra l’altro, la titolarità dell’account Facebook dal quale erano stati diramati in rete i messaggi a contenuto diffamatorio, attribuiti al M., nonché acquisita documentazione, tra cui documenti raccolti nell’ambito dell’inchiesta disciplinare, avviata dalla Croce Rossa Italiana nei confronti dell’imputato, ivi compresa una memoria difensiva proveniente dallo stesso imputato.
  3. Tanto precisato, si osserva che, correttamente, la sentenza impugnata ha evidenziato come le espressioni indicate in denuncia da parte del R., dei tipo “parassita del sistema clientelare”, ovvero °… quando i cialtroni diventano parassiti … “, ovvero ancora “… devo andare a pescare, mi serve un verme, quale mi consigliate ?… pubblicate su Facebook, ed accompagnate da immagini fotografiche, ovvero, pur in assenza di tali immagini, inequivocamente dirette al R., stante l’indicazione del nome dello stesso, “… io la farei mangiare a quel parassita di F. R., che vale quanto una fava masticata… oppure “F. R. è solo un mercenario ultra-pagato, che non gli frega un cazzo dei vulnerabili, tanto lui, al mese, lo stipendio lo prende …. ” sono oggettivamente lesive della reputazione della p.o., trasmodando in una gratuita ed immotivata aggressione delle qualità personali dei R..

3.1. Inoltre, questa Corte, ha più volte evidenziato che il reato di diffamazione può essere commesso a mezzo di internet (cfr. Sez. 5, 17 novembre 2000, n. 4741; 4 aprile 2008 n. 16262; 16 luglio 2010 n. 35511 e, da ultimo, 28 ottobre 2011 n. 44126), sussistendo, in tal caso, l’ipotesi aggravata di cui al terzo comma della norma incriminatrice (cfr. altresì sui punto, Cass., Sez. 5, n. 44980 del 16/10/2012, Rv. 254044), dovendosi presumere la ricorrenza del requisito della comunicazione con più persone, essendo per sua natura destinato ad essere normalmente visitato in tempi assai ravvicinati da un numero indeterminato di soggetti (Sez. 5, n. 16262 del 04/04/2008). In particolare, anche la diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l’uso di una bacheca “facebook” integra un’ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell’art. 595, comma terzo, cod. pen., poiché la diffusione di un messaggio con le modalità consentite dall’utilizzo per questo di una bacheca facebook, ha potenzialmente la capacità di raggiungere un numero indeterminato di persone, sia perché, per comune esperienza, bacheche di tal natura racchiudono un numero apprezzabile di persone (senza le quali la bacheca facebook non avrebbe senso), sia perché l’utilizzo di facebook integra una delle modalità attraverso le quali gruppi di soggetti socializzano le rispettive esperienze di vita, valorizzando in primo luogo il rapporto interpersonale, che, proprio per il mezzo utilizzato, assume il profilo del rapporto interpersonale allargato ad un gruppo indeterminato di aderenti al fine di una costante socializzazione (Sez. 1, n. 24431 del 28/04/2015). Pertanto, la condotta di postare un commento sulla bacheca facebook realizza la pubblicizzazione e la diffusione di esso, per la idoneità del mezzo utilizzato a determinare la circolazione del commento tra un gruppo di persone, comunque, apprezzabile per composizione numerica, di guisa che, se offensivo tale commento, la relativa condotta rientra nella tipizzazione codicistica descritta dall’art. 595 c.p.p., comma (Sez. 1, n. 24431 del 28/04/2015).

3.2. II ricorrente contesta, innanzitutto, che le frasi in contestazione siano state effettivamente appostate su Facebook e, comunque, che tali frasi siano riconducibili alla sua persona. Tali doglianze, tuttavia, vengono svolte con visione parcellizzata degli elementi acquisiti, dando rilievo esclusivamente al fatto che il CTU, incaricato di accertare la titolarità dell’account Facebook, dal quale erano stati diramati in rete i messaggi a contenuto diffamatorio, attribuiti ai M., nonché di verificare l’integrità/autenticità delle copie di pagine Facebook, allegate alla denuncia della parte offesa e di stabilire se l’indirizzo IP dal quale era stata effettuata la connessione, fosse riconducibile ad utenza telefonica mobile, ovvero ad utenza fissa, ha evidenziato che le copie stampate di pagine internet, allegate alla querela sporta dalla parte offesa, non offrivano da sole garanzie certe, né sull’autenticità e integrità dei messaggi, né sulla loro data, né sulla loro provenienza da un eventuale sito effettivamente intestato all’odierno imputato e ciò in considerazione del fatto che qualsiasi copia cartacea che riproduca una pagina Facebook, se recuperata senza il rispetto delle procedure standard che ne garantiscono la corretta acquisizione, potrebbe anche costituire (in assenza di opportune modalità di protezione dell’account, che in questo caso non sono state riscontrate con certezza), il risultato di operazioni dì adattamento o rielaborazione di pagine effettivamente esistenti, ma dì contenuto differente. Il ricorrente, in proposito, omette di confrontarsi però con quanto evidenziato dal G.u.p., secondo cui sebbene le indagini e gli accertamenti tecnici svolti sono inidonei a comprovare singolarmente considerati l’effettiva corrispondenza tra tali messaggi e quanto rilevabile in rete sull’account, intestato a nome di M. M., tuttavia non escludono in modo definitivo e preclusivo, che quanto lamentato dalla parte offesa si sia in effetti verificato, né la possibilità che ciò sia comprovabile aliunde, atteso che risulta confermato dagli stessi accertamenti tecnici, che un account a nome di M. M., era stato in effetti operativo in rete, durante il periodo segnalato dal R., per essere disattivato soltanto in seguito. Inoltre, ha evidenziato il giudicante, che lo stesso R. ha dichiarato che – prima di procedere all’acquisizione dal web su carta, tramite stampante, senza, tuttavia, adottare quelle procedure standard che ne avrebbero garantito l’autenticità – aveva avuto modo di riscontrare sull’account Facebook in questione la diffusione dei messaggi a contenuto diffamatorio, che lo riguardavano.

3.2.1. A ciò va aggiunto che nel contesto degli elementi acquisiti, la sentenza impugnata ha dato significativo risalto, al fine della riferibilità del reato all’imputato, al fatto che quest’ultimo – informato dell’esistenza dei predetti messaggi a contenuto illecito, immessi sul sito web intestato a suo nome, nell’ambito dell’inchiesta disciplinare avviata nei suoi confronti, non ha mai denunciato o segnalato abusi da parte di eventuali ignoti, responsabili di aver usato, senza il suo consenso, le sue generalità come semplice nickname, allo scopo di celare la propria, vera identità, nonché al fatto che nella memoria a sua firma, depositata sempre nell’ambito del procedimento disciplinare, questi non ha mai negato la paternità di quelle frasi, né il fatto queste fossero state da lui immesse in rete, sull’account intestato a suo nome.

3.2.2. In tale memoria, in particolare, l’imputato ha senz’altro ammesso i fatti, precisando che si trattava delle prime infrazioni a lui ascritte (a fronte degli elogi ricevuti per l’attività svolta nell’ambito della CRI) e che le frasi e le espressioni contestate erano state in effetti immesse nella sua pagina Facebook personale, accessibile esclusivamente ad un numero ristretto di utenti, senza manifestare alcun intento di screditare l’istituzione, costituendo un mero sfogo personale contro un unico, singolo individuo, sfogo, peraltro, provocato da presunte ingiustizie che egli aveva dovuto subire, a causa della reiterata condotta di R..

3.2.3. In merito all’inutilizzabilità di tale memoria le censure del ricorrente si presentano dei tutto infondate. Correttamente, infatti, il G.u.p. ha ritenuto che la memoria in questione – acquisita al processo ai sensi dell’art. 237 c.p.p., trattandosi di documento a firma dell’imputato e, quindi, di sua provenienza- fosse pienamente utilizzabile e valutabile ai fini del giudizio, atteso che per documento proveniente dall’imputato si intende senz’altro il documento dei quale è autore l’imputato (Sez. 5, n. 33243 del 09/02/2015). Questa Corte, invero, ha più volte rilevato che le dichiarazioni contenute in un memoriale proveniente dall’imputato acquisito agli atti dei processo sono utilizzabili (Sez. 5, n. 28036 del 04/04/2013) nei suoi confronti secondo le regole di cui all’art. 192, comma primo, cod. proc. pen, (Sez. 4, n. 9174 del 08/11/2011).

3.2.4. Inoltre, contrariamente a quanto sostenuto dal ricorrente, le dichiarazioni confessorie o le ammissioni contenute in un documento proveniente dall’imputato non incontrano il limite alla loro utilizzabilità stabilito dall’art. 63, comma primo, cod. proc. pen., in quanto la norma si riferisce solo alle dichiarazioni rese dinanzi all’autorità giudiziaria, o alla polizia giudiziaria, nel corso delle indagini preliminari (Sez. 4, n. 27173 del 26/05/2015), anche se queste ultime non riguardano la persona del dichiarante (Sez. 3, n. 46767 del 23/11/2011). Pertanto, dei tutto legittimamente, il Tribunale ha utilizzato la memoria a firma dell’imputato – ammissiva dei fatti – in uno agli altri elementi deponenti convergentemente per la responsabilità dell’imputato in ordine al reato ascrittogli.

  1. Il ricorso va, dunque, respinto ed il ricorrente va condannato al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

 

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