PISTOIA INFORTUNIO MORTALE LAVORO AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA INFORTUNI SUL LAVORO BOLOGNA CESENA FORLI RAVENNA

PISTOIA INFORTUNIO MORTALE LAVORO AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA

Sfilacciatura rinnova” s.n.c, cagionava la morte di P.A., dipendente irregolare di quella ditta. All’imputato era addebitato di aver commesso il fatto con plurime violazioni delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro, contestate specificamente come autonomi reati. Era contestato allo stesso, altresì, il reato di cui all’art. 437 e. 2 C.P., per avere rimosso in modo permanente la protezione metallica del tappeto a punte del caricatore mod. C, destinata a impedire il contatto del lavoratore con il tappeto medesimo mentre la macchina era in funzione.

INFORTUNI LAVORO DANNO

INFORTUNI LAVORO DANNO

DOMANDA : dell’obbligo di formazione gravante sul datore di lavoro in tema di prevenzione degli infortuni sul lavoro ?

La giurisprudenza di questa Corte ha tratteggiato i contorni ed i contenuti dell’obbligo di formazione gravante sul datore di lavoro in tema di prevenzione degli infortuni sul lavoro. Questi ha l’obbligo di assicurare ai lavoratori una formazione sufficiente ed adeguata in materia di sicurezza e salute, con particolare riferimento al proprio posto di lavoro ed alle proprie mansioni, in maniera tale da renderlo edotto sui rischi inerenti ai lavori a cui è addetto (cfr. Sez. 3^, sent. n. 4063 del 04/10/2007, Rv. 238540; Sez. 4^, sent. n. 41997 del 16/11/2006, Rv. 235679. A ciò va aggiunto che il D.Lgs. n. 626 del 1994, al quale occorre fare riferimento ratione temporis, all’art. 3, comma 1 lett. s) poneva la “informazione, formazione, consultazione e partecipazione dei lavoratori ovvero dei loro rappresentanti, sulle questioni riguardanti la sicurezza e la salute sul luogo di lavoro” tra le misure generali di tutela, distinguendole peraltro dalla diversa ed ulteriore misura generale costituita dalle “istruzioni adeguate ai lavoratori” D.Lgs. n. 626 del 1994, art. 3, comma 1, lett. t); similmente il D.Lgs. n. 81 del 2008, all’art. 15, comma 1, lett. da n) a q). Gli artt. 21 e 22, del citato decreto prevedevano e definivano i contenuti degli obblighi di informazione e di formazione, intesi quindi come attività ed obiettivi distinti. In particolare, per quel che qui più interessa, dell’attività di formazione veniva scandito: a) l’oggetto, dovendo aver attinenza specifica al posto di lavoro e alle mansioni assegnate al lavoratore;

  1. b) la temporalità, essendo evidenziati per la sua somministrazione i momenti dell’assunzione, del trasferimento o cambio di mansioni, dell’introduzione di nuove attrezzature di lavoro o di nuove tecnologie, di nuove sostanze e preparati pericolosi, nonchè la modifica per evoluzione o per innovazione del quadro dei rischi; c) il coinvolgimento degli organismi paritetici previsti dall’art. 20 (ancora più dettagliato e portatore di limitazioni alle scelte datoriali, quanto a contenuti e modalità di somministrazione dell’attività di formazione, è il D.Lgs. n. 81 del 2008, art. 37).

Già questo breve tratteggio del profilo normativo dell’attività di formazione che il datore di lavoro deve assicurare permette di evidenziare il seguente principio: “in tema di tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori, l’attività di formazione del lavoratore, alla quale è tenuto il datore di lavoro, non è esclusa dal personale bagaglio di conoscenze del lavoratore, formatosi per effetto di una lunga esperienza operativa, o per il travaso di conoscenze che comunemente si realizza nella collaborazione tra lavoratori, anche posti in relazione gerarchica tra di loro.

L’apprendimento insorgente da fatto del lavoratore medesimo e la socializzazione delle esperienze e delle prassi di lavoro non si identificano e tanto meno valgono a surrogare le attività di informazione e di formazione legislativamente previste, le quali vanno compiute nella cornice formalizzata prevista dalla legge”. Ne consegue, che la prova dell’assolvimento degli obblighi di informazione e di formazione del lavoratore non può ritenersi data dalla dedotta circostanza che i due fratelli S. avevano pregresse esperienze per avere esercitato l’attività di taglio di alberi di alto fusto nel loro paese d’origine.

DOMANDA La figura del committente dei lavori ha trovato esplicito riconoscimento solo con il D.Lgs. n. 494 del 1996, con il quale si è data attuazione alla direttiva 92/57/CEE, concernente le prescrizioni minime di sicurezza e di salute da attuare nei cantieri temporanei o mobili.?

 

La figura del committente dei lavori ha trovato esplicito riconoscimento solo con il D.Lgs. n. 494 del 1996, con il quale si è data attuazione alla direttiva 92/57/CEE, concernente le prescrizioni minime di sicurezza e di salute da attuare nei cantieri temporanei o mobili.

Prima di esso nè il D.P.R. n. 547 del 1955, nè i successivi D.P.R. n. 164 del 1956, D.P.R. n. 302 del 1956 e D.P.R. n. 303 del 1956 menzionavano siffatto ruolo. Neppure il D.Lgs. n. 626 del 1994, vera e propria mappa dei principi del diritto prevenzionistico, nel definire le diverse posizioni soggettive (datore di lavoro, ecc.) menzionava il committente. L’unica norma che delineava un rapporto di affidamento di lavori, l’art. 7 del citato decreto 626, faceva riferimento però ad una figura particolare, quella del datore di lavoro/committente (colui, cioè, che affida i “lavori ad imprese appaltatrici o a lavoratori autonomi all’interno della propria azienda, o di una singola unità produttiva della stessa, nonchè nell’ambito dell’intero ciclo produttivo dell’azienda medesima”), essenzialmente pensato allo scopo di far fronte al rischio cd.

interferenziale, ovvero quel rischio che si determina per il solo fatto della coesistenza in un medesimo contesto di più organizzazioni, ciascuna delle quali facente capo a soggetti diversi.

 

 

DOMANDA : L’INFORTUNIO SUL LAVORO COMPORTA RESPONSABILITA’ PENALE?

 

Non va dimenticato che l’individualizzazione della responsabilità penale impone di verificare non soltanto se la condotta abbia concorso a determinare l’evento, ciò che si risolve nell’accertamento della sussistenza del “nesso causale”, e se la condotta sia stata caratterizzata dalla violazione di una regola cautelare (generica o specifica), ciò che si risolve nell’accertamento dell’elemento soggettivo della “colpa”, ma anche se l’autore della stessa, il titolare della posizione di garanzia in ordine al rispetto della normativa precauzionale che si ipotizzi produttiva di evento lesivo mortale, potesse “prevedere” ex ante quello “specifico” sviluppo causale ed attivarsi per evitarlo. In quest’ottica ricostruttiva, occorre poi ancora chiedersi se una condotta appropriata (il cosiddetto comportamento alternativo lecito) avrebbe o no “evitato” l’evento: ciò in quanto si può formalizzare l’addebito solo quando il comportamento diligente avrebbe certamente evitato l’esito antigiuridico o anche solo avrebbe determinato apprezzabili, significative probabilità di scongiurare il danno (cfr. Sezione 4^, 6 novembre 2009, Morelli).

La condanna al là di ogni ragionevole dubbio implica, infatti, in caso di prospettazione di un’alternativa ricostruzione dei fatti (che per altro nel caso in esame è marginale atteso che quella ritenuta dalla Corte distrettuale è stata formalmente contestata), che siano individuati gli elementi di conferma dell’ipotesi ricostruttiva accolta, in modo da far risultare la non razionalità del dubbio derivante dalla stessa ipotesi alternativa, con la precisazione che il dubbio ragionevole non può fondarsi su un’ipotesi alternativa del tutto congetturale seppure plausibile (v. sentenza Sezione 1^, 21 maggio 2008, Franzoni, rv. 240673; anche Sezione 4″, 12 novembre 2009, Durante, rv. 245879).

Il compito della Corte di Cassazione, quando viene dedotta la violazione del principio dell’oltre ogni ragionevole dubbio, è limitato a prendere atto di quanto accertato dal giudice di merito e a valutare se appaia logicamente motivato nella sentenza il raggiungimento dello standard probatorio sopra ricordato. Non si può, invero, trascurare che la selezione e la valutazione delle prove spetta in via esclusiva al giudice del merito, anche perchè non c’è nessuna prova che abbia un significato isolato, slegato o disancorato dal contesto in cui è inserita e solo il giudice di merito può apprezzarne la valenza attraverso la valutazione complessiva di tutto il materiale probatorio; con la conseguenza che persiste per la Corte di Cassazione, nonostante le modificazioni introdotte dalla L. n. 46 del 2006, all’art. 606 c.p.p., il divieto di accesso agli atti istruttori, quanto meno nel senso che la Corte di legittimità non potrebbe mai esaminare i singoli atti in modo separato ed atomistico, restando pur sempre il giudizio di cassazione un giudizio di sindacato sulla tenuta della motivazione, cui è preclusa la pure e semplice rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione o l’autonoma deduzione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti, preferiti a quelli adottati dal giudice di merito perchè ritenuti maggiormente plausibili o dotati di una migliore capacità esplicativa (v. in questo senso, Sezione 1^, 11 maggio 2006, Ganci ed altro, rv.

 

 

 

DOMANDA  : INFORTUNIO SUL LAVORO E NESSO CAUSALE ?

 

 

 

 

La suprema corte con diverse pronunce (Sez. 4, Sentenza n. 2650 del 31/01/1995 Ud. Rv. 201422) ha affermato il principio che, in tema di causalità, qualora siano prospettabili diverse ipotesi alternative in ordine alla ricostruzione del processo causale dell’evento, non è censurabile la sentenza che affermi la sussistenza del nesso causale tra la condotta e l’evento e con essa la responsabilità dell’imputato, senza precisare quale tra esse si sia realmente verificata, qualora identiche siano le conseguenze giuridiche dall’una e dall’altra derivanti. Ed ancora (Sez. 4 Sentenza n. 988 dell’11.07.2002, Rv. 227002), la dipendenza di un evento da una determinata condotta deve essere affermata anche quando le prove raccolte non chiariscano ogni passaggio della concatenazione causale, e possano essere configurate sequenze alternative di produzione dell’evento, purchè ciascuna tra esse sia riconducibile all’agente e possa essere esclusa l’incidenza di meccanismi eziologici indipendenti.

 

 

INFORTUNI LAVORO DANNO

INFORTUNI LAVORO DANNO

 

DOMANDA QUALE RELAZIONE TRA INFORTUNI SUL LAVORO E ART 41 CP?

 

Dell’art. 41 cpv. c.p., e della cosiddetta interruzione del nesso causale si sono recentemente occupate le Sezioni unite di questa Corte (Sez. Un 24 aprile 2014, Espenhahn, Rv. 261103) che, evocando la precedente giurisprudenza, hanno proposto condivisi principi. E’ stata infatti posta l’enunciazione che il garante è il gestore di un rischio; e che il termine ‘garante’ viene ampiamente utilizzato nella prassi anche in situazioni nelle quali si è in presenza di causalità commissiva e non omissiva; ed ha assunto un significato più ampio di quello originario, di cui occorre acquisire consapevolezza, traendo argomento proprio dalla norma richiamata.

Si è considerato che la necessità di limitare l’eccessiva ed indiscriminata ampiezza del’imputazione oggettiva generata dal condizionalismo è alla base di classiche elaborazioni teoriche: la causalità adeguata, la causa efficiente, la causalità umana, la teoria del rischio. Tale istanza si rinviene altresì nel controverso art. 41 cpv. c.p.. L’esigenza cui tali teorie tentano di corrispondere è quella di limitare, separare le sfere di responsabilità, in modo che il diritto penale possa realizzare la sua vocazione ad esprimere un ben ponderato giudizio sulla paternità dell’evento illecito.

Il contesto della sicurezza del lavoro fa emergere con particolare chiarezza la centralità dell’idea di rischio; tutto il sistema è conformato per governare l’immane rischio, gli indicibili pericoli, connessi al fatto che l’uomo si fa ingranaggio fragile di un apparato gravido di pericoli. li rischio è categorialmente unico ma, naturalmente, si declina concretamente in diverse guise in relazione alla differenti situazioni lavorative. Dunque, esistono diverse aree di rischio e, parallelamente, distinte sfere di responsabilità che quei rischio sono chiamate a governare. Soprattutto nei contesti lavorativi più complessi, si è frequentemente in presenza di differenziate figure di soggetti investiti di ruoli gestionali autonomi a diversi livelli degli apparati; ed anche con riguardo alle diverse manifestazioni del rischio.

Le Sezioni unite sottolineano che questa esigenza di delimitazione si è fatta strada nella giurisprudenza, attraverso lo strumento normativo costituito dall’art. 41 cpv. c.p.. Infatti, la diversità dei rischi interrompe, per meglio dire separa le sfere di responsabilità. Tale tesi è stata argomentata traendo argomento proprio dalla prassi, richiamando alcuni casi topici, prevalentemente incentrati proprio sul diritto penale del lavoro ((Sez. 4, n. 44206, del 25/09/2001, Intrevado, Rv. 221149; Sez. 4, n. 11311 del 07/05/1985, Bernardi, Rv. 171215; Sez, 4, n. 3510 del 10/11/1999, Addesso, Rv. 183633; Sez. 4, n. 10733 del 25/09/1995, Dal Pont, Rv.203223; Sez, 4, n. 2172 del 13/11/1984, Accettura, Rv. 172160; Sez. 4, n. 12381 del 18/03/1986, Amadori, Rv. 174222; Sez. 4, n. 1484 del 08/11/1989, Dell’Oro, Rv. 183199; Sez. 4, n, 9563 del 11/02/1991, Lapi, Rv, 188202; Sez. 4, n. 8676 dei 14/06/1996, Ieritano, Rv, 206012).

In sintesi, le Sezioni unite hanno posto l’enunciazione che un comportamento è ‘interruttivo’ (per restare al lessico tradizionale) non perchè ‘eccezionale’ ma perchè eccentrico rispetto ai rischio lavorativo che il garante è chiamato a governare. Tale eccentricità renderà magari in qualche caso (ma non necessariamente) statisticamente eccezionale il comportamento ma ciò è una conseguenza accidentale e non costituisce la reale ragione dell’esclusione dell’imputazione oggettiva dell’evento. A ciò va aggiunta solo una chiosa pertinente al caso in esame: l’effetto interruttivo non è necessariamente dovuto al comportamento incongruo del lavoratore, ma a qualunque circostanza che introduca un rischio nuovo o comunque radicalmente esorbitante rispetto a quelli che il garante è chiamato a governare.

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA AVVOCATO PENALISTA RIMINI AVVOCATO PENALISTA RAVENNA

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA
AVVOCATO PENALISTA RIMINI
AVVOCATO PENALISTA RAVENNA

Va rilevato, preliminarmente, che il rilievo inerente al rapporto di specialità tra le fattispecie non trova riscontro nell’orientamento espresso al riguardo da questa Corte (per tutte Cass. 10048/1993, rv. 195696), che in questa sede il collegio intende riaffermare, in forza del quale ” tali previsioni normative … considerano distinte situazioni tipiche, vale a dire la dolosa omissione di misure antinfortunistiche con conseguente disastro e la morte non voluta di una o più persone, e tutelano interessi differenti cioè la pubblica incolumità e la vita umana. Poiché il danno alla persona non è compreso nell’ipotesi complessa di cui all’art. 437, comma secondo, cod. pen, costituendo effetto soltanto eventuale e non essenziale del disastro e dell’infortunio, causato dall’omissione delle cautele, la morte, sia pure in conseguenza dell’omissione stessa, non viene assorbita dal reato ex art. 437 c. secondo cod. pen., ma costituisce reato autonomo. La punizione dell’uno e dell’altro reato, pertanto, non comporta duplice condanna per lo stesso fatto e quindi non viola il principio del “ne bis in idem”. Venendo, poi, alla fattispecie concreta, si osserva che le modalità delle lavorazioni svolte presso l’azienda, come descritte nella sentenza impugnata e non costituenti oggetto di contestazione, comportanti la periodica e prolungata – anche per due o tre giorni – asportazione della rete metallica di protezione, sì da lasciare libero accesso al nastro rotante munito di punte, sconfessa la tesi del ricorrente. Le descritte modalità, puntualmente descritte nella sentenza impugnata con motivazione adeguata e priva di vizi logici, infatti, danno conto del fatto che ciò che l’indicata condotta imprudente determina è proprio la messa in pericolo di un numero indeterminato di persone. 7. Con il secondo motivo il ricorrente deduce erronea applicazione della legge in relazione all’art. 487 c.p., oltre a carenza e illogicità della motivazione risultante dal provvedimento e da atti del procedimento. Rileva che non è stato chiarito in sentenza che la modalità di pulizia imponesse la rimozione del pannello. Evidenzia che la Corte territoriale aveva ritenuto integrato il reato di cui all’art. 437 c.p. sulla base della considerazione che il C.M. avrebbe rimosso o quanto meno tollerato la rimozione delle misure di protezione del macchinario, pur risultando pacifico che il giorno del sinistro la rimozione della protezione era stata operata da soggetto diverso dal C.M. e in particolare da un dipendente della ditta. Rileva che si potrebbe sostenere la configurabilita in capo al C.M. di negligenza nel non avere adeguatamente sorvegliato, ma anche in tale ipotesi sarebbe al di fuori dell’ambito della norma incriminatrice, dato che il reato di cui all’art. 437 c.p. è previsto nella sola forma dolosa.

 

Cassazione Penale, Sez. 4, 30 giugno 2015, n. 27151 – TRIBUNALE PISTOIA

 

PROVOCAZIONE ATRTENUANTE AVVOCATO PENBALE BOLOGNA AVVOCATO PENALE RIMINI AVVOCATO PENALE RAVENNA L’imputabilità, infatti, è il presupposto soggettivo indispensabile per affermare la responsabilità dell’agente e presuppone l’accertamento di una condizione di rimproverabilità verificabile processualmente (cfr. Sez. U, n. 9163 del 21/05/2005, Raso, Rv. 230317).

AVVOCATO PENALISTI BOLOGNA ROVOCAZIONE ATRTENUANTE AVVOCATO PENBALE BOLOGNA AVVOCATO PENALE RIMINI AVVOCATO PENALE RAVENNA
L’imputabilità, infatti, è il presupposto soggettivo indispensabile per affermare la responsabilità dell’agente e presuppone l’accertamento di una condizione di rimproverabilità verificabile processualmente (cfr. Sez. U, n. 9163 del 21/05/2005, Raso, Rv. 230317).

 

Macchina inidonea alla lavorazione e rimozione della protezione per evitare il malfunzionamento. Operaio muore schiacchiato

 

 

  • Macchina ed Attrezzatura di Lavoro

 

Presidente: BRUSCO CARLO GIUSEPPE Relatore: ESPOSITO LUCIA Data Udienza: 05/03/2015

 

Fatto

 

  1. Il Tribunale di Pistoia, all’esito di rito abbreviato, dichiarava C.M. colpevole dei reati a lui ascritti. Al predetto era addebitato il delitto di cui agli artt. 113 e 589 e. II c.p., perché, nella sua qualità di titolare e responsabile della ditta “Sfilacciatura rinnova” s.n.c, cagionava la morte di P.A., dipendente irregolare di quella ditta. All’imputato era addebitato di aver commesso il fatto con plurime violazioni delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro, contestate specificamente come autonomi reati. Era contestato allo stesso, altresì, il reato di cui all’art. 437 e. 2 C.P., per avere rimosso in modo permanente la protezione metallica del tappeto a punte del caricatore mod. C, destinata a impedire il contatto del lavoratore con il tappeto medesimo mentre la macchina era in funzione.

2.Il C.M. veniva condannato, inoltre, al risarcimento dei danni in favore delle parti civili.

3.La Corte d’Appello di Firenze, con sentenza del 10/6/2013, in parziale riforma della decisione di primo grado, dichiarava non doversi procedere nei confronti del C.M. per i reati di cui agli artt. B ed E perché estinti per intervenuta prescrizione e, ritenuto il concorso formale tra i residui reati, rideterminava la pena in tre anni di reclusione.

  1. In fatto era accaduto che il lavoratore, mentre era addetto alla macchina “caricatore modello c)” adibita alla lavorazione degli stracci, rimaneva agganciato sotto il nastro dentato di trasporto del materiale sfilacciato e così trascinato, veniva incuneato a forza nello stretto spazio sotto la “camera di contenimento”, rimanendovi incastrato e schiacciato fino al decesso per asfissia meccanica. L’incidente si verificava allorquando il primo operaio, accortosi che il nastro non funzionava correttamente, smontava la protezione e, constatato che il nastro girava a vuoto, poneva il pulsante di arresto della macchina ed azionava il dispositivo di avanzamento manuale, facendo avanzare per brevi tratti il tappeto di scorrimento, provvedendo con un rastrelletto a ripulire da fermo i ganci di arpionamento dalle fibre rimastevi agganciate. Quindi il primo operaio faceva una sosta. Dopo poco, tornando alla macchina, si accorgeva che il suo collega P.A. era rimasto incastrato sotto il nastro caricatore.

5.Dalle indagini preliminari emergeva che il giorno dell’incidente era in corso una lavorazione di materiali gommosi per i quali la macchina in uso non era idonea (essendo destinata alla lavorazione di materiali tessili), tanto che i residui spugnosi rimanevano spesso agganciati ai chiodi del nastro trasportatore, determinandone il malfunzionamento. Tale situazione si verificava assai spesso durante detto tipo di lavorazione, con la conseguenza che gli operai erano costretti a smontare la gabbia di protezione del nastro per ripulirlo. Una volta smontata la protezione, questa non veniva più rimessa al suo posto per economizzare il tempo nelle successive pulizie senza rallentare la produzione. Ciò avveniva con la tolleranza del datore di lavoro. Sentiti dai militari operanti, gli operai riferivano che l’inconveniente alla macchina si verificava ogni 30-60 minuti durante la lavorazione di materiali gommosi. Da ciò la ritenuta violazione del disposto dell’art. 35 co. 1 e 4 lett. B) D. lvo 626/1994.

  1. La Corte territoriale riteneva il concorso formale tra i reati di cui agli artt. 589 c.p. e 437 c.p., osservando che le previsioni normative considerano distinte situazioni tipiche, vale a dire la dolosa omissione di misure antinfortunistiche con conseguente disastro e la morte non voluta di una o più persone e tutelano interessi differenti cioè la pubblica incolumità e la vita umana. Rigettava, altresì, le censure fondate sul rilievo che fosse stato altro lavoratore a rimuovere la protezione e che il C.M. avesse spiegato le modalità per eseguire la pulizia del tappeto in sicurezza. La Corte territoriale, infatti, poneva a fondamento del giudizio di responsabilità il rilievo che l’asportazione della protezione si rendeva necessaria ogni qual volta il macchinario fosse utilizzato per la lavorazione di materiali gommosi per i quali la macchina non era predisposta, talché il datore di lavoro determinava coscientemente e volontariamente le condizioni che rendevano necessaria la rimozione della protezione per alcuni giorni di seguito, presenziando alle lavorazioni e mostrando ai dipendenti le modalità con cui eseguire la pulizia del rullo.
  2. Avverso la sentenza propone ricorso per cassazione il C.M., articolando quattro motivi e formulando motivi nuovi con memoria ex art. 585 e. 4 c.p.c.

Diritto

 

  1. Con il primo motivo il C.M. deduce erronea applicazione di legge penale con riferimento agli artt. 437, 589 c.p., nonché correlata carenza della motivazione risultante dal provvedimento. Osserva che non interessa contestare l’astratta possibilità che le due norme coesistano in concorso formale, bensì la loro concreta applicazione simultanea in ipotesi in cui il danno e il pericolo derivante dalla violazione di disposizioni antinfortunistiche siano riferibili esclusivamente a un singolo e determinato soggetto. Rileva che la rimozione della protezione metallica del macchinario – funzionale a evitare il contatto con gli organi lavoratori da parte del solo ed unico soggetto che vi stia lavorando – risulta idonea a mettere in pericolo soltanto la singola persona che in quel determinato momento stia utilizzando quella macchina. Con i motivi aggiunti pone in evidenza la questione attinente ai rapporti tra le fattispecie di reato in considerazione. Rileva che, anche a voler ritenere l’evento morte come rientrante nel concetto di infortunio di cui all’art. 437 c. 2 c.p., la fattispecie di cui all’art. 589 e. 2 c.p. rimarrebbe assorbita dalla prima, in base a un raffronto effettuato secondo il principio di specialità. Evidenzia che sono ravvisabili nella specie i caratteri del reato complesso.
  2. Il motivo è infondato. Va rilevato, preliminarmente, che il rilievo inerente al rapporto di specialità tra le fattispecie non trova riscontro nell’orientamento espresso al riguardo da questa Corte (per tutte Cass. 10048/1993, rv. 195696), che in questa sede il collegio intende riaffermare, in forza del quale ” tali previsioni normative … considerano distinte situazioni tipiche, vale a dire la dolosa omissione di misure antinfortunistiche con conseguente disastro e la morte non voluta di una o più persone, e tutelano interessi differenti cioè la pubblica incolumità e la vita umana. Poiché il danno alla persona non è compreso nell’ipotesi complessa di cui all’art. 437, comma secondo, cod. pen, costituendo effetto soltanto eventuale e non essenziale del disastro e dell’infortunio, causato dall’omissione delle cautele, la morte, sia pure in conseguenza dell’omissione stessa, non viene assorbita dal reato ex art. 437 c. secondo cod. pen., ma costituisce reato autonomo. La punizione dell’uno e dell’altro reato, pertanto, non comporta duplice condanna per lo stesso fatto e quindi non viola il principio del “ne bis in idem”. Venendo, poi, alla fattispecie concreta, si osserva che le modalità delle lavorazioni svolte presso l’azienda, come descritte nella sentenza impugnata e non costituenti oggetto di contestazione, comportanti la periodica e prolungata – anche per due o tre giorni – asportazione della rete metallica di protezione, sì da lasciare libero accesso al nastro rotante munito di punte, sconfessa la tesi del ricorrente. Le descritte modalità, puntualmente descritte nella sentenza impugnata con motivazione adeguata e priva di vizi logici, infatti, danno conto del fatto che ciò che l’indicata condotta imprudente determina è proprio la messa in pericolo di un numero indeterminato di persone. 7. Con il secondo motivo il ricorrente deduce erronea applicazione della legge in relazione all’art. 487 c.p., oltre a carenza e illogicità della motivazione risultante dal provvedimento e da atti del procedimento. Rileva che non è stato chiarito in sentenza che la modalità di pulizia imponesse la rimozione del pannello. Evidenzia che la Corte territoriale aveva ritenuto integrato il reato di cui all’art. 437 c.p. sulla base della considerazione che il C.M. avrebbe rimosso o quanto meno tollerato la rimozione delle misure di protezione del macchinario, pur risultando pacifico che il giorno del sinistro la rimozione della protezione era stata operata da soggetto diverso dal C.M. e in particolare da un dipendente della ditta. Rileva che si potrebbe sostenere la configurabilita in capo al C.M. di negligenza nel non avere adeguatamente sorvegliato, ma anche in tale ipotesi sarebbe al di fuori dell’ambito della norma incriminatrice, dato che il reato di cui all’art. 437 c.p. è previsto nella sola forma dolosa.
  3. Osserva il collegio che la censura si palesa infondata, posto che la volontarietà della condotta ascritta all’imputato si coglie ove si consideri che, come evidenziato con riferimento alla confutazione del primo motivo, avveniva una periodica e prolungata asportazione della protezione metallica al fine di rendere possibili determinate lavorazioni. Risulta, pertanto, che, nel suo periodico verificarsi, tale situazione, idonea ad esporre gli addetti a pericolo, era nota al C.M., il quale, tra l’altro, come evidenziato dai giudici di merito, forniva indicazioni agli operai su come operare a barriere rimosse. Da ciò la chiara dimostrazione nella motivazione della sussistenza dell’elemento psicologico nella forma dolosa.
  4. Con il terzo motivo deduce erronea applicazione dell’art. 81 c.p., nonché inosservanza dell’art. 442 c.p.p. Evidenzia che, dalla pena base sulla quale era stato operato l’aumento ai sensi dell’art. 81 c.p., la Corte aveva determinato l’aumento ad anni tre di reclusione, senza poi effettuare la diminuzione per la scelta del rito abbreviato. Osserva che, nel momento in cui viene riconosciuto il concorso formale ed applicato l’aumento previsto dall’art. 81 c.p., occorre dare motivazione adeguata e puntuale in ordine alla quantificazione di tale aumento, motivazione che è del tutto carente nella specie.
  5. Il motivo di ricorso che precede è fondato, nei termini di seguito precisati. Dal tenore della sentenza di primo grado si evince che il giudice ha tenuto conto della riduzione conseguente al rito prescelto, diminuendo la pena base, specificamente computata con riferimento al reato di cui all’art. 437 c.p. in anni tre di reclusione, ad anni due di reclusione. Tuttavia, nel prevedere l’aumento per il concorso formale, con specifico riferimento al reato di cui all’art. 589 c.p., la Corte d’Appello ha omesso di effettuare la diminuzione per il rito. Di conseguenza, la pena va così correttamente rideterminata: si parte dalla pena base stabilita con riferimento al reato di cui all’art. 437 c.p., pari a tre anni di reclusione, si opera l’aumento di un anno per continuazione, effettuando poi sul totale la diminuzione di un terzo; si perviene così alla corretta determinazione della pena nella misura di due anni e otto mesi di reclusione.

6.Con l’ultimo motivo il ricorrente deduce mancanza di motivazione, rilevando che la sentenza risulta ulteriormente carente relativamente al profilo esplicativo circa le modalità con le quali i giudicanti sono pervenuti alla quantificazione del danno ai fini della determinazione della provvisionale.

  1. L’assunto è destituito di fondamento, poiché i giudici di primo e secondo grado hanno adeguatamente motivato riguardo all’entità della provvisionale da corrispondere, determinata in ragione del presumibile risarcimento del danno morale subito dai congiunti della vittima, evidenziando, altresì, la gravità del medesimo in ragione dell’età della vittima e delle atroci modalità del decesso e considerando, inoltre, le disagiata condizioni economiche dei medesimi, comprovate dalla documentazione in atti.
  2. La sentenza, pertanto, va annullata limitatamente alla determinazione della pena, che ai sensi dell’art. 620 c.p.p. viene dalla Corte rideterminata nei termini indicati sub 7), con conferma delle restanti statuizioni.

P.Q.M.

 

La Corte annulla senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente alla determinazione della pena che ricalcola in anni due e mesi otto di reclusione.

Rigetta il ricorso nel resto.

Così deciso in Roma il 5/3/2015

 

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