Reati societari, bilancio, falsità, fallimento, bancarotta fraudolenta, correlazione, Bancarotta fraudolenta documentale, elemento psicologico, dolo generico

Reati societari, bilancio, falsità, fallimento, bancarotta fraudolenta, correlazione, Bancarotta fraudolenta documentale, elemento psicologico, dolo generico

 

archiviazione indagine penaleavvocato Bologna avvocato penalista avvocato penalista a Bologna avvocato penalista Bologna codice penale codice penale ingiuria codice penale lesioni gravi codice penale omicidiodifesa penale diritto penale fasi indagine penale imputazioneindagine penale durata indagine per reato penale indagini penale interrogatorio avviso conclusione indagini penali segretezza penalista esperto difensa penale reati graviavvocati penalisti Bolognaavvocati penalisti bolognaavvocato penalista esperto difesna penale vicenzaavvocato penalista studio legale diritto penale Bolognareato reato abituale reato ambientale reato appropriazione indebita reato associativo reato bigamia reato bancarotta fraudolenta prescrizionereato banconote false reato denuncia reato estinto casellario giudiziale reato estorsione reato falso ideologicoreato falso in bilancioreato favoreggiamento immigrazione clandestina reato guida senza patente reato furto reato guida in stato di ebbrezza reato informatico reato ingiuria reato lesioni reato maltrattamenti in famiglia reato minaccia reato molestie sessuali reato omicidio stradale reato penale reato penale reato querela reato tentata truffa reato violenza privata prescrizionereato xenofobia rinvio a giudizioAvvocati penalisti di Bolognapenalistiavvocato penalista in Bolognaavvocato penalista Bologna

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. La Corte d’appello di Milano confermava la condanna di C. O. e C.L. per i reati di bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale, nonchè di bancarotta impropria da reato societario commessi nelle rispettive qualità di presidente del consiglio di amministrazione e successivamente di liquidatore, il primo, e di consigliere d’amministrazione, il secondo, della Arges s.p.a., dichiarata fallita il (OMISSIS). In parziale riforma della pronunzia di primo grado, invece, la Corte distrettuale dichiarava l’estinzione per prescrizione degli ulteriori reati di bancarotta preferenziale e ricorso abusivo al credito pure contestati ai summenzionati imputati.

2. Avverso la sentenza ricorrono entrambi gli imputati a mezzo del comune difensore, il quale, con unico atto d’impugnazione, articola otto motivi.

 

Reati societari, bilancio, falsità, fallimento, bancarotta fraudolenta, correlazione, Bancarotta fraudolenta documentale, elemento psicologico, dolo generico

Reati societari, bilancio, falsità, fallimento, bancarotta fraudolenta, correlazione

Cassazione penale , sez. V, sentenza 21.07.2014 n° 32045

La falsificazione del bilancio – condotta di per sé integrante il reato previsto dall’art. 2621 c.c., o, qualora correlabile alla determinazione del dissesto o del suo aggravamento, quello di bancarotta da reato societario – non consente di per sé di ritenere consumato anche il reato di bancarotta fraudolenta documentale, dovendosi provare che dalle scritture contabili nel loro complesso non sia stato possibile ricostruire altrimenti il volume e il patrimonio del fallito di cui il bilancio ha fornito una immagine non veritiera.

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SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE V PENALE

Sentenza 10 giugno – 21 luglio 2014, n. 32045

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DUBOLINO Pietro – Presidente –

Dott. PEZZULLO Rosa – Consigliere –

Dott. SETTEMBRE Antonio – Consigliere –

Dott. PISTORELLI Luc – rel. Consigliere –

Dott. DEMARCHI ALBENGO Paolo G. – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

C.O., nato a (OMISSIS);

C.L., nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 4/10/2012 della Corte d’appello di Milano;

visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere Dott. Luca Pistorelli;

udito il Pubblico Ministero in persona del Sostituto Procuratore generale Dott. D’ANGELO Giovanni, che ha concluso per il rigetto dei ricorsi;

udito per gli imputati l’avv. Flavio Masi, che ha concluso chiedendo l’accoglimento dei ricorsi.

Svolgimento del processo

1. La Corte d’appello di Milano confermava la condanna di C. O. e C.L. per i reati di bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale, nonchè di bancarotta impropria da reato societario commessi nelle rispettive qualità di presidente del consiglio di amministrazione e successivamente di liquidatore, il primo, e di consigliere d’amministrazione, il secondo, della Arges s.p.a., dichiarata fallita il (OMISSIS). In parziale riforma della pronunzia di primo grado, invece, la Corte distrettuale dichiarava l’estinzione per prescrizione degli ulteriori reati di bancarotta preferenziale e ricorso abusivo al credito pure contestati ai summenzionati imputati.

2. Avverso la sentenza ricorrono entrambi gli imputati a mezzo del comune difensore, il quale, con unico atto d’impugnazione, articola otto motivi.

2.1 Con il primo viene eccepita la nullità della sentenza perchè fondata sulla valutazione della deposizione e della relazione del consulente del pubblico ministero, atti nel corso dei quali questi avrebbe riferito, in violazione dell’art. 197 c.p.p., lett. d), del contenuto delle audizioni eseguite, nell’espletamento dell’incarico, di diversi testimoni e degli stessi imputati.

2.2 Con il secondo motivo i ricorrenti deducono il difetto assoluto di motivazione per essersi la Corte distrettuale sostanzialmente limitata a richiamare quella della sentenza di primo grado, mentre con il terzo denunciano il travisamento delle risultanze processuali in merito all’affermata circostanza per cui l’esistenza della società estera GMS (riconducibile a C.O.) sarebbe emersa solo a seguito degli accertamenti compiuti dal curatore presso la cliente della fallita Unecamoto. Analogo travisamento viene evidenziato con riguardo ai presunti pagamenti effettuati da quest’ultima a GMS per la merce fornita dalla fallita, atteso che il debito della società cubana venne invero solo rinegoziato e la presunta differenza tra il suo valore (espresso in dollari) e quello del credito ceduto dalla citata GMS in sede di transazione con la curatela invero altro non sarebbe che la logica conseguenza della conversione tra le due diverse valute.

2.3 Ulteriori vizi della motivazione vengono dedotti con il quarto motivo in ordine alla ritenuta falsificazione dei bilanci della fallita oggetto dell’imputazione L. Fall., ex art. 223, comma 2, n. 1), non avendo la Corte distrettuale spiegato a che titolo e per quale entità avrebbe dovuto essere costituito un fondo di svalutazione dei crediti.

2.4 Con il quinto motivo si lamenta l’errata applicazione della L. Fall., art. 216, e correlati vizi motivazionali in ordine alla ritenuta configurabilità del reato di bancarotta documentale in riferimento alla mancata appostazione del summenzionato fondo, mentre con il sesto motivo viene eccepita ulteriore errata applicazione della legge penale in riferimento all’affermata responsabilità di C.L. sostanzialmente a titolo di omesso controllo, condotta non prevista dalle norme incriminatrici contestate.

2.5 La motivazione della sentenza viene nuovamente censurata con il settimo motivo per non aver i giudici d’appello tenuto conto della relazione del curatore fallimentare (il cui contenuto questi avrebbe confermato in udienza), nella quale si segnalavano irregolarità nelle scritture contabili al più integranti la fattispecie di bancarotta semplice e si negava l’acquisizione dell’evidenza di condotte distrattive. Ulteriori vizi della motivazione vengono dedotti infine con l’ottavo motivo in relazione alla censurata entità della provvisionale liquidata in prime cure, illogicamente ritenuta congrua dalla Corte territoriale solo perchè inferiore all’ammontare del credito vantato dalla fallita nei confronti di Unecamoto.

Motivi della decisione

1. I ricorsi sono fondati nei limiti che di seguito verranno illustrati.

2. Invero infondato è il primo motivo di ricorso che si fonda sull’orientamento giurisprudenziale per cui il consulente che partecipi agli atti di assunzione di dichiarazioni da persone informate sui fatti o dall’indagato, sarebbe incompatibile con l’ufficio di testimone ai sensi dell’art. 197 c.p.p., lett. d), in quanto ausiliario del pubblico ministero.

2.1 Orientamento questo che si è formato con specifico riguardo agli incarichi di consulenza conferiti ad esperti di neuropsichiatria infantile e tesi alla valutazione dell’attendibilità del minore persona offesa di abusi sessuali. Contrariamente a quanto sostenuto nella sentenza impugnata, il summenzionato principio è stato affermato proprio nei termini richiamati dal ricorrente e non già con l’intenzione di limitarne la portata allo specifico aspetto dell’attendibilità della persona assunta a sommarie informazioni. In realtà, come agevolmente si ricava dalla lettura delle citate pronunzie (e soprattutto dalla motivazione di Sez. 3, n. 4526/02 del 26 novembre 2001, Er Regraui, Rv. 221052, richiamata anche nel ricorso e dalla Corte distrettuale), il fondamento della ritenuta incompatibilità del consulente a testimoniare è stato individuato nel fatto che egli assumerebbe la qualifica di ausiliario del pubblico ministero, per l’appunto espressamente indicata nella menzionata lett. d) dell’art. 197 tra quelle che tale incompatibilità determinano.

2.2 Peraltro, più di recente, questa Corte ha mostrato di non condividere più tale orientamento, affermando l’opposto principio per cui deve escludersi l’incompatibilità con l’ufficio di testimone per il consulente tecnico incaricato dal P.M. non rivestendo costui la qualità di ausiliario dell’organo inquirente, in quanto è tale solo l’ausiliario in senso tecnico che appartiene al personale della segreteria o della cancelleria dell’ufficio giudiziario e non già un soggetto estraneo all’amministrazione giudiziaria che si trovi a svolgere, di fatto ed occasionalmente, determinate funzioni previste dalla legge (Sez. 3, n. 8377 del 17 gennaio 2008, Scarlassare e altro, Rv. 239282). Tale indirizzo, che il collegio ritiene di condividere apparendo maggiormente aderente al dato normativo e alla sua ratio, è venuto rapidamente consolidandosi (v. ex multis Sez. 3, n. 42721 del 9 ottobre 2008, Amicarelli, Rv. 241426; Sez. 3, n. 24294 del 7 aprile 2010, D. S. B., Rv. 247869; Sez. 3, n. 3055/13 del 27 novembre 2012, T., Rv. 254137), mentre quello meno recente non è stato più riproposto, tanto da doverlo considerare oramai abbandonato. Ne consegue che non può ritenersi in atto un effettivo contrasto giurisprudenziale che imponga la rimessione della questione alle Sezioni Unite.

2.3 Deve conclusivamente rilevarsi che la Corte territoriale ha correttamente respinto l’eccezione di inutilizzabilità proposta dagli imputati e conseguentemente legittimamente fondato la propria decisione sulle dichiarazioni e sulla relazione del consulente del pubblico ministero, a nulla rilevando che la motivazione adottata a sostegno del menzionato rigetto non possa essere ritenuta altrettanto corretta (Sez. 2, n. 19696 del 20 maggio 2010, Maugeri e altri, Rv. 247123; Sez. Un., n. 155/12 del 29 settembre 2011, Rossi e altri, in motivazione).

3. Inammissibile è invece il secondo motivo, con il quale in maniera generica i ricorrenti lamentano la natura solo apparente della motivazione della sentenza in forza del rinvio da questa operato a quella della pronunzia di primo grado, senza peraltro confrontarsi con l’espressa precisazione da parte della Corte distrettuale che tale rinvio veniva operato nei rigorosi limiti di ciò che non fosse stato contestato con il gravame di merito ovvero di quanto contestato ricorrendo alla mera riproposizone degli argomenti disattesi dal giudice di prime cure non correlati alle ragioni della sua decisione.

In altri termini i giudici milanesi hanno fatto riferimento ai criteri stabiliti da questa Corte in merito alle condizioni che legittimano il ricorso alla motivazione per relationem e pertanto la generica censura di tale operazione, senza la contestuale indicazione di quali siano le critiche mosse alla sentenza di primo grado con l’atto d’appello che sarebbero state ignorate, risulta del tutto aspecifico.

4. Parimenti inammissibile è il terzo motivo, nella misura in cui con esso si lamenta l’omessa valutazione di prove documentali, indicate in maniera generica (e comunque non allegate al ricorso o riprodotte nel corpo del medesimo) e di cui solo sommariamente i ricorrenti evocano la capacità di confutare alcune affermazioni svolte in sentenza, ma di cui non viene rivelato l’effettivo contenuto, nè le ragioni della asserita decisività. La Corte distrettuale, peraltro, ha fatto riferimento all’emersione del ruolo di GMS nello specifico affare tra Unecamoto e la fallita trattando della percezione in tal senso avutane dal collegio sindacale, mentre i ricorrenti non hanno saputo precisare per quale motivo l’esistenza di un pregresso rapporto contrattuale tra ARGES e GMS dovrebbe compromettere la tenuta argomentativa della sentenza impugnata e soprattutto perchè l’eventuale intermediazione di GMS, società gestita da C.O., impedirebbe di configurare la natura distrattiva dell’intera operazione. Quanto alle presunte illogicità della motivazione denunciate con il medesimo motivo è appena il caso di evidenziare come la Corte distrettuale – e prima di essa il Tribunale – abbia fondato la prova della natura distrattiva dell’operazione Unecamoto sulla base della documentazione da questa fornita al curatore circa la reale identità del soggetto con cui si era interfacciata e cioè GMS. In tal senso il passaggio della sentenza criticato dai ricorrenti non ha voluto intendere che la prova della distrazione discenda dalla progressiva erosione del credito, quanto piuttosto, richiamando un brano della pronunzia di primo grado in maniera forse troppo sintetica ma comunque sufficientemente esaustiva, evidenziare come la stessa rinegoziazione di quest’ultimo ad opera di GMS e non già della fallita dimostra la sussistenza del reato: in altri termini, secondo i giudici del merito, se è GMS che ha rinegoziato il credito sarebbe più che verosimile quanto sostenuto da Unecamoto e cioè che era a mani della stessa GMS che avvennero i pagamenti. Ragionamento questo la cui tenuta è fuori discussione e che i ricorrenti invero non hanno specificamente contestato nelle sue premesse.

5. Manifestamente infondato è anche il quarto motivo, atteso che è la rilevata necessità di svalutare il credito a rivelare la falsità dei bilanci anteriori. E’ dunque irrilevante che i giudici del merito non abbiano precisato l’ammontare dell’ipotizzato fondo, atteso che la sua costituzione comunque è indice dell’esigenza di rimediare alla manipolazione dell’informazione veicolata dai bilanci in precedenza, attribuendo alla fallita un credito invero distratto a favore di un soggetto terzo.

6. Fondati sono invece il quinto, il sesto e il settimo motivo, il cui accoglimento comporta l’assorbimento dell’ottavo.

GR AVVOCATO PENALISTA6.1 Quanto alla fattispecie di bancarotta documentale deve infatti osservarsi che, a fronte dell’imputazione (peraltro avvenuta in via suppletiva nel corso del dibattimento) di aver tenuto la contabilità in maniera da non consentire la ricostruzione del volume d’affari della fallita, la Corte distrettuale ha sostanzialmente motivato la responsabilità degli imputati facendo esclusivo riferimento alla acclarata falsità dei bilanci, senza dimostrare ciò che invece era dedotto in contestazione e cioè, per l’appunto, l’impossibilità di ricostruire i movimenti relativi all’operazione Unecamoto, anche alla luce della relazione del curatore, il quale non aveva denunciato difficoltà in tal senso. In altri termini la falsificazione del bilancio – condotta di per sè integrante il reato previsto dal’art. 2621 c.c., o, qualora correlabile alla determinazione del dissesto o del suo aggravamento, quello di bancarotta da reato societario – non consente di per sè di ritenere consumato anche il reato di bancarotta fraudolenta documentale, dovendosi provare che dalle scritture contabili nel loro complesso non sia stato possibile ricostruire altrimenti il volume e il patrimonio del fallito di cui il bilancio ha fornito una immagine non veritiera.

6.2 Quanto poi all’affermata responsabilità di C.L., la sentenza si rivela sostanzialmente immotivata, limitandosi all’apodittico e generico riferimento alla sua canea di consigliere d’amministrazione, al più idoneo a giustificare – contrariamente a quanto sostenuto nel ricorso, stante il disposto dell’art. 40 cpv. c.p. – la condanna per la bancarotta documentale (viziata per altro motivo come si è visto), ma non certo per gli altri reati in contestazione. In tal senso è infatti necessario dimostrare o l’effettivo svolgimento diretto del singolo consigliere negli atti di gestione oggetto di illecito ovvero la sua consapevolezza che altri stessero operando in potenziale danno del ceto creditorio e che egli abbia volontariamente omesso di attivarsi per impedirlo come invece impostogli dai doveri della sua carica (cfr. Sez. 5, n. 23000/13 del 5 ottobre 2012, Berlucchi e altri, Rv. 256939).

7. Conclusivamente la sentenza deve essere annullata con rinvio per nuovo esame ad altra sezione della Corte d’appello di Milano per il C.O. limitatamente al reato di bancarotta documentale e in toto per C.L.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata nei confronti di C.L., nonchè, limitatamente ali addebito di bancarotta fraudolenta documentale, nei confronti di C.O. con rinvio per nuovo esame ad altra sezione della Corte di appello di Milano. Rigetta nei resto il ricorso di C.O.

Così deciso in Roma, il 10 giugno 2014.

Depositato in Cancelleria il 21 luglio 2014

 

CORTE DI CASSAZIONE, SEZIONE V, SENTENZA 20 MARZO 2014, N. 13070. IN TEMA DI BANCAROTTA FRAUDOLENTA DOCUMENTALE, L’ATTENUANTE DI CUI ALL’ART. 219, COMMA TERZO, LEGGE FALL. È APPLICABILE, MA LA PARTICOLARE TENUITÀ DEL FATTO DI CUI ALL’ART. 219, COMMA TERZO, LEGGE FALL., DEVE ESSERE VALUTATA IN RELAZIONE AL DANNO CAUSATO ALLA MASSA CREDITORIA IN SEGUITO ALL’INCIDENZA CHE LE CONDOTTE INTEGRANTI IL REATO HANNO AVUTO SULLA POSSIBILITÀ DI ESERCITARE LE AZIONI REVOCATORIE E LE ALTRE AZIONI POSTE A TUTELA DEGLI INTERESSI CREDITORI

Suprema Corte di Cassazione

sezione V

sentenza  20 marzo 2014, n. 13070

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza del 27 settembre 2005 del Tribunale di Monza, confermata dalla Corte d’appello di Milano, in data 5 giugno 2012, I.V. era condannato alla pena ritenuta di giustizia in relazione al reato di bancarotta fraudolenta documentale, perché in qualità di amministratore unico della “In Service s.r.I.”, dichiarata fallita con sentenza del 7 agosto 2000 dal Tribunale di Monza, sottraeva od occultava tutti i libri e le scritture contabili della società fallita, con lo scopo di procurarsi un ingiusto profitto. L’imputato era invece assolto dall’accusa di bancarotta fraudolenta per distrazione, in relazione al corrispettivo della fattura emessa dalla ditta Termoidraulica G.M., per la fornitura di materiali.
2. Contro la sentenza propone ricorso l’imputato, con atto del proprio difensore, avv. M.M., affidato a due motivi.
2.1. Con il primo motivo il ricorrente deduce violazione dell’articolo 606 cod. proc. pen., lettera B ed E, per erronea applicazione della legge penale e contraddittorietà ed illogicità della motivazione in ordine all’elemento intenzionale. Il ricorrente evidenzia di essere stato assolto dall’iniziale imputazione di bancarotta distrattiva patrimoniale, per cui è provato che il ceto creditorio della società fallita non ha subito alcun danno patrimoniale diretto ed immediato conseguente ad alcun reato; ciò significa che l’imputato non ha tratto alcun ingiusto profitto patrimoniale. Risulta chiara, allora, la contraddittorietà della motivazione in ordine all’elemento soggettivo del reato, che andava derubricato in quello di bancarotta semplice.
2.4. Con il secondo motivo il ricorrente deduce violazione dell’articolo 606 cod. proc. pen., lettera E, in relazione all’art. 219, ultimo comma, del R.D. 16 marzo 1942, n. 267, per manifesta illogicità della motivazione in ordine al mancato riconoscimento dell’attenuante del danno di speciale tenuità; la Corte territoriale l’ha esclusa per la difficoltà di calcolo del danno in relazione all’ipotesi di bancarotta documentale, ma ha determinato l’importo della distrazione in relazione all’ipotesi patrimoniale, per la quale è intervenuta assoluzione. In ogni caso la difficoltà di determinazione del danno, in ossequio al principio generale del favor rei, doveva imporre il riconoscimento dell’attenuante.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è fondato.
2. La prima delle censure mosse alla sentenza impugnata è fondata. Invero, per la configurabilità delle ipotesi di reato consistenti nella sottrazione, distruzione o falsificazione di libri e scritture contabili deve ritenersi necessario, a mente dell’art. 219 co. 1 n. 2 R.D. 16/3/1942, n. 267, il dolo specifico consistente nello “scopo di procurare a sè o ad altri un ingiusto profitto o di recare pregiudizio ai creditori”, mentre nei casi di irregolare tenuta della contabilità, in modo da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio e/o del movimento degli affari, è sufficiente il dolo generico in quanto la finalità dell’agente è riferita ad un elemento costitutivo della stessa fattispecie normativa – l’impossibilità di ricostruire il patrimonio e gli affari dell’impresa – e non ad un elemento ulteriore, quello del pregiudizio dei creditori, non necessario per la consumazione del delitto (Sez. 5, n. 1137 del 17/12/2008 – dep. 13/01/2009, Vianello, Rv. 242550).
2.1. Nella fattispecie in esame, all’I. è stato contestato il delitto di bancarotta fraudolenta documentale, commesso attraverso la sottrazione o l’occultamento di tutte le scritture contabili, con lo scopo di procurarsi un ingiusto profitto.
Orbene, il Giudice di primo grado ha ritenuto che fosse sufficiente, ad integrare il delitto di che trattasi, il mancato reperimento iniziale delle scritture e, soprattutto, la mancata consegna da parte dell’imputato al curatore, poiché questi ha riferito di non aver potuto ricostruire il patrimonio della fallita; inoltre ha dedotto la finalità di recare pregiudizio ai creditori dal mancato reperimento della fattura emessa dalla ditta G., il cui corrispettivo – nella iniziale prospettiva accusatoria – era stato oggetto di distrazione. La Corte d’appello, pur in presenza di apposito motivo di impugnazione sul punto, si è limitata ad affermare la sicura esistenza dell’elemento psicologico del reato, poiché le condotte richiedono un “dolo ridotto, che si sostanzia nella consapevolezza e volontà” di conseguire il risultato della impossibile ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari e dunque un dolo generico.
2.2. I Giudici di merito non hanno distinto e non hanno motivato, come avrebbero dovuto, in ordine al dolo specifico necessario per l’ipotesi di bancarotta fraudolenta documentale per distruzione rispetto a quello generico, sufficiente per la bancarotta documentale attraverso la tenuta dei libri e delle scritture contabili in maniera non idonea a consentire la ricostruzione del patrimonio e/o del movimento d’affari della società.
3. Anche la seconda censura è fondata.
3.1. Erroneamente la decisione impugnata afferma che l’attenuante speciale prevista dall’all’art. 219, ultimo comma, del R.D. 16 marzo 1942, n. 267 non è riscontrabile nelle ipotesi di bancarotta documentale, ove risulta difficilmente calcolabile il danno causato all’intero ceto dei creditori.
3.2. Viceversa deve affermarsi il principio di diritto opposto: in tema di bancarotta fraudolenta documentale, l’attenuante di cui all’art. 219, comma terzo, legge fall. è applicabile, ma la particolare tenuità del fatto di cui all’art. 219, comma terzo, legge fall., deve essere valutata in relazione al danno causato alla massa creditoria in seguito all’incidenza che le condotte integranti il reato hanno avuto sulla possibilità di esercitare le azioni revocatorie e le altre azioni poste a tutela degli interessi creditori (Sez. 5, n. 19304 del 18/01/2013, Tumminelli, Rv. 255439; Sez. 5, n. 24325 del 18/05/2005, Piati, Rv. 232206).
Qualora un tale danno non sussista, ovvero non sia dimostrato, l’attenuante va applicata.
4. In conclusione la decisione impugnata deve essere annullata, con rinvio, per nuovo giudizio in ordine alla sussistenza del delitto, con particolare riferimento alla ravvisabilità, nell’I., dell’elemento psicologico del reato del quale è stato dichiarato colpevole e della sussistenza dell’attenuante prevista dall’all’art. 219, ultimo comma, del R.D. 16 marzo 1942, n. 267.

P.Q.M.

annulla la sentenza impugnata con rinvio per nuovo esame ad altra sezione della Corte d’appello di Milano.

 

 

Bancarotta fraudolenta documentale, elemento psicologico, dolo generico

Cassazione penale , sez. V, sentenza 29.01.2013 n° 4333

Il reato di bancarotta fraudolenta documentale si caratterizza, quanto all’elemento psicologico, dal dolo generico, a meno che non si tratti di bancarotta fraudolenta per distrazione o occultamento della contabilità, nel qual caso è richiesto il dolo specifico.

Pertanto non è richiesta necessariamente una finalizzazione della condotta all’intenzione di rendere impossibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari del fallito; è viceversa sufficiente che l’autore del reato agisca con la consapevolezza che una determinata tenuta della contabilità possa condurre a siffatte conseguenze.

/ bancarotta fraudolenta documentale / elemento psicologico / dolo generico /

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SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE V

Sentenza 29 gennaio 2013, n. 4333

Svolgimento del processo

1. Con la sentenza impugnata veniva confermata la sentenza del Tribunale di Milano dell’11/12/2002, con la quale D.R. veniva condannata alla pena di anni due di reclusione per il reato di cui al R.D. 16 marzo 1942, n. 267, art. 216 commesso quale amministratore unico fino al luglio del 2009 e poi liquidatore della Emme Esse Due s.r.l., dichiarata fallita in (OMISSIS), in concorso con gli amministratori di fatto I.M. e I.F., tenendo le scritture contabili in modo da impedire la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari della società e distraendo merci vendute nel 1999 con operazioni non contabilizzate.

2. L’imputata ricorrente deduce i seguenti motivi.

2.1. Violazione di legge e difetto di motivazione in ordine all’affermazione di responsabilità per il reato di bancarotta patrimoniale. Posto che la condotta distrattiva veniva individuata in concreto nel trasferimento delle merci presenti nel magazzino della fallita in favore della Mobili d’Arte s.r.l., gestita dai coimputati, la ricorrente lamenta illogicità della motivazione in ordine alla consapevolezza della distrazione delle merci in quanto fondata sul dato irrilevante della conoscenza dello stato di insolvenza della società, non incompatibile con la convinzione dell’imputata che l’acquisto del magazzino sarebbe stato pagato dagli I. con denaro liquido necessario per far fronte ai debiti della fallita.

2.2. Violazione di legge e difetto di motivazione in ordine all’affermazione di responsabilità per il reato di bancarotta documentale. La ricorrente osserva che l’incapacità dell’imputata di occuparsi della gestione contabile, dopo che il professionista a ciò addetto aveva lasciato l’incarico, e la collaborazione successivamente offerta dalla stessa al curatore nella ricostruzione dei movimenti contabili dell’ultimo semestre, contrastano con la ravvisabilità del dolo specifico di impedire la ricostruzione del patrimonio sociale, e rendono al più configurabile un dolo eventuale incompatibile con la fattispecie incriminatrice.

Motivi della decisione

1. Il motivo di ricorso relativo all’affermazione di responsabilità dell’imputata per il reato di bancarotta patrimoniale è infondato.

La sentenza impugnata era congruamente motivata sul carattere preordinato della distrazione realizzata dagli amministratori di fatto della fallita, laddove gli stessi, nel maggio del 1999 e quindi solo un mese prima della messa in liquidazione della società fallita, costituivano la Mobili d’Arte s.r.l., avente lo stesso oggetto sociale, alla quale trasferivano i beni di cui all’imputazione; nonchè sulla piena conoscenza di tali circostanze in capo all’imputata, la quale era proprietaria di alcune quote della fallita, era presente nel punto vendita della stessa ed ammetteva comunque di sapere della costituzione della nuova società e della cessione dei beni alla stessa. Del tutto coerenti erano pertanto le conclusioni della Corte territoriale sulla consapevolezza, da parte dell’imputata, della mancata corresponsione del prezzo dei beni, sull’inerzia della stessa nella riscossione della somma e sulla valenza che tali elementi assumevano, alla luce della funzione di responsabile legale della fallita assunta dalla D., in termini di configurabilità del concorso della predetta nel reato. Il che implica un altrettanto coerente giudizio di inattendibilità della versione difensiva sulla convinzione dell’imputata che l’acquisto dei beni sarebbe stato pagato dagli I.

2. Infondato è altresì il motivo di ricorso relativo all’affermazione di responsabilità dell’imputata per il reato di bancarotta documentale.

L’elemento psicologico del reato di bancarotta fraudolenta documentale, nella fattispecie contestata nel caso di specie, assume, contrariamente a quanto sostenuto dalla ricorrente, natura di dolo generico. Esso pertanto non richiede necessariamente una finalizzazione della condotta all’intenzione di rendere impossibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari della fallita; è viceversa sufficiente che l’autore del reato agisca con la consapevolezza che una determinata tenuta della contabilità possa condurre a siffatte conseguenze (Sez. 5, n. 21872 del 25/03/2010, Laudiero, Rv. 247444). Ed in questa prospettiva è evidente come non vi siano ragioni di incompatibilità del dolo eventuale con la struttura della fattispecie (Sez. 5, n.38712 del 19/06/2008, Prandelli, Rv. 242022).

Nessun contrasto è ravvisabile, rispetto a questo orientamento, nella pronuncia oggi citata dal difensore della ricorrente (Sez. 5, n. 25093 del 03/05/2012, Scornavacca), la quale al contrario conferma la ricostruzione del dolo tipico della fattispecie in esame nei termini, pienamente conformi alla figura del dolo generico, della consapevolezza che determinate modalità di tenuta della contabilità siano produttive di impossibilità di ricostruire l’andamento gestionale; precisando, ma è conclusione già propria del costante orientamento in precedenza riportato, che tale consapevolezza non si risolve in quella della mera irregolarità delle registrazioni contabili.

Neppure è dato ravvisare, in questa lettura della configurazione dell’elemento psicologico della fattispecie in esame, l’irragionevole disparità di disciplina lamentata oggi dal difensore rispetto alla previsione del dolo specifico di ingiusto profitto o di lesione delle ragioni dei creditori viceversa prevista dalla norma incriminatrice per la fattispecie della bancarotta fraudolenta documentale per distruzione o occultamento della contabilità. La consapevole tenuta della contabilità in modo da impedire la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari della fallita implica invero consapevolezza, altresì, del pregiudizio che da tale condotta non può che derivare per le possibilità di verifica sul corretto mantenimento della garanzia per i creditori (Sez. 5, n. 1137 del 17/12/2008 (13/01/2009), Vianello, Rv.242550), così connotando il fatto della dimensione di offensività verso gli interessi tutelati dalla norma incriminatrice; offensività che viceversa nelle condotte soppressive della contabilità è data dal dolo specifico, potendo essere dette condotte realizzate con modalità ed a fini diversi.

Ciò posto, la sentenza impugnata era correttamente motivata in questa cornice giuridica, nel momento in cui vi si individuava la condotta penalmente rilevante nella mancata annotazione di fatture di vendita, che rendeva immediatamente percepibile come in tal modo si realizzasse la sottrazione di un supporto documentale indispensabile per la ricostruzione delle operazioni commerciali e delle disponibilità patrimoniali della società, e non una mera irregolarità contabile. Ed anzi, l’ulteriore riferimento della Corte territoriale alla contestualità di tale omissione con lo svuotamento del magazzino della fallita, ed alla conseguente strumentalità della disfunzione contabile rispetto all’occultamento di quest’ultima operazione, arricchisce la motivazione di argomenti in definitiva riferibili ad un contenuto doloso ulteriore rispetto a quello che, per quanto detto, è sufficiente ad integrare il reato contestato.

Il ricorso deve pertanto essere rigettato, seguendone la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

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