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Va anzitutto ribadita in premessa la regola per la quale la decisione d’appello difforme da quella di primo grado deve fornire adeguata confutazione delle ragioni poste a base di quest’ultima, (da ultimo, Sez. 6, Sentenza n. 26810 del 7/04/2011 Rv. 250470). Ciò posto occorre poi rilevare che nel giudizio di appello, in assenza di mutamenti del materiale probatorio acquisito al processo, la riforma della sentenza assolutoria di primo grado, una volta compiuto il confronto puntuale con la motivazione della decisione di assoluzione, impone al giudice di argomentare circa la configurabilità del diverso apprezzamento come l’unico ricostruibile al di là di ogni ragionevole dubbio, in ragione di evidenti vizi logici o inadeguatezze probatorie che abbiano minato la permanente sostenibilità del primo giudizio (Sez. 6, Sentenza n. 8705 del 24/01/2013 Rv. 254113) e che deve ritenersi illegittima la sentenza d’appello che, in riforma di quella assolutoria condanni l’imputato sulla base di una alternativa interpretazione del medesimo compendio probatorio utilizzato nel primo grado di giudizio, occorrendo, invece, una forza persuasiva superiore della motivazione, tale da far cadere “ogni ragionevole dubbio”. (Sez. 6, Sentenza n. 49755 del 21/11/2012 Rv. 253909).

Rispetto al caso di specie, appare anzitutto effettivamente travisato il dato concernente la capacità reddituale dell’imputato.

 

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SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE III PENALE

Sentenza 27 marzo – 12 giugno 2013, n. 25806

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNINO Saverio F. – Presidente –

Dott. SARNO Giulio – rel. Consigliere –

Dott. ROSI Elisabetta – Consigliere –

Dott. GRAZIOSI Chiara – Consigliere –

Dott. ANDRONIO Alessandro Maria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

M.S. N. IL (OMISSIS);

avverso la sentenza n. 247/2010 CORTE APPELLO di SALERNO, del 18/06/2012;

visti gli atti, la sentenza e il ricorso;

udita in PUBBLICA UDIENZA del 27/03/2013 la relazione fatta dal Consigliere Dott. GIULIO SARNO;

Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. LETTIERI Nicola che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso.

Svolgimento del processo

1. M.S. propone ricorso per cassazione avverso la sentenza in epigrafe con la quale la corte di appello di Salerno, in riforma di quella emessa dal tribunale della medesima città in data 18 settembre 2009 con cui l’imputato era stato assolto dal D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73, ai sensi del capoverso dell’art. 530 c.p.p. per non aver commesso il fatto, dichiarava l’imputato stesso colpevole del reato ascrittogli e, riconosciuta l’ipotesi di cui al comma 5 dell’art. 73 e le attenuanti generiche, lo condannava alla pena di anni uno di reclusione ed Euro 3000 di multa per la detenzione a fine di spaccio di tre confezioni di hashish del peso di grammi 1,3 cadauna nonchè di un ulteriore involucro contenente 41,4 gr. per 226 dosi medie singole.

2. Il tribunale aveva motivato l’assoluzione ritenendo che gli indicatori di una possibile destinazione allo spaccio del quantitativo di droga detenuto (il bilancino di precisione rinvenuto, la ripartizione in dosi di parte dello stupefacente), erano bilanciati in senso contrario dal fatto che lo stupefacente era detenuto in casa e dalla mancanza di ulteriori elementi rivelatori dello spaccio.

3. La corte di appello, accogliendo l’impugnazione del PG, modificava la decisione di primo grado, valorizzando per l’attività di spaccio il quantitativo cospicuo di stupefacente, l’occultamento di esso in una intercapedine sul balcone dell’abitazione, la compresenza di un bilancino di precisione e di un coltello, nonchè la mancanza di un reddito da attività lecite da parte dell’imputato idoneo a giustificare l’acquisto di tutto lo stupefacente sequestrato.

4. Deduce in questa sede il ricorrente l’errata applicazione della legge penale e la contraddittorietà e la genericità della motivazione evidenziando che sulla base degli elementi descritti, il gip, in sede di udienza di convalida del fermo, aveva ritenuto non sussistenti gli elementi indizianti per l’applicazione di una misura cautelare; che la motivazione dei giudici di appello si risolve in una formula di stile, ed è priva della indicazione delle ragioni per le quali gli elementi che nei precedenti gradi del giudizio non stati considerati a favore dell’imputato, avrebbero dovuto essere diversamente valutati. In più si fa notare come errato sia il riferimento alla mancanza di un reddito da attività lecite in quanto, come già riportato nella sentenza di primo grado, il M. aveva ampiamente giustificato, depositando il CUD, il possesso di un reddito sufficiente a consentirgli l’acquisto della sostanza.

Motivi della decisione

5. Il ricorso è fondato.

Va anzitutto ribadita in premessa la regola per la quale la decisione d’appello difforme da quella di primo grado deve fornire adeguata confutazione delle ragioni poste a base di quest’ultima, (da ultimo, Sez. 6, Sentenza n. 26810 del 7/04/2011 Rv. 250470). Ciò posto occorre poi rilevare che nel giudizio di appello, in assenza di mutamenti del materiale probatorio acquisito al processo, la riforma della sentenza assolutoria di primo grado, una volta compiuto il confronto puntuale con la motivazione della decisione di assoluzione, impone al giudice di argomentare circa la configurabilità del diverso apprezzamento come l’unico ricostruibile al di là di ogni ragionevole dubbio, in ragione di evidenti vizi logici o inadeguatezze probatorie che abbiano minato la permanente sostenibilità del primo giudizio (Sez. 6, Sentenza n. 8705 del 24/01/2013 Rv. 254113) e che deve ritenersi illegittima la sentenza d’appello che, in riforma di quella assolutoria condanni l’imputato sulla base di una alternativa interpretazione del medesimo compendio probatorio utilizzato nel primo grado di giudizio, occorrendo, invece, una forza persuasiva superiore della motivazione, tale da far cadere “ogni ragionevole dubbio”. (Sez. 6, Sentenza n. 49755 del 21/11/2012 Rv. 253909).

Rispetto al caso di specie, appare anzitutto effettivamente travisato il dato concernente la capacità reddituale dell’imputato.

In ogni caso, tuttavia, nemmeno indicano i giudici di appello le ragioni per le quali la ricostruzione da essi effettuata debba ritenersi la sola idonea a superare il parametro dell’oltre ogni ragionevole dubbio e le ragioni della erroneità del percorso motivazionale seguito dal giudice di prime cure.

6. Ribadito conclusivamente in questa sede che l’assoluzione non presuppone la certezza dell’innocenza, ma la mera non certezza della colpevolezza (Sez. 3, Sentenza n. 42007 del 27/09/2012 Rv. 253605), la sentenza deve essere annullata con rinvio per consentire un nuovo esame alla luce dei principi indicati.

P.Q.M.

La Corte Suprema di Cassazione annulla la sentenza impugnata con rinvio alla Corte di Appello di Napoli.

Così deciso in Roma, il 27 marzo 2013.

Depositato in Cancelleria il 12 giugno 2013

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Del resto, questo è stato anche l’assunto delle successive Sezioni unite di questa Corte nella sentenza n. 36258 del 2012, P.G. e Biondi, secondo la quale “al proposito, è utile osservare che, già per le ipotesi ordinarie (quelle non riconducibili al comma 5 dell’art. 73 che, come è noto, prevede i casi attenuati del fatto di lieve entità), il legislatore ha approntato un quadro sanzionatorio di estrema severità. Invero, la pena detentiva va da 6 a 20 anni di reclusione e quella pecuniaria da Euro 26.000 a Euro 260.000 di multa. Dunque, anche in caso si ritenga insussistente l’aggravante de qua, il giudicante ha a sua disposizione una gamma sanzionatoria, che, non solo gli consente, come è ovvio, di graduare la pena secondo i noti criteri di cui all’art. 133 cod. pen., ma che gli conferisce il potere – ricorrendone ovviamente i presupposti oggettivi e soggettivi – di fornire una risposta repressiva in termini quantitativamente molto elevati. Il limite massimo della pena edittale per il reato di cui all’art. 73 della vigente legge sugli stupefacenti, invero, si allinea a quelli previsti per alcuni tra i più gravi delitti“.

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Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 6 – 14 maggio 2015, n. 20140

Considerato in fatto

1. P.D. è imputato di avere illecitamente detenuto 8 kg di marijuana (principio attivo gr. 1143,61), quantità da considerarsi ingente, in (omissis).

In esito a giudizio abbreviato il 21.9.09 il GUP di Bologna, con motivazione depositata lo stesso giorno ma non contestuale, dopo aver escluso l’aggravante ed applicato le attenuanti generiche, con la diminuente per il rito lo ha condannato alla pena di quattro anni di reclusione e 16.000 Euro di multa. Ad essa è pervenuto con questo calcolo: pena base nove anni di reclusione e 36.000 Euro di multa, con duplice successiva riduzione di un terzo, per le generiche e per il rito.

2. Questa sentenza è stata appellata dal procuratore generale felsineo, con motivo di errata esclusione dell’aggravante ex art. 80 dPR 309/90 e di inadeguatezza per difetto della pena in concreto applicata, anche per contraddittorietà della motivazione tra i principi di diritto indicati e la loro applicazione al caso.

2.1 Il difensore dell’imputato ha proposto appello incidentale ex art. 595 cod.proc.pen. con motivo che deduce l’insussistenza dell’aggravante de qua e l’eccessività della pena base.

In tempi successivi è stata depositata memoria ex art. 121 cod.proc.pen., anche sollecitando l’applicazione al caso degli effetti della sentenza n. 32/2014 della Corte costituzionale.

3. Con ordinanza del 22.5.14, dopo oltre quattro anni, la Corte d’appello di Bologna, osservato che la sentenza di primo grado era stata emessa in esito a giudizio abbreviato e ritenuto che l’impugnazione della parte pubblica non rientrasse tra i casi soli previsti dall’art. 443.3 cod.proc.pen. e tuttavia fosse ammissibile ai sensi dell’art. 568.5 cod.proc.pen., ha trasmesso gli atti a questa Corte.

Ragioni della decisione

4. Correttamente la Corte di Bologna ha giudicato che nella fattispecie (impugnazione della parte pubblica in esito a giudizio abbreviato conclusosi con condanna, relativa alla sola esclusione di una circostanza aggravante) l’atto di impugnazione dovesse essere qualificato come ricorso. La parte pubblica può infatti proporre appello anche per il solo punto della decisione relativo all’esclusione di una circostanza aggravante contestata nell’imputazione originaria, ma solo nei casi in cui la sentenza abbia anche modificato il titolo di reato: ciò anche quando il pubblico ministero pure non impugni contestualmente anche il punto della decisione relativo alla intervenuta modifica del titolo di reato. In altri termini, il mutamento del titolo di reato nella sentenza di condanna è il presupposto indefettibile e sufficiente per l’appello della parte pubblica, il cui contenuto può poi riguardare anche la sola esclusione di una circostanza aggravante (Sez. 6 sent 6274/2011 per tutte).

4.1 Ciò determina innanzitutto l’inammissibilità dell’appello incidentale dell’imputato (l’impugnazione incidentale essendo istituto non generale della disciplina delle impugnazioni ma specifico della disciplina dell’appello: art. 595 cod.proc.pen.), ancorché l’intervenuta sentenza n.32/2014 della Corte costituzionale (oggetto di specifica memoria difensiva) per sé imponga la rideterminazione della pena, quella detentiva base indicata dal primo Giudice (nove anni) risultando ora illegale.

5. Allo stato il motivo di impugnazione della parte pubblica, che svolge deduzioni di erronea applicazione dell’art. 80 dPR n. 309/90, è fondato, nei termini che seguono.

Il GUP di Bologna muove da un presupposto condivisibile: l’idoneità tendenziale di un ampio margine edittale per l’ipotesi base, non aggravata, a soddisfare molte delle fisiologiche esigenze di dosimetria della pena afferenti il dato quantitativo della sostanza stupefacente che rileva nel singolo processo, dato che, anche in applicazione del principio costituzionale di ragionevole trattamento differente di situazioni oggettivamente diverse, per sé impone di riservare comunque il minimo edittale, e la sua prossimità, ai quantitativi più prossimi al limite della rilevanza penale della condotta.

Del resto, questo è stato anche l’assunto delle successive Sezioni unite di questa Corte nella sentenza n. 36258 del 2012, P.G. e Biondi, secondo la quale “al proposito, è utile osservare che, già per le ipotesi ordinarie (quelle non riconducibili al comma 5 dell’art. 73 che, come è noto, prevede i casi attenuati del fatto di lieve entità), il legislatore ha approntato un quadro sanzionatorio di estrema severità. Invero, la pena detentiva va da 6 a 20 anni di reclusione e quella pecuniaria da Euro 26.000 a Euro 260.000 di multa. Dunque, anche in caso si ritenga insussistente l’aggravante de qua, il giudicante ha a sua disposizione una gamma sanzionatoria, che, non solo gli consente, come è ovvio, di graduare la pena secondo i noti criteri di cui all’art. 133 cod. pen., ma che gli conferisce il potere – ricorrendone ovviamente i presupposti oggettivi e soggettivi – di fornire una risposta repressiva in termini quantitativamente molto elevati. Il limite massimo della pena edittale per il reato di cui all’art. 73 della vigente legge sugli stupefacenti, invero, si allinea a quelli previsti per alcuni tra i più gravi delitti“.

L’affermazione del GUP risulta tuttavia allo stato motivata in termini sostanzialmente assertivi, con riferimento al dato quantitativo, apprezzato nel suo solo contenuto numerico relativo al peso, neppure esplicitato nell’apprezzamento del numero di dosi ricavabili o commentato in relazione ad altra contingente peculiarità dello specifico caso. Termini assertivi che danno conto della violazione di legge lamentata dalla parte pubblica impugnante.

Il passare del tempo tra il momento di deliberazione della sentenza (settembre 2009) e quello in cui in concreto la Corte d’appello ha trasmesso gli atti (maggio 2014) ha determinato anche un almeno parziale mutamento dell’indirizzo giurisprudenziale di legittimità sul punto dei presupposti in fatto per ritenere configurabile la circostanza aggravante (con il sopravvenuto insegnamento delle Sezioni unite, prima richiamato) e, da ultimo, della sentenza della Corte costituzionale n. 32/2014 di particolare rilievo nel caso, laddove per le cosiddette droghe leggere ha ripristinato il massimo edittale dei sei anni di reclusione (rispetto a quello di venti anni commentato dal GUP).

Il principio di diritto affermato dalle Sezioni Unite, massimato nei termini che “in tema di produzione, traffico e detenzione illeciti di sostanze stupefacenti, l’aggravante della ingente quantità, di cui all’art. 80, comma secondo, d.P.R. n. 309 del 1990, non è di norma ravvisabile quando la quantità sia inferiore a 2.000 volte il valore massimo, in milligrammi (valore – soglia), determinato per ogni sostanza nella tabella allegata al d.m. 11 aprile 2006, ferma restando la discrezionale valutazione del giudice di merito, quando tale quantità sia superata“, mantiene efficacia anche dopo la sentenza della Corte costituzionale.

Invero, il senso dell’insegnamento contenuto in tale sentenza è stato in definitiva quello di trovare un parametro convenzionale, non arbitrario o invasivo delle competenze del silente Legislatore laddove basato sull’esperienza giurisdizionale dell’intero territorio nazionale, cui poter ancorare la sollecitazione ai Giudici del merito ad un’applicazione della norma tendenzialmente omogenea appunto su tutto il territorio nazionale, nell’ovvia ragionevole libertà (espressamente confermata nella sentenza richiamata) dell’attenzione alle peculiarità del caso ed alla possibilità di un apprezzamento specificamente motivato: i parametri del decreto ministeriale 11.4.1996 hanno costituito pertanto solo un dato oggettivo da cui muovere e non già il presupposto di legittimità dell’intero ragionamento. Quei parametri, pertanto, e la loro funzione di dato oggettivo esterno ragionevole e tecnicamente affidabile, permangono in quanto indipendenti rispetto alla sorte formale del decreto.

6. La sentenza impugnata deve pertanto essere annullata con rinvio (alla Corte d’appello ai sensi dell’art. 569.4 c.p.p.) su due punti: la configurabilità o meno della circostanza aggravante dell’ingente quantità (punto della decisione per la cui deliberazione il Giudice del rinvio terrà conto dell’insegnamento delle richiamate Sezioni unite); la rideterminazione della pena base, da quantificare all’interno dei limiti edittali ripristinati dalla sentenza della Corte costituzionale.

Rimane in giudicato il punto della decisione relativo all’affermazione di colpevolezza.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata limitatamente all’aggravante di cui all’art. 80 comma 2 dPR n. 309/90 e al trattamento sanzionatorio e rinvia per nuovo giudizio su tali punti ad altra sezione della Corte d’appello di Bologna.

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La differenza fra le due ipotesi di reato dell’art. 73 I. cit. non attengono affatto al carattere occasionale o abituale dello spaccio, in particolare l’ipotesi minore non è affatto condizionata dalla episodicità dell’attività criminale come dimostra il fatto che è prevista, nell’art. 74 d.p.r. 309/1990, la figura della associazione finalizzata alla commissione di reati di cui all”art 73 comma 5.. L’ipotesi di cui al quinto comma dell’articolo 73 si caratterizza per corrispondere al fenomeno criminale “piccolo spaccio” come già affermato da questa Corte (In tema di reati concernenti gli stupefacenti, la fattispecie autonoma di cui al comma quinto dell’art. 73 del d.P.R. n. 309 del 1990 è configurabile nelle ipotesi di cosiddetto piccolo spaccio, che si caratterizza per una complessiva minore portata dell’attività dello spacciatore e dei suoi eventuali complici, con una ridotta circolazione di merce e di denaro nonché di guadagni limitati e che ricomprende anche la detenzione di una provvista per la vendita che, comunque, non sia superiore – tenendo conto del valore e della tipologia della sostanza stupefacente – a dosi conteggiate a “decine”. (Sez. 6, n. 15642 del 27/01/2015 – dep. 15/04/2015, Driouech, Rv. 263068)) e come non può che ribadirsi dovendosi individuare la differenza sostanziale tra il primo ed il quinto comma che giustifica la diversità di reato.

Del resto, se si ritenesse che un reato “autonomo” , quale è l’art. 73, comma 5, sussista non per le sue caratteristiche in sé ma per essere la data condotta “singola” senza collocarsi nel contesto di una condotta abituale, dovrebbe ritenersi che il comma 1 dell’art. 73 sia un reato abituale, ricorrendo, invece, il reato dei comma 5 a fronte di qualsiasi entità del singolo traffico che non abbia caratteri di abitualità; o, comunque, dovrebbe ritenersi l’ipotesi di cui al primo comma quale reato eventualmente abituale con le conseguenze in tema di assorbimento delle ulteriori (pur se numerose e protratte nel tempo) condotte.

Comunque, il reato “minore” sarebbe ben difficilmente configurabile perché la ordinaria finalità dello spaccio, che è il procacciamento di denaro per il suo autore, atteso il minimo profitto della singola vendita al dettaglio, rende quanto mai improbabile che proprio la condotta di piccola cessione non si inserisca in una serie indefinita di simili reati al fine di rendere profittevole l’attività.

E’ inoltre erroneo, perché non costituisce affatto una massima di esperienza, al fine di escludere la ipotesi minore del comma 5 dell’art. 73 I. cit., la affermazione in base alla quale la detenzione di 20 dosi da vendere dimostri una significativa “contiguità” ad ambienti criminali presso cui approvvigionarsi. Quest’ultimo è un argomento logico laddove utilizzato, come comunemente si fa nella casistica, in relazione a vicende di acquisti di grossi quantitativi di droga ma, in un contesto di piccole forniture come quello in esame, è una affermazione del tutto inconsistente perché, non essendovi alcun canale di vendita lecito degli stupefacenti, qualsiasi venditore al dettaglio non può che approvvigionarsi da trafficanti, di maggiore o minore cabotaggio.

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Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 10 novembre 2015 – 9 febbraio 2016, n. 5257

Presidente Carcano – Relatore Di Stefano

Ritenuto in fatto

Con sentenza del 13 febbraio 2015 la Corte di Appello di Napoli ha confermato in punto di responsabilità la condanna di B.C. e S.S. per il reato cui all’art. 73 d.p.r. 309/1990, riducendo in favore del primo la misura della pena. In particolare, la contestazione era riferita all’attività di spaccio svolta dai due ricorrenti, coniugi, visti cedere una dose di cocaina e trovati in possesso di altre 20 dosi della stessa sostanza, oltre a grammi 0,3 di hashish, nel domicilio.

Il primo giudice escludeva la ricorrenza del meno grave reato di cui all’art. 73, comma 5 d.p.r. 309/1990 per la non occasionalità dello spaccio.

La Corte di Appello confermava tale valutazione, valorizzando anche la presenza dei figli minori in occasione della attività di spaccio, concludendo nel senso che si trattava di attività svolta in forma abituale e che si tratta, quindi, di “una condotta tutt’altro che estemporanea ed occasionale e della vicinanza e contiguità del prevenuto ad più ampio circuito delinquenziale ove era possibile procedere agli approvvigionamenti”.

Entrambi gli imputati ricorrono contro tale decisione.

S.S. (per la quale sono stati presentati due ricorsi con contenuto sostanzialmente identico) deduce la violazione di legge ed il vizio di motivazione ritenendo la condanna inadeguata ed eccessiva in riferimento ai fatti contestati e comunque erronea per il diniego della ipotesi di cui al comma 5 dell’articolo 73 d.p.r. 309/1990.

B.C., con unico motivo, deduce la violazione di legge ed il vizio di motivazione per essere stata ritenuta la sua responsabilità a fronte di una conclamata ipotesi di mero consumo di stupefacenti e, comunque, per non essere stata applicata l’ipotesi di cui comma 5 dell’articolo 73 d.p.r. 309/1990 .

Considerato in diritto

Il ricorso è fondato in punto di qualificazione giuridica.

Pur a fronte di argomenti generici svolti nei ricorsi, deve essere rilevata la manifesta erronea qualificazione del reato per essere stata ritenuta integrata la fattispecie di cui al comma 1 dell’art. 73 d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309 e non il diverso reato di cui al comma 5 dello stesso articolo.

I giudici di merito escludono che ricorra tale ipotesi “minore” – che si rammenta essere, oggi, forma autonoma di reato – ricorrendo, nel caso di specie, una attività “abituale” e non occasionale e per la contiguità del B. (e quindi della ricorrente che con lui collaborava) “ad un più ampio circuito delinquenziale ove era possibile procedere agli approvvigionamenti”.

Si tratta di argomenti non presenti nella norma in questione né in altro modo presupposti.

La differenza fra le due ipotesi di reato dell’art. 73 I. cit. non attengono affatto al carattere occasionale o abituale dello spaccio, in particolare l’ipotesi minore non è affatto condizionata dalla episodicità dell’attività criminale come dimostra il fatto che è prevista, nell’art. 74 d.p.r. 309/1990, la figura della associazione finalizzata alla commissione di reati di cui all”art 73 comma 5.. L’ipotesi di cui al quinto comma dell’articolo 73 si caratterizza per corrispondere al fenomeno criminale “piccolo spaccio” come già affermato da questa Corte (In tema di reati concernenti gli stupefacenti, la fattispecie autonoma di cui al comma quinto dell’art. 73 del d.P.R. n. 309 del 1990 è configurabile nelle ipotesi di cosiddetto piccolo spaccio, che si caratterizza per una complessiva minore portata dell’attività dello spacciatore e dei suoi eventuali complici, con una ridotta circolazione di merce e di denaro nonché di guadagni limitati e che ricomprende anche la detenzione di una provvista per la vendita che, comunque, non sia superiore – tenendo conto del valore e della tipologia della sostanza stupefacente – a dosi conteggiate a “decine”. (Sez. 6, n. 15642 del 27/01/2015 – dep. 15/04/2015, Driouech, Rv. 263068)) e come non può che ribadirsi dovendosi individuare la differenza sostanziale tra il primo ed il quinto comma che giustifica la diversità di reato.

Del resto, se si ritenesse che un reato “autonomo” , quale è l’art. 73, comma 5, sussista non per le sue caratteristiche in sé ma per essere la data condotta “singola” senza collocarsi nel contesto di una condotta abituale, dovrebbe ritenersi che il comma 1 dell’art. 73 sia un reato abituale, ricorrendo, invece, il reato dei comma 5 a fronte di qualsiasi entità del singolo traffico che non abbia caratteri di abitualità; o, comunque, dovrebbe ritenersi l’ipotesi di cui al primo comma quale reato eventualmente abituale con le conseguenze in tema di assorbimento delle ulteriori (pur se numerose e protratte nel tempo) condotte.

Comunque, il reato “minore” sarebbe ben difficilmente configurabile perché la ordinaria finalità dello spaccio, che è il procacciamento di denaro per il suo autore, atteso il minimo profitto della singola vendita al dettaglio, rende quanto mai improbabile che proprio la condotta di piccola cessione non si inserisca in una serie indefinita di simili reati al fine di rendere profittevole l’attività.

E’ inoltre erroneo, perché non costituisce affatto una massima di esperienza, al fine di escludere la ipotesi minore del comma 5 dell’art. 73 I. cit., la affermazione in base alla quale la detenzione di 20 dosi da vendere dimostri una significativa “contiguità” ad ambienti criminali presso cui approvvigionarsi. Quest’ultimo è un argomento logico laddove utilizzato, come comunemente si fa nella casistica, in relazione a vicende di acquisti di grossi quantitativi di droga ma, in un contesto di piccole forniture come quello in esame, è una affermazione del tutto inconsistente perché, non essendovi alcun canale di vendita lecito degli stupefacenti, qualsiasi venditore al dettaglio non può che approvvigionarsi da trafficanti, di maggiore o minore cabotaggio.

Il giudice di rinvio dovrà valutare, alla stregua delle indicazioni date e senza utilizzare, se del caso, i medesimi argomenti della sentenza impugnata per il diniego di qualificazione del fatto ai sensi del comma 5dell’articolo 73 I. cit., se ricorra tale ultimo reato o quello in origine contestato.

P.Q.M.

Annulla la ntenza impugnata e rinvia per nuovo giudizio ad altra sezione della Corte di Appello di Napoli

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Inconditi ne placute de viata am cunoscut av. SERGIO ARMAROLI o persoana minunata cu un caracter forte si determinat, pregatit profesional la un inalt nivel. Cu profesionalitatea sa m-a ajutat sa trec cu bine de probleme financiare cu banci in italia,de aceea il recomand la toate persoanele de origine romina care au probleme judiciare de […]- Utente Google
In un momento della mia vita mi sono trovata in difficoltà ma per fortuna ho conosciuto l’avvocato SERGIO ARMAROLI, il quale ha risolto i miei problemi dimostrando grande capacità e preparazione e grande senso di umanità e gentilezza. per questo raccomando a tutti i quali abbiano problemi di rivolgersi con fiducia all’avvocato SERGIO ARMAROLI Grazie […]- Elena
Buongiorno avv., Mi sono rivolta a Lei xke’ ho alcune cose da sistemare in merito alla mia separazione. Dal colloquio ke abbiamo avuto posso dire di essere stata molto soddisfatta grazie alla sua competenza e disponibilita’ nel venire a capo alle grosse problematiche ke questa situazione crea. From Avvocato Penalista Bologna, post Sabrina Post Footer […]- Sabrina

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