STALKING DIRITTO PENALE AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA SENTENZE CASSAZIONE

 

STALKING DIRITTO PENALE AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA SENTENZE CASSAZIONE STALKING

 

PROVOCAZIONE ATRTENUANTE AVVOCATO PENBALE BOLOGNA AVVOCATO PENALE RIMINI AVVOCATO PENALE RAVENNA L’imputabilità, infatti, è il presupposto soggettivo indispensabile per affermare la responsabilità dell’agente e presuppone l’accertamento di una condizione di rimproverabilità verificabile processualmente (cfr. Sez. U, n. 9163 del 21/05/2005, Raso, Rv. 230317).

PROVOCAZIONE ATTENUANTE AVVOCATO PENBALE BOLOGNA AVVOCATO PENALE RIMINI AVVOCATO PENALE RAVENNA
L’imputabilità, infatti, è il presupposto soggettivo indispensabile per affermare la responsabilità dell’agente e presuppone l’accertamento di una condizione di rimproverabilità verificabile processualmente (cfr. Sez. U, n. 9163 del 21/05/2005, Raso, Rv. 230317).

STALKING DOMANDE E RISPOSTE  

DOMANDA  COSA E’ LO STALKING ?

RISPOSTA A norma dell’art. 612-bis c.p., dunque, soggiace alla pena prevista per il reato di atti persecutori (reclusione da sei mesi a cinque anni) “colui che con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da ingenerare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita”.

La pena prevista è poi aumentata qualora il fatto sia commesso nell’ambito familiare (art. 612-bis, comma 2) o qualora sia commesso in danno di particolari soggetti c.d. deboli, quali i minori, le donne in stato di gravidanza o i disabili (art. 612-bis, comma 3).

La disposizione in esame, dunque, consente oggi di sanzionare condotte reiterate di minaccia o molestia prima riconducibili esclusivamente al meno grave delitto di minaccia (art. 612 c.p.) o alla contravvenzione di molestie (art. 660 c.p.), fattispecie queste ultime dimostratesi di fatto inidonee a fornire un’adeguata tutela in favore delle vittime.

DOMANDA : COSA TUTELA LO STALKING?

AMANETTE SCRITTAIl bene giuridico tutelato

Per quanto attiene, infine, al bene giuridico protetto, come si evince dalla stessa collocazionenel capo III del titolo XII tra i delitti contro la persona, il reato di atti persecutori tutela innanzitutto la libertà morale, intesa quale facoltà dell’individuo di autodeterminarsi.

Giova premettere un breve inquadramento del reato di atti persecutori, introdotto nel nostro ordinamento dall’art. 7 del decreto-legge 23 febbraio 2009, n.11 (‘Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonché in tema di atti persecutori’), convertito, con modificazioni, dalla legge 23 aprile 2009, n. 38.

Giustificata dall’esigenza di tutela della vittima da forme di aggressione particolarmente insidiose, la nuova figura criminosa ha colmato una rilevante lacuna nel nostro ordinamento, apprestando, attraverso una combinazione di strumenti penalistici, civilistici e amministrativistici, una efficace tutela della vittima contro il rischio della progressione di atti di violenza da parte del persecutore.

Il reato è stato collocato nel codice penale (art. 612-bis) tra i delitti contro la persona, nella sezione dedicata ai delitti contro la libertà morale, atteso che le condotte incriminate sono idonee a incidere sulla tranquillità psichica, sulla libera autodeterminazione e in definitiva, appunto, sulla libertà morale della persona. Con questa nuova figura incriminatrice il legislatore italiano ha inteso reagire contro il fenomeno, da tempo conosciuto in molti ordinamenti stranieri sotto il nome di stalking. Si tratta di un fenomeno criminoso articolato, avente come comune denominatore il carattere assillante e ripetitivo della condotta di minaccia o molestia, in grado di produrre sulla vittima l’insorgere di stati di ansia e di paura tali da stravolgere le sue abitudini di vita. Fenomeno la cui pericolosità è emersa sempre più evidente, atteso che è risultato che la maggioranza di questi comportamenti vengono realizzati da partner o ex-partner (per la stragrande maggioranza di sesso maschile, non potendosi tuttavia escludere il contrario) e che l’occasione delle molestie reiterate è spesso prodromica a comportamenti di vera e propria, spesso grave, violenza fisica da parte del molestatore.

La nuova fattispecie criminosa non esaurisce la disciplina anti-stalking.

Il legislatore del 2009 ha potenziato la tutela preventiva della potenziale vittima degli atti persecutori introducendo l’istituto dell’ammonimento (art. 8 d.l. n. 11/2009), arricchendo il catalogo delle misure cautelari personali con la nuova misura del ‘Divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa’ (art. 9, che ha introdotto l’art. 282-ter cod. proc. pen.), prolungando fino ad un anno (contro i precedenti sei mesi) la durata massima dell’ordine di protezione del giudice civile già introdotto nel 2001 (art. 10, che modifica l’art. 342-ter cod. civ.). Non sono mancati successivi interventi volti al rafforzamento della tutela repressiva e preventiva (dal d.l. 1 luglio 2013, n. 78, convertito dalla legge 9 agosto 2013, n. 94, al d.l. n.93 del 2013, convertito dalla legge n. 199 del 2013), di cui appresso si dirà

La tutela della vittima del reato.

Da tempo è in atto un fenomeno di emersione e di nuova considerazione della posizione della persona offesa negli strumenti internazionali generalmente indicata come ‘vittima’, all’interno del processo penale, fenomeno sollecitato, da un lato, dall’allarme sociale provocato dalle varie forme di criminalità violenta via via emergenti (terrorismo, tratta di essere umani, sfruttamento di minori, violenza contro le donne in cui spesso il reato si consuma in contesti dove preesistono legami tra la vittima e il suo aggressore), dall’altro, dagli strumenti internazionali esistenti in materia.

L’interesse per la tutela della vittima costituisce da epoca risalente tratto caratteristico dell’attività delle organizzazioni sovranazionali sia a carattere universale, come l’ONU, sia a carattere regionale, come il Consiglio d’Europa e l’Unione Europea, e gli strumenti in tali sedi elaborati svolgono un importante ruolo di sollecitazione e cogenza nei confronti dei legislatori nazionali tenuti a darvi attuazione.

I testi normativi prodotti dall’Unione Europea in materia di tutela della vittima possono essere suddivisi in due categorie: da un lato quelli che si occupano della protezione della vittima in via generale e dall’altro lato quelli che riguardano la tutela delle vittime di specifici reati particolarmente lesivi dell’integrità fisica e morale delle persone e che colpiscono di frequente vittime vulnerabili.

Tra i primi assume un posto di assoluta rilevanza la Direttiva 2012/29 UE in materia di diritti, assistenza e protezione della vittima di reato, che ha sostituito la decisione-quadro 2001/220 GAI, costituente uno strumento di unificazione legislativa valido per tutte le vittime di reato, dotato dell’efficacia vincolante tipica di questo strumento normativo. Ad essa è stata data recente attuazione nell’ordinamento interno con il d.lgs. 15 dicembre 2015, n. 212.

Tra i testi incentrati su specifiche forme di criminalità e correlativamente su particolari tipologie di vittime, assumono particolare rilievo la Convenzione di Lanzarote del Consiglio d’Europa del 25 ottobre 2007, sulla protezione dei minori dallo sfruttamento e dagli abusi sessuali, e la Convenzione di Istanbul del Consiglio d’Europa dell’11 maggio 2011 sulla prevenzione e lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, entrambe incentrate sulla esigenza di garantire partecipazione, assistenza, informazione e protezione a particolari categorie di vittime.

Come è stato osservato, la Direttiva 2012/29/UE, con il suo pendant di provvedimenti-satellite (le Direttive sulla tratta di esseri umani, sulla violenza sessuale, sull’ordine di protezione penale, tra le altre) e di accordi internazionali (le Convenzioni di Lanzarote e Istanbul, in particolare), rappresenta un vero e proprio snodo per le politiche criminali, di matrice sostanziale e processuale, dei legislatori europei. Non tanto per le singole indicazioni da attuare a livello nazionale (diritti di informazione, assistenza linguistica, accesso alla giustizia, garanzie di protezione, e via discorrendo) quanto per la necessità, imposta dal testo europeo, di definire una chiara posizione sistemica all’offeso.

In tale contesto si è inserita l’attività del legislatore interno che, a fronte della emersione del fenomeno della violenza in ambito familiare e domestico e in presenza di una pluralità di atti internazionali di cui tenere conto, ha provveduto a modificare in larga parte la normativa sostanziale e specialmente processuale con interventi settoriali, spesso attuati con lo strumento del decreto-legge, anche reintervenendo con successivi adattamenti sugli stessi istituti: un vero e proprio ‘arcipelago’ normativo nel quale non sempre è facile orientarsi. Di tale quadro di riferimento complesso e frammentario si deve tenere conto al fine di risolvere la questione di che trattasi, che richiede di essere inquadrata nell’ambito delle fonti normative interne e internazionali.

  1. Il d.l. 93/2013 e l’avviso obbligatorio alla persona offesa.

L’istituto dell’avviso obbligatorio alla persona offesa per alcune categorie di reati è stato introdotto con il decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93, recante ‘Disposizioni urgenti in materia di sicurezza e per il contrasto della violenza di genere, nonché in tema di protezione civile e di commissariamento delle province’, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 ottobre 2013, n. 199. A norma del nuovo comma 3-bis dell’art. 408 è stabilito che ‘Per i delitti commessi con violenza alla persona, l’avviso della richiesta di archiviazione è in ogni caso notificato, a cura del pubblico ministero, alla persona offesa e il termine di cui al comma 3 è elevato a venti giorni’.

DOMANDA ELEMENTO SOGGETTIVO STALKING

DOLO GENERICO

Trattandosi di reato abituale di evento, è sufficiente ad integrare l’elemento soggettivo il dolo generico, quindi la volontà di porre in essere le condotte di minaccia o di molestia, con la consapevolezza della idoneità delle medesime alla produzione di uno degli eventi alternativamente necessari per l’integrazione della fattispecie legale, che risultano dimostrate proprio dalle modalità ripetute ed ossessive della condotta persecutoria compiuta dal F. e delle conseguenze che ne sono derivate sullo stile di vita della persona offesa.

Invece, come affermato da una dottrina condivisibile non occorre una rappresentazione anticipata del risultato finale, ma, piuttosto, la costante consapevolezza, nello sviluppo progressivo della situazione, dei precedenti attacchi e dell’apporto che ciascuno di essi arreca all’interesse protetto, insita nella perdurante aggressione da parte del ricorrente della sfera privata della persona offesa.

è configurabile il delitto di “stalking” quando, come previsto dall’art. 612 bis, co. 1, c.p., il comportamento minaccioso o molesto di taluno, posto in essere con condotte reiterate, abbia cagionato nella vittima o un grave e perdurante stato di turbamento emotivo ovvero abbia ingenerato un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero ancora (ed è l’ipotesi verificatasi nel caso in esame secondo la corte territoriale) abbia costretto lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita, bastando, inoltre, ad integrare la reiterazione quale elemento costitutivo del suddetto reato, anche due sole condotte di minaccia o di molestia (cfr. Cass., sez. V, 01/12/2010, n. 8832, R.,, rv 250202; Cass., sez. V, 11/01/2011, n. 7601, O.; Cass., sez. V, 10/01/2011, n. 16864, C, rv 250158; Cass., sez. V, 19/05/2011, n. 29872, L, rv 250399; Cass., sez. V, 09/05/2012, n. 24135, G.).

Trattasi, in tutta evidenza, di un reato che prevede eventi alternativi, la realizzazione di ciascuno dei quali è, dunque, idonea ad integrarlo (cfr. Cass., sez. V, 19/05/2011, n. 29872, L, rv. 250399), dovendosi, in particolare, intendere per alterazione delle proprie abitudini di vita, ogni mutamento significativo e protratto per un apprezzabile lasso di tempo dell’ordinaria gestione della vita quotidiana, indotto nella vittima, come nel caso in esame, dalla condotta persecutoria altrui (quali la utilizzazione di percorsi diversi rispetto a quelli usuali per i propri spostamenti; la modificazione degli orari per lo svolgimento di certe attività o la cessazione di attività abitualmente svolte; il distacco degli apparecchi telefonici negli orari notturni et similia), finalizzato ad evitare l’ingerenza nella propria vita privata del molestatore.

DOMANDA  STALKING che il perdurante e grave stato di ansia o di paura ?

RISPOSTA Il delitto di atti persecutori (art. 612-bis c.p.) introdotto nell’ordinamento dal d.l. n. 11/09 conv. in l. n. 38/09 “è un reato che prevede eventi alternativi” con la conseguente configurabilità della fattispecie incriminatrice in presenza di uno solo di detti eventi. Una presa di posizione dunque che si colloca nell’ambito di un orientamento costante[6]; la giurisprudenza di legittimità, infatti, è concorde nel sostenere, ad esempio, che il perdurante e grave stato di ansia o di paura costituisca uno dei tre possibili eventi, alternativi, del delitto di atti persecutori[7].

ABANCOSCERITTA

In linea generale, nel delitto previsto dall’articolo 612-bis c.p., che ha natura abituale, l’evento deve essere il risultato della condotta persecutoria nel suo complesso e la reiterazione degli atti considerati tipici costituisce elemento unificante ed essenziale della fattispecie, facendo assumere a tali atti un’autonoma ed unitaria offensivita’, in quanto e’ proprio dalla loro reiterazione che deriva nella vittima un progressivo accumulo di disagio che infine degenera in uno stato di prostrazione psicologica in grado di manifestarsi in una delle forme descritte dalla norma incriminatrice (Sez. 5, n. 54920 del 08/06/2016, G., Rv. 269081).

Allo stesso tempo, l’evidenziata relazione sentimentale tra l’indagato e la persona offesa (cfr. pag. 3 del ricorso) e’ semmai valutabile come circostanza aggravante a norma dell’articolo 612-bis c.p., comma 2. In ogni caso, poi, e’ di dominio comune la possibile ambivalenza dei sentimenti provati dalle persone offese nei confronti dei presunti responsabili di siffatta tipologia di condotte, si’ che la prosecuzione del rapporto personale puo’ essere dettata “sia per paura, sia perche’ gli voleva bene” (cfr. Sez. 6, n. 31309 del 13/05/2015, S., Rv. 264334). Si’ che tale dato fattuale, in definitiva, non appare rivestire valore scriminante…………….

 

 

 

delitto di atti persecutoriVa premesso che il  è reato abituale che differisce dai reati di molestie e di minacce, che pure ne possono rappresentare un elemento costitutivo, per la produzione di un evento di “danno”, consistente nell’alterazione delle proprie abitudini di vita o in un perdurante e grave stato di ansia o di paura, o, in alternativa, di un evento di “pericolo”, consistente nel fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva (Sez. 3, n. 9222 del 16/01/2015). La caratteristica fondamentale dell’incriminazione in oggetto è la reiterazione delle condotte che rappresenta il predicato dell’abitualità del reato, per la cui integrazione la giurisprudenza ha ritenuto sufficienti anche due sole condotte (Sez. 5, n. 46331 del 05/06/2013). Per l’integrazione del reato è irrilevante che le singole condotte siano o meno autonomamente perseguibili come reati, potendo altresì rilevare comportamenti non specificamente oggetto di norme incriminatrici di parte speciale –

quali appostamenti, pedinamenti ecc. – purchè l’abitualità degli stessi si traduca nella percezione di atti persecutori idonei a cagionare uno degli eventi di danno previsti dalla norma. Quanto al profilo soggettivo, lo stalking è un reato abituale di evento assistito dal dolo generico, il cui contenuto richiede la volontà di porre in essere più condotte di minaccia e molestia, nella consapevolezza della loro idoneità a produrre uno degli eventi alternativamente previsti dalla norma incriminatrice e dell’abitualità del proprio agire, ma non postula la preordinazione di tali condotte – elemento non previsto sul fronte della tipicità normativa – potendo queste ultime, invece, essere in tutto o in parte anche meramente casuali e realizzate qualora se ne presenti l’occasione (Sez. 5, n. 43085 del 24/09/2015).

Avvocato penalista Bologna

 

il reato di cui all’art. 612-bis cod. pen., la cui introduzione quale figura autonoma di illecito penale, intervenuta a seguito della entrata in vigore del decreto legge n. 11 del 2009, convertito con modificazioni, con legge n. 38 del 2009, ha destato non poche perplessità in seno alla dottrina penalistica, a causa della tecnica normativa adottata, non scevra di una qualche indeterminatezza nella descrizione della fattispecie, può, in prima approssimazione, essere ritenuto un reato plurioffensivo in esito alla commissione del quale – realizzata attraverso la reiterazione di condotte minacciose o comunque moleste, atte pertanto a ledere di per sé la capacità di autonomamente determinarsi del soggetto passivo, ove si tratti di minacce, ovvero, nel caso in cui si tratti di molestie, a danneggiare altri valori comunque penalmente rilevanti – si determina a carico del soggetto passivo una serie di possibili esiti, quali, alternativamente, un grave e perdurante stato di ansia, il fondato timore per la incolumità personale propria, di un prossimo congiunto o di persona unita al soggetto passivo da un legame affettivo o, infine, la alterazione delle proprie abitudini di vita.

È di tutta evidenza che la struttura del reato di atti persecutori sia costituita da una pluralità di azioni a contenuto minatorio o integranti molestie (per tali dovendosi, peraltro, intendere non esclusivamente le condotte rilevanti ai sensi dell’art. 660 cod. pen.: Corte di cassazione, Sezione V penale, 24 marzo 2016, n. 12528), causalmente orientate, ed obbiettivamente in tal senso efficienti, alla verificazione di uno degli eventi sopra indicati.

È egualmente evidente che, laddove non siano ravvisabili gli estremi della violazione dell’art. 612-bis cod. pen. perché ad esempio, le condotte non hanno raggiunto quel coefficiente di intensità nella reiterazione necessario per la integrazione del reato oppure nel caso in cui esse non abbiano determinato a carico del soggetto passivo l’evento tipico del reato, non per questo la condotta dell’agente non potrà essere sussunta entro il paradigma normativo ora del reato di cui all’art. 612 cod. pen. ora di quello di cui all’art. 660 cod. pen., ora di altro reato, necessariamente caratterizzato dalla minore gravità rispetto agli atti persecutori, il cui effetto accessorio, derivante proprio dalla ripetizione delle condotte, sarebbe potuto essere uno di quegli eventi elencati all’art. 612bis cod. pen. cui prima si è fatto cenno.

 

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE V PENALE

SENTENZA 23 maggio 2016, n. 21407 

RITENUTO IN FATTO

  1. Il Tribunale di Catania, con ordinanza ai sensi dell’art. 309 c.p.p., in data 27.7.2015 confermava l’ordinanza applicativa nei confronti di M.C. della misura del divieto di avvicinamento alle persone offese, G.P. e R. G. – con l’obbligo di mantenersi a una distanza di almeno 250 metri dall’abitazione delle stesse e con il divieto di comunicare con le predette persone offese con qualsiasi mezzo – in relazione al reato di cui all’art. 612-bis c.p., in danno delle predette p.o., genitori di G.V., ex convivente dell’indagato; in particolare, dopo la separazione dei conviventi, le pp.oo. erano state nominate dal Tribunale per i minorenni affidatarie di due dei quattro figli minori della coppia e l’indagato dal settembre 2014 al giugno 2015 li ingiuriava e denigrava anche attraverso il social network face-book, seguendone gli spostamenti, limitando la loro vita di relazione ed ingenerando un grave stato di ansia, nonchè il fondato timore per la loro stessa incolumità, tanto che, i medesimi coniugi G. evitavano di uscire di casa per paura di incontrarlo.
  2. Avverso la suddetta ordinanza, l’indagato ha proposto ricorso per cassazione, a mezzo del suo difensore di fiducia, con il quale lamenta: la violazione dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b), per violazione del diritto di difesa, per avere il giudice della cautela posto a fondamento dell’ordinanza di rigetto fatti nuovi e, comunque, diversi da quelli illo tempore giustificanti l’emissione del provvedimento cautelare, a sostegno del fumus commissi delicti, nonchè fatti nuovi e, comunque, diversi da quelli contestati al ricorrente nell’avviso di conclusione delle indagini preliminari; la violazione dell’art. 273 c.p.p. e segg., per difetto o illogicità della motivazione circa la sussistenza dei gravi indizi e/o delle esigenze cautelari; in particolare, il ricorrente, dopo aver ricostruito la sofferta vicenda della separazione, ha evidenziato che le accuse mosse al M. sono sufficientemente circostanziate, in quanto l’imputato avrebbe: a) minacciato, anche di morte, sia direttamente che attraverso messaggi via face-book G.P. e R.G.; b) ingiuriato e denigrato i medesimi; c) seguito gli spostamenti degli stessi, anche appostandosi sotto la loro casa, ingenerando complessivamente nelle persone offese e, quindi, nei figli minori P. e S., un grave stato di ansia nonchè il “fondato timore per la propria incolumità”; tali condotte risulterebbero provate dall’allegazione delle “schermate dei profili Facebook contenenti i messaggi incriminati e dalle denunce e i verbali di sommarie informazioni rese dalle persone offese”; quanto ai messaggi pubblicati sul social network face-book tuttavia gli stessi al più potrebbero integrare il reato di diffamazione, ma non quello di stalking, richiedendo in questo caso la minaccia o la molestia sul piano logico che il minacciato o il molestato faccia parte del novero degli “amici” di face-book; per quanto attiene, invece, la circostanza per cui il M. si sarebbe ripetutamente presentato presso l’istituto scolastico frequentato dai figli P. e D., insistendo per vederli e contrapponendosi con minacce e azioni violente al personale ausiliario intervenuto su richiesta degli insegnanti, non è dato comprendere in che cosa siano consistite le minacce ed azioni violente che sarebbero state indirizzate ai querelanti, come pure non sussiste alcuna prova certa che l’indagato avrebbe utilizzato il figlio maggiore A. per riferire a P. che il loro padre “li avrebbe ammazzati tutti”, così causando stato di terrore nel figlio.
AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA AVVOCATO PENALISTA RIMINI AVVOCATO PENALISTA RAVENNA

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA
AVVOCATO PENALISTA RIMINI
AVVOCATO PENALISTA RAVENNA

CONSIDERATO IN DIRITTO

Il ricorso è inammissibile, siccome generico, confuso e comunque manifestamente infondato.

  1. Giova ribadire, innanzitutto, che l’ordinamento non conferisce alla Corte di Cassazione alcun potere di revisione degli elementi materiali e fattuali delle vicende indagate, ivi compreso lo spessore degli indizi, nè alcun potere di riconsiderazione delle caratteristiche soggettive dell’indagato, ivi compreso l’apprezzamento delle esigenze cautelari e delle misure ritenute adeguate, trattandosi di apprezzamenti rientranti nel compito esclusivo e insindacabile del giudice cui è stata chiesta l’applicazione della misura cautelare, nonchè del tribunale del riesame. Il controllo di legittimità sui punti devoluti è, perciò, circoscritto all’esclusivo esame dell’atto impugnato al fine di verificare che il testo di esso sia rispondente a due requisiti, uno di carattere positivo e l’altro negativo, la cui presenza rende l’atto incensurabile in sede di legittimità: 1) l’esposizione delle ragioni giuridicamente significative che lo hanno determinato; 2) –

l’assenza di illogicità evidenti, ossia la congruità delle argomentazioni rispetto al fine giustificativo del provvedimento (Cass. Sez. 6, sent. n. 2146 del 25.05.1995, Tontoli ed altro, Rv.

201840). In particolare, il controllo di legittimità sulla motivazione delle ordinanze di riesame dei provvedimenti coercitivi è diretto a verificare, da un lato, la congruenza e la coordinazione logica dell’apparato argomentativo che collega gli indizi di colpevolezza al giudizio di probabile colpevolezza dell’indagato e, dall’altro, la valenza sintomatica degli indizi. Ma tale controllo, stabilito a garanzia del provvedimento, non involge il giudizio ricostruttivo del fatto e gli apprezzamenti del giudice di merito circa l’attendibilità delle fonti e la rilevanza e la concludenza dei risultati del materiale probatorio, quando la motivazione sia adeguata, coerente ed esente da errori logici e giuridici.

  1. In base ai suddetti principi deve rilevarsi come il provvedimento impugnato risulti immune dai vizi lamentati dal ricorrente, esponendo le ragioni giuridicamente significative che lo hanno determinato in assenza di illogicità. In particolare, il grave quadro indiziario nei confronti del M., è evincibile, secondo il Tribunale, dalle plurime acquisizioni investigative e segnatamente dalle “schermate facebook contenenti i messaggi incriminati”, dalle “denunce e verbali di sommarie informazioni rese dalle persone offese” che “offrono una narrazione adeguatamente circostanziata ed intrinsecamente coerente dei fatti, pur sfrondata da eventuali esagerazioni correlate al conflitto di interessi determinato dall’affidamento ai nonni dei due bambini P. e D.”, dalle relazioni degli assistenti sociali, dalle s.i.t. rese dalle persone informate sui fatti.

2.1. Va premesso che il delitto di atti persecutori è reato abituale che differisce dai reati di molestie e di minacce, che pure ne possono rappresentare un elemento costitutivo, per la produzione di un evento di “danno”, consistente nell’alterazione delle proprie abitudini di vita o in un perdurante e grave stato di ansia o di paura, o, in alternativa, di un evento di “pericolo”, consistente nel fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva (Sez. 3, n. 9222 del 16/01/2015). La caratteristica fondamentale dell’incriminazione in oggetto è la reiterazione delle condotte che rappresenta il predicato dell’abitualità del reato, per la cui integrazione la giurisprudenza ha ritenuto sufficienti anche due sole condotte (Sez. 5, n. 46331 del 05/06/2013). Per l’integrazione del reato è irrilevante che le singole condotte siano o meno autonomamente perseguibili come reati, potendo altresì rilevare comportamenti non specificamente oggetto di norme incriminatrici di parte speciale –

quali appostamenti, pedinamenti ecc. – purchè l’abitualità degli stessi si traduca nella percezione di atti persecutori idonei a cagionare uno degli eventi di danno previsti dalla norma. Quanto al profilo soggettivo, lo stalking è un reato abituale di evento assistito dal dolo generico, il cui contenuto richiede la volontà di porre in essere più condotte di minaccia e molestia, nella consapevolezza della loro idoneità a produrre uno degli eventi alternativamente previsti dalla norma incriminatrice e dell’abitualità del proprio agire, ma non postula la preordinazione di tali condotte – elemento non previsto sul fronte della tipicità normativa – potendo queste ultime, invece, essere in tutto o in parte anche meramente casuali e realizzate qualora se ne presenti l’occasione (Sez. 5, n. 43085 del 24/09/2015).

2.2. Alla luce di tali premesse deve osservarsi come non meriti censura la valutazione effettuata dal Tribunale del riesame, secondo cui già in sè le dichiarazioni delle p.o. possono costituire prova della responsabilità dell’indagato, sempre che ne venga verificata l’attendibilità e nel caso di specie l’attendibilità delle p.o. è stata compiutamente considerata anche in relazione ai plurimi elementi di riscontro, quali ad esempio l’utilizzo di account intestati a soggetti di fantasia volti ad occultare la propria identità alle p.o., ovvero il contenuto delle relazioni delle assistenti sociali. Sulla scorta delle denunce in atti emerge che l’indagato ha ripetutamente ingiuriato e denigrato le pp.oo., ne ha seguito gli spostamenti, si è appostato sotto la loro abitazione, ne ha limitato la vita di relazione, ingenerando in loro un grave stato d’ansia, nonchè il fondato timore per la loro stessa incolumità, come evincibile dal certificato medico in atti. A fronte di plurimi episodi, sviluppatisi in un significativo arco temporale, il ricorrente svolge censure in fatto che non sono in grado di elidere i plurimi elementi a suo carico, posti a fondamento della misura coercitiva. La circostanza secondo cui i messaggi pubblicati sui social network face-book al più potrebbero integrare il reato di diffamazione, non si presenta significativa posto che il reato di atti persecutori tiene conto, così come già evidenziato, del fatto che viene in questione nella fattispecie di stalking la reiterazione delle condotte e non il singolo episodio che pur potendo in ipotesi integrare in sè un autonomo reato va letto nell’ambito delle complessive attività persecutorie.

Per quanto concerne, poi, gli elementi posti a fondamento del provvedimento di conferma della misura cautelare, si osserva che ben può il Tribunale valorizzare anche elementi diversi rispetto a quelli specificamente indicati nel provvedimento di applicazione della misura, sempre che rientranti tra gli elementi a lui trasmessi e conosciuti dall’indagato, siccome in atti.

  1. Alla declaratoria di inammissibilità segue per legge la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonchè, trattandosi di causa di inammissibilità riconducibile a colpa del ricorrente (Corte Costituzionale n. 186 del 7-13 giugno 2000), al versamento, a favore della cassa delle ammende, di una somma che si ritiene equo e congruo determinare in Euro 1000,00.

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 1000,00 a favore della cassa delle ammende. In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati identificativi a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52 in quanto imposto dalla legge.

Così deciso in Roma, il 16 dicembre 2015.

Depositato in Cancelleria il 23 maggio 2016

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art 612 bis cpart 612 bis cp testo
art 612 bis cp aggiornato
art 612 bis cp procedibilit�
art 612 bis cp giurisprudenza
art 612 bis cp aggiornato 2013
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art 612 bis cp procedibilit�art 612 bis cp giurisprudenza
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art 612 bis cp giurisprudenzaart 612 bis cp sentenze2
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art 612 bis cp stalkingreato di stalking art.612 bis cp2
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Il determinarsi dell’evento dello stato di ansia e tensioneCorte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza n. 30334/16 del 15/07/2016

Il determinarsi dell’evento dello stato di ansia e tensione della vittima, prescinde dall’accertamento di un vero e proprio stato patologico e non richiede necessariamente una perizia medica, potendo il giudice argomentare la sussistenza degli effetti destabilizzanti della condotta dell’agente sull’equilibrio psichico della persona offesa, anche sulla base di massime di esperienza. LA SENTENZA 1.Con sentenza in data 23.9.2014 la Corte di Appello di Lecce, Sezione Distaccata di Taranto, in riforma della sentenza del 15.10.2012 del Tribunale di Taranto, Sezione Distaccata di Grottaglie, escludeva l’aumento di pena di mesi uno di reclusione per il reato di cui all’art. 660 c.p., confermando la pena residua nei confronti M.R. di mesi sette di reclusione e la condanna al risarcimento del danno in favore della parte civile, per il reato di atti persecutori di cui all’art. 612 bis c.p., perché, con condotte reiterate, minacciava e molestava C.M.G. con telefonate ed sms, nonché con pedinamenti ed appostamenti, in modo da cagionarle un grave e perdurante stato di ansia e di paura e da indurla a temere per l’incolumità propria e dei propri figli minori.

  1. Avverso tale sentenza l’imputata, a mezzo del suo difensore di fiducia, ha proposto ricorso affidato a tre motivi, lamentando:

-con il primo motivo, la ricorrenza del vizio di cui all’art. 606, primo comma, lett. c) c.p.p., per violazione e falsa applicazione dell’art.178, lett. c) c.p.p., per omessa e inesistente notifica all’imputata di tutti gli atti a lei destinati; invero, il Tribunale, nel corso del giudizio di primo grado ha proceduto ad emettere erroneo decreto di irreperibilità sulla scorta di un certificato di residenza obsoleto, in quanto riferito ad un recapito all’epoca inesistente e segnatamente alla “via (omissis)”, laddove il corretto recapito della parte, evincibile dall’allegato certificato di residenza, era, invece, “via (omissis)”; la sentenza impugnata, pertanto, è nulla, come gli atti presupposti con conseguente necessità di restituzione degli atti al P.M., affinché proceda alla notifica dell’avviso ex art. 415 bis c.p.p.;

– con il secondo motivo, la ricorrenza dei vizi di cui all’art. 606, primo comma, lett. b) ed e) c.p.p., per violazione e falsa applicazione dell’art. 612 bis c.p., atteso che nessuno dei presupposti previsti dalla norma incriminatrice si ravvisano nel caso di specie; in particolare, erroneamente la Corte territoriale ha ritenuto che l’evento descritto dalla norma, ossia il “perdurante e grave stato di ansia o di paura” sarebbe desumibile implicitamente alla luce dello stesso contegno tenuto dall’imputata, anche a prescindere da un riscontro diretto di tale stato di ansia o paura, sicché esso, per così dire, sarebbe in re ipsa, ma così facendo la Corte ha snaturato la riconosciuta natura di reato d’evento della fattispecie incriminatrice; non v’è traccia di motivazione, infatti, del timore per l’incolumità, dal momento che, per quanto emerso dall’istruttoria, l’imputata sarebbe stata solita minacciare, non portando però mai a termine la minaccia;

neppure sussiste l’ipotesi che la p.o. abbia alterato le proprie abitudini di vita, non integrando ciò il fatto che la medesima abbia adottato una nuova utenza telefonica per evitare di essere raggiunta dall’imputata, non incidendo tale accorgimento sulle abitudini di vita della persona;

– con il terzo motivo, la ricorrenza dei vizi di cui all’art. 606, primo comma, lett. b) ed e) c.p.p., per violazione e falsa applicazione dell’art. 612 bis c.p. e dell’art. 69 c.p., per eccessiva indicazione della pena base e di quella inflitta, illegittimità del vincolo della continuazione con l’art. 660 c.p. per episodi antecedenti l’entrata in vigore dell’art. 612 bis – assenza di prova delle telefonate moleste; in particolare, la pena andava ragguagliata alla reale ed effettiva scarsa gravità dei fatti contestati ed appare ancor più ingiusta ove correlata al vincolo della continuazione in relazione ad episodi occorsi dal mese di novembre 2008 sino alla data di entrata in vigore dell’art. 612 bis c.p., ovverosia il 24/2/2009; ciò in quanto per i fatti antecedenti alla predetta entrata in vigore della norma incriminatrice non è stata fornita alcuna prova delle condotte ascritte all’imputata; inoltre, nella motivazione della sentenza impugnata non v’è traccia delle censure svolte dall’imputata, né in merito alle generiche, né in merito ed alla sospensione condizionale della pena. Considerato in diritto Il ricorso è inammissibile siccome in più punti generico e, comunque, manifestamente infondato.

  1. Manifestamente infondato si presenta il primo motivo di ricorso circa la nullità della citazione in giudizio di primo grado e degli atti conseguenziali, per irritualità del decreto di irreperibilità. Ed invero, già la Corte territoriale aveva rilevato che l’avviso di conclusione delle indagini preliminari risultava notificato all’imputata presso l’indirizzo di via Garibaldi 15, dove la M. risultava sconosciuta, diverso da quello indicato nel rituale (via (OMISSIS) ), con conseguente nullità dell’atto ai sensi dell’art. 178 lett. c) del c.p.p., mentre il decreto di irreperibilità emesso nella fase delle indagini preliminari risultava, emesso, invece, regolarmente a seguito di ricerche disposte; tuttavia, la evidenziata nullità, risultava sanata ai sensi dell’art. 180 del c.p.p., dovendo essere rilevata o eccepita prima della sentenza di primo grado. Inoltre, il Tribunale, nella prima udienza del 7.3.2011, rinnovava la procedura di cui all’art. 159 del c.p.p., nell’ambito della quale venivano effettuate le ricerche anche presso l’indirizzo di via (omissis), con esito negativo. Quindi, in data 3.10.2011 si procedeva alla seconda dichiarazione di irreperibilità disponendo la notifica ex art. 159 c.p.p. del decreto di citazione a giudizio, con dichiarazione di contumacia nell’udienza del 27.2.2012.

1.1. Sul punto deve rilevarsi che tale decreto, nonostante le censure mosse in questa sede dell’imputata, risulta correttamente emesso sulla base della nota dei VV.UU. del 15.6.2011 dalla quale risulta che l’imputata alla data del 15.6.2011 è risultata irreperibile al domicilio anagrafico di via (omissis), nonché dal certificato anagrafico del 19.3.2010, mentre il certificato prodotto dalla ricorrente reca la data del 17.3.2015 e non è un certificato storico.

Il decreto di irreperibilità in questione è stato emesso sulla base di tali emergenze e non presenta vizi.

  1. Manifestamente infondato si presenta il secondo motivo di ricorso, in merito all’insussistenza nella fattispecie degli elementi idonei ad integrare il delitto in contestazione. Ed invero, la Corte territoriale, con motivazione approfondita ed immune da vizi, sulla base delle dichiarazioni della persona offesa, la cui attendibilità è ampiamente e logicamente argomentata e di quelle dei testi escussi, ha evidenziato come i comportamenti posti in essere dall’imputata si inquadrano nella tipologia del c.d. stalking, essendo consistiti in numerosi appostamenti, telefonate, sms, ingiurie, minacce di morte, che si sono susseguiti, senza soluzione di continuità dal 2008.

Quella di atti persecutori è strutturalmente una fattispecie di reato abituale – in quanto primo elemento del fatto tipico è il compimento di “condotte reiterate”, omogenee od eterogenee tra loro, con cui l’autore minaccia o molesta la vittima – ad evento di danno, che prevede più eventi in posizione di equivalenza, uno solo dei quali è sufficiente ad integrarne gli elementi costitutivi necessari (Sez. 5, n. 39519 del 05/06/2012, G., Rv. 254972): a) cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura, ovvero b) ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva, ovvero, ancora, c) costringere (la vittima) ad alterare le proprie abitudini di vita.

Nella fattispecie in esame, contrariamente a quanto dedotto dalla ricorrente, la Corte territoriale ha evidenziato come sulla base dello stesso narrato della p.o. e dei testi escussi emerga il determinarsi quantomeno dell’evento dello stato di ansia e tensione della vittima. Tale stato, prescinde dall’accertamento di un vero e proprio stato patologico e non richiede necessariamente una perizia medica, potendo il giudice argomentare la sussistenza degli effetti destabilizzanti della condotta dell’agente sull’equilibrio psichico della persona offesa, anche sulla base di massime di esperienza (Sez. 5, n. 18999 del 19/02/2014, Rv. 260412). In particolare, così come evidenziato da questa Corte, la prova dell’evento del delitto, in riferimento alla causazione nella persona offesa di un grave e perdurante stato di ansia o di paura, deve essere ancorata ad elementi sintomatici di tale turbamento psicologico ricavabili dalle dichiarazioni detta stessa vittima del reato, dai suoi comportamenti conseguenti alla condotta posta in essere dall’agente ed anche da quest’ultima, considerando tanto la sua astratta idoneità a causare l’evento, quanto il suo profilo concreto in riferimento alle effettive condizioni di luogo e di tempo in cui è stata consumata (Sez. 6, n. 50746 del 14/10/2014).

Per la consumazione dell’evento, quindi, deve ritenersi sufficiente che gli atti persecutori abbiano un effetto comunque destabilizzante della serenità e dell’equilibrio psicologico della vittima, naturalmente di una certa consistenza, come suggerisce il ricorso da parte del legislatore agli aggettivi “grave” e “perdurante”.

Nel caso in esame la Corte territoriale, con valutazione immune da censure, ha rilevato come le dichiarazioni della persona offesa si presentino precise in ordine alla grave alterazione dell’equilibrio psicologico, quale effetto della condotta realizzata dall’imputata. Basti pensare, per esempio, alle gravi minacce di morte ascoltate anche da C.A. e da P.F. e alle minacce anche nei confronti anche dei figli della p.o. atteso che anche condotte rivolte verso prossimi congiunti possono determinare nella persona presa di mira gravi ripercussioni di carattere psicologico. Inoltre, la protervia dimostrata dalla M. , giunta ad appostarsi nei pressi dell’abitazione della C. , ha reso, secondo la Corte territoriale, tutt’altro che immaginari o fantasiosi i timori della vittima per l’incolumità propria e dei propri cari.

  1. Manifestamente infondato si presenta, altresì, il terzo motivo di ricorso con il quale l’imputata si duole del trattamento sanzionatorio, per aver considerato la Corte territoriale, nella operata quantificazione, anche condotte antecedenti all’entrata in vigore del delitto in questione. Sul punto va innanzitutto rilevato che si configura il delitto di atti persecutori (cosiddetto reato di “stalking”) nella ipotesi in cui, pur essendosi la condotta persecutoria instaurata in epoca anteriore all’entrata in vigore della norma incriminatrice, si accerti, anche dopo l’entrata in vigore del D.L. 23 febbraio 2009, n. 11, conv. in l. 23 aprile 2009, n. 38, la reiterazione di atti di aggressione e di molestia idonei a creare nella vittima lo “status” di persona lesa nella propria libertà morale in quanto condizionata da costante stato di ansia e di paura (Sez. 5, n. 10388 del 06/11/2012, Rv. 255330). In merito alla prova della sussistenza di atti (molestie) rilevanti quale condotta persecutoria antecedentemente al 2009 è sufficiente richiamare le dichiarazioni della p.o. circa le molestie subite a partire del 2008 richiamate nella sentenza impugnata.

In merito al trattamento sanzionatorio si osserva che appare immune da censure la valutazione che l’ha determinato in misura di poco superiore al minimo edittale con il riconoscimento delle generiche per effetto delle gravi e reiterate condotte, protratte nel tempo nei confronti della p.o. spesso subite in presenza dei familiari. La graduazione della pena, anche in relazione agli aumenti ed alle diminuzioni previsti per le circostanze aggravanti ed attenuanti, rientra nella discrezionalità del giudice di merito, che la esercita, così come per fissare la pena base, in aderenza ai principi enunciati negli artt. 132 e 133 cod. pen.; ne discende che è inammissibile la censura che, nel giudizio di cassazione, miri ad una nuova valutazione della congruità della pena la cui determinazione non sia frutto di mero arbitrio o di ragionamento illogico (Sez. 5, n. 5582 del 30/09/2013 – 04/02/2014, Ferrario, Rv. 259142), ciò che – nel caso di specie non ricorre. Peraltro, una specifica e dettagliata motivazione in ordine alla quantità di pena irrogata, specie in relazione alle diminuzioni o aumenti per circostanze, è necessaria soltanto se la pena sia di gran lunga superiore alla misura media di quella edittale, potendo altrimenti essere sufficienti a dare conto dell’impiego dei criteri di cui all’art. 133 cod. pen. le espressioni del tipo: “pena congrua”, “pena equa” o “congruo aumento”, come pure il richiamo alla gravità del reato o alla capacità a delinquere (Sez. 2, n. 36245 del 26/06/2009, Denaro, Rv. 245596).

  1. Alla declaratoria di inammissibilità segue per legge la condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonché, trattandosi di causa di inammissibilità riconducibile a colpa del ricorrente al versamento, a favore della cassa delle ammende, di una somma che si ritiene equo e congruo determinare in Euro ………,00, ai sensi dell’art. 616 c.p.p.. P.Q.M. Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro ,,,,,,00 in favore della cassa delle ammende.

 

 

nella nozione di atti sessuali di cui all’articolo 609bis Cp, si devono includere non solo gli atti che involgono la sfera genitale, bensì tutti quelli che riguardano le zone erogene su persona non consenziente (cfr, ex multis, Cassazione, Sezione terza, 11 gennaio 2006, Beraldo; cfr. Sezione terza, 1 dicembre 2000, Gerardi). E’, infatti, pacifico che la condotta vietata dall’articolo 609 bis Cp ricomprende - se connotata da violenza -qualsiasi comportamento (addirittura anche se non esplicato attraverso il contatto fisico diretto con il soggetto passivo) che sia finalizzato ed idoneo a porre in pericolo il bene primario della libertà dell’individuo attraverso il soddisfacimento dell’istinto sessuale dell’agente. Invero, il riferimento al sesso non deve limitarsi alle zone genitali, ma comprende anche quelle ritenute dalla scienza non solo medica, ma anche psicologica e sociologica, erogene, tali da essere sintomatiche di un istinto sessuale (cfr. Cassazione, Sezione terza, 1 dicembre 2001, Gerardi; cfr, Sezione terza, 66551/98, Di Francia). Pertanto, tra gli atti suscettibili di integrare il delitto in oggetto, va ricompreso anche il mero sfioramento con le labbra sul viso altrui per dare un bacio, allorché l’atto, per la sua rapidità ed insidiosità, sia tale da sovrastare e superare la contraria volontà del soggetto passivo.

nella nozione di atti sessuali di cui all’articolo 609bis Cp, si devono includere non solo gli atti che involgono la sfera genitale, bensì tutti quelli che riguardano le zone erogene su persona non consenziente (cfr, ex multis, Cassazione, Sezione terza, 11 gennaio 2006, Beraldo; cfr. Sezione terza, 1 dicembre 2000, Gerardi). E’, infatti, pacifico che la condotta vietata dall’articolo 609 bis Cp ricomprende – se connotata da violenza -qualsiasi comportamento (addirittura anche se non esplicato attraverso il contatto fisico diretto con il soggetto passivo) che sia finalizzato ed idoneo a porre in pericolo il bene primario della libertà dell’individuo attraverso il soddisfacimento dell’istinto sessuale dell’agente. Invero, il riferimento al sesso non deve limitarsi alle zone genitali, ma comprende anche quelle ritenute dalla scienza non solo medica, ma anche psicologica e sociologica, erogene, tali da essere sintomatiche di un istinto sessuale (cfr. Cassazione, Sezione terza, 1 dicembre 2001, Gerardi; cfr, Sezione terza, 66551/98, Di Francia). Pertanto, tra gli atti suscettibili di integrare il delitto in oggetto, va ricompreso anche il mero sfioramento con le labbra sul viso altrui per dare un bacio, allorché l’atto, per la sua rapidità ed insidiosità, sia tale da sovrastare e superare la contraria volontà del soggetto passivo.

 

 

persona offesa nei confronti di C.S.M.A. in relazione all’imputazione provvisoria di atti persecutori in danno di V.N. Avverso l’indicata ordinanza ha proposto ricorso per cassazione C.S.M.A., attraverso il difensore avv. S. La Rosa, denunciando – nei termini di seguito enunciati nei limiti di cui all’art. 173, comma 1, disp. att. cod. proc. pen. – inosservanza della legge penale e vizi di motivazione. L’ordinanza impugnata non ha dato il giusto peso alla data di presentazione della querela, ossia due giorni prima l’udienza preliminare che coinvolgeva le parti, né ha valutato correttamente la produzione documentale della difesa concernente i messaggi scambiatisi reciprocamente tra i due fino al mese di ottobre 2015 (e non solo ad agosto), messaggi la cui lettura conduce ad escludere che V. abbia riportato alcun danno dalle conversazioni. Non possono essere considerate le dichiarazioni di G.E., marito di V., che nulla aggiunge a quanto dichiarato dalla moglie. Non sussiste alcun pericolo per la V., come dimostrato dalla querela presentata da C. nei confronti della stessa e di suo padre.

 

 

 

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 1 marzo – 27 maggio 2016, n. 22549
Presidente Fumo – Relatore Caputo
Ritenuto in fatto

Con ordinanza in data 24/11/2015, il Tribunale del riesame di Catania, in riforma dell’ordinanza del 03/11/2015 del Giudice delle indagini preliminari di Catania, ha disposto la misura del divieto di avvicinamento ai luoghi di dimora e di lavoro della persona offesa nei confronti di C.S.M.A. in relazione all’imputazione provvisoria di atti persecutori in danno di V.N. Avverso l’indicata ordinanza ha proposto ricorso per cassazione C.S.M.A., attraverso il difensore avv. S. La Rosa, denunciando – nei termini di seguito enunciati nei limiti di cui all’art. 173, comma 1, disp. att. cod. proc. pen. – inosservanza della legge penale e vizi di motivazione. L’ordinanza impugnata non ha dato il giusto peso alla data di presentazione della querela, ossia due giorni prima l’udienza preliminare che coinvolgeva le parti, né ha valutato correttamente la produzione documentale della difesa concernente i messaggi scambiatisi reciprocamente tra i due fino al mese di ottobre 2015 (e non solo ad agosto), messaggi la cui lettura conduce ad escludere che V. abbia riportato alcun danno dalle conversazioni. Non possono essere considerate le dichiarazioni di G.E., marito di V., che nulla aggiunge a quanto dichiarato dalla moglie. Non sussiste alcun pericolo per la V., come dimostrato dalla querela presentata da C. nei confronti della stessa e di suo padre.

Considerato in diritto

Il ricorso è inammissibile.
L’ordinanza impugnata ha analiticamente ricostruito gli atti persecutori oggetto dell’imputazione provvisoria (appostamenti, telefonate, messaggi, minacce, nonché un’aggressione fisica), rimarcando la puntualità delle dichiarazioni della persona offesa e la conferma ad esse offerta sia dal racconto del marito, G.E., sulla cui attendibilità non vi è ragione di dubitare, sia dalla documentazione prodotta, riproducente numerosi messaggi dai quali è agevole evincere come V. esortasse l’indagato a desistere dalle sue insistenti richieste: dai messaggi dal contenuto minaccioso ricevuti dalla persona offesa emerge all’evidenza, secondo l’ordinanza impugnata, l’ossessione di C. per la donna e la sua gelosia nei confronti del marito e del personal trainer di una palestra. La serie continua di telefonate, messaggi, frasi allusivamente minacciose divulgate attraverso vari mezzi di comunicazione, appostamenti (seguiti anche da ingiurie e, in un’occasione, da un ceffone), risulta idonea a determinare nella vittima un perdurante e grave stato di ansia e di paura, oltre che un fondato timore per la sua incolumità personale, costituendo un dato di comune esperienza che le minacce e le molestie, a lungo andare, possono trasmodare in atti di più grave impatto sulla persona.
A fronte della diffusa motivazione dell’ordinanza impugnata, le censure del ricorrente incentrate sull’epoca di presentazione della querela risultano all’evidenza inidonee a disarticolare l’intero ragionamento svolto dal giudicante, determinando al suo interno radicali incompatibilità, così da vanificare o da rendere manifestamente incongrua o contraddittoria la motivazione (Sez. 1, n. 41738 del 19/10/2011 – dep. 15/11/2011, Pmt in proc. Longo, Rv. 251516), tanto più che il ricorso, da un lato, omette di confrontarsi con i dati indiziari

individuati dal giudice del riesame nella documentazione prodotta dalla persona offesa e, dall’altro, svaluta in modo del tutto ingiustificato la valenza delle dichiarazioni rese dal marito della vittima. Quanto allo scambio di messaggi intercorso in un certo periodo tra C. e V., la motivazione dell’ordinanza impugnata – non inficiata dal generico rilievo difensivo circa la durata di tale periodo, articolato in assenza di qualsiasi individuazione degli atti processuali fatti valere (Sez. 6, n. 9923 del 05/12/2011 – dep. 14/03/2012, S., Rv. 252349) – ha rilevato che, se dal tenore di alcuni sms si evince un tono accomodante e persino nostalgico della persona offesa, resta il fatto che la stessa è stata esplicita nel comunicare a C. la volontà di non cedere in alcun modo alle reiterate richieste di ripristinare il loro rapporto: nei termini indicati, il giudice del riesame ha esaminato i dati indiziari sottoposti al suo esame dalla difesa, disattendendo la valenza ad essi attribuiti con congrua motivazione, tanto più che, come affermato dalla giurisprudenza di questa Corte, l’attendibilità e la forza persuasiva delle dichiarazioni rese dalla vittima del reato non sono inficiate dalla circostanza che all’interno del periodo di vessazione la persona offesa abbia vissuto momenti transitori di attenuazione del malessere in cui ha ripristinato il dialogo con il persecutore (Sez. 5, n. 5313 del 16/09/2014 – dep. 04/02/2015, S, Rv. 262665; Sez. 5, n. 41040 del 17/06/2014 – dep. 02/10/2014, D’A, Rv. 260395). Le ulteriori doglianze (e, in particolare, quella incentrata sulla querela presentata dall’indagato) risultano del tutto generiche e, al più, deducono inammissibili questioni di merito.

Alla declaratoria d’inammissibilità del ricorso, consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento alla Cassa delle ammende della somma, che si stima equa, di Euro 1.000,00; in caso di diffusione della presente sentenza, andranno omesse le generalità e gli altri dati identificativi.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro 1.000,00 in favore della Cassa delle Ammende. In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati identificativi a norma dell’art. 52 d.lgs. 196/03 in quanto imposto dalla legge.

 

 

Suprema Corte di Cassazione

Sezione V Penale 

Sentenza 16 dicembre 2015 – 23 maggio 2016, n. 21407

 

REPUBBLICA ITALIANA

 

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

 

SEZIONE QUINTA PENALE

 

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

 

Dott. ZAZA Carlo – Presidente –

 

Dott. DE GREGORIO Eduardo – Consigliere –

 

Dott. PEZZULLO Rosa – rel. Consigliere –

 

Dott. SCARLINI E. V. S. – Consigliere –

 

Dott. MICHELI Paolo – Consigliere –

 

ha pronunciato la seguente:

 

SENTENZA

 

sul ricorso proposto da:

 

M.C., N. IL (OMISSIS);

 

avverso l’ordinanza n. 1207/2015 TRIB. LIBERTA’ di CATANIA, del 27/07/2015;

 

sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. ROSA PEZZULLO;

 

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale, Dott. Mario Fraticelli che ha concluso per il rigetto del ricorso.

 

Svolgimento del processo

 

  1. Il Tribunale di Catania, con ordinanza ai sensi dell’art. 309 c.p.p., in data 27.7.2015 confermava l’ordinanza applicativa nei confronti di M.C. della misura del divieto di avvicinamento alle persone offese, G.P. e R. G. – con l’obbligo di mantenersi a una distanza di almeno 250 metri dall’abitazione delle stesse e con il divieto di comunicare con le predette persone offese con qualsiasi mezzo – in relazione al reato di cui all’art. 612-bis c.p., in danno delle predette p.o., genitori di G.V., ex convivente dell’indagato; in particolare, dopo la separazione dei conviventi, le pp.oo. erano state nominate dal Tribunale per i minorenni affidatarie di due dei quattro figli minori della coppia e l’indagato dal settembre 2014 al giugno 2015 li ingiuriava e denigrava anche attraverso il social network face-book, seguendone gli spostamenti, limitando la loro vita di relazione ed ingenerando un grave stato di ansia, nonchè il fondato timore per la loro stessa incolumità, tanto che, i medesimi coniugi G. evitavano di uscire di casa per paura di incontrarlo.

 

  1. Avverso la suddetta ordinanza, l’indagato ha proposto ricorso per cassazione, a mezzo del suo difensore di fiducia, con il quale lamenta: la violazione dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b), per violazione del diritto di difesa, per avere il giudice della cautela posto a fondamento dell’ordinanza di rigetto fatti nuovi e, comunque, diversi da quelli illo tempore giustificanti l’emissione del provvedimento cautelare, a sostegno del fumus commissi delicti, nonchè fatti nuovi e, comunque, diversi da quelli contestati al ricorrente nell’avviso di conclusione delle indagini preliminari; la violazione dell’art. 273 c.p.p. e segg., per difetto o illogicità della motivazione circa la sussistenza dei gravi indizi e/o delle esigenze cautelari; in particolare, il ricorrente, dopo aver ricostruito la sofferta vicenda della separazione, ha evidenziato che le accuse mosse al M. sono sufficientemente circostanziate, in quanto l’imputato avrebbe: a) minacciato, anche di morte, sia direttamente che attraverso messaggi via face-book G.P. e R.G.; b) ingiuriato e denigrato i medesimi; c) seguito gli spostamenti degli stessi, anche appostandosi sotto la loro casa, ingenerando complessivamente nelle persone offese e, quindi, nei figli minori P. e S., un grave stato di ansia nonchè il “fondato timore per la propria incolumità”; tali condotte risulterebbero provate dall’allegazione delle “schermate dei profili Facebook contenenti i messaggi incriminati e dalle denunce e i verbali di sommarie informazioni rese dalle persone offese”; quanto ai messaggi pubblicati sul social network face-book tuttavia gli stessi al più potrebbero integrare il reato di diffamazione, ma non quello di stalking, richiedendo in questo caso la minaccia o la molestia sul piano logico che il minacciato o il molestato faccia parte del novero degli “amici” di face-book; per quanto attiene, invece, la circostanza per cui il M. si sarebbe ripetutamente presentato presso l’istituto scolastico frequentato dai figli P. e D., insistendo per vederli e contrapponendosi con minacce e azioni violente al personale ausiliario intervenuto su richiesta degli insegnanti, non è dato comprendere in che cosa siano consistite le minacce ed azioni violente che sarebbero state indirizzate ai querelanti, come pure non sussiste alcuna prova certa che l’indagato avrebbe utilizzato il figlio maggiore A. per riferire a P. che il loro padre “li avrebbe ammazzati tutti”, così causando stato di terrore nel figlio.

 

Motivi della decisione

 

Il ricorso è inammissibile, siccome generico, confuso e comunque manifestamente infondato.

 

  1. Giova ribadire, innanzitutto, che l’ordinamento non conferisce alla Corte di Cassazione alcun potere di revisione degli elementi materiali e fattuali delle vicende indagate, ivi compreso lo spessore degli indizi, nè alcun potere di riconsiderazione delle caratteristiche soggettive dell’indagato, ivi compreso l’apprezzamento delle esigenze cautelari e delle misure ritenute adeguate, trattandosi di apprezzamenti rientranti nel compito esclusivo e insindacabile del giudice cui è stata chiesta l’applicazione della misura cautelare, nonchè del tribunale del riesame. Il controllo di legittimità sui punti devoluti è, perciò, circoscritto all’esclusivo esame dell’atto impugnato al fine di verificare che il testo di esso sia rispondente a due requisiti, uno di carattere positivo e l’altro negativo, la cui presenza rende l’atto incensurabile in sede di legittimità: 1) l’esposizione delle ragioni giuridicamente significative che lo hanno determinato; 2) – l’assenza di illogicità evidenti, ossia la congruità delle argomentazioni rispetto al fine giustificativo del provvedimento (Cass. Sez. 6, sent. n. 2146 del 25.05.1995, Tontoli ed altro, Rv.

 

201840). In particolare, il controllo di legittimità sulla motivazione delle ordinanze di riesame dei provvedimenti coercitivi è diretto a verificare, da un lato, la congruenza e la coordinazione logica dell’apparato argomentativo che collega gli indizi di colpevolezza al giudizio di probabile colpevolezza dell’indagato e, dall’altro, la valenza sintomatica degli indizi. Ma tale controllo, stabilito a garanzia del provvedimento, non involge il giudizio ricostruttivo del fatto e gli apprezzamenti del giudice di merito circa l’attendibilità delle fonti e la rilevanza e la concludenza dei risultati del materiale probatorio, quando la motivazione sia adeguata, coerente ed esente da errori logici e giuridici.

 

  1. In base ai suddetti principi deve rilevarsi come il provvedimento impugnato risulti immune dai vizi lamentati dal ricorrente, esponendo le ragioni giuridicamente significative che lo hanno determinato in assenza di illogicità. In particolare, il grave quadro indiziario nei confronti del M., è evincibile, secondo il Tribunale, dalle plurime acquisizioni investigative e segnatamente dalle “schermate facebook contenenti i messaggi incriminati”, dalle “denunce e verbali di sommarie informazioni rese dalle persone offese” che “offrono una narrazione adeguatamente circostanziata ed intrinsecamente coerente dei fatti, pur sfrondata da eventuali esagerazioni correlate al conflitto di interessi determinato dall’affidamento ai nonni dei due bambini P. e D.”, dalle relazioni degli assistenti sociali, dalle s.i.t. rese dalle persone informate sui fatti.

 

2.1. Va premesso che il delitto di atti persecutori è reato abituale che differisce dai reati di molestie e di minacce, che pure ne possono rappresentare un elemento costitutivo, per la produzione di un evento di “danno”, consistente nell’alterazione delle proprie abitudini di vita o in un perdurante e grave stato di ansia o di paura, o, in alternativa, di un evento di “pericolo”, consistente nel fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva (Sez. 3, n. 9222 del 16/01/2015). La caratteristica fondamentale dell’incriminazione in oggetto è la reiterazione delle condotte che rappresenta il predicato dell’abitualità del reato, per la cui integrazione la giurisprudenza ha ritenuto sufficienti anche due sole condotte (Sez. 5, n. 46331 del 05/06/2013). Per l’integrazione del reato è irrilevante che le singole condotte siano o meno autonomamente perseguibili come reati, potendo altresì rilevare comportamenti non specificamente oggetto di norme incriminatrici di parte speciale – quali appostamenti, pedinamenti ecc. – purchè l’abitualità degli stessi si traduca nella percezione di atti persecutori idonei a cagionare uno degli eventi di danno previsti dalla norma. Quanto al profilo soggettivo, lo stalking è un reato abituale di evento assistito dal dolo generico, il cui contenuto richiede la volontà di porre in essere più condotte di minaccia e molestia, nella consapevolezza della loro idoneità a produrre uno degli eventi alternativamente previsti dalla norma incriminatrice e dell’abitualità del proprio agire, ma non postula la preordinazione di tali condotte – elemento non previsto sul fronte della tipicità normativa – potendo queste ultime, invece, essere in tutto o in parte anche meramente casuali e realizzate qualora se ne presenti l’occasione (Sez. 5, n. 43085 del 24/09/2015).

 

2.2. Alla luce di tali premesse deve osservarsi come non meriti censura la valutazione effettuata dal Tribunale del riesame, secondo cui già in sè le dichiarazioni delle p.o. possono costituire prova della responsabilità dell’indagato, sempre che ne venga verificata l’attendibilità e nel caso di specie l’attendibilità delle p.o. è stata compiutamente considerata anche in relazione ai plurimi elementi di riscontro, quali ad esempio l’utilizzo di account intestati a soggetti di fantasia volti ad occultare la propria identità alle p.o., ovvero il contenuto delle relazioni delle assistenti sociali. Sulla scorta delle denunce in atti emerge che l’indagato ha ripetutamente ingiuriato e denigrato le pp.oo., ne ha seguito gli spostamenti, si è appostato sotto la loro abitazione, ne ha limitato la vita di relazione, ingenerando in loro un grave stato d’ansia, nonchè il fondato timore per la loro stessa incolumità, come evincibile dal certificato medico in atti. A fronte di plurimi episodi, sviluppatisi in un significativo arco temporale, il ricorrente svolge censure in fatto che non sono in grado di elidere i plurimi elementi a suo carico, posti a fondamento della misura coercitiva. La circostanza secondo cui i messaggi pubblicati sui social network face-book al più potrebbero integrare il reato di diffamazione, non si presenta significativa posto che il reato di atti persecutori tiene conto, così come già evidenziato, del fatto che viene in questione nella fattispecie di stalking la reiterazione delle condotte e non il singolo episodio che pur potendo in ipotesi integrare in sè un autonomo reato va letto nell’ambito delle complessive attività persecutorie.

 

Per quanto concerne, poi, gli elementi posti a fondamento del provvedimento di conferma della misura cautelare, si osserva che ben può il Tribunale valorizzare anche elementi diversi rispetto a quelli specificamente indicati nel provvedimento di applicazione della misura, sempre che rientranti tra gli elementi a lui trasmessi e conosciuti dall’indagato, siccome in atti.

 

  1. Alla declaratoria di inammissibilità segue per legge la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonchè, trattandosi di causa di inammissibilità riconducibile a colpa del ricorrente (Corte Costituzionale n. 186 del 7-13 giugno 2000), al versamento, a favore della cassa delle ammende, di una somma che si ritiene equo e congruo determinare in Euro 1000,00.

 

P.Q.M.

 

dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 1000,00 a favore della cassa delle ammende. In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati identificativi a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52 in quanto imposto dalla legge.

 

Così deciso in Roma, il 16 dicembre 2015.

 

Depositato in Cancelleria il 23 maggio 2016.

 

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Avvocato Sergio Armaroli

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