APPELLO PENALE – REQUISITI – IMPUGNAZIONI IN MATERIA PENALE – SENTENZA PENALE Cass. pen. Sez. III, Sent.,

SE HAI SUBITO UNA SENTENZA DI CONDANNA DI PRIMO GRADO L’AVVOCATO SERGIO ARMAROLI PENALISTA A BOLOGNA TI SEGUE PER L’APPELLO CON ATTENZIONE E PREPARAZIONE

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Art. 593.Casi di appello.

1. Salvo quanto previsto dagli articoli 443, comma 3, 448, comma 2, 579 e 680, il pubblico ministero e l’imputato possono appellare contro le sentenze di condanna.

2. L’imputato e il pubblico ministero possono appellare contro le sentenze di proscioglimento nelle ipotesi di cui all’articolo 603, comma 2, se la nuova prova è decisiva. Qualora il giudice, in via preliminare, non disponga la rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale dichiara con ordinanza l’inammissibilità dell’appello. Entro quarantacinque giorni dalla notifica del provvedimento le parti possono proporre ricorso per cassazione anche contro la sentenza di primo grado.

3. Sono inappellabili le sentenze di condanna per le quali è stata applicata la sola pena dell’ammenda.

(1) Articolo così sostituito dall’art. 1,  L. 20 febbraio 2006, n. 46 (c.d. Legge Pecorella).

(2) La Corte costituzionale con sentenza n. 26/2007 ha dichiarato l’illegittimità costituzionale del presente articolo nella parte in cui esclude che il pubblico ministero possa appellare contro le sentenze di proscioglimento fatta eccezione per le ipotesi previste dall’art. 603, comma 2, c.p.p., se la nuova prova è decisiva.

[Art. 594.Appello del pubblico ministero.(1)

1. Nei casi consentiti, contro le sentenze del giudice per le indagini preliminari, della corte di assise e del tribunale possono appellare il procuratore generale presso la corte di appello e il procuratore della Repubblica presso il tribunale; contro le sentenze del giudice per le indagini preliminari presso la pretura e contro le sentenze del pretore possono appellare il procuratore generale presso la corte di appello e il procuratore della Repubblica presso la pretura].

Art. 595.Appello incidentale.

1. La parte che non ha proposto impugnazione può proporre appello incidentale entro quindici giorni da quello in cui ha ricevuto la comunicazione o la notificazione previste dall’articolo 584.

2. L’appello incidentale è proposto, presentato e notificato a norma degli articoli 581, 582, 583 e 584.

3. L’appello incidentale del pubblico ministero produce gli effetti previsti dall’articolo 597 comma 2; esso tuttavia non ha effetti nei confronti del coimputato non appellante che non ha partecipato al giudizio di appello. Si osservano le disposizioni previste dall’articolo 587.

4. L’appello incidentale perde efficacia in caso di inammissibilità dell’appello principale o di rinuncia allo stesso.

Art. 596.Giudice competente.

1. Sull’appello proposto contro le sentenze pronunciate dal tribunale decide la corte di appello.

2. Sull’appello proposto contro le sentenze della corte di assise decide la corte di assise di appello.

3. Salvo quanto previsto dall’articolo 428, sull’appello contro le sentenze pronunciate dal giudice per le indagini preliminari, decidono, rispettivamente, la corte di appello e la corte di assise di appello, a seconda che si tratti di reato di competenza del tribunale o della corte di assise.

Art. 597.Cognizione del giudice di appello.

1. L’appello attribuisce al giudice di secondo grado la cognizione del procedimento limitatamente ai punti della decisione ai quali si riferiscono i motivi proposti.

2. Quando appellante è il pubblico ministero:

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a) se l’appello riguarda una sentenza di condanna, il giudice può, entro i limiti della competenza del giudice di primo grado, dare al fatto una definizione giuridica più grave, mutare la specie o aumentare la quantità della pena, revocare benefici, applicare, quando occorre, misure di sicurezza e adottare ogni altro provvedimento imposto o consentito dalla legge;

b) se l’appello riguarda una sentenza di proscioglimento, il giudice può pronunciare condanna ed emettere i provvedimenti indicati nella lettera a) ovvero prosciogliere per una causa diversa da quella enunciata nella sentenza appellata;

c) se conferma la sentenza di primo grado, il giudice può applicare, modificare o escludere, nei casi determinati dalla legge, le pene accessorie e le misure di sicurezza.

3. Quando appellante è il solo imputato, il giudice non può irrogare una pena più grave per specie o quantità, applicare una misura di sicurezza nuova o più grave, prosciogliere l’imputato per una causa meno favorevole di quella enunciata nella sentenza appellata né revocare benefici, salva la facoltà, entro i limiti indicati nel comma 1, di dare al fatto una definizione giuridica più grave, purché non venga superata la competenza del giudice di primo grado.

4. In ogni caso, se è accolto l’appello dell’imputato relativo a circostanze o a reati concorrenti, anche se unificati per la continuazione, la pena complessiva irrogata è corrispondentemente diminuita.

5. Con la sentenza possono essere applicate anche di ufficio la sospensione condizionale della pena, la non menzione della condanna nel certificato del casellario giudiziale e una o più circostanze attenuanti; può essere altresì effettuato, quando occorre, il giudizio di comparazione a norma dell’articolo 69 del codice penale.

Art. 598.Estensione delle norme sul giudizio di primo grado al giudizio di appello.

1. In grado di appello si osservano, in quanto applicabili, le disposizioni relative al giudizio di primo grado, salvo quanto previsto dagli articoli seguenti.

Art. 599.Decisioni in camera di consiglio.

1. Quando l’appello ha esclusivamente per oggetto la specie o la misura della pena, anche con riferimento al giudizio di comparazione fra circostanze, o l’applicabilità delle circostanze attenuanti generiche, di sanzioni sostitutive, della sospensione condizionale della pena o della non menzione della condanna nel certificato del casellario giudiziale, la corte provvede in camera di consiglio con le forme previste dall’articolo 127.

2. L’udienza è rinviata se sussiste un legittimo impedimento dell’imputato che ha manifestato la volontà di comparire.

3. Nel caso di rinnovazione dell’istruzione dibattimentale, il giudice assume le prove in camera di consiglio, a norma dell’articolo 603, con la necessaria partecipazione del pubblico ministero e dei difensori. Se questi non sono presenti quando è disposta la rinnovazione, il giudice fissa una nuova udienza e dispone che copia del provvedimento sia comunicata al pubblico ministero e notificata ai difensori.

(…)

.

 Art. 600.Provvedimenti in ordine all’esecuzione delle condanne civili.

1. Se il giudice di primo grado ha omesso di pronunciare sulla richiesta di provvisoria esecuzione proposta a norma dell’articolo 540 comma 1 ovvero l’ha rigettata, la parte civile può riproporla mediante impugnazione della sentenza di primo grado al giudice di appello il quale, a richiesta della parte, provvede con ordinanza in camera di consiglio.

2. Il responsabile civile e l’imputato possono chiedere con le stesse forme la revoca o la sospensione della provvisoria esecuzione.

3. Su richiesta delle stesse parti, il giudice di appello può disporre, con le forme previste dal comma 1, che sia sospesa l’esecuzione della condanna al pagamento della provvisionale quando possa derivarne grave e irreparabile danno.(1)

(1) La Corte Costituzionale con sentenza 27 luglio 1994, n. 353 ha dichiarato l’illegittimità costituzionale del presente comma nella parte in cui prevede che il giudice d’appello può disporre la sospensione dell’esecuzione della condanna al pagamento della provvisionale “quando possa derivarne grave ed irreparabile danno” anziché “quando ricorrono gravi motivi”.

Art. 601.Atti preliminari al giudizio.

1. Fuori dei casi previsti dall’articolo 591, il presidente ordina senza ritardo la citazione dell’imputato appellante; ordina altresì la citazione dell’imputato non appellante se vi è appello del pubblico ministero, se ricorre alcuno dei casi previsti dall’articolo 587 o se l’appello è proposto per i soli interessi civili.

2. Quando si procede in camera di consiglio a norma dell’articolo 599, ne è fatta menzione nel decreto di citazione.

3. Il decreto di citazione per il giudizio di appello contiene i requisiti previsti dall’articolo 429 comma 1 lettere a), f), g) nonché l’indicazione del giudice competente. Il termine per comparire non può essere inferiore a venti giorni.

4. E’ ordinata in ogni caso la citazione del responsabile civile, della persona civilmente obbligata per la pena pecuniaria e della parte civile; questa è citata anche quando ha appellato il solo imputato contro una sentenza di proscioglimento.

5. Almeno venti giorni prima della data fissata per il giudizio di appello, è notificato avviso ai difensori.

6. Il decreto di citazione è nullo se l’imputato non è identificato in modo certo ovvero se manca o è insufficiente l’indicazione di uno dei requisiti previsti dall’articolo 429 comma 1 lettera f).

Art. 602.Dibattimento di appello.

1. Nell’udienza, il presidente o il consigliere da lui delegato fa la relazione della causa.

(…) (1)

3. Nel dibattimento può essere data lettura, anche di ufficio, di atti del giudizio di primo grado nonché, entro i limiti previsti dagli articoli 511 e seguenti, di atti compiuti nelle fasi antecedenti.

4. Per la discussione si osservano le disposizioni dell’articolo 523.

Art. 603.Rinnovazione dell’istruzione dibattimentale.

1. Quando una parte, nell’atto di appello o nei motivi presentati a norma dell’articolo 585 comma 4, ha chiesto la riassunzione di prove già acquisite nel dibattimento di primo grado o l’assunzione di nuove prove, il giudice se ritiene di non essere in grado di decidere allo stato degli atti, dispone la rinnovazione dell’istruzione dibattimentale.

2. Se le nuove prove sono sopravvenute o scoperte dopo il giudizio di primo grado, il giudice dispone la rinnovazione dell’istruzione dibattimentale nei limiti previsti dall’articolo 495 comma 1.

3. La rinnovazione dell’istruzione dibattimentale è disposta di ufficio se il giudice la ritiene assolutamente necessaria.

4. (……)

5. Il giudice provvede con ordinanza, nel contraddittorio delle parti.

6. Alla rinnovazione dell’istruzione dibattimentale, disposta a norma dei commi precedenti, si procede immediatamente. In caso di impossibilità, il dibattimento è sospeso per un termine non superiore a dieci giorni.

Art. 604.Questioni di nullità.

1. Il giudice di appello, nei casi previsti dall’articolo 522, dichiara la nullità in tutto o in parte della sentenza appellata e dispone la trasmissione degli atti al giudice di primo grado, quando vi è stata condanna per un atto diverso o applicazione di una circostanza aggravante per la quale la legge stabilisce una pena di specie diversa da quella ordinaria del reato o di una circostanza aggravante ad effetto speciale, sempre che non vengano ritenute prevalenti o equivalenti circostanze attenuanti.

2. Quando sono state ritenute prevalenti o equivalenti circostanze attenuanti o sono state applicate circostanze aggravanti diverse da quelle previste dal comma 1, il giudice di appello esclude le circostanze aggravanti, effettua, se occorre, un nuovo giudizio di comparazione e ridetermina la pena.

3. Quando vi è stata condanna per un reato concorrente o per un fatto nuovo, il giudice di appello dichiara nullo il relativo capo della sentenza ed elimina la pena corrispondente, disponendo che del provvedimento sia data notizia al pubblico ministero per le sue determinazioni.

4. Il giudice di appello, se accerta una delle nullità indicate nell’articolo 179, da cui sia derivata la nullità del provvedimento che dispone il giudizio o della sentenza di primo grado, la dichiara con sentenza e rinvia gli atti al giudice che procedeva quando si è verificata la nullità. Nello stesso modo il giudice provvede se accerta una delle nullità indicate nell’articolo 180 che non sia stata sanata e da cui sia derivata la nullità del provvedimento che dispone il giudizio o della sentenza di primo grado.

5. Se si tratta di altre nullità che non sono state sanate, il giudice di appello può ordinare la rinnovazione degli atti nulli o anche, dichiarata la nullità, decidere nel merito, qualora riconosca che l’atto non fornisce elementi necessari al giudizio.

5-bis. Nei casi in cui si sia proceduto in assenza dell’imputato, se vi è la prova che si sarebbe dovuto provvedere ai sensi dell’articolo 420-ter o dell’articolo 420-quater, il giudice di appello dichiara la nullità della sentenza e dispone il rinvio degli atti al giudice di primo grado. Il giudice di appello annulla altresì la sentenza e dispone la restituzione degli atti al giudice di primo grado qualora l’imputato provi che l’assenza è stata dovuta ad una incolpevole mancata conoscenza della celebrazione del processo di primo grado. Si applica l’articolo 489, comma 2. (1)

6. Quando il giudice di primo grado ha dichiarato che il reato è estinto o che l’azione penale non poteva essere iniziata o proseguita, il giudice di appello, se riconosce erronea tale dichiarazione, ordina, occorrendo, la rinnovazione del dibattimento e decide nel merito.

7. Quando il giudice di primo grado ha respinto la domanda di oblazione, il giudice di appello, se riconosce erronea tale decisione, accoglie la domanda e sospende il dibattimento fissando un termine massimo non superiore a dieci giorni per il pagamento delle somme dovute. Se il pagamento avviene nel termine, il giudice di appello pronuncia sentenza di proscioglimento.

8. Nei casi previsti dal comma 1, se annulla una sentenza della corte di assise o del tribunale collegiale, il giudice di appello dispone la trasmissione degli atti ad altra sezione della stessa corte o dello stesso tribunale ovvero, in mancanza, alla corte o al tribunale più vicini. Se annulla una sentenza del tribunale monocratico o di un giudice per le indagini preliminari, dispone la trasmissione degli atti al medesimo tribunale; tuttavia il giudice deve essere diverso da quello che ha pronunciato la sentenza annullata.

Art. 605.Sentenza.

1. Fuori dei casi previsti dall’articolo 604, il giudice di appello pronuncia sentenza con la quale conferma o riforma la sentenza appellata.

2. Le pronunce del giudice di appello sull’azione civile sono immediatamente esecutive.

3. Copia della sentenza di appello, con gli atti del procedimento, è trasmessa senza ritardo, a cura della cancelleria, al giudice di primo grado, quando questi è competente per l’esecuzione e non è stato proposto ricorso per cassazione.

APPELO DELLA PARTE CIVILE

 

Secondo un primo orientamento – nato come censura ad una precedente declaratoria di inammissibilità dell’appello di parte civile che non conteneva espresso e diretto riferimento agli effetti civili che voleva conseguire (si cita Sez. 1, n. 7241 del 04/03/1999, Pirani, Rv. 213698) e imperniato sulle risultanze del combinato disposto dell’art. 523 c.p.p., art. 82 c.p.p., comma 2, art. 576 cod. proc. pen. – la specificazione della domanda risarcitoria o restitutoria della parte civile in appello, in virtù dell’art. 523 cod. proc. pen., applicabile anche nel giudizio di Impugnazione, potrebbe essere differita al momento della formulazione delle conclusioni in dibattimento, dovendosi intendere, infatti, la costituzione di parte civile revocata, ai sensi dell’art. 82 c.p.p., comma 2, se la parte civile non presenta le conclusioni a norma dell’art. 523 cod. proc. pen. ovvero se promuove l’azione dinanzi al giudice civile.

La parte civile sarebbe legittimata all’appello contro la sentenza di proscioglimento ove abbia presentato le conclusioni a norma dell’art. 523 cod. proc. pen. nel precedente grado di giudizio e non abbia revocato la sua costituzione nel processo penale. Tale appello non potrebbe ritenersi inammissibile per genericità dei motivi agli effetti civili sulla base del rilievo che in esso si sia fatto riferimento solo alla responsabilità dell’imputato, dato che con ciò implicitamente si richiamerebbero le conclusioni (non accolte) rassegnate in primo grado, conclusioni che, comunque, potrebbero essere specificate in sede conclusionale dinanzi al giudice di appello, ai sensi del citato art. 523, comma 2 cod. proc. pen. (venendo citate, ad esemplificazione, Sez. 5, n. 958 del 22/02/1999, Bavetta, Rv. 212934, nonchè Sez. 5, n. 10990 del 31/10/1996, Piccioni, Rv. 207064).

L’ordinanza inoltre richiama le pronunce che ritengono ammissibile l’appello proposto dalla parte civile avverso la sentenza di proscioglimento qualora il riferimento agli effetti civili sia implicitamente deducibile, in modo inequivoco, dai motivi (Sez. 5, n. 27629, del 08/06/2010, Berton, Rv. 248317; Sez. 5, n. 22716 del 04/05/2010, Marengo, Rv. 247967; Sez. 5, n. 31904 del 02/07/2009, Rv.

 

 

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  • A fronte, dunque, di una pluralità di contestazioni per specifici e distinti episodi di violenza sessuale e lesioni volontarie, le argomentazioni dedotte dal P.G. sarebbero palesemente generiche ed assolutamente incomplete, cui si aggiungerebbe l’assoluta genericità dei motivi, desumibile dalla loro strutturazione sotto forma di “commento” agli eventi contestati, in maniera del tutto scollegata alla decisione del primo giudice.
  • Ø L’assoluta genericità dell’impugnazione proposta dal P.G., non deducendo censure puntuali rispetto alla decisione impugnata, pertanto, rendeva l’atto d’appello assolutamente inidoneo ad instaurare il giudizio di secondo grado; nonostante ciò, tuttavia, secondo il ricorrente, la Corte veneziana avrebbe respinto la richiesta difensiva di dichiarare inammissibile l’impugnazione con una motivazione connotata da assoluta carenza di motivazione e da palese illogicità, come emergerebbe dal percorso argomentativo impiegato, alquanto sbrigativo ed assolutamente illogico in quanto oscuro ed incomprensibile.

 

ART 415 BIS OMESSA NOTIFICA AL DIFENSORE, AVVOCATO PENALISTA CONSULENZA LEGALE

ART 415 BIS OMESSA NOTIFICA AL DIFENSORE, AVVOCATO PENALISTA CONSULENZA LEGALE

 

  • Da un lato, infatti, il giudice di secondo grado avrebbe omesso di specificare quali siano le censure alla prima sentenza mosse
  • nell’atto d’impugnazione e, dall’altro, afferma del tutto immotivatamente che il giudice dell’impugnazione sarebbe stato posto innegabilmente in grado di individuare i punti della decisione cui il gravame si riferiva; inoltre, secondo il ricorrente, la Corte d’appello avrebbe ritenuto ammissibile l’impugnazione del P.G. in quanto nella stessa sarebbero elencate le circostanze valorizzate in chiave accusatoria ai fini della richiesta di riforma della sentenza di primo grado.
  • Ø Tale censura, a giudizio del Collegio, non è meritevole di accoglimento. Ed invero, l’infondatezza del primo motivo di censura, si evince dalla stessa lettura della motivazione della sentenza della Corte d’appello (pag. 7) in cui la Corte precisa di essere stata posta innegabilmente in grado di individuare i punti della decisione cui il gravame si riferiva e devoluti alla sua cognizione, nonchè le ragioni di dissenso del P.G. appellante rispetto all’impugnata sentenza di primo grado, così potendo esercitare la Corte d’appello il proprio sindacato di merito, escludendo la natura generica o meramente dilatoria dell’impugnazione.

 

@AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA@DIFFAMAZIONE @DIRITO DI CRITICA@DIFFAMAZIONE A MEZZO STAMPA SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE SEZIONE III PENALE Sentenza 7 gennaio 2009, n. 25 Svolgimento del processo Nel dicembre del 1996 A. G. convenne in giudizio innanzi al tribunale di Napoli la società editrice, il direttore e l’autrice di alcuni articoli giornalistici pubblicati nel periodico “La Voce della Campania” tra il marzo del 1995 e il novembre del 1996, affermandone il carattere diffamatorio e domandando che i convenuti fossero condannati a risarcirgli i danni patrimoniali e non patrimoniali procuratigli (quantificati in lire 200.000.000) ed al pagamento di una somma ulteriore ex art. 12 della legge n. 47 del 1948. I convenuti resistettero, tra l’altro negando il carattere diffamatorio degli articoli pubblicati. Con sentenza del 31.7.2000 il tribunale condannò i convenuti al pagamento solidale di lire 30.000.000 e della somma ulteriore di lire 3.000.000 ai sensi della legge da ultimo citata. La corte d’appello di Napoli ha rigettato l’appello dei soccombenti con sentenza n. 872/2003, avverso la quale l’editrice la Cinqueprint s.r.l. in liquidazione, A. C. e R. P. ricorrono per cassazione affidandosi a tre motivi, cui resiste con controricorso A. G.. Motivi della decisione 1.1. Col primo motivo è dedotta violazione dell’art. 2697 c.c., assumendosi che erroneamente la corte d’appello ha ritenuto che la prova dei danni patiti dal diffamato fosse stata raggiunta per avere quegli “indicato con precisione il contenuto, ritenuto diffamatorio”, degli articoli. I ricorrenti negano, in particolare, che potessero costituire validi e rassicuranti parametri di riferimento della valutazione equitativa del danno non patrimoniale le menomazioni conseguite sul piano psicologico e la significativa diffusione del giornale nel luogo di residenza del danneggiato. 1.2. Col secondo motivo è denunciata violazione dell’art. 21 Cost.. Si sostiene che gli articoli costituivano legittima espressione dell’esercizio del diritto di critica e di cronaca, sussistendo l’interesse pubblico alla conoscenza dei fatti narrati in relazione alla posizione del G., che in passato aveva diretto un importante periodico regionale e che ancora svolgeva attività di promozione di convegni pubblici, sicché la portata esimente dell’esercizio del diritto di critica doveva essere valutata con maggiore elasticità. Si assume, inoltre, che la sentenza impugnata aveva incomprensibilmente escluso che gli articoli dovessero considerarsi espressione di una trattazione in chiave satirica solo perché pubblicati su un giornale non umoristico e se ne critica l’apprezzamento della non continenza espressiva, essendo lecito l’uso di parole aspre e pungenti ove queste siano razionalmente correlate ai fatti riportati ed ai giudizi espressi e congrui in relazione al livello della contrapposizione polemica raggiunta. Col terzo motivo si prospetta la violazione dell’art. 1227 c.c. per avere la corte escluso, ai fini della determinazione del danno, che l’omessa richiesta di rettifica da parte del G. potesse assumere rilievo alcuno. I ricorrenti affermano che, avvalendosi della rettifica, il danneggiato avrebbe potuto quantomeno attenuare le conseguenze lesive dell’illecito e che la corte d’appello aveva erroneamente ritenuto che “l’esercizio del diritto di critica era chiaramente inutile se non dannoso”. 2. È logicamente preliminare l’esame del secondo motivo, che è fondato nei sensi di cui appresso. Questa corte ha recentemente affermato che, in tema di azione di risarcimento dei danni da diffamazione col mezzo della stampa, quando la narrazione di determinati fatti sia esposta insieme alle opinioni dell’autore dello scritto, in modo da costituire nel contempo esercizio di cronaca e di critica, la valutazione della continenza non può essere condotta sulla base di criteri solo formali, dovendo invece lasciare spazio alla interpretazione soggettiva dei fatti esposti. Infatti, la critica mira non già ad informare, ma a fornire giudizi e valutazioni personali, e, se è vero che, come ogni diritto, anche quello in questione non può essere esercitato se non entro limiti oggettivi fissati dalla logica concettuale e dall’ordinamento positivo, da ciò non può inferirsi che la critica sia sempre vietata quando sia idonea ad offendere la reputazione individuale, richiedendosi, invece, un bilanciamento dell’interesse individuale alla reputazione con quello alla libera manifestazione del pensiero, costituzionalmente garantita. Siffatto bilanciamento è ravvisabile nella pertinenza della critica di cui si tratta all’interesse pubblico, cioè all’interesse dell’opinione pubblica alla conoscenza non del fatto oggetto di critica, che è presupposto dalla stessa, e, quindi, fuori di essa, ma di quella interpretazione del fatto (così Cass., n. 17172/07). L’apprezzamento dell’interesse dell’opinione pubblica alla conoscenza dei fatti pubblicati nell’esercizio della libertà di stampa costituisce dunque il presupposto di ogni ulteriore valutazione del giudice adito per il risarcimento dei danni da parte di chi si affermi diffamato, giacché non è altrimenti possibile il bilanciamento cui s’è fatto cenno. E quell’apprezzamento necessariamente presuppone a sua volta l’analisi del contenuto degli articoli che si assumono diffamatori, non potendo altrimenti ravvisarsi l’assenza di copertura costituzionale, di cui all’art. 21 Cost., in ordine all’attività del giornalista. Ebbene, la sentenza impugnata non ha riguardo al contenuto di nessuno degli articoli costituenti la pur affermata “campagna denigratoria”, che restano totalmente ignoti pur dopo la lettura dell’intera motivazione e di cui si acquisisce parziale contezza solo dal ricorso e dal controricorso. Si coglie, così, tra l’altro: - che il primo articolo (marzo 1995) recava nell’occhiello l’affermazione “c’è ancora l’ombra di Pomicino sul teatro di Napoli”; - che il secondo (ottobre 1995) aveva riguardo al G., descritto come “direttore del cuore di ‘O Ministro” … “che oggi campeggia sul Mattino con articoli sulla realtà melmosa della sinistra” concludendo: “e poi ci domandiamo chi ha ucciso la voglia di politica? Anzi se lo chiede, sempre da Chiatamone street, il neopolitologo A. G., che per risolvere l’amletico quesito scomoda grossi calibri come Panebianco, Colletti e Galli della Loggia. Chissà che la sinistra buonista - sospira l’ex direttore del cuore di ‘O Ministro - non possa liberarsi dell’attuale realtà melmosa. Eppure la risposta è semplice, G.: gli Italiani non amano più la politica semplicemente perché in politica non c’è più Pomicino. O no?”; che nel terzo (gennaio 1996), sotto il titolo “Arieccoli”, si leggeva: “Eh sì, da quando, tre anni fa, ha chiuso i battenti Itinerario, l’indimenticabile pastone politico-giornalistico pasciuto da P. C. P., l’informazione al sud è diventata davvero un problema. Se n’è accorta una pattuglia di reduci (come? da dove? da Itinerario, no?), che ha appena fondato all’uopo una nuova associazione che promette scintille. In prima fila (c’è bisogno di dirlo?) siede A. G., direttore prediletto di ‘o Ministro”; e cosi via. Appare da tanto evidente che il contenuto degli articoli è ispirato da un’inequivoca connotazione di sarcastica contrapposizione politica, e che si risolve in una critica, nella quale l’uso di un linguaggio particolarmente pungente ed incisivo trova più ampi spazi di legittimità (Cass., n. 20140/05), sicché l’affermazione del loro carattere diffamatorio indipendentemente dalla specifica considerazione del loro contenuto e del conseguente bilanciamento di interessi di cui s’è detto deve ritenersi compiuta in violazione del principio costituzionale richiamato. La sentenza va conseguentemente cassata con rinvio alla stessa corte d’appello di Napoli in diversa composizione, che deciderà in applicazione degli enunciati principi di diritto e regolerà anche le spese del giudizio di cassazione. 3. Il primo ed il terzo motivo restano assorbiti. P.Q.M. La Corte di Cassazione accoglie il secondo motivo di ricorso e dichiara assorbiti gli altri, cassa e rinvia, anche per le spese, alla corte d’appello di Napoli in diversa composizione.

@AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA@DIFFAMAZIONE @DIRITO DI CRITICA@DIFFAMAZIONE A MEZZO STAMPA
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3. Il primo ed il terzo motivo restano assorbiti.
P.Q.M.
La Corte di Cassazione
accoglie il secondo motivo di ricorso e dichiara assorbiti gli altri, cassa e rinvia, anche per le spese, alla corte d’appello di Napoli in diversa composizione.

 

 

  • La stessa Corte territoriale, nel ripercorrere fattualmente il gravame interposto dal P.G. appellante, ritiene invero adempiuto l’onere da parte del P.G. di dedurre e motivare una specifica ragione di dissenso e di doglianza sul punto relativo alla responsabilità dell’imputato, volta ad affermarne la colpevolezza; inoltre, la stessa Corte chiarisce come l’invocata inammissibilità dell’impugnazione non potrebbe nemmeno derivare dalla sostanziale riproposizione al giudice di secondo grado delle medesime ragioni di fatto e/o di diritto che sorreggevano la prospettazione accusatoria disattesa dal primo giudice.
  • Su tale ultimo punto, infatti, i giudici veneziani applicano correttamente i principi di diritto più volte affermati da questa stessa Sezione secondo cui non è inammissibile, per genericità dei motivi, l’appello che riproponga questioni già tutte prospettate in primo grado e disattese dal primo giudice, non comportando tale gravame alcuna preclusione ad una piena rivisitazione nel merito (v., in termini: Sez. 3, n. 1470 del 20/11/2012 – dep. 11/01/2013, Labzaoui, Rv. 254259). In virtù del principio devolutivo, infatti, il giudice d’appello è tenuto a rivisitare “in toto” i capi ed i punti della sentenza di primo grado oggetto di impugnazione; ne consegue, dunque, l’ammissibilità dell’appello che riproponga censure già esaminate e confutate dal giudice di primo grado (Sez. 2, n. 36406 del 27/06/2012 – dep. 21/09/2012, Livrieri, Rv. 253893, che ha altresì precisato che la genericità dell’appello o del ricorso per cassazione va valutata in base a parametri diversi, e che soltanto in relazione al secondo costituisce motivo di inammissibilità per aspecificità la mancanza di
  • correlazione tra le ragioni argomentative della decisione impugnata e quelle poste a fondamento dell’impugnazione).
  • 4.2. Ad analoghe conclusioni deve pervenirsi, poi, con riferimento al quarto motivo di ricorso, in relazione al quale è stata dedotta la violazionedell’art. 597 c.p.p., comma 1, in quanto il P.G. appellante avrebbe omesso di indicare quali fossero i capi ed i punti impugnati della sentenza di primo grado, oggetto di censura, essendosi limitato l’appellante ad esaminare, a giudizio del ricorrente, solo le lesioni riscontrate sulla persona offesa nel luglio 2006, difettando, invece, qualsiasi riferimento alle lesioni riferite al settembre 2004 (capo d), dell’imputazione) nonchè alle presunte violenze sessuali poste in essere dal ricorrente ai danni della persona offesa a partire dal 2004 e fino al 2006 (capo c) dell’imputazione); nessun rilievo critico, dunque, secondo il ricorrente, investirebbe l’impugnata decisione di primo grado quanto ai fatti di cui ai capi c) e d) dell’imputazione, che, pertanto, non sarebbero stati devoluti alla cognizione del giudice d’appello, in applicazione del predetto principio devolutivo, sicchè la Corte territoriale avrebbe erroneamente riformato la sentenza assolutoria emessa dal primo giudice con riguardo ai reati contestati ai capi c) e d), in mancanza di uno specifico gravame sul punto.
  • Ritiene, in relazione a tale motivo di censura il Collegio che, anzitutto, non sussista alcun interesse del ricorrente ad impugnare in questa sede la sentenza in relazione al capo d), per il quale la Corte territoriale ha dichiarato non doversi procedere per prescrizione, atteso che – come autorevolmente insegnato dalle Sezioni Unite di questa Corte (Sez. U, n. 42 del 13/12/1995 – dep. 29/12/1995, P.M. in proc. Timpani, Rv. 203093), l’interesse richiesto dall’art. 568, quarto comma, cod. proc. pen., quale condizione di ammissibilità di qualsiasi impugnazione, deve essere correlato agli effetti primari e diretti del provvedimento da impugnare e sussiste solo se il gravame sia idoneo a costituire, attraverso l’eliminazione di un provvedimento pregiudizievole, una situazione pratica più vantaggiosa per l’impugnante rispetto a quella esistente. Pertanto, qualora l’imputato denunci, al fine di ottenerne l’esatta applicazione, la violazione di una norma di diritto sostanziale (o, come nel caso in esame, processuale:art. 597 c.p.p., comma 1), in tanto può riconoscersi la sussistenza di un interesse concreto che renda ammissibile la doglianza in quanto (trattandosi di ricorso per cassazione) nell’eventuale giudizio di rinvio possa raggiungersi un risultato, non solo teoricamente corretto, ma anche favorevole. E, nel caso in esame, è evidente che nel giudizio di rinvio nessun risultato favorevole si avrebbe per il ricorrente, posto che dall’eventuale annullamento dell’impugnata
  • sentenza d’appello (non rientrandosi nei casi di cui all’art. 604, comma 1, in relazione all’art. 623 c.p.p., comma 1, lett. b)), non ne deriverebbe alcuna utilità per il ricorrente, essendo intervenuta, prima della pronuncia della sentenza di appello, la causa estintiva della prescrizione del reato. Il ricorrente, del resto, non avrebbe nemmeno avuto interesse ad impugnare la sentenza di assoluzione, pronunciata in dibattimento per mancanza, insufficienza o contraddittorietà della prova (art. 530 c.p.p., comma 2), sussistendo infatti tale interesse soltanto nell’ipotesi in cui l’accertamento di un fatto materiale sia suscettibile, una volta divenuta irrevocabile la sentenza, di pregiudicare le situazioni giuridiche a lui facenti capo in giudizi civili o amministrativi diversi da quelli di danno (artt. 652 e 653 c.p.p.: v., da ultimo, Sez. 5, n. 45091 del 24/10/2008 – dep. 04/12/2008, Burini e altro, Rv. 242612).
  • Quanto, poi, ai fatti di cui all’imputazione sub e), per i quali non vi sarebbe stata alcuna devoluzione della cognitio al giudice d’appello per la genericità dell’appello del P.G., l’infondatezza del motivo di ricorso emerge da quanto già in precedenza espresso a proposito della natura integralmente devolutiva dell’impugnazione di secondo grado. Ed invero, come già autorevolmente affermato dalle Sezioni Unite di questa Corte, l’appello del P.M. contro la sentenza di assoluzione emessa all’esito del dibattimento, salva l’esigenza di contenere la pronuncia nei limiti della originaria contestazione, ha effetto pienamente devolutivo, attribuendo al giudice “ad quem” gli ampi poteri decisori previsti dall’art. 597 c.p.p., comma 2, lett. b); ne consegue che, da un lato, l’imputato è rimesso nella fase iniziale del giudizio e può riproporre, anche se respinte, tutte le istanze che attengono alla ricostruzione probatoria del fatto ed alla sua consistenza giuridica; dall’altro, per quanto di interesse in questa sede, il giudice dell’appello è legittimato a verificare tutte le risultanze processuali e a riconsiderare anche i punti della sentenza di primo grado che non abbiano formato oggetto di specifica critica, non essendo vincolato alle alternative decisorie prospettate nei motivi di appello e non potendo comunque sottrarsi all’onere di esprimere le proprie determinazioni in ordine ai rilievi dell’imputato (v., per tutte: Sez. U, n. 33748 del 12/07/2005 – dep. 20/09/2005, Mannino, Rv. 231675).
  • Ne consegue, pertanto, l’infondatezza anche di tale motivo di ricorso.
  • 5. A diversa conclusione deve pervenirsi, a giudizio di questa Corte, con riferimento alla doglianza difensiva mossa con il terzo motivo di ricorso, la cui trattazione deve precedere logicamente, attesi gli esiti, quella del primo motivo, con cui il ricorrente ha censurato la decisione impugnata in quanto affetta da un presunto vizio
  • motivazionale (peraltro, erroneamente richiamando l’art. 606 c.p.p., lett. c), in quanto i limiti all’ammissibilità delle doglianze connesse alla motivazione, fissati specificamente dall’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), non possono essere superati ricorrendo al motivo di cui all’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. c), nella parte in cui consente di dolersi dell’inosservanza delle norme processuali stabilite a pena di nullità).
  • Sul punto di censura, come anticipato, il ricorrente osserva come il giudice d’appello è pervenuto al giudizio di responsabilità valorizzando, quasi esclusivamente, le dichiarazioni accusatorie della persona offesa, riportate nel relativo verbale, le quali, costituendo la prova principale e decisiva contro l’imputato, sono state dai giudici d’appello pienamente attendibili e credibili e, quindi, idonee a giustificare la riforma della pronuncia assolutoria del primo giudice. Secondo il ricorrente, l’error in procedendo del giudice d’appello, attesa la riforma in pejus della prima sentenza, sarebbe consistito nella valutazione esclusivamente cartolare della testimonianza della persona offesa, in assenza della nuova audizione della persona offesa medesima, onde apprezzarne direttamente l’attendibilità. Ciò, quindi, avrebbe inficiato la sentenza impugnata, per violazione dell’art. 6 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo, in relazione all’art. 603 c.p.p., comma 3.
  • Il ricorrente, a sostegno della doglianza difensiva, richiama quella giurisprudenza della Corte di Strasburgo che ha ritenuto violato il disposto dell’art. 6 citato nel caso in cui il giudice d’appello, nel riformare una sentenza assolutoria, abbia condannato l’imputato senza procedere all’assunzione della deposizione che il primo giudice abbia ritenuto, non solo prova essenziale, ma anche, dopo averla personalmente raccolta, non attendibile (v., sul punto: Corte e.d.u., 5/07/2011, Sez. III, DAINI contro MOLDAVIA, n. 8999/07).
  • 6. S’impongono, preliminarmente alla indicazione delle ragioni argomentative che hanno indotto questo Collegio alla soluzione caducatoria dell’impugnata sentenza, alcune considerazioni.
  • Ed invero, il tema del rispetto dei principi del giusto processo sub specie di riforma in senso condannatorio di una sentenza assolutoria di primo grado, oltre che nella decisione richiamata dalla difesa, è stato più di recente evocato dalla Corte di Strasburgo nel caso Hanu v. Romania (Terza Sezione, n. 10890/04 del 4 giugno 2013), in cui la Corte si è occupata dei limiti di carattere probatorio alla riforma in
  • appello della decisione assolutoria di primo grado, questione condotta, nel caso specie, lungo nuovi binari.
  • Viene in rilievo, in particolare, l’art. 6 p. 3 (d) secondo il quale ogni accusato ha il diritto di esaminare o far esaminare i testimoni a carico e ottenere la convocazione e l’esame dei testimoni a discarico nelle stesse condizioni dei testimoni a carico. Nella coeva decisione sul caso Kostecki v. Poland (Quarta Sezione, 4 giugno 2013, n. 14932/09) la Corte, richiamando la propria consolidata giurisprudenza in tema di escussione testimoniale (in particolare, Al- Khawaja e Tahery v. Regno Unito, n. 26766/05 – 22228/06 del 15 dicembre 2011), afferma che il diritto garantito dall’art. 6 3 d) Conv. e.d.u. si basa sul principio secondo il quale, affinchè un imputato possa essere dichiarato colpevole, tutti gli elementi di prova a carico debbono essere prodotti in sua presenza e in pubblica udienza ai fini del contraddittorio. Da tale principio derivano due esigenze giuridiche: in primo luogo, l’assenza di un testimone deve essere giustificata da un motivo serio; in secondo luogo, nel caso in cui un provvedimento di condanna si fondi unicamente o in misura determinante sulla deposizione di un testimone assente, i diritti della difesa possono subiscono delle restrizioni incompatibili con le garanzie prescritte dall’art. 6 della Convenzione (secondo la regola della “prova unica o determinante”). In particolare, un provvedimento di condanna che si basi unicamente o in misura determinante su una testimonianza non sottoposta a controinterrogatorio, nè nella fase dell’istruzione nè in quella del dibattimento, integra una violazione dell’art. 6 pp. 1 e 3 d) Conv. se il pregiudizio così arrecato alla difesa non sia stato controbilanciato da elementi sufficienti ovvero da solide garanzie procedurali in grado di assicurare l’equità della procedura nel suo insieme. Secondo la Corte, quindi, la mancata escussione dei testi in dibattimento e la lettura dibattimentale delle dichiarazioni precedentemente rese sono ammissibili qualora le dichiarazioni stesse, in concreto, non abbiano avuto un ruolo decisivo sulla statuizione di condanna.
  • La lettura della decisione Hanu v. Romania e quella delle pronunce che l’hanno preceduta orienta verso la configurazione, in ambito CEDU, di un principio cardine in base al quale deve ritenersi ammissibile una decisione di grado superiore che riformi in pejus la sentenza assolutoria emessa in primo o secondo grado. Nondimeno, qualora tale riforma consegua ad una diversa valutazione delle prove orali ritenute decisive, secondo i giudici di Strasburgo è indispensabile procedere ad un nuovo esame dei testi in sede di gravame.
  • Va, poi, rilevato come un attento esame delle decisioni intervenute in materia induca ad affermare che Hanu v. Romania si pone nel solco di una giurisprudenza EDU ormai consolidata che (a partire dal caso Destreheme c. Francia, n. 56651/00, p. 45, 18 maggio 2004) mira a ricondurre nell’alveo della lesione del diritto di difesa – che a sua volta si traduce in una violazione dell’art. 6 – la mancata audizione diretta dei testi da parte della Corte che addivenga ad una decisione di condanna modificativa di precedente decisione assolutoria. Ci sono, tuttavia, alcuni aspetti che in qualche modo qualificano quest’ultima decisione rispetto alle precedenti.
  • Da un lato, ma la prerogativa non è esclusiva di questa pronunzia pur essendo ivi meglio esplicitata, la circostanza che, nel caso de quo, si tratta di riforma in appello della sentenza assolutoria di primo grado; invero, almeno fino a Dan c. Moldavia, la Corte si era occupata della diversa valutazione delle prove assunte nei due gradi di merito da parte della Corte suprema che per prima, giunga ad una decisione di condanna.
  • Dall’altro, ma l’aspetto era già presente in qualche modo nel citato caso Destreheme c. Francia e nel caso P.K. c. Finlandia (n. 37442/97 del 9 luglio 2002), nel caso Hanu c. Romania si trova la chiara affermazione secondo cui uno dei requisiti fondamentali del processo equo è rappresentato dalla possibilità per l’accusato di ottenere l’escussione diretta ed eventualmente un confronto con i testimoni alla presenza del giudice deputato in ultima istanza a decidere dal momento che il controllo di quest’ultimo sul contegno e la credibilità dei testimoni possono avere conseguenze per l’accusato.
  • Ma ciò che più sembra interessante sottolineare è la peculiare declinazione che delle “circostanze eccezionali”, atte a condurre la Corte di Strasburgo ad intervenire sulle modalità di ammissione e assunzione della prova nell’ambito degli ordinamenti nazionali, viene fornita nella decisione.
  • Si tratta del riferimento all’accertamento di natura “fattuale” che, non potendo esser compiuto dalla Corte Suprema, deve essere oggetto di rinvio alla corte inferiore perchè si proceda ad una nuova assunzione della prova.
  • Sembra non potersi revocare in dubbio, infatti, che il carattere di eccezionalità che connota il percorso argomentativo della Corte sulle modalità di acquisizione della prova nell’ordinamento interno, ove collegato sic et simpliciter alla natura fattuale dell’accertamento da compiersi, subisca una significativa dilatazione ed induca,
  • quindi, a reputare imprescindibile un nuovo, diretto esame che appare, per conseguenza, sempre meno connotato dai tratti dell’extra ordinem.
  • 7. Alla luce della considerazioni che precedono, quindi, questo Collegio non può che condividere le doglianze difensive sul punto.
  • L’obbligo per il giudice d’appello di procedere alla rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale in caso di diverso apprezzamento di attendibilità della prova orale, ritenuta in primo grado inattendibile, è stato del resto ribadito anche in numero pronunce di questa Corte (Sez. 6, n. 16566 del 26/02/2013 – dep. 12/04/2013, Caboni ed altro, Rv. 254623; Sez. 5, n. 28061 del 07/05/2013 – dep. 26/06/2013, Marchetti, Rv. 255580). Questo Collegio non ignora, peraltro, l’altro orientamento venutosi a formare nella giurisprudenza di questa Corte che, da un lato, esclude che il giudice d’appello abbia l’obbligo, per procedere alla “reformatio in peius” della sentenza assolutoria di primo grado, di procedere alla rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale (nel caso specie, il giudice d’appello non aveva compiuto una rivisitazione in senso peggiorativo delle prove già acquisite, ma aveva fornito una lettura corretta e logica degli elementi probatori palesemente travisati dal primo giudice: Sez. 4, n. 4100 del 06/12/2012 – dep. 25/01/2013, Bifulco, Rv. 254950) e, dall’altro, ritiene invece che tale obbligo sussista, tranne che non ricorrano due circostanze: a) l’escussione risulti a priori superflua perchè le dichiarazioni rese in primo grado non necessitino di chiarimenti o integrazioni, nè sussistano contraddittorietà o ambiguità da dirimere; b) la persona da escutere non sia terza rispetto alla vicenda, ma vittima di un reato che ne ha leso gravemente e violentemente la libertà personale ed il cui effetto è stato, in misura maggiore o minore, pregiudizievole per la vittima medesima e tale da far ritenere che la rievocazione ulteriore del fatto in sede processuale possa per essa essere oggettivamente lesiva (Sez. 3, n. 32798 del 05/06/2013 – dep. 29/07/2013, N.S. e altro, Rv. 256906).
  • Al fine di dirimere l’apparente contrasto, ritiene il Collegio fondamentale procedere alla corretta esegesi di quanto affermato dalla Corte e.d.u. Ed invero, anche nella motivazione della richiamata sentenza Dan e. Moldavia si legge chiaramente (p. 33) che “the issues to be determined by thè Court of Appeal when convicting and sentencing thè applicant – and, in doing so, overturning his acquittal by thè first- instance court – could, as a matter of fair trial, have been properly examined without a direct assessment of the evidence given by thè prosecution witnesses”, ossia che
  • “coloro che hanno la responsabilità di decidere la colpevolezza o l’innocenza di un imputato dovrebbero, in linea di massima, poter udire i testimoni personalmente e valutare la loro attendibilità”, aggiungendo che “la valutazione dell’attendibilità di un testimone è un compito complesso che generalmente non può essere eseguito mediante una semplice lettura delle sue parole verbalizzate”. Trattasi di un’affermazione che, a giudizio di questo Collegio, tenuto conto di quanto già evidenziato nel precedente p.6, non può soffrire eccezioni o deroghe soprattutto quando, come nel caso in esame, si tratta di prova testimoniale di persona offesa maggiorenne e la stessa appaia decisiva ai fini dell’affermazione della responsabilità penale (l’art. 190 bis c.p.p., comma 1 bis, peraltro, prevede che la previsione del comma 1 – secondo cui l’esame di chi ha già reso dichiarazioni in dibattimento nel contraddittorio con la persona nei cui confronti le dichiarazioni medesime saranno utilizzate, è ammesso solo se riguarda fatti o circostanze diversi da quelli oggetto delle precedenti dichiarazioni ovvero se il giudice o taluna delle parti lo ritengono necessario sulla base di specifiche esigenze – trova applicazione, nei reati sessuali, solo se l’esame richiesto riguarda un testimone minore degli anni sedici, ciò che esclude l’applicazione della regola del c.d. esame condizionato per il maggiorenne, persona offesa nei reati sessuali).
  • In altri termini, dunque, se è ben vero che, in assenza di mutamenti del materiale probatorio acquisito al processo, la riforma della sentenza assolutoria di primo grado, una volta compiuto il confronto puntuale con la motivazione della decisione di assoluzione, impone al giudice di argomentare circa la configurabilità del diverso apprezzamento come l’unico ricostruibile al di là di ogni ragionevole dubbio, in ragione di evidenti vizi logici o inadeguatezze probatorie che abbiano minato la permanente sostenibilità del primo giudizio (Sez. 6, n. 8705 del 24/01/2013 – dep. 21/02/2013, Farre e altro, Rv. 254113), non è, però, sufficiente che la stessa sia dotata una forza persuasiva superiore, tale da far venir meno ogni ragionevole dubbio, essendo comunque necessario – quand’anche il giudice d’appello non proceda ad una rivalutazione cartacea della prova dichiarativa, ma ad una diversa valutazione e valorizzazione dei riscontri a quanto affermato dalla fonte, come verificatosi nel caso in esame – che il giudice d’appello assuma direttamente la testimonianza della persona offesa, ritenuta inattendibile dal primo giudice, al fine di valutarne la credibilità sotto il profilo soggettivo ed oggettivo, pena la violazione dei principi del giusto processo di cui all’art. 6 della Convenzione e.d.u..

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GENTILE Mario – Presidente –

Dott. AMOROSO Giovanni – Consigliere –

Dott. MULLIRI Guicla – Consigliere –

Dott. GENTILI Andrea – Consigliere –

Dott. SCARCELLA Alessio – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

F.R., n. (OMISSIS);

avverso la sentenza della Corte d’Appello di VENEZIA in data 25/03/2013;

visti gli atti, il provvedimento denunziato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal consigliere Alessio Scarcella;

udite le conclusioni del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. GAETA Pietro, che ha concluso per il rigetto del ricorso;

udito per la parte civile M.M., l’avv. Luca Petrucci del Foro di Roma, che ha chiesto il rigetto del ricorso, depositando conclusioni scritte e nota spese;

udite, per il ricorrente, le conclusioni dell’Avv. Lucio Zarantonello del Foro di Vicenza, che ha chiesto l’accoglimento del ricorso.

appello penale AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA

dove

dove si deposita un appello penale

dove si presenta l’appello penale

In tema di impugnazione, sono inammissibili i motivi aggiunti al ricorso per cassazione depositati nella cancelleria del giudice “a quo” anziché in quella della Suprema Corte ed ivi pervenuti oltre il termine di quindici giorni prima dell’udienza, in quanto alla specifica disposizione di cui all’art. 585, comma 4, c.p.p. non si può derogare con applicazione analogica delle modalità di presentazione ex art. 582, c.p.p. o di spedizione ex art. 583, comma 1, c.p.p. (Annulla in parte con rinvio, App. Torino, 12/12/2013 )

Cassazione penale sez. II  12 dicembre 2014 n. 1381  

 

L’indicazione della data di presentazione dell’impugnazione nella cancelleria del giudice che ha emesso il provvedimento impugnato da parte del pubblico ufficiale addetto, non è prescritta dall’art. 582 c.p.p. “ad substantiam”, bensì soltanto quale prova della tempestività dell’impugnazione stessa e, pertanto, in difetto di essa, l’impugnazione non è inammissibile, potendo la data di presentazione essere accertata “aliunde”, purché inequivocabilmente, alla stregua di qualsiasi altro fatto processuale. (Annulla in parte con rinvio, App. Catania, 11/04/2012 )

Cassazione penale sez. II  21 ottobre 2014 n. 49038  

 

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chi

chi può proporre appello penale

puo’ essere presentato dall’imputato dal pubblico ministero dalla Procura Generale e dalla parte civile solo per gli interessi civili

Gli effetti dell’impugnazione.

La proposizione del gravame può produrre:

  1. Effetti sospensivi. Si tratta della “paralisi” dell’esecuzione del provvedimento impugnato durante il termine per impugnare e la celebrazione dell’impugnazione.

Infatti, nel caso, ad esempio, di una sentenza di primo grado, la proposizione dell’appello bloccherà l’esecuzione della pena fino a quando l’appello non sarà celebrato (questo poiché nel nostro ordinamento vige il principio di non colpevolezza fino alla sentenza definitiva).

La sentenza diverrà irrevocabile e definitiva quando saranno esaurite le impugnazioni ordinarie (appello e cassazione) e/o quando saranno inutilmente decorsi i termini per proporle.

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  1. Nell’udienza, il presidente o il consigliere da lui delegato fa la relazione della causa.
  2. Se le parti richiedono concordemente l’accoglimento, in tutto o in parte, dei motivi di appello a norma dell’articolo 599, comma 4, il giudice, quando ritiene che la richiesta deve essere accolta, provvede immediatamente; altrimenti dispone per la prosecuzione del dibattimento. La richiesta e la rinuncia ai motivi non hanno effetto se il giudice decide in modo difforme dall’accordo.
  3. Nel dibattimento può essere data lettura, anche di ufficio, di atti del giudizio di primo grado nonché, entro i limiti previsti dagli articoli 511 e seguenti, di atti compiuti nelle fasi antecedenti.
  4. Per la discussione si osservano le disposizioni dell’articolo 523.

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Secondo un orientamento ormai consolidato della Suprema Corte il ricorrente deve indicare nel ricorso in maniera specifica e puntuale (principio di autosufficienza dell’atto) tutti gli elementi utili perché il giudice di legittimità possa conoscere in modo completo l’oggetto della controversia, lo svolgimento del processo e le posizioni delle parti, senza dover ricorrere ad altre fonti o atti del processo, compresa la sentenza impugnata.Il riucorso per cassazione penale non deve entrar enel fatto ma nel diritto

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APPELLO Giudizio rinnovazione

IMPUGNAZIONI Interesse

SENTENZA
Sentenza penale, in genere

Fatto Diritto P.Q.M.

IN

del

ad

MATERIA

PENALE d’appello dibattimento

PENALE impugnare

PENALE

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REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE TERZA PENALE
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. GENTILE Mario – Presidente –
Dott. AMOROSO Giovanni – Consigliere –
Dott. MULLIRI Guicla – Consigliere –
Dott. GENTILI Andrea – Consigliere –
Dott. SCARCELLA Alessio – rel. Consigliere –
ha pronunciato la seguente:
sentenza
sul ricorso proposto da:
F.R., n. (OMISSIS);
avverso la sentenza della Corte d’Appello di VENEZIA in data 25/03/2013; visti gli atti, il provvedimento denunziato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal consigliere Alessio Scarcella;

udite le conclusioni del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. GAETA Pietro, che ha concluso per il rigetto del ricorso;

udito per la parte civile M.M., l’avv. Luca Petrucci del Foro di Roma, che ha chiesto il rigetto del ricorso, depositando conclusioni scritte e nota spese;

udite, per il ricorrente, le conclusioni dell’Avv. Lucio Zarantonello del Foro di Vicenza, che ha chiesto l’accoglimento del ricorso.

Svolgimento del processo

1. F.R. ha proposto tempestivo ricorso avverso la sentenza della Corte d’Appello di VENEZIA in data 25/03/2013, depositata in data 24/06/2013, che, in riforma della sentenza assolutoria emessa il 2/03/2012 dal Tribunale di VICENZA, condannava l’imputato alla pena di anni cinque e mesi sei di reclusione (oltre al pagamento delle spese processuali di entrambi i gradi di giudizio, alle pene accessorie di legge ed al risarcimento dei danni in favore della parte civile costituita M.M. da liquidarsi in separato giudizio, oltre spese di costituzione e difesa della parte civile), per i reati di violenza sessuale (capi a) e c) e lesioni personali volontarie aggravate (capo b) ai danni della moglie M.M. secondo le modalità meglio descritte nei capi di imputazione di cui all’impugnata decisione, dichiarando non doversi procedere per il reato di lesioni personali volontarie aggravate di cui al capo d) perchè estinto per intervenuta prescrizione, confermando, infine, l’assoluzione già pronunciata in primo grado per il reato di maltrattamenti (capo c); fatti commessi in Torri di Quartesolo il 9/07/2006 (capi a) e b) e dal (OMISSIS) (capo c).

2. Ricorre tempestivamente avverso la predetta sentenza il F., a mezzo del difensore – procuratore speciale cassazionista; deducendo quattro motivi di ricorso, di seguito enunciati nei limiti strettamente necessari per la motivazione ex art. 173 disp. att. c.p.p..

2.1. Deduce, con un primo motivo, il vizio di contraddittorietà, carenza di motivazione e nullità della sentenza impugnata, per violazione delle norme di cui all’art. 546 c.p.p., comma 3, e art. 125 c.p.p., comma 3, in relazione all’art. 606

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c.p.p., lett. c) ed e); in sintesi, si duole il ricorrente per aver il giudice d’appello, immotivatamente, escluso qualsiasi dubbio sulla sussistenza di possibili alternative spiegazioni alle accuse della persone offesa e, conseguentemente, escluso ogni ragionevole dubbio in ordine alla colpevolezza dell’imputato, con ciò violando la regola della valutazione della prova di cui all’art. 533 c.p.p., comma 1.

Sempre con riferimento a tale primo motivo, il ricorrente deduce, altresì, carenza di motivazione o vizio di apparente motivazione, risultante dal testo dell’impugnato provvedimento, per aver omesso il giudice d’appello di confrontarsi con le argomentazioni addotte dal giudice di primo grado per giungere ad escludere la responsabilità penale dell’imputato, nonchè per aver altresì omesso di valutare ed analizzare i vari elementi di prova, richiamati nella motivazione della sentenza di primo grado, che escludevano, a giudizio del tribunale vicentino, la responsabilità del ricorrente.

2.2. Deduce, con un secondo motivo, l’inosservanza e l’erronea applicazione della legge processuale penale (art. 606 c.p.p., lett. c)), in relazione alle norme dell’art. 591, comma 1, lett. c), in combinato disposto con l’art. 581 c.p.p., comma 1, lett. a), per violazione delle regole relative all’ammissibilità dell’impugnazione; deduce, sempre nell’ambito di tale secondo motivo, la mancanza e la manifesta illogicità della motivazione dell’impugnata sentenza (art. 606 c.p.p., lett. e)), come risultante dal testo del provvedimento, nei punti in cui ha ritenuto ammissibile l’atto di appello presentato dal Procuratore Generale.

2.3. Deduce, con un terzo motivo, l’inosservanza della norma di cui all’art. 6 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo (art. 606 c.p.p., lett. b)), in relazione all’omessa rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale per la riassunzione della testimonianza della persona offesa.

2.4. Deduce, infine, con un quarto motivo, l’inosservanza e l’erronea applicazione della legge processuale penale (art. 606 c.p.p., lett. c)), e specificamente, della norma di cui all’art. 597 c.p.p., comma 1, con conseguente violazione del principio devolutivo.

Motivi della decisione

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3. Il ricorso è fondato per le ragioni di cui si dirà oltre.

4. Preliminare all’esame dei primi due motivi di ricorso è l’esame, che può essere svolto congiuntamente attesa l’intima connessione esistente tra le stesse, delle censure di ordine processuale, riguardanti, da un lato, l’inammissibilità per asserita genericità dell’atto di appello proposto dal Procuratore Generale contro la sentenza di primo grado e, dall’altro, la violazione del c.d.

principio devolutivo di cui all’art. 597 c.p.p., comma 1, per avere la Corte d’appello di Venezia riformato la sentenza assolutoria del giudice di primo grado, nonostante i fatti di cui ai capi c) e d) dell’imputazione non fossero stati devoluti, come si desumerebbe dall’impugnazione, alla cognizione della Corte territoriale.

4.1. Secondo il ricorrente, anzitutto, l’impugnazione del P.G. presso la Corte d’appello non risulterebbe soddisfare i requisiti minimi richiestidall’art. 581 c.p.p., comma 1, lett. a), per la valida instaurazione del giudizio impugnatorio d’appello, stante la difficoltà di individuare persino quali reati, a giudizio dell’appellante P.G., la sentenza assolutoria di primo grado meritasse censura. In sintesi, secondo il ricorrente, il P.G. avrebbe omesso di specificare in ordine a quali ipotesi delittuose ritenesse di dover dissentire dalle conclusioni cui era pervenuto il giudice di primo grado, concentrando le sue considerazioni unicamente sull’inverosimiglianza dell’origine autoindotta delle lesioni riscontrate sulla persona offesa nell’anno 2006. A fronte, dunque, di una pluralità di contestazioni per specifici e distinti episodi di violenza sessuale e lesioni volontarie, le argomentazioni dedotte dal P.G. sarebbero palesemente generiche ed assolutamente incomplete, cui si aggiungerebbe l’assoluta genericità dei motivi, desumibile dalla loro strutturazione sotto forma di “commento” agli eventi contestati, in maniera del tutto scollegata alla decisione del primo giudice.

L’assoluta genericità dell’impugnazione proposta dal P.G., non deducendo censure puntuali rispetto alla decisione impugnata, pertanto, rendeva l’atto d’appello assolutamente inidoneo ad instaurare il giudizio di secondo grado; nonostante ciò, tuttavia, secondo il ricorrente, la Corte veneziana avrebbe respinto la richiesta difensiva di dichiarare inammissibile l’impugnazione con una motivazione connotata da assoluta carenza di motivazione e da palese illogicità, come emergerebbe dal percorso argomentativo impiegato, alquanto sbrigativo ed assolutamente illogico in quanto oscuro ed incomprensibile. Da un lato, infatti, il giudice di secondo grado avrebbe omesso di specificare quali siano le censure alla prima sentenza mosse

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nell’atto d’impugnazione e, dall’altro, afferma del tutto immotivatamente che il giudice dell’impugnazione sarebbe stato posto innegabilmente in grado di individuare i punti della decisione cui il gravame si riferiva; inoltre, secondo il ricorrente, la Corte d’appello avrebbe ritenuto ammissibile l’impugnazione del P.G. in quanto nella stessa sarebbero elencate le circostanze valorizzate in chiave accusatoria ai fini della richiesta di riforma della sentenza di primo grado.

Tale censura, a giudizio del Collegio, non è meritevole di accoglimento. Ed invero, l’infondatezza del primo motivo di censura, si evince dalla stessa lettura della motivazione della sentenza della Corte d’appello (pag. 7) in cui la Corte precisa di essere stata posta innegabilmente in grado di individuare i punti della decisione cui il gravame si riferiva e devoluti alla sua cognizione, nonchè le ragioni di dissenso del P.G. appellante rispetto all’impugnata sentenza di primo grado, così potendo esercitare la Corte d’appello il proprio sindacato di merito, escludendo la natura generica o meramente dilatoria dell’impugnazione. La stessa Corte territoriale, nel ripercorrere fattualmente il gravame interposto dal P.G. appellante, ritiene invero adempiuto l’onere da parte del P.G. di dedurre e motivare una specifica ragione di dissenso e di doglianza sul punto relativo alla responsabilità dell’imputato, volta ad affermarne la colpevolezza; inoltre, la stessa Corte chiarisce come l’invocata inammissibilità dell’impugnazione non potrebbe nemmeno derivare dalla sostanziale riproposizione al giudice di secondo grado delle medesime ragioni di fatto e/o di diritto che sorreggevano la prospettazione accusatoria disattesa dal primo giudice.

Su tale ultimo punto, infatti, i giudici veneziani applicano correttamente i principi di diritto più volte affermati da questa stessa Sezione secondo cui non è inammissibile, per genericità dei motivi, l’appello che riproponga questioni già tutte prospettate in primo grado e disattese dal primo giudice, non comportando tale gravame alcuna preclusione ad una piena rivisitazione nel merito (v., in termini: Sez. 3, n. 1470 del 20/11/2012 – dep. 11/01/2013, Labzaoui, Rv. 254259). In virtù del principio devolutivo, infatti, il giudice d’appello è tenuto a rivisitare “in toto” i capi ed i punti della sentenza di primo grado oggetto di impugnazione; ne consegue, dunque, 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dell’appello che riproponga censure già esaminate e confutate dal giudice di primo grado (Sez. 2, n. 36406 del 27/06/2012 – dep. 21/09/2012, Livrieri, Rv. 253893, che ha altresì precisato che la genericità dell’appello o del ricorso per cassazione va valutata in base a parametri diversi, e che soltanto in relazione al secondo costituisce motivo di inammissibilità per aspecificità la mancanza di

correlazione tra le ragioni argomentative della decisione impugnata e quelle poste a fondamento dell’impugnazione).

4.2. Ad analoghe conclusioni deve pervenirsi, poi, con riferimento al quarto motivo di ricorso, in relazione al quale è stata dedotta la violazionedell’art. 597 c.p.p., comma 1, in quanto il P.G. appellante avrebbe omesso di indicare quali fossero i capi ed i punti impugnati della sentenza di primo grado, oggetto di censura, essendosi limitato l’appellante ad esaminare, a giudizio del ricorrente, solo le lesioni riscontrate sulla persona offesa nel luglio 2006, difettando, invece, qualsiasi riferimento alle lesioni riferite al settembre 2004 (capo d), dell’imputazione) nonchè alle presunte violenze sessuali poste in essere dal ricorrente ai danni della persona offesa a partire dal 2004 e fino al 2006 (capo c) dell’imputazione); nessun rilievo critico, dunque, secondo il ricorrente, investirebbe l’impugnata decisione di primo grado quanto ai fatti di cui ai capi c) e d) dell’imputazione, che, pertanto, non sarebbero stati devoluti alla cognizione del giudice d’appello, in applicazione del predetto principio devolutivo, sicchè la Corte territoriale avrebbe erroneamente riformato la sentenza assolutoria emessa dal primo giudice con riguardo ai reati contestati ai capi c) e d), in mancanza di uno specifico gravame sul punto.

Ritiene, in relazione a tale motivo

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