AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA – PROCESSO PENALE – DECRETO CITAZIONE GIUDIZIO NOTIFICATO A INCAPACE

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. Con sentenza del 17/07/2012, la Cortedi Appello di Milano confermava la sentenza con la quale, in data 15/02/2007, il Tribunale della medesima città, aveva ritenuto T.L. colpevole del reato di rapina ai danni di M.L.

2. Avverso la suddetta sentenza, l’imputato, a mezzo del proprio difensore, ha proposto ricorso per cassazione deducendo i seguenti motivi:

2.1. violazione dell’art. 171 lett. d) cod. proc. pen.: il ricorrente sostiene che la notifica del decreto di citazione per il giudizio di primo grado, sarebbe nulla, in quanto effettuata a mezzo posta e consegnata a mani di persona (il cognato del ricorrente) manifestamente affetta da infermità mentale

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  • VIOLAZIONE DEGLI ARTT. 157/4 – 171 LETT. D) COD. PROC. PEN.: la doglianza è infondata.

 

 

  • Da un controllo degli atti processuali, è risultato che la notifica fu effettuata “a mani di familiare convivente – cognato”.

Il ricorrente ha eccepito e documentato che il suddetto famigliare è affetto da infermità mentale.

Sennonché, in punto di diritto, deve osservarsi che l’incapacità che rende nulla la notifica dev’essere “manifesta” e dev’essere provata dalla parte che l’eccepisce: “in tema di validità della notificazione, lo stato di capacità d’intendere e di volere della persona che riceve l’atto si presume fino a prova del contrario, atteso che l’indicazione di capacità contenuta nella relazione dell’ufficiale giudiziario prescinde da un accertamento specifico e deve solo conformarsi al dettato dell’art. 157, comma 4, cod. Proc. Pen., il quale fa divieto al suddetto di consegnare copia a persona che si trovi nello stato di manifesta incapacità”: Cass. 22651/2001 Rv. 219008.

Orbene, nel caso di specie, se è vero che l’imputato ha provato che il cognato è affetto da infermità mentale, non ha però provato che quella invalidità fosse (al momento della notifica) “manifesta” e cioè tale da poter essere immediatamente riconoscibile da parte dell’organo notificatore: dal che consegue il rigetto della doglianza.

 

 

 

  • . Violazione dell’art. 603 cod. Proc. Pen.: la censura è manifestamente infondata, in quanto, risulta dallo stesso ricorso che la difesa del ricorrente, nel giudizio di primo grado, non si oppose all’acquisizione della comunicazione della notizia di reato. Non è chiaro, quindi, il motivo per cui il giudice di appello avrebbe dovuto effettuare quella istruttoria probatoria alla quale lo stesso ricorrente aveva rinunciato nel giudizio di primo grado e cioè nella fase processuale deputata alla formazione della prova: la rinnovazione in appello è l’eccezione e non la regola

 

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  • Violazione dell’art. 192 cod. Proc. Pen.: la censura va disattesa per le ragioni di seguito indicate.

Nel giudizio di primo grado, l’imputato fu riconosciuto colpevole sulla base delle dichiarazioni rese dalla parte offesa che aveva denunciato che “era stato avvicinato da un uomo di sua conoscenza, tale T.L., quarantenne di (omissis), il quale gli aveva intimato di seguirlo in una vicina stradina poco illuminata”, dove, con minacce, lo aveva costretto a consegnargli un telefono cellulare del valore di Euro 155,00 oltre ad un pacchetto di sigarette. La suddetta parte offesa, poi, il 29/08/2005, riconosceva nella foto n. 3 di un album fotografico che gli veniva posto in visione, l’effigie raffigurante l’imputato.

Il giudice, infine, spiegava le ragioni per cui le dichiarazioni rese dal M., fossero credibili (pag. 2 sentenza).

In sede di appello, l’imputato aveva dedotto una generica doglianza in merito alla pretesa inattendibilità delle suddette dichiarazioni, alla quale la Corte rispose, ribadendo la motivazione del primo giudice.

 

 

  • In questo grado, il ricorrente ha dedotto una censura meramente reiterativa con la quale, però, non risultano evidenziati vizi motivazionali di alcun genere.

In altri termini, la censura deve ritenersi manifestamente infondate in quanto la ricostruzione effettuata dalla Corte e la decisione alla quale è pervenuta deve ritenersi compatibile con il senso comune e con “i limiti di una plausibile opinabilità di apprezzamento”: infatti, nel momento del controllo di legittimità, la Corte di cassazione non deve stabilire se la decisione di merito proponga effettivamente la migliore possibile ricostruzione dei fatti né deve condividerne la giustificazione, ma deve limitarsi a verificare se questa giustificazione sia compatibile con il senso comune Cass. N. 47891/2004 rv 230568; Cass. 1004/1999 rv 215745; Cass. 2436/1993 rv 196955.

 

  • Al rigetto consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

 

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE II PENALE

Sentenza 6 maggio – 18 giugno 2014, n. 26306
(Presidente Gentile – Relatore Rago)

Fatto

1. Con sentenza del 17/07/2012, la Cortedi Appello di Milano confermava la sentenza con la quale, in data 15/02/2007, il Tribunale della medesima città, aveva ritenuto T.L. colpevole del reato di rapina ai danni di M.L.

2. Avverso la suddetta sentenza, l’imputato, a mezzo del proprio difensore, ha proposto ricorso per cassazione deducendo i seguenti motivi:

2.1. violazione dell’art. 171 lett. d) cod. proc. pen.: il ricorrente sostiene che la notifica del decreto di citazione per il giudizio di primo grado, sarebbe nulla, in quanto effettuata a mezzo posta e consegnata a mani di persona (il cognato del ricorrente) manifestamente affetta da infermità mentale. Nonostante la suddetta eccezione fosse stata dedotta in appello, la Corte l’aveva respinta in modo laconico;

2.2. violazione dell’art. 603 cod. proc. pen. per non avere la Corte rinnovato l’istruttoria al fine di sentire in contraddittorio la persona offesa;

2.3. violazione dell’art. 192 cod. proc. pen. per avere la Corte affermato la responsabilità del ricorrente sulla base di emergenze prive di valenza probatoria tale non potendosi considerare la denuncia della parte offesa.

Diritto

1. VIOLAZIONE DEGLI ARTT. 157/4 – 171 LETT. D) COD. PROC. PEN.: la doglianza è infondata.

Da un controllo degli atti processuali, è risultato che la notifica fu effettuata “a mani di familiare convivente – cognato”.

Il ricorrente ha eccepito e documentato che il suddetto famigliare è affetto da infermità mentale.

Sennonché, in punto di diritto, deve osservarsi che l’incapacità che rende nulla la notifica dev’essere “manifesta” e dev’essere provata dalla parte che l’eccepisce: “in tema di validità della notificazione, lo stato di capacità d’intendere e di volere della persona che riceve l’atto si presume fino a prova del contrario, atteso che l’indicazione di capacità contenuta nella relazione dell’ufficiale giudiziario prescinde da un accertamento specifico e deve solo conformarsi al dettato dell’art. 157, comma 4, cod. Proc. Pen., il quale fa divieto al suddetto di consegnare copia a persona che si trovi nello stato di manifesta incapacità”: Cass. 22651/2001 Rv. 219008.

Orbene, nel caso di specie, se è vero che l’imputato ha provato che il cognato è affetto da infermità mentale, non ha però provato che quella invalidità fosse (al momento della notifica) “manifesta” e cioè tale da poter essere immediatamente riconoscibile da parte dell’organo notificatore: dal che consegue il rigetto della doglianza.

2. Violazione dell’art. 603 cod. Proc. Pen.: la censura è manifestamente infondata, in quanto, risulta dallo stesso ricorso che la difesa del ricorrente, nel giudizio di primo grado, non si oppose all’acquisizione della comunicazione della notizia di reato. Non è chiaro, quindi, il motivo per cui il giudice di appello avrebbe dovuto effettuare quella istruttoria probatoria alla quale lo stesso ricorrente aveva rinunciato nel giudizio di primo grado e cioè nella fase processuale deputata alla formazione della prova: la rinnovazione in appello è l’eccezione e non la regola.

2. Violazione dell’art. 192 cod. Proc. Pen.: la censura va disattesa per le ragioni di seguito indicate.

Nel giudizio di primo grado, l’imputato fu riconosciuto colpevole sulla base delle dichiarazioni rese dalla parte offesa che aveva denunciato che “era stato avvicinato da un uomo di sua conoscenza, tale T.L., quarantenne di (omissis), il quale gli aveva intimato di seguirlo in una vicina stradina poco illuminata”, dove, con minacce, lo aveva costretto a consegnargli un telefono cellulare del valore di Euro 155,00 oltre ad un pacchetto di sigarette. La suddetta parte offesa, poi, il 29/08/2005, riconosceva nella foto n. 3 di un album fotografico che gli veniva posto in visione, l’effigie raffigurante l’imputato.

Il giudice, infine, spiegava le ragioni per cui le dichiarazioni rese dal M., fossero credibili (pag. 2 sentenza).

In sede di appello, l’imputato aveva dedotto una generica doglianza in merito alla pretesa inattendibilità delle suddette dichiarazioni, alla quale la Corte rispose, ribadendo la motivazione del primo giudice.

In questo grado, il ricorrente ha dedotto una censura meramente reiterativa con la quale, però, non risultano evidenziati vizi motivazionali di alcun genere.

In altri termini, la censura deve ritenersi manifestamente infondate in quanto la ricostruzione effettuata dalla Corte e la decisione alla quale è pervenuta deve ritenersi compatibile con il senso comune e con “i limiti di una plausibile opinabilità di apprezzamento”: infatti, nel momento del controllo di legittimità, la Corte di cassazione non deve stabilire se la decisione di merito proponga effettivamente la migliore possibile ricostruzione dei fatti né deve condividerne la giustificazione, ma deve limitarsi a verificare se questa giustificazione sia compatibile con il senso comune Cass. N. 47891/2004 rv 230568; Cass. 1004/1999 rv 215745; Cass. 2436/1993 rv 196955.

Al rigetto consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

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