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Lo studio legale AVVOCATO SERGIO ARMAROLI offre consulenza e assistenza a privati e imprese in ambito penale. Lo studio opera in fase giudiziale svolgendo attività di difesa, instaurando un rapporto di fiducia con i propri assistiti, ai quali garantisce profonda conoscenza del codice e delle procedure penali. Lo studio ha maturato esperienza nelle diverse fasi del procedimento e del processo penale ed è in grado di offrire difesa, assistenza e rappresentanza professionale a tutti i propri Clienti. Si effettuano indagini difensive.

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Lo studio AVVOCATO SERGIO ARMAROLI assicura altresì assistenza ai propri clienti vittime di reato nel costituirsi parte civile e fornisce anche assistenza nella difesa processuale per le imprese.

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA Sospensione del procedimento con messa alla prova dell’imputato

AVVOCATO PENALISTA IMOLA AVVOCATO SERGIO ARMAROLI CON STUDIO A BOLOGNAStalking (atti persecutori: art. 612 bis Cp)

 

Ammontano a decine di migliaia le denunce per stalking dal momento dell’introduzione della specifica norma nel 2009, che attualmente punisce gli atti persecutori con pena da 6 mesi a 5 anni di reclusione.

 

Di solito le condotte illecite vengono perpetrate mediante continue telefonate, messaggi (telefonici, WhatsApp, Facebook), lettere, e-mail, biglietti, appostamenti, ossessivi pedinamenti ed altre modalità.

 

Il fenomeno abitualmente genera nelle vittime un forte senso di oppressione e una perdita della propria autodeterminazione. Questo a volte le induce ad astenersi dal denunciare gli atti persecutori subiti, che invece costituisce l’unico modo efficace per difendersi da questi abusi.

 

Si tratta infatti di un reato procedibile a querela (ossia mediante la denuncia dei fatti da parte della persona offesa), che può essere proposta entro sei 6 mesi. La querela diviene “irrevocabile” in presenza di gravi minacce ripetute, ad esempio con armi.

 

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ARTICOLO 168 BIS

Sospensione del procedimento con messa alla prova dell’imputato

Nei procedimenti per reati puniti con la sola pena edittale pecuniaria o con la pena edittale detentiva non superiore nel massimo a quattro anni, sola, congiunta o alternativa alla pena pecuniaria, nonché per i delitti indicati dal comma 2 dell’articolo 550 del codice di procedura penale, l’imputato può chiedere la sospensione del processo con messa alla prova.

La messa alla prova comporta la prestazione di condotte volte all’eliminazione delle conseguenze dannose o pericolose derivanti dal reato, nonché, ove possibile, il risarcimento del danno dallo stesso cagionato. Comporta altresì l’affidamento dell’imputato al servizio sociale, per lo svolgimento di un programma che può implicare, tra l’altro, attività di volontariato di rilievo sociale, ovvero l’osservanza di prescrizioni relative ai rapporti con il servizio sociale o con una struttura sanitaria, alla dimora, alla libertà di movimento, al divieto di frequentare determinati locali.

AAERERIDIPIANGILa concessione della messa alla prova è inoltre subordinata alla prestazione di lavoro di pubblica utilità. Il lavoro di pubblica utilità consiste in una prestazione non retribuita, affidata tenendo conto anche delle specifiche professionalità ed attitudini lavorative dell’imputato, di durata non inferiore a dieci giorni, anche non continuativi, in favore della collettività, da svolgere presso lo Stato, le regioni, le province, i comuni, le aziende sanitarie o presso enti o organizzazioni, anche internazionali, che operano in Italia, di assistenza sociale, sanitaria e di volontariato. La prestazione è svolta con modalità che non pregiudichino le esigenze di lavoro, di studio, di famiglia e di salute dell’imputato e la sua durata giornaliera non può superare le otto ore. (2)

La sospensione del procedimento con messa alla prova dell’imputato non può essere concessa più di una volta.

La sospensione del procedimento con messa alla prova non si applica nei casi previsti dagli articoli 102, 103, 104, 105 e 108.

del 2005).

Il complesso dei principi, elaborati da questa Corte, sulle facoltà difensive per la richiesta dei riti speciali non può non valere anche per il nuovo procedimento di messa alla prova. Per consentirgli di determinarsi correttamente nelle sue scelte difensive occorre pertanto che all’imputato, come avviene per gli altri riti speciali, sia dato avviso della facoltà di richiederlo.

Poiché nel procedimento per decreto il termine entro il quale chiedere la messa alla prova è anticipato rispetto al giudizio, e corrisponde a quello per proporre opposizione, la mancata previsione tra i requisiti del decreto penale di condanna di un avviso, come quello previsto dall’art. 460, comma 1, lettera e), cod. proc. pen. per i riti speciali, della facoltà dell’imputato di chiedere la messa alla prova comporta una lesione del diritto di difesa e la violazione dell’art. 24, secondo comma, Cost. L’omissione di questo avvertimento può infatti determinare un pregiudizio irreparabile, come quello verificatosi nel giudizio a quo, in cui l’imputato nel fare opposizione al decreto, non essendo stato avvisato, ha formulato la richiesta in questione solo nel corso dell’udienza dibattimentale, e quindi tardivamente.

SENTENZA N. 201

ANNO 2016

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori:

–    Paolo                                GROSSI                                              Presidente

–    Alessandro                       CRISCUOLO                                     Giudice

–    Giorgio                             LATTANZI                                                ”

–    Aldo                                 CAROSI                                                     ”

–    Marta                                CARTABIA                                               ”

–    Mario Rosario                   MORELLI                                                  ”

–    Giancarlo                          CORAGGIO                                              ”

–    Giuliano                            AMATO                                                      ”

–    Silvana                              SCIARRA                                                  ”

–    Daria                                 de PRETIS                                                  ”

–    Nicolò                               ZANON                                                      ”

–    Franco                              MODUGNO                                               ”

–    Augusto Antonio             BARBERA                                                 ”

–    Giulio                               PROSPERETTI                                          ”

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 460, comma 1, lettera e), del codice di procedura penale, promosso dal Tribunale ordinario di Savona, in composizione monocratica, nel procedimento penale a carico di P.A., con ordinanza del 3 giugno 2015, iscritta al n. 201 del registro ordinanze 2015 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 41, prima serie speciale, dell’anno 2015.

Visto l’atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri;

udito nella camera di consiglio del 6 luglio 2016 il Giudice relatore Giorgio Lattanzi.

Ritenuto in fatto

1.– Il Tribunale ordinario di Savona, in composizione monocratica, con ordinanza del 3 giugno 2015 (r.o. n. 201 del 2015), ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione, una questione di legittimità costituzionale dell’art. 460, comma 1, lettera e), del codice di procedura penale, «nella parte in cui non prevede che il decreto penale di condanna debba contenere l’avviso all’imputato che ha facoltà di chiedere la sospensione del procedimento per messa alla prova unitamente all’atto di opposizione».

Il giudice a quo premette che nei confronti dell’imputato è stato emesso un decreto penale di condanna per il reato previsto dall’art. 44, comma 1, lettera c), del d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia – Testo A), e che l’imputato ha proposto opposizione senza chiedere i riti alternativi o la sospensione del procedimento con messa alla prova.

Nell’udienza del 12 maggio 2015 l’imputato ha chiesto la sospensione del procedimento con messa alla prova, allegando l’istanza di elaborazione del programma di trattamento presentata al competente ufficio di esecuzione penale esterna.

La messa alla prova dovrebbe essere dichiarata inammissibile, perché, trattandosi di un giudizio conseguente all’opposizione a un decreto penale di condanna, la richiesta avrebbe dovuto essere presentata con l’atto di opposizione. Però, secondo il giudice rimettente, se la questione di legittimità costituzionale sollevata fosse accolta, l’imputato sarebbe rimesso in termini per chiedere la messa alla prova. Di qui la rilevanza della questione nel giudizio a quo.

Ad avviso del giudice rimettente la norma censurata violerebbe l’art. 24 Cost., in quanto l’esigenza di tutela del diritto di difesa imporrebbe che «la scelta delle alternative procedimentali al giudizio dibattimentale ordinario, quando debba essere compiuta entro brevi termini di decadenza che maturino fuori udienza o in limine alla stessa, [sia] preceduta da uno specifico avviso».

In particolare il giudice rimettente ha rilevato che la sospensione del procedimento con messa alla prova è assimilabile ai riti alternativi e che per la sua richiesta il legislatore ha stabilito termini di decadenza ma non ha previsto «alcuno specifico avviso, nemmeno laddove la scelta debba essere compiuta al di fuori di un’udienza, come avviene nel caso di opposizione a decreto penale di condanna».

La norma censurata si porrebbe in contrasto anche con l’art. 3 Cost., perché darebbe luogo a una disparità di trattamento tra situazioni analoghe. Infatti, come rileva il giudice rimettente, diversamente da quanto avviene per la sospensione del procedimento con messa alla prova, «[s]econdo il vigente codice di rito, l’imputato deve essere avvisato, a pena di nullità, della facoltà di accedere ai riti alternativi ed all’oblazione: a) unitamente al decreto di citazione diretta a giudizio (art. 552 comma 1 lett. F e comma 2 c.p.p.); b) unitamente al decreto penale di condanna (art. 460 comma 1 lett. E c.p.p. e 141 comma 3disp. att. c.p.p.); c) unitamente al decreto di giudizio immediato (art. 456 comma 2 c.p.p. che non fa menzione dell’oblazione trattandosi di giudizio applicabile a delitti per i quali la stessa non è ammessa)».

2.– È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, e ha chiesto che la questione sia dichiarata non fondata.

In primo luogo, ad avviso della difesa dello Stato, non sarebbe configurabile la violazione dell’art. 24 Cost., in quanto il legislatore può ben modulare le forme di esercizio del diritto di difesa secondo le caratteristiche dei vari riti e, quindi, stabilire diverse modalità di informazione in relazione ad essi.

L’indicazione contenuta nel decreto penale di condanna relativamente al termine per proporre opposizione sarebbe sufficiente a garantire il diritto di difesa dell’imputato, che può farsi assistere da un difensore e chiedere la sospensione del procedimento con messa alla prova ai sensi dell’art. 464-bis cod. proc. pen.

In secondo luogo, non sussisterebbe la denunciata disparità di trattamento, considerata l’eterogeneità del nuovo istituto «rispetto ai veri e propri riti alternativi». Si tratta, infatti, di «un procedimento che – lungi dall’esser preordinato all’emissione di un giudizio sulla responsabilità del fatto-reato contestato all’imputato, – è diretto alla verifica della inutilità di formulare siffatto giudizio, in caso di esito positivo della messa alla prova dell’imputato».

3.– Con memoria depositata in prossimità della camera di consiglio, l’Avvocatura generale dello Stato ha eccepito l’inammissibilità della questione per difetto di rilevanza, in quanto concerne «una norma che disciplina un atto (decreto penale di condanna) la cui adozione è rimessa al giudice per le indagini preliminari».

La questione sarebbe, comunque, infondata, sia con riferimento all’art. 24 Cost., perché il decreto penale di condanna va notificato al difensore dell’imputato, che può così avvalersi della sua assistenza, sia con riferimento all’art. 3 Cost., stante l’eterogeneità dell’istituto della sospensione del procedimento con messa alla prova «rispetto ai veri e propri riti alternativi».

Considerato in diritto

1.– Il Tribunale ordinario di Savona, in composizione monocratica, con ordinanza del 3 giugno 2015 (r.o. n. 201 del 2015), ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione, una questione di legittimità costituzionale dell’art. 460, comma 1, lettera e), del codice di procedura penale, «nella parte in cui non prevede che il decreto penale di condanna debba contenere l’avviso all’imputato che ha facoltà di chiedere la sospensione del procedimento per messa alla prova unitamente all’atto di opposizione».

Secondo il giudice a quo, la questione sarebbe non manifestamente infondata con riferimento all’art. 24 Cost., in quanto l’esigenza di tutela del diritto di difesa impone che «la scelta delle alternative procedimentali al giudizio dibattimentale ordinario, quando debba essere compiuta entro brevi termini di decadenza che maturino fuori udienza o in limine alla stessa, [sia] preceduta da uno specifico avviso».

Invece, nel caso della messa alla prova, benché il procedimento sia assimilabile ai riti alternativi, e per la sua richiesta siano stabiliti termini di decadenza, il legislatore non ha previsto «alcuno specifico avviso, nemmeno laddove la scelta debba essere compiuta al di fuori di un’udienza, come avviene nel caso di opposizione a decreto penale di condanna».

La norma censurata, inoltre, violerebbe l’art. 3 Cost. sotto il profilo della disparità di trattamento tra situazioni analoghe. Infatti l’imputato deve essere avvisato, a pena di nullità, della facoltà di chiedere, con l’atto di opposizione, il giudizio immediato, il giudizio abbreviato, l’applicazione della pena su richiesta e l’oblazione, ma non anche della facoltà di chiedere la sospensione del procedimento con messa alla prova.

2.– La difesa dello Stato ha eccepito l’inammissibilità della questione per difetto di rilevanza, in quanto, come avrebbe già rilevato questa Corte con l’ordinanza n. 485 del 1995, la questione si riferisce a «una norma che disciplina un atto (decreto penale di condanna) la cui adozione è rimessa al giudice per le indagini preliminari».

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L’eccezione è infondata.

È vero che il decreto penale di condanna è emesso dal giudice per le indagini preliminari, e quindi in una fase processuale anteriore a quella dibattimentale nella quale si trova il giudizio a quo, ma è anche vero che, se la questione sollevata fosse accolta, in seguito all’opposizione proprio il giudice del dibattimento, davanti al quale l’imputato è stato citato, dovrebbe valutare, in base all’art. 178, comma 1, lettera c), cod. proc. pen., l’eventuale nullità determinata dalla mancanza dell’avviso in questione (sentenza n. 148 del 2004) e la possibilità di rimettere in termini l’imputato per formulare la richiesta, altrimenti tardiva, di messa alla prova.

3.– Nel merito, la questione è fondata.

L’istituto della messa alla prova, introdotto con gli artt. 168-bis, 168-ter e 168-quater cod. pen., «ha effetti sostanziali, perché dà luogo all’estinzione del reato, ma è connotato da un’intrinseca dimensione processuale, in quanto consiste in un nuovo procedimento speciale, alternativo al giudizio, nel corso del quale il giudice decide con ordinanza sulla richiesta di sospensione del procedimento con messa alla prova» (sentenza n. 240 del 2015).

L’art. 464-bis, comma 2, cod. proc. pen. stabilisce i termini entro i quali, a pena di decadenza, l’imputato può formulare la richiesta di messa alla prova. Sono termini diversi, articolati secondo le sequenze procedimentali dei vari riti, e la loro disciplina è «collegat[a] alle caratteristiche e alla funzione dell’istituto, che è alternativo al giudizio ed è destinato ad avere un rilevante effetto deflattivo» (sentenza n. 240 del 2015). Nel procedimento per decreto, la richiesta deve essere presentata con l’atto di opposizione.

Come negli altri riti, anche nel procedimento per decreto deve ritenersi che la mancata formulazione della richiesta nel termine stabilito dall’art. 464-bis, comma 2, cod. proc. pen., e cioè con l’atto di opposizione, determini una decadenza, sicché nel giudizio conseguente all’opposizione l’imputato che prima non l’abbia chiesta non può più chiedere la messa alla prova.

A differenza di quanto accade per gli altri riti speciali, l’art. 460, comma 1, cod. proc. pen. però, tra i requisiti del decreto penale di condanna, non prevede l’avviso all’imputato che ha facoltà, nel fare opposizione, di chiedere la messa alla prova.

4.– Secondo la costante giurisprudenza costituzionale, la richiesta di riti alternativi «costituisce anch’essa una modalità, tra le più qualificanti (sentenza n. 148 del 2004), di esercizio del diritto di difesa (explurimis, sentenze n. 219 del 2004, n. 70 del 1996, n. 497 del 1995 e n. 76 del 1993)» (sentenza n. 237 del 2012).

Di conseguenza si è ritenuto che l’avviso all’imputato della possibilità di richiedere i riti alternativi costituisca «una garanzia essenziale per il godimento di un diritto della difesa» (sentenza n. 497 del 1995), e che la sanzione della nullità ex art 178, comma 1, lettera e), cod. proc. pen., nel caso di omissione dell’avviso prescritto, trovi «la sua ragione essenzialmente nella perdita irrimediabile della facoltà di chieder[li]», se per la richiesta è stabilito un termine a pena di decadenza (sentenza n. 148 del 2004; nello stesso senso, sentenza n. 101 del 1997 e ordinanza n. 309 del 2005).

In particolare, come ha chiarito questa Corte, quando il termine entro cui chiedere i riti alternativi è anticipato rispetto alla fase dibattimentale, sicché la mancanza o l’insufficienza del relativo avvertimento può determinare la perdita irrimediabile della facoltà di accedervi, «[l]a violazione della regola processuale che impone di dare all’imputato (esatto) avviso della sua facoltà comporta […] la violazione del diritto di difesa» (sentenza n. 148 del 2004). Non è invece necessario alcun avvertimento quando il termine ultimo per avanzare tale richiesta viene a cadere «all’interno di una udienza a partecipazione necessaria, sia essa dibattimentale o preliminare, nel corso della quale l’imputato è obbligatoriamente assistito dal difensore» (ordinanza n. 309 del 2005).

Il complesso dei principi, elaborati da questa Corte, sulle facoltà difensive per la richiesta dei riti speciali non può non valere anche per il nuovo procedimento di messa alla prova. Per consentirgli di determinarsi correttamente nelle sue scelte difensive occorre pertanto che all’imputato, come avviene per gli altri riti speciali, sia dato avviso della facoltà di richiederlo.

Poiché nel procedimento per decreto il termine entro il quale chiedere la messa alla prova è anticipato rispetto al giudizio, e corrisponde a quello per proporre opposizione, la mancata previsione tra i requisiti del decreto penale di condanna di un avviso, come quello previsto dall’art. 460, comma 1, lettera e), cod. proc. pen. per i riti speciali, della facoltà dell’imputato di chiedere la messa alla prova comporta una lesione del diritto di difesa e la violazione dell’art. 24, secondo comma, Cost. L’omissione di questo avvertimento può infatti determinare un pregiudizio irreparabile, come quello verificatosi nel giudizio a quo, in cui l’imputato nel fare opposizione al decreto, non essendo stato avvisato, ha formulato la richiesta in questione solo nel corso dell’udienza dibattimentale, e quindi tardivamente.

Deve pertanto dichiararsi l’illegittimità costituzionale dell’art. 460, comma 1, lettera e), cod. proc. pen., nella parte in cui non prevede che il decreto penale di condanna contenga l’avviso della facoltà dell’imputato di chiedere mediante l’opposizione la sospensione del procedimento con messa alla prova.

La censura relativa all’art. 3 Cost. rimane assorbita.

per questi motivi

LA CORTE COSTITUZIONALE

dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 460, comma 1, lettera e), del codice di procedura penale, nella parte in cui non prevede che il decreto penale di condanna contenga l’avviso della facoltà dell’imputato di chiedere mediante l’opposizione la sospensione del procedimento con messa alla prova.

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 6 luglio 2016.

F.to:

Paolo GROSSI, Presidente

Giorgio LATTANZI, Redattore

Roberto MILANA, Cancelliere

Depositata in Cancelleria il 21 luglio 2016.

 

 

 

 

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Perché questo vademecum?

È un settore complesso, quello del diritto penale, da intendere come quella branca del diritto che definisce che cosa sono i reati e le relative pene previste. Può capitare che un cittadino venga sottoposto a un procedimento penale, ma anche coloro che non vivranno mai questa esperienza hanno modo di venire a contatto tutti i giorni con concetti derivanti dal diritto penale, fosse solo per le cronache giornalistiche che quotidianamente fanno riferimento a indagini e istituti giuridici che è bene conoscere. Per questo motivo proponiamo un elenco di domande e risposte: è fondamentale riuscire a orientarsi in un ambito così vasto e articolato. Ed è fondamentale capire quando è il momento di chiedere l’aiuto di un professionista che possa supportare una persona con problemi di natura penale.

 

Cos’è un reato?

Il reato è un comportamento umano proibito dalla legge dello Stato: appropriarsi per esempio di qualcosa che appartiene a un’altra persona è vietato e questo comportamento, nel codice penale, viene chiamato furto. Il diritto penale costituisce il corpus delle norme attraverso cui lo Stato definisce i vari tipi di reato prevedendo, nel caso siano dimostrati al termine di un processo, sanzioni, cioè le pene che puniscono quel comportamento.

 

Cosa sono le pene?

Le pene possono essere di diverso tipo e agiscono limitando o privando l’individuo della propria libertà personale (dalla detenzione in carcere o ai domiciliari o ancora il divieto di ricoprire incarichi pubblici o di esercitare determinate professioni) o del godimento in tutto o in parte del proprio patrimonio (come avviene, per esempio, con il sequestro o la confisca di beni ai mafiosi).

 

Chi è l’indagato?

Con il termine indagato, invece, si intende una persona sottoposta a indagini perché si ritiene che abbia commesso un reato. Questi ha il diritto inviolabile in ogni grado di giudizio alla difesa di un avvocato, che può essere di vario tipo:

Difesa d’ufficio, prevista per chi non ha un proprio avvocato;

Difesa di fiducia, quando l’avvocato nominato dall’indagato;

Alle persone non abbienti è riservato il cosiddetto gratuito patrocinio con cui l’indagato richiede la nomina di un avvocato la cui assistenza è a spese dello Stato. Per averne diritto, la persona che ne fa richiesta deve avere un reddito documentato dall’ultima dichiarazione non superiore a 11.528,41 euro, se vive solo. Se convive con altre persone (coniuge o altri familiari) il limite del reddito è aumentato di 1.032,91 euro per ciascun familiare convivente.

Se emerge un reato a carico di una persona morta, invece non si procede e se la persona muore nel corso del procedimento penale il reato è considerato estinto. Solo i vivi possono essere indagati e processati.

Cosa si intende per responsabilità personale?

L’autore di un reato è sempre una persona fisica e la responsabilità penale è sempre personale. Dunque non si può perseguire un’associazione, una società o un’organizzazione, ma si deve sempre identificare un individuo ritenuto responsabile del comportamento ritenuto reato. Inoltre, perché alcuni tipi di reato si possano configurare, è necessaria una qualifica particolare: questo ovviamente non accade nel caso del ladro, ma quando si ha a che fare con situazioni più complesso, come la corruzione, l’individuo deve essere un pubblico ufficiale.

PROVOCAZIONE ATRTENUANTE AVVOCATO PENBALE BOLOGNA AVVOCATO PENALE RIMINI AVVOCATO PENALE RAVENNA L’imputabilità, infatti, è il presupposto soggettivo indispensabile per affermare la responsabilità dell’agente e presuppone l’accertamento di una condizione di rimproverabilità verificabile processualmente (cfr. Sez. U, n. 9163 del 21/05/2005, Raso, Rv. 230317).

AVVOCATO PENALISTI BOLOGNA ROVOCAZIONE ATRTENUANTE AVVOCATO PENBALE BOLOGNA AVVOCATO PENALE RIMINI AVVOCATO PENALE RAVENNA
L’imputabilità, infatti, è il presupposto soggettivo indispensabile per affermare la responsabilità dell’agente e presuppone l’accertamento di una condizione di rimproverabilità verificabile processualmente (cfr. Sez. U, n. 9163 del 21/05/2005, Raso, Rv. 230317).

Cosa si intende per elemento soggettivo e oggettivo?

Ci sono poi altri elementi da tenere in considerazione:

Si parla di elemento soggettivo quando ci si riferisce all’atteggiamento psicologico di chi commette un reato, cioè alla volontà di delinquere;

L’elemento oggettivo è invece costituito dall’azione o dall’omissione compiuta da chi commento in reato che determina il fatto potendo parlare dunque di rapporto (o nesso) di causalità tra condotta ed evento. Se il concetto di azione è facilmente comprensibile (nel furto si prende qualcosa di proprietà altrui), quando si parla di omissione si intende un comportamento che non ottempera a un obbligo (per esempio, la denuncia di un reato da parte di un pubblico ufficiale che ne ha avuto notizia).

 

Perché si parla di querela e di denuncia?

Querela e denuncia non sono sinonimi. La prima offre un diritto a chiunque si senta offeso da reati non perseguibili d’ufficio, da intendersi in questo secondo caso come quelli per cui l’azione penale è obbligatoria, deve essere avviata quando giunge notizia di un reato e prevede una denuncia. Nel caso di querela (caso tipico è quella per diffamazione presentata contro uno o più giornalisti), chi si sente offeso ha novanta giorni di tempo per esercitare il suo diritto e, differenza dei reati perseguibili d’ufficio, può essere rimessa portando all’estinzione del reato. Con la denuncia, questo non può avvenire e la denuncia può essere presentata da chiunque, non solo dalla parte offesa.

 

Quando si configura il dolo?

Il dolo rientra tra gli elementi soggettivi e si configura quando un fatto ritenuto un reato viene previsto e voluto da chi lo compie. In questo caso si parla di reato doloso. Succede, per esempio, quando si punta un’arma da fuoco con l’intenzione di uccidere una persona o si prova un incendio spargendo benzina all’interno dell’area che si vuole distruggere.

In sostanza l’autore del reato ha cognizione di ciò che sta facendo e il caso più grave è quello del dolo premeditato. Il dolo eventuale, invece, si concretizza quando l’autore di un’azione prevede che l’evento possa diventare realtà e accetta il rischio che ciò accada.

Quando invece la colpa?

Con colpa, invece, si intendono reati (detti appunto reati colposi) che sono determinati da negligenza (mancata attenzione), imperizia (mancata conoscenza di dettaglio) o imprudenza (comportamento avventato) oppure dal non rispetto di leggi, regolamenti ordini o discipline, ma in questo caso manca la volontà di arrivare a un fatto. Tipico esempio è quello dell’incidente stradale con conseguenze mortali: una disattenzione o una violazione stradale non vengono compiuti con il proposito di uccidere un ciclista, ma il fatto che il guidatore sia stato disattento o non abbia rispettato il codice della stradale ha portato alla morte di un malcapitato passante. Va aggiunto poi che al momento si parla di introdurre il reato di omicidio stradale e in proposito esiste un disegno di legge approvato dal Senato e in discussione alla Camera. Ma al momento non è ancora una legge dello Stato.

 

Quando si può parlare di delitto o di contravvenzione?

All’interno del concetto di reati, la legge prevede una differenza tra delitto e contravvenzione e la differenza sta nel tipo di pena prevista:

Nel caso dei delitti, infatti, si prevede la reclusione (a un minimo di 15 giorni a un massimo di 24 anni) o la multa (da un minimo di 50 e un massimo di 50 mila euro);

In quello della contravvenzioni l’arresto (da un minimo di 5 giorni a un massimo di 3 anni) o l’ammenda (da un minimo di 20 a un massimo di 10 mila euro).

Il discrimine, in questo caso, è sottile ed è oggetto di un dibattito non ancora giunta a conclusione. In linea di massima, la differenza sta nella gravità dell’offesa alla comunità.

 

Da cosa scaturiscono le aggravanti di un reato?

I cosiddetti elementi sostanziali e quelli accidentali sono quelli che determinato la presenza o meno di aggravanti: l’azione di rubare è di per sé un elemento sostanziale. Invece commettere un reato in tre o più persone dà origine all’associazione a delinquere e alla conseguente aggravante, che poi ha ripercussioni sulla pena, che diventa più pesante.

 

Quando si può limitare la libertà di una persona?

Si parte dal presupposto che la libertà della persona è inviolabile. A questo principio, tuttavia, esistono delle deroghe che devono essere motivate dall’autorità giudiziaria: prima di arrivare a una pena detentiva, se prevista dal reato e sancita da una condanna in via definitiva (pronunciata dalla Corte di Cassazione o in un grado di giudizio inferiore – primo o secondo – e non appellata dalle parti), ci può essere la custodia cautelare (in carcere o ai domiciliari). Anche in questo caso il pubblico ministero ha la facoltà di richiederla e a concederla deve essere il Gip con un’apposita ordinanza. Esiste poi anche il fermo di polizia che entro 48 ore deve essere convalidato o meno dall’autorità giudiziaria. Se non avviene la persona sottoposta a fermo deve essere rilasciata.

 

Che cosa accade se cambiano le leggi?

Un comportamento ritenuto penalmente rilevante non può essere considerato tale se la norma che lo punisce è stata approvata dopo che il comportamento si è manifestato: dunque l’introduzione di una legge non può essere applicata a eventi retroattivi, cioè avvenuti prima dell’introduzione stessa. È differente invece il caso di una legge che abolisce un reato: se il reato viene ipotizzato dopo l’arrivo della legge, non può più essere perseguito perché la legge penale non lo definisce più come tale.

 

Qual è il limite territoriale in caso di reato?

Un reato non può essere perseguito al di fuori del territorio dello Stato in cui si è manifestato. Dunque la legge penale italiana può essere applicata ai cittadini italiani e ai cittadini stranieri che si trovano all’interno del confini nazionali. Esistono eccezioni, rare e di particolare gravità (come per esempio i crimini contro l’umanità, i crimini di guerra o il genocidio), che sono di competenza della Corte penale internazionale che ha sede all’Aia, nei Paesi Bassi. Se invece un reato viene commesso da un italiano all’estero, per applicare la legge italiana è necessario che ci sia un atto formale del ministero della Giustizia.

 

Che differenza c’è tra il codice penale e il codice di procedura penale?

La differenza si applica in questi termini:

Oltre a quanto già detto, si deve qui aggiungere che il codice penale che si applica in Italia è entrato in vigore il 1 luglio 1931 e prende il nome dal guardasigilli dei tempi, Alfredo Rocco;

Il codice di procedura penale, invece, contiene le norme che regolano il processo nelle sue varie fasi e quello attuale è stato introdotto il 22 settembre 1988 con un decreto dell’allora presidente della Repubblica, Francesco Cossiga.

Altre fonti del diritto sono la Costituzione italiana entrata in vigore il 1 gennaio 1948 (all’articolo 3 stabilisce per esempio il principio cardine secondo cui “tutti i cittadini […] sono eguali davanti alla legge”, ma sono molti di più gli articoli che si occupano della questione penale) e le convenzioni internazionali ratificate dall’Italia.

 

Chi sono il pubblico ministero e il giudice per le indagini preliminari?

Le due figure sono radicalmente diverse ed è necessario conoscerne le differenze:

Il pubblico ministero è un magistrato che ha una funzione inquirente e che rappresenta l’accusa. Ha l’obbligo, così come previsto fin dalla Costituzione, di esercitare l’azione penale nel momento in cui viene a conoscenza di una notizia di reato e per farlo dispone della polizia giudiziaria. In fase dibattimentale il pubblico ministero continuerà a rappresentare l’accusa fino al pronunciamento della sentenza, contro la quale ha facoltà di presentare ricorso. Al termine di un’indagine, se non ha rilevato reati, può chiedere l’archiviazione, che deve essere decretata da giudice;

Si tratta del Gip (il giudice per le indagini preliminari e ha funzioni giurisdizionali di garanzia), il quale è chiamato a esprimersi anche quando il pubblico ministero chiede il rinvio a giudizio. AVVOCATO PENALISTA IMOLA CHIAMA

 

 

Cos’è un avviso di garanzia?

Se il presunto autore di un reato non è ignoto, una persona sottoposta a indagini può vedersi notificare dal pubblico ministero un avviso di garanzia. Con questo atto, viene data notizia all’indagato che è in corso un’indagine a suo carico e per farlo si deve comunicare quali articoli del codice penale si ritengono violati, in che data e in quale luogo. L’indagato in questa sede di nominare nomina un legale di fiducia o, se ciò non accade, gliene viene assegnato uno d’ufficio in modo da poter esercitare il diritto di difesa. Va aggiunto che una persona sottoposta a indagini non deve venire informata per forza: l’obbligo del pubblico ministero a farlo subentra solo quando deve compiere atti per i quali è previsto il coinvolgimento dell’avvocato a difesa dell’indagato. Se ciò non accade nel corso dell’indagine, all’indagato può essere notificato direttamente l’avviso di conclusione delle indagini preliminari.

 

Cosa si intende invece per avviso di conclusione delle indagini preliminari?

È un atto che il pubblico ministero compie quando decide di esercitare l’azione penale dando diritto all’indagato di procedere con la propria difesa e di avanzare eventuali richieste. Tra queste, la presentazione entro venti giorni di una memoria difensiva, indagini condotte dalla difesa, documenti correlati e la richiesta dell’indagato di essere interrogato, unico atto a cui il pubblico ministero è tenuto a ottemperare. A valle di ciò, il pubblico ministero ha può compiere due azioni:

La più probabile è la richiesta di rinvio a giudizio che verrà valutata dal giudice per l’udienza preliminare;

La richiesta di archiviazione, molto più improbabile ma non esclusa del tutto alla luce di eventuali nuovi acquisizioni.

 

Che cos’è la prescrizione di un reato?

È il tempo massimo nel quale si può esercitare l’azione penale e trascorso il quale il reato è considerato estinto. Questo termine, dal momento in cui il reato si manifesta, non è mai inferiore ai sei anni per i delitti e ai quattro per le contravvenzioni. Inoltre, via via che la gravità del reato è più marcata, si allunga anche il tempo della prescrizione che può essere interrotta da alcuni atti (per esempio, avviso di conclusione delle indagini preliminari, richiesta di rinvio a giudizio, sentenza o decreto di condanna, ordinanza di custodia cautelare o convalida di un arresto o di un fermo). L’interruzione, tuttavia, non dilata senza limite i tempi di prescrizione, che possono solo essere aumentati da un quarto al doppio a seconda delle situazioni. I reati punibili con la pena dell’ergastolo, invece, si dicono imprescrittibili e per perseguirli l’azione penale può essere sempre esercitata.

 

Quando l’indagato diventa imputato?

L’imputazione viene formulata con la richiesta di rinvio a giudizio che, introducendo il processo, dà origine a due fasi:

L’udienza preliminare al termine della quale il Gup (il giudice per l’udienza preliminare) chiamato a pronunciarsi può decidere di archiviare il procedimento anche in assenza di una richiesta in questo senso del pubblico ministero, se ritiene che le imputazioni siano prive di fondamento: in questo caso l’imputato viene prosciolto con una sentenza di non luogo a procedere;

Se invece ciò non accade e il giudice ritiene di procedere, allora viene pronunciato il rinvio a giudizio con un apposito decreto e si apre la fase del dibattimento.

 

Cosa succede durante il dibattimento?

Durante il dibattimento, le parti e il giudice verificano che il reato si sia davvero consumato:

Ciò avviene nella cosiddetta istruttoria dibattimentale, quando accusa e difesa presentano le prove che il giudice, formulando le proprie valutazioni, può accogliere o meno insieme alle informazioni per passare alla fase successiva;

Questa fase è quella dell’acquisizione probatoria (esame e controesame di testimoni, imputato, periti, consulenti, espletamento delle perizie);

Terminata anche questa fase, si passa alla deliberazione del giudice, che si pronuncia attraverso un giudizio raggiunto in base al suo libero convincimento: è a questo punto che si formula la sentenza di non doversi procedere (in questo caso l’azione penale non doveva iniziare o procedere), di assoluzione (l’imputato è riconosciuto innocente oppure l’accusa non è sufficientemente provata) o di condanna (se l’imputato è giudicato colpevole). La sentenza è composta da due parti: il dispositivo (la decisione del giudice) e le motivazioni (l’esposizione delle ragioni che hanno portato al pronunciamento).

 

Che cosa sono i riti alternativi?

Oltre al dibattimento, l’ordinamento italiano prevede i cosiddetti riti alternativi a cui si può ricorrere solo c’è accordo tra le parti (accusa e difesa). Sono riti che comportano vantaggi per entrambe: infatti, rinunciando al dibattimento, il processo ha uno svolgimento più rapido, è meno oneroso e prevede per l’imputato dello sconto fino a un terzo della pena, se riconosciuto colpevole (per questo si chiamano riti alternativi premiali). In questo contesto sono diversi i tipi di rito:

Da un lato ci sono quello abbreviato: il giudice valuta in udienza preliminare sulla base degli atti acquisiti fino a quel momento. Vi si fa ricorso per esempio per fatti di sangue che potrebbero comportare l’ergastolo e che, in forza della riduzione della pena, prevedono pene meno severe; si aggiunge il patteggiamento: un accordo tra accusa e difesa sulla condanna e sulla pena da comminare per reati meno gravi rispetto a quelli contemplati dall’abbreviato;

Dall’altro il giudizio immediato e quello direttissimo, per i quali si salta l’udienza preliminare e viene pronunciato il giudizio in base alle prove dei fatti contestati.

Nell’ordinamento poi si trova il procedimento per decreto penale, quello per il quale un giudice formula il giudizio in base alle risultanze prodotte dal pubblico ministero. In questo caso la persona a cui è stato contestato un reato non partecipa al procedimento e si vede scontare la pena della metà. Se ritiene la pena comunque eccessiva, può ricorrere entro quindici giorni per chiedere il dibattimento, all’applicazione della pena o al rito abbreviato.

 

Cosa sono la legittima difesa e lo stato di necessità?

Esistono dei casi in cui il fatto contestato esiste, ma non porta a una condanna per le cosiddette cause di non punibilità. Ne esistono di diversi tipi:

La legittima difesa, quando si reagisce, in stato di pericolo, a un’aggressione in un modo che deve essere indispensabile, proporzionale all’aggressione subita e per difendere un proprio diritto o un diritto di terzi;

Lo stato di necessità, che si delinea quando ci si trova nella condizione di salvare sé stessi o altre persone da un pericolo che può portare a un grave danno, come la perdita della vita.

 

Quali sono gli scopi di una pena?

La pena, quando viene inflitta, può avere diversi scopi, che a volte si presentano in contemporanea a seconda della gravità del reato:

Punire una condotta illecita;

Limitare la libertà (fisica o d’azione) di una persona che ha compiuto un reato;

Risarcire un danno collettivo o individuale prodotto dal reato.

Punta a evitare che il reato possa essere ripetuto (o che ne siano commessi altri) e rappresenta anche una sorta di monito sociale a non compiere azioni che sono socialmente dannose. AVVOCATO PENALISTA IMOLA CHIAMA

 

 

In caso di pena, cosa sono la prevenzione generale e speciale?

Si può dire che la pena ha una funzione di prevenzione generale mentre la prevenzione speciale è affidata alla misura di sicurezza (le più note sono il carcere e la detenzione domiciliare, ma ne esistono anche altre, come per esempio il divieto di soggiorno, l’obbligo di firma, la libertà vigilata o la sorveglianza speciale). Il tutto, rispetto all’intento originario del Codice Rocco, è stato poi integrato dall’articolo 27 della Costituzione italiana: “La responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte, se non nei casi previsti dalle leggi militari di guerra”.

 

L’ergastolo corrisponde davvero al fine pena mai?

L’ordinamento italiano prevede anche l’ergastolo, cioè il carcere a vita, e si infligge solo per reati particolarmente gravi. Per citarne alcuni, omicidio volontario, strage, alto tradimento, attentato contro il presidente della Repubblica o capi di Stato esteri. Tuttavia la cosiddetta legge Gozzini del 10 ottobre 1986 (dal nome del suo promotore, Mario Gozzini) prevede che in alcuni casi la pena possa estinguersi in una trentina d’anni (in questo caso si parla di ergastolo condizionale). Diverso è il caso dell’ergastolo ostativo, applicato per esempio a boss mafiosi e ai loro affiliati detenuti in regime di carcere duro (quello previsto dall’articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario italiano). In questo caso è negato il diritto ad accedere a benefici di legge (permessi, semilibertà o libertà condizionale) e misure alternative al carcere (per esempio la detenzione domiciliare, l’affidamento in prova al servizio sociale o la liberazione anticipata.

 

In caso di ingiusta detenzione, cosa succede?

All’imputato definitivamente assolto (o a favore del quale è stata pronunciata una sentenza di non luogo a procedere o è stato disposto un provvedimento di archiviazione) ha diritto a una riparazione equa se ha trascorso un periodo di ingiusta detenzione perché sottoposto a un periodo di custodia cautelare. La domanda deve essere presentata entro due anni dall’imputato stessa e la valuta la Corte d’Appello.

 

Cosa si intende per esecuzione della pena?

L’esecuzione della pena definitiva o non più impugnabile è affidata al pubblico ministero dà ordine di esecuzione, nel caso di una pena detentiva. Se invece la pena è pecuniaria, la cancelleria del giudice dell’esecuzione (colui che ha pronunciato il giudizio irrevocabile) notifica un’ingiunzione di pagamento che comprende data entro il quale versare la somma e l’importo preciso. Se ciò non avviene, gli atti vengono trasmessi al pubblico ministero per l’applicazione di una pena sostitutiva.

 

Che cos’è la particolare tenuità del fatto?

È una disciplina entrata in vigore il 2 aprile 2015 ed è contenuta nel decreto legislativo del 16 marzo 2015, il numero 28, e prevede l’istituto giuridico della non punibilità per particolare tenuità dell’offesa per reati che comportano pene pecuniarie e/o detentive non superiori ai cinque anni. La norma è applicabile quando il comportamento ritenuto reato esclude la crudeltà, i motivi abietti o futili, condotte contro gli animali, sevizie su persone diversamente abili che non possono difendersi o reati di particolare rilevanza, come quelli che provocato la morte o lesioni gravissime. A pronunciare la non punibilità per tenuità del reato deve essere sempre un giudice che deve valutare, oltre alla portata del reato, anche la non abitualità del comportamento contestato.

 

Nel caso dei minorenni, cosa accade?

Se la persona accusata di aver commesso un reato è minorenne, l’iter giudiziario è disciplinato da norme ad hoc previste da un decreto del presidente della Repubblica, il numero 488 del 22 settembre 1988. Questo per offrire le adeguate tutele a persone che non hanno raggiunto i diciotto anni, considerate in via di formazione e da reinserire nella società il prima possibile. La differenza principale tra il processo ordinario, così come descritto nelle voci precedenti, e quello minorile, affidato a organi appositi (procura e procura generale, tribunale, corte d’appello, magistrato di sorveglianza per i minorenni), sta nella non pubblicità delle udienze, che sono a porte chiuse, e nel divieto di diffondere immagini e notizie che portino all’identificazione del minore. È attenuato anche il ricorso alla custodia cautelare in carcere, limitato a reati di estrema gravità, e l’udienza preliminare può terminare con una sentenza di non luogo a procedere per irrilevanza del fatto e conseguente proscioglimento.

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