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Decisione

 

Del tutto coerenti erano pertanto le conclusioni della Corte territoriale sulla consapevolezza, da parte dell’imputata, della mancata corresponsione del prezzo dei beni, sull’inerzia della stessa nella riscossione della somma e sulla valenza che tali elementi assumevano, alla luce della funzione di responsabile legale della fallita assunta dalla D., in termini di configurabilità del concorso della predetta nel reato. Il che implica un altrettanto coerente giudizio di inattendibilità della versione difensiva sulla convinzione dell’imputata che l’acquisto dei beni sarebbe stato pagato dagli I.

2. Infondato è altresì il motivo di ricorso relativo all’affermazione di responsabilità dell’imputata per il reato di bancarotta documentale.

L’elemento psicologico del reato di bancarotta fraudolenta documentale, nella fattispecie contestata nel caso di specie, assume, contrariamente a quanto sostenuto dalla ricorrente, natura di dolo generico. Esso pertanto non richiede necessariamente una finalizzazione della condotta all’intenzione di rendere impossibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari della fallita; è viceversa sufficiente che l’autore del reato agisca con la consapevolezza che una determinata tenuta della contabilità possa condurre a siffatte conseguenze (Sez. 5, n. 21872 del 25/03/2010, Laudiero, Rv. 247444). Ed in questa prospettiva è evidente come non vi siano ragioni di incompatibilità del dolo eventuale con la struttura della fattispecie (Sez. 5, n.38712 del 19/06/2008, Prandelli, Rv. 242022).

 

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SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE V

Sentenza 29 gennaio 2013, n. 4333

Svolgimento del processo

1. Con la sentenza impugnata veniva confermata la sentenza del Tribunale di Milano dell’11/12/2002, con la quale D.R. veniva condannata alla pena di anni due di reclusione per il reato di cui al R.D. 16 marzo 1942, n. 267, art. 216 commesso quale amministratore unico fino al luglio del 2009 e poi liquidatore della Emme Esse Due s.r.l., dichiarata fallita in (OMISSIS), in concorso con gli amministratori di fatto I.M. e I.F., tenendo le scritture contabili in modo da impedire la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari della società e distraendo merci vendute nel 1999 con operazioni non contabilizzate.

2. L’imputata ricorrente deduce i seguenti motivi.

2.1. Violazione di legge e difetto di motivazione in ordine all’affermazione di responsabilità per il reato di bancarotta patrimoniale. Posto che la condotta distrattiva veniva individuata in concreto nel trasferimento delle merci presenti nel magazzino della fallita in favore della Mobili d’Arte s.r.l., gestita dai coimputati, la ricorrente lamenta illogicità della motivazione in ordine alla consapevolezza della distrazione delle merci in quanto fondata sul dato irrilevante della conoscenza dello stato di insolvenza della società, non incompatibile con la convinzione dell’imputata che l’acquisto del magazzino sarebbe stato pagato dagli I. con denaro liquido necessario per far fronte ai debiti della fallita.

2.2. Violazione di legge e difetto di motivazione in ordine all’affermazione di responsabilità per il reato di bancarotta documentale. La ricorrente osserva che l’incapacità dell’imputata di occuparsi della gestione contabile, dopo che il professionista a ciò addetto aveva lasciato l’incarico, e la collaborazione successivamente offerta dalla stessa al curatore nella ricostruzione dei movimenti contabili dell’ultimo semestre, contrastano con la ravvisabilità del dolo specifico di impedire la ricostruzione del patrimonio sociale, e rendono al più configurabile un dolo eventuale incompatibile con la fattispecie incriminatrice.

Motivi della decisione

1. Il motivo di ricorso relativo all’affermazione di responsabilità dell’imputata per il reato di bancarotta patrimoniale è infondato.

La sentenza impugnata era congruamente motivata sul carattere preordinato della distrazione realizzata dagli amministratori di fatto della fallita, laddove gli stessi, nel maggio del 1999 e quindi solo un mese prima della messa in liquidazione della società fallita, costituivano la Mobili d’Arte s.r.l., avente lo stesso oggetto sociale, alla quale trasferivano i beni di cui all’imputazione; nonchè sulla piena conoscenza di tali circostanze in capo all’imputata, la quale era proprietaria di alcune quote della fallita, era presente nel punto vendita della stessa ed ammetteva comunque di sapere della costituzione della nuova società e della cessione dei beni alla stessa. Del tutto coerenti erano pertanto le conclusioni della Corte territoriale sulla consapevolezza, da parte dell’imputata, della mancata corresponsione del prezzo dei beni, sull’inerzia della stessa nella riscossione della somma e sulla valenza che tali elementi assumevano, alla luce della funzione di responsabile legale della fallita assunta dalla D., in termini di configurabilità del concorso della predetta nel reato. Il che implica un altrettanto coerente giudizio di inattendibilità della versione difensiva sulla convinzione dell’imputata che l’acquisto dei beni sarebbe stato pagato dagli I.

2. Infondato è altresì il motivo di ricorso relativo all’affermazione di responsabilità dell’imputata per il reato di bancarotta documentale.

Mallet, legal code and scales of justice. Law concept, studio shots

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L’elemento psicologico del reato di bancarotta fraudolenta documentale, nella fattispecie contestata nel caso di specie, assume, contrariamente a quanto sostenuto dalla ricorrente, natura di dolo generico. Esso pertanto non richiede necessariamente una finalizzazione della condotta all’intenzione di rendere impossibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari della fallita; è viceversa sufficiente che l’autore del reato agisca con la consapevolezza che una determinata tenuta della contabilità possa condurre a siffatte conseguenze (Sez. 5, n. 21872 del 25/03/2010, Laudiero, Rv. 247444). Ed in questa prospettiva è evidente come non vi siano ragioni di incompatibilità del dolo eventuale con la struttura della fattispecie (Sez. 5, n.38712 del 19/06/2008, Prandelli, Rv. 242022).

Nessun contrasto è ravvisabile, rispetto a questo orientamento, nella pronuncia oggi citata dal difensore della ricorrente (Sez. 5, n. 25093 del 03/05/2012, Scornavacca), la quale al contrario conferma la ricostruzione del dolo tipico della fattispecie in esame nei termini, pienamente conformi alla figura del dolo generico, della consapevolezza che determinate modalità di tenuta della contabilità siano produttive di impossibilità di ricostruire l’andamento gestionale; precisando, ma è conclusione già propria del costante orientamento in precedenza riportato, che tale consapevolezza non si risolve in quella della mera irregolarità delle registrazioni contabili.

Neppure è dato ravvisare, in questa lettura della configurazione dell’elemento psicologico della fattispecie in esame, l’irragionevole disparità di disciplina lamentata oggi dal difensore rispetto alla previsione del dolo specifico di ingiusto profitto o di lesione delle ragioni dei creditori viceversa prevista dalla norma incriminatrice per la fattispecie della bancarotta fraudolenta documentale per distruzione o occultamento della contabilità. La consapevole tenuta della contabilità in modo da impedire la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari della fallita implica invero consapevolezza, altresì, del pregiudizio che da tale condotta non può che derivare per le possibilità di verifica sul corretto mantenimento della garanzia per i creditori (Sez. 5, n. 1137 del 17/12/2008 (13/01/2009), Vianello, Rv.242550), così connotando il fatto della dimensione di offensività verso gli interessi tutelati dalla norma incriminatrice; offensività che viceversa nelle condotte soppressive della contabilità è data dal dolo specifico, potendo essere dette condotte realizzate con modalità ed a fini diversi.

Ciò posto, la sentenza impugnata era correttamente motivata in questa cornice giuridica, nel momento in cui vi si individuava la condotta penalmente rilevante nella mancata annotazione di fatture di vendita, che rendeva immediatamente percepibile come in tal modo si realizzasse la sottrazione di un supporto documentale indispensabile per la ricostruzione delle operazioni commerciali e delle disponibilità patrimoniali della società, e non una mera irregolarità contabile. Ed anzi, l’ulteriore riferimento della Corte territoriale alla contestualità di tale omissione con lo svuotamento del magazzino della fallita, ed alla conseguente strumentalità della disfunzione contabile rispetto all’occultamento di quest’ultima operazione, arricchisce la motivazione di argomenti in definitiva riferibili ad un contenuto doloso ulteriore rispetto a quello che, per quanto detto, è sufficiente ad integrare il reato contestato.

Il ricorso deve pertanto essere rigettato, seguendone la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

 

Il delitto di bancarotta fraudolenta è previsto dagli artt. 216 e 223, L. Fall., il primo dei quali, contemplando la bancarotta fraudolenta patrimoniale, punisce, con la pena della reclusione da tre a dieci anni, l’imprenditore fallito che abbia distratto, occultato, dissimulato, distrutto o dissipato, in tutto o in parte, i propri beni ovvero, allo scopo di recare pregiudizio ai creditori, abbia esposto o riconosciuto passività inesistenti.

Soggetto attivo può essere solo l’imprenditore commerciale soggetto a fallimento, ex art. 2082 c.c., ovvero colui che esercita professionalmente una attività economica organizzata al fine della produzione o scambio di servizi, trattandosi di reato proprio.

L’oggetto materiale del reato è costituito dai beni dell’imprenditore fallito o il patrimonio, inteso come il complesso dei rapporti giuridici economicamente valutabili facenti capo al fallito. 

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ISUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE V PENALE

Sentenza 14 ottobre – 24 novembre 2014, n. 48739

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LOMBARDI Alfredo Mari – Presidente –

Dott. OLDI Paolo – Consigliere –

Dott. LAPALORCIA Grazia – Consigliere –

Dott. DE MARZO Giusepp – rel. Consigliere –

Dott. LIGNOLA Ferdinando – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

G.L. N. IL (OMISSIS);

avverso la sentenza n. 537/2010 CORTE APPELLO di MILANO, del 09/04/2013;

visti gli atti, la sentenza e il ricorso;

udita in PUBBLICA UDIENZA del 14/10/2014 la relazione fatta dal Consigliere Dott. DE MARZO GIUSEPPE;

Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. FODARONI Maria G., che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso.

Svolgimento del processo

1. Con sentenza del 09/04/2013 la Corte d’appello di Milano ha confermato la decisione di primo grado, che aveva condannato alla pena di giustizia G.G., legale rappresentante della Plyform s.r.l., in relazione al reato di cui all’art. 110 c.p., art. 216, comma 3 e art. 223 L.Fall., per essere concorso, quale istigatore e beneficiario delle somme versate dalla società Lucas Compositi s.r.l., fallita in data (OMISSIS), in favore della medesima Plyform s.r.l., che controllava la prima, nei pagamenti preferenziali eseguiti nel corso del 2002, allorquando la società erogante versava già in stato di insolvenza.

La Corte territoriale, esclusa la rilevanza dell’impedimento addotto dal difensore, ha sottolineato l’incontestato dato materiale del pagamento, mediante compensazione, dei crediti vantati dalla controllante nei confronti della controllata poi fallita e il dato psicologico, rappresentato dalla consapevolezza dell’imputato in ordine alla difficoltà finanziaria della controllata e del conseguente danno che la compensazione realizzava per le ragioni degli altri creditori.

2. Nell’interesse del G. è stato proposto ricorso per cassazione, affidato ai seguenti motivi.

2.1. Con il primo motivo, si lamentano vizi motivazionali e violazione dell’art. 157 c.p.p., comma 8 bis, per essere il decreto di citazione stato notificato all’imputato ai sensi della norma appena citata, che è inapplicabile in presenza, come nella specie, di un domicilio dichiarato e opera solo per le notificazioni successive a quella eseguita ai sensi dell’art. 157, comma 8, del codice di rito. In tale frangente, secondo il ricorrente, tenuto anche conto del fatto che il difensore aveva trasmesso la dichiarazione di non accettare la notifica, la Corte territoriale avrebbe dovuto prendere atto della nullità e porsi il problema della mancata di effettiva conoscenza dell’atto. Tale conclusione era ancora più stringente in quanto il difensore aveva rappresentato il proprio impedimento a comparire all’udienza del 09/04/2013.

2.2. Con il secondo motivo, si lamenta erronea applicazione dell’art. 216, comma 3, L.Fall., e dell’art. 192 c.p.p., comma 3, sottolineando:

a) che nel capo di imputazione la contestazione riguardava i pagamenti eseguiti in favore della Plyform s.r.l., con l’ulteriore specificazione che si trattava di “operazioni giustificate impropriamente come pagamenti compensazioni debiti/crediti commerciali”;

b) che, in realtà, anche alla luce delle risultanze dell’attività d’indagine difensiva e tecnica, era emersa la falsità delle dichiarazioni etero-accusatorie del legale rappresentante della società fallita, C.G., finalizzate ad occultare le reali ragioni del dissesto e ad allontanare da sè ogni responsabilità;

c) che la consulenza di parte aveva chiarito che dal 1999 al 2001 la Lucas Compositi s.r.l. non versava in stato di insolvenza e che nessun titolo era scaduto anteriormente al giugno 2002;

d) che comunque le compensazioni rappresentavano una prassi commerciale in uso tra le due società;

e) che, in generale, il difetto del necessario elemento soggettivo emergeva dalla continua disponibilità manifestata dall’imputato ad assorbire in Plyform s.r.l. il personale della società Lucas Compositi, a procedere alla messa in liquidazione di quest’ultima, ad offrire a questa un contratto di assistenza tecnica.

3. Nell’interesse del G. è stata depositata memoria, con la quale si deduce che, poichè i pagamenti contestati risalgono al 2002, il reato si sarebbe prescritto nel 2007, ancor prima dell’instaurazione del giudizio di primo grado.

Motivi della decisione

1. In difetto di evidenti cause di inammissibilità del ricorso, va rilevato, che sia pure successivamente alla sentenza di secondo grado, è maturato il termine di prescrizione di sette anni e mezzo operante con riferimento al reato di bancarotta preferenziale e decorrente dalla data della sentenza dichiarativa di fallimento del 02/02/2006.

Il Collegio, pur consapevole del precedente (Sez. 5^, n. 37428 del 19/05/2009, Gambino, Rv. 244617) secondo cui il reato di bancarotta fraudolenta preferenziale si consuma nel momento dei pagamenti, irrilevante essendo la data della sentenza dichiarativa di fallimento, ritiene di confermare il più recente orientamento, a mente del quale, anche in caso di bancarotta preferenziale, il termine di prescrizione decorre dal momento della sentenza dichiarativa di fallimento (Sez. 5^, n. 592 del 04/10/2013 – dep. 09/01/2014, De Florio, Rv. 258712).

Al riguardo, deve, infatti, rilevarsi che l’espresso riferimento dell’art. 216, comma 3 L.Fall., alla condizione di fallito dell’imprenditore che esegua i pagamenti e, comunque, per quanto riguarda i fatti posti in essere dai soggetti di cui dell’art. 223 L.Fall., comma 1, al fallimento delle società interessate, vale, pur nella diversità delle fattispecie incriminatrici, ad assegnare alla dichiarazione di fallimento lo stesso significato giuridico che ricopre nelle altre ipotesi di bancarotta fraudolenta e, in conseguenza, il medesimo rilievo, quanto al decorso del termine prescrizionale.

La contestuale ricorrenza nel giudizio di cassazione di una causa estintiva del reato e di una nullità processuale anche assoluta e insanabile, determina la generale prevalenza della prima, per effetto del principio della immediata declaratoria di determinate cause di non punibilità, sancito dall’art. 129 c.p.p., (Sez. 3^, n. 1550 del 01/12/2010 – dep. 19/01/2011, Gazzerotti, Rv. 249428).

Ne consegue che la sentenza va annullata senza rinvio.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata per essere il reato estinto per prescrizione.

Così deciso in Roma, il 14 ottobre 2014.

Depositato in Cancelleria il 24 novembre 2014.

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