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BANCAROTTA FRAUDOLENTA

BANCAROTTA FRAUDOLENTA,BANCAROTTA DOCUMENTALE,BANCAROTTA PER DISTRAZIONEavvocato penalista Bologna

Art 216 Bancarotta fraudolenta

È punito con la reclusione da tre a dieci anni, se è dichiarato fallito, l’imprenditore, che:

1) ha distratto, occultato, dissimulato, distrutto o dissipato in tutto o in parte i suoi beni ovvero, allo scopo di recare pregiudizio ai creditori, ha esposto o riconosciuto passività inesistenti;

2) ha sottratto, distrutto o falsificato, in tutto o in parte, con lo scopo di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto o di recare pregiudizi ai creditori, i libri o le altre scritture contabili o li ha tenuti in guisa da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari.

La stessa pena si applica all’imprenditore, dichiarato fallito, che, durante la procedura fallimentare, commette alcuno dei fatti preveduti dal n. 1 del comma precedente ovvero sottrae, distrugge o falsifica i libri o le altre scritture contabili.

È punito con la reclusione da uno a cinque anni il fallito, che, prima o durante la procedura fallimentare, a scopo di favorire, a danno dei creditori, taluno di essi, esegue pagamenti o simula titoli di prelazione.

Salve le altre pene accessorie, di cui al capo III, titolo II, libro I del codice penale, la condanna per uno dei fatti previsti nel presente articolo importa per la durata di dieci anni l’inabilitazione all’esercizio di una impresa commerciale e l’incapacità per la stessa durata ad esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa.

 ACASSAZIONE PENALE

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123penale

Cassazione penale, Sez. V, sent. n. 12427, 17 marzo 2014, Pres. Lombardi, Rel. Guardiano.

Bancarotta fraudolenta – Bancarotta impropria – Medesima condotta causa di fallimento – Non configurabilità del concorso.

Bancarotta fraudolenta – Bancarotta impropria – Ulteriori comportamenti dolosi – Configurabilità del concorso materiale.

Bancarotta fraudolenta patrimoniale – Registrazione di passività inesistenti – Diminuzione illecita del patrimonio del debitore – Pregiudizio al ceto creditorio.

Bancarotta fraudolenta documentale – Impossibilità di ricostruzione del patrimonio – difficoltà degli accertamenti.

GR AVVOCATO PENALISTA

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE V PENALE

Sentenza 4 febbraio – 18 marzo 2013, n. 12581

(Presidente Zecca – Relatore De Marzo)

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza del 07/02/2011 la Corte d’appello di Brescia, confermando l’affermazione di responsabilità dei coniugi C.D. e O.S.D.A. in ordine ai fatti di bancarotta fraudolenta, patrimoniale e documentale, di cui al capo di imputazione, ha provveduto ad una rideterminazione riduttiva delle pene.

2. La sentenza impugnata ha dato atto che l’imputazione riguardava il C., quale amministratore unico della Luminor s.p.a., dichiarata fallita con sentenza del 10/06/2010, e la S.D.A., quale unica socia ed amministratrice della s.r.l. Filati Milano, società priva di mezzi propri e costituita al solo scopo di occultare e commercializzare, attraverso l’impiego di un capannone, le merci sottratte alla Luminor s.p.a., che venivano poi rivendute dalla medesima s.r.l. Filati Milano a terzi.

Secondo la Corte territoriale, se il C. era stato la mente di tutta l’operazione, la S.D.A. aveva, dal canto suo, dato un proprio contributo assolutamente insostituibile per il compimento del piano delittuoso, divenendo titolare della seconda società e del contratto di locazione del capannone in cui erano stati ricoverati i beni, tenendo i contatti con i soggetti interessati agli acquisti degli stessi, svolgendo un ruolo non di mera prestanome, ma quale amministratrice di una società che intratteneva rapporti con i compratori, ne riceveva i pagamenti, conosceva quale fosse il movimento delle merci. In definitiva, la sentenza impugnata rileva che l’imputata aveva agito in un periodo non certo breve, all’unisono con il C., che parimenti operava nello stesso capannone come dimostrato dalla documentazione ivi rinvenuta e attestato dalle dichiarazioni del Fiorini, già agente della società fallita. La stessa mancanza di conti intestati alla donna non poteva che significare che quest’ultima ben sapeva che, in realtà, degli incassi della nuova società, ottenuti vendendo beni della società fallita, non doveva rimanere traccia, come in effetti era poi avvenuto, alla luce dei prelievi effettuati dal marito C., nel periodo immediatamente precedente la dichiarazione di fallimento.

Quanto al trattamento sanzionatorio, per ciò che concerne il C., la Corte ha operato una riduzione della pena, “in ragione della circostanza che quantomeno parte della merce distratta è stata recuperata, che il C. ha reso dichiarazioni che non hanno smentito il suo già smascherato piano delittuoso”. Tuttavia, non ha riconosciuto le attenuanti generiche, “perché l’articolata programmazione dell’attività delittuosa dà conto di una personalità che non ha esitato a perseguire il proprio esclusivo interesse con danno di una pluralità di soggetti che avevano pieno diritto ad avere soddisfatti i propri pregressi crediti, motivo per cui non si reputa di poter disapplicare la recidiva contestata per la pregressa condanna per reato contro il patrimonio”.

Anche per la S.D.A. la Corte ha operato una riduzione della pena, in ragione della corretta condotta serbata durante l’applicazione della misura cautelare non custodiale e del ruolo ancillare ricoperto rispetto al marito.

3. Hanno proposto distinti ricorsi per cassazione il C. e la S.D.A. 

3.1. Con un unico motivo, il C. il ricorrente lamenta, ai sensi dell’art. 606, comma 1, lett. e), cod. proc. pen., che la Corte territoriale abbia negato con motivazione contraddittoria le circostanze di cui all’art. 62 bis, cod. pen. In particolare l’affermazione utilizzata dalla sentenza impugnata sarebbe in netto contrasto le ragioni che hanno condotto il giudice di secondo grado ad operare una riduzione della pena.

3.2. Con il primo motivo, la S.D.A. lamenta, ai sensi dell’art. 606, comma 1, lett. b), e), cod. proc. pen., violazione degli artt. 216 e 219 l. fall., e vizio logico di motivazione, per avere la Corte territoriale ritenuto la sua responsabilità, nonostante fosse emerso che ella non aveva mai ricoperto alcun incarico nella s.p.a. Luminor, non era a conoscenza dello stato di insolvenza della società, era solo formalmente intestataria della s.r.l. Filati Milano ed ignorava le ragioni della costituzione di quest’ultima società. Anche con riferimento al contratto di locazione del capannone della s.r.l. Filati Milano era emerso che ella era intervenuta solo all’atto della firma del documento. Inoltre, tutti i creditori e i fornitori di quest’ultima società avevano dichiarato di non averla mai conosciuta.

3.3. Con il secondo motivo, la ricorrente lamenta, ai sensi dell’art. 606, comma 1, lett. b), e), cod. proc. pen., violazione dell’art. 216, 223 l. fall., e vizio logico di motivazione, per avere la Corte territoriale affermato la sua responsabilità in relazione al reato di bancarotta documentale, nonostante ella non avesse mai svolto alcun incarico con riferimento alla s.p.a. Luminor.

ACHIAMA PEN3Considerato in diritto

1. Il ricorso del C. è infondato.

2. La sussistenza di attenuanti generiche è invero oggetto di un giudizio di fatto e può essere esclusa dal Giudice con motivazione fondata sulle sole ragioni preponderanti della propria decisione, per cui la motivazione, purché congrua e non contraddittoria – come nella specie -non può essere sindacata in Cassazione (v., in motivazione, Sez. 6, n. 14556 del 25/03/2011, Belluso, Rv. 249731). Nella sentenza impugnata, infatti, non è dato cogliere alcuna contraddittorietà nel fatto che la Corte territoriale abbia valorizzato taluni profili per procedere ad una determinazione della pena e non sia tornata a considerare gli stessi elementi, in vista dell’auspicata, ulteriore riduzione del trattamento sanzionatorio derivante dal riconoscimento delle attenuanti di cui all’art. 62 bis, cod. pen.

3. Anche il ricorso della S.D.A. non è meritevole di accoglimento.

3.1. Il primo motivo di ricorso, in particolare, è inammissibile, in quanto, a fronte di una compiuta e sopra riassunta disamina degli elementi fattuali, la Corte territoriale è giunta alla conclusione che la ricorrente diede un consapevole contributo assolutamente insostituibile per il compimento del piano delittuoso.

Al riguardo, va ribadito che gli aspetti del giudizio che consistono nella vantazione e nell’apprezzamento del significato degli elementi acquisiti attengono interamente al merito e non sono rilevanti nel giudizio di legittimità, se non quando risulti viziato il discorso giustificativo sulla loro capacità dimostrativa, con la conseguenza che sono inammissibili in sede di legittimità le censure che siano nella sostanza rivolte a sollecitare soltanto una rivalutazione del materiale probatorio (di recente, v. Sez. 5, n. 18542 del 21/01/2011, Carone, Rv. 250168 e, in motivazione, Sez. 5, n. 49362 del 19/12/2012, Consorte). In realtà, le censure svolte dalla ricorrente trovano fondamento nel fatto che la ricorrente non aveva intrattenuto rapporti con i clienti e i fornitori, ma trascurano di considerare il nucleo essenziale della motivazione che valorizza i numerosi contributi assicurati dalla S.A., attraverso la fittizia intestazione della seconda società, del capannone e dei contratti, alla realizzazione delle attività distrattive.

3.2. Il secondo motivo è infondato, dal momento che, secondo l’accertamento in fatto della Corte territoriale, non oggetto sul punto di specifiche censure, nel capannone in cui furono ricoverate le merci sottratte alla prima società fu anche trovato un camper nel quale venne rinvenuta varia documentazione bancaria attestante le operazioni di prelievo del C. 

4. Al rigetto dei ricorsi segue la condanna di ciascuno dei ricorrenti al pagamento delle spese del procedimento.

P.Q.M.

Rigetta i ricorsi e condanna ciascuno dei ricorrenti al pagamento delle spese del procedimento.123penale1

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE V PENALE

Sentenza 17 luglio – 30 ottobre 2013, n. 44248

(Presidente Bruno – Relatore Vessicchelli)

Fatto e diritto

Propongono ricorso per cassazione M.F. e M.S. avverso la sentenza della Corte d’appello di Trieste in data 19 aprile 2012 con la quale è stata confermata quella di primo grado (emessa nel 2009 all’esito di giudizio abbreviato), di condanna in ordine al reato di bancarotta semplice ex articolo 217 primo comma n. 1 legge fallimentare.

Tali ricorrenti, nelle qualità, rispettivamente, di amministratore di fatto e di socio accomandatario della società in accomandita semplice SIMAR di M. Simona & C, dichiarata fallita il (omissis), sono stati ritenuti responsabili, in concorso fra loro, ai sensi della norma dell’art. art. 217 sopra citata e quindi quali imprenditori individuali personalmente falliti, di avere effettuato spese personali o per la famiglia eccessive rispetto alle loro condizioni economiche, così nuovamente qualificata l’originaria imputazione di bancarotta fraudolenta per distrazione, contestata con riferimento a prelievi ingiustificati effettuati dal 2001 al 2004.

Il giudice dell’appello ha ritenuto che, in relazione al periodo quadriennale preso in considerazione, i prelievi ingiustificati si riducessero alla somma complessiva di Euro 59.000, inferiore rispetto a quella (Euro 135.000) indicata nel capo d’imputazione e che comunque si trattasse di un importo dato da prelievi che non potevano trovare giustificazione legale poiché non potevano dirsi spesi per soddisfare bisogni essenziali per il sostentamento degli imprenditori e della loro famiglia.

Ed infatti l’importo in questione era costituito da mancati pagamenti per somministrazione di alimenti e bevande forniti dalla società in favore dei ricorrenti; da prelievi in parte del tutto ingiustificati e, infine, da un importo che sarebbe servito per consentire a M.S. di pagare una rata di mutuo.

Era rimasta invece destituita di prova l’affermazione che parte delle somme sarebbero state prelevate a titolo di compenso degli amministratori.

Deducono:

1) il vizio della motivazione.

La Corte territoriale aveva riconosciuto, in accoglimento di uno specifico motivo d’appello, che l’ammanco di cui al capo A) doveva ridursi di due terzi e cioè sino a Euro 59.000, ma poi aveva finito per confermare la sentenza di primo grado che aveva accertato una distrazione di Euro 135.000, fatto risultato non vero.

Lo stesso vizio di motivazione riguarda l’affermazione del giudice dell’appello secondo cui costituirebbero spese non giustificate anche quelle rappresentate dal mancato pagamento di prestazioni alimentari ricevute dalla società, la quale operava nel campo della ristorazione.

Il giudice non aveva valutato adeguatamente la tesi del “autoconsumo” sostenuta dalla difesa la quale aveva anche osservato che tali prestazioni (pasti) erano soggetti soltanto alla avvenuta contabilizzazione per finalità puramente fiscali dovendo risultare come spese sostenute dalla società.

In altri termini sarebbe abnorme pretendere che l’amministratore pagasse a se stesso un servizio erogato ma anche usufruito dello stesso soggetto.

In ordine alla somma utilizzata per pagare una rata del mutuo da parte di M.S., la difesa insiste sulla tesi dell’essere, un simile pagamento, espressione di un bisogno primario in quanto riferito all’abitazione dove si vive e comunque destinato ad incrementare il patrimonio personale dell’imprenditore il quale, così facendo, dovendo rispondere di debiti della società di persone anche con i beni personali, non aveva determinato un depauperamento delle garanzie dei creditori.

Alla luce delle argomentazioni sopra esposte dovrebbe essere considerata apodittica e manifestamente illogica anche l’affermazione del giudice dell’appello secondo cui le somme spese per pasti e bevande e per il mutuo della casa di abitazione, pari rispettivamente a Euro 33.000 per il quadriennio e Euro 13.450, non erano destinate a soddisfare bisogni primari.

Il ricorso è fondato.

Occorre prendere le mosse dal rilievo che il reato di bancarotta semplice ai sensi dell’articolo 217 comma 1 n. 1 legge fallimentare appare ritenuto a carico degli odierni imputati ricorrenti nelle qualità di imprenditori dichiarati personalmente falliti.

Tanto si desume, da un lato, dal primario rilievo che la peculiare fattispecie applicata già dal primo giudice, disciplinando e punendo le spese personali eccessive dell’imprenditore dichiarato fallito, è tipicamente riferibile all’imprenditore individuale e non all’amministratore di società il quale non può essere ritenuto legittimato a spese personali neppure se non eccessive, mentre può essere chiamato a rispondere di operazioni manifestamente imprudenti o delle altre fattispecie previste dei numeri 4 e 5 dell’articolo 217, norma che, in tali limiti, deve ritenersi richiamata dall’articolo 224 con riferimento, appunto, all’amministratore di società dichiarata fallita.

Il secondo argomento è costituito dal rilievo che, in base all’art. 222 L. fall., l’art. 217 si applica al socio illimitatamente responsabile della s.a.s. dichiarata fallita, salva la operatività delle norme sul concorso personale riguardo a condotte di terzi compartecipi.

Il terzo argomento è dato dall’articolo 147 legge fallimentare il quale prevede, tra l’altro, che la sentenza dichiarativa di fallimento della società in accomandita semplice produce anche il fallimento dei soci illimitatamente responsabili, tale dovendosi ritenere, ai sensi dell’articolo 2313 c.c, il socio accomandatario.

Il quarto argomento si ricava dalla stessa sentenza impugnata nella quale, a pagina cinque, è accreditata la tesi che l’articolo 217 comma uno legge fallimentare, riguardante l’imprenditore individuale, è stato applicato nella specie “alla società di persone a base familiare”.

Tale impostazione giuridica non risulta avere formato oggetto di contestazioni da parte della difesa e se ne debbono ritenere integrati, pertanto, tutti presupposti.

Ciò posto, è pure da osservare che il giudice dell’appello sembra avere valutato la sussistenza della fattispecie astratta menzionata, con riferimento all’ammanco di Euro 59.000, tale essendo quello riferibile al periodo di tempo esattamente indicato nel capo d’imputazione.

Tale conclusione, in primo luogo, radica il vizio della motivazione della sentenza la quale, ciò nonostante, non ha dato atto nel dispositivo dell’assai minore entità della distrazione ritenuta penalmente accertata, rispetto a quella, pari quasi al triplo, enunciata nel imputazione.

Ma, quel che più conta ai fini dell’integrazione del vizio denunciato, è la totale mancanza di valutazione in ordine alla eventualità che l’importo parziale del menzionato ammontare complessivo, rappresentato dai circa Euro 33.000 accertati quale mancato corrispettivo per la fruizione di pasti da parte degli imputati con corrispondente depauperamento delle garanzie dei creditori della società, potesse, in sé, costituire o meno una spesa eccessiva degli imprenditori illimitatamente responsabili.

Partendo cioè dal preliminare rilievo che sono “spese eccessive” le spese personali o per la famiglia che, pur essendo razionali e più o meno connesse alla vita dell’azienda risultano sproporzionate alla capacità economica dell’imprenditore (Rv. 119090), il giudice dell’appello avrebbe dovuto soffermarsi ad esaminare non tanto la loro natura ed origine – dipendente direttamente dalla fattispecie normativa applicata – bensì se, per entità, quelle dovessero essere considerate sproporzionate, tenuto conto del periodo di tempo al quale dovevano essere fatte risalire e al numero dei soggetti beneficiari.

Per colmare tale lacuna s’impone l’annullamento con rinvio dovendosi considerare che delimitazione dell’importo della spesa eccessiva, di cui all’articolo 217 legge fallimentare comporta la necessità della rivalutazione dell’elemento psicologico e comunque dell’intera vicenda quantomeno ai fini della ridefinizione del trattamento sanzionatorio.

P.Q.M.

annulla la sentenza impugnata con rinvio ad altra sezione della Corte d’appello di Trieste per nuovo esame.

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