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Le norme incriminatrici trovano collocazione all’interno di una legge speciale, che è la Legge Fallimentare che regola anche gli aspetti civilistici del fallimento.

QUANDO è addebitabile reato fallimentare?

sia addebitata una condotta rientrante tra i reati fallimentari occorre che il soggetto sia un imprenditore commerciale o una società, oppure uno dei soggetti (l’amministratore o il liquidatore, ad esempio) che rappresentano la società.

I principali reati c.d. fallimentari sono i reati di bancarotta, punibili non in quanto tali, ma solo quando l’imprenditore venga dichiarato fallito.
In sostanza, la dichiarazione di fallimento costituisce elemento costitutivo dei rati di cui si tratta.
Non si esclude, tuttavia, che sussistendone i requisiti, le condotte di seguito descritte possano configurare altri illeciti imputabili all’imprenditore non raggiunto da una dichiarazione di fallimento.

avvocato penalista BolognaLa Legge Fallimentare prevede varie tipologie di reato.

L’ipotesi di bancarotta si articola sostanzialmente in:

FD101) la bancarotta fraudolenta che si realizza quando l’imprenditore distrae, occulta, dissimula, distrugge o dissipa in tutto o in parte i suoi beni ovvero, allo scopo di recare pregiudizio ai creditori, espone passività inesistenti (è la bancarotta fraudolenta patrimoniale);

 

2) quando sottrae, distrugge o falsifica, in tutto o in parte, in modo tale da procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto o di recare pregiudizio ai creditori, i libri o le altre scritture contabili o li tiene in modo da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari (bancarotta fraudolenta documentale), oppure ancora, a scopo di favorire taluni creditori rispetto ad altri esegue pagamenti o simula titoli di prelazione (è la bancarotta fraudolenta preferenziale).
Con tale ultima previsione il Legislatore ha inteso garantire anche in via penale la c.d. par condicio tra la massa dei creditori, ovvero la possibilità che ognuno di essi possa essere soddisfatto nei propri crediti dalla procedura fallimentare che è concorsuale e riguarda tutta la situazione patrimoniale del debitore fallito;

 

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Reati commessi dal fallito

Art. 216.
Bancarotta fraudolenta.

È punito con la reclusione da tre a dieci anni, se è dichiarato fallito, l’imprenditore, che:

1) ha distratto, occultato, dissimulato, distrutto o dissipato in tutto o in parte i suoi beni ovvero, allo scopo di recare pregiudizio ai creditori, ha esposto o riconosciuto passività inesistenti;

2) ha sottratto, distrutto o falsificato, in tutto o in parte, con lo scopo di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto o di recare pregiudizi ai creditori, i libri o le altre scritture contabili o li ha tenuti in guisa da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari.

La stessa pena si applica all’imprenditore, dichiarato fallito, che, durante la procedura fallimentare, commette alcuno dei fatti preveduti dal n. 1 del comma precedente ovvero sottrae, distrugge o falsifica i libri o le altre scritture contabili.

È punito con la reclusione da uno a cinque anni il fallito, che, prima o durante la procedura fallimentare, a scopo di favorire, a danno dei creditori, taluno di essi, esegue pagamenti o simula titoli di prelazione.

Salve le altre pene accessorie, di cui al capo III, titolo II, libro I del codice penale, la condanna per uno dei fatti previsti nel presente articolo importa per la durata di dieci anni l’inabilitazione all’esercizio di una impresa commerciale e l’incapacità per la stessa durata ad esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa.

Art. 217.
Bancarotta semplice.

È punito con la reclusione da sei mesi a due anni, se è dichiarato fallito, l’imprenditore, che, fuori dai casi preveduti nell’articolo precedente:

1) ha fatto spese personali o per la famiglia eccessive rispetto alla sua condizione economica;

2) ha consumato una notevole parte del suo patrimonio in operazioni di pura sorte o manifestamente imprudenti;

3) ha compiuto operazioni di grave imprudenza per ritardare il fallimento;

4) ha aggravato il proprio dissesto, astenendosi dal richiedere la dichiarazione del proprio fallimento o con altra grave colpa;

5) non ha soddisfatto le obbligazioni assunte in un precedente concordato preventivo o fallimentare.

La stessa pena si applica al fallito che, durante i tre anni antecedenti alla dichiarazione di fallimento ovvero dall’inizio dell’impresa, se questa ha avuto una minore durata, non ha tenuto i libri e le altre scritture contabili prescritti dalla legge o li ha tenuti in maniera irregolare o incompleta.

Salve le altre pene accessorie di cui al capo III, titolo II, libro I del codice penale, la condanna importa l’inabilitazione all’esercizio di un’impresa commerciale e l’incapacità ad esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa fino a due anni.

Art. 217-bis.
Esenzioni dai reati di bancarotta. (1)

Le disposizioni di cui all’articolo 216, terzo comma, e 217 non si applicano ai pagamenti e alle operazioni compiuti in esecuzione di un concordato preventivo di cui all’articolo 160 o di un accordo di ristrutturazione dei debiti omologato ai sensi dell’articolo 182-bis o del piano di cui all’articolo 67, terzo comma, lettera d), ovvero di un accordo di composizione della crisi omologato ai sensi dell’articolo 12 della legge 27 gennaio 2012, n. 3, nonché ai pagamenti e alle operazioni di finanziamento autorizzati dal giudice a norma dell’articolo 182-quinquies. (2)

 

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Art. 218. (1)
Ricorso abusivo al credito.

Gli amministratori, i direttori generali, i liquidatori e gli imprenditori esercenti un’attività commerciale che ricorrono o continuano a ricorrere al credito, anche al di fuori dei casi di cui agli articoli precedenti, dissimulando il dissesto o lo stato d’insolvenza sono puniti con la reclusione da sei mesi a tre anni.

La pena è aumentata nel caso di società soggette alle disposizioni di cui al capo II, titolo III, parte IV, del testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria, di cui al decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58, e successive modificazioni.

Salve le altre pene accessorie di cui al libro I, titolo II, capo III, del codice penale, la condanna importa l’inabilitazione all’esercizio di un’impresa commerciale e l’incapacità ad esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa fino a tre anni.

Art. 219.
Circostanze aggravanti e circostanza attenuante.

Nel caso in cui i fatti previsti negli artt. 216, 217 e 218 hanno cagionato un danno patrimoniale di rilevante gravità, le pene da essi stabilite sono aumentate fino alla metà.

Le pene stabilite negli articoli suddetti sono aumentate:

1) se il colpevole ha commesso più fatti tra quelli previsti in ciascuno degli articoli indicati;

2) se il colpevole per divieto di legge non poteva esercitare un’impresa commerciale.

Nel caso in cui i fatti indicati nel primo comma hanno cagionato un danno patrimoniale di speciale tenuità, le pene sono ridotte fino al terzo.

Art. 220.
Denuncia di creditori inesistenti e altre inosservanze da parte del fallito.

È punito con la reclusione da sei a diciotto mesi il fallito, il quale, fuori dei casi preveduti all’art. 216, nell’elenco nominativo dei suoi creditori denuncia creditori inesistenti od omette di dichiarare l’esistenza di altri beni da comprendere nell’inventario, ovvero non osserva gli obblighi imposti dagli artt. 16, nn. 3 e 49.

Se il fatto è avvenuto per colpa, si applica la reclusione fino ad un anno.

Art. 221.
Fallimento con procedimento sommario.

Se al fallimento si applica il procedimento sommario le pene previste in questo capo sono ridotte fino al terzo.

studio-legale-bologna4Art. 222.
Fallimento delle società in nome collettivo e in accomandita semplice.

Nel fallimento delle società in nome collettivo e in accomandita semplice le disposizioni del presente capo si applicano ai fatti commessi dai soci illimitatamente responsabili.

Capo II

Reati commessi da persone diverse dal fallito

Art. 223.
Fatti di bancarotta fraudolenta.

Si applicano le pene stabilite nell’art. 216 agli amministratori, ai direttori generali, ai sindaci e ai liquidatori di società dichiarate fallite, i quali hanno commesso alcuno dei fatti preveduti nel suddetto articolo.

Si applica alle persone suddette la pena prevista dal primo comma dell’art. 216, se:

1) hanno cagionato, o concorso a cagionare, il dissesto della società, commettendo alcuno dei fatti previsti dagli articoli 2621, 2622, 2626, 2627, 2628, 2629, 2632, 2633 e 2634 del codice civile; (1)

2) hanno cagionato con dolo o per effetto di operazioni dolose il fallimento della società.

Si applica altresì in ogni caso la disposizione dell’ultimo comma dell’art. 216.

Art. 224.
Fatti di bancarotta semplice.

Si applicano le pene stabilite nell’art. 217 agli amministratori, ai direttori generali, ai sindaci e ai liquidatori di società dichiarate fallite, i quali:

1) hanno commesso alcuno dei fatti preveduti nel suddetto articolo;

2) hanno concorso a cagionare od aggravare il dissesto della società con inosservanza degli obblighi ad essi imposti dalla legge.

Art. 225.
Ricorso abusivo al credito.

Si applicano le pene stabilite nell’art. 218 agli amministratori ed ai direttori generali di società dichiarate fallite, i quali hanno commesso il fatto in esso previsto.

Art. 226.
Denuncia di crediti inesistenti.

Si applicano le pene stabilite nell’art. 220 agli amministratori, ai direttori generali e ai liquidatori di società dichiarate fallite, che hanno commesso i fatti in esso indicati.

Art. 227.
Reati dell’institore.

All’institore dell’imprenditore, dichiarato fallito, il quale nella gestione affidatagli si è reso colpevole dei fatti preveduti negli artt. 216, 217, 218 e 220 si applicano le pene in questi stabilite.

Consulenza PenaleArt. 228.
Interesse privato del curatore negli atti del fallimento.

Salvo che al fatto non siano applicabili gli artt. 315, 317, 318, 319, 321, 322 e 323 del codice penale, il curatore che prende interesse privato in qualsiasi atto del fallimento direttamente o per interposta persona o con atti simulati è punito con la reclusione da due a sei anni e con la multa non inferiore a euro 206.

La condanna importa l’interdizione dai pubblici uffici.

Art. 229.
Accettazione di retribuzione non dovuta.

Il curatore del fallimento che riceve o pattuisce una retribuzione, in danaro o in altra forma, in aggiunta di quella liquidata in suo favore dal tribunale o dal giudice delegato, è punito con la reclusione da tre mesi a due anni e con la multa da euro 103 a euro 516.

Nei casi più gravi alla condanna può aggiungersi l’inabilitazione temporanea all’ufficio di amministratore per la durata non inferiore a due anni.

Art. 230.
Omessa consegna o deposito di cose del fallimento.

Il curatore che non ottempera all’ordine del giudice di consegnare o depositare somme o altra cosa del fallimento, ch’egli detiene a causa del suo ufficio, è punito con la reclusione fino a due anni e con la multa fino a euro 1.032.

Se il fatto avviene per colpa, si applica la reclusione fino a sei mesi o la multa fino a euro 309.

Art. 231.
Coadiutori del curatore.

Le disposizioni degli artt. 228, 229 e 230 si applicano anche alle persone che coadiuvano il curatore nell’amministrazione del fallimento.

Art. 232.
Domande di ammissione di crediti simulati o distrazioni senza concorso col fallito.

È punito con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa da euro 51 a euro 516, chiunque fuori dei casi di concorso di bancarotta anche per interposta persona presenta domanda di ammissione al passivo del fallimento per un credito fraudolentemente simulato.

Se la domanda è ritirata prima della verificazione dello stato passivo, la pena è ridotta alla metà.

È punito con la reclusione da uno a cinque anni chiunque:

1) dopo la dichiarazione di fallimento, fuori dei casi di concorso in bancarotta o di favoreggiamento, sottrae, distrae, ricetta ovvero in pubbliche o private dichiarazioni dissimula beni del fallito;

2) essendo consapevole dello stato di dissesto dell’imprenditore distrae o ricetta merci o altri beni dello stesso o li acquista a prezzo notevolmente inferiore al valore corrente, se il fallimento si verifica.

La pena, nei casi previsti ai nn. 1 e 2, è aumentata se l’acquirente è un imprenditore che esercita un’attività commerciale.

Art. 233.
Mercato di voto.

Il creditore che stipula col fallito o con altri nell’interesse del fallito vantaggi a proprio favore per dare il suo voto nel concordato o nelle deliberazioni del comitato dei creditori, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa non inferiore a euro 103.

La somma o le cose ricevute dal creditore sono confiscate.

La stessa pena si applica al fallito e a chi ha contrattato col creditore nell’interesse del fallito.

Art. 234.
Esercizio abusivo di attività commerciale.

Chiunque esercita un’impresa commerciale, sebbene si trovi in stato di inabilitazione ad esercitarla per effetto di condanna penale, è punito con la reclusione fino a due anni e con la multa non inferiore a euro 103.

Art. 235.
Omessa trasmissione dell’elenco dei protesti cambiari.

Il pubblico ufficiale abilitato a levare protesti cambiari che, senza giustificato motivo, omette di inviare nel termine prescritto al presidente del tribunale gli elenchi dei protesti cambiari per mancato pagamento, o invia elenchi incompleti, è punito con la sanzione amministrativa da euro 258 a euro 1.549.

La stessa pena si applica al procuratore del registro che nel termine prescritto non trasmette l’elenco delle dichiarazioni di rifiuto di pagamento a norma dell’articolo 13, secondo comma, o trasmette un elenco incompleto.

Capo III

Disposizioni applicabili nel caso di concordato preventivo, accordi di ristrutturazione dei debiti, piani attestati e liquidazione coatta amministrativa (1)

Art. 236.
Concordato preventivo (1)

È punito con la reclusione da uno a cinque anni l’imprenditore, che, al solo scopo di essere ammesso alla procedura di concordato preventivo (1) siasi attribuito attività inesistenti, ovvero, per influire sulla formazione delle maggioranze, abbia simulato crediti in tutto o in parte inesistenti.

Nel caso di concordato preventivo (1) si applicano:

1) le disposizioni degli artt. 223 e 224 agli amministratori, direttori generali, sindaci e liquidatori di società;

2) la disposizione dell’art. 227 agli institori dell’imprenditore;

3) le disposizioni degli artt. 228 e 229 al commissario del concordato preventivo; (1)

4) le disposizioni degli artt. 232 e 233 ai creditori.

 

(1) Le parole: “e amministrazione controllata.” sono state abrogate dal D.Lgs. 9 gennaio 2006, n. 5.

Art. 236-bis. 
Falso in attestazioni e relazioni (1)

Il professionista che nelle relazioni o attestazioni di cui agli articoli 67, terzo comma, lettera d), 161, terzo comma, 182-bis, 182-quinquies e 186-bis espone informazioni false ovvero omette di riferire informazioni rilevanti, è punito con la reclusione da due a cinque anni e con la multa da 50.000 a 100.000 euro.

Se il fatto è commesso al fine di conseguire un ingiusto profitto per sè o per altri, la pena è aumentata.

Se dal fatto consegue un danno per i creditori la pena è aumentata fino alla metà

 

Art. 237.
Liquidazione coatta amministrativa. (1)

L’accertamento giudiziale dello stato di insolvenza a norma degli articoli 195 e 202 è equiparato alla dichiarazione di fallimento ai fini dell’applicazione delle disposizioni del presente titolo.

Nel caso di liquidazione coatta amministrativa, si applicano al commissario liquidatore ed alle persone che lo coadiuvano nell’amministrazione della procedura le disposizioni degli articoli 228, 229 e 230.

 

(1) Articolo così modificato dal D.Lgs. 8 luglio 1999, n. 270.

Capo IV

Disposizioni di procedura

Art. 238.
Esercizio dell’azione penale per reati in materia di fallimento.

Per i reati previsti negli artt. 216, 217, 223 e 224 l’azione penale è esercitata dopo la comunicazione della sentenza dichiarativa di fallimento di cui all’art. 17.

È iniziata anche prima nel caso previsto dall’art. 7 e in ogni altro in cui concorrano gravi motivi e già esista o sia contemporaneamente presentata domanda per ottenere la dichiarazione suddetta.

Art. 239.
Mandato di cattura. (1)

(…)

 

(1) L’articolo che recitava: “Per i reati preveduti negli artt. 216, 222, 223, 227 e 236 in rapporto all’art. 216 primo e secondo comma, e nel caso di inosservanza dell’ordine di cui all’art. 16, n. 3, è obbligatoria la spedizione del mandato di cattura.
Negli altri casi il mandato di cattura è facoltativo.” è stato abrogato dalla L. 18 novembre 1964, n. 1217.

Art. 240.
Costituzione di parte civile.

Il curatore, il commissario giudiziale e il commissario liquidatore possono costituirsi parte civile nel procedimento penale per i reati preveduti nel presente titolo, anche contro il fallito.

I creditori possono costituirsi parte civile nel procedimento penale per bancarotta fraudolenta quando manca la costituzione del curatore, del commissario giudiziale o del commissario liquidatore o quando intendono far valere un titolo di azione propria personale.

Art. 241.
Riabilitazione.

La riabilitazione civile del fallito estingue il reato di bancarotta semplice. Se vi è condanna, ne fa cessare l’esecuzione e gli effetti.

 

 

 

  1. . Con sentenza pronunciata l’8.3.2012 la corte di appello di Milano, confermava la
  2. sentenza con cui il tribunale di Milano, in data 10.11.2011, aveva condannato S.S., per i
  3. reati di cui alla L. Fall., art. 216, nn. 1) e 2), art. 223, comma 2, n. 2), art. 219, comma 1, n.1), in relazione al fallimento della “S.S.B. Italiana Costruzioni s.r.l.”; art. 81 cpv. c.p.,
  4. D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 2, alle pene, principale ed accessorie, ritenute di

5. giustizia.

 

 

GIURISPRUDENZA BANCAROTTA FRAUDOLENTA,  DIRITTO AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA DIFENDE REATI FALLIMENTARI QUALE BANCAROTTA FRAUDOLENTA E BANCAROTTA FRAUDOLENTA DOCUMENTALE IN TUTTA ITALIA 

 

 

  1. Secondo l’ipotesi accusatoria, confermata in primo ed in secondo grado, il S., in
  2. qualità di amministratore di fatto della società fallita, con la sua condotta, consistita
  3. nell’avere utilizzato fatture false attestanti operazioni inesistenti per prestazioni fornite allasocietà fallita da società inesistenti o non risultanti all’anagrafe tributaria, ha integratoquattro fattispecie delittuose ed, in particolare: 1) il reato di bancarotta fraudolentapatrimoniale; 2) il reato di bancarotta fraudolenta documentale per falsificazione dellescritture contabili della società; 3) il reato di bancarotta impropria per avere cagionato ilfallimento della società con operazioni dolose, avendo utilizzato le fatture innanzi indicateper gli anni dal 2001 al 2006 al fine di compensare i ricavi conseguiti; 4) il reato in materiafiscale di cui al D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 2. 2. Avverso la decisione della corte territoriale,di cui chiede l’annullamento, ha proposto ricorso per cassazione l’imputato, a mezzo delsuo difensore di fiducia, lamentando violazione di legge, travisamento dei fatti e manifestaillogicità della motivazione della sentenza impugnata, in quanto, 1) con riferimento allabancarotta fraudolenta patrimoniale, non risulta dimostrato che l’obbligazione simulata siastata riconosciuta dal soggetto fallito, anche per acquiescenza, con l’attribuzione ad essadi rilevanza causale nella procedura fallimentare, condizione per la punibilità dellacondotta, laddove la sempliceesposizione fittizia di costi sostenuti non incide sullagaranzia patrimoniale dei creditori; 2) in relazione alla bancarotta fraudolentadocumentale, si tratta di una fattispecie in concreto non configurabile, perchè l’imputato ha
  4. subito evidenziato la falsità delle scritture contabili, che, limitata alle false fatture, non hareso impossibile la ricostruzione del patrimonio e degli affari della società, trattandosi,peraltro, di falsità accertata già prima della dichiarazione di fallimento dalla Guardia diFinanza; 3) in applicazione del principio di specialità di cui all’art. 15, c.p., il S. deve esseredichiarato responsabile solo del reato di bancarotta fraudolenta documentale, che siconfigura come reato speciale rispetti agli atri reati fallimentari ritenuti sussistenti; 4) inordine al reato di bancarotta impropria, del pari esso, stante la sua natura di ipotesiresiduale nella previsione del legislatore, non appare configurabile nel caso in esame, siaperchè la condotta dell’imputato è già sussumibile nel paradigma normativo della L. Fall.,art. 216, comma 1, n. 1), sia perchè non risulta dimostrato che il fallimento sia statodeterminato dalla condotta addebitata al S., difettando, pertanto, la prova della sussistenza dell’elemento soggettivo del reato in questione.
3. Il ricorso va parzialmenteaccolto, per le seguenti ragioni. Al riguardo, va, innanzitutto, rilevato che nell’esaminare i motivi di ricorso si procederà ad una lettura integrata delle sentenze di primo e di secondogrado, da considerare un prodotto unico, in quanto la decisione della corte territoriale e quella del tribunale hanno utilizzato criteri omogenei di valutazione e seguito un apparatologico argomentativo uniforme (cfr. Cass., sez. 3, 1.2.2002-12.3.2002, n. 10163,Lombardozzi D., rv. 221116).. Orbene fondato appare il motivo di impugnazione con cui si deduce l’impossibilità di configurare nel caso in esame l’ipotesi di reato di bancarottaimpropria.
Costituisce, infatti, costante orientamento della giurisprudenza di legittimità,condiviso dal Collegio, quello secondo cui non è configurabile il concorso formale tra ilreato di bancarotta fraudolenta e quello di bancarotta impropria di cui alla L. Fall., art. 223,comma 2, n. 2, che deve considerarsi assorbito nel primo quando, come nel caso inesame, l’azione diretta a causare il fallimento sia la stessa sussunta nel modellodescrittivo della bancarotta fraudolenta, poichè, mentre non è concepibile la realizzazionedi un reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale o documentale, che non si accompagni

10.alla volontà deliberata o quanto meno all’accettazione del rischio che la condotta

11.costituisca causa – unica o concorrente – del fallimento, che è elemento costitutivo del

12.reato, in tale atteggiamento psicologico si concreta anche l’elemento soggettivo della

13.bancarotta impropria.
Esclusa, dunque, la possibilità di configurare il concorso formale tra

14.la bancarotta fraudolenta patrimoniale e la bancarotta impropria ai sensi della L. Fall., art.

15.223, comma 2, n. 2, il concorso materiale, invece, può configurarsi, ma solo se, oltre ad

16.azioni comprese nello specifico schema della bancarotta “ex” L. Fall., art. 216, si siano

17.verificati differenti e autonomi comportamenti dolosi, assenti nel caso in esame, i quali –

18.concretandosi in abuso o infedeltà nell’esercizio della carica ricoperta o in un atto

19.intrinsecamente pericoloso per l’andamento economico-finanziario della società – siano

20.stati causa del fallimento (cfr. Cass., sez. 5^, 5.7.2007, n. 35066, rv. 237716; Cass., sez.

21.5^, 19.5.2010, n. 34559, rv. 248167).
6. Nel resto il ricorso va rigettato.
7. Infondato,

22.invero, appare il motivo di ricorso volto a contestare la sussistenza del delitto di bancarotta

23.fraudolenta patrimoniale.
Ed invero, come affermato da autorevole e condivisibile

24.dottrina, la diminuzione illecita del patrimonio del debitore può avvenire non solo

25.attraverso la sottrazione di attività, ma anche “gonfiando” le passività, in modo da

26.assottigliare la quota di garanzia disponibile per i creditori, condotta che si verifica tutte le

27.volte in cui, in relazione allo stato patrimoniale del soggetto fallito, si fanno apparire debiti

28.od obblighi che, in realtà non esistono, trattandosi di operazioni mediante le quali viene

29.sottratta o distratta la quota di patrimonio corrispondente al debito fittizio (cfr., Cass., sez.

30.5^, 20.4.2007, n. 29336, rv. 237255), con conseguente pregiudizio del ceto creditorio alla

31.veridica indicazione del passivo (cfr. Cass., sez. un., 27.1.2011, n. 21039, rv. 249669). La

32.fattispecie concreta portata all’attenzione di questa Corte ben si adatta allo schema testè

33.delineato, in quanto risulta pacifica l’esposizione di passività inesistenti, realizzata

34.attraverso l’inserimento nelle scritture contabili di fatture false passive, riguardanti

35.prestazioni in realtà mai ricevute dalla società fallita, essendo inesistenti i soggetti che

36.nelle suddette fatture apparivano come fornitori.
Ciò appare sufficiente ad affermare la

37.sussistenza del delitto di cui alla L. Fall., art. 216, comma 1, n. 1).
Anche a voler seguire,

38.infatti, la tesi menzionata dal ricorrente, che, nel ricostruire la nozione di “passività”

39.penalmente rilevante, opera una distinzione tra gli elementi patrimoniali negativi costituiti,

40.in linea di principio, dai debiti, ed i componenti negativi del reddito, rappresentati dai costi

41.sostenuti, attribuendo solo ai primi la natura di “passività” in senso tecnico, in ogni caso il

42.reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale di cui alla L. Fall., art. 216, comma 1, n. 1),

43.risulta consumato con la registrazione di inesistenti costi sostenuti dalla società fallita,

44.destinata a dissimulare la destinazione illecita data ad attività già sottratte (cfr.

45.nuovamente la già citata Cass., sez. 5^, n. 29336, rv. 237255), senza che ci sia bisogno di

46.dimostrare, ai fini dell’integrazione degli elementi costitutivi della suddetta fattispecie

47.delittuosa, perchè estranea alla previsione normativa, quale sia stata la destinazione

48.effettiva di tali attività.
L’ulteriore principio richiamato dal ricorrente a sostegno del suo

49.assunto, infine, attiene ad un caso, completamente diverso da quello in esame, in cui il

50.Supremo Collegio, dovendo affrontare il problema del concorso del terzo creditore fittizio,

51.al quale vengano rilasciate dal fallito cambiali o scritture di ricognizione ovvero di

52.assunzione di obbligazioni simulate da parte dell’imprenditore insolvente, nel delitto di

53.bancarotta fraudolenta patrimoniale per esposizione o riconoscimento di passività

54.inesistenti, ha affermato che il reato si considera integrato soltanto se e quando il fallito

55.riconosca – anche mediante acquiescenza – nella procedura fallimentare la passività

56.inesistente e le conferisca rilevanza concorsuale. In questo caso, infatti, il creditore fittizio

57.(figura che non ricorre nel caso in esame, in cui i creditori non vantano un credito fittizio

58.nei confronti della società fallita, ma sono del tutto inesistenti) viene a rispondere quale

59.concorrente nel reato proprio del fallito e, se non vi è concorso con costui, sarà

60.responsabile del reato di presentazione di domanda di ammissione al passivo di credito

61.fraudolentemente simulato (cfr., Cass. sez. 5^, 3.10.1989, n. 2781, rv. 183521). 8. Del pari

62.infondato deve ritenersi il motivo di ricorso con il quale si contesta la sussistenza del

63.delitto di bancarotta fraudolenta documentale di cui alla L. Fall., art. 216, comma 1, n.

64.2).
Al riguardo appare sufficiente rammentare che il bene giuridico protetto dalla suddetta

65.previsione normativa non è circoscritto ad una mera informazione sulle vicende

66.patrimoniali e contabili dell’impresa, concernendo, piuttosto, una conoscenza di tali

67.vicende, documentata e giuridicamente utile, in relazione all’interesse dei creditori ad

68.apprendere nei loro termini reali le vicende e la consistenza del patrimonio della società

69.destinato a soddisfare le loro regioni (c.d. ostensibilità della situazione patrimoniale del

70.debitore: cfr., ex plurimis, Cass., sez. 5^, 18/05/2005, n. 24333, rv.232212; Cass., sez.

71.un., 27/01/2011, n. 21039, rv. 249669).
Bene giuridico che, nel caso in esame, è stato

72.vulnerato dalla condotta dell’imputato, in quanto, come sottolineato da entrambi i giudici di

73.merito, il curatore fallimentare, anche grazie alla attività di indagine della guardia di

74.finanza ed alla collaborazione dell’imputato, ebbe a rilevare l’assoluta inattendibilità dei

75.dati di bilancio – confermata dallo stesso S., il quale gli aveva rivelato come le poste

76.dell’attivo erano “complessivamente inattendibili, per non dire inventate” (cfr pp. 4 – 5 della

77.sentenza di primo grado) – che gli ha impedito di ricostruire con facilità e completezza il

78.patrimonio ed il movimento di affari della società.
Come è noto, infatti, per giurisprudenza

79.costante della Suprema Corte, condivisa dal Collegio, sussiste il reato di bancarotta

80.fraudolenta documentale non solo quando la ricostruzione del patrimonio si renda

81.impossibile per il modo in cui le scritture contabili sono state tenute, ma anche quando gli

82.accertamenti, da parte degli organi fallimentari, siano stati ostacolati da difficoltà superabili

83.solo con particolare diligenza (cfr., ex plurimis, Cass., sez. 5^, 19/04/2010, n. 21588, rv.

84.247965; Cass., sez. V, 18/05/2005, n. 24333, rv.232212).
9. Premesso, inoltre, che

85.l’ipotesi di bancarotta fraudolenta patrimoniale di cui si discute può essere realizzata

86.anche a mezzo di false registrazioni nei libri e nelle scritture contabili (cfr.
Cass., sez. 5^,

87.26/10/2004, n. 45431, rv. 230353), tale reato può concorrere con quello di bancarotta

88.fraudolenta documentale (cfr.
Cass., sez. 5^, 20.4.2007, n. 29336, rv. 237255), così

89.come, stante la differenza dei beni giuridici protetti, è possibile configurare il concorso

90.formale tra i reati in materia fallimentare ed il reato fiscale pure addebitato al S., come da

91.tempo affermato dalla consolidata giurisprudenza della Corte di Cassazione (cfr. Cass.,

92.sez. 5^, 26/10/2004, n. 45431, rv. 230353Cass., sez. 5^, 25.11.1998, n. 1842, rv. 212352;

93.Cass., sez. 5^, 1/7/1993, n. 7177, rv. 194615).
10. Va, infine, rilevato che il

94.riconoscimento della recidiva specifica, reiterata ed infraquinquennale ex art. 99 c.p.,

95.comma 4, operato, all’esito di un approfondito giudizio dal giudice di primo grado,

96.impedisce di ritenere estinto per prescrizione il reato fiscale di cui al capo B)

97.dell’imputazione.
11. Sulla base delle svolte considerazioni, dunque, l’impugnata

98.sentenza va annullata senza rinvio in relazione al reato di cui al R.D. n. 267 del 1942, art.

99.223, comma 2, n. 2), perchè il fatto non sussiste, con conseguente trasmissione degli atti

  1. ad altra sezione della corte di appello di Milano per la rideterminazione del trattamento
  2. sanzionatorio da infliggere all’imputato in relazione ai reati residui e fermo restando il
  3. passaggio in giudicato della sentenza impugnata per tutti gli altri profili non investiti dalla
  4. pronuncia di annullamento, il parziale accoglimento delle ragioni del ricorrente comporta
  5. che quest’ultimo non sia condannato al pagamento delle spese del procedimento.

 

  1. P.Q.M.
  2. Annulla senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente al reato di cui al R.D. n. 267 del
  3. 1942, art. 223, comma 2, n. 2), perché il fatto non sussiste e rinvia ad altra sezione della
  4. Corte di Appello di Milano per la rideterminazione della pena per i reati residui.
Rigetta
  5. nel resto il ricorso.
Così deciso in Roma, il 3 dicembre 2013.
Depositato in Cancelleria il
  6. 17 marzo 2014

 

 

 

 

Corte di Cassazione penale, sez. V, 17 marzo 2014 n.12427

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

 

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LOMBARDI  Alfredo M.       –  Presidente   –

Dott. BEVERE    Antonio          –  Consigliere  –

Dott. FUMO      Maurizio         –  Consigliere  –

Dott. GUARDIANO Alfredo          –  rel. Consigliere  –

Dott. CAPUTO    Angelo           –  Consigliere  –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

 

sul ricorso proposto da:

S.S., nato a (OMISSIS);

avverso  la  sentenza pronunciata dalla corte di  appello  di  Milano l’8.3.2012;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal consigliere dott. Alfredo Guardiano;

udito  il  pubblico ministero nella persona del sostituto procuratore generale  dott.

CANEVELLI Paolo, che ha concluso per  l’annullamento con rinvio della sentenza

impugnata.

FATTO E DIRITTO

1. Con sentenza pronunciata l’8.3.2012 la corte di appello di Milano, confermava la

sentenza con cui il tribunale di Milano, in data 10.11.2011, aveva condannato S.S., per i

reati di cui alla L. Fall., art. 216, nn. 1) e 2), art. 223, comma 2, n. 2), art. 219, comma 1, n.

1), in relazione al fallimento della “S.S.B. Italiana Costruzioni s.r.l.”; art. 81 cpv. c.p.,

D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 2, alle pene, principale ed accessorie, ritenute di

giustizia.
Secondo l’ipotesi accusatoria, confermata in primo ed in secondo grado, il S., in

qualità di amministratore di fatto della società fallita, con la sua condotta, consistita

nell’avere utilizzato fatture false attestanti operazioni inesistenti per prestazioni fornite alla

società fallita da società inesistenti o non risultanti all’anagrafe tributaria, ha integrato

quattro fattispecie delittuose ed, in particolare: 1) il reato di bancarotta fraudolenta

patrimoniale; 2) il reato di bancarotta fraudolenta documentale per falsificazione delle

scritture contabili della società; 3) il reato di bancarotta impropria per avere cagionato il

fallimento della società con operazioni dolose, avendo utilizzato le fatture innanzi indicate

per gli anni dal 2001 al 2006 al fine di compensare i ricavi conseguiti; 4) il reato in materia

fiscale di cui al D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 2. 2. Avverso la decisione della corte territoriale,

di cui chiede l’annullamento, ha proposto ricorso per cassazione l’imputato, a mezzo del

suo difensore di fiducia, lamentando violazione di legge, travisamento dei fatti e manifesta

illogicità della motivazione della sentenza impugnata, in quanto, 1) con riferimento alla

bancarotta fraudolenta patrimoniale, non risulta dimostrato che l’obbligazione simulata sia

stata riconosciuta dal soggetto fallito, anche per acquiescenza, con l’attribuzione ad essa

di rilevanza causale nella procedura fallimentare, condizione per la punibilità della

condotta, laddove la semplice esposizione fittizia di costi sostenuti non incide sulla

garanzia patrimoniale dei creditori; 2) in relazione alla bancarotta fraudolenta

documentale, si tratta di una fattispecie in concreto non configurabile, perchè l’imputato ha

subito evidenziato la falsità delle scritture contabili, che, limitata alle false fatture, non ha

reso impossibile la ricostruzione del patrimonio e degli affari della società, trattandosi,

peraltro, di falsità accertata già prima della dichiarazione di fallimento dalla Guardia di

Finanza; 3) in applicazione del principio di specialità di cui all’art. 15, c.p., il S. deve essere

dichiarato responsabile solo del reato di bancarotta fraudolenta documentale, che si

configura come reato speciale rispetti agli atri reati fallimentari ritenuti sussistenti; 4) in

ordine al reato di bancarotta impropria, del pari esso, stante la sua natura di ipotesi

residuale nella previsione del legislatore, non appare configurabile nel caso in esame, sia

perchè la condotta dell’imputato è già sussumibile nel paradigma normativo della L. Fall.,

art. 216, comma 1, n. 1), sia perchè non risulta dimostrato che il fallimento sia stato

determinato dalla condotta addebitata al S., difettando, pertanto, la prova della

sussistenza dell’elemento soggettivo del reato in questione.
3. Il ricorso va parzialmente

accolto, per le seguenti ragioni. Al riguardo, va, innanzitutto, rilevato che nell’esaminare i

motivi di ricorso si procederà ad una lettura integrata delle sentenze di primo e di secondo

grado, da considerare un prodotto unico, in quanto la decisione della corte territoriale e

quella del tribunale hanno utilizzato criteri omogenei di valutazione e seguito un apparato

logico argomentativo uniforme (cfr. Cass., sez. 3, 1.2.2002-12.3.2002, n. 10163,

Lombardozzi D., rv. 221116).. Orbene fondato appare il motivo di impugnazione con cui si

deduce l’impossibilità di configurare nel caso in esame l’ipotesi di reato di bancarotta

impropria.
Costituisce, infatti, costante orientamento della giurisprudenza di legittimità,

condiviso dal Collegio, quello secondo cui non è configurabile il concorso formale tra il

reato di bancarotta fraudolenta e quello di bancarotta impropria di cui alla L. Fall., art. 223,

comma 2, n. 2, che deve considerarsi assorbito nel primo quando, come nel caso in

esame, l’azione diretta a causare il fallimento sia la stessa sussunta nel modello

descrittivo della bancarotta fraudolenta, poichè, mentre non è concepibile la realizzazione

di un reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale o documentale, che non si accompagni

alla volontà deliberata o quanto meno all’accettazione del rischio che la condotta

costituisca causa – unica o concorrente – del fallimento, che è elemento costitutivo del

reato, in tale atteggiamento psicologico si concreta anche l’elemento soggettivo della

bancarotta impropria.
Esclusa, dunque, la possibilità di configurare il concorso formale tra

la bancarotta fraudolenta patrimoniale e la bancarotta impropria ai sensi della L. Fall., art.

223, comma 2, n. 2, il concorso materiale, invece, può configurarsi, ma solo se, oltre ad

azioni comprese nello specifico schema della bancarotta “ex” L. Fall., art. 216, si siano

verificati differenti e autonomi comportamenti dolosi, assenti nel caso in esame, i quali –

concretandosi in abuso o infedeltà nell’esercizio della carica ricoperta o in un atto

intrinsecamente pericoloso per l’andamento economico-finanziario della società – siano

stati causa del fallimento (cfr. Cass., sez. 5^, 5.7.2007, n. 35066, rv. 237716; Cass., sez.

5^, 19.5.2010, n. 34559, rv. 248167).
6. Nel resto il ricorso va rigettato.
7. Infondato,

invero, appare il motivo di ricorso volto a contestare la sussistenza del delitto di bancarotta

fraudolenta patrimoniale.
Ed invero, come affermato da autorevole e condivisibile

dottrina, la diminuzione illecita del patrimonio del debitore può avvenire non solo

attraverso la sottrazione di attività, ma anche “gonfiando” le passività, in modo da

assottigliare la quota di garanzia disponibile per i creditori, condotta che si verifica tutte le

volte in cui, in relazione allo stato patrimoniale del soggetto fallito, si fanno apparire debiti

od obblighi che, in realtà non esistono, trattandosi di operazioni mediante le quali viene

sottratta o distratta la quota di patrimonio corrispondente al debito fittizio (cfr., Cass., sez.

5^, 20.4.2007, n. 29336, rv. 237255), con conseguente pregiudizio del ceto creditorio alla

veridica indicazione del passivo (cfr. Cass., sez. un., 27.1.2011, n. 21039, rv. 249669). La

fattispecie concreta portata all’attenzione di questa Corte ben si adatta allo schema testè

delineato, in quanto risulta pacifica l’esposizione di passività inesistenti, realizzata

attraverso l’inserimento nelle scritture contabili di fatture false passive, riguardanti

prestazioni in realtà mai ricevute dalla società fallita, essendo inesistenti i soggetti che

nelle suddette fatture apparivano come fornitori.
Ciò appare sufficiente ad affermare la

sussistenza del delitto di cui alla L. Fall., art. 216, comma 1, n. 1).
Anche a voler seguire,

infatti, la tesi menzionata dal ricorrente, che, nel ricostruire la nozione di “passività”

penalmente rilevante, opera una distinzione tra gli elementi patrimoniali negativi costituiti,

in linea di principio, dai debiti, ed i componenti negativi del reddito, rappresentati dai costi

sostenuti, attribuendo solo ai primi la natura di “passività” in senso tecnico, in ogni caso il

reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale di cui alla L. Fall., art. 216, comma 1, n. 1),

risulta consumato con la registrazione di inesistenti costi sostenuti dalla società fallita,

destinata a dissimulare la destinazione illecita data ad attività già sottratte (cfr.

nuovamente la già citata Cass., sez. 5^, n. 29336, rv. 237255), senza che ci sia bisogno di

dimostrare, ai fini dell’integrazione degli elementi costitutivi della suddetta fattispecie

delittuosa, perchè estranea alla previsione normativa, quale sia stata la destinazione

effettiva di tali attività.
L’ulteriore principio richiamato dal ricorrente a sostegno del suo

assunto, infine, attiene ad un caso, completamente diverso da quello in esame, in cui il

Supremo Collegio, dovendo affrontare il problema del concorso del terzo creditore fittizio,

al quale vengano rilasciate dal fallito cambiali o scritture di ricognizione ovvero di

assunzione di obbligazioni simulate da parte dell’imprenditore insolvente, nel delitto di

bancarotta fraudolenta patrimoniale per esposizione o riconoscimento di passività

inesistenti, ha affermato che il reato si considera integrato soltanto se e quando il fallito

riconosca – anche mediante acquiescenza – nella procedura fallimentare la passività

inesistente e le conferisca rilevanza concorsuale. In questo caso, infatti, il creditore fittizio

(figura che non ricorre nel caso in esame, in cui i creditori non vantano un credito fittizio

nei confronti della società fallita, ma sono del tutto inesistenti) viene a rispondere quale

concorrente nel reato proprio del fallito e, se non vi è concorso con costui, sarà

responsabile del reato di presentazione di domanda di ammissione al passivo di credito

fraudolentemente simulato (cfr., Cass. sez. 5^, 3.10.1989, n. 2781, rv. 183521). 8. Del pari

infondato deve ritenersi il motivo di ricorso con il quale si contesta la sussistenza del

delitto di bancarotta fraudolenta documentale di cui alla L. Fall., art. 216, comma 1, n.

2).
Al riguardo appare sufficiente rammentare che il bene giuridico protetto dalla suddetta

previsione normativa non è circoscritto ad una mera informazione sulle vicende

patrimoniali e contabili dell’impresa, concernendo, piuttosto, una conoscenza di tali

vicende, documentata e giuridicamente utile, in relazione all’interesse dei creditori ad

apprendere nei loro termini reali le vicende e la consistenza del patrimonio della società

destinato a soddisfare le loro regioni (c.d. ostensibilità della situazione patrimoniale del

debitore: cfr., ex plurimis, Cass., sez. 5^, 18/05/2005, n. 24333, rv.232212; Cass., sez.

un., 27/01/2011, n. 21039, rv. 249669).
Bene giuridico che, nel caso in esame, è stato

vulnerato dalla condotta dell’imputato, in quanto, come sottolineato da entrambi i giudici di

merito, il curatore fallimentare, anche grazie alla attività di indagine della guardia di

finanza ed alla collaborazione dell’imputato, ebbe a rilevare l’assoluta inattendibilità dei

dati di bilancio – confermata dallo stesso S., il quale gli aveva rivelato come le poste

dell’attivo erano “complessivamente inattendibili, per non dire inventate” (cfr pp. 4 – 5 della

sentenza di primo grado) – che gli ha impedito di ricostruire con facilità e completezza il

patrimonio ed il movimento di affari della società.
Come è noto, infatti, per giurisprudenza

costante della Suprema Corte, condivisa dal Collegio, sussiste il reato di bancarotta

fraudolenta documentale non solo quando la ricostruzione del patrimonio si renda

impossibile per il modo in cui le scritture contabili sono state tenute, ma anche quando gli

accertamenti, da parte degli organi fallimentari, siano stati ostacolati da difficoltà superabili

solo con particolare diligenza (cfr., ex plurimis, Cass., sez. 5^, 19/04/2010, n. 21588, rv.

247965; Cass., sez. V, 18/05/2005, n. 24333, rv.232212).
9. Premesso, inoltre, che

l’ipotesi di bancarotta fraudolenta patrimoniale di cui si discute può essere realizzata

anche a mezzo di false registrazioni nei libri e nelle scritture contabili (cfr.
Cass., sez. 5^,

26/10/2004, n. 45431, rv. 230353), tale reato può concorrere con quello di bancarotta

fraudolenta documentale (cfr.
Cass., sez. 5^, 20.4.2007, n. 29336, rv. 237255), così

come, stante la differenza dei beni giuridici protetti, è possibile configurare il concorso

formale tra i reati in materia fallimentare ed il reato fiscale pure addebitato al S., come da

tempo affermato dalla consolidata giurisprudenza della Corte di Cassazione (cfr. Cass.,

sez. 5^, 26/10/2004, n. 45431, rv. 230353Cass., sez. 5^, 25.11.1998, n. 1842, rv. 212352;

Cass., sez. 5^, 1/7/1993, n. 7177, rv. 194615).
10. Va, infine, rilevato che il

riconoscimento della recidiva specifica, reiterata ed infraquinquennale ex art. 99 c.p.,

comma 4, operato, all’esito di un approfondito giudizio dal giudice di primo grado,

impedisce di ritenere estinto per prescrizione il reato fiscale di cui al capo B)

dell’imputazione.
11. Sulla base delle svolte considerazioni, dunque, l’impugnata

sentenza va annullata senza rinvio in relazione al reato di cui al R.D. n. 267 del 1942, art.

223, comma 2, n. 2), perchè il fatto non sussiste, con conseguente trasmissione degli atti

ad altra sezione della corte di appello di Milano per la rideterminazione del trattamento

sanzionatorio da infliggere all’imputato in relazione ai reati residui e fermo restando il

passaggio in giudicato della sentenza impugnata per tutti gli altri profili non investiti dalla

pronuncia di annullamento, il parziale accoglimento delle ragioni del ricorrente comporta

che quest’ultimo non sia condannato al pagamento delle spese del procedimento.

 

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente al reato di cui al R.D. n. 267 del

1942, art. 223, comma 2, n. 2), perché il fatto non sussiste e rinvia ad altra sezione della

Corte di Appello di Milano per la rideterminazione della pena per i reati residui.
Rigetta

nel resto il ricorso.
Così deciso in Roma, il 3 dicembre 2013.
Depositato in Cancelleria il

17 marzo 2014

ABA2SCRITTA

Suprema Corte di Cassazione

sezione III

sentenza 2 aprile 2014, n. 15119

REPUBBLICA ITALIANAIN NOME DEL POPOLO ITALIANOLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TERESI Alfredo – Presidente

Dott. AMORESANO Silvio – rel. Consigliere

Dott. ORILIA Lorenzo – Consigliere

Dott. ACETO Aldo – Consigliere

Dott. SCARCELLA Alessio – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

1) (OMISSIS) nato il (OMISSIS);

avverso l’ordinanza del 10.10.2013 del Tribunale di Foggia;

sentita la relazione svolta dal Consigliere Silvio Amoresano;

sentite le conclusioni del P. G., dr. Francesco Salzano, che ha chiesto il rigetto del ricorso sentito il difensore, avv. (OMISSIS), che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

RITENUTO IN FATTO

1. Con ordinanza in data 10.10.2013 il Tribunale di Foggia rigettava la richiesta di riesame proposta nell’interesse di (OMISSIS) avverso il provvedimento di sequestro preventivo emesso dal GIP presso il Tribunale di Foggia il 14.9.2013.

Premetteva il Tribunale che dagli atti trasmessi dal P.M. emergeva il fumus del reato di cui al Decreto Legislativo n. 74 del 2000, articolo 10 ter, non avendo l’indagato versato l’IVA per un valore di euro 608.178,00.

Tanto premesso, riteneva il Tribunale che correttamente il GIP avesse disposto il sequestro per equivalente sui beni mobili (tra cui i c/c) nella disponibilita’ dell’ (OMISSIS) fino alla concorrenza dell’importo non versato all’erario. Ne’ rilevava che alcuni dei cointestatari dei conti non fossero coinvolti nel reato, essendo i medesimi conti nella disponibilita’ dell’indagato.

In ordine all’eccezione relativa alla mancata indicazione di difensore di fiducia o d’ufficio nel decreto di sequestro preventivo, rilevava il Tribunale che trattasi di atto a sorpresa di cui non va data notizia prima dell’esecuzione.

Quanto alla mancata indicazione dei beni oggetto del sequestro, non vi era alcun obbligo da parte del Giudice, essendo sufficiente l’indicazione dell’importo complessivo rilevante ai fini della futura confisca.

Infine, quanto alla circostanza che in data 28.4.2011 la societa’ “La Sorgente” era stata posta in concordato preventivo (omologato il 19.10.2011 con nomina di un liquidatore), anche se il reato contestato riguardava l’imposta 2010 con scadenza per il pagamento il 27.12.2012, rilevava il Tribunale che le somme incassate a titolo di iva non erano nella disponibilita’ del contribuente e dovevano essere accantonate.

2. Ricorre per cassazione l’ (OMISSIS), a mezzo del difensore, denunciando la inosservanza o erronea applicazione della legge penale in relazione alla ritenuta applicabilita’ della confisca per equivalente nei reati tributari con riferimento sia al prezzo che al profitto del reato.

Con il secondo motivo denuncia l’inosservanza o erronea applicazione della legge processuale penale per la mancata indicazione del difensore di fiducia o d’ufficio nel decreto di sequestro preventivo.

Con il terzo motivo denuncia l’inosservanza o erronea applicazione della legge penale con riferimento alla mancata indicazione dei beni oggetto di sequestro.

Con il quarto motivo deduce l’inosservanza o erronea applicazione dell’articolo 40 c.p..

Essendo stata la societa’ “La Sorgente” posta in concordato preventivo, omologato in data 19.10.2011, con nomina di un liquidatore giudiziale, l’indagato non aveva la disponibilita’ di somme per provvedere ai versamenti dell’imposta dovuta.

L’indagato pertanto e’ estraneo al fatto penalmente rilevante del mancato adempimento dell’obbligazione tributaria. Il Tribunale supera il rilievo difensivo, confondendo l’aspetto fiscale con quello penale (il reato si consuma, a prescindere dagli accantonamenti, solo al momento del’omesso versamento).

E, nel caso di specie, pacificamente, al momento dell’omesso versamento l’ (OMISSIS) non aveva la disponibilita’ delle somme necessarie per l’adempimento; ne’ comunque risulta che la pregressa gestione fosse volta all’evasione dell’iva (sul punto Cass. pen. sez. 3 n. 39082 del 9.4.2013).

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. I primi tre motivi di ricorso sono infondati.

1.1. Correttamente il Tribunale ha ritenuto che, in relazione ai reati tributari, la confisca per equivalente si applichi sia ai prezzo che al profitto del reato. La Legge n. 244 del 2007, articolo 1, comma 143, prevede che “nei casi di cui al Decreto Legislativo 10 marzo 2000, n. 74, articoli 2, 3, 4, 5, 8, 10 bis, 10 ter, 10 quater e 11, si osservano, in quanto applicabili, le disposizioni di cui all’articolo 322 ter c.p.”.

Il richiamo in “toto” all’articolo 322 ter c.p. (senza specificazione di commi) rende applicabile la confisca per equivalente sia in relazione al prezzo che al profitto del reato. Del resto (cfr. sent. sezioni unite n. 41936 del 22.11.2005), analoga questione si e’ posta con riferimento all’articolo 640 quater, che rinvia, come la Legge n. 244 del 2007, articolo 1, all’articolo 322 ter, senza alcuna specificazione, ed e’ stata risolta nel senso che la confisca per equivalente si applichi anche in relazione al profitto del reato. Hanno affermato, infatti, le sezioni unite che “Il sequestro preventivo disposto nei confronti della persona sottoposta ad indagini per uno dei reati previsti dall’articolo 640 quater c.p., puo’ avere ad oggetto beni per un valore equivalente non solo al prezzo ma anche al profitto del reato, in quanto la citata disposizione richiama l’intero articolo 322 ter c.p.” (la giurisprudenza successiva e’ assolutamente conforme: ex multis Cass. sez. 1 n.30790 del 30.5.2006; sez. 2 n.10838 del 20.12.2006; sez. 2 n.23425 del 12.4.2007; sez. 6 n. 37090 del 30.5.2007; sez.6 n. 5401 del 28.1.2009).

In relazione piu’ specificamente ai reati tributari, e’ stato piu’ volte ribadito che il sequestro preventivo, funzionale alla confisca per equivalente puo’ essere disposto non soltanto per il prezzo, ma anche per il profitto del reato (cfr. Cass. pen. sez. 3 n. 35807 del 7.7.2010; Cass. pen. sez. 3 n.13276 del 24.1.2011).

Ne’ certamente tale interpretazione puo’ ritenersi in “malam partem” per il fatto che solo con la Legge 6 novembre 2012, n. 190, che ha riformulato l’articolo 322 ter c.p., sia stato richiamato espressamente anche il profitto del reato.

1.2. Il Tribunale ha, poi, ineccepibilmente ritenuto che, trattandosi di atto a sorpresa, non e’ prevista la nomina del difensore nel decreto di sequestro preventivo, ne’ tanto meno si deve dare preventivo avviso al difensore.

1.3. Anche in ordine alla individuazione dei beni da sottoporre a sequestro, secondo la giurisprudenza di questa Corte, ribadita anche di recente, in tema di sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente, il giudice che emette il provvedimento ablativo e’ tenuto soltanto ad indicare l’importo complessivo da sequestrare, mentre l’individuazione specifica dei beni da apprendere e la verifica della corrispondenza del loro valore al “quantum” indicato nel sequestro e’ riservata alla fase esecutiva demandata al pubblico ministero” (cfr. Cass. pen. sez. 3 n. 10567 del 12.7.2012).

2. Fondato nei termini e nei limiti di seguito indicati e’, invece, il quarto motivo di ricorso.

2.1. Il Decreto Legislativo n. 74 del 2000, articolo 10 ter, ipotizzato a carico del ricorrente sanziona “chiunque non versa l’imposta sul valore aggiunto dovuta in base alla dichiarazione annuale entro il termine per il versamento dell’acconto relativo al periodo di imposta successivo”.

Detto termine e’ individuato dalla Legge n. 405 del 1990, articolo 6, comma 2, come modif. dal Decreto Legge 28 giugni 1995, n. 259, articolo 3, conv. in Legge 8 agosto 1995, nel 27 dicembre dell’anno successivo al periodo di imposta di riferimento.

Altra cosa sono i versamenti periodici previsti dal Decreto del Presidente della Repubblica 23 marzo 1998, n. 100, articolo 1, commi 1 e 4, entro il giorno 16 di ciascun mese; in alcuni casi gli adempimenti possono avere scadenza trimestrale (Decreto del Presidente della Repubblica n. 633 del 1972, articoli 73 e 74; Decreto del Presidente della Repubblica n. 342 del 1999, articolo 7, come rettificato dal Decreto del Presidente della Repubblica n. 435 del 2001, articolo 11, comma 4).

La sanzione per l’omesso versamento periodico dell’iva ha carattere amministrativo ed e’ stabilita dal Decreto Legislativo 18 dicembre 1997, n. 471, articolo 13.

Le Sezioni Unite di questa Corte, intervenendo sul contrasto giurisprudenziale esistente, con la sentenza del 28.3.2013, hanno aderito all’indirizzo maggioritario (cfr. anche Cass. Sez. 3 n. 25875 del 26.5.2010; contra Cass. Sez. 3 n. 18757/2012), affermando il principio che “il Decreto Legislativo n. 74 del 2000, articolo 10 ter, introdotto con la Legge 4 agosto 2006, n. 248, entrato in vigore il 4.7.2006, si applichi anche agli omessi versamenti dell’iva per l’anno 2005 e non versati alla scadenza del 27.12.2006, prevista dal citato articolo 10 ter”.

Secondo le Sezioni Unite, infatti, il reato si consuma al momento della scadenza del termine ultimo per l’adempimento, vale a dire il 27 dicembre dell’anno successivo (reato omissivo istantaneo). E’ con la scadenza di detto termine che l’omissione diventa penalmente rilevante.

Il legislatore ha, invero, ritenuto di lasciare al contribuente un lasso temporale ulteriore per il versamento di quanto dovuto all’erario prima di sanzionare penalmente l’omissione.

Le stesse Sezioni Unite, con la sentenza sopra ricordata, hanno affermato l’ulteriore principio di diritto che il reato di omesso versamento dell’imposta sul valore aggiunto (Decreto Legislativo n. 74 del 2000, articolo 10 ter) non si pone in rapporto di specialita’ ma di progressione illecita con il Decreto Legislativo n. 471 del 1997, articolo 13, comma 1, che punisce con la sanzione amministrativa l’omesso versamento periodico dell’imposta entro il mese successivo a quello di maturazione del debito mensile Iva, con la conseguenza che al trasgressore devono essere applicate entrambe le sanzioni.

2.2. Il Tribunale ha dato atto che la societa’ la Sorgente era stata posta in concordato preventivo fin dal 28.4.2011 e che tale concordato era stato omologato in data 19.10.2011, con la nomina di un commissario giudiziale, al quale incombeva il versamento dell’Iva per l’anno di imposta 2010 (previsto per il 27.12.2011).

Ciononostante ha ritenuto che l’ (OMISSIS) non fosse estraneo a tale incombenza in quanto le somme incassate a titolo di iva e destinate a essere versate all’erario non sono nella libera disponibilita’ del contribuente. Secondo il tribunale, quindi, l’ (OMISSIS), quale legale rappresentante della societa’ nel periodo previsto per i versamenti periodici, “ha inequivocabilmente fornito un contributo causale alla commissione del fatto creando materialmente i presupposti per il successivo omesso versamento”.

Ha, cioe’, ritenuto sussistente una sorta di “automatismo” tra l’omesso versamento periodico dell’iva (sanzionato come si e’ visto soltanto in via amministrativa) o l’omesso accantonamento della stessa, e la successiva consumazione del reato, entro il termine ultimo del 27 dicembre dell’anno successivo.

La sentenza di questa Corte richiamata, a sostegno della sua tesi, dal Tribunale (Cass. sez. 3 n.12268 del 19.2.2013), nell’affermare che il precedente amministratore della societa’ non poteva ritenersi, di per se’, estraneo alla commissione del reato (“potrebbe aver fornito un contributo causale alla commissione del fatto, creando materialmente i presupposti per il successivo omesso versamento”), demandava, pero’, al Giudice del rinvio di valutare l’effettiva incidenza della condotta posta in essere dai singoli soggetti coinvolti nell’amministrazione”. Tali principi sono stati ancor piu’ chiaramente affermati con la sentenza n. 39082 del 9.4.2013. Tale pronuncia, dopo aver ribadito che il reato di cui al Decreto Legislativo n. 74 del 2000, articolo 10 ter, e’ un reato istantaneo proprio, ha evidenziato che bisogna far riferimento al momento previsto per l’adempimento “per determinare il fatto consumativo”.

Per il soggetto non piu’ formalmente in “condizioni” di poter adempiere, bisogna accertare l’esistenza di “specifici elementi probatori… da cui desumere che la pregressa gestione fosse stata destinata all’evasione dell’iva ed a tale scopo fossero destinati i mancati accantonamenti ai quali l’ordinanza fa generico cenno (nulla si dice ad esempio dell’eventuale residuo di cassa trovato dal curatore e se la somma fosse o meno sufficiente, per l’esecuzione del pagamento o se vi fossero, nel passivo fallimentare, altri debiti aventi grado anteriore onde il pagamento si sarebbe palesato in violazione della par condicio), di talche’ l’omissione del versamento alla scadenza potesse essere ricondotto..(al ricorrente)… o al liquidatore”.

2.3. Il Tribunale, pur con i limitati poteri del riesame, non ha effettuato, in base agli atti, alcun accertamento in proposito. Non si fa, invero, il benche’ minimo cenno alle ragioni del mancato adempimento, da parte del liquidatore, del versamento dell’Iva alla scadenza del 27.12.2011; alla “situazione” della societa’ a quella data; alla gestione precedente; e se il mancato accantonamento delle somme fosse finalizzato all’evasione dell’iva.

L’ordinanza impugnata va, pertanto, annullata con rinvio, per nuovo esame, al Tribunale di Foggia.

P.Q.M.

Annulla l’ordinanza impugnata e rinvia al Tribunale di Foggia.

ABA1SCRITTA

 

 

Dott. SCARCELLA Alessio – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

Avvocato PenalistaSENTENZA

sul ricorso proposto da:

1) (OMISSIS) nato il (OMISSIS);

avverso l’ordinanza del 10.10.2013 del Tribunale di Foggia;

sentita la relazione svolta dal Consigliere Silvio Amoresano;

sentite le conclusioni del P. G., dr. Francesco Salzano, che ha chiesto il rigetto del ricorso sentito il difensore, avv. (OMISSIS), che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

 

RITENUTO IN FATTO

1. Con ordinanza in data 10.10.2013 il Tribunale di Foggia rigettava la richiesta di riesame proposta nell’interesse di (OMISSIS) avverso il provvedimento di sequestro preventivo emesso dal GIP presso il Tribunale di Foggia il 14.9.2013.

Premetteva il Tribunale che dagli atti trasmessi dal P.M. emergeva il fumus del reato di cui al Decreto Legislativo n. 74 del 2000, articolo 10 ter, non avendo l’indagato versato l’IVA per un valore di euro 608.178,00.

Tanto premesso, riteneva il Tribunale che correttamente il GIP avesse disposto il sequestro per equivalente sui beni mobili (tra cui i c/c) nella disponibilita’ dell’ (OMISSIS) fino alla concorrenza dell’importo non versato all’erario. Ne’ rilevava che alcuni dei cointestatari dei conti non fossero coinvolti nel reato, essendo i medesimi conti nella disponibilita’ dell’indagato.

In ordine all’eccezione relativa alla mancata indicazione di difensore di fiducia o d’ufficio nel decreto di sequestro preventivo, rilevava il Tribunale che trattasi di atto a sorpresa di cui non va data notizia prima dell’esecuzione.

Quanto alla mancata indicazione dei beni oggetto del sequestro, non vi era alcun obbligo da parte del Giudice, essendo sufficiente l’indicazione dell’importo complessivo rilevante ai fini della futura confisca.

Infine, quanto alla circostanza che in data 28.4.2011 la societa’ “La Sorgente” era stata posta in concordato preventivo (omologato il 19.10.2011 con nomina di un liquidatore), anche se il reato contestato riguardava l’imposta 2010 con scadenza per il pagamento il 27.12.2012, rilevava il Tribunale che le somme incassate a titolo di iva non erano nella disponibilita’ del contribuente e dovevano essere accantonate.

2. Ricorre per cassazione l’ (OMISSIS), a mezzo del difensore, denunciando la inosservanza o erronea applicazione della legge penale in relazione alla ritenuta applicabilita’ della confisca per equivalente nei reati tributari con riferimento sia al prezzo che al profitto del reato.

Con il secondo motivo denuncia l’inosservanza o erronea applicazione della legge processuale penale per la mancata indicazione del difensore di fiducia o d’ufficio nel decreto di sequestro preventivo.

Con il terzo motivo denuncia l’inosservanza o erronea applicazione della legge penale con riferimento alla mancata indicazione dei beni oggetto di sequestro.

Con il quarto motivo deduce l’inosservanza o erronea applicazione dell’articolo 40 c.p..

Essendo stata la societa’ “La Sorgente” posta in concordato preventivo, omologato in data 19.10.2011, con nomina di un liquidatore giudiziale, l’indagato non aveva la disponibilita’ di somme per provvedere ai versamenti dell’imposta dovuta.

L’indagato pertanto e’ estraneo al fatto penalmente rilevante del mancato adempimento dell’obbligazione tributaria. Il Tribunale supera il rilievo difensivo, confondendo l’aspetto fiscale con quello penale (il reato si consuma, a prescindere dagli accantonamenti, solo al momento del’omesso versamento).

E, nel caso di specie, pacificamente, al momento dell’omesso versamento l’ (OMISSIS) non aveva la disponibilita’ delle somme necessarie per l’adempimento; ne’ comunque risulta che la pregressa gestione fosse volta all’evasione dell’iva (sul punto Cass. pen. sez. 3 n. 39082 del 9.4.2013).

 

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. I primi tre motivi di ricorso sono infondati.

1.1. Correttamente il Tribunale ha ritenuto che, in relazione ai reati tributari, la confisca per equivalente si applichi sia ai prezzo che al profitto del reato. La Legge n. 244 del 2007, articolo 1, comma 143, prevede che “nei casi di cui al Decreto Legislativo 10 marzo 2000, n. 74, articoli 2, 3, 4, 5, 8, 10 bis, 10 ter, 10 quater e 11, si osservano, in quanto applicabili, le disposizioni di cui all’articolo 322 ter c.p.”.

Il richiamo in “toto” all’articolo 322 ter c.p. (senza specificazione di commi) rende applicabile la confisca per equivalente sia in relazione al prezzo che al profitto del reato. Del resto (cfr. sent. sezioni unite n. 41936 del 22.11.2005), analoga questione si e’ posta con riferimento all’articolo 640 quater, che rinvia, come la Legge n. 244 del 2007, articolo 1, all’articolo 322 ter, senza alcuna specificazione, ed e’ stata risolta nel senso che la confisca per equivalente si applichi anche in relazione al profitto del reato. Hanno affermato, infatti, le sezioni unite che “Il sequestro preventivo disposto nei confronti della persona sottoposta ad indagini per uno dei reati previsti dall’articolo 640 quater c.p., puo’ avere ad oggetto beni per un valore equivalente non solo al prezzo ma anche al profitto del reato, in quanto la citata disposizione richiama l’intero articolo 322 ter c.p.” (la giurisprudenza successiva e’ assolutamente conforme: ex multis Cass. sez. 1 n.30790 del 30.5.2006; sez. 2 n.10838 del 20.12.2006; sez. 2 n.23425 del 12.4.2007; sez. 6 n. 37090 del 30.5.2007; sez.6 n. 5401 del 28.1.2009).

In relazione piu’ specificamente ai reati tributari, e’ stato piu’ volte ribadito che il sequestro preventivo, funzionale alla confisca per equivalente puo’ essere disposto non soltanto per il prezzo, ma anche per il profitto del reato (cfr. Cass. pen. sez. 3 n. 35807 del 7.7.2010; Cass. pen. sez. 3 n.13276 del 24.1.2011).

Ne’ certamente tale interpretazione puo’ ritenersi in “malam partem” per il fatto che solo con la Legge 6 novembre 2012, n. 190, che ha riformulato l’articolo 322 ter c.p., sia stato richiamato espressamente anche il profitto del reato.

1.2. Il Tribunale ha, poi, ineccepibilmente ritenuto che, trattandosi di atto a sorpresa, non e’ prevista la nomina del difensore nel decreto di sequestro preventivo, ne’ tanto meno si deve dare preventivo avviso al difensore.

1.3. Anche in ordine alla individuazione dei beni da sottoporre a sequestro, secondo la giurisprudenza di questa Corte, ribadita anche di recente, in tema di sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente, il giudice che emette il provvedimento ablativo e’ tenuto soltanto ad indicare l’importo complessivo da sequestrare, mentre l’individuazione specifica dei beni da apprendere e la verifica della corrispondenza del loro valore al “quantum” indicato nel sequestro e’ riservata alla fase esecutiva demandata al pubblico ministero” (cfr. Cass. pen. sez. 3 n. 10567 del 12.7.2012).

2. Fondato nei termini e nei limiti di seguito indicati e’, invece, il quarto motivo di ric

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