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furto tentato TI SPIEGO COSA è AVVOCATO PENALISTA Bologna ai sensi degli artt. 56 e 624 c.p. e art. 625 c.p., n. 2.

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furto tentato ai sensi degli artt. 56 e 624 c.p. e art. 625 c.p., n. 2.

 ACHIAMA PENACPENGRANDE

ARRESTO IN FLAGRANZA ARRESTO IN QUASI FLAGRANZA AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA Violazione di legge penale e vizio di motivazione in relazione agli artt. 384-bis e 282-bis, comma 6

ARRESTO IN FLAGRANZA ARRESTO IN QUASI FLAGRANZA AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA Violazione di legge penale e vizio di motivazione in relazione agli artt. 384-bis e 282-bis, comma 6

La censura è fondata trovando applicazione il principio, espresso anche da questa Sezione, secondo cui integra il delitto di furto tentato e non consumato la condotta di colui che prelevi merce dai banchi di un supermercato e superi le casse sottraendosi al pagamento, se il fatto avviene sotto il costante controllo del personale incaricato della sorveglianza, non potendosi in tal caso ritenere realizzata la sottrazione della cosa dal momento che il possessore originario conserva una relazione col bene e può in ogni momento interrompere l’azione delittuosa. (Sez. 5, Sentenza n. 10535 del 31/10/2014 Rv. 262683; Sez

 

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

 

SEZIONE V PENALE

Sentenza 21 ottobre 2015, n. 42395

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FUMO Maurizio – Presidente –

Dott. SABEONE Gerardo – Consigliere –

Dott. PEZZULLO Rosa – Consigliere –

Dott. GUARDIANO Alfredo – Consigliere –

Dott. POSITANO Gabriele – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

BANCAROTTA SEMPLICE : È punito con la reclusione da sei mesi a due anni, se è dichiarato fallito, l'imprenditore, che, fuori dai casi preveduti nell'articolo precedente:

BANCAROTTA SEMPLICE : È punito con la reclusione da sei mesi a due anni, se è dichiarato fallito, l’imprenditore, che, fuori dai casi preveduti nell’articolo precedente:

sul ricorso proposto da:

M.A. N. IL (OMISSIS);

avverso la sentenza n. 970/2011 CORTE APPELLO di CAGLIARI, del 07/07/2014;

visti gli atti, la sentenza e il ricorso;

udita in PUBBLICA UDIENZA del 28/05/2015 la relazione fatta dal Consigliere Dott. GABRIELE POSITANO;

Il Procuratore generale della Corte di Cassazione, Dr.ssa Marilia Di Nardo, conclude chiedendo l’annullamento con rinvio per la qualificazione giuridica del primo episodio e rigetto, nel resto.

Svolgimento del processo

1. Il difensore di M.A. propone ricorso per cassazione contro la sentenza pronunciata Corte d’Appello di Cagliari, in data 7 luglio 2014, che confermava la decisione del Tribunale di Cagliari con la quale l’imputata, all’esito del giudizio abbreviato, era stata ritenuta responsabile del reato previsto dall’art. 624 c.p. e art. 625 c.p., n. 2, perchè, mediante l’utilizzo di una chiave non originale, si era introdotta, in due occasioni, all’interno di un locale adibito a magazzino per l’attività commerciale di bar tabaccheria, impossessandosi di mercè e denaro, con l’aggravante di avere commesso il fatto con un mezzo fraudolento.

2. Il ricorso per cassazione è articolato in tre motivi, con i quali il difensore lamenta:

– violazione dell’art. 56 c.p. e vizio di motivazione per avere la Corte d’Appello escluso la sussistenza del delitto tentato, in favore del reato di furto consumato;

– violazione dell’art. 625 c.p., n. 2 e vizio di motivazione dovendosi escludere che l’utilizzo della chiave possa integrare l’aggravante in parola;

– violazione degli artt. 529 e 129 c.p., con riferimento al reato di furto contestato e vizio di motivazione per la mancata adozione della sentenza di non doversi procedere.

DIRITTO PENALE AMBIENTALE AVVOCATO SERGIO ARMAROLI PENALE MILITARE, AVVOCATO PENALE MILITARE, SIMULAZIONE DI INFERMITA’ CASSAZIONE Articolo 158 Codice Penale Militare di Pace Procurata infermità a fine di sottrarsi temporaneamente all’obbligo del servizio militare Il militare, che, a fine di sottrarsi temporaneamente all’obbligo del servizio militare stabilito dalla legge o volontariamente assunto, si mutila o si procura infermità o imperfezioni, o in qualsiasi altro modo si rende temporaneamente inabile a prestare il servizio stesso, è punito con la reclusione militare fino a cinque anni. La stessa pena si applica al militare, che, a fine di sottrarsi a un particolare servizio di un corpo, di un’arma o di una specialità, o comunque di menomare la sua incondizionata idoneità al servizio militare, si mutila o si procura infermità o imperfezioni, o in qualsiasi altro modo si rende inabile a prestare un particolare servizio di un corpo, di un’arma o di una specialità, o menoma la sua incondizionata idoneità al servizio militare, o si rende temporaneamente inabile al servizio stesso. Se dai fatti indicati nei commi precedenti è derivata inabilità permanente al servizio militare, si applica la reclusione da cinque a dieci anni. Articolo 159 Codice Penale Militare di Pace Simulazione d’infermità Il militare, che simula infermità o imperfezioni, in modo tale da indurre in errore i suoi superiori o altra Autorità militare, è punito con la reclusione militare fino a tre anni, se la simulazione è commessa a fine di sottrarsi all’obbligo del servizio militare, stabilito dalla legge o volontariamente assunto; e con la reclusione militare fino a un anno, se la simulazione è commessa per sottrarsi a un particolare servizio di un corpo, di un’arma o di una specialità. Articolo 161 Codice Penale Militare di Pace Procurata inabilità o simulata infermità a fine di sottrarsi all’adempimento di alcuno dei doveri inerenti al servizio militare Fuori dei casi indicati negli articoli precedenti, il militare, che, a fine di sottrarsi all’adempimento di alcuno dei doveri inerenti al servizio militare, in qualsiasi modo si rende inabile al detto adempimento, ovvero simula una infermità o una imperfezione, è punito con la reclusione militare fino a sei mesi. Se dal fatto è derivata inabilità al servizio militare, si applicano le disposizioni dell’articolo 158. FATTO :Il Tribunale militare di Verona, con sentenza deliberata il 15 gennaio 2013, assolveva il Carabiniere scelto (OMISSIS) dal reato di simulazione di infermita’ aggravata, perche’ il fatto non sussiste. Il Tribunale militare, premesso in fatto che il (OMISSIS) durante il periodo di congedo usufruito per motivi di salute dal (OMISSIS) risultava aver arbitrato una partita di calcio svoltasi a (OMISSIS) alle ore 15 del (OMISSIS), riteneva, in base alle risultanze processuali ed in particolare alle dichiarazioni testimoniali del medico curante del militare, che non sussistevano elementi per sostenere che il (OMISSIS) avesse simulato l’infermita’ certificata (virosi intestinale). Corte di Cassazione, Sezione 1 penale, Sentenza n. 37213/2014 Il Tribunale militare di Verona, con sentenza deliberata il 15 gennaio 2013, assolveva il Carabiniere scelto (OMISSIS) dal reato di simulazione di infermita’ aggravata, perche’ il fatto non sussiste. Il Tribunale militare, premesso in fatto che il (OMISSIS) durante il periodo di congedo usufruito per motivi di salute dal (OMISSIS) risultava aver arbitrato una partita di calcio svoltasi a (OMISSIS) alle ore 15 del (OMISSIS), riteneva, in base alle risultanze processuali ed in particolare alle dichiarazioni testimoniali del medico curante del militare, che non sussistevano elementi per sostenere che il (OMISSIS) avesse simulato l’infermita’ certificata (virosi intestinale). Ed invero, tenuto conto che il sanitario, che la mattina del (OMISSIS) aveva redatto il certificato medico che aveva indotto in errore i superiori del militare sulle reali condizioni di salute dello stesso, aveva sottoposto a visita medica l’imputato presso la sua abitazione e personalmente constato che il militare non era in condizione di intraprendere il servizio d’istituto per il quale era stato comandato quel giorno (attivita’ di pattuglia dalle ore 01,00 alle ore 07,00) doveva valutarsi come probabile che l’imputato – che gia’ il (OMISSIS) aveva contattato telefonicamente il medico, lamentato problemi di salute (diarrea) fosse stato relativamente meglio gia’ dal mattino successivo, in virtu’ dell’assunzione dei farmaci (fermenti lattici ed un medicinale antidiarroico) che gli erano stati prescritti telefonicamente. Proposta tempestiva impugnazione avverso tale decisione dal Procuratore generale militare, la Corte militare di appello, con sentenza deliberata il 24 settembre 2013, dichiarava di non doversi procedere nei confronti del (OMISSIS) in ordine al delitto di “simulazione di infermita’ al fine di sottrarsi all’adempimento di alcuno dei doveri inerenti al servizio militare (articolo 161 c.p.m.p.), cosi’ modificata l’originaria qualificazione giuridica del fatto come “simulazione di infermita’ continuata” (articolo 159 c.p.m.p.), perche’ l’azione penale non doveva essere iniziata, per mancanza della richiesta di procedimento. Secondo i giudici di appello, in estrema sintesi, l’avere il (OMISSIS) simulato un’infermita’ inesistente (almeno secondo l’accusa), mediante presentazione di certificazione medica consegnata al comando di appartenenza, non realizzava il reato di simulazione di infermita’ previsto dall’articolo 159 c.p.m.p., prima parte che prevede che la condotta fraudolenta del militare sia commessa al fine di sottrarsi all’obbligo del servizio militare, finalita’ che di fatto non era stata perseguita dall’imputato. La condotta simulatoria addebitata al (OMISSIS) era piu’ correttamente ri’conducibile alla fattispecie criminosa di cui all’articolo 161 c.p.m.p., per la cui realizzazione l’agente e’ mosso dall’intenzione di “sfuggire alla contingente prestazione di un particolare servizio (nello specifico l’attivita’ di pattugliamento da svolgere la notte tra il sabato e la domenica) e non gia’ la prestazione del servizio nella sua globalita'”. Ricorre per cassazione il procuratore militare presso la Corte militare di appello, contestando, sotto il profilo dell’erronea applicazione della legge penale militare e di altre norme di cui occorre tener conto nell’applicazione della legge penale, che il fatto ascritto all’imputato potesse farsi rientrare nella piu’ tenue fattispecie di cui all’articolo 161 c.p.m.p.. Secondo il P.M. ricorrente una corretta qualificazione del fatto contestato prescinde del tutto dagli aspetti temporali che possono caratterizzare la vicenda, nel senso che non assume alcuna influenza la durata degli effetti della condotta simulatoria sulla prestazione del servizio militare ovvero sull’adempimento di alcuno dei doveri ad esso inerenti. Ad avviso del ricorrente, in altri termini, il fine perseguito dal (OMISSIS) non era quello di eludere semplicemente lo specifico (ed impegnativo) servizio notturno di pattuglia a cui era comandato – che costituirebbe un aspetto meramente accidentale della vicenda – ma era invece, precipuamente, quello di sottrarsi ad ogni tipo di impegno dai suoi obblighi militari che avrebbe potuto ostacolare lo svolgimento delle attivita’ preventivamente programmate. Il ricorso e’ infondato e deve essere quindi essere rigettato. La decisione impugnata si e’ infatti correttamente uniformata alle linee interpretative che questa Corte ha fissato in alcuni suoi arresti. In particolare con sentenza Sez. 1, n. 458 del 26/10/1993 – dep. 19/01/1994, P.M. in proc. Forte, Rv. 196315, e’ stato affermato che in tema di reati contro il servizio militare, nell’articolo 159 c.p.m.p. – che punisce la simulazione di infermita’ – sono delineate due figure delittuose: per quanto concerne la prima parte di detto articolo, la simulazione d’infermita’ e’ diretta all’esenzione totale dal servizio, sicche’ trattasi di reato a dolo specifico per il quale l’azione del reo deve intenzionalmente dirigersi a tale fine e non ad una temporanea sottrazione ai doveri connessi alle mansioni svolte dal militare. Mentre, per quanto riguarda la seconda parte del medesimo articolo, la simulazione e’ funzionale alla sottrazione a particolare servizio di corpo, arma o specialita’, di guisa che il dolo specifico dell’agente e’ diretto alla temporanea sottrazione all’obbligo del servizio militare per evitare i rischi o gli inconvenienti connessi all’espletamento di mansioni particolari d’arma o di specialita’ di corpo (servizio sui sommergibili, conduzione di autovetture e non d’autocarri, servizio in speciali reparti dell’aeronautica, incursori aviotrasportati e non autotrasportati “et similia”). In entrambe le ipotesi, peraltro, si tratta di simulazione diretta a sottrarsi a servizi, temporaneamente o definitivamente, inerenti allo “status” ricoperto all’interno dell’organizzazione militare. Intendendosi per servizi le funzioni oggettive svolte da detta organizzazione a mezzo dei singoli militari. Allorquando invece l’agente e’ mosso dall’intenzione di sottrarsi, mediante simulazione di infermita’, all’adempimento di alcuno dei doveri inerenti al proprio “status” di militare, trattasi di condotta costitutiva della diversa fattispecie criminosa di cui all’articolo 161 c.p.m.p.. Tale lezione interpretativa, per altro, ha trovato sostanziale conferma, al di la’ dell’esito conclusivo delle specifiche vicende processuali, anche nella successiva giurisprudenza di questa Corte in argomento (Sez. 1, n. 5272 del 25/09/2000 – dep. 29/11/2000, Sisto, Rv. 217292). Dunque l’incedere argomentativo sviluppato nella decisione impugnata deve ritenersi corretto, perche’ frutto di adeguato recepimento dei dati di fatto, avendo in particolare i giudici di appello ritenuto, con plausibile e logica valutazione, che “l’intento di non prestare il servizio nella giornata di domenica fosse alla base della condotta simulatoria contestata, della quale costituiva la motivazione essenziale ed esclusiva”. La Corte militare escludeva in particolare che la mera indicazione di una prognosi di (soli) tre giorni sarebbe sufficiente a “ricondurre la condotta alla massima estensione dell’intento di sottrazione al servizio sul quale si impernia la previsione di cui all’articolo 159 c.p.m.p. e non a quella piu’ limitata, considerata dall’articolo 161 c.p.m.p.”. In presenza di un percorso motivazionale, articolato, logico ed aderente alle risultanze processuali, solo sommariamente illustrato in questa sede, le argomentazioni sviluppate in ricorso, lungi dal segnalare un’effettiva violazione della legge penale, non superano la soglia della ricostruzione alternativa e meramente congetturale delle risultanze processuale. Privo di mende e’ quindi il passaggio argomentativo secondo cui ricorrendo le ipotesi criminosa di cui all’articolo 161 c.p.m.p., l’azione penale non era procedibile per difetto di richiesta, atteso che la condotta contestata, non integrava il reato di simulazione d’infermita’ di cui all’articolo 191 c.p.m.p.. P.Q.M. Rigetta il ricorso

furto tentato ai sensi degli artt. 56 e 624 c.p. e art. 625 c.p., n. 2.

– Con memoria datata 22 maggio 2015 il difensore di M.A., con riferimento al primo motivo di ricorso, richiama la decisione adottata, nelle more del giudizio, dalle Sezioni Unite della Cassazione (Cass. n. 52117 del 17 luglio 2014) secondo cui, nella fattispecie in esame, sarebbe prospettabile solo il delitto tentato e non quello consumato.

Motivi della decisione

La sentenza impugnata merita censura.

1. Con il primo motivo e con le memorie del 22 maggio 2015 il difensore deduce violazione dell’art. 56 c.p. e vizio di motivazione per avere la Corte d’Appello escluso la sussistenza del delitto tentato, in favore del reato di furto consumato. Rileva la difesa come dalle risultanze processuali emerga pacificamente che era stato predisposto un servizio di osservazione, sia all’interno che all’esterno del locale pubblico, ed uno dei Carabinieri, nascosto all’interno del deposito, aveva osservato l’imputata mentre, in più occasioni, prelevava da uno scaffale diverse stecche di sigarette.

L’imputata, dopo avere messo la refurtiva nella borsa, era uscita dal magazzino chiudendolo a chiave ed aveva raggiunto la sala bar tabacchi. Pertanto, non avrebbe esercitato sul bene un autonomo potere di disposizione, analogamente a quanto ritenuto dalle Sezioni Unite della Cassazione in tema di tentativo di furto nel supermercato, nell’ipotesi in cui ricorra una sorveglianza continua della azione criminosa (Cass. SSUU n. 34952 del 19 aprile 2012).

Contrariamente a quanto sostenuto dalla Corte territoriale il furto non si sarebbe completato con l’introduzione della refurtiva nella borsa e conseguente fuoriuscita della merce dal dominio ed al controllo anche del Carabiniere, oltre che del proprietario, poichè contraddittoriamente il Giudice del merito non considera che l’imputata era sottoposta al controllo fin dall’inizio della condotta (Cass. n. 52117 del 17 luglio 2014).

2. La censura è fondata trovando applicazione il principio, espresso anche da questa Sezione, secondo cui integra il delitto di furto tentato e non consumato la condotta di colui che prelevi merce dai banchi di un supermercato e superi le casse sottraendosi al pagamento, se il fatto avviene sotto il costante controllo del personale incaricato della sorveglianza, non potendosi in tal caso ritenere realizzata la sottrazione della cosa dal momento che il possessore originario conserva una relazione col bene e può in ogni momento interrompere l’azione delittuosa. (Sez. 5, Sentenza n. 10535 del 31/10/2014 Rv. 262683; Sez. 5, n. 2151 del 12/06/2013 – dep. 17/01/2014, Trevisan, Rv. 258871).

3. Come rilevato anche dal Procuratore generale in udienza e dal difensore nelle memorie da ultimo depositate, sulla questione sono intervenute le Sezioni Unite di questa Corte affermando il principio secondo cui, in caso di furto in supermercato, il monitoraggio della azione furtiva in essere, esercitato mediante appositi apparati di rilevazione automatica del movimento della merce ovvero attraverso la diretta osservazione da parte della persona offesa o dei dipendenti addetti alla sorveglianza ovvero delle forze dell’ordine presenti nel locale ed il conseguente intervento difensivo “in continenti”, impediscono la consumazione del delitto di furto che resta allo stadio del tentativo, non avendo l’agente conseguito, neppure momentaneamente, l’autonoma ed effettiva disponibilità della refurtiva, non ancora uscita dalla sfera di vigilanza e di controllo del soggetto passivo (Sez. U, n. 52117 del 17/07/2014 – dep. 16/12/2014, Pg in proc Prevete ed altro, Rv 261186).

4. Conseguentemente la decisione va annullata sotto tale profilo.

5. Con il secondo motivo la difesa lamenta violazione dell’art. 625 c.p., n. 2 e vizio di motivazione, dovendosi escludere che l’utilizzo da parte dell’imputata di una chiave comune, che accidentalmente aveva consentito l’apertura della porta del magazzino, possa integrare l’aggravante in parola. Secondo la difesa, trattandosi di un ordinario accorgimento che non limitava in modo apprezzabile le difese apprestate dal proprietario, difettando di una qualche escogitazione particolare, deve escludersi che l’apertura della porta, facilmente apribile con un’altra chiave a causa delle caratteristiche della serratura, possa integrare l’aggravante contestata.

6. Il motivo è manifestamente infondato. Correttamente la Corte territoriale ha evidenziato che costituisce escogitazione capace di sorprendere la volontà contraria del proprietario e vanificare le difese che questi ha apprestato a difesa delle proprie cose, il fatto di introdursi nel luogo in cui sono custodite servendosi di una chiave falsa (Sez. 1, n. 320 del 17/12/1991 – dep. 15/01/1992, P.G. in proc. Sacco ed altri, Rv. 191102).

7. In secondo luogo costituisce certamente mezzo fraudolento, che attenua la difesa del patrimonio contro le aggressioni altrui, la condotta posta in essere dall’imputata la quale ha provveduto, non solo ad aprire la porta del magazzino con una chiave falsa, ma anche a richiuderla, per evitare che il titolare del bar potesse accorgersi dell’intrusione. Scoperta verificatasi, non a causa dell’apertura della porta, ma per la buona abitudine del titolare di contare le stecche delle sigarette.

8. Con il terzo motivo il difensore deduce violazione degli artt. 529 e 129 c.p., con riferimento al reato di furto contestato e vizio di motivazione per la mancata adozione della sentenza di non doversi procedere. Secondo la difesa, dovendosi escludere l’aggravante del mezzo fraudolento, la Corte d’Appello avrebbe dovuto adottare la decisione sopra indicata, per mancanza della condizione di procedibilità.

9. Il motivo è superato dalle considerazioni poste a sostegno del motivo precedente, per cui, dovendosi ritenere sussistente l’aggravante del mezzo fraudolento, il reato è perseguibile d’ufficio.

10. In conclusione la sentenza impugnata va annullata limitatamente alla qualificazione del delitto di cui al capo a), con rinvio ad altra Sezione della Corte d’Appello per la rideterminazione della pena.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata limitatamente al delitto di cui al capo a) che riqualifica come furto tentato ai sensi degli artt. 56 e 624 c.p. e art. 625 c.p., n. 2.

Rigetta nel resto il ricorso e rinvia ad altra sezione della Corte d’Appello di Cagliari per la rideterminazione del trattamento sanzionatorio.

Così deciso in Roma, il 28 maggio 2015.

Depositato in Cancelleria il 21 ottobre 2015

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