LA PROVA NEL PROCESSO PENALE-AVVOCATO PENALISTA BOLOGNAprova testimoniale penale prova testi penale decadenza prova testimoniale penale valutazione prova testimoniale penale processo penale prova testimoniale prova per testi penale

LA PROVA NEL PROCESSO PENALE-AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA

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 studi legali diritto penale bologna, lo studio dell’avvocato Sergio Armaroli patrocinante in cassazione tratta diritto penale a Bologna e in tutta Italia.AVVOCATO A BOLOGNA-AVVOCATO BOLOGNA-STUDIO LEGALE BOLOGNA- AVVOCATO SERGIO ARMAROLI 051 6447838

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FULCRO DEL PROCESSO PENALE E’L’ACQUISZIONE DELLA PROVA

E LA CASSAZIONE SOTTOLINEA:

 

Se è vero, infatti, che vi è stata una discussione nel corso dell’udienza in ordine alla possibilità di acquisire “in toto” il fascicolo del pubblico ministero, come si rileva dall’esame dei verbali di udienza, consentito dalla tipologia dell’eccezione, quest’ultimo non ha tuttavia escluso che i singoli atti transitassero in quello del dibattimento ed anzi si è dichiarato disponibile a fare fotocopiare l’intero fascicolo. Il tribunale si è riservato e, non risulta che nelle udienze successive vi sia stata opposizione all’acquisizione. Correttamente, quindi, la corte di appello ha disatteso qualsiasi rilievo sul punto ritenendo sussistere il consenso del PM alla utilizzazione di tutti gli atti del fascicolo del suo ufficio.

Appaiono invece fondati i rilievi dedotti con i rimanenti motivi nei limiti e per le ragioni di seguito indicate.

Al riguardo si rileva in premessa che il ricorso pone sostanzialmente due ordini di questioni: a) l’omessa possibilità per la difesa di articolare prove a seguito della decisione assunta dal tribunale ai sensi dell’art. 507 c.p.p. e b) la violazione di legge ed il vizio di motivazione con riferimento alla valutazione del materiale probatorio in atti.

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La prima questione, oggetto del secondo e del quarto motivo ed evidentemente preliminare sul piano logico, attenendo alla completezza stessa dell’istruzione dibattimentale, è fondata.

Questa Corte ha già affermato infatti che alla ammissione di una nuova prova ai sensi dell’art. 507 c.p.p., il giudice non può non far seguire l’ammissione anche delle eventuali prove contrarie.

Pertanto, l’istanza di ammissione di queste ultime, che non può essere avanzata se non dopo la decisione di disporre d’ufficio l’assunzione di nuovi mezzi di prova una volta esaurita l’attività probatoria già autorizzata, integra a tutti gli effetti esercizio del diritto alla prova e concreta, quindi, rituale richiesta a norma dell’art. 495 c.p.p., comma 2, (Sez. 6, n. 5401 del 06/04/2000 Rv. 216144).

Nell’occasione, richiamando la sentenza delle Sezioni Unite 6 novembre 1992, Martin, e la sentenza della Corte Costituzionale n. 241 del 1992, si è ribadito che all’ammissione di una prova nuova ai sensi dell’art. 507 c.p.p., il giudice non può non far seguire l’ammissione anche delle eventuali prove contrarie; cosicchè l’istanza di ammissione di tali prove – che non può essere avanzata se non dopo la decisione di disporre “ex officio l’assunzione di nuovi mezzi di prova una volta esaurita l’attività probatoria già autorizzata – integra a tutti gli effetti esercizio del diritto alla prova e concreta, pertanto, rituale richiesta a norma dell’art. 495 c.p.p., comma 2. Inoltre si è escluso che nel giudice residui il potere di scrutinare la rilevanza della prova contraria oltre i limiti segnati dall’art. 190, comma 1, seconda parte.

In altre parole è consentito al giudice unicamente non ammettere le prove vietate dalla legge e quelle che manifestamente sono superflue o irrilevanti. Nella specie la difesa, a seguito dell’assunzione di prove ex art. 507 c.p. aveva chiesto di essere ammessa alla prova contraria a mezzo di una consulenza psichiatrica, di un esperimento giudiziale, dell’esame di G.M.G. e S. G., il primo sulla circostanza che il minore aveva detto di essere stato abusato in macchina e non in una privata abitazione e, il secondo, sulla circostanza che sia prima che dopo il giorno del presunto abuso presso l’abitazione dell’imputato quest’ultimo dalla mattina alla sera era stato a lavorare presso l’abitazione dello stesso G.G.

Si tratta di questioni indubbiamente centrali nell’economia della decisione tanto più che la corte di merito, a pagina sei della sentenza, affrontando specificamente la questione concernente la data in cui si sarebbe verificato l’episodio della violenza sessuale all’interno della cucina dell’abitazione del S., è costretta a superare con argomentazioni di carattere logico l’elemento di oggettivo contrasto delle dichiarazioni della vittima con il certificato di presenza rilasciato dall’istituto scolastico, ove si attestava la presenza del ragazzo a scuola in quella data, e, soprattutto, giunge ad affermare che non può essere nemmeno da escludere che l’indicazione della data possa essere stata frutto di imprecisione. La corte di appello ritiene evidentemente di avere implicitamente motivato sulla questione attraverso le motivazioni che hanno portato alla conferma della condanna. Anche per le richieste avanzate ex art. 603 c.p.p. in effetti i giudici di appello si limitano a richiamare le motivazioni della decisione assunta.

In questo modo si appalesa tuttavia evidente il secondo limite della sentenza rendendo giustificate anche per tale aspetto le doglianze formulate in questa sede. Il ricorrente, infatti, nei motivi di appello aveva già denunciato la mancanza di riscontri alle dichiarazioni della vittima ed, in alcuni casi, addirittura il contrasto delle dichiarazioni stesse con quanto emerso ìn sede dibattimentale.

Al riguardo, oltre alle incertezze sulla data del commesso reato, si era sottolineato tra l’altro da parte della difesa, specialmente con i motivi cinque e sei del ricorso, che non erano state riscontrate perdite di sangue dopo l’episodio, le incongruenze negli orari riferiti, l’assenza del tatuaggio, la non linearità della descrizione dell’aggressore, l’inverosimiglianza del fatto che il ragazzo, bendato, potesse avere focalizzato adeguatamente i luoghi, l’utilizzo del preservativo ecc. Si tratta di questioni centrali in quanto attengono tutte alla attendibilità del racconto. Su di esse, tuttavia, non vi è sostanzialmente motivazione o meglio, si appalesa apodittica la risposta, essendosi la corte di merito, senza spiegarne la ragione, limitata ad affermare che le censure espresse nell’atto di gravarne non risultano in alcun modo condivisibili in quanto investono aspetti della deposizione del tutto marginali, inidonei ad infirmare la complessiva credibilità del racconto e la veridicità dei fatti narrati. Si appalesa infine illogico sostenere che la circostanza che la vittima abbia negato l’uso del profilattico da parte dell’autore della violenza, in occasione della penetrazione anale, e che quest’ultima non abbia lasciato tracce e conseguenze sul piano fisico, non possa incidere sulla verosimiglianza dell’ipotesi d’accusa, in quanto le modalità della violenza rappresentano aspetti centrali nella ricostruzione del fatto.

 

@AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA@DIFFAMAZIONE @DIRITO DI CRITICA@DIFFAMAZIONE A MEZZO STAMPA SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE SEZIONE III PENALE Sentenza 7 gennaio 2009, n. 25 Svolgimento del processo Nel dicembre del 1996 A. G. convenne in giudizio innanzi al tribunale di Napoli la società editrice, il direttore e l’autrice di alcuni articoli giornalistici pubblicati nel periodico “La Voce della Campania” tra il marzo del 1995 e il novembre del 1996, affermandone il carattere diffamatorio e domandando che i convenuti fossero condannati a risarcirgli i danni patrimoniali e non patrimoniali procuratigli (quantificati in lire 200.000.000) ed al pagamento di una somma ulteriore ex art. 12 della legge n. 47 del 1948. I convenuti resistettero, tra l’altro negando il carattere diffamatorio degli articoli pubblicati. Con sentenza del 31.7.2000 il tribunale condannò i convenuti al pagamento solidale di lire 30.000.000 e della somma ulteriore di lire 3.000.000 ai sensi della legge da ultimo citata. La corte d’appello di Napoli ha rigettato l’appello dei soccombenti con sentenza n. 872/2003, avverso la quale l’editrice la Cinqueprint s.r.l. in liquidazione, A. C. e R. P. ricorrono per cassazione affidandosi a tre motivi, cui resiste con controricorso A. G.. Motivi della decisione 1.1. Col primo motivo è dedotta violazione dell’art. 2697 c.c., assumendosi che erroneamente la corte d’appello ha ritenuto che la prova dei danni patiti dal diffamato fosse stata raggiunta per avere quegli “indicato con precisione il contenuto, ritenuto diffamatorio”, degli articoli. I ricorrenti negano, in particolare, che potessero costituire validi e rassicuranti parametri di riferimento della valutazione equitativa del danno non patrimoniale le menomazioni conseguite sul piano psicologico e la significativa diffusione del giornale nel luogo di residenza del danneggiato. 1.2. Col secondo motivo è denunciata violazione dell’art. 21 Cost.. Si sostiene che gli articoli costituivano legittima espressione dell’esercizio del diritto di critica e di cronaca, sussistendo l’interesse pubblico alla conoscenza dei fatti narrati in relazione alla posizione del G., che in passato aveva diretto un importante periodico regionale e che ancora svolgeva attività di promozione di convegni pubblici, sicché la portata esimente dell’esercizio del diritto di critica doveva essere valutata con maggiore elasticità. Si assume, inoltre, che la sentenza impugnata aveva incomprensibilmente escluso che gli articoli dovessero considerarsi espressione di una trattazione in chiave satirica solo perché pubblicati su un giornale non umoristico e se ne critica l’apprezzamento della non continenza espressiva, essendo lecito l’uso di parole aspre e pungenti ove queste siano razionalmente correlate ai fatti riportati ed ai giudizi espressi e congrui in relazione al livello della contrapposizione polemica raggiunta. Col terzo motivo si prospetta la violazione dell’art. 1227 c.c. per avere la corte escluso, ai fini della determinazione del danno, che l’omessa richiesta di rettifica da parte del G. potesse assumere rilievo alcuno. I ricorrenti affermano che, avvalendosi della rettifica, il danneggiato avrebbe potuto quantomeno attenuare le conseguenze lesive dell’illecito e che la corte d’appello aveva erroneamente ritenuto che “l’esercizio del diritto di critica era chiaramente inutile se non dannoso”. 2. È logicamente preliminare l’esame del secondo motivo, che è fondato nei sensi di cui appresso. Questa corte ha recentemente affermato che, in tema di azione di risarcimento dei danni da diffamazione col mezzo della stampa, quando la narrazione di determinati fatti sia esposta insieme alle opinioni dell’autore dello scritto, in modo da costituire nel contempo esercizio di cronaca e di critica, la valutazione della continenza non può essere condotta sulla base di criteri solo formali, dovendo invece lasciare spazio alla interpretazione soggettiva dei fatti esposti. Infatti, la critica mira non già ad informare, ma a fornire giudizi e valutazioni personali, e, se è vero che, come ogni diritto, anche quello in questione non può essere esercitato se non entro limiti oggettivi fissati dalla logica concettuale e dall’ordinamento positivo, da ciò non può inferirsi che la critica sia sempre vietata quando sia idonea ad offendere la reputazione individuale, richiedendosi, invece, un bilanciamento dell’interesse individuale alla reputazione con quello alla libera manifestazione del pensiero, costituzionalmente garantita. Siffatto bilanciamento è ravvisabile nella pertinenza della critica di cui si tratta all’interesse pubblico, cioè all’interesse dell’opinione pubblica alla conoscenza non del fatto oggetto di critica, che è presupposto dalla stessa, e, quindi, fuori di essa, ma di quella interpretazione del fatto (così Cass., n. 17172/07). L’apprezzamento dell’interesse dell’opinione pubblica alla conoscenza dei fatti pubblicati nell’esercizio della libertà di stampa costituisce dunque il presupposto di ogni ulteriore valutazione del giudice adito per il risarcimento dei danni da parte di chi si affermi diffamato, giacché non è altrimenti possibile il bilanciamento cui s’è fatto cenno. E quell’apprezzamento necessariamente presuppone a sua volta l’analisi del contenuto degli articoli che si assumono diffamatori, non potendo altrimenti ravvisarsi l’assenza di copertura costituzionale, di cui all’art. 21 Cost., in ordine all’attività del giornalista. Ebbene, la sentenza impugnata non ha riguardo al contenuto di nessuno degli articoli costituenti la pur affermata “campagna denigratoria”, che restano totalmente ignoti pur dopo la lettura dell’intera motivazione e di cui si acquisisce parziale contezza solo dal ricorso e dal controricorso. Si coglie, così, tra l’altro: - che il primo articolo (marzo 1995) recava nell’occhiello l’affermazione “c’è ancora l’ombra di Pomicino sul teatro di Napoli”; - che il secondo (ottobre 1995) aveva riguardo al G., descritto come “direttore del cuore di ‘O Ministro” … “che oggi campeggia sul Mattino con articoli sulla realtà melmosa della sinistra” concludendo: “e poi ci domandiamo chi ha ucciso la voglia di politica? Anzi se lo chiede, sempre da Chiatamone street, il neopolitologo A. G., che per risolvere l’amletico quesito scomoda grossi calibri come Panebianco, Colletti e Galli della Loggia. Chissà che la sinistra buonista - sospira l’ex direttore del cuore di ‘O Ministro - non possa liberarsi dell’attuale realtà melmosa. Eppure la risposta è semplice, G.: gli Italiani non amano più la politica semplicemente perché in politica non c’è più Pomicino. O no?”; che nel terzo (gennaio 1996), sotto il titolo “Arieccoli”, si leggeva: “Eh sì, da quando, tre anni fa, ha chiuso i battenti Itinerario, l’indimenticabile pastone politico-giornalistico pasciuto da P. C. P., l’informazione al sud è diventata davvero un problema. Se n’è accorta una pattuglia di reduci (come? da dove? da Itinerario, no?), che ha appena fondato all’uopo una nuova associazione che promette scintille. In prima fila (c’è bisogno di dirlo?) siede A. G., direttore prediletto di ‘o Ministro”; e cosi via. Appare da tanto evidente che il contenuto degli articoli è ispirato da un’inequivoca connotazione di sarcastica contrapposizione politica, e che si risolve in una critica, nella quale l’uso di un linguaggio particolarmente pungente ed incisivo trova più ampi spazi di legittimità (Cass., n. 20140/05), sicché l’affermazione del loro carattere diffamatorio indipendentemente dalla specifica considerazione del loro contenuto e del conseguente bilanciamento di interessi di cui s’è detto deve ritenersi compiuta in violazione del principio costituzionale richiamato. La sentenza va conseguentemente cassata con rinvio alla stessa corte d’appello di Napoli in diversa composizione, che deciderà in applicazione degli enunciati principi di diritto e regolerà anche le spese del giudizio di cassazione. 3. Il primo ed il terzo motivo restano assorbiti. P.Q.M. La Corte di Cassazione accoglie il secondo motivo di ricorso e dichiara assorbiti gli altri, cassa e rinvia, anche per le spese, alla corte d’appello di Napoli in diversa composizione.

@AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA@DIFFAMAZIONE @DIRITO DI

 

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SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE III PENALE

Sentenza 20 dicembre 2011 – 20 febbraio 2012, n. 6673

Svolgimento del processo

S.L. propone ricorso per cassazione avverso la sentenza in epigrafe con la quale la corte di appello di Potenza confermava quella resa dal tribunale della medesima città in data 22 marzo 2010 con cui l’imputato era stato condannato alla pena di giustizia per i seguenti reati:

a) artt. 81 cpv., 612, 660 e 609 bis c.p., art. 609 quater c.p., n. 1 perchè, dopo avere molestato per lungo periodo T.A. di anni 14 affetto dal lieve ritardo mentale, aspettandolo sotto scuola e minacciandolo di fargli fare una brutta fine, fino a farlo assentare da scuola per timore di eventuali ritorsioni, lo costringeva a masturbarlo nascosto dietro alcune piante e siepi presenti nelle vicinanze della scuola. In (OMISSIS);

b) artt. 81 cpv., 605, 609 bis e 609 quater c.p., art. 609 ter c.p., n. 1 perchè in una occasione afferrava T.A. per un braccio e lo costringeva con forza salire a bordo della propria auto e, dopo averlo bendato con un pezzo di stoffa, si dirigeva verso un’abitazione di campagna. Quindi, una volta entrati nella casa, dopo aver costretto il ragazzo a spogliarsi, si toglieva i pantaloni e, dopo averlo accarezzato sul petto, lo costringeva a mettersi in posizione carponi su una sedia e tenendolo con forza per evitare che si divincolasse lo penetrava per via orale. In (OMISSIS);

c) artt. 81 cpv. e 610 c.p. per avere ripetutamente minacciato T.A. che gli avrebbe fatto fare una brutta fine, anche indicandogli dove abitava con i suoi genitori, al fine di costringerlo a non riferire a questi ultimi che aveva subito una violenza sessuale e che da anni veniva molestato. In (OMISSIS). Deduce in questa sede il ricorrente:

1) violazione degli artt. 191 e 511 c.p.p. ed inutilizzabilità della prova. Si fa riferimento, in particolare, a una relazione di servizio resa dei carabinieri di Tito dalla quale si evince che l’imputato, al fine di sottrarsi al riconoscimento, si era tagliato la barba e i capelli nonostante la diversa indicazione della PG. Si sostiene di riguardo che se è vero che la parte aveva fatto richiesta di poter utilizzare tutti gli atti del fascicolo del PM, quest’ultimo non aveva prestato il proprio consenso e quindi la relazione di servizio non poteva entrare a far parte del fascicolo del dibattimento;

2) violazione dell’art. 495 c.p.p., comma 4. Si fa rilevare che all’udienza dell’8 febbraio 2010 il collegio, ai sensi dell’art. 507 del codice, all’esito dell’esame dei soli testi della difesa, ha disposto l’assunzione di alcune prove non ammettendo tuttavia, senza alcuna motivazione, alla prova contraria l’imputato che aveva fatto richiesta di una consulenza psichiatrica, di un esperimento giudiziale nonchè dell’esame di G.M.G. e di S.G., per dimostrare l’inattendibilità della p.o., vedendosi rigettare la richiesta senza motivazione;

3) travisamento della prova e vizio di motivazione;assumendo la corte di appello che l’imputato non si era fatto interrogare laddove invece in data 13 febbraio 2009, immediatamente dopo l’applicazione della misura coercitiva, aveva reso ampie ed esaurienti dichiarazione chiarendo la propria posizione;

4) travisamento della prova sulla circostanza del rientro a scuola del minore il giorno della violenza. Si aggiunge peraltro che nel caso in cui la data fosse stata indicata per errore dal minore, così come adombrato in sentenza, si sarebbe dovuto senz’altro rinnovare l’istruttoria dibattimentale per sentire S.G. il quale era in grado di riferire che prima e dopo la data del 20 ottobre 2008 l’imputato era a lavorare presso di lui dalla mattina sino alla sera tarda;

5) travisamento della prova quanto alla perizia resa dal dottor M. le cui conclusioni si appalesano – secondo il ricorrente – illogiche e contraddittorie. L’incidente probatorio si sarebbe svolto suggerendo le risposte ed il dott. M. in un’unica seduta di non più di due ore, a distanza di tempo ed alla presenza dei genitori del minore, del suo avvocato, senza leggere neanche le risultanze dell’incidente probatorio, aveva concluso affermando che il minore aveva detto la verità. Inoltre la corte di merito non si sarebbe soffermata sull’attestato di frequenza rilasciato dall’istituto alberghiero di Potenza ove si certificava che il giorno 20 ottobre 2008 la parte offesa era a la scuola. L’esame del minore, poi, contrariamente a quanto affermato in sentenza, non si sarebbe svolto con il rispetto delle prescrizioni indicate dalla carta di Noto e, oltretutto, sarebbe stata la psicologa a suggerire al minore la tesi dell’aggressione attraverso le domande poste. Si rilevano inoltre alcune incongruenze di ordine logico. Al riguardo si sottolinea, tra l’altro, che il minore, inspiegabilmente, non avrebbe riferito di aver perso sangue e che il ragazzo, bendato, potesse notare che il palazzo aveva due piani. Si rileva inoltre che la sentenza non si sarebbe soffermata sull’episodio del 13 dicembre 2008. Il Collegio avrebbe omesso di dare una spiegazione sulla circostanza che il minore non sapeva nemmeno cosa fosse un preservativo nonostante la violenza secondo l’ipotesi di accusa era avvenuta con esso; nè avrebbe fornito alcuna giustificazione sulla circostanza che dall’esame effettuato dal medico del pronto soccorso dell’Ospedale San Carlo di (OMISSIS) il minore mostrava alcun segno della violenza subita. Inoltre nemmeno sarebbe stato chiarito se vi era qualcuno (aggressore e/o aggredito) alle nove dinanzi alla scuola, circostanza quest’ultima invece smentita da un teste. Si insiste che nemmeno l’insegnante di sostegno sarebbe stato sentito nonostante al difensore avesse affermato di non aver notato alcun comportamento anormale del minore. Si fa infine rilevare che la descrizione inizialmente fornita dell’aggressore non corrisponde a quella dell’imputato; che la vittima avrebbe insistito su un tatuaggio di cui non vi sarebbero tuttavia tracce e che il giorno della presunta violenza – (OMISSIS) – era a scuola e non avrebbe mostrato alcun disturbo comportamentale il 13 dicembre 2008;

6) travisamento della prova asserendosi in sentenza che la violenza è stata subita dal minore con un preservativo;

7) travisamento della prova in ordine alla descrizione del presunto aggressore;

8) travisamento della prova avendo dichiarato il maresciallo, che si era recato il giorno 13 dicembre 2008 davanti alla scuola, di aver notato alcunchè.

Motivi della decisione

Deve ritenersi senz’altro infondato il primo motivo di ricorso.

Se è vero, infatti, che vi è stata una discussione nel corso dell’udienza in ordine alla possibilità di acquisire “in toto” il fascicolo del pubblico ministero, come si rileva dall’esame dei verbali di udienza, consentito dalla tipologia dell’eccezione, quest’ultimo non ha tuttavia escluso che i singoli atti transitassero in quello del dibattimento ed anzi si è dichiarato disponibile a fare fotocopiare l’intero fascicolo. Il tribunale si è riservato e, non risulta che nelle udienze successive vi sia stata opposizione all’acquisizione. Correttamente, quindi, la corte di appello ha disatteso qualsiasi rilievo sul punto ritenendo sussistere il consenso del PM alla utilizzazione di tutti gli atti del fascicolo del suo ufficio.

Appaiono invece fondati i rilievi dedotti con i rimanenti motivi nei limiti e per le ragioni di seguito indicate.

Al riguardo si rileva in premessa che il ricorso pone sostanzialmente due ordini di questioni: a) l’omessa possibilità per la difesa di articolare prove a seguito della decisione assunta dal tribunale ai sensi dell’art. 507 c.p.p. e b) la violazione di legge ed il vizio di motivazione con riferimento alla valutazione del materiale probatorio in atti.

La prima questione, oggetto del secondo e del quarto motivo ed evidentemente preliminare sul piano logico, attenendo alla completezza stessa dell’istruzione dibattimentale, è fondata.

Questa Corte ha già affermato infatti che alla ammissione di una nuova prova ai sensi dell’art. 507 c.p.p., il giudice non può non far seguire l’ammissione anche delle eventuali prove contrarie.

Pertanto, l’istanza di ammissione di queste ultime, che non può essere avanzata se non dopo la decisione di disporre d’ufficio l’assunzione di nuovi mezzi di prova una volta esaurita l’attività probatoria già autorizzata, integra a tutti gli effetti esercizio del diritto alla prova e concreta, quindi, rituale richiesta a norma dell’art. 495 c.p.p., comma 2, (Sez. 6, n. 5401 del 06/04/2000 Rv. 216144).

Nell’occasione, richiamando la sentenza delle Sezioni Unite 6 novembre 1992, Martin, e la sentenza della Corte Costituzionale n. 241 del 1992, si è ribadito che all’ammissione di una prova nuova ai sensi dell’art. 507 c.p.p., il giudice non può non far seguire l’ammissione anche delle eventuali prove contrarie; cosicchè l’istanza di ammissione di tali prove – che non può essere avanzata se non dopo la decisione di disporre “ex officio l’assunzione di nuovi mezzi di prova una volta esaurita l’attività probatoria già autorizzata – integra a tutti gli effetti esercizio del diritto alla prova e concreta, pertanto, rituale richiesta a norma dell’art. 495 c.p.p., comma 2. Inoltre si è escluso che nel giudice residui il potere di scrutinare la rilevanza della prova contraria oltre i limiti segnati dall’art. 190, comma 1, seconda parte.

In altre parole è consentito al giudice unicamente non ammettere le prove vietate dalla legge e quelle che manifestamente sono superflue o irrilevanti. Nella specie la difesa, a seguito dell’assunzione di prove ex art. 507 c.p. aveva chiesto di essere ammessa alla prova contraria a mezzo di una consulenza psichiatrica, di un esperimento giudiziale, dell’esame di G.M.G. e S. G., il primo sulla circostanza che il minore aveva detto di essere stato abusato in macchina e non in una privata abitazione e, il secondo, sulla circostanza che sia prima che dopo il giorno del presunto abuso presso l’abitazione dell’imputato quest’ultimo dalla mattina alla sera era stato a lavorare presso l’abitazione dello stesso G.G.

Si tratta di questioni indubbiamente centrali nell’economia della decisione tanto più che la corte di merito, a pagina sei della sentenza, affrontando specificamente la questione concernente la data in cui si sarebbe verificato l’episodio della violenza sessuale all’interno della cucina dell’abitazione del S., è costretta a superare con argomentazioni di carattere logico l’elemento di oggettivo contrasto delle dichiarazioni della vittima con il certificato di presenza rilasciato dall’istituto scolastico, ove si attestava la presenza del ragazzo a scuola in quella data, e, soprattutto, giunge ad affermare che non può essere nemmeno da escludere che l’indicazione della data possa essere stata frutto di imprecisione. La corte di appello ritiene evidentemente di avere implicitamente motivato sulla questione attraverso le motivazioni che hanno portato alla conferma della condanna. Anche per le richieste avanzate ex art. 603 c.p.p. in effetti i giudici di appello si limitano a richiamare le motivazioni della decisione assunta.

In questo modo si appalesa tuttavia evidente il secondo limite della sentenza rendendo giustificate anche per tale aspetto le doglianze formulate in questa sede. Il ricorrente, infatti, nei motivi di appello aveva già denunciato la mancanza di riscontri alle dichiarazioni della vittima ed, in alcuni casi, addirittura il contrasto delle dichiarazioni stesse con quanto emerso ìn sede dibattimentale.

Al riguardo, oltre alle incertezze sulla data del commesso reato, si era sottolineato tra l’altro da parte della difesa, specialmente con i motivi cinque e sei del ricorso, che non erano state riscontrate perdite di sangue dopo l’episodio, le incongruenze negli orari riferiti, l’assenza del tatuaggio, la non linearità della descrizione dell’aggressore, l’inverosimiglianza del fatto che il ragazzo, bendato, potesse avere focalizzato adeguatamente i luoghi, l’utilizzo del preservativo ecc. Si tratta di questioni centrali in quanto attengono tutte alla attendibilità del racconto. Su di esse, tuttavia, non vi è sostanzialmente motivazione o meglio, si appalesa apodittica la risposta, essendosi la corte di merito, senza spiegarne la ragione, limitata ad affermare che le censure espresse nell’atto di gravarne non risultano in alcun modo condivisibili in quanto investono aspetti della deposizione del tutto marginali, inidonei ad infirmare la complessiva credibilità del racconto e la veridicità dei fatti narrati. Si appalesa infine illogico sostenere che la circostanza che la vittima abbia negato l’uso del profilattico da parte dell’autore della violenza, in occasione della penetrazione anale, e che quest’ultima non abbia lasciato tracce e conseguenze sul piano fisico, non possa incidere sulla verosimiglianza dell’ipotesi d’accusa, in quanto le modalità della violenza rappresentano aspetti centrali nella ricostruzione del fatto.

Le ragioni indicate rendono inevitabile l’annullamento della sentenza con rinvio alla Corte di appello di Salerno per ulteriore esame dei punti in precedenza illustrati.

P.Q.M.

La Corte Suprema di Cassazione Annulla la sentenza impugnata con rinvio alla Corte di appello di Salerno.

 

CODICE DI PROCEDURA PENALE

PARTE PRIMA

LIBRO TERZOPROVE

TITOLO IIMezzi di prova

Capo ITestimonianza

Art. 194.Oggetto e limiti della testimonianza.

1. Il testimone è esaminato sui fatti che costituiscono oggetto di prova . Non può deporre sulla moralità dell’imputato, salvo che si tratti di fatti specifici, idonei a qualificarne la personalità in relazione al reato e alla pericolosità sociale.

2. L’esame può estendersi anche ai rapporti di parentela e di interesse che intercorrono tra il testimone e le parti o altri testimoni nonché alle circostanze il cui accertamento è necessario per valutarne la credibilità. La deposizione sui fatti che servono a definire la personalità della persona offesa dal reato è ammessa solo quando il fatto dell’imputato deve essere valutato in relazione al comportamento di quella persona.

3. Il testimone è esaminato su fatti determinati. Non può deporre sulle voci correnti nel pubblico né esprimere apprezzamenti personali salvo che sia impossibile scinderli dalla deposizione sui fatti.

_______________

Art. 195.Testimonianza indiretta.

1. Quando il testimone si riferisce, per la conoscenza dei fatti, ad altre persone, il giudice, a richiesta di parte, dispone che queste siano chiamate a deporre.

2. Il giudice può disporre anche di ufficio l’esame delle persone indicate nel comma 1.

3. L’inosservanza della disposizione del comma 1 rende inutilizzabili le dichiarazioni relative a fatti di cui il testimone abbia avuto conoscenza da altre persone, salvo che l’esame di queste risulti impossibile per morte, infermità o irreperibilità.

4. Gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria non possono deporre sul contenuto delle dichiarazioni acquisite da testimoni con le modalità di cui agli articoli 351 e 357, comma 2, lettere a) e b). Negli altri casi si applicano le disposizioni dei commi 1, 2 e 3 del presente articolo. (1)

5. Le disposizioni dei commi precedenti si applicano anche quando il testimone abbia avuto comunicazione del fatto in forma diversa da quella orale.

6. I testimoni non possono essere esaminati su fatti comunque appresi dalle persone indicate negli articoli 200 e 201 in relazione alle circostanze previste nei medesimi articoli, salvo che le predette persone abbiano deposto sugli stessi fatti o li abbiano in altro modo divulgati.

7. Non può essere utilizzata la testimonianza di chi si rifiuta o non è in grado di indicare la persona o la fonte da cui ha appreso la notizia dei fatti oggetto dell’esame.

Art. 196.Capacità di testimoniare.

1. Ogni persona ha la capacità di testimoniare.

2. Qualora, al fine di valutare le dichiarazioni del testimone, sia necessario verificarne l’idoneità fisica o mentale a rendere testimonianza, il giudice anche di ufficio può ordinare gli accertamenti opportuni con i mezzi consentiti dalla legge.

3. I risultati degli accertamenti che, a norma del comma 2, siano stati disposti prima dell’esame testimoniale non precludono l’assunzione della testimonianza.

Art. 197.Incompatibilità con l’ufficio di testimone.

1. Non possono essere assunti come testimoni:

a) i coimputati del medesimo reato o le persone imputate in un procedimento connesso a norma dell’articolo 12, comma 1, lettera a), salvo che nei loro confronti sia stata pronunciata sentenza irrevocabile di proscioglimento, di condanna o di applicazione della pena ai sensi dell’articolo 444; (1)

b) salvo quanto previsto dall’articolo 64, comma 3, lettera c), le persone imputate in un procedimento connesso a norma dell’articolo 12, comma 1, lettera c), o di un reato collegato a norma dell’articolo 371, comma 2, lettera b), prima che nei loro confronti sia stata pronunciata sentenza irrevocabile di proscioglimento, di condanna o di applicazione della pena ai sensi dell’articolo 444; (1)

c) il responsabile civile e la persona civilmente obbligata per la pena pecuniaria;

d) coloro che nel medesimo procedimento svolgono o hanno svolto la funzione di giudice, pubblico ministero o loro ausiliario nonché il difensore che abbia svolto attività di investigazione difensiva e coloro che hanno formato la documentazione delle dichiarazioni e delle informazioni assunte ai sensi dell’articolo 391-ter.

Art. 197-bis.Persone imputate o giudicate in un procedimento connesso o per reato collegato che assumono l’ufficio di testimone. (1)

1. L’imputato in un procedimento connesso ai sensi dell’articolo 12 o di un reato collegato a norma dell’articolo 371, comma 2, lettera b), può essere sempre sentito come testimone quando nei suoi confronti è stata pronunciata sentenza irrevocabile di proscioglimento, di condanna o di applicazione della pena ai sensi dell’articolo 444.

2. L’imputato in un procedimento connesso ai sensi dell’articolo 12, comma 1, lettera c), o di un reato collegato a norma dell’articolo 371, comma 2, lettera b), può essere sentito come testimone, inoltre, nel caso previsto dall’articolo 64, comma 3, lettera c).

3. Nei casi previsti dai commi 1 e 2 il testimone è assistito da un difensore. In mancanza di difensore di fiducia è designato un difensore di ufficio. (2)

4. Nel caso previsto dal comma 1 il testimone non può essere obbligato a deporre sui fatti per i quali è stata pronunciata in giudizio sentenza di condanna nei suoi confronti, se nel procedimento egli aveva negato la propria responsabilità ovvero non aveva reso alcuna dichiarazione. Nel caso previsto dal comma 2 il testimone non può essere obbligato a deporre su fatti che concernono la propria responsabilità in ordine al reato per cui si procede o si è proceduto nei suoi confronti.

5. In ogni caso le dichiarazioni rese dai soggetti di cui al presente articolo non possono essere utilizzate contro la persona che le ha rese nel procedimento a suo carico, nel procedimento di revisione della sentenza di condanna ed in qualsiasi giudizio civile o amministrativo relativo al fatto oggetto dei procedimenti e delle sentenze suddette.

6. Alle dichiarazioni rese dalle persone che assumono l’ufficio di testimone ai sensi del presente articolo si applica la disposizione di cui all’articolo 192, comma 3.

_______________

Art. 198.Obblighi del testimone.

1. Il testimone ha l’obbligo di presentarsi al giudice e di attenersi alle prescrizioni date dal medesimo per le esigenze processuali e di rispondere secondo verità alle domande che gli sono rivolte.

2. Il testimone non può essere obbligato a deporre su fatti dai quali potrebbe emergere una sua responsabilità penale.

Art. 199.Facoltà di astensione dei prossimi congiunti.

1. I prossimi congiunti dell’imputato non sono obbligati a deporre. Devono tuttavia deporre quando hanno presentato denuncia, querela o istanza ovvero essi o un loro prossimo congiunto sono offesi dal reato.

2. Il giudice, a pena di nullità, avvisa le persone predette della facoltà di astenersi chiedendo loro se intendono avvalersene.

3. Le disposizioni dei commi 1 e 2 si applicano anche a chi è legato all’imputato da vincolo di adozione. Si applicano inoltre, limitatamente ai fatti verificatisi o appresi dall’imputato durante la convivenza coniugale:

a) a chi, pur non essendo coniuge dell’imputato, come tale conviva o abbia convissuto con esso;

b) al coniuge separato dell’imputato;

c) alla persona nei cui confronti sia intervenuta sentenza di annullamento, scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio contratto con l’imputato.

Art. 200.Segreto professionale.

1. Non possono essere obbligati a deporre su quanto hanno conosciuto per ragione del proprio ministero, ufficio o professione, salvi i casi in cui hanno l’obbligo di riferirne all’autorità giudiziaria:

a) i ministri di confessioni religiose, i cui statuti non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano;

b) gli avvocati, gli investigatori privati autorizzati, i consulenti tecnici e i notai;

c) i medici e i chirurghi, i farmacisti, le ostetriche e ogni altro esercente una professione sanitaria;

d) gli esercenti altri uffici o professioni ai quali la legge riconosce la facoltà di astenersi dal deporre determinata dal segreto professionale.

2. Il giudice, se ha motivo di dubitare che la dichiarazione resa da tali persone per esimersi dal deporre sia infondata, provvede agli accertamenti necessari. Se risulta infondata, ordina che il testimone deponga.

3. Le disposizioni previste dai commi 1 e 2 si applicano ai giornalisti professionisti iscritti nell’albo professionale, relativamente ai nomi delle persone dalle quali i medesimi hanno avuto notizie di carattere fiduciario nell’esercizio della loro professione. Tuttavia se le notizie sono indispensabili ai fini della prova del reato per cui si procede e la loro veridicità può essere accertata solo attraverso l’identificazione della fonte della notizia, il giudice ordina al giornalista di indicare la fonte delle sue informazioni.

_______________

Art. 201.Segreto di ufficio.

1. Salvi i casi in cui hanno l’obbligo di riferirne all’autorità giudiziaria , i pubblici ufficiali, i pubblici impiegati e gli incaricati di un pubblico servizio hanno l’obbligo di astenersi dal deporre su fatti conosciuti per ragioni del loro ufficio che devono rimanere segreti.

2. Si applicano le disposizioni dell’articolo 200 commi 2 e 3.

Art. 202.Segreto di Stato.

1. I pubblici ufficiali, i pubblici impiegati e gli incaricati di un pubblico servizio hanno l’obbligo di astenersi dal deporre su fatti coperti dal segreto di Stato.

2. Se il testimone oppone un segreto di Stato, l’autorità giudiziaria ne informa il Presidente del Consiglio dei Ministri, ai fini dell’eventuale conferma, sospendendo ogni iniziativa volta ad acquisire la notizia oggetto del segreto.

3. Qualora il segreto sia confermato e per la definizione del processo risulti essenziale la conoscenza di quanto coperto dal segreto di Stato, il giudice dichiara non doversi procedere per l’esistenza del segreto di Stato.

4. Se entro trenta giorni dalla notificazione della richiesta il Presidente del Consiglio dei Ministri non dà conferma del segreto, l’autorità giudiziaria acquisisce la notizia e provvede per l’ulteriore corso del procedimento.

5. L’opposizione del segreto di Stato, confermata con atto motivato dal Presidente del Consiglio dei Ministri, inibisce all’autorità giudiziaria l’acquisizione e l’utilizzazione, anche indiretta, delle notizie coperte dal segreto.

6. Non è, in ogni caso, precluso all’autorità giudiziaria di procedere in base a elementi autonomi e indipendenti dagli atti, documenti e cose coperti dal segreto.

7. Quando è sollevato conflitto di attribuzione nei confronti del Presidente del Consiglio dei Ministri, qualora il conflitto sia risolto nel senso dell’insussistenza del segreto di Stato, il Presidente del Consiglio dei Ministri non può più opporlo con riferimento al medesimo oggetto. Qualora il conflitto sia risolto nel senso della sussistenza del segreto di Stato, l’autorità giudiziaria non può né acquisire né utilizzare, direttamente o indirettamente, atti o documenti sui quali è stato opposto il segreto di Stato.

8. In nessun caso il segreto di Stato è opponibile alla Corte costituzionale. La Corte adotta le necessarie garanzie per la segretezza del procedimento.

Art. 203.Informatori della polizia giudiziaria e dei servizi di sicurezza.

1. Il giudice non può obbligare gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria nonché il personale dipendente dai servizi per le informazioni e la sicurezza militare o democratica a rivelare i nomi dei loro informatori. Se questi non sono esaminati come testimoni, le informazioni da essi fornite non possono essere acquisite né utilizzate.
1-bis. L’inutilizzabilità opera anche nelle fasi diverse dal dibattimento, se gli informatori non sono stati interrogati né assunti a sommarie informazioni. (1)

Art. 204.Esclusione del segreto.

1. Non possono essere oggetto del segreto previsto dagli artt. 201, 202 e 203 fatti, notizie o documenti concernenti reati diretti all’avversione dell’ordinamento costituzionale nonché i delitti previsti dagli articoli 285, 416-bis, 416-ter e 422 del codice penale. (1) Se viene opposto il segreto, la natura del reato è definita dal giudice. Prima dell’esercizio dell’azione penale provvede il giudice per le indagini preliminari su richiesta di parte.

1-bis. Non possono essere oggetto del segreto previsto dagli articoli 201, 202 e 203 fatti, notizie o documenti concernenti le condotte poste in essere da appartenenti ai servizi di informazione per la sicurezza. Si considerano violazioni della predetta disciplina le condotte per le quali, essendo stata esperita l’apposita procedura prevista dalla legge, risulta esclusa l’esistenza della speciale causa di giustificazione. (2)

1-ter. Il segreto di Stato on può essere opposto o confermato ad esclusiva tutela della classifica di segretezza o in ragione esclusiva della natura del documento, atto cosa oggetto della classifica. (2)

1-quater. In nessun caso il segreto di Stato è opponibile alla Corte costituzionale. La Corte adotta le necessarie garanzie per l segretezza del procedimento. (2)

1-quinquies. Quando il Presidente del Consiglio dei ministri non ritenga di confermare i segreto di Stato, provvede, in qualità di Autorità nazionale per l sicurezza, a declassificare gli atti, i documenti, le cose o i luoghi oggetto di classifica di segretezza, prima che siano messi a disposizione dell’autorità giudiziaria competente.)

2. Del provvedimento che rigetta l’eccezione di segretezza è data comunicazione al Presidente del Consiglio dei Ministri.

Art. 205.Assunzione della testimonianza del Presidente della Repubblica e di grandi ufficiali dello Stato.

1. La testimonianza del Presidente della Repubblica è assunta nella sede in cui egli esercita la funzione di Capo dello Stato.
2. Se deve essere assunta la testimonianza di uno dei presidenti delle camere o del Presidente del Consiglio dei Ministri o della Corte costituzionale, questi possono chiedere di essere esaminati nella sede in cui esercitano il loro ufficio, al fine di garantire la continuità e la regolarità della funzione cui sono preposti.
3. Si procede nelle forme ordinarie quando il giudice ritiene indispensabile la comparizione di una delle persone indicate nel comma 2 per eseguire un atto di ricognizione o di confronto o per altra necessità.
Art. 206.Assunzione della testimonianza di agenti diplomatici.
1. Se deve essere esaminato un agente diplomatico o l’incaricato di una missione diplomatica all’estero durante la sua permanenza fuori dal territorio dello Stato, la richiesta per l’esame è trasmessa, per mezzo del ministero di grazia e giustizia, all’autorità consolare del luogo. Si procede tuttavia nelle forme ordinarie nei casi previsti dall’articolo 205 comma 3.
2. Per ricevere le deposizioni di agenti diplomatici della Santa Sede accreditati presso lo Stato italiano ovvero di agenti diplomatici di uno Stato estero accreditati presso lo Stato italiano o la Santa sede si osservano le convenzioni e le consuetudini internazionali.

Art. 207.Testimoni sospettati di falsità o reticenza. Testimoni renitenti.

1. Se nel corso dell’esame un testimone rende dichiarazioni contraddittorie, incomplete o contrastanti con le prove già acquisite, il presidente o il giudice glielo fa rilevare rinnovandogli, se del caso, l’avvertimento previsto dall’articolo 497 comma 2. Allo stesso avvertimento provvede se un testimone rifiuta di deporre fuori dei casi espressamente previsti dalla legge e, se il testimone persiste nel rifiuto, dispone l’immediata trasmissione degli atti al pubblico ministero perché proceda a norma di legge.

2. Con la decisione che definisce la fase processuale in cui il testimone ha prestato il suo ufficio, il giudice, se ravvisa indizi del reato previsto dall’articolo 372 del codice penale, ne informa il pubblico ministero trasmettendogli i relativi atti.

Capo IIEsame delle parti

Art. 208.Richiesta dell’esame.

1. Nel dibattimento, l’imputato, la parte civile che non debba essere esaminata come testimone, il responsabile civile e la persona civilmente obbligata per la pena pecuniaria sono esaminati se ne fanno richiesta o vi consentono.

Art. 209.Regole per l’esame.

1. All’esame delle parti si applicano le disposizioni previste dagli articoli 194, 198 comma 2 e 499 e, se è esaminata una parte diversa dall’imputato, quelle previste dall’articolo 195.

2. Se la parte rifiuta di rispondere a una domanda, ne è fatta menzione nel verbale.

Art. 210.Esame di persona imputata in un procedimento connesso.

1. Nel dibattimento, le persone imputate in un procedimento connesso a norma dell’articolo 12, comma 1, lettera a), nei confronti delle quali si procede o si è proceduto separatamente e che non possono assumere l’ufficio di testimone, sono esaminate a richiesta di parte, ovvero, nel caso indicato nell’articolo 195, anche di ufficio. (1)
2. Esse hanno obbligo di presentarsi al giudice, il quale, ove occorra, ne ordina l’accompagnamento coattivo. Si osservano le norme sulla citazione dei testimoni.
3. Le persone indicate nel comma 1 sono assistite da un difensore che ha diritto di partecipare all’esame. In mancanza di un difensore di fiducia è designato un difensore di ufficio.
4. Prima che abbia inizio l’esame, il giudice avverte le persone indicate nel comma 1 che, salvo quanto disposto dall’articolo 66 comma 1, esse hanno facoltà di non rispondere.
5. All’esame si applicano le disposizioni previste dagli articoli 194, 195, 498, 499 e 500.
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Avvocato Sergio Armaroli

Avvocato Cassazionista Sergio Armaroli

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Da allora ha assistito centinaia di clienti in ambito civile e penale, in tutti i gradi di giudizio, sempre con l'attenzione e l'impegno che lo contraddistinguono, conseguendo numerosi successi e soddisfazioni.

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