REATO DI MALTRATTAMENTO IN FAMIGLIA E STALKING, DIFFERENZE LEGGI, ART 612 BIS CP

Art. 572.
Maltrattamenti contro familiari e conviventi. 

avvocato penalista BolognaChiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente, maltratta una persona della famiglia o comunque convivente, o una persona sottoposta alla sua autorità o a lui affidata per ragioni di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l’esercizio di una professione o di un’arte, è punito con la reclusione da due a sei anni [c.p. 29, 31, 32] .

Se dal fatto deriva una lesione personale grave [c.p. 583], si applica la reclusione da quattro a nove anni; se ne deriva una lesione gravissima, la reclusione da sette a quindici anni; se ne deriva la morte, la reclusione da dodici a ventiquattro anni. 

stalking

L’art. 612bis Atti persecutori prevede che

Salvo che il fatto costituisca più grave reato, e’ punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita.

La pena e’ aumentata se il fatto e’ commesso dal coniuge legalmente separato o divorziato o da persona che sia stata legata da relazione affettiva alla persona offesa.

La pena e’ aumentata fino alla metà se il fatto e’ commesso a danno di un minore, di una donna in stato di gravidanza o di una persona con disabilità di cui all’articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, ovvero con armi o da persona travisata.

Il delitto e’ punito a querela della persona offesa. Il termine per la proposizione della querela e’ di sei mesi. Si procede tuttavia d’ufficio se il fatto e’ commesso nei confronti di un minore o di una persona con disabilità di cui all’articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, nonché quando il fatto e’ connesso con altro delitto per il quale si deve procedere d’ufficio.

123penaleL’interesse tutelato dalla norma e’ quello della libertà morale che va ricondotta al concetto di autodeterminazione, ossia di esplicazione della propria libertà senza alcun limite o condizione che non sia quello derivante dalla legge.

 

 

Differenze tra maltrattamenti in famiglia e stalking

 

123penale4collageREPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SERPICO Francesco – Presidente –

Dott. MILO Nicola – Consigliere –

Dott. PAOLONI Giacomo – Consigliere –

Dott. PETRUZZELLIS Anna – Consigliere –

Dott. CALVANESE Ersilia – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

F.A., nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza emessa in data 30/11/2010 dalla Corte di Appello di Roma;

esaminati gli atti, il ricorso e la sentenza impugnata;

udita in pubblica udienza la relazione del Consigliere Dott. Giacomo Paoloni;

udito il Pubblico Ministero in persona del sostituto Procuratore Generale Dott. D’Angelo Giovanni, che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso.

 

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

 

1. Con sentenza del 6.7.2006 il Tribunale di Frosinone, all’esito di giudizio ordinario ha dichiarato F.A. colpevole dell’ascritto reato di maltrattamenti, commesso ad (OMISSIS) in danno della moglie C.M. E., costituitasi parte civile. Per l’effetto il Tribunale ha condannato il F. alla pena di due anni e dieci mesi di reclusione ed al risarcimento dei danni (da liquidarsi in separata sede) in favore della parte civile.

Adita dall’impugnazione del F., basata sull’addotta insussistenza del reato per difetto di abitualità dei fatti di maltrattamento, la Corte di Appello di Roma con la sentenza del 30.11.2010, indicata in epigrafe, ha confermato la decisione di primo grado.

La ricostruzione delle dinamiche della vicenda coniugale sottesa alle accuse mosse al F. analiticamente enunciate in imputazione, quale consentita dalla vasta istruzione dibattimentale, ha condotto le due conformi decisioni di merito a considerare la colpevolezza dell’imputato suffragata da convergenti e persuasivi elementi di prova, che rinvengono il proprio nucleo fondamentale nelle dichiarazioni della persona offesa C.M.E., che ha narrato gli innumerevoli episodi vessatori compiuti dal F. nei suoi confronti a decorrere dal momento in cui ella gli ha comunicato l’intenzione di separarsi per l’impossibilità della convivenza, tornando a vivere con i propri familiari e tenendo con sè il bambino della coppia. Contegni scanditi da continue minacce e intimidazioni, compiute per telefono o anche sul luogo di lavoro della C. (esercente la professione di avvocato), da percosse, da gesti simulati di autolesionismo (apparenti tentativi di suicidio volti a colpevolizzare la donna per la cessazione della convivenza), da episodi di grave danneggiamento della casa coniugale e della nuova abitazione della moglie. Episodi tutti che, già adeguatamente descritti dalle attendibili e lineari dichiarazioni della persona offesa, di per sè autosufficienti ai fini della prova, hanno trovato plurimi elementi di riscontro nelle testimonianze dei familiari e dei conoscenti della C. e dello stesso imputato (ivi inclusa una collega di lavoro del F.), degli ufficiali di p.g. (carabinieri e agenti di polizia) intervenuti in occasione dei presunti tentativi di suicidio dell’imputato, dei vigili del fuoco intervenuti dopo gli episodi di incendio provocati dal F., nonchè nella documentazione fotografica dei vari danneggiamenti provocati dal prevenuto e nei certificati sanitari attestanti le lesioni patite dalla C. a causa dei contegni violenti del marito.

2. Contro la sentenza di appello ha proposto ricorso per cassazione il difensore dell’imputato, proponendo i seguenti motivi di censura.

2.1. Carenza, contraddittorietà e illogicità della motivazione.

La decisione di secondo grado non chiarisce quali elementi abbiano indotto alla conferma della sentenza del Tribunale. I giudici di appello hanno operato una sommaria e arbitraria selezione del materiale probatorio di riferimento, non fornendo idonee risposte ai rilievi enunciati nell’atto di appello, con i quali si evidenziavano sia la carenza degli elementi strutturali della contestata fattispecie di maltrattamenti, sia l’assenza nella condotta dell’imputato dell’elemento psicologico del reato. La Corte territoriale ha attribuito peculiare rilievo alle dichiarazioni della persona offesa, sostenendo che le stesse sono sorrette da una serie di riscontri estrinseci (dichiarazioni delle persone informate sui fatti), ma non ha chiarito in qual modo siano ravvisabili gli elementi della abitualità e sistematicità degli arti lesivi che l’imputato avrebbe commesso in danno della C..

2.2. Poichè la condotta contestata all’imputato risulta rivolta verso la sola moglie e non anche verso il figlio della coppia, tale condotta appare più congruamente riconducibile alla fattispecie di cui all’art. 612 bis c.p., introdotta dalla L. 23 aprile 2009, n. 38, art. 7. Con la conseguenza, quindi, di “non poter dichiarare il ricorrente colpevole per una fattispecie che non era ancora reato al momento dei fatti de quibus”.

2.3. Ingiustificato diniego, in subordine, delle circostanze attenuanti generiche.

Il richiamo all’elevato disvalore sociale del comportamento dell’imputato come causa ostativa alla concessione delle attenuanti innominate si traduce in un riferimento generico e seriale alla congruità della pena, senza tuttavia rispettare gli specifici criteri valutativi previsti dall’art. 133 c.p., così offrendo una motivazione soltanto apparente.

3. L’impugnazione di F.A. deve essere dichiarata inammissibile per indeducibilità e manifesta infondatezza degli illustrati motivi di doglianza.

3.1. Destituita di serio pregio, oltre che generica (per difetto di specificità riveniente dall’acritica riproposizione dei motivi di appello), è la censura concernente l’inadeguata enucleazione degli elementi, materiale e soggettivo, costitutivi del reato di maltrattamenti.

A fronte della commendevole analitica ricomposizione dei diversi segmenti della complessiva antigiuridica condotta vessatoria e intimidatoria attuata dal F. nei confronti della moglie sviluppata dalla sentenza di primo grado, correttamente la sentenza di appello ha fatto richiamo alla prima decisione, condividendone i criteri di apprezzamento delle fonti di prova e le conclusioni valutative. Ciò anche in ragione, giova osservare, della vaghezza e genericità dei motivi di gravame enunciati nell’atto di appello del F.. Al di là dell’intrinseca e puntuale motivazione della sentenza di appello, non è inutile rammentare che questa Corte regolatrice ha chiarito come il giudice di legittimità, ai fini del vaglio di congruità e completezza della motivazione del provvedimento impugnato, deve fare riferimento – ove si tratti di una sentenza pronunciata in grado di appello – sia alla sentenza di primo grado che alla sentenza di secondo grado, che si integrano vicendevolmente, dando origine ad enunciati ed esiti assertivi organici ed inseparabili. E il dato, che sostanzia la diacronica dinamica del processo decisionale del giudice di merito, è ancor più significativo allorchè, come nel caso di cui al presente ricorso, la sentenza di appello abbia interamente confermato le statuizioni del giudice di primo grado.

Ora la congiunta lettura delle due sentenze di merito offre contezza del pertinente apprezzamento delle componenti strutturali del reato operato dai giudici di merito di primo e di secondo grado. L’ampia istruttoria dibattimentale, ripercorsa nella sentenza del Tribunale, rende evidente la configurabilità nel comportamento del ricorrente dei caratteri strutturali di sistematicità e ripetitività dei gesti lesivi, oltre che della libertà fisica della consorte separata, della libertà morale della stessa, che è stata sottoposta ad un regime di perdurante ansia, preoccupazione e allarme a causa dei ripetuti atteggiamenti violenti, prevaricatori e simulatamente autolesivi dell’imputato.

E’ appena il caso di aggiungere, del resto, che per la configurabilità del reato di maltrattamenti non occorre che lo stato di sofferenza e mortificazione inflitto alla persona offesa in regime di continuità temporale (abitualità) si colleghi in forma simmetrica a specifici contegni prepotenti e vessatori attuati nei suoi confronti dal soggetto agente, potendo quello stato derivare anche dal diffuso clima di afflizione, sofferenza e paura indotto nella vittima dall’imputato (v.: Cass. Sez. 6, 27.5.2003 n. 37019, Caruso, rv. 226794; Cass. Sez. 6, 21.12.2009 n. 8592/10, rv. 246028).

3.2. Affatto inconferenti sono i rilievi, in vero stravaganti (sull’erroneo presupposto di una efficacia retroattiva di una norma incriminatrice, che diviene inapplicabile in virtù del principio del favor rei ex art. 2 c.p., comma 4), espressi in ordine alla sussumibilità del contegno illecito dell’imputato nella fattispecie degli atti persecutori prevista dall’art. 612 bis c.p., contegno tuttavia non punibile perchè non sanzionato all’epoca di consumazione della condotta vessatoria familiare posta in essere dall’imputato nei confronti della moglie.

L’art. 612 bis c.p. non ha abrogato la fattispecie dei maltrattamenti in famiglia, (che conserva immutata rilevanza penale).

E’ agevole osservare che l’oggettività giuridica delle due fattispecie di cui agli (artt. 572 e 612 bis c.p. è diversa e diversi sono i soggetti attivi e passivi delle due condotte illecite, ancorchè le condotte materiali dei reati appaiano omologabili per modalità esecutive e per tipologia lesiva. Il reato di maltrattamenti è un reato contro la famiglia (per la precisione contro l’assistenza familiare) e il suo oggetto giuridico è costituito dai congiunti interessi dello Stato alla tutela della famiglia da comportamenti; vessatori e violenti e dell’interesse delle persone facenti parte della famiglia alla difesa della propria incolumità fisica e psichica. La latitudine applicativa della fattispecie è determinata dall’estensione di rapporti basati sui vincoli familiari, intendendosi per famiglia ogni gruppo di persone tra le quali, per strette relazioni e consuetudini di vita, si siano instaurati rapporti di assistenza e solidarietà reciproche, senza la necessità (pur ricorrente in tal genere di consorzi umani) della convivenza o di una stabile coabitazione. Al di là della lettera della norma incriminatrice (“chiunque”) il reato di maltrattamenti familiari è un reato proprio, potendo essere commesso soltanto da chi ricopra un “ruolo” nel contesto della famiglia (coniuge, genitore, figlio) o una posizione di “autorità” o peculiare “affidamento”nelle aggregazioni comunitarie assimilate alla famiglia dall’art. 572 c.p. (organismi di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, professione o arte). Specularmente il reato può essere commesso soltanto in pregiudizio di un soggetto che faccia parte di tali aggregazioni familiari o assimilate.

Il reato di atti persecutori è un reato contro la persona e in particolare contro la libertà morale, che può essere commesso da chiunque con atti di minaccia o molestia “reiterati” (reato abituale) e che non presuppone l’esistenza di interrelazioni soggettive specifiche. Il rapporto tra tale reato e il reato di maltrattamenti è regolato dalla clausola di sussidiarietà prevista dall’art. 612 bis c.p., comma 1 (“salvo che il fatto costituisca più grave reato”), che rende applicabile – nelle condizioni date prima descritte – il reato di maltrattamenti, più grave per pena edittale rispetto a quello di atti persecutori nella sua forma generale di cui all’art. 612 bis c.p., comma 1.

Soltanto la forma aggravata del reato prevista dall’art. 612 bis c.p., comma 2, recupera ambiti referenziali latamente legati alla comunità della famiglia (in senso stretto e suo proprio, con esclusione delle altre comunità assimilate ex art. 572 c.p., comma 1) e che ne costituiscono – se così può dirsi – postume proiezioni temporali, allorchè il soggetto attivo (in questa forma aggravata il reato acquista natura di reato proprio) sia il coniuge legalmente separato o divorziato o un soggetto che sia stato legato da relazione affettiva alla persona offesa (cioè da una aggregazione in sostanza surrogatoria della famiglia strido sensu).

Sotto questo profilo, ferma l’eventualità ben possibile di un concorso apparente di norme che renda applicabili (concorrenti) entrambi i reati di maltrattamenti e di atti persecutori, il reato di cui all’art. 612 bis c.p. diviene idoneo a sanzionare con effetti diacronici comportamenti che, sorti in seno alla comunità familiare (o assimilata) ovvero determinati dalla sua esistenza e sviluppo, esulerebbero dalla fattispecie dei maltrattamenti per la sopravvenuta cessazione del vincolo o sodalizio familiare e affettivo o comunque della sua attualità e continuità temporale. Ciò che può valere, in particolare (se non unicamente), in caso di divorzio o di “relazione affettiva” definitivamente cessata, giacchè anche in caso di separazione legale (oltre che di fatto) questa S.C. ha affermato la ravvisabilità del reato di maltrattamenti, al venir meno degli obblighi di convivenza e fedeltà non corrispondendo il venir meno anche dei doveri di reciproco rispetto e di assistenza morale e materiale tra i coniugi (cfr.: Cass. Sez. 5, 1.2.1999 n. 3570, Valente, rv. 213515; Cass. Sez. 6,27.6.2008 n. 26571, rv. 241253).

3.3. Palesemente infondato è il motivo di ricorso, subordinato, concernente il trattamento sanzionatorio, che si assume essere ingiustamente afflittivo anche per la mancata concessione delle attenuanti generiche. Si tratta di tematica riservata all’esclusivo apprezzamento del giudice di merito, non scrutinarle in sede di legittimità, quando la stessa risulti sorretta da congrua e non illogica motivazione, quale quella linearmente esposta nella sentenza impugnata, che ha rimarcato la non breve durata dei contegni prevaricatori dell’imputato, la sua personalità sociale (assuntore di sostanze stupefacenti), il suo disinteresse anche per il turbamento prodotto nel figlio minore a fronte della persistente aggressività manifestata nei confronti della consorte.

A seguito dell’inammissibilità dell’impugnazione il ricorrente deve per legge essere condannato al pagamento delle spese processuali ed al versamento di una somma in favore della cassa delle ammende dell’equa somma di Euro 1.000,00 (mille).

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro mille in favore della cassa delle ammende.

Così deciso in Roma, il 24 novembre 2011.

Depositato in Cancelleria il 20 giugno 2012

 

 

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE VI PENALE

Sentenza 19 marzo – 13 maggio 2014, n. 19674

(Presidente De Roberto – Relatore De Amicis)

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza del 14 giugno 2012 la Corte d’appello di Trento – sezione distaccata di Bolzano ha confermato la sentenza emessa il 26 aprile 2011 dal G.u.p. presso il Tribunale di Bolzano, che all’esito di giudizio abbreviato ha ritenuto A.D. colpevole del delitto di cui all’art. 572 c.p., commesso in danno della moglie A.R. dall’8 novembre 2008 al 5 marzo 2009, condannandolo alla pena di anno uno di reclusione.

2. Avverso la su indicata sentenza della Corte d’appello di Bolzano ha proposto ricorso per cassazione il difensore dell’imputato, deducendo il vizio di erronea applicazione della legge penale per avere la Corte d’appello trascurato di considerare il fatto che l’intera vicenda processuale mostrava i connotati di un sostrato culturale chiaramente estraneo a quello europeo, risultando dall’istruttoria dibattimentale come la presunta condizione di schiavitù – oltre che la condotta di agevolazione dell’immigrazione clandestina – altro non erano se non la semplice sofferenza di una giovane donna convivente, fin dai primi giorni del suo matrimonio, con un marito le cui peculiarità caratteriali ella non aveva avuto modo di conoscere prima.

La teste addotta dalla difesa, infatti, pur erroneamente ritenuta inattendibile dalla Corte d’appello, aveva riferito che non si trattava certo di maltrattamenti, ma di evidenti incompatibilità caratteriali tra i due coniugi, praticamente estranei e “costretti”, per la condizione di clandestinità di A.R., a dividere un minuscolo appartamento con i suoceri, con il rischio di essere scoperta dalle forze di Polizia, e quindi espulsa dal territorio nazionale.

Il comportamento dell’imputato, pertanto, non era caratterizzato dall’intento di rendere disagevole e penosa l’esistenza della moglie, ma era invece la conseguenza di uno stato d’animo cagionato dalla condizione di clandestinità, la quale è sufficiente ad escludere la volontà di sopraffare e disprezzare la moglie. In definitiva, se percosse si sono verificate ai danni della persona offesa, queste devono essere valutate per ciò che rappresentano ai sensi della diversa disposizione di cui all’art. 581 c.p.

Considerato in diritto

3. Il ricorso è inammissibile, in quanto sostanzialmente orientato a riprodurre un quadro di argomentazioni già esposte in sede di appello – e finanche dinanzi al Giudice di prime cure – che tuttavia risultano ampiamente vagliate e correttamente disattese dalla Corte distrettuale, ovvero a sollecitare una rivisitazione meramente fattuale delle risultanze processuali, imperniata sul presupposto di una valutazione alternativa delle fonti di prova, in tal guisa richiedendo l’esercizio di uno scrutinio improponibile in questa Sede, a fronte della linearità e della logica conseguenzialità che caratterizzano la scansione delle sequenze motivazionali dell’impugnata decisione.

Il ricorso, dunque, non è volto a rilevare mancanze argomentative ed illogicità ictu oculi percepibili, bensì ad ottenere un non consentito sindacato su scelte valutative compiutamente giustificate dal Giudice di appello, che ha adeguatamente ricostruito il compendio storico-fattuale posto a fondamento del tema d’accusa.

In tal senso la Corte territoriale, sulla base di quanto sopra esposto in narrativa, ha proceduto ad un vaglio critico di tutte le deduzioni ed obiezioni mosse dalla difesa, pervenendo alla decisione impugnata attraverso una disamina completa ed approfondita delle risultanze processuali.

Nel condividere il significato complessivo del quadro probatorio posto in risalto nella sentenza del Giudice di prime cure, la cui struttura motivazionale viene a saldarsi perfettamente con quella di secondo grado, sì da costituire un corpo argomentativo uniforme e privo di lacune, la Corte di merito ha esaminato la contrastante versione dei fatti narrata dall’imputato ed ha puntualmente disatteso la diversa ricostruzione prospettata nelle deduzioni e nei rilievi sollevati dalla difesa, ponendo in evidenza, segnatamente: a) che per circa sei mesi la persona offesa è stata costretta a vivere in stato dì sottomissione, subendo violenze fisiche e psicologiche da parte del coniuge; b) che la stessa, in particolare, è stata oggetto di percosse e minacce psicologiche affinchè esercitasse le funzioni di “domestica”, costretta a svolgere le relative mansioni e a servire tutti i componenti la famiglia, con il rischio di essere malmenata qualora avesse osato opporsi; c) che le è stato impedito, sin dal momento del suo arrivo in Bressanone, di vedere ed intrattenersi con altre persone, ivi compresa la sorella, rimanendo chiusa all’interno dell’abitazione dell’imputato, che spesso versava in stato di ubriachezza, sfogando abitualmente nei suoi confronti la propria aggressività; d) che, allorquando tentò di allontanarsi da casa, non riuscendo più a sopportare la condizione disumana in cui veniva costretta dal marito, venne selvaggiamente percossa e rinchiusa a chiave in una stanza.

3.1. Il contributo narrativo offerto dalla persona offesa, inoltre, è stato attentamente esaminato dalla Corte territoriale, che ha congruamente ed esaustivamente vagliato l’intero quadro delle emergenze probatorie, offrendo piena ragione giustificativa della valutazione di attendibilità intrinseca ed estrinseca delle sue dichiarazioni, in quanto supportate da oggettivi elementi di riscontro, a loro volta desunti dalle univoche risultanze di dichiarazioni testimoniali che hanno confermato sia la riduzione in schiavitù che i segni di percosse subite dalla persona offesa.

Le circostanze di fatto da quest’ultima esposte hanno trovato, poi, ulteriore conferma nella relazione di un’associazione assistenziale (“La Strada – Progetto Donna”), da cui è emerso che l’A.R. non poteva decidere cosa, quanto e quanto mangiare, né quando poter riposare, dovendo prima svolgere tutti i lavori che le venivano imposti dal coniuge e dai familiari, che decidevano anche l’orario della sveglia, denigrando tutto ciò che faceva.

4. Sulla stregua delle rappresentate emergenze probatorie, deve ritenersi che l’impugnata pronuncia abbia fatto buon governo del quadro di principii che regolano la materia in esame, del tutto irrilevanti dovendosi considerare, al fine della configurabilità della contestata fattispecie incriminatrice, l’evocata presenza di un “sostrato culturale chiaramente estraneo a quello europeo”, ovvero la condizione di clandestinità della persona offesa e la prospettata sua disillusione, legata ad una non raggiunta, ma agognata, emancipazione sociale all’atto dell’ingresso in territorio italiano, o, infine, i dati inerenti alle “peculiarità caratteriali” del coniuge e dei suoceri.

Invero, questa Suprema Corte ha ormai da tempo affermato il principio secondo cui il reato di maltrattamenti in famiglia è integrato dalla condotta dell’agente che sottopone la moglie ad atti di vessazione reiterata e tali da cagionarle sofferenza, prevaricazione ed umiliazioni, in quanto costituenti fonti di uno stato di disagio continuo ed incompatibile con normali condizioni di esistenza (Sez. 6, n. 55 del 08/11/2002, dep. 08/01/2003, Rv. 223192).

Rilevano, entro tale prospettiva, come si è poc’anzi evidenziato, non soltanto le percosse, lesioni, ingiurie, minacce, privazioni ed umiliazioni imposte alla vittima, ma anche gli atti di disprezzo e di offesa arrecati alla sua dignità, che si risolvano nell’inflizione di vere e proprie sofferenze morali (Sez. 6, n. 44700 del 08/10/2013, dep. 06/11/2013, Rv. 256962).

Né, al riguardo, possono assumere alcuna incidenza in senso scriminante eventuali pretese o rivendicazioni legate all’esercizio di particolari forme di potestà in ordine alla gestione del proprio nucleo familiare, ovvero specifiche usanze, abitudini e connotazioni di dinamiche interne a gruppi familiari che costituiscano il interpersonali, tenuto conto dei fatto che la garanzia dei diritti inviolabili portato di concezioni in assoluto contrasto con i principii e le norme che stanno alla base dell’ordinamento giuridico italiano e della concreta regolamentazione dei rapporti dell’uomo, sia come singolo, sia, nelle formazioni sociali, cui è certamente da ascrivere la famiglia (artt. 2, 29 e 31 Cost.), nonché il principio di eguaglianza e di pari dignità sociale (art. 3, commi 1 e 2, Cost.), costituiscono uno sbarramento invalicabile contro l’introduzione di diritto o di fatto nella società civile di consuetudini, prassi o costumi con esso assolutamente incompatibili (arg. ex Sez. 6, n. 3398 del 20/10/1999, dep. 24/11/1999, Rv. 215158; Sez. 6, n. 46300 del 26/11/2008, dep. 16/12/2008, Rv. 242229).

5. La Corte d’appello, pertanto, ha compiutamente indicato le ragioni per le quali ha ritenuto sussistenti gli elementi richiesti per la configurazione del delitto oggetto del tema d’accusa, ed ha evidenziato al riguardo gli aspetti maggiormente significativi, dai quali ha tratto la conclusione che la ricostruzione proposta dalla difesa si poneva solo quale mera ipotesi alternativa, peraltro smentita dal complesso degli elementi di prova processualmente acquisiti.

La conclusione cui è pervenuta la sentenza impugnata riposa, in definitiva, su un quadro probatorio linearmente rappresentato come completo ed univoco, e come tale in nessun modo censurabile sotto il profilo della congruità e della correttezza logico-argomentativa.

In questa Sede, invero, a fronte di una corretta ed esaustiva ricostruzione del compendio storico-fattuale oggetto della regiudicanda, non può ritenersi ammessa alcuna incursione nelle risultanze processuali per giungere a diverse ipotesi ricostruttive dei fatti accertati nelle pronunzie dei Giudici di merito, dovendosi la Corte di legittimità limitare a ripercorrere l’iter argomentativo ivi tracciato, ed a verificarne la completezza e la insussistenza di vizi logici ictu oculi percepibili, senza alcuna possibilità di verifica della rispondenza della motivazione alle correlative acquisizioni processuali.

6. Per le considerazioni or ora esposte, dunque, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile, con la conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali ed al versamento alla Cassa delle ammende di una somma che, in ragione delle questioni dedotte, si stima equo quantificare nella misura di euro mille.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro 1.000,00 in favore della Cassa delle ammende.

 

 

GR AVVOCATO PENALISTA

Il reato in questione si consuma solo mediante una ripetizione di atti, sebbene il codice Rocco sia meno esplicito al riguardo, rispetto al codice Zanardelli, che individuava la condotta tipica “nell’usare maltrattamenti”, espressione che certamente dà l’idea di un atteggiamento che si protrae nel tempo.

Tuttavia, un elemento letterale a favore della condotta tipica come caratterizzata da una pluralità di atti è fornito dalla rubrica dell’art. 572 c.p., che, utilizzando il sostantivo plurale “maltrattamenti” non sembra lasciare dubbi al riguardo (Coppi).

Anzi, la genericità della formula, usata nell’art. 572 c.p., sembra corrispondere ad una scelta legislativa precisa, in quanto i maltrattamenti possono concretizzarsi nelle forme più svariate, stante anche la difficoltà di <<contenere in una formula legislativa le varie specie che tali maltrattamenti assumono in pratica. Relazione ministeriale sul progetto del codice penale, II, 359

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE III PENALE

Sentenza 20 novembre 2013 – 11 febbraio 2014, n. 6384

Ritenuto in fatto

1. Con ordinanza 2.7.2013 il Tribunale di Brescia ha rigettato l’appello del Pubblico Ministero contro l’ordinanza del GIP presso il Tribunale di Bergamo che aveva respinto la richiesta di applicazione, nei confronti di V.A., della misura cautelare del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla parte offesa B.M.

I giudici di merito hanno motivato la decisione rilevando che dai fatti descritti dalla querelante ed emersi dall’esame del traffico telefonico anche sotto forma di sms non sono evincibili gli estremi del reato di stalking, in relazione al quale era stata richiesta la misura cautelare, mancando l’idoneità delle condotte a produrre il perdurante stato di ansia e timore voluto dalla norma incriminatrice di cui all’art. 612 bis.

2. Il Pubblico Ministero ricorre per la cassazione del provvedimento denunziando, con unica censura, la violazione degli artt. 606 lett. b) ed e) in relazione all’art. 310 cpp: premettendo di non condividere nel merito il provvedimento del Tribunale, così come quello emesso in precedenza dal GIP, il ricorrente afferma in sostanza che, contrariamente a quanto ritenuto dal Tribunale, sussistevano i gravi indizi di colpevolezza avendo la parte offesa riferito di essere stata oggetto di numerose telefonate effettuate dal marito legalmente separato, di pedinamenti, di minacce, che le avevano creato un persistente stato di ansia e paura. A dire del ricorrente, l’errore dei giudici di merito sta nel non avere proceduto ad una valutazione complessiva delle dichiarazioni della parte offesa.

Ritiene dunque che il provvedimento sia affetto da illogicità e contraddittorietà della motivazione oltre che da violazione di legge e osserva che la persistenza dell’esigenza cautelare è dimostrata dall’integrazione della denunzia resa il 2.7.2013, nella quale riferisce di nuovi e più pesanti pedinamenti, molestie, percosse e danneggiamenti dell’auto, con recrudescenza delle condotte e aumento del rischio prospettato.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è fondato.

Il delitto di atti persecutori cosiddetto “stalking” (art. 612 bis cod. pen.) è un reato che prevede eventi alternativi, la realizzazione di ciascuno dei quali è idonea ad integrarlo; pertanto, ai fini della sua configurazione non è essenziale il mutamento delle abitudini di vita della persona offesa, essendo sufficiente che la condotta incriminata abbia indotto nella vittima uno stato di ansia e di timore per la propria incolumità (cfr. Sez. 5, Sentenza n. 29872 del 19/05/2011 Cc. dep. 26/07/2011 Rv. 250399; Sez. 5, Sentenza n. 34015 del 22/06/2010 Cc. dep. 21/09/2010 Rv. 248412).

Essendo stato dedotto anche il vizio di illogicità e contraddittorietà della motivazione, è opportuno ribadire che il controllo del giudice di legittimità sui vizi della motivazione attiene alla coerenza strutturale della decisione di cui si saggia la oggettiva tenuta sotto il profilo logico argomentativo, restando preclusa la rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione e l’autonoma adozione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti (tra le varie, cfr. cass. sez. terza 19.3.2009 n. 12110; cass. 6.6.06 n. 23528).

2. Il Tribunale di Brescia ha ritenuto insussistenti gli elementi dì colpevolezza (“gravi indizi”, secondo la previsione legislativa) del reato di stalking, che richiede un perdurante stato di ansia o di paura e non già una mera ripetizione di condotte lesive osservando che il notevole flusso telefonico da V. a B. (sicuramente dal contenuto minaccioso) non era univocamente sintomatico di una condotta assillante tale da ingenerare il menzionato stato psichico, perché, come accertato dalla PG, risultavano anche molte telefonate in uscita dalla B. al V. Il Tribunale ha pertanto collegato i ripetuti tentativi di contattare la moglie anche con espressioni minacciose e ingiuriose in un contesto conflittuale tra ex coniugi e ha concluso per la sussistenza degli estremi dell’ingiuria, minaccia e molestia, per i quali non è ammessa la misura cautelare.

Ebbene, un siffatto percorso argomentativo si rivela illogico perché il Tribunale, pur dilungandosi sui differenti contenuti delle narrazioni di cui all’atto di querela e alle successive dichiarazioni rese al pubblico ministero, in ogni caso (v. pag. 6) riconosce – come elemento comune ad entrambi gli apporti orali – un comportamento molesto del V. posto in essere col mezzo del telefono, caratterizzato dalla molteplicità di chiamate e sms anche a contenuto minatorio o da atteggiamenti ossessivi (ad esempio, presentandosi nei luoghi frequentati dalla donna oppure contattando persone vicine alla stessa). E tuttavia, pur in presenza di tali elementi, esclude la sussistenza di quello stato di ansia e paura manifestato dalla parte offesa (di cui non pone neppure in dubbio l’attendibilità), richiamando a tal fine l’esistenza di chiamate della donna dirette al V. e, in definitiva, il contesto conflittuale originato dalla crisi della relazione di coppia tra i due coniugi, cioè un dato che non è assolutamente idoneo ad escludere o ridurre la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza del reato in questione, ma che anzi appare assai rilevante, tant’è che l’art. 612 bis, al secondo comma, prevede addirittura come aggravante l’esistenza di rapporti di coniugio o di pregressi rapporti affettivi tra le parti.

Pertanto il provvedimento impugnato deve essere annullato per nuovo esame da parte del giudice di rinvio sulla sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza e, in caso positivo, sull’esistenza delle esigenze cautelari.

P.Q.M.

annulla il provvedimento impugnato e rinvia al Tribunale di Brescia.

 

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“La M. aveva descritto nella denuncia ed aveva abbondantemente confermato nelle dichiarazioni in incidente probatorio una serie (sufficiente) di vessazioni patite nell’arco di alcuni mesi ad opera del M. con il quale non voleva più averci a che fare. Dal (…) al (…) l’imputato non si era soltanto comportato in modo molesto ma anche minaccioso e violento “condizionando in modo pesante le abitudini di vita della persona offesa, intimorendola (non soltanto per la possibilità di perdere il lavoro di badante, ma anche per le percosse e minacce che sicuramente vi erano state e che non potevano non aver ingenerato un perdurante e grave stato di ansia e di paura, nonché un timore per la propria incolumità”

 

Corte d’Appello di Firenze

Sezione I Penale

Sentenza 21 febbraio 2012

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

CORTE D’APPELLO DI FIRENZE

PRIMA SEZIONE PENALE

composta dai Magistrati:

1. Dott. Esposito Fausto – Presidente –

2. Dott. D’Onofrio Grazia -Consigliere –

3. Dott. Sacco Anna Maria – Consigliere –

Udita la relazione della causa fatta all’udienza dal Dott. Esposito sentiti il Procuratore Generale, l’appellante e il difensore Avv. Vi.Co. di Firenze in sost. Avv. Ni.

ha pronunciato la seguente

SENTENZA IN CAMERA DI CONSIGLIO

Nel procedimento penale nei confronti di:

M.M., nt. (…), dom. dich. presso la Studio Avv. F.N. di Firenze, via (…)

non comparso

Imputato

A) Del reato p. e p. art. 609 bis c.p. perché con violenza costringeva M.R. a subire atti sessuali. In particolare in più di una occasione la costringeva con violenza e minacce di morte ad avere rapporti sessuali completi.

B) Del reato p e p art. 605 c.p. perché nel realizzare le condotte precedenti, la privava della sua libertà personale trattenendola in ascensore per alcune ore.

C) Del reato p e p art. 612 bis c.p. perché con le condotte reiterate descritte, minacciava e molestava M.R., cagionandole un perdurante e grave stato di ansia o di paura ed ingenerandole un fondato timore per l’incolumità propria. Reato aggravato dalla precedente relazione affettiva con la stessa persona offesa.

Appellante

L’imputato avverso la sentenza del Gip presso il Tribunale di Firenze in data 24.3.2010 che, visto l’art. 533 c.p.p.,

dichiarava

M.J. colpevole del reato a lui ascritto al capo C) e, riconosciuta la diminuente del rito, lo condannava alla pena di mesi dieci di reclusione, oltre al pagamento delle spese processuali;

visti poi gli artt. 163 e 175 c.p., ordinava che l’esecuzione della pena suindicata rimanesse sospesa fino al termine di legge e che non fosse fatta menzione della condanna nel certificato del Casellario Giudiziale, sotto le comminatorie di legge.

Dichiarava cessata l’esecuzione della misura prevista dall’art. 282 ter c.p.p. applicata all’imputato con ordinanza del Tribunale del Riesame di Firenze in data (…). Si comunicasse alla polizia giudiziaria interessata.

Visto l’art. 530 c.p.p.,

assolveva

l’imputato dai reati a lui contestati ai capi a) e b) perché i fatti non sussistevano.

MOTIVAZIONE

Con sentenza del 24/3/2010 il g.i.p. del tribunale di Firenze dichiarava M.J. colpevole del delitto di atti persecutori aggravati (art. 612 bis c.p.) e lo condannava con la diminuente del rito alla pena sospesa e non menzionabile nel certificato del casellario giudiziale di mesi 10 di reclusione oltre al pagamento delle spese processuali.

Assolveva l’imputato dagli altri reati contestati ai capi A) e B) “perché i fatti non sussistono”.

Dagli atti delle indagini preliminari, utilizzabili in abbreviato risultava che:

in data (…) M.Ri., cittadina peruviana, “regolarmente in Italia da circa due anni”, badante presso una coppia di anziani in Scandicci (in via (…)) aveva denunciato che: circa sette mesi prima (…) aveva intrapreso una relazione sentimentale con il salvadoregno M.J. Insieme avevano deciso di vivere in un appartamento di via (…) a Firenze, pagando ciascuno la metà dell’affitto. Ma, dopo qualche mese soltanto di convivenza (fine febbraio 2009) il rapporto si era incrinato. Il M. si era rivelato violento e soprattutto geloso (supponendo che lei volesse lasciarlo per un altro uomo). Più volte l’aveva minacciata verbalmente, percossa, aggredita e talvolta violentata.

– Nei primi giorni del mese di (…) dopo una discussione per motivi di gelosia, lei era scappata per le scale per paura di essere picchiata e, scivolando, aveva riportato una contusione alla gamba sinistra.

– Il (…), tornata a casa dalla discoteca dove era stata con un amico e con la sorella vi aveva trovato il M. che, spinto da atroce gelosia l’aveva spogliata strappandole abiti e biancheria, percossa e violentata, senza che avesse la forza di opporsi e di gridare.

– Nei primi di (…) il M., dopo un acceso litigio per telefono era venuto nell’appartamento di S., dove lavorava come badante e, quando aveva aperto la porta, (trovandosi sola in casa), sull’uscio, le aveva stretto la gola con le mani tanto da farle mancare il respiro e quasi svenire.

– Una domenica del (…) il M. l’aveva chiamata al telefono a Scandicci e le aveva ordinato di scendere da lui perché voleva parlarle. Minacciando, altrimenti, di suonare tutti i campanelli del condominio. Giù sulla strada l’aveva aggredita, stringendole ancora alla gola quasi a soffocarla.

– La sera del (…) il M. l’aveva raggiunta mentre faceva jogging per le strade collinari di Scandicci e, dopo averle dato degli schiaffi, l’aveva costretta a subire un rapporto sessuale. Poi le aveva chiesto “perdono” ed, “accompagnandola” poi al condominio di via (…), trattenendola a lungo all’interno dell’ascensore, aveva ripetuto ossessivamente ed in maniera da infonderle paura che “non doveva lasciarlo” e che “se lo avesse lasciato egli l’ avrebbe uccisa”.

Perciò, consigliata dalla propria datrice di lavoro (D.I.) si era determinata alla denuncia.

Compiute alcune indagini la p.g. aveva sottoposto a fermo il M.

Nel corso dell’interrogatorio di convalida il M. aveva negato di aver percosso la denunciante e di averle usato violenza. I rapporti sessuali, mai avvenuti per strada, erano sempre stati consenzienti.

Ed era stata spesso la donna a chiedergli di usare la forza.

Avevano talvolta litigato. Confusamente ammetteva di aver minacciato la M. di suonare i campanelli di tutti i condomini se lei non fosse scesa in strada per incontrarsi con lui… perché voleva dirle che l’amava e non voleva che la relazione finisse.

Nel corso dell’incidente probatorio del 15 luglio 2009 (richiesto dal difensore dell’imputato ed ammesso dal g.i.p.) la M.R. aveva modificato in modo significativo la propria denuncia, senza peraltro intaccarne la sostanza o celare la sua esasperazione.

Aveva dichiarato, in effetti, che i rapporti sessuali con il M. erano stati sempre consenzienti (e che la sera del (…) non ci fu alcun rapporto sessuale per strada, ma … ci furono soltanto percosse e minacce), eppure, aveva confermato che, sin dalla fine del (…) il M. l’aveva gravemente e continuamente maltrattata; che l’uomo si comportava con lei in modo minaccioso e violento, soprattutto perché ossessionato dalla gelosia; che davvero l’aveva picchiata e strappato i vestiti di dosso il (…) per il solo fatto che era andata una sera in discoteca con la sorella; che la cercava in ogni momento; che le impediva di andare a ballare o di frequentare altre persone; che lei intendeva chiudere la relazione; che desiderava allontanarlo da sé; che temeva di perdere il lavoro di badante se l’uomo avesse continuato a tormentarla.. Aveva aggiunto che anche le sue amiche, che lavoravano come badanti nella zona di Scandicci, l’avevano avvertita del pericolo che il M. poteva rappresentare.

Il giudicante mandava assolto l’imputato dalle imputazioni sub A) e B). Resisteva tuttavia l’imputazione sub C) di “atti persecutori”.

La M. aveva descritto nella denuncia ed aveva abbondantemente confermato nelle dichiarazioni in incidente probatorio una serie (sufficiente) di vessazioni patite nell’arco di alcuni mesi ad opera del M. con il quale non voleva più averci a che fare. Dal (…) al (…) l’imputato non si era soltanto comportato in modo molesto ma anche minaccioso e violento “condizionando in modo pesante le abitudini di vita della persona offesa, intimorendola (non soltanto per la possibilità di perdere il lavoro di badante, ma anche per le percosse e minacce che sicuramente vi erano state e che non potevano non aver ingenerato un perdurante e grave stato di ansia e di paura, nonché un timore per la propria incolumità”.

C’erano inoltre, a sostenere l’addebito, le dichiarazioni della sorella della parte offesa: M.E. la quale non solo aveva visto il giorno dopo la discoteca (…) ematomi sul petto di R. del P. ed i vestiti che gli aveva strappato M., ma aveva avuto modo di notare (al di là delle confidenze) che R. non conduceva più una vita serena e che il M. le impediva di avere normali contatti con altre persone.

Valutati tutti gli elementi indicati dall’art. 133 c.p. ed applicata la diminuente del rito il giudicante stimava adeguata la pena di mesi 10 di reclusione. Concedeva i doppi benefici di legge. Seguiva la condanna al pagamento delle spese processuali.

L’avv. F.N. chiede l’assoluzione dell’imputato “perché il fatto non sussiste”, mancando – a suo avviso – nella fattispecie concreta gli elementi che caratterizzano il reato di atti persecutori ex art. 612 bis c.p., ossia la reiterazione della condotta e “l’avverarsi dell’evento”. Ovvero l’assoluzione “perché il fatto non costituisce reato”, per carenza dell’elemento soggettivo del reato. Quindi chiede la derubricazione del reato minacce e percosse, peraltro “non procedibili” sia per mancanza di querela, “sia perché la signora M.R. ritrattando e dichiarando al giudice di non voler perseguire il M. aveva manifestato con tutta evidenza la sua volontà contraria a quella di procedere nei confronti dell’imputato”.

Infine chiede la concessione delle attenuanti generiche prevalenti ed il contenimento nel minimo della pena base.

Ma, non è assolutamente vero, ciò che dice il difensore: che il giudicante ritiene integrato il reato di atti persecutori per effetto soltanto di due condotte del M. o soltanto di due episodi “isolati nel tempo”. Magari, “l’episodio delle scale” oppure “l’episodio post/discoteca”, picchi invece, della persecuzione, come tanti altri, esaltati dalla vittima, e non “sminuiti”.

Inoltre, non è affatto vero ciò che dice il difensore: che “a monte”, cioè, in incidente probatorio la vittima ha “ritrattato” del tutto la sua “denuncia”.

Infine non è affatto vero ciò che, dice il difensore, che, una volta escluse le violenze sessuali il reato di “atti persecutori” viene meno magari perché lo stalker deve essere necessariamente un erotomane. L”‘erotomania”, l’eccesso morboso di desiderio sessuale si annida ovviamente anche in comportamenti di cieca gelosia.

La vittima ha invece confermato in incidente, al di là delle buone intenzioni verso il persecutore (che gli era ormai tolto) di essere dalla fine di febbraio al (…), per un tempo più che apprezzabile ai fini del contestato reato, esasperata dal comportamento del M. che la maltrattava gravemente … la minacciava, le usava violenza la opprimeva, le rendeva difficile la vita quotidiana, le impediva di essere puntuale e tranquilla sul lavoro …

Ha confermato in incidente di essere esasperata … perché il M. era violento, geloso, perché pretendeva di essere sempre informato dei suoi spostamenti perché si agitava, la picchiava… perché era ossessionato, perché non voleva che “la relazione” finisse, perché la cercava in ogni momento, perché la minacciava altrimenti di ammazzarla, perché anche le amiche le dicevano che prima o poi il M. l’avrebbe ammazzata…

Nel contesto delle suddette dichiarazioni suddette è per la corte incredibile il “senso” che dà il difensore al perdurante e grave stato d’ansia, alla paura ed al timore della vittima (per la propria incolumità!): la M.R. aveva ansia, paura, timore perché la signora da cui prestava servizio l’aveva minacciata se avesse continuato a presentarsi in ritardo a causa delle frequentazioni con il M. Insomma per il difensore a minacciare la vittima era “la signora da cui prestava servizio”.

E sono sempre le dichiarazioni della M.R. in incidente probatorio a rivelare nella condotta reiterata, persecutoria e violenta … il dolo specifico dell’imputato. Il quale agiva consapevolmente e volontariamente sapendo e volendo ingenerare nella vittima uno stato di ansia e di paura per renderla docile a sé, possederla e per imporle “un rapporto affettivo” che la M. assolutamente non voleva perché tormentoso ed insopportabile.

Peraltro, essendo il M. incensurato, ritenendo “il fatto legato, in definitiva, ad una specifica situazione personale che si deve ritenere definitivamente superata e non riproponibile”, riconosce la corte le circostanze attenuanti generiche equivalenti all’aggravante, all’effetto della minor pena di mesi 6 di reclusione (p.b. mesi 9 di reclusione).

P.Q.M.

La corte,

visto l’art. 605 c.p.p. in parziale riforma della sentenza emessa in data 24/3/2010 dal g.i.p. del tribunale di Firenze ed appellata da M.J., concesse le circostanze attenuanti generiche equivalenti alla contestata aggravante, ridetermina la pena in mesi 6 di reclusione; conferma nel resto.

Motivazione riservata in giorni 60.

Così deciso in Firenze il 17 febbraio 2012.

Depositata in Cancelleria il 21 febbraio 2012.

 

AFOTOPROCESSOMANETTE SCRITTA

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Avvocato Sergio Armaroli

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