REATO DI SPACCIO ARRESTO PER SPACCIO BOLOGNA CESENA FORLI RAVENNA AVVOCATO PENALISTA DIFENDE

REATO DI SPACCIO ARRESTO PER SPACCIO BOLOGNA CESENA FORLI RAVENNA AVVOCATO PENALISTA DIFENDE

REATO DI SPACCIO ARRESTO PER SPACCIO BOLOGNA CESENA FORLI RAVENNA AVVOCATO PENALISTA DIFENDE

REATO DI SPACCIO ARRESTO PER SPACCIO BOLOGNA CESENA FORLI RAVENNA AVVOCATO PENALISTA DIFENDE

COME VIENE VALUTATO IL CONCORSO NEL REATO DI SPACCIO?

Alla stregua della stabile giurisprudenza di legittimità in tema di detenzione di sostanze stupefacenti, la connivenza non punibile è scandita da una condotta meramente passiva e inerte, inidonea a recare un concreto contributo causale alla realizzazione dell’illecito (ancorché se ne conosca la sussistenza), laddove il concorso nel reato è integrato da un consapevole contributo, materiale o soltanto morale, all’altrui condotta criminosa in forme che valgono ad agevolare o rafforzare l’intento criminoso del concorrente (ex plurimis, tra le decisioni più recenti: Sez. 3, n. 41055 del 22/09/2015, Rapushi, Rv. 265167; Sez. 3, n. 34985 del 16/07/2015, Caradonna, Rv. 264454; Sez. 6, n. 44633 del 31/10/2013, Dioum, Rv. 257810).

Tenendo ciò presente, dunque, sembra più appropriato ricordare – come già affermato (sez. iv, 6.2.07, camera, Rv. 236195) – che il discrimine tra la condotta che costituisca concorso nel reato di illecita detenzione di stupefacenti e la condotta che invece dia luogo all’autonomo reato di favoreggiamento personale va rintracciato nell’elemento psicologico dell’agente. Esso deve essere valutato in concreto, per verificare se l’aiuto (che ponga in essere la condotta criminosa costitutiva del reato permanente) consapevolmente prestato ad altro soggetto, sia l’espressione di una partecipazione al reato oppure nasca solo dall’intenzione – manifestatesi attraverso individuabili modalità pratiche – di realizzare una facilitazione alla cessazione del reato

CHI DEVE DARE LA PROVA DELLA DETENZIONE DI SPACCIO RISPETTO ALLA DETENZIONE PER USO PERSONALE?

 

 in tema di detenzione di sostanza stupefacente, la destinazione allo spaccio rappresenta un elemento costitutivo della fattispecie e tale specifica finalità della illecita detenzione deve essere provata dalla pubblica accusa, non potendosi far carico all’imputato dell’obbligo di provare la diversa destinazione, al solo uso personale, della sostanza stupefacente posseduta (Sez. 6, n. 26709 del 29/04/2003, Pezzella, Rv. 226276), tuttavia sia la prova della destinazione della droga ad uso personale, sia quella della destinazione allo spaccio, può essere tratta da qualsiasi elemento o dato indiziario che – con rigore, univocità e certezza – consenta di inferirne la sussistenza attraverso un procedimento logico adeguatamente fondato su corrette massime di esperienza (Sez. 4, n. 4614 del 13/05/1997, Montino, Rv. 207485).

AFFFFSCRITTAIn questa prospettiva, anche il profilo del possibile uso personale, proposto già in sede di merito, ha trovato una risposta non illogica.
Inaccoglibile è la doglianza relativa al fatto di lieve entità.
Il giudicante ha fatto corretta e logica applicazione del principio in forza del quale, in tema di sostanze stupefacenti, il fatto di lieve entità (articolo 73, comma 5, del dpr 9 ottobre 1990 n. 309) può essere riconosciuta solo in ipotesi di “minima offensività penale” della condotta, deducibile sia dal dato qualitativo e quantitativo, sia dagli altri parametri richiamati dalla norma (mezzi, modalità e circostanze dell’azione), con la conseguenza che, ove venga meno anche uno soltanto degli indici previsti dalla legge, diviene irrilevante l’eventuale presenza degli altri. Ciò in quanto la finalità dell’attenuante si ricollega al criterio di ragionevolezza derivante dall’articolo 3 della Costituzione, che impone – tanto al legislatore, quanto all’interprete – la proporzione tra la quantità e la qualità della pena e l’offensività del fatto (Sezione IV, 13 maggio 2010, Lucresi).
Qui, il giudicante ha ampiamente motivato sulle ragioni che deponevano per l’insussistenza dell’attenuante e il relativo giudizio regge al vaglio di legittimità anche a fronte di motivazione sicuramente satisfattiva, siccome basata su una “complessiva” ed attenta disamina dei diversi profili della condotta, con conseguente valorizzazione negativa – nei termini suindicati – di quelli ritenuti significativi, con particolare riguardo al quantitativo della droga, ma senza trascurare la riferita pericolosità della condotta.
Nessuna conseguenza, sotto questo specifico profilo, deriva dal novum normativo introdotto dal decreto legge 23 dicembre 2013 n. 146, convertito dalla legge 21 febbraio 2014 n. 10, con scelta confermata dal decreto legge n. 36 del 2014, convertito dalla legge n. 79 del 2014, in forza del quale quella che prima era, pacificamente, una circostanza attenuante, è stata trasformata in reato autonomo.
Infatti, i presupposti del reato autonomo sono rimasti quegli stessi che potevano
giustificare [o, per converso, negare] la concessione dell’attenuante.

Va affermato con chiarezza, infatti, che nella “ricostruzione” della nuova fattispecie autonoma di reato sono utilizzabili gli stessi parametri che caratterizzavano la previgente previsione di circostanza attenuante. Il fatto di “lieve entità”, cioè, deve essere apprezzato considerando i mezzi, le modalità e le circostanze dell’azione nonché la qualità e quantità delle sostanze stupefacenti, riproponendo l’ormai consolidato orientamento della giurisprudenza, che vale tuttora per cogliere il proprium anche della nuova fattispecie di reato. I principi cardine, in proposito, sono quelli della “valutazione congiunta” dei parametri normativi e della rilevanza ostativa anche di un solo parametri quando risulti “esorbitante” e cioè chiaramente dimostrativo della “non lievità” del fatto.
Suprema Corte di Cassazione

sezione IV

sentenza 10 luglio 2015, n. 29800

ABANCOSCERITTARitenuto in fatto

S.M. ricorre avverso la sentenza di cui in epigrafe che, confermando quella di primo grado, resa in esito a giudizio abbreviato, l’ha riconosciuta colpevole del reato di detenzione illecita di sostanza stupefacente del tipo metanfetamina [shaboo o ice] [grammi 7,5 lordi, con percentuale di purezza del 96,66%, utile per il confezionamento di 68 dosi medie singole], in concorso con altri due coimputati, separatamente giudicati.
La doppia conferma statuizione di responsabilità valorizzava, per quanto interessa, le circostanze dell’acquisto della droga, cui pure materialmente non aveva partecipato l’imputata, rimasto sull’autovettura, durante l’acquisto, il ruolo compartecipativo, dimostrato dalla presenza in loco, il quantitativo complessivo della droga e la suddivisione dello stesso in due bustine, tale da non accreditare la versione difensiva dell’imputata [l’avere dato 50 Euro al coimputato che provvedeva all’acquisto per una porzione di droga da utilizzare per uso personale], la qualità di assuntrice di sostanze stupefacenti non era stata comunque dimostrata.
La Corte di merito negava l’ipotesi della lieve entità del fatto valorizzando il quantitativo della droga, ma anche la gravità della condotta, definita come denotante un’attività di spaccio organizzata sia pure rudimentale [sul punto venivano considerate sia la presenza di tre correi, ma anche la disponibilità di strumenti atti al frazionamento della droga, nella disponibilità di uno dei correi].
Con il ricorso si censurano gli argomenti posti a supporto della condanna di cui si sostiene l’insussistenza ai fini di una condanna al di là di ogni ragionevole dubbio.
Si ripropone l’assenza di prova del contributo causale e la tesi dell’acquisto per uso personale.
Si invoca la qualificazione del fatto ex articolo 73, comma 5, del dpr n. 309 del 1990.

Considerato in diritto

Il ricorso è manifestamente infondato, perché, al di là della ricchezza degli argomenti spesi in fatto, si è in presenza di una doppia statuizione di responsabilità, assistita da motivazione che non può essere censurata in quanto non è affatto manifestamente illogica e risulta peraltro anche adottata in ossequio ai principi vigenti in materia.
La Corte territoriale ha ricostruito il ruolo concorsuale efficiente che, come è noto, può essere fornito anche da chi senza avere materialmente commesso o partecipato a commettere il fatto incriminato con la sua presenza in loco. Ciò in ossequio al principio pacifico secondo cui, in tema di concorso di persone nel reato, mentre la connivenza non punibile postula che l’agente mantenga un comportamento meramente passivo, si ha concorso nel reato, penalmente rilevante, ogni qualvolta l’agente partecipa in qualsiasi modo alla realizzazione dell’illecito e, quindi, anche quando con la propria presenza agevola o rafforza il proposito criminoso altrui (Sezione V, 24 giugno 2008, Venuto).
In questa prospettiva, non è in cassazione che può procedersi a rinnovarsi l’apprezzamento sviluppato dal giudice di merito.
Ciò vale anche in relazione alla finalità illecita della condotta incriminata [non arbitrariamente desunta dal quantitativo della droga, dal possesso dello strumentario atto a confezionare le dosi] e alla parallela smentita – con argomenti non illogici, siccome desunti principalmente dalle modalità di confezionamento della droga – della tesi dell’acquisto per uso personale.
È noto, in proposito che, ai fini della configurabilità del reato previsto dall’articolo 73 del dpr 9 ottobre 1990 n. 309, non è la difesa a dover dimostrare l’uso personale della droga detenuta, ma è invece l’accusa, secondo i principi generali, a dover provare la detenzione della droga per uso diverso da quello personale. Infatti, la destinazione della sostanza allo “spaccio” è elemento costitutivo del reato di illecita detenzione della stessa e, come tale, deve essere provata dalla pubblica accusa, non spettando all’imputato dimostrare la destinazione all’uso personale della sostanza stupefacente di cui sia stato trovato in possesso (di recente, Sezione VI, 10 gennaio 2013, Proc. gen. App. Catanzaro in proc. Grillo). Il giudice, in questa prospettiva, in caso di contestazione della detenzione illecita deve prendere in esame, oltre alla quantità di principio attivo, tutti gli indici indicati dalla norma (modalità di presentazione, peso lordo complessivo, confezionamento frazionato, altre circostanze dell’azione: cfr. ora l’articolo 75, comma 1 bis del dpr n. 309 del 1990). L’apprezzamento sviluppato è incensurabile laddove assistito da adeguata motivazione.
Ciò che qui deve ritenersi, non essendovi spazio per la lettura alternativa, opinabile, offerta nel ricorso, avendo il giudice, del resto in modo conforme rispetto alla decisione di primo grado, considerate come significative le suindicate circostanze fattuali.
In questa prospettiva, anche il profilo del possibile uso personale, proposto già in sede di merito, ha trovato una risposta non illogica.
Inaccoglibile è la doglianza relativa al fatto di lieve entità.
Il giudicante ha fatto corretta e logica applicazione del principio in forza del quale, in tema di sostanze stupefacenti, il fatto di lieve entità (articolo 73, comma 5, del dpr 9 ottobre 1990 n. 309) può essere riconosciuta solo in ipotesi di “minima offensività penale” della condotta, deducibile sia dal dato qualitativo e quantitativo, sia dagli altri parametri richiamati dalla norma (mezzi, modalità e circostanze dell’azione), con la conseguenza che, ove venga meno anche uno soltanto degli indici previsti dalla legge, diviene irrilevante l’eventuale presenza degli altri. Ciò in quanto la finalità dell’attenuante si ricollega al criterio di ragionevolezza derivante dall’articolo 3 della Costituzione, che impone – tanto al legislatore, quanto all’interprete – la proporzione tra la quantità e la qualità della pena e l’offensività del fatto (Sezione IV, 13 maggio 2010, Lucresi).
Qui, il giudicante ha ampiamente motivato sulle ragioni che deponevano per l’insussistenza dell’attenuante e il relativo giudizio regge al vaglio di legittimità anche a fronte di motivazione sicuramente satisfattiva, siccome basata su una “complessiva” ed attenta disamina dei diversi profili della condotta, con conseguente valorizzazione negativa – nei termini suindicati – di quelli ritenuti significativi, con particolare riguardo al quantitativo della droga, ma senza trascurare la riferita pericolosità della condotta.
Nessuna conseguenza, sotto questo specifico profilo, deriva dal novum normativo introdotto dal decreto legge 23 dicembre 2013 n. 146, convertito dalla legge 21 febbraio 2014 n. 10, con scelta confermata dal decreto legge n. 36 del 2014, convertito dalla legge n. 79 del 2014, in forza del quale quella che prima era, pacificamente, una circostanza attenuante, è stata trasformata in reato autonomo.
Infatti, i presupposti del reato autonomo sono rimasti quegli stessi che potevano
giustificare [o, per converso, negare] la concessione dell’attenuante.

Va affermato con chiarezza, infatti, che nella “ricostruzione” della nuova fattispecie autonoma di reato sono utilizzabili gli stessi parametri che caratterizzavano la previgente previsione di circostanza attenuante. Il fatto di “lieve entità”, cioè, deve essere apprezzato considerando i mezzi, le modalità e le circostanze dell’azione nonché la qualità e quantità delle sostanze stupefacenti, riproponendo l’ormai consolidato orientamento della giurisprudenza, che vale tuttora per cogliere il proprium anche della nuova fattispecie di reato. I principi cardine, in proposito, sono quelli della “valutazione congiunta” dei parametri normativi e della rilevanza ostativa anche di un solo parametri quando risulti “esorbitante” e cioè chiaramente dimostrativo della “non lievità” del fatto.
La valutazione congiunta, infatti, consente di apprezzare, in modo equilibrato, il fatto in tutte le sue componenti, senza peraltro trascurare le connotazioni particolari che assumono, nel concreto, i singoli parametri di riferimento.

Alla inammissibilità del ricorso, riconducibile a colpa della ricorrente (Corte Cost., sent. 7-13 giugno 2000, n. 186), consegue la condanna della ricorrente medesima al – pagamento delle spese processuali e di una somma, che congruamente si determina in mille Euro, in favore della cassa delle ammende.

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali e a quello della somma di 1.000,00 Euro in favore della cassa delle ammende.

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA,AVVOCATO PENALISTA FORLI’,AVVOCATO PENALISTA RAVENNA,AVVOCATO PENALISTA CESENA

SPACCIO BASTANO LE INTERCETTAZIONI? OCCORRONO RISCONTRI OGGETTIVI? AVVOCATO PENALE BOLOGNA

Dall’analisi di una semplice frase, estrapolata da un discorso più ampio, rispetto al quale non è possibile avere contezza del contesto in cui si inserisce, non si può attribuire quella pregnanza necessaria per farla assurgere al rango di prova, che deve, da sola, legittimare la formulazione di un giudizio di responsabilità al di là di ogni ragionevole dubbio.

Certamente, continua il ricorrente, la condotta enucleabile dal contenuto delle conversazioni intercorse alle ore 12,02 del 16.6.07 e alle ore 10,29 del successivo 7 giugno tra il coimputato C. e il ricorrente non può essere sussunta nel paradigma normativo di cui all’art. 74 cit. D.P.R..

Ancora il ricorrente non avrebbe mai avuto contatti con soggetti diversi dal C. e, soprattutto, non ne avrebbe mai avuti con la D.M.. Proprio a quest’ultima farebbe riferimento la sentenza per ritenere il S. un associato. Dall’analisi dell’apparato argomentativo offerto della sentenza di primo grado, si coglierebbe come la formulazione di responsabilità in ordine al reato associativo, sia rimesso all’esclusivo accertamento delle singole condotte sussumibili nella fattispecie incriminatrice di cui all’art. 73 cit. D.P.R..

avvocato cassazionista bella

Suprema Corte di Cassazione

sezione III

sentenza del 7 gennaio 2013, n. 167

. Osserva la Corte che il ricorso è manifestamente infondato, in quanto il ricorrente tende ad ottenere una inammissibile ricostruzione dei fatti mediante criteri di valutazione diversi (ispirati al minor rigore) da quelli adottati dai giudici di appello, che con motivazione ampia ed esente da vizi logici e giuridici hanno ritenuto il P. responsabile per i reati ascritti. Come è stato più volte affermato da questa Corte (cfr. Sez. 4, n. 15227 dell’11/4/2008, Baratti, Rv. 239735; Sez. 6, n. 1307 del 14/1/2003, Delvai, Rv. 223061), quando le sentenze di primo e secondo grado concordino nell’analisi e nella valutazione degli elementi di prova posti a fondamento delle rispettive decisioni, la struttura motivazionale della sentenza di appello si salda con quella precedente e forma con essa un unico complessivo corpo argomentativo. Inoltre deve essere ribadito che la denunzia di minime incongruenze argomentative o l’omessa esposizione di elementi di valutazione, che il ricorrente ritenga tali da determinare una diversa decisione (ma che non siano inequivocabilmente muniti di un chiaro carattere di decisività), non possono dar luogo all’annullamento della sentenza, “posto che non costituisce vizio della motivazione qualunque omissione valutativa che riguardi singoli dati estrapolati dal contesto, in quanto è solo l’esame del complesso probatorio entro il quale ogni elemento sia contestualizzato che consente di verificare la consistenza e la decisività degli elementi medesimi, oppure la loro ininfluenza ai fini della compattezza logica dell’impianto argomentativo della motivazione” (Cfr. Sez. 2, n. 18163 del

Ritenuto in fatto

  1. La Corte di appello di Bologna, con sentenza depositata il 30 marzo 2011, ha confermato la sentenza emessa all’esito di giudizio abbreviato dal Tribunale di Rimini in data 10 agosto 2010, che ha condannato P.G. alla pena di anni tre di reclusione e 3.000 Euro di multa, per i reati di detenzione a fini di spaccio di grammi 8 di cocaina e di cessione di gr.0,30 della medesima sostanza a C.E. , in (…) , riconosciuta l’attenuante del fatto lieve ed esclusa la recidiva.
    2. L’imputato, tramite il difensore, ha proposto ricorso per cassazione, chiedendo l’annullamento della sentenza per i seguenti motivi:
    1) Nullità per violazione dell’art. 125 c.p.p. per motivazione apparente; 2) Nullità per violazione dell’art. 192 c.p.p., 73 D.P.R. n. 309 del 1990 e 99 c.p., in quanto la Corte di appello non avrebbe valutato gli elementi di prova dedotti in giudizio quanto allo stato di tossicodipendenza conclamato dell’imputato ed il fatto che lo stesso, essendo benestante e svolgendo la professione di medico, deteneva la sostanza per proprio uso personale, a nulla valendo il rinvenimento a casa dello stesso, oltre che della droga, di una bilancia elettronica; in verità i giudici avrebbero dovuto spiegare le ragioni per le quali hanno ritenuto sussistente la cessione di una dose quando si trattava invece di uso condiviso di cocaina, attesa la relazione sentimentale intercorrente tra l’imputato e la C. , come chiarito dall’imputato nelle spontanee dichiarazioni. Inoltre non sarebbe stato tenuto in alcun conto che nell’abitazione non era stato rinvenuto materiale per il confezionamento della droga; 3) Difetto di motivazione in relazione all’art. 73 comma 5 D.P.R. n. 309 del 1990 e dell’art. 133 c.p., sulle ragioni per le quali non sia stata inflitta il minimo della pena poiché tra i criteri di valutazione per il riconoscimento della circostanza attenuante va certo inclusa la scarsa rilevanza sociale della condotta e la mancanza di prova sulla cessione a fini di lucro della sostanza alla C. , prova fondata sulle sole dichiarazioni della predetta; 4) Erronea applicazione e violazione di legge in relazione all’art. 133 c.p. ed all’omessa concessione delle circostanze attenuanti generiche.

Considerato in diritto

  1. 1. Osserva la Corte che il ricorso è manifestamente infondato, in quanto il ricorrente tende ad ottenere una inammissibile ricostruzione dei fatti mediante criteri di valutazione diversi (ispirati al minor rigore) da quelli adottati dai giudici di appello, che con motivazione ampia ed esente da vizi logici e giuridici hanno ritenuto il P. responsabile per i reati ascritti. Come è stato più volte affermato da questa Corte (cfr. Sez. 4, n. 15227 dell’11/4/2008, Baratti, Rv. 239735; Sez. 6, n. 1307 del 14/1/2003, Delvai, Rv. 223061), quando le sentenze di primo e secondo grado concordino nell’analisi e nella valutazione degli elementi di prova posti a fondamento delle rispettive decisioni, la struttura motivazionale della sentenza di appello si salda con quella precedente e forma con essa un unico complessivo corpo argomentativo. Inoltre deve essere ribadito che la denunzia di minime incongruenze argomentative o l’omessa esposizione di elementi di valutazione, che il ricorrente ritenga tali da determinare una diversa decisione (ma che non siano inequivocabilmente muniti di un chiaro carattere di decisività), non possono dar luogo all’annullamento della sentenza, “posto che non costituisce vizio della motivazione qualunque omissione valutativa che riguardi singoli dati estrapolati dal contesto, in quanto è solo l’esame del complesso probatorio entro il quale ogni elemento sia contestualizzato che consente di verificare la consistenza e la decisività degli elementi medesimi, oppure la loro ininfluenza ai fini della compattezza logica dell’impianto argomentativo della motivazione” (Cfr. Sez. 2, n. 18163 del 6/5/2008, Federico, Rv. 239789).
    Peraltro, nel caso di specie le due conformi decisioni di merito hanno dato conto del fatto che l’imputato fu arrestato nella flagranza di reato, in quanto colto nell’atto di cedere un involucro di cocaina ad una donna, nei pressi di una discoteca e nella successiva perquisizione domiciliare erano state rinvenute altre sette confezioni di droga oltre al bilancino di precisione. Quindi il primo e secondo motivo di ricorso sono del tutto infondati.
    Anche il terzo motivo, relativo all’omessa motivazione da parte del giudice circa la dosimetria della pena comminata, atteso il riconoscimento dell’attenuante del fatto di lieve entità di cui all’art. 73, e. 5, D.P.R. 309/90 ed il quarto motivo, che censura la determinazione sanzionatoria per la mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche, risultano manifestamente destituiti di ogni fondamento.
    La giurisprudenza di legittimità ha affermato il principio che il comportamento da prendere in considerazione ai fini del riconoscimento di tale attenuante è quello che si caratterizza per una ridotta valenza offensiva, da valutare attraverso l’esame di tutti gli elementi indicati nella norma, sia quelli concernenti l’azione (mezzi, modalità e circostanze della stessa), sia quelli che si riferiscono all’oggetto materiale del reato (caratteristiche qualitative e quantitative della sostanza stupefacente), per cui il giudice deve negare la sussistenza del fatto di “lieve entità” anche quando la ricorrenza di uno soltanto degli elementi indicati lo induca ad escludere che la lesione del bene giuridico protetto sia di lieve entità, ma, di contro può ben riconoscerlo quando nei comportamenti concretamente posti in essere accerti l’esistenza anche di un solo elemento positivo di tali elementi, sempreché lo stesso non venga contrastato da uno degli altri previsti dalla disposizione (Cfr. Sez. 6, n. 8857 del 30/7/1998, Canepi, Rv. 212005 e, da ultimo, Sez. U, n. 35737 del 5/10/2010, P.G. in proc. Rico, Rv. 247911 e Sez. 4, n. 43399 del 7/12/2010, Serrapede, Rv. 248947). Per quanto attiene alle circostanze attenuanti generiche, va ribadito che la concessione o meno delle attenuanti generiche rientra nell’ambito di un giudizio di fatto rimesso alla discrezionalità del giudice di merito, il cui esercizio deve essere motivato nei soli limiti atti a far emergere in misura sufficiente la sua valutazione circa l’adeguamento della pena alla gravità effettiva del reato ed alla personalità del reo (cfr, tra le molte, Sez.6, n. 41365 del 28/10/2010, dep. 23/11/2010, Straface, Rv. 248737).
    Nel caso di specie, il giudice di prime cure ha ritenuto sussistente l’attenuante del fatto di lieve entità sulla base del dato ponderale, riconoscendo l’assenza del fine di lucro dello spaccio della dose, negando le circostanze generiche e stabilendo la sanzione tenuto conto della capacità a delinquere “per la contiguità con il mondo della detenzione a fini di spaccio di sostanze stupefacenti, desunta da gravi, reiterati e specifici precedenti”, pur non considerati in disapplicazione della contestata recidiva reiterata. La Corte di appello ha confermato, con motivazione più che congrua, tale valutazione (p. 5-6 della sentenza impugnata), sottolineando anche l’assenza di qualunque revisione critica della condotta illecita da parte dell’imputato.
    Le ragioni di tale valutazione del fatto, trasfuse dai giudici di merito in una precisa trama argomentativa, immune da vizi di logicità, oltre che perfettamente aderente alle risultanze acquisite, non sono certamente sindacabili in questa sede di legittimità.
    Il ricorso va, in conclusione, dichiarato inammissibile e l’imputato deve essere condannato, ex art. 616 c.p.p., al pagamento delle spese processuali ed al pagamento della somma di mille Euro in favore della Cassa delle ammende.

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso e condanna l’imputato al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro mille in favore della Cassa delle ammende.

Depositata in Cancelleria il 07.01.2013

affermato che, in costanza di detenzione dello stupefacente, il reato di favoreggiamento non è configurabile perché, nei reati permanenti, qualunque agevolazione del colpevole, prima che la condotta di questi sia cessata, si risolve inevitabilmente in un concorso, quanto meno, a carattere morale, ma è anche certo che, nella specie, la condotta del ricorrente – per quanto accertato – si è sicuramente sostanziata solo nella messa a disposizione del proprio appartamento per la custodia di droga. La fattispecie, quindi, è ben diversa da quella presa in esame dalla sentenza prima citata (rv. 233724) ove, invece, si trattava di un caso concreto nel quale l’imputata, all’arrivo della polizia, aveva nascosto la droga detenuta in casa dal convivente, vale a dire, si era trattato di una condotta decisamente attiva (e, per come si dirà più avanti, non assimilabile alla presente neppure considerando il gesto di V.D. , di aver buttato la droga nella cisterna).

In tesi difensiva, la disponibilità offerta da V.D. al fratello dovrebbe essere giustificata con il fatto che la droga avrebbe dovuto essere solo utilizzata da L. per realizzare una sorta di “terapia a scalare”. Come accertato, però, lo stupefacente era stato sicuramente utilizzato da V.L. anche per finalità di cessione illecita a terzi.

Il punto è, però, che i giudici di merito nulla hanno detto a proposito della consapevolezza, da parte dell’imputato, di tale illecita attività e, quindi, della sua condivisione o – quantomeno – agevolazione cosciente limitandosi a valorizzare la mera detenzione.

Né ragioni di convincimento nel senso del concorso cosciente e volontario possono rinvenirsi dalla semplice condotta, del V.D. , del disfarsi della droga dopo l’arresto di L. . Si tratta, infatti, di comportamento dai contenuti altamente equivoci. Innanzitutto, esso è intervenuto quando ormai il fratello del ricorrente era già stato arrestato ed, a tale arresto, aveva contribuito fattivamente proprio il ricorrente V.D. (con condotta che non può essere sminuita – come fatto dai giudici – sol perché si è trattato “solo” di collaborazione con le forze dell’ordine e non di iniziativa spontanea dell’imputato).

AVVOCATO CASSAZIONISTAInoltre, risulta che quest’ultimo ebbe a disfarsi della droga (per così dire) “con calma”, vale a dire, non solo, dopo che L. era già stato arrestato, ma anche, dopo essersi recato ad un appuntamento di lavoro (v. deposizioni di V.P. , M.F. e Mi.Lu. ). Un tale modo di agire, perciò, lascia aperti grandi spazi al dubbio che la eliminazione della droga abbia rappresentato per il ricorrente solo una sorta di gesto di “chiusura” di una brutta storia culminata (nel giorno in cui essa è posta in essere) con l’arresto del proprio fratello.

Tenendo ciò presente, dunque, sembra più appropriato ricordare – come già affermato (sez. iv, 6.2.07, camera, Rv. 236195) – che il discrimine tra la condotta che costituisca concorso nel reato di illecita detenzione di stupefacenti e la condotta che invece dia luogo all’autonomo reato di favoreggiamento personale va rintracciato nell’elemento psicologico dell’agente. Esso deve essere valutato in concreto, per verificare se l’aiuto (che ponga in essere la condotta criminosa costitutiva del reato permanente) consapevolmente prestato ad altro soggetto, sia l’espressione di una partecipazione al reato oppure nasca solo dall’intenzione – manifestatesi attraverso individuabili modalità pratiche – di realizzare una facilitazione alla cessazione del reato. Nel caso concreto di cui alla decisione appena citata, questa Corte, sulla base dell’analisi delle contingenze di fatto così come emergenti dalla sentenza di merito, aveva ritenuto che entrambi gli imputati, (ancor prima che si concretizzasse il tentativo – da parte del preteso favoreggiatore – di lanciare la droga dalla finestra), avessero concorso per un lasso di tempo non insignificante a detenere consapevolmente la droga medesima.

Non risulta, però, che, nella fattispecie qui all’esame, i giudici di merito abbiano enucleato elementi fattuali specifici ed ulteriori (rispetto alla mera eliminazione della droga nelle circostanze sopra ricordate) tali da illuminare circa la codetenzione consapevole di V.D. per le finalità di cessione sicuramente poste in essere da V.L. .

Opportuno, a tal fine, è il richiamo, da parte del ricorrente, anche di quella pronuncia (sez. vi, 10.2.10, Hamou, rv. 247324) secondo cui, in tema di illecita detenzione di stupefacenti, la condotta consistita nel subitaneo tentativo di disfarsi della droga, all’atto dell’irruzione in una abitazione delle forze dell’ordine, non è di per sé dimostrativa, “in assenza di altri indici significativi”, di un previo accordo con la persona convivente nella detenzione dello stupefacente, ben potendo la stessa condotta essere interpretata come l’atteggiamento di chi, spontaneamente o su sollecitazione del detentore, si risolva ad aiutarlo a sottrarsi alla sua responsabilità penale.

È ben vero, come osservano i giudici di merito, che la buona fede dell’imputato avrebbe potuto emergere al di là di ogni ragionevole dubbio se, al momento dell’arresto del fratello, egli avesse informato le forze dell’ordine della esistenza, presso la propria abitazione, di un ulteriore quantitativo di droga, ma è anche vero che la fattispecie qui in considerazione – anche solo a volersi attenere alle dichiarazioni difensive – evidenzia una condotta “al limite”, vale a dire, quella di un soggetto che, non si era peritato di “esporsi” in modo decisamente “equivoco” come è, appunto, il fatto di mettere il proprio appartamento a disposizione del fratello tossicodipendente affinché questi potesse continuare a detenere droga per assumerla in dosi via via minori. Non deve, quindi, sorprendere l’assenza di un tale senso civico da denunciare la presenza di altra droga e, piuttosto, pensare bene solo di disfarsene.

A ben vedere, il ragionamento della Corte “prova troppo” perché si basa su principi assoluti ed avulsi da un contesto sicuramente ambiguo che lascia aperta la strada al “ragionevole dubbio”. Per tale motivo, perciò, non residua spazio neppure per l’ulteriore obiezione della Corte di inverosimiglianza della tesi di avere, il V. , deciso di consentire al fratello di tenere la droga presso di lui per non dare un dispiacere ai genitori. Dicono i giudici che essa sarebbe smentita dal fatto che, comunque, V.L. era risultato detenere droga di vario tipo anche sopra il comodino della stanza da lui occupata presso l’abitazione dei genitori. A ben vedere, infatti, quest’ultima è condotta sicuramente riferibile solo a V.L. la cui “lealtà” e “coerenza” sono stati più che ragionevolmente smentiti dalla emersione della presente vicenda di spaccio. Non sembra, quindi, che siffatto comportamento, solo di L. (di cui non vi è neppure prova che D. fosse a conoscenza) possa essere utilizzato come dimostrazione del concorso di D. nella detenzione a fini di spaccio della droga poi rinvenuta nella cisterna.

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA,AVVOCATO PENALISTA FORLI’,AVVOCATO PENALISTA RAVENNA,AVVOCATO PENALISTA CESENA

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE III

SENTENZA 26 gennaio 2015, n. 3384

Ritenuto in fatto

  1. Vicenda processuale e provvedimento impugnato – L’accusa mossa al ricorrente è di avere concorso, con il fratello L. , nella detenzione di un quantitativo netto di 909,303 gr. di eroina rinvenuta in una cisterna presso l’abitazione dell’imputato dove i CC. si erano recati per una perquisizione dopo avere effettuato l’arresto di L. . Con la sentenza impugnata, la Corte d’appello ha confermato la condanna inflitta in primo grado alla pena di 4 anni di reclusione e 20.000 e di multa.
  2. Motivi del ricorso – Avverso tale decisione, l’imputato ha proposto ricorso, tramite difensore, deducendo:

1) e 2) erronea applicazione della normativa penale in tema di concorso di persone e contraddittorietà della motivazione a proposito del rapporto di convivenza dei due fratelli.

Per sostenere i propri argomenti, la difesa opera un ampio excursus sul contesto familiare in cui è maturata la vicenda che sottosta alla imputazione e ricorda che è pacifico, per ammissione dello stesso L. , che quest’ultimo è tossicodipendente e che ha ammesso di avere anche svolto attività di spaccio. È, infatti, a seguito dell’arresto di quest’ultimo che gli investigatori hanno rivolto la propria attenzione anche nei confronti dell’odierno ricorrente, il fratello D. . Quest’ultimo, per parte sua, ha sempre spiegato che gli stava così a cuore la sorte del fratello L. da averlo convinto a frequentare il SERT, accompagnandovelo ed, infine, accettando di detenere la droga presso di sé per aiutarlo a “scalare”.

Egli aveva anche acconsentito a cedere al fratello L. uno spazio presso la propria abitazione dove il fratello poteva accedere e tenere alcuni effetti personali (tanto è vero che L. era in possesso delle chiavi di casa di D. ). In tal modo, L. , tradendo la fiducia del fratello, era riuscito a lasciavi un quantitativo ben maggiore di quello necessario alla semplice somministrazione “a scalare”.

È appunto su tale circostanza che il ricorrente registra una prima illogicità motivazionale nella sentenza della Corte territoriale. Per un verso, infatti, essa sostiene che L. conviveva con i genitori, in altro passaggio, però, riconosce ai fratelli lo status di coabitanti (precisamente nella parte in cui – f. 5. – parla di “abitazione occupata dai genitori” ovvero di “casa di mamma e papa”).

La critica mossa alla sentenza è di non aver approfondito i risvolti giuridici di tale stato di cose e precisamente della condizione di convivenza tra i fratelli. La corte territoriale, infatti, ignora quelle pronunzie che hanno escluso il concorso quando, in tema di detenzione di stupefacente l’agente abbia mantenuto un ruolo meramente passivo tollerando ed assistendo inerte alla condotta dell’altro. In altre parole, perché si abbia concorso, è richiesto un contributo partecipativo – morale e materiale – alla condotta altrui (sez. vi 14606/10; sez. iv U392/06; sez. vi, 9986/98). Di certo, poi, l’abitazione, se pure formalmente di proprietà dell’odierno imputato, era abitata anche dal fratello ben prima che esso divenisse, per scelta unilaterale di quest’ultimo, luogo di detenzione di sostanza stupefacente;

3) motivazione illogica ed assente su un aspetto decisivo. La critica si appunta, invero, sulla mancata considerazione del decisivo contributo offerto dal ricorrente all’arresto del fratello (rintracciato proprio grazie ad un vero e proprio “stratagemma” predisposto dallo stesso V.D. ). Oltretutto, la Corte erra, e la motivazione è manifestamente viziata, quando attribuisce significato accusatorio al rinvenimento nell’”abitazione di D. ” (quella occupata anche dai genitori) del bilancino e di ritagli di plastica, qualificando il tutto come strumentario da spaccio quando, per contro, è stato dimostrato che si trattava di normali utensili domestici;

4) e 5) errata interpretazione dell’art. 378 c.p. e motivazione mancante o illogica. Sostiene, infatti, il ricorrente che, sebbene sia innegabile la validità della decisione delle sezioni unite citata anche dalla corte d’appello (36258/12) in tema di discrimine tra favoreggiamento personale e concorso nel reato, la Corte incorre nella illogicità di sostenere, per un verso, che V.D. ha concorso nell’illecito “cessato solo a seguito dell’arresto del fratello L. ” e, dall’altro – ammettendo che l’illecito è “cessato con l’arresto di L. ” – non si avvede che il fatto di buttare la droga nella cisterna è da qualificare come post factum non punibile perché successivo al crimine.

Il ricorrente conclude invocando l’annullamento della sentenza impugnata. In data 18.10.14, il difensore ha fatto pervenire dei motivi aggiunti.

6) e 7) motivazione mancante illogica e contraddittoria circa l’asserita inconfigurabilità della fattispecie di cui all’art. 48 c.p. (errore sul fatto determinato dall’altrui inganno).

Il delitto ascritto al V. , infatti, deve ritenersi a lui non imputabile a causa dell’inganno perpetrato ai suoi danni dal fratello. A favore di tale ipotesi, militano l’indole ed i trascorsi dell’imputato, che è sempre stato ostile al mondo della droga, nonché il comportamento da lui tenuto nell’immediatezza dei fatti (quando ha dato un contributo decisivo per la cattura del fratello).

Per contro, la motivazione del giudice ruota tutta attorno a mere presunzioni che, comunque, evidenzierebbero, al massimo, una condotta colposa dell’imputato (non avere accertato meglio quanta droga contenesse il pacco).

Altra critica viene rivolta all’operato degli agenti che non hanno descritto con precisione dove si trovassero la droga e tutto quanto rinvenuto; in ogni caso, si rammenta che anche questa S.C. ha affermato (sez. vi 20796/10) che il semplice fatto di cercare di far scomparire la droga non è di per sé dimostrativo di un previo accordo con la persona convivente nella detenzione dello stupefacente “in assenza di altri indici significativi” che, però, qui non si rinvengono.

Considerato in diritto

  1. Motivi della decisione – Il ricorso merita accoglimento per le ragioni di seguito precisate.

La circostanza che l’odierno ricorrente si fosse prodigato per aiutare il fratello L. a liberarsi dalla schiavitù della droga è data per ammessa anche dai giudici quando affermano che “comprensibile ed apprezzabile è risultato essere l’impegno dell’imputato in relazione ai problemi di tossicodipendenza del fratello”.

Non risulta, quindi, coerente la consequenziale affermazione della Corte territoriale secondo cui tale comportamento non eliderebbe “l’antigiuridicità della condotta per cui è causa” posto che, l’indiscutibile codetenzione della droga, da parte del V.D. , per integrare l’ipotesi criminosa, avrebbe dovuto essere supportata da un preciso elemento psichico del quale, però, i giudici non hanno dato conto in modo adeguato.

Per ammissione dello stesso ricorrente, è pacifico, solo il fatto in sé che egli diede al fratello la possibilità di custodire la droga presso il proprio appartamento (di cui il fratello L. aveva le chiavi). Il punctumdolens è, però, rappresentato dall’interrogativo circa la conoscenza, da parte del ricorrente, dell’attività di spaccio che V.L. aveva intrapreso di quella droga depositata presso la casa del fratello e, quindi, della condivisione, quantomeno a livello morale, da parte del ricorrente, di tale illecita attività.

Il discrimine è molto sottile ma significativo posto che, in un caso, si verserebbe in una mera attività (non punibile) di favoreggiamento nella detenzione per proprio uso personale, da parte di V.L. , dello stupefacente che veniva custodito in casa del ricorrente, mentre invece, nella ipotesi che V.D. fosse stato a conoscenza dell’uso illecito della droga posto in essere da L. , la sua condotta sarebbe sicuramente censurabile.

A tale riguardo deve osservarsi che è ben vero che questa Corte (sez. iv, 8.3.06, Buieci, rv. 233724) ha affermato che, in costanza di detenzione dello stupefacente, il reato di favoreggiamento non è configurabile perché, nei reati permanenti, qualunque agevolazione del colpevole, prima che la condotta di questi sia cessata, si risolve inevitabilmente in un concorso, quanto meno, a carattere morale, ma è anche certo che, nella specie, la condotta del ricorrente – per quanto accertato – si è sicuramente sostanziata solo nella messa a disposizione del proprio appartamento per la custodia di droga. La fattispecie, quindi, è ben diversa da quella presa in esame dalla sentenza prima citata (rv. 233724) ove, invece, si trattava di un caso concreto nel quale l’imputata, all’arrivo della polizia, aveva nascosto la droga detenuta in casa dal convivente, vale a dire, si era trattato di una condotta decisamente attiva (e, per come si dirà più avanti, non assimilabile alla presente neppure considerando il gesto di V.D. , di aver buttato la droga nella cisterna).

In tesi difensiva, la disponibilità offerta da V.D. al fratello dovrebbe essere giustificata con il fatto che la droga avrebbe dovuto essere solo utilizzata da L. per realizzare una sorta di “terapia a scalare”. Come accertato, però, lo stupefacente era stato sicuramente utilizzato da V.L. anche per finalità di cessione illecita a terzi.

Il punto è, però, che i giudici di merito nulla hanno detto a proposito della consapevolezza, da parte dell’imputato, di tale illecita attività e, quindi, della sua condivisione o – quantomeno – agevolazione cosciente limitandosi a valorizzare la mera detenzione.

Né ragioni di convincimento nel senso del concorso cosciente e volontario possono rinvenirsi dalla semplice condotta, del V.D. , del disfarsi della droga dopo l’arresto di L. . Si tratta, infatti, di comportamento dai contenuti altamente equivoci. Innanzitutto, esso è intervenuto quando ormai il fratello del ricorrente era già stato arrestato ed, a tale arresto, aveva contribuito fattivamente proprio il ricorrente V.D. (con condotta che non può essere sminuita – come fatto dai giudici – sol perché si è trattato “solo” di collaborazione con le forze dell’ordine e non di iniziativa spontanea dell’imputato).

Inoltre, risulta che quest’ultimo ebbe a disfarsi della droga (per così dire) “con calma”, vale a dire, non solo, dopo che L. era già stato arrestato, ma anche, dopo essersi recato ad un appuntamento di lavoro (v. deposizioni di V.P. , M.F. e Mi.Lu. ). Un tale modo di agire, perciò, lascia aperti grandi spazi al dubbio che la eliminazione della droga abbia rappresentato per il ricorrente solo una sorta di gesto di “chiusura” di una brutta storia culminata (nel giorno in cui essa è posta in essere) con l’arresto del proprio fratello.

Tenendo ciò presente, dunque, sembra più appropriato ricordare – come già affermato (sez. iv, 6.2.07, camera, Rv. 236195) – che il discrimine tra la condotta che costituisca concorso nel reato di illecita detenzione di stupefacenti e la condotta che invece dia luogo all’autonomo reato di favoreggiamento personale va rintracciato nell’elemento psicologico dell’agente. Esso deve essere valutato in concreto, per verificare se l’aiuto (che ponga in essere la condotta criminosa costitutiva del reato permanente) consapevolmente prestato ad altro soggetto, sia l’espressione di una partecipazione al reato oppure nasca solo dall’intenzione – manifestatesi attraverso individuabili modalità pratiche – di realizzare una facilitazione alla cessazione del reato. Nel caso concreto di cui alla decisione appena citata, questa Corte, sulla base dell’analisi delle contingenze di fatto così come emergenti dalla sentenza di merito, aveva ritenuto che entrambi gli imputati, (ancor prima che si concretizzasse il tentativo – da parte del preteso favoreggiatore – di lanciare la droga dalla finestra), avessero concorso per un lasso di tempo non insignificante a detenere consapevolmente la droga medesima.

Non risulta, però, che, nella fattispecie qui all’esame, i giudici di merito abbiano enucleato elementi fattuali specifici ed ulteriori (rispetto alla mera eliminazione della droga nelle circostanze sopra ricordate) tali da illuminare circa la codetenzione consapevole di V.D. per le finalità di cessione sicuramente poste in essere da V.L. .

Opportuno, a tal fine, è il richiamo, da parte del ricorrente, anche di quella pronuncia (sez. vi, 10.2.10, Hamou, rv. 247324) secondo cui, in tema di illecita detenzione di stupefacenti, la condotta consistita nel subitaneo tentativo di disfarsi della droga, all’atto dell’irruzione in una abitazione delle forze dell’ordine, non è di per sé dimostrativa, “in assenza di altri indici significativi”, di un previo accordo con la persona convivente nella detenzione dello stupefacente, ben potendo la stessa condotta essere interpretata come l’atteggiamento di chi, spontaneamente o su sollecitazione del detentore, si risolva ad aiutarlo a sottrarsi alla sua responsabilità penale.

È ben vero, come osservano i giudici di merito, che la buona fede dell’imputato avrebbe potuto emergere al di là di ogni ragionevole dubbio se, al momento dell’arresto del fratello, egli avesse informato le forze dell’ordine della esistenza, presso la propria abitazione, di un ulteriore quantitativo di droga, ma è anche vero che la fattispecie qui in considerazione – anche solo a volersi attenere alle dichiarazioni difensive – evidenzia una condotta “al limite”, vale a dire, quella di un soggetto che, non si era peritato di “esporsi” in modo decisamente “equivoco” come è, appunto, il fatto di mettere il proprio appartamento a disposizione del fratello tossicodipendente affinché questi potesse continuare a detenere droga per assumerla in dosi via via minori. Non deve, quindi, sorprendere l’assenza di un tale senso civico da denunciare la presenza di altra droga e, piuttosto, pensare bene solo di disfarsene.

A ben vedere, il ragionamento della Corte “prova troppo” perché si basa su principi assoluti ed avulsi da un contesto sicuramente ambiguo che lascia aperta la strada al “ragionevole dubbio”. Per tale motivo, perciò, non residua spazio neppure per l’ulteriore obiezione della Corte di inverosimiglianza della tesi di avere, il V. , deciso di consentire al fratello di tenere la droga presso di lui per non dare un dispiacere ai genitori. Dicono i giudici che essa sarebbe smentita dal fatto che, comunque, V.L. era risultato detenere droga di vario tipo anche sopra il comodino della stanza da lui occupata presso l’abitazione dei genitori. A ben vedere, infatti, quest’ultima è condotta sicuramente riferibile solo a V.L. la cui “lealtà” e “coerenza” sono stati più che ragionevolmente smentiti dalla emersione della presente vicenda di spaccio. Non sembra, quindi, che siffatto comportamento, solo di L. (di cui non vi è neppure prova che D. fosse a conoscenza) possa essere utilizzato come dimostrazione del concorso di D. nella detenzione a fini di spaccio della droga poi rinvenuta nella cisterna.

Ed il dubbio sulla esistenza di un valido elemento psichico, da parte del ricorrente, permane anche riflettendo sul fatto che esso non può certo essere desunto in via del tutto presuntiva da pretese cognizioni di D. (circa il peso della droga custodita nella sua abitazione) che egli avrebbe dovuto acquisire – non certo per una esperienza specifica nel settore dello spaccio (non va dimenticato che l’imputato è privo di censure di ogni tipo) – ma, semplicemente, grazie alla frequentazione del proprio fratello tossicodipendente e del SERT presso cui egli lo accompagnava.

Pur essendo logicamente innegabile che siffatto tipo di rapporto parentale potesse in qualche modo avere indotto nell’imputato cognizioni che sono patrimonio solo di specifiche conoscenze, è veramente eccessivo pretendere che, non solo, egli avesse acquisito competenze così profonde da cogliere a colpo d’occhio il peso della sostanza custodita nella sua casa ed il numero di dosi da essa ricavabili ma, soprattutto – anche a volerlo ammettere – sembra un volo pindarico inferire da ciò anche la cosciente e volontaria partecipazione all’attività di cessione che L. faceva della droga custodita presso l’appartamento dell’imputato.

Al tutto deve soggiungersi che se gli elementi appena commentati testimoniassero un cosciente e volontario concorso del V. all’illecita attività di spaccio del fratello L. , coerenza avrebbe voluto che, una volta arrestato il fratello, D. avesse continuato per proprio conto tale lucrosa ed illecita attività.

Di certo, invece, il fatto di buttare la droga e l’armamentario relativo (bilancino) in una cisterna dove parte della droga, al momento del rinvenimento, si era già disciolta, non appare essere attività idonea a preludere ad una prosecuzione di quell’attività di spaccio che qui si vuole ascrivere al ricorrente.

A ben vedere, quindi, gli unici elementi obiettivi a carico dell’imputato enucleati dai giudici di merito, si risolvono nella mera constatazione di fatto della detenzione della droga e di avere, egli, cercato di disfarsene.

Quanto alla prima, però, come detto fin qui, il ricorrente ha fornito una giustificazione che i giudici hanno ritenuto non credibile con argomenti che non sono risultati né logici né decisivi per dimostrare, oltre il ragionevole dubbio, che quella (ammessa e spiegata) detenzione della droga da parte di D. fosse, in realtà, una cosciente e volontaria codetenzione, con L. , per finalità di spaccio.

Né, come appena illustrato, tale elemento psichico emerge con certezza dal gesto di D. di disfarsi della droga (una volta analizzate le circostanze nelle quali esso è avvenuto).

Per altro verso, di certo, non sono decisive neppure le evocazioni giurisprudenziali del ricorrente circa il fatto che D. si sarebbe limitato a tollerare il fatto che il fratello spacciasse perché proprio quelle pronunzie citate (es. sez. vi n. 14606/10) sarebbero, per contro, idonee a giustificare la condanna del V. . Esse, infatti, sostengono che il discrimine tra la connivenza non punibile ed il concorso nel reato è dato dal fatto che, la prima, postula un comportamento meramente passivo ed inidoneo ad apportare alcun contributo alla realizzazione del reato mentre nel concorso di persone punibile è richiesto un contributo partecipe – morale o materiale – alla condotta criminosa altrui. Orbene, posta la questione in questi termini, è indubbio che, ove V.D. fosse stato conscio della destinazione illecita data dal fratello L. alla droga che egli gli consentiva di tenere presso la propria abitazione solo per una “terapia a scalare” e, ciò nonostante, avesse continuato a fargliela tenere, il contributo sarebbe stato palese e non solo morale visto anche che la “coabitazione” del fratello L. era solo parziale avendo già, egli, una originaria e sicura base presso la casa dei genitori. In pratica, cioè, qualora fosse dimostrato che D. era consapevole della destinazione allo spaccio data dal fratello L. alla droga che egli gli consentiva di tenere presso di sé, sarebbe sicuramente venuta meno la finalità “umanitaria” del fratello di aiutare il congiunto a disintossicarsi e la protrazione di quello status quo non avrebbe potuto atteggiarsi, da parte sua, come una mera condotta passiva (come auspicato dalla difesa).

amanette2SCRITTAIl punto è, però, come detto che la sentenza impugnata non ha adeguatamente spiegato da quali elementi fattuali si evinca, senza ombra di dubbio, che D. fosse a conoscenza dell’attività di spaccio posta in essere dal fratello L. con la droga che egli gli consentiva di custodire presso di sé al solo – asserito – fine di disintossicarsi.

La situazione analizzata è sicuramente ambigua e si presta a diverse interpretazioni; quella offerta nella specie dai giudici di merito per sostenere l’affermazione di responsabilità – e, soprattutto, l’elemento psichico del reato ipotizzato – non è, però, allo stato, coerente con la logica e richiede, quindi, una rivalutazione del caso previa restituzione degli atti alla Corte d’appello di Lecce (Sezione di Taranto) perché svolga un nuovo giudizio alla luce dei rilievi fin qui mossi.

P.Q.M.

Visti gli artt. 615 e ss. c.p.p., annulla la sentenza impugnata con rinvio alla Corte d’appello di Lecce (Sezione di Taranto).

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