TRUFFA CONTRATTUALE –PROCESSO PENALE BOLOGNA, AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA truffa contrattuale prescrizione truffa contrattuale querela truffa contrattuale consumazione prolungata truffa contrattuale sentenze cassazione truffa contrattuale locazione elementi costitutivi truffa contrattuale truffa contrattuale procedibilità d’ufficio truffa contrattuale 2015

 

‘Essendo la truffa, quanto alla collocazione sistematica della disposizione incriminatrice nel titolo XIII del libro II del codice penale e all’oggettività giuridica tutelata, delitto contro il patrimonio mediante frode, mentre il requisito del profitto ingiusto può comprendere in sè qualsiasi utilità, incremento o vantaggio patrimoniale, anche a carattere non strettamente economico, l’elemento del danno, proprio in virtù dell’evento consumativo che caratterizza tipicamente la realizzazione della fattispecie criminosa, deve avere necessario contenuto patrimoniale ed economico, consistendo in una lesione concreta e non soltanto potenziale che abbia l’effetto di produrre – mediante la ‘cooperazione artificiosa della vittima’ che, indotta in errore dall’inganno ordito dall’autore del reato, compie l’atto di disposizione – la perdita definitiva del bene da parte della stessa. … ‘e , per ciò che attiene alla truffa contrattuale, che: ‘ … l’opportunità di agganciare in modo rigoroso al verificarsi di un danno economico patrimoniale la repressione penale di comportamenti che ledono la libertà negoziale consente di limitare l’area dell’intervento penale rispetto a quella del diritto civile. L’opposta opinione, tendendo a trasformare il delitto di truffa, contro la lettera e la chiara voluntas legis, in reato di attentato alla sola libertà di consenso della vittima nei negozi patrimoniali e di mero pericolo per l’integrità del patrimonio di questa, opera in realtà un’inammissibile dilatazione dell’ambito di applicazione della norma incriminatrice, la quale, invece, espressamente richiede uno specifico ed effettivo danno di indole patrimoniale, ovvero un reale depauperamento economico del soggetto passivo del reato, nella forma del danno emergente o del lucro cessante.” (SS.UU. n.l /1998 rv 212080)

LA CASSAZIONE consente di individuare l’erronea affermazione insita nel giudizio della Corte di merito. La Corte di merito ha affermato: ‘E’, dunque, irrilevante, ai fini che qui interessano, il fatto che, in ipotesi, sia stato pagato, magari, il giusto corrispettivo per una controprestazione effettivamente fornita all’acquirente (che, poi, per circa un anno e mezzo, ha esercitato, di fatto, l’attività ceduta), dato che l’illecito si è, comunque, realizzato per il solo fatto che la parte acquirente è, in concreto, addivenuta alla stipula di un contratto che, senza l’artificio o raggiro consistente nell’aver la venditrice taciuto dei pignoramenti gravanti sugli arredi venduti, l’acquirente medesima non avrebbe inteso concludere o avrebbe inteso concludere a condizioni sicuramente più vantaggiose, in termini di controprestazione (prezzo complessivo da corrispondere). Ingiusto profitto e danno sono costituiti dal vantaggio e, rispettivamente, dal pregiudizio derivanti alle parti dalla stipula stessa del contratto fatta su presupposti di conoscenza della realtà dei fatti (da parte dell’acquirente) erronei, perché frutto del silenzio serbato dalla parte venditrice. Del pari, alla luce di quanto appena spiegato, irrilevante ed indifferente è sia il fatto che, in concreto, la venditrice abbia estinto, dopo la stipula del contratto, tutte le posizioni di debito a suo carico sugli arredi venduti, sia il fatto che nel contratto fosse stato previsto espressamente che ‘i debiti e i crediti comunque riconducibili ad operazioni anteriori alla data di cessione, anche se dovessero emergere successivamente, rimarranno di competenza della cedente’. Infatti, si tratta, nel primo caso, di un post factum, e, nel secondo caso, comunque di una clausola che, agli occhi dell’acquirente reso volutamente ignaro dell’esistenza dei pignoramenti, può essere apparsa come una mera clausola di stile, ma non ancorata ad una effettiva realtà negativa, realtà che, viceversa, era stata taciuta; in altri termini, l’esistenza di detta clausola in presenza del silenzio serbato sulla effettiva e già attuale esistenza dei pignoramenti non esclude la sussistenza del reato e la penale responsabilità dell’imputata, posto che quello che rileva (ed ha rilevato, di fatto, stando anche alle dichiarazioni della persona offesa e del marito) è che la persona offesa, in ogni caso, qualora avesse saputo dell’esistenza, già in partenza, dei pignoramenti (e non di debiti prospettati come meramente eventuali), non avrebbe proprio e comunque inteso concludere il contratto (e, quindi, non avrebbe, oltretutto, corrisposto buona parte del prezzo concordato) o avrebbe inteso concluderlo a condizioni di prezzo più favorevoli.

 

Il sempre piu’ frequente inadempimento contrattuale non è un  reato ma un semplice illecito civile  fonte soltanto di responsabilità per le restituzioni ed il risarcimento del danno, da far valere innanzi al giudice civile.

Quando invece  il dolo iniziale ha influito sulla volontà negoziale di uno dei due contraenti, quando cioè sapienti “artifici” e maliziosi “raggiri” dell’uno hanno convinto  l’altro alla stipulazione di un contratto cge altrimenti non avrebbe firmato, allora è evidente che il fatto rivelerà tutta la sua natura ingannatoria  e solo allora si potrà parlare, oltre che di illecito civile, anche di illecito penale, cioè di reato.

 E’ affermazione non controversa nella giurisprudenza di legittimità che due sono gli elementi che integrano la fattispecie della truffa: la realizzazione da parte dell’autore della condotta decettiva e un’effettiva deminutio patrimonii, intesa in senso strettamente economico, del soggetto passivo. Entrambi tali elementi non sono correttamente delineati nell’impugnata sentenza.

 Quanto alla natura, il reato di truffa si atteggia come reato istantaneo e di danno al patrimonio: esso, pertanto, si perfeziona nel momento stesso in cui si concretano tutti gli elementi che lo costituiscono e a differenza di altre ipotesi criminose che pure offendono il patrimonio, per le quali basta una situazione di pericolo, l’evento consumativo risulta esplicitamente tipizzato in forma di conseguimento del profitto con il danno altrui, elementi dell’arricchimento e del depauperamento che sono collegati contestualmente tra loro in modo da costituire concettualmente due aspetti di un’unica realtà.

E’ stato opportunamente affermato dalla Suprema Corte  che: ‘Essendo la truffa, quanto alla collocazione sistematica della disposizione incriminatrice nel titolo XIII del libro II del codice penale e all’oggettività giuridica tutelata, delitto contro il patrimonio mediante frode, mentre il requisito del profitto ingiusto può comprendere in sè qualsiasi utilità, incremento o vantaggio patrimoniale, anche a carattere non strettamente economico, l’elemento del danno, proprio in virtù dell’evento consumativo che caratterizza tipicamente la realizzazione della fattispecie criminosa, deve avere necessario contenuto patrimoniale ed economico, consistendo in una lesione concreta e non soltanto potenziale che abbia l’effetto di produrre – mediante la ‘cooperazione artificiosa della vittima’ che, indotta in errore dall’inganno ordito dall’autore del reato, compie l’atto di disposizione – la perdita definitiva del bene da parte della stessa. … ‘e , per ciò che attiene alla truffa contrattuale, che: ‘ … l’opportunità di agganciare in modo rigoroso al verificarsi di un danno economico patrimoniale la repressione penale di comportamenti che ledono la libertà negoziale consente di limitare l’area dell’intervento penale rispetto a quella del diritto civile. L’opposta opinione, tendendo a trasformare il delitto di truffa, contro la lettera e la chiara voluntas legis, in reato di attentato alla sola libertà di consenso della vittima nei negozi patrimoniali e di mero pericolo per l’integrità del patrimonio di questa, opera in realtà un’inammissibile dilatazione dell’ambito di applicazione della norma incriminatrice, la quale, invece, espressamente richiede uno specifico ed effettivo danno di indole patrimoniale, ovvero un reale depauperamento economico del soggetto passivo del reato, nella forma del danno emergente o del lucro cessante.” (SS.UU. n.l /1998 rv 212080)

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Gli artifizi o i raggiri richiesti per la sussistenza del reato di truffa contrattuale possono consistere anche nel silenzio maliziosamente serbato su alcune circostanze da parte di chi abbia il dovere di farle conoscere, indipendentemente dal fatto che dette circostanze siano conoscibili dalla controparte con ordinaria diligenza. (Cass. Sez. 2, Sentenza n. 41717 del 14/10/2009 dep. 30/10/2009 Rv. 244952. Fattispecie di tentata truffa in cui il venditore di un immobile aveva taciuto il fatto che il mutuo per l’acquisto dello stesso era stato stipulato da soggetto coinvolto in reato di corruzione con il rischio di possibile confisca per equivalente dell’immobile stesso).

  • Una species della truffa disciplinata dall’art. 640 cp è la TRUFFA CONTRATTUALE, la quale si configura allorquando l’agente, mediante artifici o raggiri posti in essere nel momento della formazione di un negozio giuridico, induce il soggetto passivo a concludere il negozio stesso.

Quindi, il reato di truffa contrattuale sussiste in tutte quelle ipotesi in cui la vittima, a seguito dell’artificio o raggiro, ha concluso un contratto a condizioni a lui sfavorevoli e che non avrebbe accettato senza l’inganno dell’altra parte contraente.

  • n tema di elemento materiale del reato di truffa, questa Corte ha piu’ volte affermato il principio in base al quale “Integra gli estremi della truffa contrattuale la condotta di chi ponga in essere artifizi o raggiri consistenti nel tacere o nel dissimulare fatti o circostanze tali che, ove conosciuti, avrebbero indotto l’altro contraente ad astenersi dal concludere il contratto. (Nella specie, la Corte ha ritenuto configurabile l’elemento materiale della truffa nel silenzio serbato dal costruttore in ordine ad alcuni difetti strutturali del bene immobile compravenduto ed alle difformita’ dello stesso rispetto alla originaria concessione edilizia ed al progetto approvato).” (Sez. 2, Sentenza n. 28703 del 19/03/2013).

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DIRITTO PENALE AMBIENTALE AVVOCATO SERGIO ARMAROLI

DECRETO PENALE DI CONDANNA REMISSIONE IN TERMINI? AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA
. Con ordinanza del 16/12/2013 il G.I.P. del Tribunale di Rimini ha respinto l’istanza proposta da (OMISSIS), intesa ad ottenere la restituzione nel termine, ai sensi dell’articolo 175 c.p.p., comma 2, per impugnare il decreto penale di condanna emesso nei suoi confronti in data 28/4/2008 per il reato p. e p. dall’articolo 186 C.d.S., commi 1 e 2, lettera b) e comma 2 bis, commesso il (OMISSIS).

  • Alla luce delle suesposte considerazione appare esente da censure logico giuridiche la valutazione in base alla quale e’ stato ritenuto che l’uso di una terminologia specifica da parte del ricorrente, ha portato a qualificare diversamente un vano dell’immobile, inducendo in errore la persona offesa la quale, avendo erroneamente ritenuto presente l’abitabilita’ del vano in questione, si e’ poi coerentemente determinata per la risoluzione del contratto.

Suprema Corte di Cassazione

sezione II

sentenza 14 luglio 2014, n. 30886

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PRESTIPINO Antonio – Presidente

Dott. DIOTALLEVI Giovanni – rel. Consigliere

Dott. CERVADORO Mirella – Consigliere

Dott. PELLEGRINO Andrea – Consigliere

Dott. DI MARZIO Fabrizio – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS), (OMISSIS);

avverso la sentenza, in data 23.05.2013, della Corte di Appello di Genova che, in riforma della sentenza di primo grado, ha condannato il ricorrente alla pena di mesi nove di reclusione ed euro 120,00 di multa per il reato di truffa.

Sentita la relazione del Consigliere relatore Dr. Giovanni Diotallevi;

Udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale, Dott. Riello Luigi, che ha concluso con al richiesta di rigetto del ricorso.

Sentito l’avv.to (OMISSIS), del foro di (OMISSIS), in sostituzione dell’avv.to (OMISSIS), che si riporta alla memoria depositata in data 28.4.14. Deposita conclusioni e nota spese per la parte civile (OMISSIS).

E’ presente l’avv.to (OMISSIS), del foro di (OMISSIS), che si riporta ai motivi del ricorso.

RITENUTO IN FATTO

(OMISSIS) ricorre avverso la sentenza, in data 23.05.2013, della Corte di Appello di Genova che, in riforma della sentenza di primo grado, ha condannato il ricorrente alla pena di mesi nove di reclusione ed euro 120,00 di multa per il reato di truffa. Chiedendo l’annullamento del provvedimento impugnato il ricorrente deduce:

a) Inosservanza ed erronea applicazione della legge penale e mancanza, contraddittorieta’ e manifesta illogicita’ della motivazione ex articolo 606 c.p.p., comma 1 lettera b) ed e) in relazione all’articolo 640 c.p. e articolo 61 c.p., n. 7, nonche’ in relazione all’articolo 192 c.p.p.. Secondo il ricorrente la Corte d’appello non avrebbe esaminato tutti gli elementi a disposizione e non avrebbe fornito una convincente risposta alle sue deduzioni.

La sentenza, infatti, non avrebbe chiarito perche’ il mero silenzio o l’uso di un termine giuridicamente errato o approssimativo abbia potuto costituire artifizio o raggiro idoneo a indurre altri in errore: avrebbe quindi omesso una corretta motivazione sul punto essenziale in ordine alla sussistenza o meno del reato per cui e’ stato processato.

Secondo il ricorrente non sarebbe chiaro il ragionamento dei Giudici d’appello in base al quale si e’ ritenuto che il compratore si sia determinato all’acquisto basandosi sulle mere affermazioni del (OMISSIS) e non invece su tutti gli elementi che ordinariamente determinano l’acquirente nella conclusione di un contratto di compravendita immobiliare.

Parimenti, mancherebbe la prova del nesso causale tra l’artificio o il raggiro posto in essere dall’imputato e l’atto di disposizione economica, posto che non potrebbe ritenersi che la vantata presenza di una stanza in piu’ sia stata determinante per la conclusione del contratto. A questo si aggiunga che l’esame dell’imputato, da cui la Corte ha desunto la circostanza della malafede del (OMISSIS), poiche’ ritenuto a conoscenza della realta’ catastale dell’immobile, avrebbe in realta’ dimostrato che anche lo stesso acquirente ne sarebbe stato consapevole.

b) Inosservanza ed erronea applicazione della legge penale, mancanza, contraddittorieta’ e manifesta illogicita’ della motivazione ex articolo 606 c.p.p., comma 1 lettera b) ed e) in relazione all’articolo 192 c.p.p..

Secondo il ricorrente la persona offesa, sulla cui testimonianza si e’ largamente fondata l’affermazione di responsabilita’ del (OMISSIS), avrebbe reso affermazioni censurabili sotto il profilo logico, non essendo chiara la ragione per cui un compratore avveduto come il (OMISSIS) abbia accettato la stipula di un preliminare e, conseguentemente, versato somme di denaro, senza verificare lo stato di diritto dell’immobile, come da prassi nelle trattative immobiliari. Di questa indagine positiva, in punto di credibilita’ oggettiva e soggettiva della persona offesa, mancherebbe traccia nella sentenza impugnata. Parimenti, nel provvedimento non si sarebbe nemmeno dato conto del fatto, non trascurabile, relativo al tempo intercorso tra il fatto e la denuncia del medesimo, elemento, questo, che avrebbe dovuto essere valutato come sintomatico della volonta’ di non adempiere al contratto da parte del compratore.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso e’ infondato.

2. Nel ricorso, invero, il ricorrente si limita a proporre una ricostruzione alternativa dei fatti, che non e’ logicamente sostenibile, alla luce delle argomentazioni addotte dalla Corte di Appello, che, con una motivazione esaustiva e priva di vizi logici, ha ampiamente argomentato in ordine all’affermazione di responsabilita’ del (OMISSIS) per il reato di truffa (p. 3-4 della sentenza), tenuto conto della condotta posta in essere dal ricorrente e della testimonianza raccolta.

In tema di elemento materiale del reato di truffa, questa Corte ha piu’ volte affermato il principio in base al quale “Integra gli estremi della truffa contrattuale la condotta di chi ponga in essere artifizi o raggiri consistenti nel tacere o nel dissimulare fatti o circostanze tali che, ove conosciuti, avrebbero indotto l’altro contraente ad astenersi dal concludere il contratto. (Nella specie, la Corte ha ritenuto configurabile l’elemento materiale della truffa nel silenzio serbato dal costruttore in ordine ad alcuni difetti strutturali del bene immobile compravenduto ed alle difformita’ dello stesso rispetto alla originaria concessione edilizia ed al progetto approvato).” (Sez. 2, Sentenza n. 28703 del 19/03/2013).

3. Alla luce delle suesposte considerazione appare esente da censure logico giuridiche la valutazione in base alla quale e’ stato ritenuto che l’uso di una terminologia specifica da parte del ricorrente, ha portato a qualificare diversamente un vano dell’immobile, inducendo in errore la persona offesa la quale, avendo erroneamente ritenuto presente l’abitabilita’ del vano in questione, si e’ poi coerentemente determinata per la risoluzione del contratto.

4. Sulla base di queste valutazioni va rigettata l’impugnazione proposta cui consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali oltre alla rifusione delle spese sostenute dalla parte civile (OMISSIS) che liquida in euro 2500,00 oltre 15% di spese generali, oltre I.V.A. e C.P.A..

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali, oltre alla rifusione delle spese sostenute dalla parte civile (OMISSIS) che liquida in euro 2500,00 oltre 15% di spese generali, oltre I.V.A. e C.P.A..

Suprema Corte di Cassazione

sezione II

sentenza 18 novembre 2015, n. 45726

REPUBBLICA ITALIANA

FATTO E DIRITTO

Con decreto emesso l’1.10.2014 dal giudice per le indagini preliminari del tribunale di Roma era dichiarata inammissibile l’opposizione alla richiesta di archiviazione del PM relativa al procedimento penale nei confronti di (OMISSIS), indagato per il reato di cui all’articolo 640 cod. pen.; opposizione presentata nell’interesse di (OMISSIS) quale responsabile del (OMISSIS) della (OMISSIS) s.p.a..

Il Gip disponeva di conseguenza l’archiviazione del procedimento, ordinando la restituzione degli atti al PM.

Evidenziava a riguardo che era stata omessa da parte dell’opponente l’indicazione dell’oggetto delle investigazioni suppletive che si richiedeva fossero svolte dal PM e che comunque i fatti denunciati riguardavano una vicenda di esclusiva rilevanza civilistica, poiche’ le argomentazioni addotte nell’atto di opposizione attenevano all’ingiustizia sostanziale del negozio giuridico posto in essere dall’indagato ma non sovvertivano il dato obiettivo della regolarita’ formale del negozio stesso, con conseguente impossibilita’ di ravvisare responsabilita’ penale.

 

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