DIFFAMAZIONE REATO COSA FARE:AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA Avvocati Bologna Avvocato Bologna Avvocati Penalisti Bologna

DIFFAMAZIONE REATO COSA FARE:AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA

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Ai fini della configurabilità del delitto in esame, la finalità di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso è integrata solo quando la condotta posta in essere si manifesta come consapevole esteriorizzazione, immediatamente percepibile, di un sentimento connotato dalla volontà di escludere condizioni di parità per ragioni fondate sulla appartenenza della vittima ad una etnia, razza, nazionalità o religione.
Invero, la “propaganda di idee” di cui all’art. 3, comma primo, lett. a), prima parte, legge 13 ottobre 1975 n. 654 deve consistere nella divulgazione di opinioni finalizzata ad influenzare il comportamento o la psicologia di un vasto pubblico ed a raccogliere adesioni; l’”odio razziale o etnico”, poi, è integrato non da qualsiasi sentimento di generica antipatia, insofferenza o rifiuto riconducibile a motivazioni attinenti alla razza, alla nazionalità o alla religione, ma solo da un sentimento idoneo a determinare il concreto pericolo di comportamenti discriminatori. Peraltro, la “discriminazione per motivi razziali” è quella fondata sulla qualità personale del soggetto, non – invece – sui suoi comportamenti.
In ragione di ciò, è del tutto evidente che nel caso in esame non possa configurarsi la suddetta previsione incriminatrice, giacché le affermazioni del T. non sono riconducibili nel concetto di “odio razziale o etnico”, né comunque possono considerarsi potenzialmente discriminatori nei confronti di una determinata categoria di soggetti appartenenti ad una determinata razza, nazionalità o religione.

 

DIFFAMAZIONE REATO COSA FARE:AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA Avvocati Bologna Avvocato Bologna Avvocati Penalisti Bologna

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DOMANDA  COSA OCCORRE PER LA CONFIGURABILITA’ DEL REATO DI DIFFAMAZIONE?

ai fini della configurabilità del reato di diffamazione, che l’autore della frase lesiva dell’altrui reputazione comunichi con almeno due persone ovvero con una sola persona ma con modalità tali che detta notizia venga sicuramente a conoscenza di altri (Sez. 5, n. 34178 del 10/02/2015), come nella fattispecie in esame. Invero in tema di diffamazione, deve presumersi la sussistenza del requisito della comunicazione con più persone qualora l’espressione offensiva sia inserita in un documento (nella specie un vaglia postale) per sua natura destinato ad essere normalmente visionato appunto da più persone (Sez. 5, n. 3963 del 06/07/2015).

2) DOMANDA IL DIRITTO DI CRITICA?

al fine di realizzare il corretto bilanciamento anche col valore contrapposto della tutela della personalità previsto come principio fondamentale della Costituzione (art. 2 Cost.), che si sia realmente ìn presenza dì una critica, ossia di un argomentare logico e giustificato, capace di integrare quell’esercizio della funzione informativa che rientra nel diritto di manifestare il proprio pensiero anche con lo scritto e con ogni altro mezzo di diffusione (art. 21 Cost.). In altri termini, rientra appieno nella valutazione di merito sulla integrazione della causa di giustificazione, l’opera interpretativa del giudice chiamato a distinguere tra effettiva prova di critica giornalistica e comportamento che invece, mancando di qualsiasi connotato di logica e giustificatezza della analisi, finisca con l’integrare una diffamazione non scriminabile perché consistente in un uso apparente della dialettica, volto a coprire la sola ed effettiva volontà di fare non informazione, ma disinformazione: creando suggestioni, proponendo accostamenti indebiti di fatti diversi ma somiglianti rispetto a quelli accaduti e, in una espressione, una immagine consapevolmente ma ingiustificatamente e gratuitamente distorta del soggetto-bersaglio.

3 DOMANDA cosa e’ il limite della continenza nella diffamazione?

 

Ik limite della continenza, che va intesa in primo luogo in senso formale, come assenza di espressioni pretestuosamente denigratorie e sovrabbondanti rispetto al fine della cronaca del fatto e della sua critica. Secondo la giurisprudenza di legittimità, in parte citata anche nella sentenza impugnata, pur potendo ogni provvedimento giudiziario essere oggetto di critica anche aspra, in ragione dell’opinabilità degli argomenti che lo sostengono, questa non deve tuttavia trasmodare – come per contro avvenuto nel caso di specie – in un attacco alla stima di cui gode il soggetto criticato, che ha diritto alla tutela della propria reputazione e alla intangibilità della propria sfera di onorabilità, tanto più rilevante in ragione del ruolo svolto (Sez. 5, n. 5638 del 16/01/2015, Sarzanini, Rv. 263467; Sez. 5, n. 2066 del 11/11/2008 – dep. 2009, Fasolino, Rv. 242348).

  1. In secondo luogo la continenza va intesa anche in senso sostanziale, come stretto collegamento tra l’offesa e il fatto dal quale la critica ha tratto spunto, dovendo la prima – l’offesa – rimanere contenuta nell’ambito della tematica attinente al fatto alla base di essa (Sez. 5, n. 3047 del 13/12/2010 – dep. 2011, Belotti, Rv. 249708, pure citata nella sentenza impugnata).

 

4 domanda :diffamazione di un avvocato verso magistrato posizione cedu?

 

, che, in caso di diffamazione da parte di un avvocato ai danni di un magistrato, la Corte EDU ha fissato in diverse decisioni (v. Peruzzi c. Italia 30/06/2015 e le pronunce ivi richiamate) principi specifici applicabili alle professioni legali tenendo conto del peculiare status degli avvocati che li pone in una situazione centrale nell’amministrazione della giustizia, al buon funzionamento della quale essi devono contribuire e, in particolare, alla fiducia del pubblico nella stessa. Con la conseguenza che gli avvocati, secondo la Corte di Strasburgo, hanno – certo – il diritto di pronunciarsi pubblicamente sul funzionamento della giustizia, ma la loro critica, che deve avere una solida base fattuale e presentare un legame sufficientemente stretto con i fatti della causa (palese il richiamo alla continenza in senso sostanziale di cui sopra), non può oltrepassare alcuni limiti volti a tutelare il potere giudiziario da attacchi gratuiti e infondati, motivati dalla strategia di portare il dibattito giudiziario su un piano strettamente mediatico o di entrare in polemica con i magistrati che si occupano del caso.

 

5 DOMANDA IL GIORNALISTA E’ ESENTE DALLA DIFFAMAZIONE E QUANDO?

non è scriminata dall’esercizio del diritto di cronaca, in quanto al giornalista stesso incombe pur sempre il dovere di controllare veridicità delle circostanze e continenza delle espressioni riferite (Sez. U, n. 37140 del 30/05/2001 – dep. 16/10/2001, Galiero, Rv. 21965101). Sempre secondo tale orientamento, la predetta condotta è da ritenere penalmente lecita quando il fatto in sé dell’intervista, in relazione alla qualità dei soggetti coinvolti, alla materia in discussione e al più generale contesto in cui le dichiarazioni sono rese, presenti profili di interesse pubblico all’informazione tali da prevalere sulla posizione soggettiva del singolo e da giustificare l’esercizio del diritto di cronaca.

Sulla scia di tale arresto, sempre con riferimento ad un articolo avente la forma dell’intervista, è stato del pari ritenuto che l’esimente del diritto di cronaca può essere riconosciuta all’intervistatore non solo quando vi è l’interesse pubblico a rendere noto il pensiero dell’intervistato in relazione alla sua notorietà, ma anche quando sia il soggetto offeso dall’intervista a godere di ampia notorietà nel contesto ambientale in cui viene diffusa la notizia (Sez. 5, n. 28502 del 11/04/2013 – dep. 02/07/2013, Fregni e altri, Rv. 25693501).

6)DOMANDA : GIORNALISTA PUO’ COMMETTERE DIFFAMAZIONE?

sussiste la responsabilità penale del giornalista che non manifesti distacco dalle affermazioni dell’intervistato che risultino prive di verosimiglianza e tali da indurre discredito sulla persona offesa (Sez. 5, n. 42755 del 17/05/2016 – dep. 10/10/2016, Castaldo e altro, Rv. 26795701).

 

7) CON FACEBOOK POSSO REALIZZARE IL REATO DI DIFFAMAZIONE?

 

CERTAMENTE SI A siffatte conclusioni la Corte perviene richiamando, innanzitutto, la lezione di legittimità secondo cui i reati di ingiurie e diffamazione possono essere commessi a mezzo di internet, (cfr. a partire dalla fondamentale ed esaustiva Cass., Sez. 5, 17 novembre 2000, n. 4741 e poi 4 aprile 2008 n. 16262, 16 luglio 2010 n. 35511 e, da ultimo, 28 ottobre 2011 n. 44126) e che tale ipotesi integran l’ipotesi aggravata di cui al terzo comma della norma incriminatrice (cfr. altresì sul punto, Cass., Sez. 5, n. 44980 del 16/10/2012, Rv. 254044).

E’ pur vero che la fattispecie dedotta si appalesa sotto più profili diversa da quelle delibate dalla Corte con i citati arresti, giacchè diverso l’utilizzo di internet, di cui si è occupato il giudice di legittimità, da quello relativo ad una bacheca facebook, ma v’è tra esse, e non solo perché in entrambi i casi v’è l’applicazione di risorse informatiche, un decisivo fondamento comune.

Ed infatti, il reato tipizzato al terzo comma dell’art. 595 c.p.p. quale ipotesi aggravata del delitto di diffamazione trova il suo fondamento nella potenzialità, nella idoneità e nella capacità del mezzo utilizzato per la consumazione del reato a coinvolgere e raggiungere una pluralità di persone, ancorchè non individuate nello specifico ed apprezzabili soltanto in via potenziale, con ciò cagionando un maggiore e più diffuso danno alla persona offesa. D’altra parte lo strumento principe della fattispecie criminosa in esame è quello della stampa, al quale il codificatore ha giustapposto “qualsiasi altro mezzo di pubblicità”, giacchè anche in questo caso, per definizione, si determina una diffusione dell’offesa ed in tale tipologia, quella appunto del mezzo di pubblicità, ha fatto rientrare la lezione ermeneutica della corte, ad esempio, un pubblico comizio (Sez. 5, n. 9384 del 28/05/1998, Forzano, Rv. 211471) ovvero (Sez. 5, 6/4/11, n. 29221, rv. 250459) l’utilizzo, al fine di inviare un messaggio, della posta elettronica secondo le modalità del “farward” e cioè verso una pluralità di destinatari. Detti arresti risultano infatti argomentati con il rilievo che, sia un comizio che la posta elettronica, vanno considerati mezzi di pubblicità, giacchè idonei a provocare una ampia e indiscriminata diffusione della notizia
tra un numero indeterminato di persone.

 

Suprema Corte di Cassazione
sezione V penale
sentenza 9 giugno 2016, n. 24065
Ritenuto in fatto 
  1. Con decreto del 20 luglio 2015, il Giudice per le indagini preliminari di Verona, decidendo sull’opposizione proposta da G.C., M.B., L.M. e G.R., ha disposto l’archiviazione del procedimento penale a carico di O.T., indagato per il reato di diffamazione.
    2. Hanno proposto ricorso per cassazione i difensori (muniti di procura speciale) dei suddetti soggetti opponenti.
    I ricorrenti hanno denunziato violazione di legge, articolando le loro doglianze in due motivi.
    3. Nella requisitoria scritta il Procuratore Generale della Cassazione ha chiesto il rigetto del ricorso.
Considerato in diritto 
Il ricorso è infondato.
1. Così come emerge dagli atti, i ricorrenti hanno proposto querela in danno di O.T. nella loro qualità di soggetti “nati” e che vivono nella regione Veneto e si sono doluti del tenore dell’intervento del suddetto T. durante la trasmissione radiofonica “La Zanzara”, andata in onda su “Radio 24” in data 2 febbraio 2015.
Il T. aveva affermato che i veneti sono “un popolo di ubriaconi ed alcolizzati”, proseguendo con frasi del tenore seguente: “Poveretti, non è colpa loro se nascono in Veneto” – “I veneti sono un popolo di ubriaconi, alcolizzati atavici, i nonni, i padri, le madri” – “Poveretti i veneti, non è colpa loro se uno nasce in quel posto, è un destino. Basta sentire l’accento veneto: è da ubriachi, da alcolizzati, da ombretta, da vino”.
2. II Pubblico Ministero ha chiesto l’archiviazione, osservando che non vi sono sufficienti elementi per sostenere l’accusa in giudizio «posto che lo stereotipo del “veneti ubriaconi” utilizzato provocatoriamente dall’indagato, come la maggior parte dei luoghi comuni, non può ragionevolmente integrare il reato di diffamazione anche perché rivolto ad un numero indeterminato ed indeterminabile di persone e non può essere ravvisato nel caso in cui vengano pronunciate o scritte frasi offensive nei confronti di una o più persone appartenenti ad una categoria anche limitata (e quindi a fortiori nella fattispecie) se le persone cui le frasi si riferiscono non sono individuabili… Nessun pregio infine ha il riferimento alla c.d. Legge Mancino posto che tale fattispecie non può certo riferirsi ai fatti enunciati in querela. La manifestazione di pensiero utilizzata dal T. va quindi confinata nell’ignoranza tipica dei luoghi comuni e non merita di assurgere a rilevanza penale».
3. Il Giudice per le indagini preliminari, decidendo sulla richiesta sopra richiamata del Pubblico Ministero e sulla opposizione dei querelanti, ha ritenuto quest’ultima inammissibile “per non rivestire gli opponenti la qualifica di persone offese dal reato”. In sostanza, il Giudice, richiamando i principi giurisprudenziali in materia di tutela della reputazione degli “enti superindividuali”, ha ritenuto che gli opponenti non fossero legittimati alla opposizione perché non destinatari delle espressioni offensive.
Nel merito, poi, ha dichiarato condivisibili le argomentazioni contenute nella richiesta del Pubblico Ministero.
4. I ricorrenti hanno contestato la decisione sostenendo che, “in episodi come questo, la legittimazione spetta a chiunque si senta offeso da una simile condotta”; hanno quindi richiamato una sentenza di questa Corte e due di giudici di merito, che riguardano “comunità addirittura più vaste di quella degli appartenenti ad una Regione, ovvero popoli Rom, Sinti ecc. “.
Hanno altresì sostenuto di essere legittimati “a fare opposizione all’archiviazione, in quanto raggiunti da un’offesa, per la posizione che rivestono, quale l’essere abitanti, residenti e appartenenti alla Comunità, alla Regione e al Popolo Veneto”.
ABANCOSCERITTACon l’altro motivo i ricorrenti si dolgono della mancata qualificazione del fatto come delitto ex art. 3 lettera a) legge 13 ottobre 1975 n. 654.
5. Al fine di ritenere infondata la prima doglianza proposta dai ricorrenti basta richiamare la condivisibile giurisprudenza di questa Corte in materia.
Invero, è pacifico che, in tema di diffamazione, non solo una persona fisica ma anche una entità giuridica o di fatto, una fondazione, un’associazione o altro sodalizio, possa rivestire la qualifica di persona offesa dal reato, essendo concettualmente identificabile un onore o un decoro collettivo, quale bene morale di tutti gli associati o membri, considerati come unitaria entità, capace di percepire l’offesa. (Sez. 5, n. 12744 del 07/10/1998, Faraon ed altro, Rv. 213415). È difatti concettualmente ammissibile l’esistenza di un onore sociale, collettivo, quale bene morale di tutti i soci, associati, componenti, membri come un tutto unico, capace di percepire l’offesa.
Tuttavia è pure incontroverso che la legittimazione competa anche ai singoli componenti solo se le offese si riverberino direttamente su di essi, offendendo la loro personale dignità (Sez. 5, n. 2886 del 24/01/1992, Bozzoli, Rv. 189901).
Infatti, il reato di diffamazione è costituito dall’offesa alla reputazione di una persona determinata e non può essere, quindi, ravvisato nel caso in cui vengano pronunciate o scritte frasi offensive nei confronti di una o più persone appartenenti ad una categoria anche limitata se le persone cui le frasi si riferiscono non sono individuabili (Sez. 5, n. 51096 del 19/09/2014, Monaco, Rv. 261422).
L’interpretazione giurisprudenziale sul punto è rigorosa, richiedendo che l’individuazione del soggetto passivo del reato di diffamazione a mezzo stampa, in mancanza di indicazione specifica e nominativa ovvero di riferimenti inequivoci a fatti e circostanze di notoria conoscenza, attribuibili ad un determinato soggetto, deve essere deducibile, in termini di affidabile certezza, dalla stessa prospettazione oggettiva dell’offesa, quale si desume anche dal contesto in cui è inserita (Sez. 5, sentenza n. 2135 del 07/12/1999 Rv. 215476; massime precedenti conformi: n. 6507 del 1978 Rv. 139108; n. 8120 del 1992 Rv. 191312, n. 10307 del 1993 Rv. 195555, n. 18249 del 2008 Rv. 239831).
Come si è visto, nel caso di specie il T., nel definire i “veneti …ubriaconi alcolizzati”, ha fatto affermazioni del tutto generiche, indubbiamente caratterizzate da preconcetti e luoghi comuni (con riferimento alle asserite caratteristiche di abitanti in una determinata zona del territorio nazionale) ma prive di specifica connessione con l’operato e la figura di soggetti determinati o determinabili.
Quindi, si può conclusivamente affermare il seguente principio di diritto:
“Non integra il reato di diffamazione l’affermazione offensiva, caratterizzata da preconcetti e luoghi comuni, che non consenta l’individuazione specifica ovvero riferimenti inequivoci a circostanze e fatti di notoria conoscenza attribuibili ad un determinato individuo, giacché il soggetto passivo del reato deve essere individuabile, in termini di affidabile certezza, dalla stessa prospettazione oggettiva dell’offesa, quale si desume anche dal contesto in cui è inserita. Tale criterio non è surrogabile con intuizioni o con soggettive congetture che possano insorgere in chi, per sua scienza diretta, può essere consapevole, di fronte alla genericità di un’accusa denigratoria, di poter essere uno dei destinatari”.
6. Manifestamente infondata è poi la doglianza relativa alla erronea qualificazione giuridica del fatto, che secondo i ricorrenti sarebbe riconducibile alla fattispecie di cui all’art. 3, lettera a), legge n. 654/1975, in materia di repressione della discriminazione razziale.
Ai fini della configurabilità del delitto in esame, la finalità di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso è integrata solo quando la condotta posta in essere si manifesta come consapevole esteriorizzazione, immediatamente percepibile, di un sentimento connotato dalla volontà di escludere condizioni di parità per ragioni fondate sulla appartenenza della vittima ad una etnia, razza, nazionalità o religione.
Invero, la “propaganda di idee” di cui all’art. 3, comma primo, lett. a), prima parte, legge 13 ottobre 1975 n. 654 deve consistere nella divulgazione di opinioni finalizzata ad influenzare il comportamento o la psicologia di un vasto pubblico ed a raccogliere adesioni; l’”odio razziale o etnico”, poi, è integrato non da qualsiasi sentimento di generica antipatia, insofferenza o rifiuto riconducibile a motivazioni attinenti alla razza, alla nazionalità o alla religione, ma solo da un sentimento idoneo a determinare il concreto pericolo di comportamenti discriminatori. Peraltro, la “discriminazione per motivi razziali” è quella fondata sulla qualità personale del soggetto, non – invece – sui suoi comportamenti.
In ragione di ciò, è del tutto evidente che nel caso in esame non possa configurarsi la suddetta previsione incriminatrice, giacché le affermazioni del T. non sono riconducibili nel concetto di “odio razziale o etnico”, né comunque possono considerarsi potenzialmente discriminatori nei confronti di una determinata categoria di soggetti appartenenti ad una determinata razza, nazionalità o religione.
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P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti ciascuno al pagamento delle spese processualiACHIAMA PEN

 

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