Stalking l’importante sentenza CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE   SEZIONE QUINTA PENALE

AVVOCATO PENALISTA

AVVOCATO PENALISTA

 

Stalking l’importante sentenza CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

 

SEZIONE QUINTA PENALE

 

Sentenza 13 febbraio – 24 maggio 2017, n. 25940

 

 

 

 

Nel delitto previsto dall’art. 612 bis c.p., che ha natura abituale, l’evento deve essere il risultato della condotta persecutoria nel suo complesso e la reiterazione degli atti considerati tipici costituisce elemento unificante ed essenziale della fattispecie, facendo assumere a tali atti un’autonoma ed unitaria offensività, in quanto è proprio dalla loro reiterazione che deriva nella vittima un progressivo accumulo di disagio che infine degenera in uno stato di prostrazione psicologica in grado di manifestarsi in una delle forme descritte dalla norma incriminatrice (Sez. 5, n. 54920 del 08/06/2016, G, Rv. 269081); peraltro, ai fini della configurabilità del reato di atti persecutori è sufficiente la consumazione anche di uno solo degli eventi alternativamente previsti dall’art. 612 bis c.p. (Sez. 5, n. 43085 del 24/09/2015, A, Rv. 265231).

 

 

 

NESSO CAUSALE PROVA


Con riferimento alla prova del nesso causale tra le condotte persecutorie e gli eventi, la sentenza di assoluzione aveva richiamato correttamente i principi affermati dalla giurisprudenza di questa Corte: in tema di atti persecutori, la prova dell’evento del delitto in riferimento alla causazione nella persona offesa di un grave e perdurante stato di ansia o di paura deve essere ancorata ad elementi sintomatici di tale turbamento psicologico ricavabili dalle dichiarazioni della stessa vittima del reato, dai suoi comportamenti conseguenti alla condotta posta in essere dall’agente ed anche da quest’ultima, considerando tanto la sua astratta idoneità a causare l’evento, quanto il suo profilo concreto in riferimento alle effettive condizioni di luogo e di tempo in cui è stata consumata (Sez. 5, n. 14391 del 28/02/2012, S., Rv. 252314); in tema di atti persecutori, la prova del nesso causale tra la condotta minatoria o molesta e l’insorgenza degli eventi di danno alternativamente contemplati dall’art. 612 bis c.p. (perdurante e grave stato di ansia o di paura; fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto; alterazione delle abitudini di vita), non può limitarsi alla dimostrazione dell’esistenza dell’evento, nè collocarsi sul piano dell’astratta idoneità della condotta a cagionare l’evento, ma deve essere concreta e specifica, dovendosi tener conto della condotta posta in essere dalla vittima e dei mutamenti che sono derivati a quest’ultima nelle abitudini e negli stili di vita (Sez. 3, n. 46179 del 23/10/2013, Bernardi, Rv. 257632).

Tuttavia, come correttamente evidenziato dalla Corte territoriale, il richiamo ai principi in tema di prova del nesso causale si è rivelato, nella motivazione della sentenza di assoluzione, avulso dagli elementi probatori, che, viceversa, fondavano sia una valutazione di astratta idoneità ad ingenerare paura (per le minacce profferite, e per i controlli a distanza operati anche mediante abusivi accessi informatici), sia una valutazione di concreta incidenza sul mutamento delle abitudini di vita, essendo stato accertato che la vittima, proprio in conseguenza degli accessi abusivi, era stata costretta a cambiare utenze telefoniche, indirizzi mail, e profilo Facebook, oltre all’abitazione.

 

l’alterazione delle abitudini di vita (mediante cambiamento dell’abitazione, delle utenze telefoniche, della mail e del profilo Facebook)

In tal senso, viceversa, si è pronunciata, con apprezzamento di fatto immune da censure di illogicità o di contraddittorietà, la sentenza impugnata, che, senza trascurare immotivatamente gli elementi probatori emersi e pacificamente accertati, ha affermato che lo stato di perdurante ansia e paura (attestato dalla diagnosi di disturbo post-traumatico da stress e dal trasferimento presso la madre) e l’alterazione delle abitudini di vita (mediante cambiamento dell’abitazione, delle utenze telefoniche, della mail e del profilo Facebook) fossero invece stati determinati proprio dalle condotte persecutorie dell’imputato, consistite in minacce, molestie continue ed ossessive, intrusioni nell’account di posta elettronica e nel profilo Facebook.

Oltre a motivare espressamente al riguardo, elidendo qualsivoglia doglianza di omessa motivazione, la Corte territoriale ha infatti affermato la sussistenza del nesso causale tra le condotte persecutorie e gli eventi accertati proprio sulla base delle modalità concrete delle prime e dei peculiari effetti determinati.