D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 8- AVVOCATO PENALE TRIBUTARIO BOLOGNA,

aggiotaggioIl reato di cui al D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 8, si perfeziona, invero, al momento della emissione delle fatture e prescinde dalla effettiva utilizzazione della stessa da parte del soggetto a favore del quale è stata emessa e dall’effettivo conseguimento di un’evasione di imposta.

Secondo costante giurisprudenza di questa Corte l’emissione di fatture per operazioni inesistenti, già punita dal D.L. n. 429 del 1982,art. 4, lett. d), conv. in L. n. 516 del 1982, prevista dal D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 8, si configura, infatti, come un reato di pericolo astratto, atteso che mira a tutelare l’interesse dello Stato a non vedere ostacolata la propria funzione di accertamento fiscale, anticipando la soglia dell’intervento punitivo rispetto al momento della dichiarazione ed essendo svincolata dal conseguimento di una effettiva evasione, punendo comportamenti propedeutici connotati da potenzialità lesiva del citato interesse erariale (cfr.

ex multis Cass. pen. sez. 3 n. 26395 del 13.5.2004; Cass. sez. 3 n. 40172 del 26.9.2006.

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    avvocati penalisti provincia di bolognaCass. pen. Sez. III, Sent., (ud. 04-12-2014) 28-01-2015, n. 3918

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA PENALE

  • Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. FIALE Aldo – Presidente – Dott. AMORESANO Silvio – rel. Consigliere – Dott. SAVINO Mariapia Gaetan – Consigliere – Dott. GAZZARA Santi – Consigliere – Dott. MENGONI Enrico – Consigliere –
  • ha pronunciato la seguente sentenza sul ricorso proposto da: C.E. nato a (OMISSIS); avverso la sentenza del 15.5.2014 della Corte di Appello di Milano; visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso; udita la relazione svolta dal Consigliere Silvio Amoresano; udito il P.M.,in persona de Sost. Proc. Gen. Dott. SALZANO Francesco, che ha concluso, chiedendo il rigetto del ricorso.
  • Svolgimento del processo
  • 1. La Corte di Appello di Milano, con sentenza del 15.5.2014, confermava la sentenza del Tribunale di Milano, in composizione monocratica, emessa in data 30.10.2013, con la quale C. E. era stato condannato, riconosciuta la diminuente per la scelta del rito, alla pena di anni 1, mesi 1 e giorni 10 di reclusione per il reato di cui all’art. 81 c.p., D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 8, commi 1 e 2, ascritto (con esclusione della fattura n. 4 del 2006 in ordine alla quale veniva dichiarata l’estinzione del reato per prescrizione).
  • Premetteva la Corte territoriale che dagli accertamenti dell’Agenzia delle Entrate, tramite il sistema informatico dell’anagrafe tributaria, era emerso che la Electronic System, di cui il C. era rappresentante legale, aveva emesso negli anni 2006 e 2007 fatture per ingenti importi, nei confronti di B.A. M.S., relative ad operazioni inesistenti.
  • Dopo aver riportato la motivazione della sentenza di primo grado, riteneva la Corte territoriale destituito di fondamento l’appello dell’imputato.
  • Non meritevole di accoglimento era, innanzitutto, la richiesta di rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale (al fine di acquisire l’intera documentazione contabile delle società coinvolte nella presunta emissione delle false fatturazioni), perfezionandosi il reato di cui alD.Lgs. n. 74 del 2000, art. 8, con la emissione delle fatture (e non essendo quindi necessaria la dichiarazione fiscale).
  • La fattispecie, costruita come figura autonoma di reato, prescinde dalla successiva utilizzazione delle fatture da parte del terzo ed è quindi svincolata dal conseguimento da parte di questi di un’evasione di imposta.
  • Anche l’eccezione di inutilizzabilità delle dichiarazioni rese dai Bianchi era infondata, trattandosi di utilizzazione, in sede di giudizio abbreviato, del contenuto della comunicazione di notizia di reato in cui esse erano riportate.
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Il reato contestato, sulla base delle risultanze acquisite, doveva poi ritenersi sussistente, risultando la prova della emissione di fatture per operazioni inesistenti.

Non era, infine, certamente maturata la prescrizione, dovendosi ritenere, stante l’unitarietà del reato di cui all’art. 8, che il termine di decorrenza della prescrizione medesima coincidesse con la data ultima di emissione nell’anno solare.

La pena, peraltro corrispondente al minimo edittale, era congrua ed adeguata all’entità del fatto.

2. Ricorre per cassazione l’imputato, a mezzo del difensore, denunciando la violazione di legge ed il vizio di motivazione in relazione al mancato accoglimento della richiesta di integrazione probatoria, avanzata prima all’udienza preliminare e poi reiterata in sede di richiesta di rito abbreviato.

Era necessario acquisire l’intera documentazione contabile, in quanto la fattura come mero documento cartaceo non assume rilievo fiscale e non può quindi essere propedeutica a futuri comportamenti evasivi.

Una fattura può considerarsi emessa se sia stata consegnata al cliente e registrata; è necessaria quindi la contabilizzazione.

Con il secondo motivo denuncia la violazione di legge in relazione alla ritenuta sussistenza del reato contestato.

Per la configurabilità del reato è necessario che le fatture siano emesse con il fine di evadere il fisco e che siano state anche utilizzate. L’Agenzia delle Entrate non ha neppure accertato se le fatture siano state registrate; la notizia di reato è quindi fondata su congetture e supposizioni.

La fattispecie penale non si è perfezionata proprio perchè, come rilevato dallo stesso Ufficio, non è stata presentata la dichiarazione dei redditi.

Con il terzo motivo denuncia la violazione di legge in relazione all’omessa declaratoria di prescrizione per tutte le fatture emesse nell’anno 2006. Il momento consumativo del reato si ha con la consegna al destinatario, dopo l’annotazione nelle scritture contabili.

Al momento del primo atto interruttivo (avviso di fissazione dell’udienza preliminare notificato il 14.2.2013) la prescrizione era maturata per tutte le violazioni relative all’anno 2006, non potendosi ritenere idoneo atto interruttivo l’accertamento effettuato dall’agenzia delle Entrate; in ogni caso, anche al momento di tale accertamento del 23.2.2006, era maturata la prescrizione.

Motivi della decisione

1. Il ricorso è manifestamente infondato.

2. Quanto al primo motivo, va innanzitutto rilevato che non risulta che il ricorrente abbia fatto richiesta di rito abbreviato condizionato all’acquisizione della documentazione contabile; sicchè la richiesta di detta acquisizione risultava, evidentemente, formulata al fine di sollecitare i poteri del giudice ex art. 441 c.p.p., comma 5, (il ricorrente peraltro genericamente si limita ad affermare di aver formulata tale richiesta “in sede di udienza preliminare e reiterata in sede di richiesta di rito abbreviato”).

Questa Corte ha costantemente affermato che “nel processo celebrato con il rito abbreviato, l’imputato rinunzia definitivamente al diritto di assumere prove diverse da quelle già acquisite agli atti o richieste come condizione a cui subordinare il giudizio allo stato degli atti ai sensi dell’art. 438 c.p.p., comma 5. I poteri del giudice di assumere gli elementi necessari ai fini della decisione (art. 441 c.p.p., comma 5), di disporre in appello la rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale (art. 603 c.p.p., comma 3) sono poteri officiosi, che prescindono dall’iniziativa dell’imputato, non presuppongono una facoltà processuale di quest’ultimo e vanno esercitati solo quando emerga un’assoluta esigenza probatoria” (cfr.

Cass. pen. sez. 3 n. 12853 del 13.2.2003).

E’ stato ribadito anche successivamente, in relazione al giudizio di appello, che “a seguito della nuova formulazione dell’art. 438 c.p.p., deve ritenersi possibile la richiesta di rinnovazione in appello dell’istruttoria dibattimentale da parte dell’imputato che abbia subordinato la richiesta di accedere al rito abbreviato ad una specifica integrazione probatoria, mentre chi abbia richiesto il rito abbreviato alla stato degli atti può solo sollecitare il giudice di appello all’esercizio del potere di ufficio di cui all’art. 603 c.p.p., comma 3″ (cfr. Cass. pen. sez. 3 n. 15296 del 2.3.2004; conf.

Cass. pen. sez. 4 n. 15573 del 20.12.2005).

2.1. La Corte territoriale ha dato adeguatamente conto del mancato esercizio dei poteri officiosi, evidenziando che risultava assolutamente inutile l’acquisizione della documentazione contabile, emergendo già dalla notizia di reato dell’Agenzia delle Entrate (documento pienamente utilizzabile, stante la scelta del rito abbreviato) che le fatture di cui alla contestazione erano state emesse dalla Electonic System ed erano relative ad operazioni inesistenti. E tanto era sufficiente per ritenere configurabile il reato contestato.

Il reato di cui al D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 8, si perfeziona, invero, al momento della emissione delle fatture e prescinde dalla effettiva utilizzazione della stessa da parte del soggetto a favore del quale è stata emessa e dall’effettivo conseguimento di un’evasione di imposta.

Secondo costante giurisprudenza di questa Corte l’emissione di fatture per operazioni inesistenti, già punita dal D.L. n. 429 del 1982,art. 4, lett. d), conv. in L. n. 516 del 1982, prevista dal D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 8, si configura, infatti, come un reato di pericolo astratto, atteso che mira a tutelare l’interesse dello Stato a non vedere ostacolata la propria funzione di accertamento fiscale, anticipando la soglia dell’intervento punitivo rispetto al momento della dichiarazione ed essendo svincolata dal conseguimento di una effettiva evasione, punendo comportamenti propedeutici connotati da potenzialità lesiva del citato interesse erariale (cfr.

ex multis Cass. pen. sez. 3 n. 26395 del 13.5.2004; Cass. sez. 3 n. 40172 del 26.9.2006.

Sicchè non è certo necessaria, ai fini della configurabilità del reato, la dichiarazione fiscale richiesta e tanto meno il conseguimento dell’evasione fiscale (Cass. sez. 3 n. 33891 del 26.4.2006).

3. I Giudici di merito, poi, con accertamento in fatto, sorretto da adeguata motivazione, hanno ritenuto che le fatture emesse dalla Electronic System srl, indicate nella comunicazione dell’Agenzia delle entrate, erano state emesse benchè le operazioni relative fossero inesistenti.

Sul punto si era già soffermato ampiamente il Tribunale (cui rinvia la Corte di Appello) che aveva sottolineato come sussistesse sia l’elemento oggettivo che quello soggettivo del reato contestato.

Sotto il profilo dell’elemento psicologico, aveva evidenziato il Tribunale che “la natura totalmente fittizia delle operazioni indicate nelle fatture in contestazione, infatti, non trova altra ragionevole giustificazione se non nella volontà dell’imputato di emettere documenti fittizi da poter utilizzare nelle dichiarazioni tributarie, condotta tipicamente idonea a mettere in pericolo l’interesse fiscale, anche nel caso in cui il terzo destinatario dei documenti non li utilizzi concretamente nelle dichiarazioni fiscali”.

4. Quanto alla prescrizione, va ricordato che, a norma del D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 8, comma 2, ai fini dell’applicazione della disposizione prevista dal comma 1, l’emissione o il rilascio di più fatture o documenti per operazioni inesistenti nel corso del medesimo periodo di imposta si considera come un solo reato.

I dubbi interpretativi manifestatisi sotto l’imperio della precedente disciplina non hanno più ragion d’essere alla luce del chiaro disposto normativo, che considera “unitario” il reato anche in presenza della emissione, nel corso del medesimo periodo di imposta, di una pluralità di fatture per operazioni inesistenti.

Tale unitarietà del reato non può che ripercuotersi sul momento di consumazione e quindi sulla decorrenza della prescrizione.

Questa Corte ha infatti affermato che “ai fini della individuazione del momento di consumazione del delitto di emissione di fatture per operazioni inesistenti, previsto dal D.Lgs. 10 marzo 2000, n. 74, art. 8, non rileva il momento dell’accertamento, ma quello in cui è avvenuta l’emissione della singola fattura ovvero dell’ultima di esse, quando vi sia stata pluralità di emissioni nel corso del medesimo periodo di imposta” (cfr. Cass. sez. 3 n. 20787 del 18.4.2002).

Tale principio costituisce attuazione della chiara disposizione che, al D.Lgs. 10 marzo 2000, n. 74, art. 8, in deroga agli ordinari principi previsti dall’art. 81 cpv. c.p., in tema di continuazione, prevede un regime di favore per l’imputato mediante la riconduzione ad unità dei plurimi episodi di emissione di fatture per operazioni inesistenti commessi nell’arco del medesimo arco di imposta. A fronte di tale regime favorevole, che riconduce la pluralità ad unico reato e in tal modo esclude l’aumento di pena che sarebbe applicato in via ordinaria, corrisponde la conseguenza che il termine prescrizionale non decorre dalla data di commissione di ciascun episodio, bensì dall’ultimo di essi” (cfr. Cass. pen. sez. 3 n. 6264 del 14.1.2010).

4.1. Le violazioni relative all’anno 2006, stante il carattere “unitario” del reato in precedenza evidenziato, debbono ritenersi commesse alla data di emissione dell’ultima di esse (28.12.2006), per cui certamente non era maturata la prescrizione al momento dell’emissione della sentenza impugnata.

Il termine massimo di prescrizione di anni 7 e mesi 6 (tenuto conto anche della interruzione ex art. 160 c.p.), cui va aggiunto il periodo di sospensione di giorni 89 (rinvio delle udienze del 17.7.2013 e 25.9.2013 su richiesta del difensore), andava infatti a maturare il 25.9.2014.

Correttamente poi la Corte territoriale ha ritenuto che la prescrizione fosse stata interrotta dall’accertamento dell’Agenzia delle Entrate.

A norma del D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 17, infatti, “il corso della prescrizione per i delitti previsti dal presente decreto è interrotto, oltre che dagli atti indicati nell’art. 160 c.p., dal verbale di constatazione o dall’atto di accertamento delle relative violazioni”.

5. Il ricorso va quindi dichiarato inammissibile, con condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonchè, in mancanza di elementi atti ad escludere la colpa nella determinazione della causa di inammissibilità, al versamento in favore della cassa delle ammende di sanzione pecuniaria che pare congruo determinare in euro 1.000,00, ai sensi dell’art. 616 c.p.p..

E’ appena il caso di aggiungere che l’inammissibilità del ricorso preclude la possibilità di dichiarare la prescrizione (per le violazioni commesse nel 2006), maturata dopo l’emissione della sentenza impugnata.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali ed al versamento della somma di euro 1.000,00 in favore della cassa delle ammende.

Così deciso in Roma, il 4 dicembre 2014.

Depositato in Cancelleria il 28 gennaio 2015

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