GUIDA STATO EBREZZA E INCIDENTE CAUSALITA’

GUIDA STATO EBREZZA E INCIDENTE CAUSALITA’CAMIONISTI AUTOBUS, AUTO

GUIDA STATO EBREZZA E INCIDENTE CAUSALITA’CAMIONISTI AUTOBUS, AUTO

CAMIONISTI AUTOBUS, AUTO

avvocato penale Bologna, avvocato penalista bravo Bologna

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AVVOCATO ESPERTO INCIDENTI GUIDA STATO EBREZZA INCIDENTI MORTALI

Va premesso che in ordine alla configurabilità dell’aggravante prevista dall’art. 186 C.d.S., comma 2 bis, si è assistito presso questa Corte ad un contrasto interpretativo. Secondo alcune sentenze, infatti, per affermarne la sussistenza ‘è necessario che l’agente abbia provocato un incidente e che, quindi, sia accertato il coefficiente causale della sua condotta rispetto al sinistro, non essendo sufficiente il mero suo coinvolgimento nello stesso. (Sez. 4, n. 33760 del 17/05/2017 – dep. 11/07/2017, Magnoni, Rv. 27061201 Sez. 4, n. 37743 del 28/05/2013 – dep. 13/09/2013, Callegaro, Rv. 25620901), mentre, per altre, non è richiesto l’accertamento del nesso eziologico tra l’incidente e la condotta dell’agente, ma il solo collegamento materiale tra il verificarsi del sinistro e lo stato di alterazione dell’agente, alla cui condizione di impoverita capacità di approntare manovre idonee a scongiurare l’incidente sia direttamente ricollegabile la situazione di pericolo. (Fattispecie in cui il conducente di un’auto in stato di ebbrezza alcoolica aveva tamponato violentemente un veicolo antagonista che si era arrestato sulla corsia di sorpasso dell’autostrada). (Sez. 4, n. 54991 del 24/10/2017 – dep. 07/12/2017, Fabris, Rv. 27155701; Sez. 4, n. 36777 del 02/07/2015 – dep. 10/09/2015, Scudiero, Rv. 26441901).

FORLI CESENA  OBBLIGHI IN CASO INCIDENTE

FORLI CESENA  OBBLIGHI IN CASO INCIDENTE

Nel definire la nozione normativa di incidente stradale si è fatto riferimento, in primo luogo, al significato letterale del termine, secondo cui è tale qualsiasi avvenimento inatteso che interrompe il normale svolgimento della circolazione stradale e che proprio per tale ragione è portatore di pericolo per la collettività, sottolineando che una simile definizione coincide proprio con quella che si evince dalle norme del Codice della Strada, come risulta dagli obblighi di segnalazione che il regolamento prevede (art. 356) per il caso di incidente che provochi ingombro della carreggiata, al di là di ogni danno a cose o persone. Ma ‘anche al fatto che allorché il legislatore ha ritenuto di diversificare i comportamenti e le conseguenze collegati a un incidente, ciò ha fatto espressamente, come ad esempio nell’art. 189 C.d.S. che stabilisce comportamenti e sanzioni diverse a secondo delle conseguenze che derivano dall’incidente stesso’ (Sez. 4, n. 47276 del 06/11/2012 – dep. 06/12/2012, Marziano).

Per ricondurre l’evento alla condotta va, tuttavia, ulteriormente verificata la sussistenza del nesso di strumentalità-occasionalità tra lo stato di ebbrezza e l’incidente, non potendo certamente giustificarsi l’inflizione di un deteriore trattamento sanzionatorio a carico del guidatore che, pur procedendo illecitamente in stato di ebbrezza, sia stato coinvolto in un incidente stradale di per sé oggettivamente imprevedibile e inevitabile e in ogni caso privo di alcuna connessione con lo stato di alterazione alcolica del soggetto.

Provocare un incidente significa, infatti, secondo il disposto normativo di cui al comma 2 bis cit. che esso è dipeso – provocato appunto- da una condotta posta in essere in violazione delle regole cautelari generali di prudenza, diligenza e perizia, o di quelle speciali sulla circolazione stradale, tutte comunque rivolte a prevenire il verificarsi di incidenti stradali. Ed invero, posto che la norma di cui all’art. 186 C.d.S., comma 2 bis non richiede l’accertamento del nesso eziologico tra l’incidente e la condotta dell’agente, ma evoca unicamente il collegamento materiale tra il suo verificarsi e lo stato di alterazione dell’agente deve ritenersi che la ratio della previsione vada ricercata nella volontà di punire più gravemente la condotta quando l’alterata capacità di reazione impedisca al conducente di evitare l’incidente, proprio in ragione dell’ebbrezza.

  1. Cosi ricostruita la nozione, può darsi risposta al quesito proposto. Al di là della contestazione sull’efficacia causale del comportamento tenuto dall’imputato, da questi negata, vi è che il medesimo è certamente rimasto coinvolto in un sinistro stradale con altra auto, che ha provocato danni materiali. In ordine al rapporto occasionalità-strumentalità fra l’accertato stato di ebbrezza alcolica (neppure questo contestato), e lo scontro, definito una strisciata, intervenuto al centro della carreggiata, fra due veicoli che non tenevano la destra (la circostanza è riportata in sentenza e ribadita in questa sede dal medesimo imputato), nulla dice il ricorrente. Il collegamento ebbrezza-sinistro, nondimeno, è chiaramente posto dalla sentenza a fondamento della decisione, che nella motivazione non si sofferma sulla responsabilità del conducente, nel senso civilistico preso a parametro dal ricorrente, ma addebita all’imputato di avere provocato l’incidente nel senso appena richiamato. La sentenza si sofferma, invero, sulla violazione del C.d.S. posta in essere da G. , consistita nel non avere tenuto la destra, in contrasto con la previsione dell’art. 143 C.d.S.. Da ciò ricava il contributo causale nel prodursi dell’evento della condotta dell’imputato che, proprio per effetto dell’alterazione presupposta, avendo violato le norme di prudenza, sia generali che codificate, non ha avuto la capacità di approntare manovre di emergenza che avrebbero evitato il sinistro, in questo modo provocandolo ai sensi dell’art. 186 C.d.S., comma 2 bis.

    risarcimento incidenti stradali

  2. A fronte di quanto osservato, manifestamente infondate si palesano le argomentazioni introdotte relativamente al travisamento del fatto, consistito nell’avere ritenuto provato il risarcimento del danno da parte dell’assicurazione dell’imputato, in favore dell’altro conducente, sul quale si sostiene che la Corte territoriale avrebbe fondato la decisione.

Al di là di ogni considerazione sulla deducibilità del vizio di motivazione in ordine all’accertamento del fatto, su cui non vale neppure a pena di soffermarsi, va rilevato come siffatta contestata circostanza sia richiamata dalla sentenza impugnata meramente ad colorandum, senza che la sua sottrazione all’impianto della motivazione ne modifichi la tenuta logica e la coerenza.

GUIDA STATO EBREZZA E INCIDENTE CAUSALITA’CAMIONISTI AUTOBUS, AUTO

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  1. Il secondo, il terzo ed il quarto motivo affrontano la questione della conversione della pena nella sanzione sostitutiva dei lavori di pubblica utilità, lamentando, in primo luogo, l’errata interpretazione della disposizione sul divieto di applicazione della sanzione sostitutiva nelle ipotesi in cui il giudizio di bilanciamento di cui all’art. 69 c.p. abbia condotto all’elisione del valore sanzionatorio dell’aggravante di cui all’art. 186 c.p., comma 2 bis c.p., o per la sua sub valenza o equivalenza rispetto alle attenuanti considerate.

  2. Ora, la sentenza che il ricorrente menziona a sostegno del ritenuto contrasto fra gli orientamenti giurisprudenziali di legittimità e di merito, per la verità, inerisce ad un aspetto ininfluente sull’ammissibilità della conversione della pena in lavori di pubblica utilità. Si tratta, infatti, di una pronuncia che si riguarda la diversa questione delle modalità di calcolo della pena per il caso del concorso dell’aggravante ad effetto speciale di cui all’art. 186 C.d.S., comma 2 bis con le circostanze attenuanti generiche, in relazione al giudizio di bilanciamento previsto dall’art. 69 c.p. (Sez. 4, n. 7460 del 13/11/2012 – dep. 14/02/2013, P.G. in proc. Florio, Rv. 25447501).

  3. La differenza delle questioni è stata già è stata già oggetto di precisazione da parte di questa Sezione che ha chiarito come ai fini dell’operatività del divieto di sostituzione della pena detentiva e pecuniaria con il lavoro di pubblica utilità previsto dall’art. 186 C.d.S., comma 9 – bis, sia sufficiente che ricorra la circostanza aggravante di aver provocato un incidente stradale essendo, invece, irrilevante che, all’esito del giudizio di comparazione con circostanza attenuante, essa non influisca sul trattamento sanzionatorio (Sez. 4, Sentenza n. 48534 del 24/10/2013, Bondioli, Rv. 257289). Premessa di questa interpretazione è che il giudizio di bilanciamento delle circostanze di per sé non influisce su istituti che non si ricollegano al quantum della pena inflitta, sicché le circostanze soccombenti o equivalenti continuano a produrre gli effetti previsti dalla legge, dal momento che anche il giudizio di soccombenza non fa venire meno la sussistenza in concreto della circostanza subvalente ma semplicemente la paralizza e la rende non applicata quoad poenam (Sez. 4, n. 13853 del 04/02/2015 – dep. 01/04/2015, P.M. in proc. Selmi, Rv. 26301201

CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. IV PENALE – SENTENZA 19 aprile 2019, n.17183 – Pres. Di Salvo – est. Nardin

Ritenuto in fatto

  1. Con sentenza del 7 dicembre 2017, la Corte d’Appello di Brescia ha confermato la sentenza del Tribunale di Bergamo con cui G.A. è stato ritenuto colpevole del reato di cui all’art. 186 C.d.S., comma 2, lett. c), comma 2 bis, perché essendosi posto alla guida di un’autovettura in stato di ebbrezza alcolica – con tasso alcolemico accertato mediante etilometro, pari a gr/l. 1,54 alla prima misurazione ed a gr/l. 1,61 alla seconda prova- aveva provocato un sinistro stradale.

  2. Avverso la sentenza propone ricorso l’imputato a mezzo del suo difensore, formulando quattro distinti motivi.

  3. Con il primo, fa valere la violazione di legge ed il vizio di motivazione in merito alla sussistenza dell’aggravante di cui all’art. 186 C.d.S., comma 2 bis, per avere la sentenza ritenuto che l’imputato avesse provocato un incidente stradale, laddove al medesimo non era possibile ascrivere alcun contributo nella causazione del sinistro. Rileva che la Corte, laddove afferma che lo stesso G. avrebbe riconosciuto di essersi portato al centro della carreggiata, anziché tenersi in prossimità del margine destro, così ammettendo di avere concorso al prodursi dell’incidente, argomenta apoditticamente, facendo riferimento ad una sola frase pronunciata dall’imputato, del tutto avulsa dalla complessiva versione dei fatti resa nel processo. Ed invero, l’interessato aveva riferito di essersi trovato, così come l’altro conducente, al limite della linea centrale della strada, ma di non aver invaso niente, e che la strisciata era avvenuta ad una velocità molto limitata -tanto che l’air bag non si era aperto- e che si poteva benissimo andare d’accordo. Nessuna ammissione, dunque, era ricavabile dalle parole dell’imputato, nè poteva dirsi, come invece ritenuto dal giudice del gravame, che il riconoscimento della colpa nel prodursi dell’evento fosse ascrivibile all’intervento dell’assicurazione di G. che aveva risarcito il danno all’altro automobilista, posto che neppure questa circostanza era stata positivamente accertata, avendo l’imputato genericamente riferito di essere assicurato ASA e di ritenere che l’assicurazione avesse fatto quello che doveva fare. Sostiene che l’omesso approfondimento della vicenda assicurativa, che la Corte territoriale ha invece posto a fondamento della sentenza, reputando provato il risarcimento, costituisce travisamento del fatto per utilizzazione di una prova inesistente. Conclude affermando l’insussistenza dell’aggravante di cui all’art. 186 C.d.S., comma 2 bis, essendo il G. meramente coinvolto nel sinistro, non avendo provocato il medesimo.

  4. Con il secondo motivo si duole del vizio di motivazione per avere la sentenza respinto l’istanza di conversione della pena inflitta con quella dei lavori di pubblica utilità, a seguito del giudizio di prevalenza o equivalenza delle attenuanti generiche sull’aggravante di cui all’art. 186 C.d.S., comma 2 bis. Critica la laconicità della sentenza che afferma l’effetto preclusivo, negando il profilo di incostituzionalità della norma, laddove letta come oggettivamente impediente l’applicazione della sanzione sostitutiva, posto che il giudizio di bilanciamento impone di applicare la pena che sarebbe inflitta se non ricorresse alcuna delle circostanze in comparazione. Rileva che elementi interpretativi in questo senso sono ricavabili dalla sentenza della Corte costituzionale n. 247 del 24 ottobre 2013.

  5. Con il terzo motivo, sollecita la rimessione alle Sezioni Unite della questione relativa enunciata con il precedente motivo, richiamando le sentenze di segno opposto che determinano il contrasto giurisprudenziale.

  6. Con l’ultimo motivo affronta la legittimità costituzionale dell’art. 186 comma 2 bis, nella parte in cui, prevalendo l’interpretazione contestata, sia ritenuta l’inammissibilità della conversione della pena con i lavori di pubblica utilità per le ipotesi nelle quali la circostanza aggravante ivi prevista sia ritenuta prevalente o sub valente alle circostanze attenuanti riconosciute, per contrasto con l’art. 3 Cost., comma 1 e art. 27 Cost., comma 3, e chiede che la questione sia rimessa alla Corte delle leggi, in quanto rilevante e non manifestamente infondata.

Considerato in diritto

  1. Il ricorso è inammissibile

  2. Il primo motivo è manifestamente infondato.

  3. Va premesso che in ordine alla configurabilità dell’aggravante prevista dall’art. 186 C.d.S., comma 2 bis, si è assistito presso questa Corte ad un contrasto interpretativo. Secondo alcune sentenze, infatti, per affermarne la sussistenza ‘è necessario che l’agente abbia provocato un incidente e che, quindi, sia accertato il coefficiente causale della sua condotta rispetto al sinistro, non essendo sufficiente il mero suo coinvolgimento nello stesso. (Sez. 4, n. 33760 del 17/05/2017 – dep. 11/07/2017, Magnoni, Rv. 27061201 Sez. 4, n. 37743 del 28/05/2013 – dep. 13/09/2013, Callegaro, Rv. 25620901), mentre, per altre, non è richiesto l’accertamento del nesso eziologico tra l’incidente e la condotta dell’agente, ma il solo collegamento materiale tra il verificarsi del sinistro e lo stato di alterazione dell’agente, alla cui condizione di impoverita capacità di approntare manovre idonee a scongiurare l’incidente sia direttamente ricollegabile la situazione di pericolo. (Fattispecie in cui il conducente di un’auto in stato di ebbrezza alcoolica aveva tamponato violentemente un veicolo antagonista che si era arrestato sulla corsia di sorpasso dell’autostrada). (Sez. 4, n. 54991 del 24/10/2017 – dep. 07/12/2017, Fabris, Rv. 27155701; Sez. 4, n. 36777 del 02/07/2015 – dep. 10/09/2015, Scudiero, Rv. 26441901).

Nel definire la nozione normativa di incidente stradale si è fatto riferimento, in primo luogo, al significato letterale del termine, secondo cui è tale qualsiasi avvenimento inatteso che interrompe il normale svolgimento della circolazione stradale e che proprio per tale ragione è portatore di pericolo per la collettività, sottolineando che una simile definizione coincide proprio con quella che si evince dalle norme del Codice della Strada, come risulta dagli obblighi di segnalazione che il regolamento prevede (art. 356) per il caso di incidente che provochi ingombro della carreggiata, al di là di ogni danno a cose o persone. Ma ‘anche al fatto che allorché il legislatore ha ritenuto di diversificare i comportamenti e le conseguenze collegati a un incidente, ciò ha fatto espressamente, come ad esempio nell’art. 189 C.d.S. che stabilisce comportamenti e sanzioni diverse a secondo delle conseguenze che derivano dall’incidente stesso’ (Sez. 4, n. 47276 del 06/11/2012 – dep. 06/12/2012, Marziano).

Per ricondurre l’evento alla condotta va, tuttavia, ulteriormente verificata la sussistenza del nesso di strumentalità-occasionalità tra lo stato di ebbrezza e l’incidente, non potendo certamente giustificarsi l’inflizione di un deteriore trattamento sanzionatorio a carico del guidatore che, pur procedendo illecitamente in stato di ebbrezza, sia stato coinvolto in un incidente stradale di per sé oggettivamente imprevedibile e inevitabile e in ogni caso privo di alcuna connessione con lo stato di alterazione alcolica del soggetto.

Provocare un incidente significa, infatti, secondo il disposto normativo di cui al comma 2 bis cit. che esso è dipeso – provocato appunto- da una condotta posta in essere in violazione delle regole cautelari generali di prudenza, diligenza e perizia, o di quelle speciali sulla circolazione stradale, tutte comunque rivolte a prevenire il verificarsi di incidenti stradali. Ed invero, posto che la norma di cui all’art. 186 C.d.S., comma 2 bis non richiede l’accertamento del nesso eziologico tra l’incidente e la condotta dell’agente, ma evoca unicamente il collegamento materiale tra il suo verificarsi e lo stato di alterazione dell’agente deve ritenersi che la ratio della previsione vada ricercata nella volontà di punire più gravemente la condotta quando l’alterata capacità di reazione impedisca al conducente di evitare l’incidente, proprio in ragione dell’ebbrezza.

  1. Cosi ricostruita la nozione, può darsi risposta al quesito proposto. Al di là della contestazione sull’efficacia causale del comportamento tenuto dall’imputato, da questi negata, vi è che il medesimo è certamente rimasto coinvolto in un sinistro stradale con altra auto, che ha provocato danni materiali. In ordine al rapporto occasionalità-strumentalità fra l’accertato stato di ebbrezza alcolica (neppure questo contestato), e lo scontro, definito una strisciata, intervenuto al centro della carreggiata, fra due veicoli che non tenevano la destra (la circostanza è riportata in sentenza e ribadita in questa sede dal medesimo imputato), nulla dice il ricorrente. Il collegamento ebbrezza-sinistro, nondimeno, è chiaramente posto dalla sentenza a fondamento della decisione, che nella motivazione non si sofferma sulla responsabilità del conducente, nel senso civilistico preso a parametro dal ricorrente, ma addebita all’imputato di avere provocato l’incidente nel senso appena richiamato. La sentenza si sofferma, invero, sulla violazione del C.d.S. posta in essere da G. , consistita nel non avere tenuto la destra, in contrasto con la previsione dell’art. 143 C.d.S.. Da ciò ricava il contributo causale nel prodursi dell’evento della condotta dell’imputato che, proprio per effetto dell’alterazione presupposta, avendo violato le norme di prudenza, sia generali che codificate, non ha avuto la capacità di approntare manovre di emergenza che avrebbero evitato il sinistro, in questo modo provocandolo ai sensi dell’art. 186 C.d.S., comma 2 bis.

  2. A fronte di quanto osservato, manifestamente infondate si palesano le argomentazioni introdotte relativamente al travisamento del fatto, consistito nell’avere ritenuto provato il risarcimento del danno da parte dell’assicurazione dell’imputato, in favore dell’altro conducente, sul quale si sostiene che la Corte territoriale avrebbe fondato la decisione.

Al di là di ogni considerazione sulla deducibilità del vizio di motivazione in ordine all’accertamento del fatto, su cui non vale neppure a pena di soffermarsi, va rilevato come siffatta contestata circostanza sia richiamata dalla sentenza impugnata meramente ad colorandum, senza che la sua sottrazione all’impianto della motivazione ne modifichi la tenuta logica e la coerenza.

  1. Il secondo, il terzo ed il quarto motivo affrontano la questione della conversione della pena nella sanzione sostitutiva dei lavori di pubblica utilità, lamentando, in primo luogo, l’errata interpretazione della disposizione sul divieto di applicazione della sanzione sostitutiva nelle ipotesi in cui il giudizio di bilanciamento di cui all’art. 69 c.p. abbia condotto all’elisione del valore sanzionatorio dell’aggravante di cui all’art. 186 c.p., comma 2 bis c.p., o per la sua sub valenza o equivalenza rispetto alle attenuanti considerate.

  2. Ora, la sentenza che il ricorrente menziona a sostegno del ritenuto contrasto fra gli orientamenti giurisprudenziali di legittimità e di merito, per la verità, inerisce ad un aspetto ininfluente sull’ammissibilità della conversione della pena in lavori di pubblica utilità. Si tratta, infatti, di una pronuncia che si riguarda la diversa questione delle modalità di calcolo della pena per il caso del concorso dell’aggravante ad effetto speciale di cui all’art. 186 C.d.S., comma 2 bis con le circostanze attenuanti generiche, in relazione al giudizio di bilanciamento previsto dall’art. 69 c.p. (Sez. 4, n. 7460 del 13/11/2012 – dep. 14/02/2013, P.G. in proc. Florio, Rv. 25447501).

  3. La differenza delle questioni è stata già è stata già oggetto di precisazione da parte di questa Sezione che ha chiarito come ai fini dell’operatività del divieto di sostituzione della pena detentiva e pecuniaria con il lavoro di pubblica utilità previsto dall’art. 186 C.d.S., comma 9 – bis, sia sufficiente che ricorra la circostanza aggravante di aver provocato un incidente stradale essendo, invece, irrilevante che, all’esito del giudizio di comparazione con circostanza attenuante, essa non influisca sul trattamento sanzionatorio (Sez. 4, Sentenza n. 48534 del 24/10/2013, Bondioli, Rv. 257289). Premessa di questa interpretazione è che il giudizio di bilanciamento delle circostanze di per sé non influisce su istituti che non si ricollegano al quantum della pena inflitta, sicché le circostanze soccombenti o equivalenti continuano a produrre gli effetti previsti dalla legge, dal momento che anche il giudizio di soccombenza non fa venire meno la sussistenza in concreto della circostanza subvalente ma semplicemente la paralizza e la rende non applicata quoad poenam (Sez. 4, n. 13853 del 04/02/2015 – dep. 01/04/2015, P.M. in proc. Selmi, Rv. 26301201).

  4. Quanto appena osservato, nondimeno, assorbe le altre argomentazioni poste a supporto della pretesa di valutazione della legittimità costituzionale della norma in discussione, non potendosi ravvisare alcuna difformità di trattamento riferibile alla scelta legislativa di configurare la circostanza de qua come preclusiva dell’ammissione alla sanzione sostitutiva, sulla base del vaglio di una maggior gravità derivante dalla pericolosità della condotta, tale da escludere che la pena possa validamente essere sostituita con il lavoro di pubblica utilità, contenendo siffatta ultima misura elementi di premialità, rientranti nella discrezionalità del legislatore che ne individua lo scrimine.

  5. All’inammissibilità del ricorso consegue la condanna al pagamento delle spese processuali ed al versamento della somma di Euro duemila in favore della Cassa delle Ammende.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro duemila in favore della Cassa delle Ammende.

L’art. 186, comma 2, cod. strad.,tenuita’ del fatto confisca

In tema di guida in stato di ebbrezza, in caso di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto, il giudice non può disporre la sanzione amministrativa accessoria della confisca del veicolo, essendo quest’ultima prevista dall’art. 186, co. 2, lett. c) C.d.s. solo in presenza di una pronuncia di condanna o di applicazione della pena su richiesta delle parti

L’art. 186, comma 2, cod. strad., delinea l’appartenenza di tale contravvenzione nella categoria dei reati di pericolo presunto, in cui la pericolosità della condotta è tratteggiata nel senso che il legislatore individua i comportamenti contrassegnati dall’attitudine ad aggredire il bene giuridico tutelato, da individuare nella vita e nell’integrità personale.

Una volta accertata la situazione di pericolosità e l’offesa sottesa, rimane sempre uno spazio per apprezzare, in concreto, alla stregua della manifestazione del reato e al solo fine della verifica della gravità dell’illecito, quale sia lo sfondo fattuale nel quale la condotta si inserisce e, di conseguenza, il concreto possibile impatto pregiudizievole (Cass. pen., Sez. IV, 1 febbraio 2018, n. 12233). richiesta delle parti.

La giurisprudenza di legittimità ha avuto modo di occuparsi della relazione tra confisca e 131 bis c.p., in tema di armi. Ha affermato che la misura di sicurezza patrimoniale della confisca è imposta per tutti i reati concernenti le armi ed è obbligatoria anche in caso di proscioglimento dell’imputato per particolare tenuità del fatto ai sensi dell’art. 131 bis c.p., restando esclusa soltanto nell’ipotesi di assoluzione nel merito per insussistenza del fatto (Sez. 1, n. 54086 del 15/11/2017 – dep. 30/11/2017, P.M. in proc. Loukili, Rv. 272085). Tale principio fonda, del tutto correttamente, sulla previsione della L. n. 152 del 1975, art. 6, secondo il quale “Il disposto del primo capoverso dell’art. 240, si applica a tutti i reati concernenti le armi, ogni altro oggetto atto ad offendere, nonchè le munizioni e gli esplosivi”. Poichè l’art. 240 c.p., comma 2, dispone (anche) che è sempre disposta la confisca delle cose, la fabbricazione, l’uso, il porto, la detenzione o l’alienazione delle quali costituisce reato, anche se non è stata pronunciata condanna, ben si coglie che la ammissibilità della confisca delle armi trova una specifica base legale.

Ai fini dell’apprezzamento circa l’applicabilità dell’art. 131-bis c.p., occorre accertare che il fatto illecito non abbia generato un contesto concretamente e significativamente pericoloso con riguardo ai beni indicati.

CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE QUARTA PENALE Sentenza 19 febbraio 2019, n. 7526

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. FUMU Giacomo – Presidente –
Dott. FERRANTI Donatella – Consigliere – Dott. DOVERE Salvatore – rel. Consigliere – Dott. TORNESI Daniela Rita – Consigliere – Dott. SERRAO Eugenia – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sul ricorso proposto da:

SENTENZA

PROCURATORE GENERALE PRESSO CORTE D’APPELLO DI BRESCIA;

nel procedimento a carico di:

G.G., nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 10/04/2018 della CORTE APPELLO di BRESCIA;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere SALVATORE DOVERE;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Dott. DE MASELLIS Mariella, che ha concluso chiedendo l’inammissibilità del ricorso;

Il difensore presente avvocato BARBIERI ANDREA in difesa di G.G. si associa alle conclusioni del Procuratore Generale;

chiede il rigetto del ricorso.

Svolgimento del processo

  1. Il Tribunale di Brescia condannava G.G. alla pena ritenuta equa per il reato di guida in stato di ebbrezza alcolica (art. 186 C.d.S., comma 2, lett. c)). La sentenza è stata riformata dalla Corte di Appello di Brescia, la quale ha ritenuto che l’imputato fosse non punibile per la particolare tenuità del fatto, ai sensi dell’art. 131 bis c.p., ed

ha disposto la restituzione al G. del velocipede utilizzato per commettere il reato.

  1. Avverso tale decisione il Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte di Appello di Brescia propone ricorso per cassazione.

Con il ricorso deduce l’inosservanza ed erronea applicazione dell’art. 186 C.d.S., in quanto il Giudice avrebbe dovuto disporre la sanzione amministrativa accessoria della confisca del velocipede condotto dall’imputato al momento del fatto, siccome in proprietà del medesimo, chiedendo l’annullamento della sentenza in parte qua con i conseguenti provvedimenti.

Motivi della decisione 3. Il ricorso è infondato e va pertanto rigettato.

3.1. Nel caso di sentenza di condanna o di applicazione della pena per il reato di cui all’art. 186 C.d.S., comma 2, lett. c), il giudice ha l’obbligo di disporre la confisca del veicolo condotto dal trasgressore (quale “sanzione amministrativa accessoria”, giusta il testo dell’art. 224 ter C.d.S., che ha così qualificato una misura che in precedenza era da considerare una “sanzione penale accessoria”, in forza di quanto statuito dalla Corte costituzionale e dalle Sezioni unite della cassazione, rispettivamente nelle sentenze 4 giugno 2010 n. 196 e 25 febbraio 2010, Proc. Rep. Trib. Pordenone in proc. Caligo).

Per l’effetto, in tali casi, il giudice deve disporre la confisca e la sentenza, a cura del cancelliere, viene trasmessa in copia al prefetto competente (art. 224 ter C.d.S., comma 2), salvo che il veicolo appartenga a persona estranea al reato; senza che rilevi che il veicolo oggetto dalla confisca non sia stato sottoposto a sequestro preventivo.

La disposizione non contempla la confisca nei casi in cui l’imputato riporti una pronuncia diversa da quelle appena menzionate.

Si pone quindi il tema della confiscabilità del veicolo nel caso in cui l’imputato venga ritenuto non punibile per la particolare tenuità del fatto.

L’osservanza del principio di legalità impone di ritenere che la confisca non sia ammessa.

Questa Corte ha già statuito che, in tema di guida in stato di ebbrezza, in caso di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto, sussiste il dovere per il giudice di disporre la sospensione della patente di guida atteso che l’applicazione della causa di non punibilità presuppone l’accertamento del fatto cui consegue, ai sensi dell’art. 186 C.d.S., l’applicazione della sanzione amministrativa accessoria (Sez. 4, n. 44132 del 09/09/2015 – dep. 02/11/2015, Longoni, Rv. 264830). Appare rilevante in questa sede la diversità dei presupposti: a mente dell’art. 186, comma 2, lett. b) e c), “all’accertamento della violazione consegue in ogni caso…” la sanzione amministrativa della sospensione della patente di guida. E’ quindi necessario, ma anche sufficiente, l’accertamento del fatto. Diversamente, per la confisca l’art. 186, comma 2, lett. c), richiede una pronuncia di condanna o l’applicazione della pena su

richiesta delle parti.

La giurisprudenza di legittimità ha avuto modo di occuparsi della relazione tra confisca e 131 bis c.p., in tema di armi. Ha affermato che la misura di sicurezza patrimoniale della confisca è imposta per tutti i reati concernenti le armi ed è obbligatoria anche in caso di proscioglimento dell’imputato per particolare tenuità del fatto ai sensi dell’art. 131 bis c.p., restando esclusa soltanto nell’ipotesi di assoluzione nel merito per insussistenza del fatto (Sez. 1, n. 54086 del 15/11/2017 – dep. 30/11/2017, P.M. in proc. Loukili, Rv. 272085). Tale principio fonda, del tutto correttamente, sulla previsione della L. n. 152 del 1975, art. 6, secondo il quale “Il disposto del primo capoverso dell’art. 240, si applica a tutti i reati concernenti le armi, ogni altro oggetto atto ad offendere, nonchè le munizioni e gli esplosivi”. Poichè l’art. 240 c.p., comma 2, dispone (anche) che è sempre disposta la confisca delle cose, la fabbricazione, l’uso, il porto, la detenzione o l’alienazione delle quali costituisce reato, anche se non è stata pronunciata condanna, ben si coglie che la ammissibilità della confisca delle armi trova una specifica base legale.

Non altrettanto può dirsi per la confisca del veicolo nel caso di guida in stato di ebbrezza, quando il fatto sia valutato di particolare tenuità, non essendo revocabile in dubbio che non si è in presenza di una sentenza di condanna o a questa assimilabile.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 4 dicembre 2018. Depositato in Cancelleria il 19 febbraio 2019

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