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BANCAROTTA FRAUDOLENTA DISTRAZIONE DOCUMENTALE ,  DIRITTO AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA MILANO  DIFENDE REATI FALLIMENTARI 

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Bancarotta fraudolenta: Art.216 R.D. n. 267/1942.

È punito con la reclusione da tre a dieci anni, se è dichiarato fallito, l’imprenditore, che:

1) ha distratto, occultato, dissimulato, distrutto o dissipato in tutto o in parte i suoi beni ovvero, allo scopo di recare pregiudizio ai creditori, ha esposto o riconosciuto passività inesistenti;

2) ha sottratto, distrutto o falsificato, in tutto o in parte, con lo scopo di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto o di recare pregiudizi ai creditori, i libri o le altre scritture contabili o li ha tenuti in guisa da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari.

La stessa pena si applica all’imprenditore, dichiarato fallito, che, durante la procedura fallimentare, commette alcuno dei fatti preveduti dal n. 1 del comma precedente ovvero sottrae, distrugge o falsifica i libri o le altre scritture contabili.

È punito con la reclusione da uno a cinque anni il fallito, che, prima o durante la procedura fallimentare, a scopo di favorire, a danno dei creditori, taluno di essi, esegue pagamenti o simula titoli di prelazione.

Salve le altre pene accessorie, di cui al capo III, titolo II, libro I del codice penale, la condanna per uno dei fatti previsti nel presente articolo importa per la durata di dieci anni l’inabilitazione all’esercizio di una impresa commerciale e l’incapacità per la stessa durata ad esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa.

 

il reato di autoriciclaggio  la legge n. 186 del 15 dicembre 2014 ha introdotto, con decorrenza 1° gennaio 2015, il delitto di autoriciclaggio.il reato di autoriciclaggio  la legge n. 186 del 15 dicembre 2014 ha introdotto, con decorrenza 1° gennaio 2015, il delitto di autoriciclaggio.Alla luce di un recente intervento delle Sezioni Unite di questa Corte (v. Cass. Sez. Un. 30 settembre 2010 n. 43428) in tema di modifiche dell’istituto del concordato preventivo e loro incidenza in campo penale devono premettersi alcune considerazioni in punto di diritto.

La compresenza nell’istituto del concordato preventivo di componenti privatistiche e pubblicistiche non può dirsi superata a seguito delle sensibili modifiche della sua disciplina intervenute in anni recenti (in forza, in particolare, del D.L. 14 marzo 2005; n. 35, convertito in L 14 maggio 2005, n. 80, e del D.Lgs. 12 settembre 2007, n. 169).

Le principali novità progressivamente introdotte sono, innanzitutto, costituite dalla modificazione dei presupposto di accesso alla procedura, ora individuato nello stato di crisi dell’impresa, la cui nozione non è stata, peraltro, definita dal legislatore se non per la precisazione contenuta nell’inedito comma 2, del nuovo testo della L. Fall., articolo 160, introdotto dal D.L. n. 273 del 2005 (convertito in L. n. 51 del 2006), secondo il cui ultimo comma ‘per stato di crisi si intende anche lo stato di insolvenza’.

Lo stato d’insolvenza è rimasto, dunque, presupposto della procedura concorsuale, ancorché la suddetta allargata formula normativa lasci intendere che alla stessa possa accedere anche l’imprenditore che versi in una situazione di difficoltà non ancora identificabile con quella di dissesto.

Il che evoca sia situazioni in cui l’impresa versi nell’impossibilità di adempiere le obbligazioni in scadenza, sia situazioni di squilibrio irreversibile, sia situazioni in cui è agevolmente pronosticabile il verificarsi, nell’immediato, di uno di tali inconvenienti.

Ciò vale, incidenter tantum, a ritenere non condivisibile l’eccezione di non conformità della suddetta normativa al principio di uguaglianza di cui all’articolo 3 della Costituzione, sollevata nell’interesse del ricorrente, posto che rientra nei poteri discrezionali del legislatore equiparare quoad poenam situazioni concretamente diverse ma aventi in comune la medesima finalità della tutela dei creditori a fronte dell’attività del debitore non ancora impossibilitato del tutto alla fisiologica estinzione delle proprie obbligazioni.

L’amministrazione controllata aveva, a sua volta, come finalità primaria il risanamento dell’impresa e il ripristino della sua solvibilità o, meglio, il recupero della solvibilità in conseguenza del risanamento dell’impresa, non aveva natura liquidatoria né effetto immediatamente satisfattivo delle pretese creditorie ma, per così dire, dilatorio, nel senso che il debitore era obbligato a soddisfare integralmente tali pretese dopo la chiusura della procedura, se il risanamento finanziario fosse stato conseguito.

La struttura normativa del concordato preventivo, viceversa, prescinde da qualsiasi idea di necessaria protrazione dell’attività imprenditoriale ed è orientata ad assicurare effetti meramente liquidativi dei crediti attraverso qualsiasi forma ma in misura, di norma, falcidiata.

In secondo luogo, la riforma ha provveduto all’eliminazione, nell’articolo 160 L. Fall., dei requisiti di meritevolezza per l’ammissione alfa procedura, nonché all’esclusione di qualsiasi sindacato giudiziale sul merito della proposta di concordato preventivo, la cui omologazione, ai sensi del nuovo articolo 180 L. Fall., avviene ora per decreto sulla base della mera verifica del raggiungimento delle maggioranze prescritte nell’adunanza dei creditori e della regolarità formale della procedura seguita.

Al debitore viene concessa una più ampia autonomia nella scelta dei contenuti del piano concordatario e la possibilità di suddividere i creditori in classi omogenee (all’interno delle quali devono essere raggiunte autonome maggioranze in sede di deliberazione del concordato) cui proporre anche trattamenti differenziati e viene invece richiesto, dal nuovo testo dell’articolo 161 L. Fall., di asseverare la proposta attraverso la relazione di un professionista che attesti la veridicità dei dati aziendali e la fattibilità del piano concordatario.

La continuità tra concordato e fallimento, in qualche modo spezzata dal mutamento del presupposto per l’instaurazione della concorsualità, è stata poi ulteriormente ridimensionata.

Infatti, il D.L. n. 35 del 2005, e la L. n. 80 del 2005, hanno eliminato dalla L. Fall., articolo 180, qualsiasi riferimento all’automatismo della conversione del concordato preventivo in fallimento (facendo però salve le ipotesi in qualche modo ‘sanzionatorio’ tuttora previste dalla L. Fall., articolo 173), affidando la stessa conversione all’iniziativa dei creditori o del Pubblico Ministero, nonché alla previa verifica dello stato d’insolvenza.

Alla luce del contenuto delle modifiche illustrate non v’è dubbio che la riforma si sia mossa nella direzione dell’esaltazione del profilo negoziale dell’accordo intervenuto tra l’imprenditore e i suoi creditori e del contestuale ridimensionamento degli aspetti processuali dell’istituto.

La natura del concordato ‘riformato’ appare connotata ormai da una prevalenza di elementi privatistici, che denunciano la volontà di contrarre l’intervento statuale nella procedura anticipatola, rafforzando invece il ruolo di protagonisti di debitore e creditori.

Da ultimo va ricordato che la L. Fall., articolo 236, il cui comma 2, n. 1, estende, in caso di concordato preventivo agli amministratori; direttori generali, sindaci e liquidatori di società le incriminazioni di cui ai precedenti articoli 223 e 224 (relativi ai reati propri dei medesimi soggetti), non ha subito, per quanto qui interessa, modifica alcuna.

La lettura del R.D. 16 marzo 1942, n. 267, articolo 236, comma 2, n. 1, chiarisce che ‘nel caso di concordato preventivo, si applicano le disposizioni degli articoli 223 e 224 (della stessa legge) agli amministratori, direttori generali, sindaci e liquidatori di società’.

Norma che, quindi, rende applicabili le disposizioni sulla bancarotta impropria, quella commessa, cioè, dagli amministratori di società, alla ipotesi di concordato preventivo avendo parificato, quanto agli effetti penali, il decreto di ammissione al concordato preventivo alla sentenza dichiarativa di fallimento.

  1. È, inoltre, giurisprudenza da tempo consolidata che le fattispecie penalmente sanzionate nella formulazione della norma fallimentare, si realizzino indipendentemente dalla eventuale successiva dichiarazione di fallimento: infatti, parificando il decreto di ammissione al concordato preventivo (e, prima della recente riforma di cui alla L. 14 maggio 2005, n. 80 ed al D.Lgs. 9 gennaio 2006, n. 5, all’amministrazione controllata), non si è voluto che gravi comportamenti verificatisi prima, e anche in assenza, del fallimento restassero impuniti, sicché esso viene ad assumere la stessa funzione e a svolgere la stessa efficacia della sentenza dichiarativa di fallimento nelle ipotesi ordinarie di bancarotta (v, di recente, Cass. Sez. V 18 settembre 2007 n. 39307 e 2 marzo 2011 n. 15061).

Il legislatore, con norma espressa, ha poi consentito, ai soli fini procedimentali, di ‘anticipare’ l’iniziativa del Pubblico Ministero, rispetto ai termini ‘naturali’ propri del diritto penale sostanziale.

La L. Fall., articolo 238, comma 2 è, infatti, norma che permette (in deroga a quanto previsto dal precedente comma) uno scollamento tra la consumazione del reato e la sua persecuzione giudiziale.

L’esercizio ‘anticipato’ dell’attività processuale è, comunque, imposta al Pubblico Ministero, nell’ambito rigidamente circoscritto da tre limitazioni: tipologia della fattispecie (la norma accenna testualmente alla L. Fall., soli articoli 216, 217, 223, 224, riferimento che, per quanto riguarda i casi di restrizione della libertà, non può che avere carattere tassativo); le ipotesi della L. Fall., precedente articolo 7, o altro grave motivo; il già esistente o il contemporaneo inoltro dell’istanza di fallimento).

La norma, come riconosciuto dall’unanime dottrina, rappresenta una deroga ai principi generali, consentendo l’esercizio della attività repressiva penale prima della dichiarazione di fallimento e, quindi (per quanti aderiscono alla giurisprudenza della Corte di Cassazione) in epoca antecedente alla consumazione del delitto.

La ragione della disposizione è agevolmente rinvenibile nella esigenza di interrompere comportamenti la cui protrazione, alta luce della già maturata insolvenza, renda definitivo o più dannoso l’esito della condotta delittuosa, atteso quello che si prospetta come inevitabile ed imminente perfezionamento del momento consumativo.

Da tanto discende che il legislatore ha dato rilevanza, per i limitati (ma per nulla irrilevanti) fini di ordine processuale, non già al fatto illecito, completo in tutti i suoi elementi, bensì anche soltanto a meri profili di probabile lesione agli interessi dei creditori, in seno ad una condotta che è ancora carente del crisma giudiziale dichiarativo dell’insolvenza (ed indefettibile premessa alla procedura concorsuale).

Al contempo, questa Corte di Cassazione ha ritenuto ammissibile in siffatto contesto l’emissione di misure cautelari, non avendo evidentemente considerato che la mancata consumazione del delitto si risolvesse in una ostacolo incompatibile con la nozione di ‘gravi indizi di colpevolezza’, quali richiesti dall’articolo 273 cod. proc. pen., comma 1 (v. Cass. Sez. V 19 dicembre 2005 n. 8363 e 16 aprile 2007 n. 21288).

Cassazione penale sez. V,  25 giugno 2018 n. 40100.  

Poiché il fallimento determinato da operazioni dolose configura un’eccezionale ipotesi di fattispecie a sfondo preterintenzionale, l’onere probatorio dell’accusa si esaurisce nella dimostrazione della consapevolezza e volontà della natura dolosa dell’operazione alla quale segue il dissesto, nonché dell’astratta prevedibilità di tale evento quale effetto dell’azione antidoverosa, non essendo necessarie, ai fini dell’integrazione dell’elemento soggettivo, la rappresentazione e volontà dell’evento fallimentare.

 

il reato di autoriciclaggio  la legge n. 186 del 15 dicembre 2014 ha introdotto, con decorrenza 1° gennaio 2015, il delitto di autoriciclaggio.

 

 

La bancarotta fraudolenta è un reato fallimentare che si configura ogni qualvolta un imprenditore o una società, dichiarati falliti con sentenza dall’autorità giudiziaria, compiano azioni imprudenti  e condotte volte ad impedire ai creditori di rifarsi sul patrimonio personale o sociale. Occultare o distruggere beni aziendali non è lecito se questo comporta una perdita di garanzia per i creditori che si erano affidati al patrimonio aziendale. Nelle società di capitali infatti (srl, spa e sapa) l’unica garanzia per il creditore è il patrimonio netto della società ed è quindi di fondamentale importanza.

  • Bancarotta fraudolenta patrimoniale propria
  • Bancarotta fraudolenta documentale propria
  • Bancarotta fraudolenta preferenziale propria
  • Bancarotta semplice propria
  • Bancarotta fraudolenta societaria o impropria
  • Bancarotta semplice documentale
  • Bancarotta semplice patrimoniale
  • Ricorso abusivo al credito
  • Denuncia di creditori inesistenti ed altre inosservanze da parte del fallito
  • Domande di ammissione di crediti simulati o distrazione senza concorso del fallito

 

 

 Il diritto penale è la branca del diritto che indica il complesso delle norme che descrivono i reati e le conseguenze (pene) da essi derivanti.

 

 

È un ramo dell’ordinamento giuridico e precisamente del diritto pubblico interno. “Per ciò che attiene al diritto penale, lo studio fornisce specifica assistenza ai propri Clienti quali indagati, imputati o persone offese, in relazione ad ogni fattispecie di reato

Bancarotta fraudolenta: tale concetto viene applicato in relazione alla condotta dell’imprenditore, il quale viene dichiarato fallito per aver dissipato, occultato, falsificato, distrutto i suoi beni (in questo caso si parla di bancarotta fraudolenta patrimoniale), o libri contabili e documenti (bancarotta fraudolenta documentale) o per aver eseguito pagamenti e simulato titoli di prelazione allo scopo di favorire creditori a danno di altri (bancarotta preferenziale);

 

La dichiarazione giudiziale di fallimento costituisce l’elemento costitutivo della bancarotta fraudolenta.

Quando parliamo di “diritto penale fallimentare” facciamo riferimento a quel ramo del diritto penale che contempla tutte le fattispecie di reato direttamente oppure indirettamente connesse allo stato di fallimento dell’imprenditore. Rientrano in tale contesto, tutte le diverse tipologie documentale, distrattiva, preferenziale di bancarotta propria – vale a dire commessa dal fallito -, impropria – ovvero commessa da soggetti diversi dal fallito – siano esse fraudolente oppure semplici. Previste dalla cosiddetta “Legge Fallimentare” (R.D. 267/42), fanno parte di tale ambito specialistico, le fattispecie di reato ex artt. 216 (bancarotta fraudolenta), 218 e 225 (ricorso abusivo al credito), 220 e 226 (denuncia di crediti inesistenti), 227 (reati commessi dall’institore), 229-230-231 (reati del curatore fallimentare) oltre a una serie di ulteriori “atipici” reati quali: distrazioni di beni senza il concorso del soggetto fallito, simulazione di domande di ammissione al passivo fallimentare per crediti inesistenti, omessa trasmissione dell’elenco di protesti cambiari.

 

 

Altro elemento caratterizzante la bancarotta fraudolenta è rappresentato dallo stato di insolvenza che si manifesta con inadempimenti od altri fatti esteriori che  dimostrano che il debitore non è più in grado di soddisfare regolarmente le proprie obbligazioni. L’imprenditore che si trova in stato d’insolvenza è dichiarato fallito.

 

le diverse tipologie di bancarotta fraudolenta:

  • Patrimoniale, quando l’imprenditore sperpera o dissimula i beni aziendali;
  • Documentale, quando l’imprenditore distrugge o manomette le scritture contabili;
  • Preferenziale, quando l’imprenditore paga prima alcuni creditori rispetto ad altri, simulando diritti di prelazione inesistenti.

 

PENE

Il codice penale prevede anni di carcere e conseguenze diverse a seconda della gravità degli atti commessi:

  • Reclusione da 1 fino ad un massimo di 5 anniin caso di bancarotta patrimoniale o documentale;
  • Reclusione da 3 fino ad un massimo di 10 anniin caso di bancarotta preferenziale.

 

 

Le norme incriminatrici trovano collocazione all’interno di una legge speciale, che è la Legge Fallimentare che regola anche gli aspetti civilistici del fallimento.

QUANDO è addebitabile reato fallimentare?

sia addebitata una condotta rientrante tra i reati fallimentari occorre che il soggetto sia un imprenditore commerciale o una società, oppure uno dei soggetti (l’amministratore o il liquidatore, ad esempio) che rappresentano la società.

I principali reati c.d. fallimentari sono i reati di bancarotta, punibili non in quanto tali, ma solo quando l’imprenditore venga dichiarato fallito.
In sostanza, la dichiarazione di fallimento costituisce elemento costitutivo dei rati di cui si tratta.
Non si esclude, tuttavia, che sussistendone i requisiti, le condotte di seguito descritte possano configurare altri illeciti imputabili all’imprenditore non raggiunto da una dichiarazione di fallimento.

In tema di bancarotta impropria da reato societario, di cui all’articolo 223, comma 2, numero 1, della legge fallimentare, l’entrata in vigore della legge n. 69 del 2015 che ha riformulato gli articoli 2621 e 2622 del codice civile, eliminando l’inciso “ancorché oggetto di valutazioni” ha determinato una parziale abolitio criminis, escludendo dall’ambito della rilevanza penale le condotte che si sostanzino in un’attività “valutativa”.

2. L’impiego della formula “fatti materiali” nel nuovo testo del reato di false comunicazioni sociali di cui all’art. 2621 c.c. (e norme collegate) esclude ogni sorta di valutazione dalla sfera applicativa della fattispecie. Con riferimento al nuovo testo dell’art. 2621 c.c. (e norme collegate), quale risultante dalla riforma operata con l. n. 69 del 2015, si deve ritenere che, tenuto conto dell’aspro dibattito esistente relativamente alla precedente formula “fatti” di cui alla normativa ora abrogata, l’impiego dell’aggettivo “materiali” finisce per inequivocabilmente escludere ogni sorta di valutazione dalla sfera applicativa della fattispecie.

3. La nuova formulazione degli art. 2621 e 2622 c.c., introdotta dagli art. 10 e 11 l. 27 maggio 2015 n. 69, nella parte in cui, nel prevedere ancora come reato l’esposizione di “fatti materiali non rispondenti al vero”, non contengono più l’inciso “ancorché oggetto di valutazioni”, comporta che non possa più ritenersi sussistente il reato di falso in bilancio e, conseguentemente, quello di bancarotta fraudolenta impropria previsto dall’art. 223, comma secondo, n. 1, l. fall., nella parte in cui si riferisce ai citati artt. 2621 e 2622 c.c., quando trattisi di fatti materiali la cui mancata rispondenza al vero sia frutto di procedimenti valutativi di realtà comunque sussistenti, pur se sovrastimate o stimate con criteri poi rivelatisi erronei.avvocato penalista BolognaLa Legge Fallimentare prevede varie tipologie di reato.

L’ipotesi di bancarotta si articola sostanzialmente in:

FD101) la bancarotta fraudolenta che si realizza quando l’imprenditore distrae, occulta, dissimula, distrugge o dissipa in tutto o in parte i suoi beni ovvero, allo scopo di recare pregiudizio ai creditori, espone passività inesistenti (è la bancarotta fraudolenta patrimoniale);

2) quando sottrae, distrugge o falsifica, in tutto o in parte, in modo tale da procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto o di recare pregiudizio ai creditori, i libri o le altre scritture contabili o li tiene in modo da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari (bancarotta fraudolenta documentale), oppure ancora, a scopo di favorire taluni creditori rispetto ad altri esegue pagamenti o simula titoli di prelazione (è la bancarotta fraudolenta preferenziale).
Con tale ultima previsione il Legislatore ha inteso garantire anche in via penale la c.d. par condicio tra la massa dei creditori, ovvero la possibilità che ognuno di essi possa essere soddisfatto nei propri crediti dalla procedura fallimentare che è concorsuale e riguarda tutta la situazione patrimoniale del debitore fallito;

 

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Reati commessi dal fallito

Art. 216.
Bancarotta fraudolenta.

È punito con la reclusione da tre a dieci anni, se è dichiarato fallito, l’imprenditore, che:

1) ha distratto, occultato, dissimulato, distrutto o dissipato in tutto o in parte i suoi beni ovvero, allo scopo di recare pregiudizio ai creditori, ha esposto o riconosciuto passività inesistenti;

2) ha sottratto, distrutto o falsificato, in tutto o in parte, con lo scopo di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto o di recare pregiudizi ai creditori, i libri o le altre scritture contabili o li ha tenuti in guisa da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari.

La stessa pena si applica all’imprenditore, dichiarato fallito, che, durante la procedura fallimentare, commette alcuno dei fatti preveduti dal n. 1 del comma precedente ovvero sottrae, distrugge o falsifica i libri o le altre scritture contabili.

È punito con la reclusione da uno a cinque anni il fallito, che, prima o durante la procedura fallimentare, a scopo di favorire, a danno dei creditori, taluno di essi, esegue pagamenti o simula titoli di prelazione.

Salve le altre pene accessorie, di cui al capo III, titolo II, libro I del codice penale, la condanna per uno dei fatti previsti nel presente articolo importa per la durata di dieci anni l’inabilitazione all’esercizio di una impresa commerciale e l’incapacità per la stessa durata ad esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa.

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Art. 217.
Bancarotta semplice.

È punito con la reclusione da sei mesi a due anni, se è dichiarato fallito, l’imprenditore, che, fuori dai casi preveduti nell’articolo precedente:

1) ha fatto spese personali o per la famiglia eccessive rispetto alla sua condizione economica;

2) ha consumato una notevole parte del suo patrimonio in operazioni di pura sorte o manifestamente imprudenti;

3) ha compiuto operazioni di grave imprudenza per ritardare il fallimento;

4) ha aggravato il proprio dissesto, astenendosi dal richiedere la dichiarazione del proprio fallimento o con altra grave colpa;

5) non ha soddisfatto le obbligazioni assunte in un precedente concordato preventivo o fallimentare.

La stessa pena si applica al fallito che, durante i tre anni antecedenti alla dichiarazione di fallimento ovvero dall’inizio dell’impresa, se questa ha avuto una minore durata, non ha tenuto i libri e le altre scritture contabili prescritti dalla legge o li ha tenuti in maniera irregolare o incompleta.

Salve le altre pene accessorie di cui al capo III, titolo II, libro I del codice penale, la condanna importa l’inabilitazione all’esercizio di un’impresa commerciale e l’incapacità ad esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa fino a due anni.

Art. 217-bis.
Esenzioni dai reati di bancarotta. (1)

Le disposizioni di cui all’articolo 216, terzo comma, e 217 non si applicano ai pagamenti e alle operazioni compiuti in esecuzione di un concordato preventivo di cui all’articolo 160 o di un accordo di ristrutturazione dei debiti omologato ai sensi dell’articolo 182-bis o del piano di cui all’articolo 67, terzo comma, lettera d), ovvero di un accordo di composizione della crisi omologato ai sensi dell’articolo 12 della legge 27 gennaio 2012, n. 3, nonché ai pagamenti e alle operazioni di finanziamento autorizzati dal giudice a norma dell’articolo 182-quinquies. (2)

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Art. 218. (1)
Ricorso abusivo al credito.

Gli amministratori, i direttori generali, i liquidatori e gli imprenditori esercenti un’attività commerciale che ricorrono o continuano a ricorrere al credito, anche al di fuori dei casi di cui agli articoli precedenti, dissimulando il dissesto o lo stato d’insolvenza sono puniti con la reclusione da sei mesi a tre anni.

La pena è aumentata nel caso di società soggette alle disposizioni di cui al capo II, titolo III, parte IV, del testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria, di cui al decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58, e successive modificazioni.

Salve le altre pene accessorie di cui al libro I, titolo II, capo III, del codice penale, la condanna importa l’inabilitazione all’esercizio di un’impresa commerciale e l’incapacità ad esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa fino a tre anni.

Art. 219.
Circostanze aggravanti e circostanza attenuante.

Nel caso in cui i fatti previsti negli artt. 216, 217 e 218 hanno cagionato un danno patrimoniale di rilevante gravità, le pene da essi stabilite sono aumentate fino alla metà.

Le pene stabilite negli articoli suddetti sono aumentate:

1) se il colpevole ha commesso più fatti tra quelli previsti in ciascuno degli articoli indicati;

2) se il colpevole per divieto di legge non poteva esercitare un’impresa commerciale.

Nel caso in cui i fatti indicati nel primo comma hanno cagionato un danno patrimoniale di speciale tenuità, le pene sono ridotte fino al terzo.

Art. 220.
Denuncia di creditori inesistenti e altre inosservanze da parte del fallito.

È punito con la reclusione da sei a diciotto mesi il fallito, il quale, fuori dei casi preveduti all’art. 216, nell’elenco nominativo dei suoi creditori denuncia creditori inesistenti od omette di dichiarare l’esistenza di altri beni da comprendere nell’inventario, ovvero non osserva gli obblighi imposti dagli artt. 16, nn. 3 e 49.

Se il fatto è avvenuto per colpa, si applica la reclusione fino ad un anno.

Art. 221.
Fallimento con procedimento sommario.

Se al fallimento si applica il procedimento sommario le pene previste in questo capo sono ridotte fino al terzo.

studio-legale-bologna4Art. 222.
Fallimento delle società in nome collettivo e in accomandita semplice.

Nel fallimento delle società in nome collettivo e in accomandita semplice le disposizioni del presente capo si applicano ai fatti commessi dai soci illimitatamente responsabili.

Capo II

Reati commessi da persone diverse dal fallito

Art. 223.
Fatti di bancarotta fraudolenta.

Si applicano le pene stabilite nell’art. 216 agli amministratori, ai direttori generali, ai sindaci e ai liquidatori di società dichiarate fallite, i quali hanno commesso alcuno dei fatti preveduti nel suddetto articolo.

Si applica alle persone suddette la pena prevista dal primo comma dell’art. 216, se:

1) hanno cagionato, o concorso a cagionare, il dissesto della società, commettendo alcuno dei fatti previsti dagli articoli 2621, 2622, 2626, 2627, 2628, 2629, 2632, 2633 e 2634 del codice civile; (1)

2) hanno cagionato con dolo o per effetto di operazioni dolose il fallimento della società.

Si applica altresì in ogni caso la disposizione dell’ultimo comma dell’art. 216.

Art. 224.
Fatti di bancarotta semplice.

Si applicano le pene stabilite nell’art. 217 agli amministratori, ai direttori generali, ai sindaci e ai liquidatori di società dichiarate fallite, i quali:

1) hanno commesso alcuno dei fatti preveduti nel suddetto articolo;

2) hanno concorso a cagionare od aggravare il dissesto della società con inosservanza degli obblighi ad essi imposti dalla legge.

Art. 225.
Ricorso abusivo al credito.

Si applicano le pene stabilite nell’art. 218 agli amministratori ed ai direttori generali di società dichiarate fallite, i quali hanno commesso il fatto in esso previsto.

Art. 226.
Denuncia di crediti inesistenti.

Si applicano le pene stabilite nell’art. 220 agli amministratori, ai direttori generali e ai liquidatori di società dichiarate fallite, che hanno commesso i fatti in esso indicati.

Art. 227.
Reati dell’institore.

All’institore dell’imprenditore, dichiarato fallito, il quale nella gestione affidatagli si è reso colpevole dei fatti preveduti negli artt. 216, 217, 218 e 220 si applicano le pene in questi stabilite.

Consulenza PenaleArt. 228.
Interesse privato del curatore negli atti del fallimento.

Salvo che al fatto non siano applicabili gli artt. 315, 317, 318, 319, 321, 322 e 323 del codice penale, il curatore che prende interesse privato in qualsiasi atto del fallimento direttamente o per interposta persona o con atti simulati è punito con la reclusione da due a sei anni e con la multa non inferiore a euro 206.

La condanna importa l’interdizione dai pubblici uffici.

Art. 229.
Accettazione di retribuzione non dovuta.

Il curatore del fallimento che riceve o pattuisce una retribuzione, in danaro o in altra forma, in aggiunta di quella liquidata in suo favore dal tribunale o dal giudice delegato, è punito con la reclusione da tre mesi a due anni e con la multa da euro 103 a euro 516.

Nei casi più gravi alla condanna può aggiungersi l’inabilitazione temporanea all’ufficio di amministratore per la durata non inferiore a due anni.

Art. 230.
Omessa consegna o deposito di cose del fallimento.

Il curatore che non ottempera all’ordine del giudice di consegnare o depositare somme o altra cosa del fallimento, ch’egli detiene a causa del suo ufficio, è punito con la reclusione fino a due anni e con la multa fino a euro 1.032.

Se il fatto avviene per colpa, si applica la reclusione fino a sei mesi o la multa fino a euro 309.

Art. 231.
Coadiutori del curatore.

Le disposizioni degli artt. 228, 229 e 230 si applicano anche alle persone che coadiuvano il curatore nell’amministrazione del fallimento.

Art. 232.
Domande di ammissione di crediti simulati o distrazioni senza concorso col fallito.

È punito con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa da euro 51 a euro 516, chiunque fuori dei casi di concorso di bancarotta anche per interposta persona presenta domanda di ammissione al passivo del fallimento per un credito fraudolentemente simulato.

Se la domanda è ritirata prima della verificazione dello stato passivo, la pena è ridotta alla metà.

È punito con la reclusione da uno a cinque anni chiunque:

1) dopo la dichiarazione di fallimento, fuori dei casi di concorso in bancarotta o di favoreggiamento, sottrae, distrae, ricetta ovvero in pubbliche o private dichiarazioni dissimula beni del fallito;

2) essendo consapevole dello stato di dissesto dell’imprenditore distrae o ricetta merci o altri beni dello stesso o li acquista a prezzo notevolmente inferiore al valore corrente, se il fallimento si verifica.

La pena, nei casi previsti ai nn. 1 e 2, è aumentata se l’acquirente è un imprenditore che esercita un’attività commerciale.

AVVOCATO PENALISTA

AVVOCATO PENALISTA

Art. 233.
Mercato di voto.

Il creditore che stipula col fallito o con altri nell’interesse del fallito vantaggi a proprio favore per dare il suo voto nel concordato o nelle deliberazioni del comitato dei creditori, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa non inferiore a euro 103.

La somma o le cose ricevute dal creditore sono confiscate.

La stessa pena si applica al fallito e a chi ha contrattato col creditore nell’interesse del fallito.

Art. 234.
Esercizio abusivo di attività commerciale.

Chiunque esercita un’impresa commerciale, sebbene si trovi in stato di inabilitazione ad esercitarla per effetto di condanna penale, è punito con la reclusione fino a due anni e con la multa non inferiore a euro 103.

Art. 235.
Omessa trasmissione dell’elenco dei protesti cambiari.

Il pubblico ufficiale abilitato a levare protesti cambiari che, senza giustificato motivo, omette di inviare nel termine prescritto al presidente del tribunale gli elenchi dei protesti cambiari per mancato pagamento, o invia elenchi incompleti, è punito con la sanzione amministrativa da euro 258 a euro 1.549.

La stessa pena si applica al procuratore del registro che nel termine prescritto non trasmette l’elenco delle dichiarazioni di rifiuto di pagamento a norma dell’articolo 13, secondo comma, o trasmette un elenco incompleto.

Capo III

Disposizioni applicabili nel caso di concordato preventivo, accordi di ristrutturazione dei debiti, piani attestati e liquidazione coatta amministrativa (1)

Art. 236.
Concordato preventivo (1)

È punito con la reclusione da uno a cinque anni l’imprenditore, che, al solo scopo di essere ammesso alla procedura di concordato preventivo (1) siasi attribuito attività inesistenti, ovvero, per influire sulla formazione delle maggioranze, abbia simulato crediti in tutto o in parte inesistenti.

Nel caso di concordato preventivo (1) si applicano:

1) le disposizioni degli artt. 223 e 224 agli amministratori, direttori generali, sindaci e liquidatori di società;

2) la disposizione dell’art. 227 agli institori dell’imprenditore;

3) le disposizioni degli artt. 228 e 229 al commissario del concordato preventivo; (1)

4) le disposizioni degli artt. 232 e 233 ai creditori.

(1) Le parole: “e amministrazione controllata.” sono state abrogate dal D.Lgs. 9 gennaio 2006, n. 5.

Art. 236-bis. 
Falso in attestazioni e relazioni (1)

Il professionista che nelle relazioni o attestazioni di cui agli articoli 67, terzo comma, lettera d), 161, terzo comma, 182-bis, 182-quinquies e 186-bis espone informazioni false ovvero omette di riferire informazioni rilevanti, è punito con la reclusione da due a cinque anni e con la multa da 50.000 a 100.000 euro.

Se il fatto è commesso al fine di conseguire un ingiusto profitto per sè o per altri, la pena è aumentata.

Se dal fatto consegue un danno per i creditori la pena è aumentata fino alla metà

Art. 237.
Liquidazione coatta amministrativa. (1)

L’accertamento giudiziale dello stato di insolvenza a norma degli articoli 195 e 202 è equiparato alla dichiarazione di fallimento ai fini dell’applicazione delle disposizioni del presente titolo.

Nel caso di liquidazione coatta amministrativa, si applicano al commissario liquidatore ed alle persone che lo coadiuvano nell’amministrazione della procedura le disposizioni degli articoli 228, 229 e 230.

(1) Articolo così modificato dal D.Lgs. 8 luglio 1999, n. 270.

Capo IV

Disposizioni di procedura

Art. 238.
Esercizio dell’azione penale per reati in materia di fallimento.

Per i reati previsti negli artt. 216, 217, 223 e 224 l’azione penale è esercitata dopo la comunicazione della sentenza dichiarativa di fallimento di cui all’art. 17.

È iniziata anche prima nel caso previsto dall’art. 7 e in ogni altro in cui concorrano gravi motivi e già esista o sia contemporaneamente presentata domanda per ottenere la dichiarazione suddetta.

Art. 239.
Mandato di cattura. (1)

(…)

(1) L’articolo che recitava: “Per i reati preveduti negli artt. 216, 222, 223, 227 e 236 in rapporto all’art. 216 primo e secondo comma, e nel caso di inosservanza dell’ordine di cui all’art. 16, n. 3, è obbligatoria la spedizione del mandato di cattura.
Negli altri casi il mandato di cattura è facoltativo.” è stato abrogato dalla L. 18 novembre 1964, n. 1217.

Art. 240.
Costituzione di parte civile.

Il curatore, il commissario giudiziale e il commissario liquidatore possono costituirsi parte civile nel procedimento penale per i reati preveduti nel presente titolo, anche contro il fallito.

I creditori possono costituirsi parte civile nel procedimento penale per bancarotta fraudolenta quando manca la costituzione del curatore, del commissario giudiziale o del commissario liquidatore o quando intendono far valere un titolo di azione propria personale.

Art. 241.
Riabilitazione.

La riabilitazione civile del fallito estingue il reato di bancarotta semplice. Se vi è condanna, ne fa cessare l’esecuzione e gli effetti.

 

 

 

  1. . Con sentenza pronunciata l’8.3.2012 la corte di appello di Milano, confermava la
  2. sentenza con cui il tribunale di Milano, in data 10.11.2011, aveva condannato S.S., per i
  3. reati di cui alla L. Fall., art. 216, nn. 1) e 2), art. 223, comma 2, n. 2), art. 219, comma 1, n.1), in relazione al fallimento della “S.S.B. Italiana Costruzioni s.r.l.”; art. 81 cpv. c.p.,
  4. D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 2, alle pene, principale ed accessorie, ritenute di

5. giustizia.

GIURISPRUDENZA BANCAROTTA FRAUDOLENTA,  DIRITTO AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA DIFENDE REATI FALLIMENTARI QUALE BANCAROTTA FRAUDOLENTA E BANCAROTTA FRAUDOLENTA DOCUMENTALE IN TUTTA ITALIA 

  1. Secondo l’ipotesi accusatoria, confermata in primo ed in secondo grado, il S., in
  2. qualità di amministratore di fatto della società fallita, con la sua condotta, consistita
  3. nell’avere utilizzato fatture false attestanti operazioni inesistenti per prestazioni fornite allasocietà fallita da società inesistenti o non risultanti all’anagrafe tributaria, ha integratoquattro fattispecie delittuose ed, in particolare: 1) il reato di bancarotta fraudolentapatrimoniale; 2) il reato di bancarotta fraudolenta documentale per falsificazione dellescritture contabili della società; 3) il reato di bancarotta impropria per avere cagionato ilfallimento della società con operazioni dolose, avendo utilizzato le fatture innanzi indicateper gli anni dal 2001 al 2006 al fine di compensare i ricavi conseguiti; 4) il reato in materiafiscale di cui al D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 2. 2. Avverso la decisione della corte territoriale,di cui chiede l’annullamento, ha proposto ricorso per cassazione l’imputato, a mezzo delsuo difensore di fiducia, lamentando violazione di legge, travisamento dei fatti e manifestaillogicità della motivazione della sentenza impugnata, in quanto, 1) con riferimento allabancarotta fraudolenta patrimoniale, non risulta dimostrato che l’obbligazione simulata siastata riconosciuta dal soggetto fallito, anche per acquiescenza, con l’attribuzione ad essadi rilevanza causale nella procedura fallimentare, condizione per la punibilità dellacondotta, laddove la sempliceesposizione fittizia di costi sostenuti non incide sullagaranzia patrimoniale dei creditori; 2) in relazione alla bancarotta fraudolentadocumentale, si tratta di una fattispecie in concreto non configurabile, perchè l’imputato ha
  4. subito evidenziato la falsità delle scritture contabili, che, limitata alle false fatture, non hareso impossibile la ricostruzione del patrimonio e degli affari della società, trattandosi,peraltro, di falsità accertata già prima della dichiarazione di fallimento dalla Guardia diFinanza; 3) in applicazione del principio di specialità di cui all’art. 15, c.p., il S. deve esseredichiarato responsabile solo del reato di bancarotta fraudolenta documentale, che siconfigura come reato speciale rispetti agli atri reati fallimentari ritenuti sussistenti; 4) inordine al reato di bancarotta impropria, del pari esso, stante la sua natura di ipotesiresiduale nella previsione del legislatore, non appare configurabile nel caso in esame, siaperchè la condotta dell’imputato è già sussumibile nel paradigma normativo della L. Fall.,art. 216, comma 1, n. 1), sia perchè non risulta dimostrato che il fallimento sia statodeterminato dalla condotta addebitata al S., difettando, pertanto, la prova della sussistenza dell’elemento soggettivo del reato in questione.
3. Il ricorso va parzialmenteaccolto, per le seguenti ragioni. Al riguardo, va, innanzitutto, rilevato che nell’esaminare i motivi di ricorso si procederà ad una lettura integrata delle sentenze di primo e di secondogrado, da considerare un prodotto unico, in quanto la decisione della corte territoriale e quella del tribunale hanno utilizzato criteri omogenei di valutazione e seguito un apparatologico argomentativo uniforme (cfr. Cass., sez. 3, 1.2.2002-12.3.2002, n. 10163,Lombardozzi D., rv. 221116).. Orbene fondato appare il motivo di impugnazione con cui si deduce l’impossibilità di configurare nel caso in esame l’ipotesi di reato di bancarottaimpropria.
Costituisce, infatti, costante orientamento della giurisprudenza di legittimità,condiviso dal Collegio, quello secondo cui non è configurabile il concorso formale tra ilreato di bancarotta fraudolenta e quello di bancarotta impropria di cui alla L. Fall., art. 223,comma 2, n. 2, che deve considerarsi assorbito nel primo quando, come nel caso inesame, l’azione diretta a causare il fallimento sia la stessa sussunta nel modellodescrittivo della bancarotta fraudolenta, poichè, mentre non è concepibile la realizzazionedi un reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale o documentale, che non si accompagni

10.alla volontà deliberata o quanto meno all’accettazione del rischio che la condotta

11.costituisca causa – unica o concorrente – del fallimento, che è elemento costitutivo del

12.reato, in tale atteggiamento psicologico si concreta anche l’elemento soggettivo della

13.bancarotta impropria.
Esclusa, dunque, la possibilità di configurare il concorso formale tra

14.la bancarotta fraudolenta patrimoniale e la bancarotta impropria ai sensi della L. Fall., art.

15.223, comma 2, n. 2, il concorso materiale, invece, può configurarsi, ma solo se, oltre ad

16.azioni comprese nello specifico schema della bancarotta “ex” L. Fall., art. 216, si siano

17.verificati differenti e autonomi comportamenti dolosi, assenti nel caso in esame, i quali –

18.concretandosi in abuso o infedeltà nell’esercizio della carica ricoperta o in un atto

19.intrinsecamente pericoloso per l’andamento economico-finanziario della società – siano

20.stati causa del fallimento (cfr. Cass., sez. 5^, 5.7.2007, n. 35066, rv. 237716; Cass., sez.

21.5^, 19.5.2010, n. 34559, rv. 248167).
6. Nel resto il ricorso va rigettato.
7. Infondato,

22.invero, appare il motivo di ricorso volto a contestare la sussistenza del delitto di bancarotta

23.fraudolenta patrimoniale.
Ed invero, come affermato da autorevole e condivisibile

24.dottrina, la diminuzione illecita del patrimonio del debitore può avvenire non solo

25.attraverso la sottrazione di attività, ma anche “gonfiando” le passività, in modo da

26.assottigliare la quota di garanzia disponibile per i creditori, condotta che si verifica tutte le

27.volte in cui, in relazione allo stato patrimoniale del soggetto fallito, si fanno apparire debiti

28.od obblighi che, in realtà non esistono, trattandosi di operazioni mediante le quali viene

29.sottratta o distratta la quota di patrimonio corrispondente al debito fittizio (cfr., Cass., sez.

30.5^, 20.4.2007, n. 29336, rv. 237255), con conseguente pregiudizio del ceto creditorio alla

31.veridica indicazione del passivo (cfr. Cass., sez. un., 27.1.2011, n. 21039, rv. 249669). La

32.fattispecie concreta portata all’attenzione di questa Corte ben si adatta allo schema testè

33.delineato, in quanto risulta pacifica l’esposizione di passività inesistenti, realizzata

34.attraverso l’inserimento nelle scritture contabili di fatture false passive, riguardanti

35.prestazioni in realtà mai ricevute dalla società fallita, essendo inesistenti i soggetti che

36.nelle suddette fatture apparivano come fornitori.
Ciò appare sufficiente ad affermare la

37.sussistenza del delitto di cui alla L. Fall., art. 216, comma 1, n. 1).
Anche a voler seguire,

38.infatti, la tesi menzionata dal ricorrente, che, nel ricostruire la nozione di “passività”

39.penalmente rilevante, opera una distinzione tra gli elementi patrimoniali negativi costituiti,

40.in linea di principio, dai debiti, ed i componenti negativi del reddito, rappresentati dai costi

41.sostenuti, attribuendo solo ai primi la natura di “passività” in senso tecnico, in ogni caso il

42.reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale di cui alla L. Fall., art. 216, comma 1, n. 1),

43.risulta consumato con la registrazione di inesistenti costi sostenuti dalla società fallita,

44.destinata a dissimulare la destinazione illecita data ad attività già sottratte (cfr.

45.nuovamente la già citata Cass., sez. 5^, n. 29336, rv. 237255), senza che ci sia bisogno di

46.dimostrare, ai fini dell’integrazione degli elementi costitutivi della suddetta fattispecie

47.delittuosa, perchè estranea alla previsione normativa, quale sia stata la destinazione

48.effettiva di tali attività.
L’ulteriore principio richiamato dal ricorrente a sostegno del suo

49.assunto, infine, attiene ad un caso, completamente diverso da quello in esame, in cui il

50.Supremo Collegio, dovendo affrontare il problema del concorso del terzo creditore fittizio,

51.al quale vengano rilasciate dal fallito cambiali o scritture di ricognizione ovvero di

52.assunzione di obbligazioni simulate da parte dell’imprenditore insolvente, nel delitto di

53.bancarotta fraudolenta patrimoniale per esposizione o riconoscimento di passività

54.inesistenti, ha affermato che il reato si considera integrato soltanto se e quando il fallito

55.riconosca – anche mediante acquiescenza – nella procedura fallimentare la passività

56.inesistente e le conferisca rilevanza concorsuale. In questo caso, infatti, il creditore fittizio

57.(figura che non ricorre nel caso in esame, in cui i creditori non vantano un credito fittizio

58.nei confronti della società fallita, ma sono del tutto inesistenti) viene a rispondere quale

59.concorrente nel reato proprio del fallito e, se non vi è concorso con costui, sarà

60.responsabile del reato di presentazione di domanda di ammissione al passivo di credito

61.fraudolentemente simulato (cfr., Cass. sez. 5^, 3.10.1989, n. 2781, rv. 183521). 8. Del pari

62.infondato deve ritenersi il motivo di ricorso con il quale si contesta la sussistenza del

63.delitto di bancarotta fraudolenta documentale di cui alla L. Fall., art. 216, comma 1, n.

64.2).
Al riguardo appare sufficiente rammentare che il bene giuridico protetto dalla suddetta

65.previsione normativa non è circoscritto ad una mera informazione sulle vicende

66.patrimoniali e contabili dell’impresa, concernendo, piuttosto, una conoscenza di tali

67.vicende, documentata e giuridicamente utile, in relazione all’interesse dei creditori ad

68.apprendere nei loro termini reali le vicende e la consistenza del patrimonio della società

69.destinato a soddisfare le loro regioni (c.d. ostensibilità della situazione patrimoniale del

70.debitore: cfr., ex plurimis, Cass., sez. 5^, 18/05/2005, n. 24333, rv.232212; Cass., sez.

71.un., 27/01/2011, n. 21039, rv. 249669).
Bene giuridico che, nel caso in esame, è stato

72.vulnerato dalla condotta dell’imputato, in quanto, come sottolineato da entrambi i giudici di

73.merito, il curatore fallimentare, anche grazie alla attività di indagine della guardia di

74.finanza ed alla collaborazione dell’imputato, ebbe a rilevare l’assoluta inattendibilità dei

75.dati di bilancio – confermata dallo stesso S., il quale gli aveva rivelato come le poste

76.dell’attivo erano “complessivamente inattendibili, per non dire inventate” (cfr pp. 4 – 5 della

77.sentenza di primo grado) – che gli ha impedito di ricostruire con facilità e completezza il

78.patrimonio ed il movimento di affari della società.
Come è noto, infatti, per giurisprudenza

79.costante della Suprema Corte, condivisa dal Collegio, sussiste il reato di bancarotta

80.fraudolenta documentale non solo quando la ricostruzione del patrimonio si renda

81.impossibile per il modo in cui le scritture contabili sono state tenute, ma anche quando gli

82.accertamenti, da parte degli organi fallimentari, siano stati ostacolati da difficoltà superabili

83.solo con particolare diligenza (cfr., ex plurimis, Cass., sez. 5^, 19/04/2010, n. 21588, rv.

84.247965; Cass., sez. V, 18/05/2005, n. 24333, rv.232212).
9. Premesso, inoltre, che

85.l’ipotesi di bancarotta fraudolenta patrimoniale di cui si discute può essere realizzata

86.anche a mezzo di false registrazioni nei libri e nelle scritture contabili (cfr.
Cass., sez. 5^,

87.26/10/2004, n. 45431, rv. 230353), tale reato può concorrere con quello di bancarotta

88.fraudolenta documentale (cfr.
Cass., sez. 5^, 20.4.2007, n. 29336, rv. 237255), così

89.come, stante la differenza dei beni giuridici protetti, è possibile configurare il concorso

90.formale tra i reati in materia fallimentare ed il reato fiscale pure addebitato al S., come da

91.tempo affermato dalla consolidata giurisprudenza della Corte di Cassazione (cfr. Cass.,

92.sez. 5^, 26/10/2004, n. 45431, rv. 230353Cass., sez. 5^, 25.11.1998, n. 1842, rv. 212352;

93.Cass., sez. 5^, 1/7/1993, n. 7177, rv. 194615).
10. Va, infine, rilevato che il

94.riconoscimento della recidiva specifica, reiterata ed infraquinquennale ex art. 99 c.p.,

95.comma 4, operato, all’esito di un approfondito giudizio dal giudice di primo grado,

96.impedisce di ritenere estinto per prescrizione il reato fiscale di cui al capo B)

97.dell’imputazione.
11. Sulla base delle svolte considerazioni, dunque, l’impugnata

98.sentenza va annullata senza rinvio in relazione al reato di cui al R.D. n. 267 del 1942, art.

99.223, comma 2, n. 2), perchè il fatto non sussiste, con conseguente trasmissione degli atti

  1. ad altra sezione della corte di appello di Milano per la rideterminazione del trattamento
  2. sanzionatorio da infliggere all’imputato in relazione ai reati residui e fermo restando il
  3. passaggio in giudicato della sentenza impugnata per tutti gli altri profili non investiti dalla
  4. pronuncia di annullamento, il parziale accoglimento delle ragioni del ricorrente comporta
  5. che quest’ultimo non sia condannato al pagamento delle spese del procedimento.
  1. P.Q.M.
  2. Annulla senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente al reato di cui al R.D. n. 267 del
  3. 1942, art. 223, comma 2, n. 2), perché il fatto non sussiste e rinvia ad altra sezione della
  4. Corte di Appello di Milano per la rideterminazione della pena per i reati residui.
Rigetta
  5. nel resto il ricorso.
Così deciso in Roma, il 3 dicembre 2013.
Depositato in Cancelleria il
  6. 17 marzo 2014

Corte di Cassazione penale, sez. V, 17 marzo 2014 n.12427

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LOMBARDI  Alfredo M.       –  Presidente   –

Dott. BEVERE    Antonio          –  Consigliere  –

Dott. FUMO      Maurizio         –  Consigliere  –

Dott. GUARDIANO Alfredo          –  rel. Consigliere  –

Dott. CAPUTO    Angelo           –  Consigliere  –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

S.S., nato a (OMISSIS);

avverso  la  sentenza pronunciata dalla corte di  appello  di  Milano l’8.3.2012;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal consigliere dott. Alfredo Guardiano;

udito  il  pubblico ministero nella persona del sostituto procuratore generale  dott.

CANEVELLI Paolo, che ha concluso per  l’annullamento con rinvio della sentenza

impugnata.

FATTO E DIRITTO

1. Con sentenza pronunciata l’8.3.2012 la corte di appello di Milano, confermava la

sentenza con cui il tribunale di Milano, in data 10.11.2011, aveva condannato S.S., per i

reati di cui alla L. Fall., art. 216, nn. 1) e 2), art. 223, comma 2, n. 2), art. 219, comma 1, n.

1), in relazione al fallimento della “S.S.B. Italiana Costruzioni s.r.l.”; art. 81 cpv. c.p.,

D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 2, alle pene, principale ed accessorie, ritenute di

giustizia.
Secondo l’ipotesi accusatoria, confermata in primo ed in secondo grado, il S., in

qualità di amministratore di fatto della società fallita, con la sua condotta, consistita

nell’avere utilizzato fatture false attestanti operazioni inesistenti per prestazioni fornite alla

società fallita da società inesistenti o non risultanti all’anagrafe tributaria, ha integrato

quattro fattispecie delittuose ed, in particolare: 1) il reato di bancarotta fraudolenta

patrimoniale; 2) il reato di bancarotta fraudolenta documentale per falsificazione delle

scritture contabili della società; 3) il reato di bancarotta impropria per avere cagionato il

fallimento della società con operazioni dolose, avendo utilizzato le fatture innanzi indicate

per gli anni dal 2001 al 2006 al fine di compensare i ricavi conseguiti; 4) il reato in materia

fiscale di cui al D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 2. 2. Avverso la decisione della corte territoriale,

di cui chiede l’annullamento, ha proposto ricorso per cassazione l’imputato, a mezzo del

suo difensore di fiducia, lamentando violazione di legge, travisamento dei fatti e manifesta

illogicità della motivazione della sentenza impugnata, in quanto, 1) con riferimento alla

bancarotta fraudolenta patrimoniale, non risulta dimostrato che l’obbligazione simulata sia

stata riconosciuta dal soggetto fallito, anche per acquiescenza, con l’attribuzione ad essa

di rilevanza causale nella procedura fallimentare, condizione per la punibilità della

condotta, laddove la semplice esposizione fittizia di costi sostenuti non incide sulla

garanzia patrimoniale dei creditori; 2) in relazione alla bancarotta fraudolenta

documentale, si tratta di una fattispecie in concreto non configurabile, perchè l’imputato ha

subito evidenziato la falsità delle scritture contabili, che, limitata alle false fatture, non ha

reso impossibile la ricostruzione del patrimonio e degli affari della società, trattandosi,

peraltro, di falsità accertata già prima della dichiarazione di fallimento dalla Guardia di

Finanza; 3) in applicazione del principio di specialità di cui all’art. 15, c.p., il S. deve essere

dichiarato responsabile solo del reato di bancarotta fraudolenta documentale, che si

configura come reato speciale rispetti agli atri reati fallimentari ritenuti sussistenti; 4) in

ordine al reato di bancarotta impropria, del pari esso, stante la sua natura di ipotesi

residuale nella previsione del legislatore, non appare configurabile nel caso in esame, sia

perchè la condotta dell’imputato è già sussumibile nel paradigma normativo della L. Fall.,

art. 216, comma 1, n. 1), sia perchè non risulta dimostrato che il fallimento sia stato

determinato dalla condotta addebitata al S., difettando, pertanto, la prova della

sussistenza dell’elemento soggettivo del reato in questione.
3. Il ricorso va parzialmente

accolto, per le seguenti ragioni. Al riguardo, va, innanzitutto, rilevato che nell’esaminare i

motivi di ricorso si procederà ad una lettura integrata delle sentenze di primo e di secondo

grado, da considerare un prodotto unico, in quanto la decisione della corte territoriale e

quella del tribunale hanno utilizzato criteri omogenei di valutazione e seguito un apparato

logico argomentativo uniforme (cfr. Cass., sez. 3, 1.2.2002-12.3.2002, n. 10163,

Lombardozzi D., rv. 221116).. Orbene fondato appare il motivo di impugnazione con cui si

deduce l’impossibilità di configurare nel caso in esame l’ipotesi di reato di bancarotta

impropria.
Costituisce, infatti, costante orientamento della giurisprudenza di legittimità,

condiviso dal Collegio, quello secondo cui non è configurabile il concorso formale tra il

reato di bancarotta fraudolenta e quello di bancarotta impropria di cui alla L. Fall., art. 223,

comma 2, n. 2, che deve considerarsi assorbito nel primo quando, come nel caso in

esame, l’azione diretta a causare il fallimento sia la stessa sussunta nel modello

descrittivo della bancarotta fraudolenta, poichè, mentre non è concepibile la realizzazione

di un reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale o documentale, che non si accompagni

alla volontà deliberata o quanto meno all’accettazione del rischio che la condotta

costituisca causa – unica o concorrente – del fallimento, che è elemento costitutivo del

reato, in tale atteggiamento psicologico si concreta anche l’elemento soggettivo della

bancarotta impropria.
Esclusa, dunque, la possibilità di configurare il concorso formale tra

la bancarotta fraudolenta patrimoniale e la bancarotta impropria ai sensi della L. Fall., art.

223, comma 2, n. 2, il concorso materiale, invece, può configurarsi, ma solo se, oltre ad

azioni comprese nello specifico schema della bancarotta “ex” L. Fall., art. 216, si siano

verificati differenti e autonomi comportamenti dolosi, assenti nel caso in esame, i quali –

concretandosi in abuso o infedeltà nell’esercizio della carica ricoperta o in un atto

intrinsecamente pericoloso per l’andamento economico-finanziario della società – siano

stati causa del fallimento (cfr. Cass., sez. 5^, 5.7.2007, n. 35066, rv. 237716; Cass., sez.

5^, 19.5.2010, n. 34559, rv. 248167).
6. Nel resto il ricorso va rigettato.
7. Infondato,

invero, appare il motivo di ricorso volto a contestare la sussistenza del delitto di bancarotta

fraudolenta patrimoniale.
Ed invero, come affermato da autorevole e condivisibile

dottrina, la diminuzione illecita del patrimonio del debitore può avvenire non solo

attraverso la sottrazione di attività, ma anche “gonfiando” le passività, in modo da

assottigliare la quota di garanzia disponibile per i creditori, condotta che si verifica tutte le

volte in cui, in relazione allo stato patrimoniale del soggetto fallito, si fanno apparire debiti

od obblighi che, in realtà non esistono, trattandosi di operazioni mediante le quali viene

sottratta o distratta la quota di patrimonio corrispondente al debito fittizio (cfr., Cass., sez.

5^, 20.4.2007, n. 29336, rv. 237255), con conseguente pregiudizio del ceto creditorio alla

veridica indicazione del passivo (cfr. Cass., sez. un., 27.1.2011, n. 21039, rv. 249669). La

fattispecie concreta portata all’attenzione di questa Corte ben si adatta allo schema testè

delineato, in quanto risulta pacifica l’esposizione di passività inesistenti, realizzata

attraverso l’inserimento nelle scritture contabili di fatture false passive, riguardanti

prestazioni in realtà mai ricevute dalla società fallita, essendo inesistenti i soggetti che

nelle suddette fatture apparivano come fornitori.
Ciò appare sufficiente ad affermare la

sussistenza del delitto di cui alla L. Fall., art. 216, comma 1, n. 1).
Anche a voler seguire,

infatti, la tesi menzionata dal ricorrente, che, nel ricostruire la nozione di “passività”

penalmente rilevante, opera una distinzione tra gli elementi patrimoniali negativi costituiti,

in linea di principio, dai debiti, ed i componenti negativi del reddito, rappresentati dai costi

sostenuti, attribuendo solo ai primi la natura di “passività” in senso tecnico, in ogni caso il

reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale di cui alla L. Fall., art. 216, comma 1, n. 1),

risulta consumato con la registrazione di inesistenti costi sostenuti dalla società fallita,

destinata a dissimulare la destinazione illecita data ad attività già sottratte (cfr.

nuovamente la già citata Cass., sez. 5^, n. 29336, rv. 237255), senza che ci sia bisogno di

dimostrare, ai fini dell’integrazione degli elementi costitutivi della suddetta fattispecie

delittuosa, perchè estranea alla previsione normativa, quale sia stata la destinazione

effettiva di tali attività.
L’ulteriore principio richiamato dal ricorrente a sostegno del suo

assunto, infine, attiene ad un caso, completamente diverso da quello in esame, in cui il

Supremo Collegio, dovendo affrontare il problema del concorso del terzo creditore fittizio,

al quale vengano rilasciate dal fallito cambiali o scritture di ricognizione ovvero di

assunzione di obbligazioni simulate da parte dell’imprenditore insolvente, nel delitto di

bancarotta fraudolenta patrimoniale per esposizione o riconoscimento di passività

inesistenti, ha affermato che il reato si considera integrato soltanto se e quando il fallito

riconosca – anche mediante acquiescenza – nella procedura fallimentare la passività

inesistente e le conferisca rilevanza concorsuale. In questo caso, infatti, il creditore fittizio

(figura che non ricorre nel caso in esame, in cui i creditori non vantano un credito fittizio

nei confronti della società fallita, ma sono del tutto inesistenti) viene a rispondere quale

concorrente nel reato proprio del fallito e, se non vi è concorso con costui, sarà

responsabile del reato di presentazione di domanda di ammissione al passivo di credito

fraudolentemente simulato (cfr., Cass. sez. 5^, 3.10.1989, n. 2781, rv. 183521). 8. Del pari

infondato deve ritenersi il motivo di ricorso con il quale si contesta la sussistenza del

delitto di bancarotta fraudolenta documentale di cui alla L. Fall., art. 216, comma 1, n.

2).
Al riguardo appare sufficiente rammentare che il bene giuridico protetto dalla suddetta

previsione normativa non è circoscritto ad una mera informazione sulle vicende

patrimoniali e contabili dell’impresa, concernendo, piuttosto, una conoscenza di tali

vicende, documentata e giuridicamente utile, in relazione all’interesse dei creditori ad

apprendere nei loro termini reali le vicende e la consistenza del patrimonio della società

destinato a soddisfare le loro regioni (c.d. ostensibilità della situazione patrimoniale del

debitore: cfr., ex plurimis, Cass., sez. 5^, 18/05/2005, n. 24333, rv.232212; Cass., sez.

un., 27/01/2011, n. 21039, rv. 249669).
Bene giuridico che, nel caso in esame, è stato

vulnerato dalla condotta dell’imputato, in quanto, come sottolineato da entrambi i giudici di

merito, il curatore fallimentare, anche grazie alla attività di indagine della guardia di

finanza ed alla collaborazione dell’imputato, ebbe a rilevare l’assoluta inattendibilità dei

dati di bilancio – confermata dallo stesso S., il quale gli aveva rivelato come le poste

dell’attivo erano “complessivamente inattendibili, per non dire inventate” (cfr pp. 4 – 5 della

sentenza di primo grado) – che gli ha impedito di ricostruire con facilità e completezza il

patrimonio ed il movimento di affari della società.
Come è noto, infatti, per giurisprudenza

costante della Suprema Corte, condivisa dal Collegio, sussiste il reato di bancarotta

fraudolenta documentale non solo quando la ricostruzione del patrimonio si renda

impossibile per il modo in cui le scritture contabili sono state tenute, ma anche quando gli

accertamenti, da parte degli organi fallimentari, siano stati ostacolati da difficoltà superabili

solo con particolare diligenza (cfr., ex plurimis, Cass., sez. 5^, 19/04/2010, n. 21588, rv.

247965; Cass., sez. V, 18/05/2005, n. 24333, rv.232212).
9. Premesso, inoltre, che

l’ipotesi di bancarotta fraudolenta patrimoniale di cui si discute può essere realizzata

anche a mezzo di false registrazioni nei libri e nelle scritture contabili (cfr.
Cass., sez. 5^,

26/10/2004, n. 45431, rv. 230353), tale reato può concorrere con quello di bancarotta

fraudolenta documentale (cfr.
Cass., sez. 5^, 20.4.2007, n. 29336, rv. 237255), così

come, stante la differenza dei beni giuridici protetti, è possibile configurare il concorso

formale tra i reati in materia fallimentare ed il reato fiscale pure addebitato al S., come da

tempo affermato dalla consolidata giurisprudenza della Corte di Cassazione (cfr. Cass.,

sez. 5^, 26/10/2004, n. 45431, rv. 230353Cass., sez. 5^, 25.11.1998, n. 1842, rv. 212352;

Cass., sez. 5^, 1/7/1993, n. 7177, rv. 194615).
10. Va, infine, rilevato che il

riconoscimento della recidiva specifica, reiterata ed infraquinquennale ex art. 99 c.p.,

comma 4, operato, all’esito di un approfondito giudizio dal giudice di primo grado,

impedisce di ritenere estinto per prescrizione il reato fiscale di cui al capo B)

dell’imputazione.
11. Sulla base delle svolte considerazioni, dunque, l’impugnata

sentenza va annullata senza rinvio in relazione al reato di cui al R.D. n. 267 del 1942, art.

223, comma 2, n. 2), perchè il fatto non sussiste, con conseguente trasmissione degli atti

ad altra sezione della corte di appello di Milano per la rideterminazione del trattamento

sanzionatorio da infliggere all’imputato in relazione ai reati residui e fermo restando il

passaggio in giudicato della sentenza impugnata per tutti gli altri profili non investiti dalla

pronuncia di annullamento, il parziale accoglimento delle ragioni del ricorrente comporta

che quest’ultimo non sia condannato al pagamento delle spese del procedimento.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente al reato di cui al R.D. n. 267 del

1942, art. 223, comma 2, n. 2), perché il fatto non sussiste e rinvia ad altra sezione della

Corte di Appello di Milano per la rideterminazione della pena per i reati residui.
Rigetta

nel resto il ricorso.
Così deciso in Roma, il 3 dicembre 2013.
Depositato in Cancelleria il

17 marzo 2014

ABA2SCRITTA

CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. V PENALE , SENTENZA 3 marzo 2015 9250 Presidente Oldi – Relatore Vessichelli, n.9250 – Presidente Oldi – Relatore Vessichelli

Fatto e diritto

Propone ricorso per cassazione L.G. , avverso la sentenza della Corte d’appello di Milano, in data 4 ottobre 2012, con la quale è stata confermata quella di primo grado, del 18 ottobre 2005, di condanna – per quanto qui d’interesse – in ordine al reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale.

Tale reato gli è stato addebitato quale titolare della ditta individuale “L.G. “, che produceva sedie in stile, essendo stato, poi, egli dichiarato fallito l’I 1 novembre 1998. L’imputato è stato ritenuto colpevole di avere distratto taluni macchinari, l’avviamento “americano” (ossia la clientela degli Stati Uniti) e l’utilizzo del capannone, beni tutti ceduti – l’ultimo in locazione – alla società Refim S.r.l., senza peraltro che il controvalore corrisposto (apparentemente 270 milioni di lire sui 300 pattuiti per la cessione dell’avviamento oltre ai canoni di locazione pari a 10 milioni di lire annui), risultasse entrato nell’attivo della fallita.

Inoltre, all’imputato è stata ascritta la condotta di avere omesso di tenere il libro giornale, impedendo così l’esatta ricostruzione del movimento degli affari della impresa.

Gli sono state concesse le circostanze attenuanti generiche equivalenti alle aggravanti di cui all’articolo 219 legge fallimentare.

Deduce:

1) la prescrizione del reato, da computarsi nella misura di 12 anni e sei mesi, ossia un termine scaduto all’atto della emissione la sentenza di appello;

2) la violazione di legge e il travisamento dei fatti, relativamente all’ipotesi di bancarotta fraudolenta documentale.

Era stato sostenuto, in appello, che la mancata tenuta del libro giornale non configurasse l’ipotesi dolosa, dal momento che risultava regolarmente tenuto il registro Iva degli acquisti e delle vendite nonché regolarmente presentata la dichiarazione dei redditi.

In altri termini mancava la prova della finalità di creare pregiudizio ai creditori, cioè del dolo specifico del reato, atteso che la ricostruzione degli affari era stata realizzata dal curatore, sia pure in termini non precisi.

Era, al più, configurabile l’ipotesi di bancarotta semplice, in realtà prescritta nel 2002, ossia antecedentemente alla richiesta di rinvio a giudizio;

3) ad avviso del ricorrente sarebbe venuta meno l’aggravante dell’articolo 219 legge fallimentare, a seguito della sentenza di non doversi procedere pronunciata dal primo giudice (in relazione al reato di bancarotta semplice, ndr); su tale base si sarebbe dovuta riconoscere una maggior incidenza delle circostanze attenuanti generiche e dunque, per l’imputato, la possibilità di fruire dei benefici di legge;

4) il vizio della motivazione in relazione al reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale.

Tale reato era stato configurato, nella sentenza impugnata, in relazione al mancato rinvenimento del prezzo (circa 270 milioni di lire) che sarebbe stato ricevuto dall’imprenditore fallito, in cambio della cessione dell’azienda.

Tuttavia, era stato già eccepito che, così ragionando, i giudici avevano addebitato al ricorrente un fatto diverso da quello contestato che, invece, era stato calibrato sulla indebita cessione dell’azienda e non sulla sparizione del ricavato.

In altri termini, l’imputato doveva rispondere soltanto di quanto realmente contestato e cioè di una bancarotta consistita nella cessione, a titolo oneroso, dell’azienda: un fatto-reato insussistente, dal momento che quel negozio giuridico non risultava posto in discussione, quanto alla sua validità, neppure dal curatore.

Il difensore lamenta, più in particolare, che non è stata data risposta alla questione, rappresentata nei motivi d’appello, secondo cui non sarebbe stata acquisita una prova certa dell’effettivo pagamento del prezzo di 270 milioni di lire in favore del ricorrente e neppure la prova dell’effettiva cessione dell’azienda, posto che la somma in questione, rappresenterebbe il prezzo della cessione del solo avviamento americano;

5) la mancanza di prova della sussistenza di un danno capace di giustificare la provvisionale assegnata alla parte civile e, comunque, a causa della chiusura del fallimento, la mancanza di un soggetto legittimato alla riscossione del danno riconosciuto dal giudice.

Il ricorso è infondato e deve essere rigettato.

Il primo motivo è manifestamente infondato.

La vigente normativa in tema di computo del termine di prescrizione è entrata in vigore l’8 dicembre 2005, e cioè quando era stata già emessa la sentenza di condanna di primo grado, che è del 18 ottobre 2005.

Per tale ragione, sulla base della normativa transitoria della stessa legge, così come anche riplasmata dalla Corte costituzionale, la nuova e più favorevole normativa in tema di prescrizione non si applica al caso di specie, in virtù di un bilanciamento effettuato dal legislatore e ritenuto costituzionalmente compatibile, tra l’esistenza di una norma più favorevole nella materia de qua e l’esigenza di economia processuale e di salvaguardia del risultato probatorio già formatosi.

Basterà qui ricordare il più recente degli interventi del Supremo Consesso della Cassazione (Sez. U, Sentenza n. 15933 del 24/11/2011 Ud. (dep. 24/04/2012) Rv. 252012), secondo cui ai fini dell’operatività delle disposizioni transitorie della nuova disciplina della prescrizione, la pronuncia della sentenza di primo grado, indipendentemente dall’esito di condanna o di assoluzione, determina la pendenza in grado d’appello del procedimento, ostativa all’applicazione retroattiva delle norme più favorevoli.

In conclusione, la richiesta della difesa è evidentemente in contrasto con lo stato normativo come sopra specificato, essendo fondata su un calcolo del termine di prescrizione dipendente dal testo di una normativa che non si applica al caso di specie.

Infondato è anche il motivo concernente la asserita non configurabilità del reato di bancarotta fraudolenta documentale.

Il ricorrente lamenta la mancata considerazione dell’essere stati tenuti, regolarmente, i registri Iva degli acquisti e delle vendite, pur in mancanza del libro giornale: una situazione che avrebbe dovuto essere valorizzata, se non dal punto di vista oggettivo, quantomeno per configurare una situazione psicologica che non poteva essere quella della finalità di determinare un pregiudizio per i creditori.

Ciò posto, deve osservarsi che, secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, dal punto di vista oggettivo sussiste il reato di bancarotta fraudolenta documentale non solo quando la ricostruzione del patrimonio si renda impossibile per il modo in cui le scritture contabili sono state tenute, ma anche quando gli accertamenti, da parte degli organi fallimentari, siano stati ostacolati da difficoltà superabili solo con particolare diligenza (Sez. 5, Sentenza n. 21588 del 19/04/2010 Ud. (dep. 07/06/2010) Rv. 247965; Conformi: N. 10423 del 2000 Rv. 218383, N. 24333 del 2005 Rv. 232212).

Dal punto di vista soggettivo, poi, è unanime la conclusione che il reato di bancarotta fraudolenta documentale, integrato nella forma della tenuta irregolare delle scritture, è a dolo generico e non specifico come sostenuto dal ricorrente.

L’integrazione del reato di bancarotta fraudolenta documentale di cui alla seconda ipotesi dell’art. 216, comma primo n. 2, L. fall., infatti, richiede il dolo generico, ossia la consapevolezza che la confusa tenuta della contabilità renderà o potrà rendere impossibile la ricostruzione delle vicende del patrimonio, in quanto la locuzione “in guisa da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari “connota la condotta e non la volontà dell’agente, sicché è da escludere che essa configuri il dolo specifico (Sez. 5, Sentenza n. 21872 del 25/03/2010 Ud. (dep. 08/06/2010) Rv. 247444; conformi: N. 31356 del 2001 Rv. 220167, N. 21075 del 2004 Rv. 229321, N. 46972 del 2004 Rv. 230482, N. 24328 del 2005 Rv. 232209, N. 6769 del 2006 Rv. 233997, N. 26807 del 2006 Rv. 235006, N. 1137 del 2009 Rv. 242550).

Nel caso di specie, tali principi sono sufficienti a definire le questioni poste al giudice dell’appello e riproposte, in analoghi termini, a questo giudice della legittimità. Ed infatti, si legge nella sentenza impugnata che la parte di contabilità regolarmente tenuta dall’imputato è stata soltanto quella dei registri Iva per gli acquisti e le vendite, relativamente agli anni 1997 e 1998 e quella costituita dalla dichiarazione dei redditi.

Tuttavia, essendo lo stato di insolvenza iniziato a partire dal 1992-1993, la mancanza, a partire da tali annualità, del libro giornale e, secondo quanto attestato in sentenza, la non presenza, per le stesse annualità, dei registri Iva (presenti invece soltanto “per le annualità successive” al 1996, vedi pagina 8) giustifica ampiamente, sul piano della completezza e della razionalità della motivazione, l’affermazione del giudice del merito secondo cui il curatore non è stato in grado di ricostruire il movimento degli affari con la necessaria precisione e tale caratteristica delle scritture tenute era evidentemente nota all’imputato con la conseguenza della integrazione dell’elemento soggettivo del reato.

Viceversa, diversamente da quanto sostenuto dal ricorrente, è del tutto irrilevante che l’imputato possa avere agito senza la finalità di recare pregiudizio ai creditori, dovendosi osservare che tale scopo integrerebbe una forma di dolo specifico, il quale, tuttavia, è circoscritto, dall’articolo 216, comma 1 n. 2 prima parte, della legge fallimentare, alla sola ipotesi in cui le scritture siano state sottratte, distrutte o falsificate: con esclusione dunque della ipotesi, ricorrente nel caso di specie, di tenuta irregolare delle medesime. Per converso, la suddetta affermazione dei giudici del merito non risulta neppure specificamente censurata dal difensore del ricorrente il quale allega del tutto genericamente, la presenza dei registri Iva per gli anni sopraindicati, senza invece indicare in quali termini e per quali concrete ragioni, la corretta tenuta dei registri Iva avrebbe potuto tenere luogo, ai fini ricostruttivi della contabilità, delle annotazioni, con partita doppia, che avrebbero dovuto costituire il contenuto del libro giornale.

Manifestamente infondato il terzo motivo di ricorso, atteso che la circostanza aggravante dell’articolo 219 legge fallimentare ha trovato operatività anche soltanto in ragione della ritenuta concorrenza fra il fatto-reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale e quello di bancarotta fraudolenta documentale, entrambi ascritti all’imputato.

È poi da respingere il quarto motivo di ricorso.

Non si apprezza alcuna violazione del principio di correlazione fra accusa e sentenza. È stata, infatti, contestata, nel capo di imputazione, la distrazione in relazione alla avvenuta cessione, alla società Refim, di macchinari, di un ramo d’azienda e, infine, della materiale disponibilità di un capannone, senza che, tale cessione, abbia comportato un corrispondente ed effettivo introito di somme, a titolo di corrispettivo, nelle casse della società. Si tratta, all’evidenza, di una contestazione che conteneva la duplice prospettiva di una distrazione avente ad oggetto beni ceduti con vendita simulata- come poi affermato dai giudici a pagina sette della sentenza impugnata- ovvero, nel caso fosse emersa una vendita non simulata, del corrispettivo delle cessioni medesime.

I giudici, come detto, hanno accreditato la prima delle possibili ricostruzioni, contenuta nel capo d’imputazione, con la conseguenza della manifesta insussistenza della violazione di cui all’articolo 522 cpp.

Quanto alla motivazione esibita a sostegno della affermata responsabilità per tale fatto-reato, il giudice a quo ha fatto applicazione del principio, condiviso dalla costante giurisprudenza secondo, in materia di bancarotta fraudolenta patrimoniale, la presunzione di distrazione del bene può essere fondata sul rilievo che, in epoca anteriore e prossima al fallimento, la società avesse avuto il possesso di determinati beni, non rinvenuti all’atto della redazione dell’inventario. Viceversa, è l’imprenditore ad essere gravato, in presenza delle suddette condizioni, dell’onere di provare la concreta destinazione data ai beni, in conformità con gli interessi della società.

Nel caso in esame, proprio tale situazione si è verificata, posto che, da un lato i giudici hanno dato atto della sicura presenza dei beni sopra descritti, del patrimonio della società, in epoca prossima al fallimento e, dall’altro, gli stessi giudici hanno valorizzato la assenza di prova, proveniente dall’imputato, a proposito della destinazione impressa ai beni oppure al ricavato dalla loro cessione, in senso funzionale rispetto alle strategie di impresa.

Manifestamente infondato è l’ultimo motivo di ricorso posto che è costante la giurisprudenza di legittimità che osserva come non sia ammesso ricorso per cassazione in tema di riconoscimento della condanna ad una provvisionale immediatamente esecutiva. Esso costituisce un provvedimento per sua natura insuscettibile di passare in giudicato e destinato ad essere costituito dall’integrale risarcimento: il medesimo pertanto non è impugnabile per Cassazione. (Sez. 4, Sentenza n. 34791 del 23/06/2010 Ud. (dep. 27/09/2010 ) Rv. 248348; Conformi: N. 9266 del 1994 Rv. 199072, N. 6727 del 1995 Rv. 201775, N. 11984 del 1997 Rv. 209501, N. 4973 del 2000 Rv. 215770, N. 7031 del 2003 Rv. 223657, N. 36536 del 2003 Rv. 226454, N. 36760 del 2004 Rv. 230271, N. 40410 del 2004 Rv. 230105, N. 5001 del 2007 Rv. 236068).

P.Q.M.

rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento.

Suprema Corte di Cassazione

sezione III

sentenza 2 aprile 2014, n. 15119

REPUBBLICA ITALIANAIN NOME DEL POPOLO ITALIANOLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TERESI Alfredo – Presidente

Dott. AMORESANO Silvio – rel. Consigliere

Dott. ORILIA Lorenzo – Consigliere

Dott. ACETO Aldo – Consigliere

Dott. SCARCELLA Alessio – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

1) (OMISSIS) nato il (OMISSIS);

avverso l’ordinanza del 10.10.2013 del Tribunale di Foggia;

sentita la relazione svolta dal Consigliere Silvio Amoresano;

sentite le conclusioni del P. G., dr. Francesco Salzano, che ha chiesto il rigetto del ricorso sentito il difensore, avv. (OMISSIS), che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

RITENUTO IN FATTO

1. Con ordinanza in data 10.10.2013 il Tribunale di Foggia rigettava la richiesta di riesame proposta nell’interesse di (OMISSIS) avverso il provvedimento di sequestro preventivo emesso dal GIP presso il Tribunale di Foggia il 14.9.2013.

Premetteva il Tribunale che dagli atti trasmessi dal P.M. emergeva il fumus del reato di cui al Decreto Legislativo n. 74 del 2000, articolo 10 ter, non avendo l’indagato versato l’IVA per un valore di euro 608.178,00.

Tanto premesso, riteneva il Tribunale che correttamente il GIP avesse disposto il sequestro per equivalente sui beni mobili (tra cui i c/c) nella disponibilita’ dell’ (OMISSIS) fino alla concorrenza dell’importo non versato all’erario. Ne’ rilevava che alcuni dei cointestatari dei conti non fossero coinvolti nel reato, essendo i medesimi conti nella disponibilita’ dell’indagato.

In ordine all’eccezione relativa alla mancata indicazione di difensore di fiducia o d’ufficio nel decreto di sequestro preventivo, rilevava il Tribunale che trattasi di atto a sorpresa di cui non va data notizia prima dell’esecuzione.

Quanto alla mancata indicazione dei beni oggetto del sequestro, non vi era alcun obbligo da parte del Giudice, essendo sufficiente l’indicazione dell’importo complessivo rilevante ai fini della futura confisca.

Infine, quanto alla circostanza che in data 28.4.2011 la societa’ “La Sorgente” era stata posta in concordato preventivo (omologato il 19.10.2011 con nomina di un liquidatore), anche se il reato contestato riguardava l’imposta 2010 con scadenza per il pagamento il 27.12.2012, rilevava il Tribunale che le somme incassate a titolo di iva non erano nella disponibilita’ del contribuente e dovevano essere accantonate.

2. Ricorre per cassazione l’ (OMISSIS), a mezzo del difensore, denunciando la inosservanza o erronea applicazione della legge penale in relazione alla ritenuta applicabilita’ della confisca per equivalente nei reati tributari con riferimento sia al prezzo che al profitto del reato.

Con il secondo motivo denuncia l’inosservanza o erronea applicazione della legge processuale penale per la mancata indicazione del difensore di fiducia o d’ufficio nel decreto di sequestro preventivo.

Con il terzo motivo denuncia l’inosservanza o erronea applicazione della legge penale con riferimento alla mancata indicazione dei beni oggetto di sequestro.

Con il quarto motivo deduce l’inosservanza o erronea applicazione dell’articolo 40 c.p..

Essendo stata la societa’ “La Sorgente” posta in concordato preventivo, omologato in data 19.10.2011, con nomina di un liquidatore giudiziale, l’indagato non aveva la disponibilita’ di somme per provvedere ai versamenti dell’imposta dovuta.

L’indagato pertanto e’ estraneo al fatto penalmente rilevante del mancato adempimento dell’obbligazione tributaria. Il Tribunale supera il rilievo difensivo, confondendo l’aspetto fiscale con quello penale (il reato si consuma, a prescindere dagli accantonamenti, solo al momento del’omesso versamento).

E, nel caso di specie, pacificamente, al momento dell’omesso versamento l’ (OMISSIS) non aveva la disponibilita’ delle somme necessarie per l’adempimento; ne’ comunque risulta che la pregressa gestione fosse volta all’evasione dell’iva (sul punto Cass. pen. sez. 3 n. 39082 del 9.4.2013).

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. I primi tre motivi di ricorso sono infondati.

1.1. Correttamente il Tribunale ha ritenuto che, in relazione ai reati tributari, la confisca per equivalente si applichi sia ai prezzo che al profitto del reato. La Legge n. 244 del 2007, articolo 1, comma 143, prevede che “nei casi di cui al Decreto Legislativo 10 marzo 2000, n. 74, articoli 2, 3, 4, 5, 8, 10 bis, 10 ter, 10 quater e 11, si osservano, in quanto applicabili, le disposizioni di cui all’articolo 322 ter c.p.”.

Il richiamo in “toto” all’articolo 322 ter c.p. (senza specificazione di commi) rende applicabile la confisca per equivalente sia in relazione al prezzo che al profitto del reato. Del resto (cfr. sent. sezioni unite n. 41936 del 22.11.2005), analoga questione si e’ posta con riferimento all’articolo 640 quater, che rinvia, come la Legge n. 244 del 2007, articolo 1, all’articolo 322 ter, senza alcuna specificazione, ed e’ stata risolta nel senso che la confisca per equivalente si applichi anche in relazione al profitto del reato. Hanno affermato, infatti, le sezioni unite che “Il sequestro preventivo disposto nei confronti della persona sottoposta ad indagini per uno dei reati previsti dall’articolo 640 quater c.p., puo’ avere ad oggetto beni per un valore equivalente non solo al prezzo ma anche al profitto del reato, in quanto la citata disposizione richiama l’intero articolo 322 ter c.p.” (la giurisprudenza successiva e’ assolutamente conforme: ex multis Cass. sez. 1 n.30790 del 30.5.2006; sez. 2 n.10838 del 20.12.2006; sez. 2 n.23425 del 12.4.2007; sez. 6 n. 37090 del 30.5.2007; sez.6 n. 5401 del 28.1.2009).

In relazione piu’ specificamente ai reati tributari, e’ stato piu’ volte ribadito che il sequestro preventivo, funzionale alla confisca per equivalente puo’ essere disposto non soltanto per il prezzo, ma anche per il profitto del reato (cfr. Cass. pen. sez. 3 n. 35807 del 7.7.2010; Cass. pen. sez. 3 n.13276 del 24.1.2011).

Ne’ certamente tale interpretazione puo’ ritenersi in “malam partem” per il fatto che solo con la Legge 6 novembre 2012, n. 190, che ha riformulato l’articolo 322 ter c.p., sia stato richiamato espressamente anche il profitto del reato.

1.2. Il Tribunale ha, poi, ineccepibilmente ritenuto che, trattandosi di atto a sorpresa, non e’ prevista la nomina del difensore nel decreto di sequestro preventivo, ne’ tanto meno si deve dare preventivo avviso al difensore.

1.3. Anche in ordine alla individuazione dei beni da sottoporre a sequestro, secondo la giurisprudenza di questa Corte, ribadita anche di recente, in tema di sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente, il giudice che emette il provvedimento ablativo e’ tenuto soltanto ad indicare l’importo complessivo da sequestrare, mentre l’individuazione specifica dei beni da apprendere e la verifica della corrispondenza del loro valore al “quantum” indicato nel sequestro e’ riservata alla fase esecutiva demandata al pubblico ministero” (cfr. Cass. pen. sez. 3 n. 10567 del 12.7.2012).

2. Fondato nei termini e nei limiti di seguito indicati e’, invece, il quarto motivo di ricorso.

2.1. Il Decreto Legislativo n. 74 del 2000, articolo 10 ter, ipotizzato a carico del ricorrente sanziona “chiunque non versa l’imposta sul valore aggiunto dovuta in base alla dichiarazione annuale entro il termine per il versamento dell’acconto relativo al periodo di imposta successivo”.

Detto termine e’ individuato dalla Legge n. 405 del 1990, articolo 6, comma 2, come modif. dal Decreto Legge 28 giugni 1995, n. 259, articolo 3, conv. in Legge 8 agosto 1995, nel 27 dicembre dell’anno successivo al periodo di imposta di riferimento.

Altra cosa sono i versamenti periodici previsti dal Decreto del Presidente della Repubblica 23 marzo 1998, n. 100, articolo 1, commi 1 e 4, entro il giorno 16 di ciascun mese; in alcuni casi gli adempimenti possono avere scadenza trimestrale (Decreto del Presidente della Repubblica n. 633 del 1972, articoli 73 e 74; Decreto del Presidente della Repubblica n. 342 del 1999, articolo 7, come rettificato dal Decreto del Presidente della Repubblica n. 435 del 2001, articolo 11, comma 4).

La sanzione per l’omesso versamento periodico dell’iva ha carattere amministrativo ed e’ stabilita dal Decreto Legislativo 18 dicembre 1997, n. 471, articolo 13.

Le Sezioni Unite di questa Corte, intervenendo sul contrasto giurisprudenziale esistente, con la sentenza del 28.3.2013, hanno aderito all’indirizzo maggioritario (cfr. anche Cass. Sez. 3 n. 25875 del 26.5.2010; contra Cass. Sez. 3 n. 18757/2012), affermando il principio che “il Decreto Legislativo n. 74 del 2000, articolo 10 ter, introdotto con la Legge 4 agosto 2006, n. 248, entrato in vigore il 4.7.2006, si applichi anche agli omessi versamenti dell’iva per l’anno 2005 e non versati alla scadenza del 27.12.2006, prevista dal citato articolo 10 ter”.

Secondo le Sezioni Unite, infatti, il reato si consuma al momento della scadenza del termine ultimo per l’adempimento, vale a dire il 27 dicembre dell’anno successivo (reato omissivo istantaneo). E’ con la scadenza di detto termine che l’omissione diventa penalmente rilevante.

Il legislatore ha, invero, ritenuto di lasciare al contribuente un lasso temporale ulteriore per il versamento di quanto dovuto all’erario prima di sanzionare penalmente l’omissione.

Le stesse Sezioni Unite, con la sentenza sopra ricordata, hanno affermato l’ulteriore principio di diritto che il reato di omesso versamento dell’imposta sul valore aggiunto (Decreto Legislativo n. 74 del 2000, articolo 10 ter) non si pone in rapporto di specialita’ ma di progressione illecita con il Decreto Legislativo n. 471 del 1997, articolo 13, comma 1, che punisce con la sanzione amministrativa l’omesso versamento periodico dell’imposta entro il mese successivo a quello di maturazione del debito mensile Iva, con la conseguenza che al trasgressore devono essere applicate entrambe le sanzioni.

2.2. Il Tribunale ha dato atto che la societa’ la Sorgente era stata posta in concordato preventivo fin dal 28.4.2011 e che tale concordato era stato omologato in data 19.10.2011, con la nomina di un commissario giudiziale, al quale incombeva il versamento dell’Iva per l’anno di imposta 2010 (previsto per il 27.12.2011).

Ciononostante ha ritenuto che l’ (OMISSIS) non fosse estraneo a tale incombenza in quanto le somme incassate a titolo di iva e destinate a essere versate all’erario non sono nella libera disponibilita’ del contribuente. Secondo il tribunale, quindi, l’ (OMISSIS), quale legale rappresentante della societa’ nel periodo previsto per i versamenti periodici, “ha inequivocabilmente fornito un contributo causale alla commissione del fatto creando materialmente i presupposti per il successivo omesso versamento”.

Ha, cioe’, ritenuto sussistente una sorta di “automatismo” tra l’omesso versamento periodico dell’iva (sanzionato come si e’ visto soltanto in via amministrativa) o l’omesso accantonamento della stessa, e la successiva consumazione del reato, entro il termine ultimo del 27 dicembre dell’anno successivo.

La sentenza di questa Corte richiamata, a sostegno della sua tesi, dal Tribunale (Cass. sez. 3 n.12268 del 19.2.2013), nell’affermare che il precedente amministratore della societa’ non poteva ritenersi, di per se’, estraneo alla commissione del reato (“potrebbe aver fornito un contributo causale alla commissione del fatto, creando materialmente i presupposti per il successivo omesso versamento”), demandava, pero’, al Giudice del rinvio di valutare l’effettiva incidenza della condotta posta in essere dai singoli soggetti coinvolti nell’amministrazione”. Tali principi sono stati ancor piu’ chiaramente affermati con la sentenza n. 39082 del 9.4.2013. Tale pronuncia, dopo aver ribadito che il reato di cui al Decreto Legislativo n. 74 del 2000, articolo 10 ter, e’ un reato istantaneo proprio, ha evidenziato che bisogna far riferimento al momento previsto per l’adempimento “per determinare il fatto consumativo”.

Per il soggetto non piu’ formalmente in “condizioni” di poter adempiere, bisogna accertare l’esistenza di “specifici elementi probatori… da cui desumere che la pregressa gestione fosse stata destinata all’evasione dell’iva ed a tale scopo fossero destinati i mancati accantonamenti ai quali l’ordinanza fa generico cenno (nulla si dice ad esempio dell’eventuale residuo di cassa trovato dal curatore e se la somma fosse o meno sufficiente, per l’esecuzione del pagamento o se vi fossero, nel passivo fallimentare, altri debiti aventi grado anteriore onde il pagamento si sarebbe palesato in violazione della par condicio), di talche’ l’omissione del versamento alla scadenza potesse essere ricondotto..(al ricorrente)… o al liquidatore”.

2.3. Il Tribunale, pur con i limitati poteri del riesame, non ha effettuato, in base agli atti, alcun accertamento in proposito. Non si fa, invero, il benche’ minimo cenno alle ragioni del mancato adempimento, da parte del liquidatore, del versamento dell’Iva alla scadenza del 27.12.2011; alla “situazione” della societa’ a quella data; alla gestione precedente; e se il mancato accantonamento delle somme fosse finalizzato all’evasione dell’iva.

L’ordinanza impugnata va, pertanto, annullata con rinvio, per nuovo esame, al Tribunale di Foggia.

P.Q.M.

Annulla l’ordinanza impugnata e rinvia al Tribunale di Foggia.

ABA1SCRITTA

Dott. SCARCELLA Alessio – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

Avvocato PenalistaSENTENZA

sul ricorso proposto da:

1) (OMISSIS) nato il (OMISSIS);

avverso l’ordinanza del 10.10.2013 del Tribunale di Foggia;

sentita la relazione svolta dal Consigliere Silvio Amoresano;

sentite le conclusioni del P. G., dr. Francesco Salzano, che ha chiesto il rigetto del ricorso sentito il difensore, avv. (OMISSIS), che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

 

RITENUTO IN FATTO

1. Con ordinanza in data 10.10.2013 il Tribunale di Foggia rigettava la richiesta di riesame proposta nell’interesse di (OMISSIS) avverso il provvedimento di sequestro preventivo emesso dal GIP presso il Tribunale di Foggia il 14.9.2013.

Premetteva il Tribunale che dagli atti trasmessi dal P.M. emergeva il fumus del reato di cui al Decreto Legislativo n. 74 del 2000, articolo 10 ter, non avendo l’indagato versato l’IVA per un valore di euro 608.178,00.

Tanto premesso, riteneva il Tribunale che correttamente il GIP avesse disposto il sequestro per equivalente sui beni mobili (tra cui i c/c) nella disponibilita’ dell’ (OMISSIS) fino alla concorrenza dell’importo non versato all’erario. Ne’ rilevava che alcuni dei cointestatari dei conti non fossero coinvolti nel reato, essendo i medesimi conti nella disponibilita’ dell’indagato.

In ordine all’eccezione relativa alla mancata indicazione di difensore di fiducia o d’ufficio nel decreto di sequestro preventivo, rilevava il Tribunale che trattasi di atto a sorpresa di cui non va data notizia prima dell’esecuzione.

Quanto alla mancata indicazione dei beni oggetto del sequestro, non vi era alcun obbligo da parte del Giudice, essendo sufficiente l’indicazione dell’importo complessivo rilevante ai fini della futura confisca.

Infine, quanto alla circostanza che in data 28.4.2011 la societa’ “La Sorgente” era stata posta in concordato preventivo (omologato il 19.10.2011 con nomina di un liquidatore), anche se il reato contestato riguardava l’imposta 2010 con scadenza per il pagamento il 27.12.2012, rilevava il Tribunale che le somme incassate a titolo di iva non erano nella disponibilita’ del contribuente e dovevano essere accantonate.

2. Ricorre per cassazione l’ (OMISSIS), a mezzo del difensore, denunciando la inosservanza o erronea applicazione della legge penale in relazione alla ritenuta applicabilita’ della confisca per equivalente nei reati tributari con riferimento sia al prezzo che al profitto del reato.

Con il secondo motivo denuncia l’inosservanza o erronea applicazione della legge processuale penale per la mancata indicazione del difensore di fiducia o d’ufficio nel decreto di sequestro preventivo.

Con il terzo motivo denuncia l’inosservanza o erronea applicazione della legge penale con riferimento alla mancata indicazione dei beni oggetto di sequestro.

Con il quarto motivo deduce l’inosservanza o erronea applicazione dell’articolo 40 c.p..

Essendo stata la societa’ “La Sorgente” posta in concordato preventivo, omologato in data 19.10.2011, con nomina di un liquidatore giudiziale, l’indagato non aveva la disponibilita’ di somme per provvedere ai versamenti dell’imposta dovuta.

L’indagato pertanto e’ estraneo al fatto penalmente rilevante del mancato adempimento dell’obbligazione tributaria. Il Tribunale supera il rilievo difensivo, confondendo l’aspetto fiscale con quello penale (il reato si consuma, a prescindere dagli accantonamenti, solo al momento del’omesso versamento).

E, nel caso di specie, pacificamente, al momento dell’omesso versamento l’ (OMISSIS) non aveva la disponibilita’ delle somme necessarie per l’adempimento; ne’ comunque risulta che la pregressa gestione fosse volta all’evasione dell’iva (sul punto Cass. pen. sez. 3 n. 39082 del 9.4.2013).

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. I primi tre motivi di ricorso sono infondati.

1.1. Correttamente il Tribunale ha ritenuto che, in relazione ai reati tributari, la confisca per equivalente si applichi sia ai prezzo che al profitto del reato. La Legge n. 244 del 2007, articolo 1, comma 143, prevede che “nei casi di cui al Decreto Legislativo 10 marzo 2000, n. 74, articoli 2, 3, 4, 5, 8, 10 bis, 10 ter, 10 quater e 11, si osservano, in quanto applicabili, le disposizioni di cui all’articolo 322 ter c.p.”.

Il richiamo in “toto” all’articolo 322 ter c.p. (senza specificazione di commi) rende applicabile la confisca per equivalente sia in relazione al prezzo che al profitto del reato. Del resto (cfr. sent. sezioni unite n. 41936 del 22.11.2005), analoga questione si e’ posta con riferimento all’articolo 640 quater, che rinvia, come la Legge n. 244 del 2007, articolo 1, all’articolo 322 ter, senza alcuna specificazione, ed e’ stata risolta nel senso che la confisca per equivalente si applichi anche in relazione al profitto del reato. Hanno affermato, infatti, le sezioni unite che “Il sequestro preventivo disposto nei confronti della persona sottoposta ad indagini per uno dei reati previsti dall’articolo 640 quater c.p., puo’ avere ad oggetto beni per un valore equivalente non solo al prezzo ma anche al profitto del reato, in quanto la citata disposizione richiama l’intero articolo 322 ter c.p.” (la giurisprudenza successiva e’ assolutamente conforme: ex multis Cass. sez. 1 n.30790 del 30.5.2006; sez. 2 n.10838 del 20.12.2006; sez. 2 n.23425 del 12.4.2007; sez. 6 n. 37090 del 30.5.2007; sez.6 n. 5401 del 28.1.2009).

In relazione piu’ specificamente ai reati tributari, e’ stato piu’ volte ribadito che il sequestro preventivo, funzionale alla confisca per equivalente puo’ essere disposto non soltanto per il prezzo, ma anche per il profitto del reato (cfr. Cass. pen. sez. 3 n. 35807 del 7.7.2010; Cass. pen. sez. 3 n.13276 del 24.1.2011).

Ne’ certamente tale interpretazione puo’ ritenersi in “malam partem” per il fatto che solo con la Legge 6 novembre 2012, n. 190, che ha riformulato l’articolo 322 ter c.p., sia stato richiamato espressamente anche il profitto del reato.

1.2. Il Tribunale ha, poi, ineccepibilmente ritenuto che, trattandosi di atto a sorpresa, non e’ prevista la nomina del difensore nel decreto di sequestro preventivo, ne’ tanto meno si deve dare preventivo avviso al difensore.

1.3. Anche in ordine alla individuazione dei beni da sottoporre a sequestro, secondo la giurisprudenza di questa Corte, ribadita anche di recente, in tema di sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente, il giudice che emette il provvedimento ablativo e’ tenuto soltanto ad indicare l’importo complessivo da sequestrare, mentre l’individuazione specifica dei beni da apprendere e la verifica della corrispondenza del loro valore al “quantum” indicato nel sequestro e’ riservata alla fase esecutiva demandata al pubblico ministero” (cfr. Cass. pen. sez. 3 n. 10567 del 12.7.2012).

art 216 legge fallimentare art 216 legge fallimentare giurisprudenza art 216 legge fallimentare prescrizione art 216 lf art 217 bis legge fallimentare art 217 legge fallimentare art 219 legge fallimentare art 219 lf art 220 legge fallimentare art 220 lf art 223 legge fallimentare art 224 legge fallimentare art 236 bis legge fallimentare art 236 legge fallimentare art 479 cpp art 53 art 700 articolo 216 codice penale articolo 217 legge fallimentare arturo medeghini atti di concorrenza sleale avvocato buffa avvocato fallimentare milano avvocato penalista banca rotta fraudolenta bancarotta bancarotta aggravata bancarotta documentale bancarotta documentale fraudolenta bancarotta documentale pena bancarotta documentale prescrizione bancarotta fallimentare bancarotta fraudolenta bancarotta fraudolenta aggravata bancarotta fraudolenta aggravata prescrizione bancarotta fraudolenta codice penale bancarotta fraudolenta cosa significa bancarotta fraudolenta definizione bancarotta fraudolenta documentale bancarotta fraudolenta documentale pena bancarotta fraudolenta impropria bancarotta fraudolenta patrimoniale bancarotta fraudolenta patteggiamento bancarotta fraudolenta pena bancarotta fraudolenta pena prevista bancarotta fraudolenta per distrazione bancarotta fraudolenta preferenziale bancarotta fraudolenta prescrizione bancarotta fraudolenta prescrizione del reato bancarotta fraudolenta reato bancarotta fraudolenta significato bancarotta fraudolenta srl bancarotta impropria bancarotta patrimoniale bancarotta pena bancarotta per distrazione bancarotta prefallimentare bancarotta preferenziale bancarotta preferenziale banche bancarotta preferenziale pena bancarotta preferenziale prescrizione bancarotta prescrizione bancarotta prescrizione calcolo bancarotta reato bancarotta semplice bancarotta semplice depenalizzazione bancarotta semplice documentale bancarotta semplice e fraudolenta bancarotta semplice prescrizione

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