Il delitto di bancarotta MILANO BOLOGNA VENEZIA trattato nella sue differenti tipologie, nel titolo IV della Legge Fallimentare (r.d. 267/1942), rappresenta la principale fattispecie incriminatrice prevista dal diritto penale fallimentare.

Il delitto di bancarotta MILANO BOLOGNA VENEZIA trattato nella sue differenti tipologie, nel titolo IV della Legge Fallimentare (r.d. 267/1942), rappresenta la principale fattispecie incriminatrice prevista dal diritto penale fallimentare.

Il delitto di bancarotta, trattato nella sue differenti tipologie, nel titolo IV della Legge Fallimentare (r.d. 267/1942), rappresenta la principale fattispecie incriminatrice prevista dal diritto penale fallimentare.

Osserva la Cassazione che al fine di ritenersi integrato il delitto di bancarotta preferenziale occorre che sotto il profilo oggettivo sia effettivamente violata la par condicio creditorum nella procedura fallimentare, e sotto il profilo dell’elemento psicologico del reato occorre la prova del dolo specifico, cioè la volontà di creare un vantaggio al creditore soddisfatto con la consapevolezza, o almeno la accettazione della eventualità, di arrecare un pregiudizio ad altri creditori con il pagamento del primo. È dunque necessario osservano gli Ermellini che a seguito del pagamento preferenziale altri crediti con privilegio di grado prevalente o eguale siano rimasti insoddisfatti. Non è dunque sufficiente affermare che esistevano altri creditori.

 

Certo in giurisprudenza che l’amministratore che ottenga pagamento di suoi crediti relativi a compensi e rimborsi spese con somma congrua rispetto al lavoro prestato può rispondere solo di bancarotta preferenziale e non di bancarotta per distrazione (come correttamente ricostruito sul punto dai giudici di merito), occorrerà nel caso di specie verificare, al fine della configurabilità di detto reato, se siano effettivamente rimasti insoddisfatti creditori di grado prevalente o eguale.

 

la sentenza dichiarativa di fallimento rientra tra gli elementi integranti la fattispecie di reato

 

«Per affrontare, come è necessario, ab imis la problematica, occorre prendere le mosse dal consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità secondo il quale la sentenza dichiarativa di fallimento rientra tra gli elementi integranti la fattispecie di reato.
Tale affermazione trova la sua origine presso questa Corte nella sentenza di Sez. U, n. 2 del 25/01/1958, Mezzo, Rv. 980040, nella quale si legge che, a differenza delle condizioni obiettive di reato, che presuppongono un reato già strutturalmente perfetto, la sentenza dichiarativa di fallimento costituisce una condizione di esistenza del reato o, per meglio dire, un elemento al cui concorso è collegata l’esistenza del reato, relativamente a quei fatti commissivi od omissivi anteriori alla sua pronuncia.
la dichiarazione di fallimento, pur essendo elemento costitutivo della fattispecie di bancarotta fallimentare prevista dall’art. 216 I. fall., non ne rappresenta l’evento e non deve necessariamente essere collegata da nesso psicologico al soggetto agente». 

 

In via generale, può affermarsi che per bancarotta si intendono i fatti posti in essere dall’imprenditore commerciale o da soggetti a lui legati da una relazione particolarmente qualificata e tali da comportare un pregiudizio, potenziale o attuale, degli interessi della massa dei creditori dell’impresa e destinato ad assumere rilevanza penale a seguito dell’apertura della procedura giudiziale fallimentare.

 

 

 

Ciò posto, deve osservarsi che, secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, dal punto di vista oggettivo sussiste il reato di bancarotta fraudolenta documentale non solo quando la ricostruzione del patrimonio si renda impossibile per il modo in cui le scritture contabili sono state tenute, ma anche quando gli accertamenti, da parte degli organi fallimentari, siano stati ostacolati da difficoltà superabili solo con particolare diligenza (Sez. 5, Sentenza n. 21588 del 19/04/2010 Ud. (dep. 07/06/2010) Rv. 247965; Conformi: N. 10423 del 2000 Rv. 218383, N. 24333 del 2005 Rv. 232212).

 

BANCAROTTA FRAUDOLENTA MILANO PAVIA BERGAMO BRESCIA MONZA

BANCAROTTA FRAUDOLENTA MILANO PAVIA BERGAMO BRESCIA MONZA

Dal punto di vista soggettivo, poi, è unanime la conclusione che il reato di bancarotta fraudolenta documentale, integrato nella forma della tenuta irregolare delle scritture, è a dolo generico e non specifico come sostenuto dal ricorrente.

 

 

 

L’integrazione del reato di bancarotta fraudolenta documentale di cui alla seconda ipotesi dell’art. 216, comma primo n. 2, L. fall., infatti, richiede il dolo generico, ossia la consapevolezza che la confusa tenuta della contabilità renderà o potrà rendere impossibile la ricostruzione delle vicende del patrimonio, in quanto la locuzione “in guisa da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari “connota la condotta e non la volontà dell’agente, sicché è da escludere che essa configuri il dolo specifico (Sez. 5, Sentenza n. 21872 del 25/03/2010 Ud. (dep. 08/06/2010) Rv. 247444; conformi: N. 31356 del 2001 Rv. 220167, N. 21075 del 2004 Rv. 229321, N. 46972 del 2004 Rv. 230482, N. 24328 del 2005 Rv. 232209, N. 6769 del 2006 Rv. 233997, N. 26807 del 2006 Rv. 235006, N. 1137 del 2009 Rv. 242550).

nozione di “operazioni dolose”; tratteggiata dalla giurisprudenza di legittimita’

 

 

 

Così e’ del tutto corretto il richiamo alla nozione di “operazioni dolose”; tratteggiata dalla giurisprudenza di legittimita’, in termini di ampia accezione, che prescinde da qualsivoglia riferimento a fatti costituenti reato o comunque illeciti, in chiave civilistica, per ricomprendere in essa qualsiasi comportamento del soggetto agente (tra quelli espressamente indicati dallo stesso L.F., articolo 223), che, concretandosi in un abuso od in un’infedeltà delle funzioni e nella violazione dei doveri derivanti dalla relativa qualità, cagioni lo stato di decozione della societa’, con pregiudizio della stessa, dei soci, dei creditori e di terzi interessati. Alla corretta individuazione della componente obiettiva, ha fatto poi riscontro l’esatta focalizzazione del requisito soggettivo, consistente nella volontà diretta non già al fallimento (a differenza della diversa ipotesi, prevista dalla stessa norma, della causazione dolosa del fallimento), bensì alla stessa “operazione” dalla quale poi consegua, sul piano della mera causalità materiale, il dissesto fallimentare, che si ponga, dunque, come conseguenza prevedibile e persino accettata nel rischio del suo verificarsi.

All’indubbia giustezza di siffatte affermazioni, possono solo aggiungersi i seguenti rilievi.

Nel ribadire l’accezione lata della locuzione “operazioni dolose” va precisato che a differenza delle ipotesi generali di bancarotta fraudolenta patrimoniale c.d. impropria, nella specifica fattispecie in esame la nozione di “operazioni” postula una modalità di pregiudizio patrimoniale discendente non già, direttamente, dall’azione dannosa del soggetto attivo (distrazione, dissipazione, occultamento, distruzione), bensì da un fatto di maggiore complessità strutturale riscontrabile in qualsiasi iniziativa societaria implicante un procedimento o, comunque, una pluralità di atti coordinati all’esito divisato (così Sez. 5, n. 17690 del 18/02/2010, Rv. 247314).

Non e’, del resto, revocabile in dubbio che, in mancanza di puntualizzazione normativa del relativo concetto, l’individuazione dell’essenza precipua della norma incriminatrice vada effettuata per esclusione rispetto ad altre ipotesi incriminatrici meglio definite o di più immediata percezione. Così rispetto all’analoga, diversa, fattispecie prevista nello stesso capoverso dell’articolo 223, al n. 2, ossia la causazione volontaria del fallimento, balza evidente che alla sostanziale identità, o possibile sovrapponibilità sul piano oggettivo, fa riscontro una netta divaricazione della componente soggettiva. Infatti, in tema di fallimento determinato da operazioni dolose, configurabile come eccezionale ipotesi di fattispecie a sfondo preterintenzionale, l’elemento soggettivo risiede nella mera dimostrazione della consapevolezza e volontà della natura “dolosa” dell’operazione alla quale segue il dissesto, nonché dell’astratta prevedibilità di tale evento quale effetto dell’azione antidoverosa, non essendo necessarie, ai fini dell’integrazione dell’elemento soggettivo, la rappresentazione e la volontà dell’evento fallimentare. Deve, infatti, reputarsi sufficiente, per la configurabilità del reato in questione la rappresentazione dell’azione nei suoi elementi naturalistici e nel suo contrasto con i doveri propri del soggetto societario a fronte degli interessi della societa’ (Sez. 5, n. 17690 del 18.2.2010, rv. 247315).

 

BANCAROTTA FRAUDOLENT APER DISTRAZIONE

 

L’integrazione l’elemento soggettivo del delitto in questione è costituito dal dolo generico:

 

Il delitto di bancarotta MILANO BOLOGNA VENEZIA trattato nella sue differenti tipologie, nel titolo IV della Legge Fallimentare (r.d. 267/1942), rappresenta la principale fattispecie incriminatrice prevista dal diritto penale fallimentare. penalista a bologna

Il delitto di bancarotta MILANO BOLOGNA VENEZIA trattato nella sue differenti tipologie, nel titolo IV della Legge Fallimentare (r.d. 267/1942), rappresenta la principale fattispecie incriminatrice prevista dal diritto penale fallimentare.

 

l’elemento psicologico del delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione non occorre che l’impresa sia in stato di dissesto e che di tale stato sia consapevole l’agente: l’elemento soggettivo del delitto in questione è costituito dal dolo generico, per la cui sussistenza non è necessaria la consapevolezza dello stato di insolvenza dell’impresa, né lo scopo di recare pregiudizio ai creditori, essendo sufficiente la consapevole volontà di dare al patrimonio sociale una destinazione diversa da quella di garanzia delle obbligazioni sociali.

 

 

La Sezione V della Suprema Corte con sentenza n. 38396, depositata il 1 agosto 2017,  la quale ha puntualizzato che «fuori dall’ipotesi di esposizione o riconoscimento di passività inesistenti, dunque, l’elemento psicologico della bancarotta fraudolenta patrimoniale va ravvisato nel dolo generico, cioè nella consapevole volontà di dare al patrimonio sociale una destinazione diversa rispetto alle finalità dell’impresa e di compiere atti che possano cagionare o cagionino danno ai creditori, consapevolezza che deve essere desunta da tutti gli elementi che caratterizzano la condotta dell’imputato con un’analisi puntuale degli stessi».

 

 

 ai fini della sussistenza del delitto di bancarotta fraudolenta patrimoniale per distrazione

 

ai fini della sussistenza del delitto di bancarotta fraudolenta patrimoniale per distrazione, che ogni atto distrattivo assume rilievo ai sensi della L. Fall., articolo 216, in caso di fallimento, indipendentemente dalla rappresentazione di quest’ultimo, il quale non costituisce l’evento del reato che, invece, coincide con la lesione dell’interesse patrimoniale della massa. (cfr., ex plurimis, Cass., sez. 5, 24.3.2010, n. 16579, rv. 246879).

il delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione e’ reato di pericolo a dolo generico

 

Si Rammenta che il delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione e’ reato di pericolo a dolo generico per la cui sussistenza, pertanto, non e’ necessario che l’agente abbia consapevolezza dello stato di insolvenza dell’impresa, ne’ che abbia agito allo scopo di recare pregiudizio ai creditori, essendo sufficiente la consapevole volonta’ di dare al patrimonio sociale una destinazione diversa da quella di garanzia delle obbligazioni contratte (cfr. Cass., sez. 5, 14.12.2012, n. 3229, rv. 253932; Cass., sez. 5, 13.2.2014, n. 21846, rv. 260407; Cass., Sez. Un., 31.3.2016, n. 22474, rv. 266805).

 

 

bancarotta fraudolenta prefallimentare, costruisce la dichiarazione di fallimento come condizione oggettiva di punibilita’, si ribadisce come trattasi di un evento estraneo all’offesa tipica ed alla sfera di volizione dell’agente (cfr. Cass., sez. 5, 8.2.2017, n. 13910, rv. 269388).

 

Ne’ va taciuto che anche in una recente e, per il momento, isolata pronuncia della Suprema Corte, che, in relazione al reato di bancarotta fraudolenta prefallimentare, costruisce la dichiarazione di fallimento come condizione oggettiva di punibilita’, si ribadisce come trattasi di un evento estraneo all’offesa tipica ed alla sfera di volizione dell’agente (cfr. Cass., sez. 5, 8.2.2017, n. 13910, rv. 269388).
Va, dunque, ribadito, anche in questa sede il consolidato e prevalente orientamento della giurisprudenza di legittimita’ (rispetto al quale si pone un solo precedente di segno contrario, ormai risalente nel tempo: cfr. Cass., sez. 5, 24.9.2012, n. 47502), secondo cui in tema di bancarotta fraudolenta per distrazione a configurare l’elemento soggettivo del reato e’ sufficiente il dolo generico, che consiste nella coscienza e volonta’ di dare al patrimonio sociale una destinazione diversa rispetto alle finalita’ dell’impresa, con la consapevolezza che tale destinazione determina un depauperamento del patrimonio sociale ai danni della classe creditoria, non essendo invece richiesta la specifica conoscenza dello stato di dissesto della societa’. Non si richiede, pertanto, al fine di integrare il dolo generico del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale per distrazione, che l’agente abbia consapevolezza dello stato di insolvenza dell’impresa, ne’ che abbia agito allo scopo di recare pregiudizio ai creditori (cfr. Cass., sez. 5, 24/03/2010, n. 16579; Cass., sez. 5, 23/04/2013, n. 28514; Cass., sez. 5, 14.12.2012, n. 3229, rv. 253932; Cass., sez. 5, 13.2.2014, n. 21846, rv. 260407

 

AVVOCATO PENALISTA

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