FRODE FISCALE: reati tributari – dichiarazione fraudolente – fatture false
reati tributari – dichiarazione fraudolente – fatture false
il fatto che la operativa E., a fronte dell’indicato importo delle fatture emesse dalla operativa Z., abbia pagato solamente l’importo complessivo di 350.495,99 euro e, ciononostante, la Z. non intraprese alcuna azione per recuperare il credito e, anzi, continuò ad emettere fatture, pur non ricevendo quanto richiesto; d) la circostanza che le due società non abbiano esibito alcuna documentazione extracontabile relativi ai servizi asseritamente svolto dalla Z.
RAVENNA FORLI CESENA VICENZA PAVIA MILANO
DIFENDE
CHIAMA 051 6447838 PRENDI UN APPUNATAMENTO
FRODE FISCALE E REATI TRIBUTARI: COSA RISCHIA IMPRENDITORE, AMMINISTRATORE E PROFESSIONISTA
Cos’è la frode fiscale?
Con il termine frode fiscale si indicano tutte quelle condotte finalizzate ad evadere le imposte attraverso artifici, simulazioni, documentazione falsa o operazioni inesistenti.
In Italia la materia è disciplinata principalmente dal D.Lgs. 74/2000, che prevede numerosi reati tributari puniti con pene molto severe, spesso accompagnate da:
- sequestri preventivi;
- confische patrimoniali;
- interdizioni professionali;
- misure cautelari personali;
- accertamenti fiscali dell’Agenzia delle Entrate;
- indagini della Guardia di Finanza.
Negli ultimi anni, soprattutto in relazione ai bonus edilizi e al Superbonus 110%, la Procura della Repubblica e la Guardia di Finanza hanno intensificato le indagini sui reati tributari e sulle frodi fiscali.
Quali sono i principali reati tributari?
I principali reati previsti dal D.Lgs. 74/2000 sono:
Dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture per operazioni inesistenti (art. 2)
Si tratta del reato più grave e più frequentemente contestato.
Ricorre quando il contribuente utilizza:
- fatture false;
- documenti falsi;
- operazioni soggettivamente inesistenti;
- operazioni oggettivamente inesistenti;
al fine di abbattere artificialmente il reddito imponibile.
Esempio
Una società utilizza fatture emesse da una “cartiera” per lavori mai eseguiti.
In questo caso può configurarsi il reato di dichiarazione fraudolenta ex art. 2 D.Lgs. 74/2000.
Pena
Reclusione da 4 a 8 anni.
Dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici (art. 3)
Si verifica quando il contribuente altera la propria posizione fiscale attraverso:
- documenti falsi;
- contabilità parallela;
- simulazioni contrattuali;
- artifici contabili.
Non è necessaria la presenza di fatture false.
Pena
Reclusione da 3 a 8 anni.
Dichiarazione infedele (art. 4)
Si configura quando il contribuente indica:
- ricavi inferiori;
- costi inesistenti;
- elementi passivi non deducibili;
superando le soglie di punibilità previste dalla legge.
Pena
Reclusione da 2 a 4 anni e 6 mesi.
Omessa dichiarazione (art. 5)
Si verifica quando il contribuente non presenta la dichiarazione fiscale.
La responsabilità penale scatta oltre le soglie stabilite dalla normativa.
Pena
Reclusione da 2 a 5 anni.
Emissione di fatture per operazioni inesistenti (art. 8)
Il soggetto che emette fatture false risponde autonomamente del reato.
La contestazione può riguardare:
- imprenditori;
- amministratori;
- professionisti;
- prestanome.
Pena
Reclusione da 4 a 8 anni.
Occultamento o distruzione di documenti contabili (art. 10)
Il reato si verifica quando vengono nascosti o distrutti:
- registri IVA;
- libri contabili;
- documentazione fiscale;
al fine di impedire la ricostruzione del reddito.
Pena
Reclusione da 3 a 7 anni.
Omesso versamento IVA (art. 10-ter)
È uno dei reati più contestati agli imprenditori.
Scatta quando non viene versata l’IVA dovuta oltre la soglia prevista dalla legge.
Pena
Reclusione da 6 mesi a 2 anni.
Omesso versamento di ritenute (art. 10-bis)
Riguarda il mancato versamento delle ritenute operate ai dipendenti.
Pena
Reclusione da 6 mesi a 2 anni.
Sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte (art. 11)
Si verifica quando il contribuente tenta di sottrarre il patrimonio alle pretese dell’Erario.
Ad esempio:
- intestazioni fittizie;
- donazioni simulate;
- trust abusivi;
- cessioni immobiliari sospette.
Pena
Reclusione da 6 mesi a 6 anni.
Frodi fiscali e Superbonus 110%
Uno dei settori maggiormente interessati dalle indagini riguarda il Superbonus 110%.
Le Procure contestano frequentemente:
- fatture per lavori inesistenti;
- crediti fiscali fittizi;
- asseverazioni false;
- utilizzo di imprese cartiere;
- simulazione di SAL;
- falsi stati di avanzamento lavori;
- cessione fraudolenta dei crediti.
In tali casi possono concorrere:
- reati tributari;
- truffa aggravata;
- falso ideologico;
- autoriciclaggio;
- associazione per delinquere.
Credito inesistente e credito non spettante
Dopo il D.Lgs. 87/2024 la distinzione è diventata centrale.
Credito inesistente
È il credito privo dei requisiti sostanziali richiesti dalla legge oppure creato mediante artifici fraudolenti.
Esempio:
- lavori mai eseguiti;
- bonus creato con documentazione falsa.
Le conseguenze sono particolarmente gravi.
Credito non spettante
Il credito esiste ma è utilizzato in misura superiore o in violazione delle norme.
Le sanzioni risultano generalmente meno severe.
La corretta qualificazione del credito può incidere:
- sui termini di accertamento;
- sulle sanzioni;
- sulla responsabilità penale.
Sequestro e confisca nei reati tributari
Nelle indagini per frode fiscale la Procura può chiedere:
- sequestro preventivo;
- sequestro per equivalente;
- confisca diretta;
- confisca per equivalente.
Spesso vengono sequestrati:
- conti correnti;
- immobili;
- quote societarie;
- autovetture;
- crediti fiscali.
L’importo sequestrato coincide normalmente con il profitto del reato.
Responsabilità degli amministratori
L’amministratore di una società è normalmente il primo soggetto indagato.
Tuttavia possono essere coinvolti anche:
- amministratori di fatto;
- soci;
- direttori finanziari;
- consulenti fiscali;
- commercialisti;
- general contractor nel Superbonus.
La Cassazione ha più volte affermato che risponde anche chi, pur privo di cariche formali, gestisce concretamente l’impresa.
Come difendersi da una contestazione per frode fiscale?
La difesa deve essere impostata immediatamente.
Occorre verificare:
1. Esistenza dell’elemento soggettivo
La Procura deve dimostrare il dolo.
Non ogni errore fiscale costituisce reato.
2. Reale esistenza delle operazioni
Occorre raccogliere:
- contratti;
- bonifici;
- documentazione tecnica;
- fotografie;
- rapporti con fornitori;
- SAL;
- documentazione bancaria.
3. Corretta qualificazione del credito
Molte contestazioni riguardano la differenza tra:
- credito inesistente;
- credito non spettante.
La difesa tecnica può risultare decisiva.
4. Valutazione delle soglie di punibilità
Numerosi reati tributari richiedono il superamento di specifiche soglie quantitative.
Quando è possibile evitare il processo?
In alcuni casi il pagamento del debito tributario può consentire:
- attenuanti molto rilevanti;
- riduzione della pena;
- accesso ai riti alternativi;
- esclusione della punibilità in specifiche ipotesi previste dalla legge.
È quindi fondamentale intervenire prima possibile.
Perché rivolgersi subito a un avvocato esperto in reati tributari?
Le indagini per frode fiscale possono comportare conseguenze devastanti:
- arresti;
- sequestri milionari;
- blocco dei conti correnti;
- interdizioni professionali;
- fallimento dell’impresa;
- responsabilità personali degli amministratori.
Una strategia difensiva tempestiva può consentire di:
- contestare il sequestro;
- impugnare le misure cautelari;
- dimostrare l’assenza di dolo;
- ridurre il danno economico;
- evitare la condanna.
Assistenza in materia di reati tributari
L’Avv. Sergio Armaroli assiste imprenditori, amministratori, professionisti e società coinvolti in procedimenti per:
- dichiarazione fraudolenta;
- fatture false;
- frode fiscale;
- crediti d’imposta inesistenti;
- Superbonus 110%;
- omesso versamento IVA;
- reati tributari;
- sequestri e confische;
- indagini della Guardia di Finanza;
- procedimenti davanti alla Procura della Repubblica.
Corte di Cassazione, sezione penale, sentenza n. 222 depositata l’ 8 gennaio 2020
FATTO
Con l’impugnata sentenza, la Corte di appello di Roma confermava la decisione resa dal Tribunale di Roma e appellata dall’imputato, che, riconosciute le circostanze cui all’art. 62 -bis cod. pen., aveva condannato C.A. alla pena ritenuta di giustizia, condizionalmente sospesa, per il delitto di cui all’art. 2 d.lgs. n. 74 del 2000, per avere, nella sua qualità di legale rappresentante della E. società cooperativa a r.l., al fine di evadere le imposte, indicato nella dichiarazione dei redditi (modello unico SC2011) inerente il periodo di imposta 2010 (e nella dichiarazione integrativa presentata il 19/09/2012) elementi passivi fittivi, avvalendosi di fatture per operazioni in parte inesistenti (55 emesse dalla Z. società cooperativa a r.l., 60 emesse dalla A. società cooperativa a r.I.), per complessivi 1.777.424,17 euro di imponibile, e 355.484,84 euro di iva; veniva altresì confermata la confisca per equivalente pari all’importo dell’iva evasa.
MOTIVAZIONE
Diversamente da quanto ritenuto dal ricorrente, il giudizio di penale responsabilità non si fonda né esclusivamente sul contenuto dei contratti sottoscritti da E. con Z. e A. il 04/01/2010, e neppure su mere presunzioni tributarie, ma su una serie di elementi di fatto concordanti e convergenti, attestanti la falsità delle fatture in esame, emesse a fronte di prestazioni non eseguite e di pagamenti non effettuati, pur trattandosi di servizi per i quali l’emissione della fattura è obbligatoria solo al momento del pagamento della fattura o di eventuali acconti.
- Invero, premesso che il numero delle fatture e gli importi corrispondentiindicati nel capo d’imputazione non sono oggetto di contestazione – né lo sono stati nei precedenti gradi di giudizio – la Corte territoriale, quanto alla fittizietà delle fatture emesse da Z., ha valorizzato: a) il fatto che nel 2010 la società abbia avuto fra i quattro e gli otto dipendenti, per un costo complessivo per lavoro dipendente di circa 70 mila euro, e costi esclusivamente per servizi di circa 14 mila euro, a fronte di fatture emesse, relative al contratto di somministrazione di servizi per l’E., per un importo complessivo di 1.577.425 euro; b) la circostanza che, per la maggior parte delle fatture, era indicata una modalità di pagamento (“rimessa diretta”) diversa da quelle contrattualmente pattuita(pagamento a cadenza bimestrale entro il 30 del mese); c) il fatto che la operativa E., a fronte dell’indicato importo delle fatture emesse dalla operativa Z., abbia pagato solamente l’importo complessivo di 350.495,99 euro e, ciononostante, la Z. non intraprese alcuna azione per recuperare il credito e, anzi, continuò ad emettere fatture, pur non ricevendo quanto richiesto; d) la circostanza che le due società non abbiano esibito alcuna documentazione extracontabile relativi ai servizi asseritamente svolto dalla Z. in esecuzione de contratto, né vi sono elementi che attestino la presenza dei dipendenti della Z. sul luogo di svolgimento delle prestazioni; e) la circostanza che la Z. ha esposto, in sede di dichiarazione IVA annuale relativa all’anno 2010, un debito di 245.431 euro non versato e un volume d’affari di 1.234.469 euro, quindi inferiore a quanto fatturato nei contri dell’E.; f) il fatto che la Z. era amministrata da F. C., fratello dell’imputato, e aveva la sede legale adiacente a quella della sede legale di E..
Analoghi elementi sono stati ravvisati in relazione alle fatture emesse dalla cooperativa A., avendo la Corte territoriale evidenziato: a) il fatto che nel 2010 la cooperativa aveva avuto alla proprie dipendenze nove lavoratori e aveva emesso nei confronti di E., per l’esecuzione del contratto di prestazione di servizi del 04/01/2010, fatture per un importo complessivo di 987.000 euro, di cui 822.500 euro per imponibile; b) la circostanza che la società era amministrativa da P.C., moglie dell’imputato, ed aveva la sede legale presso il medesimo indirizzo della E., tanto che, all’atto della verifica fiscale avvenuta nel maggio 2014, la P.C. aveva ricevuto i funzionari presso la cooperativa E.; c) dalla contabilità della A. risultavano sostenuti costi per servizi pari a 19 mila euro, per lavoro dipendente pari a quasi 70 mila euro e per materia prime per 966 euro, a fronte di fatture emesse, relative al contratto di somministrazione di servizi per l’E., per un importo complessivo di 987.000 euro; d) la E., a fronte dell’indicato importo, aveva pagato la somma di 20 mila euro, e, anche in tal caso, la A. non solo non adì le vie legali per il recupero del credito, ma proseguì ad emettere fatture nei confronti dell’E.; e) la circostanza che le due società non abbiano esibito alcuna documentazione extracontabile relativi ai servizi asseritamente svolti dall’A. in esecuzione del contratto, né sono stati accertati elementi che attestassero la presenza dei dipendenti dell’A. sul luogo di svolgimento delle prestazioni; f) il fatto che, in sede di dichiarazione Iva annuale relativa all’anno 2010, l’A. espose un debito di 162.698 euro non versato.
Orbene, con motivazione non manifestamente illogica, la Corte territoriale ha correttamente valutato gli elementi poc’anzi indicati, evidenziando, in primo luogo, la circostanza che le fatture risultano essere emesse anche per pagamenti non effettuati dall’E., pur trattandosi di servizi per i quali la fattura va obbligatoriamente emessa solo al momento del pagamento della stessa o di acconti; inoltre, la Corte ha parimenti valorizzato il fatto che, nonostante il mancato pagamento delle fatture, le due cooperative abbiano continuato ad emettere fatture nei confronti della E., senza porre in essere azioni dirette alla riscossione dei crediti, e considerando che tali crediti costituivano la quasi totalità delle entrate delle società fatturanti. Tale condotta è stata perciò correttamente ritenuta non solo sintomatica dell’inesistenza delle pretese creditorie, in quanto corrispondenti a servizi non eseguiti, ma anche del tutto illogica, perché entrambe le cooperative non avevano mai versato l’iva corrispondente alle fatture emesse nell’anno 2010 e, dunque, avrebbero dovuto agire per la riscossione dei crediti per onorare i propri debiti fiscali, se le operazioni sottostanti fossero state effettivamente svolte.
La Corte d’appello, inoltre, ha parimenti dato risalto alla manifesta sproporzione non solo tra il numero di dipendenti delle due cooperative (Z. aveva avuto alle proprie dipendenze dai i quattro e gli otto lavoratori, A. nove) e quelle di E. (che in quello stesso periodo impiegava circa 130 dipendenti) – di talché appare del tutto illogica la scelta di affidare ad A. la gestione amministrativa del personale di E., ma anche tra la forza lavoro di Z. e di A. e le prestazioni asseritamente effettuate, non avendo le due cooperative prestatrici di servizi la capacità di produrre i rispettivi fatturati annui per i lavori figurativamente affidati dalla E..
La Corte territoriale ha escluso, con motivazione esente da illogicità manifeste, che tale sproporzione sia spiegabile con l’impiego, da parte delle due cooperative sociali, nella misura di almeno il 30%, di persone appartenenti a categorie svantaggiate (nella specie, ex detenuti), e quindi assunte a costi inferiori, logicamente spiegando che il risparmio di costi (calcolato, appunto, sul 30% del personale) è del 30-40% rispetto al costo di un altro lavoratore, sicché, stante il numero molto esiguo di lavoratori impiegati (meno di una decina complessivamente), parimenti esiguo è il risparmio di spesa, che quindi non spiega la manifesta sproporzione tra il costo per il personale sostenuto dalla due cooperative e il rispettivo fatturato.
La Corte territoriale, inoltre, ha evidenziato come nel 2010 la Z. abbia dichiarato di non avere sostenuto costi per prodotti o materiale, indicando il valore zero alla voce beni strumentali, mentre l’A. abbia dichiarato costi per materia prime per soli 996 euro: una circostanza, questa, che non spiega con quali mezzi le cooperative avrebbe potuto effettuare i lavori rispettivamente loro affidati dalla E. per importo significativi (1.577.425 euro in un caso, 987.000 euro nell’altro).
A conclusiva conferma della fittizietà delle fatture, la Corte d’appello ha indicato sia la circostanza che nessuna delle tre cooperative abbia esibito documentazione extra-contabile che suffragasse l’effettiva esecuzione delle prestazioni relative ai contratti in esame e la presenza dei dipendenti delle due cooperative nei luoghi di lavori pattuiti, sia i collegamenti personali fra gli amministratori delle tre cooperative (il fratello dell’imputato era amministratore di Z. ed ex presidente del consiglio di amministrazione di E., mentre la moglie dell’imputato era amministratrice di A. e, al momento della verifica fiscale, delegata a ricevere gli accertatori per conto di E.).
In conclusione, il censurato percorso argomentativo è privo di illogicità e aderente alle risultanze processuale, sicché supera il vaglio di legittimità.
Quanto alla determinazione dell’imposta, la Corte d’appello ha correttamente osservato che gli importi indicati nell’imputazione sono già depurati, rispetto agli importi fatturati dalla Z. e dalla A. verso la E., delle somme corrisposte a fronte dell’emissione di fatture e che sono state sottratte dall’imponibile complessivo; gli importi così calcolati corrispondono perciò alle fatturazioni da consideransi non veritiere, perché relative a prestazioni non effettuate, e alla conseguente iva evasa.
Con riguardo al trattamento sanzionatorio, la Corte d’appello, con apprezzamento fattuale esente da illogicità manifeste, ha confermato la pena inflitta in primo grado, pari a un anno e tre mesi di reclusione – assumendo, come pena base, quella di un anno e nove mesi di reclusione: ben al di sotto della pena mediana prevista dall’art. 2 d.lgs. n. 74 del 2000, poi ridotta per le generiche – in considerazione della gravità del fatto, desumibile dall’entità dell’imposta evasa in un solo anno e dal numero di fatture illecitamente utilizzate.
Manifestamente infondato è anche il quindi motivo.
La Corte territoriale, infatti, ha confermato la confisca per equivalente di euro 355.484,84 euro, somma che, come si è sopra anticipato, corrisponde all’entità dell’imposta effettivamente evasa, essendo stata calcolata sull’imponibile da cui era stata decurtate le somme effettivamente versate quale pagamento di alcune fatture.
L’argomentazione secondo cui, successivamente, la E. ha raggiunto un accordo di adesione con l’amministrazione finanziaria, versando “parecchie rate”, è dedotta in maniera generica, non essendo provato né l’accordo, né l’avvenuto pagamento di una o più rate, né il relativo ammontare, fermo restando che il ricorrente potrà adire il giudice dell’esecuzione per ottenere una riduzione della confisca, comprovando l’effettivo pagamento del debito tributario.
Originally posted 2020-04-17 11:38:06.




